mercoledì 31 dicembre 2014

IN BOCCA AL LUPO! (dal blog di Giovanni)


…Mi pare che questa spiegazione inscritta nella foto, abbia un che di etologico che la rende molto condivisibile. La trovo molto bella, limpida, diretta, onesta, persino coraggiosa. Sembra come una finestra sulla lupinità libera, che finalmente abbiamo intenzione di cominciare a guardare, dalla giusta distanza (la distanza del rispetto dello spazio altrui, non la distanza della paura irriflessiva). Se l'augurio è vecchio, questa più recente motivazione gli ridona attualità, lo trasporta verso nuovi territori, abitati da diverse sensibilità, nuove aperture, diversi movimenti verso l'incontro dell'altro - infinite altre singolarità viventi. Anche quelle umane, gli umanimali.

L'armamentario delle spiegazioni che vengono da altre fonti riportate, appaiono invece molto di più come il riflesso di una chiusura oppositiva, di una esclusione: ci raccontano di realtà diverse - anche se a ben pensarci non così tanto, purtroppo (si pensi a Daniza, alle campagne di disinfestazione di nutrie, cinghiali, lupi, ricorrenti in varie Regioni italiane) - fatte di ostilità immediata nei confronti di qualsiasi altro animale.

Per prima cosa, occorre sapere che il significato scaramantico è comune a tutte le spiegazioni. 

Una prima interpretazione…

lunedì 29 dicembre 2014

Il vegano consumatore, il nuovo nemico del vegano etico

Scegliamo il periodo natalizio per affrontare un tema a noi caro e che pensiamo sia di massimo interesse ovvero quello della diffusione capillare del veganismo a partire da premesse non strettamente etico politiche.
Etico politiche.
Esattamente.
Proprio da queste due parole crediamo sia necessario partire per ribadire quelle sono le premesse, gli ambiti di sviluppo e gli obiettivi del veganismo o meglio, quelli che dovrebbero essere viste le derive odierne.
Ma andiamo con ordine.
Il popolo dei vegetariani e soprattutto dei vegani aumenta e lo fa a vista d’occhio: non c’è quasi ormai più un ristorante che non proponga un menù ad hoc e pressocché tutti i programmi tv dedicati alla cucina offrono consigli per preparare piatti a base vegetale. “, parola di Panorama.
Il marketing animalista ha pensato a innumerevoli surrogati di tutti gli alimenti di origine animale. E così, sui banchi vegan troviamo “affettato, salame, wurstel, pancetta, porchetta, macinato per ripieni e ragu’, filetto, arrosto, maionese, latte”, tutti rigorosamente vegetali.”, leggiamo su un altro noto quotidiano on line.
E così potremmo andare avanti per ore tra link di sedicenti VeganCoach ovvero “professionisti” che guidano gli apprendisti vegani nel loro percorso, Pharma-cie Vegan e menu appositi inseriti fra quelli onnivorissimi di ristoranti che per puro business hanno deciso di strizzare l’occhio a chi preferisce il seitan alla costoletta.
Evviva!
Diranno molti di voi pensando che questa diffusione numerica corrisponda a una maggiore diffusione dei contenuti profondi legati al veganismo.

Noi la pensiamo diversamente...
continua qui

(grazie a Giuseppe per la segnalazione)

domenica 28 dicembre 2014

nostra sorella Sandra

L’orango Sandra ha diritto di essere liberata dallo zoo argentino in cui vive. È la conseguenza della sentenza di una Corte di giudici che ha riconosciuto la scimmia come “persona non umana” illegittimamente privata della sua libertà.  

Nel mese di novembre gruppi di attivisti per i diritti animali avevano presentato una petizione per sostenere l’«habeas corpus» a nome di Sandra. Un documento che normalmente viene usato per contestare l’illegittima detenzione di una persona. 

La corte ha considerato Sandra, nata in cattività in Germania e trasferita 20 anni fa in Argentina, come persona “non umana” con diritti fondamentali da tutelare. Ora l’orango di 29 anni, salvo capovolgimenti di sentenza dovuti a possibili ricorsi, dovrebbe finalmente lasciare lo zoo di Buenos Aires per continuare a vivere più in libertà in un santuario per animali. 

Quella presa in Argentina è una « sentenza storica che potrebbe aprire la strada ad ulteriori azioni legali non solo per altri grandi scimmie - spiega a La Nacion Paul Buompadre, avvocato per l’Afada (Association of Officials and Lawyers for Animal Rights) -, ma anche per altri esseri senzienti ingiustamente e arbitrariamente privati della loro libertà negli zoo, circhi, parchi acquatici e laboratori scientifici». 

Solo poche settimane fa, in un’analoga situazione, un tribunale statunitense non aveva riconosciuto lo status di “persona” allo scimpanzé Tommy, negandogli di fatto i diritti e le tutele previste per l’«habeas corpus».  
Nel 2011 la Peta (People for the Ethical Treatment of Animals) aveva intentato una causa contro il gestore del parco marino Seaworld relativamente a cinque orche catturate e detenute “in schiavitù”. La causa però venne respinta da un tribunale di San Diego...

qui un articolo molto interessante, in spagnolo



martedì 23 dicembre 2014

La Sardegna verso la servitù agricola: con le stesse dinamiche che imposero la petrolchimica - Salvatore Cubeddu

A Sassari l’hanno chiamata Matrìca, a Carbonia si chiamerà Mossi&Ghisolfi, a Nuoro vorrebbe farlo Clivati, anche per Chilivani è già stato approvato un progetto per la realizzazione di impianto di biogas con materia prima proveniente dall’agricoltura. Neanche se la Sardegna fosse il doppio di quella che è, basterebbe a nutrire questi impianti voraci. Si tratta di notizie riprese negli ultimi giorni. Con una nuova e peggiore, che va loro incontro: non è vero che il governo rinuncia a far pagare l’Imu dei terreni agricoli, ne ha solo spostato a gennaio il versamento.
Mentre noi si viaggia nelle strade per protestare contro l’occupazione militare delle nostre terre e l’arrivo delle scorie nucleari, la conferma del solito meccanismo di sviluppo ci si para davanti agli occhi, in avvio per i prossimi trenta-cinquanta anni. E se, come affermato ieri, pare che il Pd diSoru voglia essere partecipe dei movimenti anti-servitù, lo stesso partito risulta il protagonista politico e l’interlocutore sardo dell’invasione delle campagne sarde con le coltivazioni di cardi e di canne, le cui caratteristiche infestanti e consumatrici di acqua e suolo lascio descrivere agli esperti agronomi. Comunque, una tragedia per l’agricoltura e per l’economia sarda.
La gestione delle motivazioni è quella che portò alla petrolchimica di sessant’anni orsono: la fame di occupazione “moderna” e l’adeguamento dell’Isola agli standard continentali. Qualche giorno fa erano i sindacati chimici ad insistere con Pigliaru perché non abbia indecisioni verso Matrìca: in realtà erano in piazza per bloccare le crescenti incertezze sugli enormi svantaggi e danni per la Sardegna del procedere del progetto. Matrìca ed i suoi sindacati (chi non è dentro la materia non sa che il sindacato dei chimici nei fatti non è altro che un coordinamento di organismi sindacali aziendali, ai quali sarebbe drammatico affidare i nostri destini) hanno puntato sull’esclusiva per sé dell’utilizzo delle terre sarde, sono loro che per primi hanno “occupato il posto”, legato a sé l’università di Sassari ed il ceto politico locale, fatto le sperimentazioni promettendo risanamenti ambientali sempre rimandati ed occupazione probabilmente gonfiata.
Nel frattempo altri vogliono attingere a quel piatto, indifferenti al fatto che la Sardegna ha surplus di costosa energia e disattenti al fatto che il territorio non regge tutta quella richiesta di coltivazione e che la gente va imparando a porsi le giuste domande: a chi giova? Quali prezzi, e fino a che punto, l’Isola è disponibile a pagare per quelle decine di occupati, costretti a venire utilizzati già dall’inizio quale arma di ricatto contro l’interesse generale di un’agricoltura produttrice di beni commestibili, per difendere invece gli interessi esterni importati dai tramiti locali? Argomentazioni quali le nostre iniziano a penetrare.
Tore Cherchi – che ha sul tavolo un investimento di bioraffineria di canne da 220 milioni di euro del gruppo Mossi&Ghisolfi, che dovrebbe creare 300 posti di lavoro (150 diretti) a Porto Vesme – non ci dice di quanta terra avrà bisogno per arrivare a 80mila tonnellate l’anno di etanolo. Preferisce parlare di “una opportunità per la notevole estensione di terre marginali (la canna cresce anche in aree salse o da bonificare)”.
Nella sua ottica il problema delle terre risulta successivo e secondario, per noi resta principale: una volta che l’investimento fosse realizzato, sarebbe facile contrapporre il destino di quei pochi operai a quello dei giovani che volessero tornare alla terra. Tema di sovranità alimentare e di presenza agricola nel nostro territorio. C’è poi la giusta paura del monopsonio: una cordata delle aziende utilizzatrici dei cardi e delle canne controllerebbe i prezzi della materia prima, con gli effetti da noi già sperimentati con i caseari romani ed il latte portato dai pastori. Prima o poi i coltivatori di canne e cardi sarebbero costretti a vendere le terre.
Questo processo verrà accelerato dal pagamento dell’Imu. Parte delle nostre campagne sono in mano ad affittuari che le leggi hanno favorito. Proprietari lontani o anziani troveranno dannoso possedere delle terre oppresse dalle tasse, accetteranno qualsiasi compenso che l’industria fosse all’inizio disponibile ad offrire, ad affittarle per un lungo periodo e persino a venderle del tutto. Immaginatevi le terre sarde in acquisto da parte di associati all’Eni o al gruppo Mossi&Ghisolfi: non vi richiama il land grabbing (accaparramento delle terre) attuata dei cinesi in Africa?
Ma proiettatevi in avanti, anno dopo anno, con l’indispensabile ricambio dei coltivi già irrorati di concimi per le sementi agricole geneticamente modificate: una terra non nostra e non più fungibile per le coltivazioni di cui abbiamo bisogno e che ora importiamo. Peggio: interi territori diventerebbero disponibili all’acquisto da parte delle multinazionali. Non peccate di fantasia: pensate che, anche per il turismo, un territorio invaso da cardi e canne sia paragonabile all’attuale coperto da natura, greggi e coltivazioni?
Il tema che andiamo affrontando rappresenta una conquista di territorio assimilabile alle servitù militari. Dopo quella militare, industriale, ambientale e culturale è in atto la costruzione della servitù agricola. Come le altre, richiesta persino da parte di alcuni di noi.
Perché: pensate che, venerdì prossimo, quando Pigliaru incontrerà a Nuoro la classe dirigente locale, questa non gli rivolgerà la domanda che ieri faceva a se stesso Clivati da Ottana: “Dobbiamo puntare su una produzione biosostenibile, ma per farlo occorrono interventi da parte del Governo e della Regione!”. Li avrà con sé tutti, i dirigenti locali. Ed i Nuoresi chiederanno di avere pure loro la fabbrica di biodisel per la piana di Ottana e per tutta la provincia. Lo rivendicheranno come un loro diritto. E che: loro sono da meno dei Sassaresi e dei Sulcitani?
Salvatore Cubeddu

lunedì 22 dicembre 2014

Una mano che cura - Maria D’Asaro

A Palermo, su certi slabbrati marciapiedi di periferia, tra feci canine essiccate e rifiuti di ogni genere, il passante meno distratto nota anche talvolta dei recipienti di acqua ricavati da piccole vaschette o da bottiglie di plastica tagliate a metà: indovina che una mano pietosa li ha deposti lì perché qualche volatile o animale randagio, cane o gatto che sia, se ne possa servire. Mentre non è raro trovare, ai piedi di un albero o nei pressi di un giardino abbandonato, vaschette con resti di cibo, scorgere anche i recipienti colmi di acqua fresca e pulita è meno frequente. E allora il passante mastica piano un pensiero e nutre nel cuore un filo di gioia: finché il desiderio di cura alberga in anime generose, fino a quando qualcuno si preoccupa di dare da bere a sconosciute creature di strada, c’è ancora un po’di speranza di vita buona, in questo pianeta.                                                       
da qui

mercoledì 17 dicembre 2014

Vieni a vivere a Tula

“Non ne potete più dei ritmi della città? Sognate una qualità della vita migliore? Pensate di cambiare aria? Siete alla ricerca della serenità nonostante le difficoltà del nostro tempo? La soluzione è Tula“. È la trovata promozionale del sindaco della cittadina, Andrea Becca, e dell’assessore comunale della Comunicazione, Francesca Violante Rosso. Da alcuni anni l’amministrazione della cittadina a metà strada tra Sassari e Olbia, le tenta tutte per  far fronte ai problemi di spopolamento e invecchiamento. E ora che gli italiani rimettono al primo posto delle loro priorità la qualità della vita, gli amministratori di Tula lanciano la nuova campagna di comunicazione.
Il progetto si chiama “Vieni a vivere a Tula” ed è stato presentato oggi, nel corso di una conferenza stampa nella sede di rappresentanza del Comune. Già la scorsa estate Tula era stato promosso come uno dei paesi italiani con la più bassa pressione fiscale, a partire dal contenimento della tassa sui rifiuti e l’azzeramento dell’Imu. Ora, per stimolare ulteriormente il mercato immobiliare, scongiurare la fuga delle giovani generazioni e invogliare anche nuovi arrivi, il Comune si fa promotore diretto delle potenzialità del paese. “Agli elevati standard ambientali si uniscono alti indici di qualità sotto altri aspetti” assicurano gli amministratori. A Tula, che attualmente ha una popolazione 1500 persone, tutto funziona bene: dall’assistenza domiciliare per anziani e disabili all’assistenza per le persone che si trovano in una temporanea condizione di difficoltà economica, dal centro di ascolto gestito con il supporto di uno psicologo al centro di aggregazione sociale, dalla ludoteca alle numerose attività ricreative, dal bonus bebè al sostengo per chi abita nell’agro. “Perché non venire a vivere a Tula?”, si chiedono allora il sindaco Becca e l’assessore, tanto più che “anche dal punto di vista artistico e culturale, Tula è uno dei centri più vivaci della Sardegna”.
da qui

martedì 16 dicembre 2014

una lettera di Walter Piludu (sulla fine)

(Ad Angelino Alfano, Silvio Berlusconi, Beppe Grillo, Giorgia Meloni, Mario Monti, Matteo Renzi, Matteo Salvini, Niki Vendola. In forma privata e in forma pubblica, scrivo a voi, leader di forze presenti nel Parlamento della Repubblica, per sottoporvi una questione, al tempo stesso, personale e generale: il problema del fine vita)
Mi chiamo Walter Piludu, ho 64 anni, vivo a Cagliari.
Nell’agosto del 2011 mi è stata diagnosticata la SLA. Posso scrivere questa lettera solo grazie ad un computer a comandi oculari.
La malattia ha infatti progredito velocemente nel suo avido tragitto: da metà del 2013 sono completamente immobilizzato, vivo con un tubo che collega, 24 ore al giorno, il mio naso ad un respiratore meccanico, le mie funzioni vocali sono fortemente compromesse, non avendo più il riflesso difensivo della tosse mangio e bevo ogni volta con il terrore che qualcosa vada di traverso – mi è già successo due volte – generando una situazione terribile di soffocamento. Inoltre, vivendo solo da molti anni, ho dovuto abituarmi a condividere la mia casa di 80 mq. con badanti extra-comunitari ai quali mi sono dovuto affidare, giorno e notte.
Queste notazioni credo siano utili per tentare di trasmettere una specifica concretezza ad una questione che altrimenti potrebbe essere declinata a mera questione filosofica astratta.
Peraltro, ad onta della mia condizione, non sono afflitto da fisime suicidarie e, anzi, facendo leva sulle mie residue risorse intellettuali, sulla vicinanza di alcune care amicizie e, soprattutto, sugli affetti familiari, riesco tuttora a trovare un senso alla mia esperienza umana.
Sono però del tutto consapevole del mio destino: sempre che non intervenga prima una fatale crisi respiratoria che sopravanzi l’azione meccanica del respiratore, sono condannato a perdere completamente – più prima che poi – le mie funzioni vocali.
A tale evento – non aggirabile, secondo il mio attuale sentire, da nessun marchingegno elettronico per ragioni sia pratiche sia spirituali – io ho deciso di collegare il punto finale della mia vita.
Non avendo avuto in dote alcuna credenza religiosa e avendo il sereno convincimento che la morte sia la fine di tutto, non prendo affatto sottogamba questo tema.
Appunto perché la vita è una, unica, irripetibile esperienza, essa deve poter essere vissuta senza essere avvertita come una insopportabile prigione.
C’è, insomma, un diritto inalienabile, di dignità e di libertà, che deve essere garantito ad ogni persona.
E allora io mi chiedo e vi chiedo: come potrò rendere operative le mie volontà?
Mi chiedo e vi chiedo: perché costringermi ad andare in Svizzera invece di poterlo fare vicino ai miei affetti, nella mia terra, nella mia patria?
Ancora, mi chiedo e vi chiedo: se, come temo, non potrò andare in Svizzera, in ragione di insuperabili ostacoli logistici ed emozionali, in quale altro modo potrò realizzare la mia volontà se non col rifiuto di acqua e cibo e, dunque, con una lenta morte per sete e fame?
Naturalmente, c’è sempre la possibilità – quien sabe?- che, al momento cruciale, io possa cambiare idea o perdere la forza necessaria. Ma se la mia determinazione avrà la meglio sulla mia eventuale incertezza, mi chiedo e vi chiedo: è accettabile, è umano, è pietoso costringere una persona e i suoi cari ad un tale fardello di prolungata, indicibile sofferenza?
Ho abusato, e me ne scuso, con l’artificio delle domande retoriche. Quanto alla ruvida asprezza della descrizione della mia “soluzione finale”, preferisco il rischio di apparire fastidioso o invadente pur di non rinunciare a trasmettere a voi, leader della politica, il sentimento di angoscia nel quale vive un vostro concittadino.
Non ho mai avuto simpatia per la faciloneria e la superficialità e, dunque, ho la piena consapevolezza che non bastano queste mie scarne, individuali considerazioni sul fine vita o – per chiamare le cose con il loro nome – sull’eutanasia, a scalare la vetta della enorme complessità di questo problema, nel quale si intrecciano aspetti, ognuno degno di rispetto, di ordine filosofico, religioso, medico, legale.
Per di più – avendo partecipato, pur in modo microscopico, dalla fine degli anni ’60 ai primi anni ’90, alle cose della politica come funzionario e dirigente locale del PCI e come assessore e Presidente della Provincia di Cagliari – non mi sfuggono le difficoltà della politica a misurarsi su questo tema, stretta come è da una pluralità di convincimenti ideali, appartenenze ideologiche, considerazioni di opportunità, valutazioni di utilità.
Ma, pur non dimenticando che anche la non decisione è una decisione, so che l’essenza, vorrei dire la nobiltà, della politica sta nella sua capacità di osare, nel coraggio di assumere decisioni in grado, a volte in tempi imprevedibilmente rapidi, di rendere migliore la vita delle persone e della società.
E’ in nome di questi valori alti della politica che mi sono rivolto a voi nella vostra funzione di leader ma anche in quanto persone, in ciascuna delle quali, ne sono certo,  risiede un forte attaccamento ai princìpi di libertà e un sentimento genuino di umanità e di compassione.
Ho già avuto la sfrontatezza di indirizzarvi questa lettera e non ho, assolutamente, l’aspettativa di una vostra risposta.
Sento invece di chiedervi un silenzio operoso: perché, senza sgargianti bandierine di parte e senza querule primazie propagandistiche, almeno su un tema come questo, si riesca a trovare l’inedito coraggio di una sostanziale intesa che stimoli la predisposizione di un serio e approfondito disegno di legge e faciliti la scelta di un percorso parlamentare efficace e concludente, in un quadro, se non di auspicabile ma improbabile unanimismo, almeno di assenza di battaglie campali.
E’ una richiesta ingenua la mia? Sì, certamente lo è. Ma, credetemi, nella disperazione anche l’ingenuità può offrire un po’ di energia vitale e un po’ di speranza.
Il nostro Paese, per compiere un decisivo passo in avanti verso una più giusta e moderna civiltà, deve dotarsi di una sapiente legge sul fine vita.
E allora, per concludere questa lunga lettera, non se ne avrà a male Alessandro Manzoni se prendo in prestito – modificandola alla bisogna – una delle sue più celebri frasi: «con juicio» ma «adelante». (Cagliari, 29 settembre 2014)