giovedì 26 maggio 2022

Brasile: proteste per le violenze contro gli Yanomami

 

Si è unita anche la cantante e ballerina brasiliana Anitta, quasi 17 milioni di follower su Instagram, autrice del brano più ascoltato al mondo sulla piattaforma Spotify a marzo, al coro di voci che chiedono informazioni sulle ultime violenze denunciate dal popolo originario degli Yanomami per mano dei cercatori d’oro illegali, i cosiddetti “garimpeiros”, nello Stato di Roraima, nell’estremo nord del Brasile.

La cantante, rilanciata anche dalla più grande organizzazione di rappresentanza dei nativi in Brasile, l’Articulação dos Povos Indígenas do Brasil (Apib), e nota per le recenti schermaglie col presidente Jair Bolsonaro, ha condiviso ieri diversi post scanditi dall’hastagh #cadeosyanomami, letteralmente “dove sono gli yanomami, uno dei più discussi nel Paese sudamericano in questi giorni.

Tutto parte dalla denuncia presentata a fine aprile dal Conselho Distrital de Saúde Indígena Yanomami e Ye’kwana (Condisi-Yy), un ente della “terra indigena” Yanomami, la più estesa del Brasile. Il presidente dell’organismo, Júnior Hekurari Yanomami, ha raccolto e rilanciato un’accusa di violenza sessuale e omicidio di una ragazza di 12 anni residente nella comunità Aracaçß, nella regione di Waikßs, che sarebbe avvenuta durante un’irruzione dei cercatori d’oro. Nella confusione prodotta dall’aggressione anche una bimba di tre anni sarebbe caduta in un fiume nelle vicinanze e sarebbe da quel momento dispersa.

La Condisi-Yy ha esortato le autorità a intervenire. Stando a quanto riferisce il quotidiano O Globo, un’indagine condotta da polizia federale, pubblico ministero e dall’ente statale Fundação Nacional do Índio (Funai), non ha rinvenuto prove nè dell’omicidio nè della scomparsa dell’altro minore. Gli inquirenti hanno reso noto che continueranno comunque l’inchiesta visto che è emersa “la necessità di approfondire l’indagine, per una migliore chiarificazione dei fatti”.

La Condisi-Yy ha anche comunicato però che durante i lavori delle autorità, dopo un primo contatto con la popolazione locale che non ha dato frutti, tutti i nativi che risiedevano ad Aracaçß, almeno 25 persone, sono scomparsi e le loro case sono state trovate bruciate.

Diverse le ipotesi sul tavolo: se l’ente nativo ha infatti comunicato che è consuetudine fra gli yanomani bruciare e abbandonare un villaggio dopo la morte di una persona cara, ci sono state denunce di intimidazione da parte dei garimpeiros.

Alcuni nativi hanno anche affermato di aver ricevuto dell’oro in cambio del loro silenzio su quanto avvenuto.

Stando a un report pubblicato il mese scorso dall’Hutukara Associação Yanomami (Hay), l’organizzazione più rappresentativa degli Yanomami, la regione di Waikßs dove si sono verificati questi atti è quella che ha visto la maggiore crescita nella percentuale di suolo degradato a causa dell’estrattivismo illegale l’anno scorso.

Il tema è ora di grande attualità su Twitter ma non mancano le voci critiche. L’attivista nativa Alice Pataxó si è però chiesta se “tutta questa storia dei trend”, porterà il Brasile a “svegliarsi”, almeno “in tempo per le elezioni” previste a ottobre.

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mercoledì 25 maggio 2022

Allevamenti intensivi: quanto inquinano, perché e quali sono le principali conseguenze sull’ambiente - Maria Mancuso

 


Moltissimi studi parlano dell’impatto negativo che gli allevamenti intensivi hanno sull’ambiente. Abbiamo deciso di approfondire questo tema rispondendo a tre domande che molte persone si pongono.

1. Quanto inquinano gli allevamenti intensivi?

Quando si parla di impatto ambientale degli allevamenti intensivi i fattori da tenere in considerazione sono molti e non includono soltanto le emissioni causate da ogni struttura dove vengono allevati gli animali, da quando nascono a quando vengono inviati al macello. Da valutare sono anche le emissioni dovute alla produzione di mangimi, quindi anche quelle che dipendono dalla deforestazione dei terreni per le coltivazioni e il pascolo, dal trasporto degli animali, dalla gestione delle deiezioni: insomma tutte le attività che hanno a che fare con la produzione di proteine animali. Come avrete immaginato, calcolare in maniera esaustiva e precisa queste emissioni a livello globale non è semplice

I dati che abbiamo a disposizione però ci dicono che senza alcun dubbio l’allevamento di animali, che sia intensivo o meno, contribuisce in modo significativo al riscaldamento globale. Come? Ad esempio a causa delle emissioni di metano, un gas serra che si stima abbia un potenziale climalterante 20-30 volte superiore all’anidride carbonica. Secondo la FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, le emissioni legate all’allevamento rappresentano circa il 15% delle emissioni annue di gas serra dovuti all’essere umano, ma secondo alcuni studi recenti si tratta di una stima al ribasso.

 

Molti studi scientifici che offrono soluzioni all’attuale crisi climatica sottolineano l’importanza di una transizione verso l’alimentazione vegetale, quella con il potenziale di riduzione maggiore delle emissioni di gas serra. Secondo due ricercatori di Berkeley e Stanford University, se ci sbarazzassimo degli allevamenti entro 15 anni e adottassimo quindi un’alimentazione vegetale, potremmo bloccare l’aumento dei gas serra in atmosfera per 30 anni. Questo ci darebbe il tempo e l’opportunità di realizzare nuove soluzioni per ridurre le emissioni provenienti da altre fonti, rendendo il nostro Pianeta più vivibile per noi e le future generazioni.

2. Perché l’allevamento intensivo inquina?

Per intensivo si intende l’allevamento che prevede di concentrare un gran numero di animali in un luogo ristretto. Allevamento intensivo, in altre parole, è sinonimo di sovraffollamento. La spiegazione del perché questa tipologia inquini particolarmente sta proprio in questo: la concentrazione di un numero enorme di animali che, come in una catena di montaggio, vengono fatti riprodurre ciclicamente e infine macellati per finire sugli scaffali di milioni di supermercati di tutto il mondo. 

La possibilità di allevare centinaia — in molti casi migliaia — di individui in poco spazio ha stravolto il modo in cui fino a un secolo fa si allevavano gli animali, dando vita a uno dei settori più redditizi ma anche distruttivi. Attualmente si stima che gli animali macellati per il consumo umano siano 770 miliardi, di cui un quarto allevati dagli esseri umani, il resto sono pesci pescati in mare. Tra gli animali allevati, la maggior parte sono pesci provenienti dall’acquacoltura, seguiti dagli avicoli — polli e galline soprattutto — e dai mammiferi — mucche, maiali, pecore, conigli…. 

 

Questa quantità esorbitante di animali, pari a 100 volte l’attuale popolazione umana, ha bisogno di avere a disposizione quantità altrettanto esorbitanti di mangimi, ma anche medicinali. Senza contare che gli animali produrranno a loro volta molto letame e quindi ammoniaca e altri gas inquinanti. Questi animali non sarebbero in vita se non fosse per l’allevamento intensivo che si basa su continui cicli di inseminazione artificiale degli esemplari femmina, perciò smettendo di farli nascere in maniera forzata, potremmo evitare l’impatto ambientale legato al loro allevamento, nonché la loro sofferenza. 

3. Quali sono le conseguenze degli allevamenti intensivi sull’ambiente?

 

Oltre a emettere ingenti quantità di gas serra, come abbiamo visto, l’allevamento intensivo è legato ad esempio alla distruzione delle foreste come quella Amazzonica, che comporta la distruzione degli habitat di molte specie selvatiche e del furto della terra delle popolazioni indigene. Si stima che tra il 2016 e il 2020, la domanda di terreni in Amazzonia, nel sud-est asiatico e in Africa centrale da destinare alla produzione di soia, carne bovina e altri prodotti abbia contribuito alla perdita di circa 23 milioni di ettari di foreste tropicali: un’area grande quasi quanto tutto il Regno Unito.

L’uso diffuso di farmaci è un altro fattore che comporta problemi ambientali: la contaminazione delle acque e dei terreni con questi residui rappresenta una minaccia sia per l’ambiente che per la salute umana. Un ulteriore elemento da considerare è il consumo di acqua, una risorsa fondamentale e sempre più scarsa. Qualsiasi prodotto di origine animale ha un’impronta idrica più elevata dei prodotti vegetali. 

Infine, le deiezioni: gli animali allevati intensivamente producono elevate quantità di deiezioni altamente inquinanti, ricche di azoto, fosforo e potassio. Questi rifiuti, quando vengono dispersi nei terreni circostanti o smaltiti illegalmente, possono rappresentare un problema sanitario e inquinare il suolo e le fonti idriche. 

Secondo un report di Terra! Onlus, soltanto gli allevamenti di suini italiani producono oltre 11,5 milioni di tonnellate di feci all’anno, una quantità pari al peso di 23 mila treni Frecciarossa. È come se in Italia dovessimo smaltire gli scarti giornalieri di 25,5 milioni di persone in più: approssimativamente la popolazione di Lombardia, Sicilia, Emilia Romagna e Campania messe insieme.

Prova un’alimentazione sostenibile

L’alimentazione vegetale è più sostenibile di quella che comprende prodotti animali perché richiede meno energia, risorse idriche e consumo di suolo. Oltre a questo, ha il vantaggio fondamentale di evitare la sofferenza degli animali “da reddito”: mucche, maiali, polli, galline, conigli, pesci. Tutti animali senzienti che potrebbero vivere una vita fuori dalle gabbie e da un sistema di sfruttamento. Nonostante i benefici evidenti, su questo tipo di alimentazione esistono ancora troppi pregiudizi: un’alimentazione veg ben bilanciata è adatta a tutte le fasi della vita. Ascolta il nostro podcast IoScelgoVeg per scoprire come intraprendere questa scelta. Non te ne pentirai!

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domenica 22 maggio 2022

scrive Mario Guerrini, sulla sanità in Sardegna

  

Di loro non si parla mai. Perché non sono neanche in grado di farsi ascoltare. Sono i GCA, i pazienti con Gravi Cerebrolesioni Acquisite. Cioè i pazienti che hanno avuto un danno cerebrale acuto. A volte fino al coma. In Sardegna, secondo i protocolli, dovrebbero avere a disposizione 50 posti letto di Neuroriabilitazione. Invece ne ha appena 12. A Oristano. L'importante e vasta area cagliaritana, la più popolosa dell'Isola, non ha neanche un posto. Ne aveva 10, ma con la pandemia sono scomparsi. Un altro aspetto mortificante di una situazione sanitaria che in Sardegna, colpisce i più "difficili". Spero che la voce dell'Osservatorio serva a dare giustizia sanitaria e assistenziale a questi sfortunati e alle loro famiglie.

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Lo scandalo dei medici in affitto. La trovata "magica" della Sanità della Sardegna. Con la riforma del Governatore Solinas. Il sistema sanitario sardo è oggi totalmente i mano ai leghisti. L'Assessore è del Carroccio (Mario Nieddu), la DG dell'Ares è la veneta Annamaria Tomasella. Di questo sconcertante e costoso capitolo se n'è occupato stamane anche il Fatto Quotidiano. Sull'argomento ero già intervenuto con il mio Osservatorio dopo un servizio su Rete 4 dei giorni scorsi. Andrea Sparaciari, sul Fatto, racconta particolari inediti e di grande curiosità. Scrive come l'esperimento sia cominciato a Ghilarza. Per proseguire poi a Oristano e Bosa. I 690 mila euro di spesa previsti sono già saliti a 1 milione e mezzo. E la cosa dovrebbe essere estesa a tutta l'Isola. Il reclutamento dei medici, tanto per cambiare, è gestito da una Società della Padania, la Mst di Vicenza. Si tratta di sanitari senza specializzazione messi in servizio nei Pronto Soccorso. Dove svolgono esclusivamente lo stesso lavoro delle Guardie Mediche. Che costano un decimo. Come sottolinea Andrea Sparaciari. Nella Sardegna dell'era Solinas accade anche questo.

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L'Asse Sardegna-Padania. Quello che gestisce, sciaguratamente, la Sanità dell'Isola. Torno sullo scandalo (Osservatorio precedente) dei medici in affitto nell'oristanese. Un bel servizio di Marco Caiazzi, per la trasmissione Fuori dal Coro, di Mario Giordano, ha rivelato giorni fa retroscena preoccupanti. I medici in affitto ricevono, a turno, 600 euro giornalieri. Non devono avere competenza specialistica di Pronto Soccorso. Possono visitare solo pazienti in codice bianco o verde. Negli altri casi, gialli e rossi, se non c'è l'intervento di uno specialista, vengono stabilizzati e trasferiti. Il tutto con guadagni stratosferici per la Società privata che li recluta e gestisce. Sarà un caso, ma questa Società è dislocata in Padania. A Vicenza. Ormai, la salute pubblica in Sardegna viaggia nelle scelte infelici Sardegna-Padania. A cura dell'assessore leghista indigeno Nieddu e di responsabili dell'organizzazione sanitaria importati appunto dalla Padania. Con il beneplacito del Governatore salviniano sardista, Christian Solinas. Tra l'altro il bravo Caiazzi ha scoperto che uno dei medici in affitto nel Pronto Soccorso di Oristano nel 2013 è stato condannato per omicidio colposo. Per una diagnosi errata.

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L'emergenza sanità. Titola in prima la Nuova Sardegna: "Mancano 4 mila infermieri'. Ed aggiunge: "I migliori vengono reclutati nella Penisola". È sostanzialmente quello che accade anche per i medici. I camici bianchi scarseggiano in tutte le strutture ospedaliere e molti lasciano l'Isola. Perché lo fanno? Perché altrove sono trattati meglio. Sotto il profilo personale, degli emolumenti, delle condizioni di lavoro, del rispetto della professionalità. Insomma, delle condizioni di vita. E tutto ciò determina la crisi ed il collasso del sistema sanitario isolano. E la musica è la stessa per gli operatori sanitari. In questo scenario, il Governatore Solinas promette la costruzione di nuovi ospedali a Cagliari, Sassari, Alghero e nel Sulcis. Come se il problema fosse la mancanza di posti letto e reparti. Che in Sardegna chiudono per mancanza di personale. Dietro c'è un piano di impegni finanziari enorme. Che fa gola a tanti. Strategie folli. Come la compagnia marittima sarda che Solinas mise in piedi quando era assessore regionale ai trasporti. Naufragò miseramente in un mare di debiti. Ma per mostrare grandezza bisogna esprimere anche progetti faraonici. Per questo il Governatore ha già piazzato il suo colonnello di ferro, Temussi, al Centro Regionale di Programmazione. Ed ora sistemerà il suo pupillo Lancioni ai Lavori Pubblici. Ed i medici, gli infermieri, gli operatori sanitari che non ci sono? Problema irrilevante.

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Torneremo tutti agricoltori, e sarà la nostra salvezza

 


 

Dal blog https://laveritadininconaco.altervista.org/

Forse ha ragione Nietzsche, forse la storia è davvero un eterno ritorno dell’eguale. Negli anni ’50 eravamo una terra di agricoltori diventati operai. Nel giro di vent’anni gli operai sono diventati impiegati. Il problema sono i figli degli impiegati, cui era stata promessa la luna di un lavoro creativo, senza cravatte, gerarchie, noia. E che, complice la crisi economica, si sono ritrovati, molto più prosaicamente, senza un lavoro. Molti di loro ancora non si sono rassegnati a cercare il loro personale eldorado nella giungla del terziario avanzato. Altri, invece, sono tornati al punto di partenza, ai campi e alla terra: nel 2013, le iscrizioni ai dipartimenti di agraria in tutta Italia sono aumentate del 40% circa.

 

Pauperismo, anti-capitalista? Decrescita felice? Niente di tutto questo. Al contrario, nel 2013, il valore aggiunto dell’agricoltura italiana è cresciuto del 4,7%, mentre il Pil italiano cadeva di quasi due punti percentuali. Nello stesso periodo, anche l’export agricolo italiano è cresciuto del 5%. A differenza di quel che è accaduto in altri settori, questa crescita ha avuto effetti benefici anche sull’occupazione. Nel secondo trimestre del 2014 – periodo  di calo del Pil, tanto per contestualizzare il dato – l’occupazione del settore agricolo è cresciuta del 5,6%.

I numeri di un primato

Dati sorprendenti, questi, ma non certo frutto di una strana e fortunata congiunzione astrale. Pochi se ne sono accorti, in questi anni, ma l’agricoltura è una delle poche vere eccellenze che sono rimaste a questo paese. Come ben racconta l’ultimo rapporto di Fondazione Symbola dedicato all’agricoltura, sono ben 77 i prodotti in cui la quota di mercato mondiale dell’Italia è tra le prime tre al mondo, 23 – pasta, pomodori, aceto, olio, fagioli, tra questi –  in cui è la prima.

La nostra capacità di primeggiare è figlia, soprattutto, della grande qualità delle nostre produzioni. Non è un caso, peraltro, che non ci sia agricoltura in Europa – e poche al mondo – che abbiano una capacità di generare valore aggiunto quanto quella italiana. Da noi, un ettaro di terra, produce 1989 euro di valore aggiunto: ottocento euro in più della Francia, il doppio di Spagna e Francia, il triplo dell’Inghilterra.

Che ci crediate o meno, la nostra – con le sue 814 tonnellate di gas serra emesse per ogni milione di euro di prodotto – è anche una delle agricolture più “pulite” d’Europa. Molto più di quella inglese, ad esempio, che di tonnellate ne emette 1935, o di Germania e Francia, rispettivamente 1.339 e 1.249. È anche una delle più sicure, nonostante tutto: lo scorso anno, solo lo 0,2% dei prodotti agricoli made in Italy ha presentato residui chimici con valori oltre la norma. In Europa questa percentuale è salita all’1%, sino ad arrivare all’1,9% della Francia e al 3,4% della Germania.

Altro dato piuttosto sorprendente è la nostra primazia nell’economia delle produzioni biologiche. Nessun paese Europeo ha tanti produttori quanti ne ha l’Italia, che ne può contare ben 43.852, il 17% di tutti i produttori europei. Se allarghiamo lo sguardo oltre i confini continentali, siamo anche sesti al mondo per ampiezza delle superfici a biologico, che crescono a un ritmo di 70mila ettari l’anno.

Chiamatela bioeconomy

Il risultato di quest’eccellenza è il frutto dell’innesto di menti giovani e di pensieri innovativi dentro mestieri antichi: oggi, un’azienda agricola su tre è guidata da persone che hanno meno di trentacinque anni.  Non ci sono solo loro e non c’è solo l’anagrafe, tuttavia. L’intreccio con nuovi saperi e nuove tecnologie sta davvero cambiando i connotati all’agricoltura: «Un tempo agricoltura era sinonimo di coltivazioni con finalità alimentari, oggi non è più così», spiega Gianluca Carenzo, Direttore del Parco Tecnologico di Lodi, centro di eccellenza nel settore delle biotecnologie e dell’agroalimentare: «Oggi – continua – l’agricoltura è una piattaforma su cui si innestano molteplici tipi di industrie, dalla alimentare alla chimica, dall’energia al tessile».

Ciò di cui parla Carenzo ha un nome: si chiama bioeconomy e comprende tutte le produzioni sostenibili di risorse biologiche rinnovabili e la loro conversione, come ad esempio quella dei flussi di rifiuti in cibo, mangimi, o prodotti bio-based, come le bioplastiche, i biocarburanti e bioenergia. Un macro-settore, questo, che seppur neonato in Italia vale già 241 miliardi di euro e occupa 1,6 milioni di persone.  Questo può essere il futuro roseo per il nostro paese, ritornare su quella strada che in passato ci ha regalato tanto.

 

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venerdì 20 maggio 2022

Portogallo: il più grande impianto solare galleggiante d’Europa - Maria Rita D'Orsogna

 

(dal blog dorsogna@substack.com)


Saranno 12,000 pannelli solari e saranno posti sulla superficie del bacino artificiale Alqueva, in Portogallo. Insieme daranno origine al piu’ grande parco solare galleggiante d’Europa, grande tanto quanto quattro campi di calcio.

L’energia prodotta, circa 5MW, fornira’ un terzo del fabbisogno di due cittadine locali, Moura e Portel, ed avanzeranno ancora l’uso delle rinnovabili in Portogallo.

E’ una soluzione in cui vincono tutti: non c’e’ consumo di suolo e tutta l’infrastruttura di distribuzione esiste gia’ grazie all’impianto idroelettrico esistente collegato alla riserva Alquerva. Anzi i due – solare ed idroelettrico – potranno giocare in simbiosi: l’energia solare in eccesso potra’ essere usata per pompare l’acqua nel bacino artificiale Alquerva che e’ pure il piu’ grande lago artificiale d’Europa.

E se tutto questo non basta ci sara’ anche un impianto di stoccaggio alimentato da batterie al litio che potra’ tenere fino a 1.5 GW di energia in eccesso.

A costruire l’impianto e’ la EDP (Energias de Portugal), la principale fornitrice d’energia nel paese. L’impianto aprira’ in Luglio e la sua costruzione e’ stata accellerata come risposta alla crisi russo-ucraina.

Entro il 2030, la EDP si pone l’obiettivo di fornire 100% di energia rinnovabile.

 

 

Il Portogallo e’ in una posizione geografica ottimale: venti dall’Atlantico, sole e temperature miti. Non usano petrolio o gas russi, lo importano da paesi terzi. Lo stesso pero’ sentono i prezzi aumentare sul mercato globale a causa della crisi e vogliono liberarsi dal giogo degli idrocarburi (russi o di chicchessia) il piu’ presto possibile.

E dunque accelerano. Il campo solare in costruzione costerà’ un terzo di un impianto equivalente a gas.

E non e’ un impianto sperimentale, perche’ hanno gia’ sperimentato. Nel 2017, la EDP ha installato 840 pannelli sulla gida Alto Rabagao per appunto capire come sole ed idroelettrico possono integrarsi. E ci sono altri progetti per il futuro.

70MW per un secondo impianto solare galleggiante.

Cingolani intanto pensa al gas ed oscura le pagine del ministero della transizione ecologica.

 

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giovedì 19 maggio 2022

La truffa della bioplastica, gran parte finisce in discarica o in inceneritore - Greenpeace