venerdì 22 dicembre 2023

Musei, una questione privata - Lorenzo Bagnoli, Lorenzo Buonarosa

 

Da anni gli ingressi sono gestiti da società private. Le rivendite non autorizzate e la gestione delle concessioni spingono per soluzioni diverse. Il Pnrr ha messo sul piatto milioni per una nuova piattaforma. I dubbi però restano su cosa potrà davvero migliorare

A Roma, ogni mattina, in qualsiasi stagione, centinaia di turisti fanno la fila per comprare un biglietto per il Parco Archeologico del Colosseo. Il rituale, dopo la parentesi della pandemia, ha ripreso a maggio 2023, quando ha riaperto anche la biglietteria fisica. Trovare un titolo d’ingresso è quasi impossibile: anche le prevendite online si esauriscono già un mese prima della data prevista per la visita. A comprare gran parte dei tagliandi sono speculatori che li rivendono a prezzi maggiorati. Ci sono i classici bagarini, ma persino piattaforme online che sparano prezzi alle stelle almeno da novembre 2022, aggiungendo al singolo biglietto altri servizi “imposti”: dall’audioguida al “saltafila”, dal prelievo in albergo fino al giro turistico della città. La discrepanza dai prezzi nominali è enorme: dai 16 euro più due di prevendita, previsti per l’ingresso, si passa ai 68 euro per una visita guidata esposti da una delle piattaforme il 28 aprile 2023.

Dalla metà del 2022 in alcuni siti archeologici, Colosseo compreso, sono stati introdotti dei biglietti nominali, ma per ora la soluzione non è sufficiente, secondo quanto denuncia l’Associazione guide turistiche abilitate (Agta): «I biglietti nominativi da soli non potranno risolvere la situazione, perché il problema vero è che la domanda supera l’offerta», scrive l’associazione in una nota del 18 ottobre.

Con l’arrivo dei 4,28 miliardi destinati alla cultura all’interno del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), i governi prima Draghi e poi Meloni vorrebbero mettere un freno a ogni forma di bagarinaggio attraverso 32 milioni di euro previsti per la digitalizzazione della cultura da investire in un progetto che comprende una piattaforma per semplificare l’acquisto e la prenotazione dei biglietti per i visitatori. Il problema però è che oltre agli abusivi c’è un sistema di gestione delle attività museali, che ormai da trent’anni ha costituito un oligopolio.

Con la legge del 1993 firmata da Alberto Ronchey, all’epoca ministro della Cultura, sono stati infatti affidati a enti gestori privati i servizi aggiuntivi dei musei, inclusa la vendita dei biglietti. Società che adesso difficilmente si faranno da parte. Di questo gruppo di società si parla già in una relazione del 2005 della Corte dei Conti, relativa alla «gestione sui servizi d’assistenza culturale e d’ospitalità per il pubblico negli istituti e luoghi di cultura dello Stato»: «Solo otto società concessionarie gestiscono oltre il 90% dei servizi nei musei, delle quali una soltanto è presente in ben 24, con ricavi che si avvicinano al 24% degli introiti totali», si legge nella relazione.

LE SOCIETÀ CHE GESTISCONO I MUSEI ITALIANI

Nel 2013 e nel 2014 la Corte dei Conti si è espressa per segnalare proprio l’aumento del costo dei biglietti del Colosseo, con la ripartizione degli introiti tra pubblico e privato completamente sbilanciata verso quest’ultimo: 30,2% al primo e 69,8% al secondo. Nel 2014 la Corte ha segnalato le irregolarità di ripartizioni in alcune mostre organizzate alla Galleria D’arte Moderna di Roma e a Villa Adriana. I magistrati contabili hanno sottolineato che «non sono rispettati i tetti percentuali di ripartizione tra amministrazione e società concessionarie dei servizi di biglietteria delle entrate rivenienti dalla vendita dei biglietti»…

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giovedì 21 dicembre 2023

Il Congresso brasiliano rigetta il veto di Lula sul PL2903: la reazione di Survival

 

Il Congresso brasiliano ha approvato una nuova legge contenente una serie di misure anti-indigene estreme, annullando gran parte dei veti che il Presidente Lula aveva posto sugli elementi più gravi.

Queste misure, che ora diventano legge, costituiscono “l’attacco più grave e feroce ai diritti indigeni degli ultimi decenni” secondo Survival International.

Il Congresso è dominato dalla lobby mineraria e dell’agrobusiness e da ricchi proprietari terrieri alleati dell’ex Presidente Bolsonaro, nonostante questo sia stato sconfitto dal Presidente Lula alle ultime elezioni di un anno fa.

Con la nuova legge, trafficanti di legname, allevatori e altri che hanno invaso illegalmente i territori indigeni potranno restare a distruggere le foreste fino a quando quelle terre non saranno ufficialmente demarcate – un processo che normalmente richiede decenni.

Molti popoli indigeni potrebbero non poter fare mai più ritorno alla loro terra perché la legge riconosce anche il Marco Temporal (limite temporale), nonostante la Corte Suprema del paese lo abbia respinto solo pochi mesi fa giudicandolo anticostituzionale. Il Marco Temporal è uno stratagemma pro-business che afferma che i popoli indigeni che non possono provare che nell’ottobre 1988 (quando fu promulgata la Costituzione brasiliana) abitavano nelle loro terre non vedranno più riconosciuti i loro diritti su di esse.

L’Associazione dei popoli indigeni del Brasile, APIB, ha annunciato che farà nuovamente ricorso alla Corte Suprema. 

“Questa legge fa a pezzi molte delle protezioni legali sulle terre indigene garantite dalla Costituzione, e le butta nella spazzatura” ha dichiarato oggi la Direttrice generale di Survival International, Caroline Pearce. “Dà a grandi aziende e bande criminali che stanno dietro la maggior parte della deforestazione e delle attività minerarie in Brasile ancora più libertà di invadere i territori indigeni e di farvi ciò che vogliono. Segna la rovina di gran parte dell’Amazzonia e di tutte le foreste del Brasile.”

“Questa legge è assolutamente disastrosa per le tribù incontattate del Brasile – che, quando le loro terre vengono invase, sono tra i popoli più vulnerabili del pianeta – e per tutti i popoli indigeni del paese. Questi popoli continueranno a resistere con la stessa determinazione che hanno dimostrato durante il regime genocida di Bolsonaro. E i loro alleati in tutto il mondo, come Survival, continueranno a restare con forza al loro fianco. Permettere che tutto questo passi incontrastato annullerebbe decenni di graduali progressi nel riconoscimento dei diritti indigeni.”

https://www.survival.it/notizie/13854

mercoledì 20 dicembre 2023

Il Gruppo d’Intervento Giuridico nell’ultimo anno. E che cosa farà.

il Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) … protagonista di durissime battaglie a colpi di codice civile (in gran parte vinte o stravinte) contro tante storture edilizie e leggine criminogene di mezza Italia”.

Così Gian Antonio Stella  (Il Corriere della Sera, «L’ecomostro» davanti a Tavolara per le nozze del principe di Giordania. Tirato su per Hussein di Giordania. I timori dei residenti. «Il giorno dopo deve essere tutto smontato, a costo di andare con la chiave inglese», 23 maggio 2023).

 

Così ne parla Paolo Biondani: “da anni difende il territorio italiano … il Gruppo d’Intervento Giuridico (Grig)” (Chi appicca un incendio in Italia resta impunito, L’Espresso, 7 settembre 2023).

 

E così ci ha delineato Salvatore Settis“Fra coloro che, per scardinare l’ingiustizia e l’assalto ai beni comuni, praticano la tattica puntiforme della protesta o del ricorso in giudizio su questioni singole, secondo il modello degli advocacy groups, l’esempio più interessante in Italia è probabilmente il Grig (Gruppo di intervento giuridico) di Cagliari, attivo dal 1992, che ha svolto più di duemila azioni legali in difesa dell’ambiente in Sardegna, ma è recentemente ‘sbarcato’ in Toscana impegnandosi su azioni concrete (Tav sotto Firenze, tenuta di Rimigliano in Comune di San Vincenzo, inquinamento a Piombino)” (in Azione popolare. Cittadini per il bene comune, Einaudi, 2012, pag. 208).

Da più di trent’anni esiste il GrIG: ecco che cosa ha fatto nell’ultimo anno e che cosa farà…

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domenica 17 dicembre 2023

COP 28, finite le comiche

Cop 28, grottesca o tragica? - Guido Viale 

Erano 97.372 – in rappresentanza di 198 nazioni – i “delegati”
ufficialmente registrati per partecipare, a Dubai, alla ventottesima COP
 (Conferenza delle Parti, in attuazione della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici – UNFCCC – varata a Rio de Janeiro nel 1992): tanti quanti gli abitanti di una media città italiana. E tutti arrivati e ripartiti in aereo (i VIP su aerei privati: fanno bene al clima) e alloggiati e nutriti in alberghi che a Dubai non costano meno di 500 euro a notte: a spese, ovviamente dei rispettivi Stati e aziende di appartenenza. Si tratta di ministri, sottosegretari, diplomatici, funzionari governativi, esperti, tecnici, manager, quadri e consulenti aziendali, giornalisti, spie, amanti, rappresentanti di partiti e di associazioni “embedded” (cioè sostenute da Governi o aziende), lobbisti: 2.500 solo per il settore “oil and gas”, il triplo che all’ultima COP. Visti i costi e le prospettive nulle se non negative dei risultati attesi, molte associazioni non embedded si sono risparmiate il viaggio a Dubai, a differenza di quanto accadeva nelle COP precedenti, dove la loro presenza, per contestare la condotta dei rispettivi governi, era massiccia. A Dubai, d’altronde, le contestazioni non sono gradite.

Si è trattato della ventottesima conferenza convocata per affrontare la crisi climatica. In tutte le ventisette conferenze precedenti, con una mobilitazione di delegati da tutto il mondo di consistenza analoga, questi erano riusciti a discutere del clima per giorni e giorni (in media 10 e più per COP) senza mai nemmeno nominare – era un tabù – i combustibili fossili. Cioè, ciò che fin dagli anni ’50 del secolo scorso – ma anche prima – gli scienziati del clima avevano indicato come principale causa del progressivo riscaldamento del pianeta Terra, avvertendo che proseguire nel loro consumo rappresentava una minaccia mortale per il futuro della vita di tutto il genere umano. Detto in altre parole, tutto quel movimento di uomini, donne, denaro e proclami, per farli incontrare una volta all’anno a discutere di clima, era finalizzato a concentrare l’attenzione dell’opinione pubblica – e non solo quella occidentale; nei paesi del Sud del mondo, i più colpiti dalla crisi climatica, l’attenzione per il problema è ben maggiore – sul dito (lo spettacolo delle COP) invece che sulla luna (i combustibili fossili). Evitando accuratamente di affrontare l’oggetto di cui avrebbero dovuto occuparsi. Adesso, al ventottesimo giro, i combustibili fossili sono stati finalmente nominati nel comunicato finale detto, non so perché, Stocktake: art. 28 D, “transition away from fossil fuels”, cioè abbandonare (?) i combustibili fossili, senza però indicare le tappe di questo abbandono, ma solo l’obiettivo finale dello zero net emissions al 2050, dove, come vedremo, net significa continuare a usarli se si riesce a compensarne o nasconderne – sottoterra – le emissioni. Tutto qui? Sì; ma la cosa è stata presentata come una svolta “storica”.

Sembra una barzelletta. Ma nella nostra epoca non c’è limite al grottesco. Infatti a ospitare COP 28 è stata designata la città di Dubai, capitale degli Emirati Arabi Uniti, uno dei principali produttori e fornitori mondiali di petrolio e gas; e a presiederla è stato nominato il principe Sultan Al Jaber, Ceo, cioè amministratore delegato, della Adnoc, la compagnia di Stato che gestisce le risorse fossili del paese. Come dire portare l’Avis in casa di Dracula. E per non farsi mancare niente, a ospitare la prossima COP (la 29) è già stato indicato l’Azerbaigian, un altro Stato che vive di gas e petrolio. Sono decisioni prese dagli Stati che controllano l’ONU e c’è da chiedersi se in queste scelte abbia prevalso il cinismo o l’insipienza delle loro classi di governo; in ogni caso, ha prevalso la loro miseria. Siamo tutti – noi, la popolazione mondiale – in brutte mani.

E infatti la COP 28 è stata aperta da un intervento di Al Jaber secondo cui la riduzione delle emissioni di gas di serra per contenere la crisi climatica non ha basi scientifiche ed è stata chiusa, prima di approvare per acclamazione lo Stocktake, da una lettera del presidente dell’Opec+ (il cartello dei principali produttori di petrolio del mondo) che  diffidava i convenuti dal metterei in discussione l’utilizzo dei combustibili fossili, posizioni poi solo in parte ammorbidite nello Stocktake. Ma già che erano là a parlare di clima, i grandi produttori e utilizzatori di fossili ne hanno approfittato, a latere della conferenza, per fare accordi e siglare contratti: insomma, a trasformare la COP in una fiera-mercato del fossile.

I risultati si vedono: a fronte del riferimento “storico” ai fossil fuels lo Stocktake ha piantato dei paletti per renderlo del tutto inefficace, promuovendo, accanto all’obiettivo di triplicare le rinnovabili entro il 2030 (ma a molti paesi mancano i mezzi per farlo e la conferenza è stata parecchio attenta a non metterne di sostanziali a disposizione dei paesi più poveri o più colpiti dalla crisi climatica), alcune soluzioni che procrastinano a azzerano l’uscita dai fossili: il gas naturale, rinominato “combustibile di transizione”, con tutto l’apparato di impianti (tubi, metaniere, gassificatori e degassificatori, impianti di termogenerazione, ecc.) che richiedono decenni per essere ammortizzati; il nucleare (solo il ministro italiano Tajani ha avuto il coraggio di nominare la fusione, come se l’avesse già in tasca), in un momento in cui tutti parlano di mini-nucleare (impianti “piccoli” e diffusi, che moltiplicano rischi, costi e militarizzazione del territorio). Ma l’unica impresa (Usa) arrivata a rendere operativa la loro costruzione è appena fallita. Altri impianti sono in costruzione da decenni, mentre quelli esistenti sono sempre più vecchi e insicuri, moltiplicandone rischi e costi. D’altronde tutti ormai sanno che il nucleare costa già ora più del gas e delle rinnovabili; costerà sempre di più e ha, e avrà sempre di più, bisogno di essere sostenuto, anche economicamente, dagli Stati. E, infine il CCS (Cattura e sequestro del carbonio), che consiste nel prelevare la CO2 all’uscita dagli impianti o direttamente in cielo per comprimerla e iniettarla sottoterra o sotto i mari, in giacimenti di petrolio e gas esauriti, da cui poi potrebbe fuoriuscire quando meno te lo aspetti. D’altronde anche questa tecnologia funziona poco, costa carissima: il più grande impianto di CCS del mondo, della Chevron in Australia, è appena fallito anche lui. Ma sono tutte proposte che hanno il solo scopo di rendere meno urgente il passaggio alle rinnovabili, legittimando la prosecuzione del ricorso ai fossili (carbone compreso, il più pestilenziale, ma anche il più utilizzato).

Così, se andiamo a guardare dietro le quinte delle risoluzioni storiche di questa COP, nei programmi di investimento dei principali produttori e utilizzatori di combustibili fossili, scopriamo che, come sostiene lo Stockolm Environment Institute: “I governi hanno ancora in programma di produrre più del doppio della quantità di combustibili fossili nel 2030 rispetto a quello che sarebbe compatibile con la limitazione del riscaldamento climatico a 1,5°C”. Il fatto è, come scrive Mario Tozzi su La Stampa del 13 dicembre, che “nessuno dei potenti del pianeta Terra riesce anche solo a immaginare un mondo senza combustibili fossili e se tu non lo immagini ora, quel mondo non sarà mai possibile”. Dunque, immaginarlo, anche nei suoi risvolti pratici, paese per paese, città per città, strada per strada, per poi imporlo ai nostri governanti, tocca a noi.

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Emiri, nucleare e Istituto Luce - Angelo Tartaglia 

Un osservatore situato in una galassia lontana lontana, ma in grado di assistere in tempo reale alle vicende terrene troverebbe la situazione irresistibilmente comica.

Riassumiamo: la comunità scientifica del nostro pianeta segnala in maniera inequivocabile (nel senso scientifico del termine, con misurazioni effettuate in molti modi diversi da gruppi diversi in luoghi diversi, con raffinatissimi sistemi di calcolo, con stime delle incertezze e così via) che il clima è ormai prossimo a un tracollo, ovvero a un brusco riassestarsi della circolazione atmosferica e marina, nonché del regime e della violenza delle precipitazioni; i prodromi di questo collasso sono peraltro già visibili attraverso il manifestarsi a ritmo accelerato dei cosiddetti “eventi estremi”; danni e sofferenze connessi con questi eventi estremi sono molto ingenti e si scaricano più drammaticamente sulle popolazioni più fragili (la stragrande maggioranza dell’umanità). Tutto questo è direttamente connesso col fatto che l’umanità sta modificando le proprietà fisiche dell’atmosfera con l’immissione a ritmo accelerato dei cosiddetti gas climalteranti, in particolare la CO2, che provengono, in grandissima misura, dall’uso dei combustibili fossili come carbone, petrolio e gas naturale: oggi come oggi essi coprono l’81% del fabbisogno energetico dell’umanità. Dopo decenni da che i primi razionalissimi allarmi sono stati lanciati, i governi – e, più in generale, coloro che hanno potestà di assumere decisioni relative alle politiche energetiche e all’economia della terra intera – hanno cominciato a prendere atto e a riunirsi per concordare il percorso da seguire per riprendere il controllo della situazione e porre fine in primo luogo all’uso di combustibili fossili e poi, comunque, alle devastazioni ambientali che comportano pesanti ricadute sull’umanità come tale e su tutta la biosfera. Sono così nate le Conferenze delle Parti (COP) che anno dopo anno hanno portato alla redazione di importanti dichiarazioni e liste di buoni propositi, cui non sono seguite per lo più azioni concrete, tanto è vero che la quantità di CO2 in atmosfera ha continuato a crescere in maniera accelerata e altrettanto ha fatto il riscaldamento globale.

Bene. Siamo così arrivati alla COP28, ospitata negli Emirati Arabi Uniti, a Dubai, uno fra i paesi col più alto consumo di energia pro capite che deve l’oceano di denaro in cui nuota proprio ai combustibili fossili. A presiedere la conferenza viene chiamato un signore (Sultan Ahmed Al Jaber) che è anche a capo della compagnia petrolifera nazionale di Abu Dabi e che in un’intervista dichiara che non ci sono evidenze scientifiche che il mutamento climatico in atto si fermerebbe abbandonando i combustibili fossili e che facendo a meno del petrolio torneremmo all’epoca delle caverne. Per altro la città di Dubai (come altre tra Arabia Saudita ed Emirati) è uno splendido esempio dell’opposto di quel che bisognerebbe fare per gestire in modo concreto ed equo la situazione: l’esaltazione dello spreco, del lusso e delle differenze è in ogni angolo. Chissà se l’importanza di questa conferenza è confermata dalla straordinaria partecipazione da tutto il mondo. Qualche decina di migliaia di persone (!): tutti competenti ed esperti di questioni climatiche e di economia, naturalmente. Qualche migliaio sono i tipici lobbisti retribuiti dalle grandi imprese dei fossili: chissà cosa saranno lì a difendere? Naturalmente nessuno ha fatto il bilancio del carbonio di questa gigantesca scampagnata planetaria.

Già così il nostro remoto osservatore della galassia menzionata all’inizio avrebbe abbondantemente di che sollazzarsi, ma, per noi che ci siamo dentro, la situazione ha decisamente molto più del tragico che del comico. Tuttavia bisogna riconoscere che già dal secondo giorno la COP28 un risultato lo ha ottenuto: 22 paesi si sono impegnati a triplicare la produzione di energia nucleare entro il 2050, perché questo sarebbe il modo più veloce per liberarsi dalla dipendenza dai combustibili fossili. Il nostro osservatore galattico sgrana gli occhi: per realizzare una nuova centrale a partire da oggi ci vogliono, dicono le statistiche ed esempi recenti, una quindicina di anni e un sacco di soldi (da 10 a 15 miliardi di euro o, se preferite, dollari a centrale); moltiplicando per tre la produzione mondiale di energia nucleare si arriverebbe a un 12% dell’attuale consumo dell’umanità. Insomma l’energia nucleare in sé non sarebbe risolutiva; non solo, ma gli ingentissimi investimenti (tutti pubblici) richiesti sarebbero in competizione con lo sviluppo delle cosiddette rinnovabili, che, tra l’altro, se consideriamo il sole, hanno una potenzialità pari ad alcune migliaia di volte il fabbisogno umano. Consideriamo anche che le tecnologie richieste dalle rinnovabili (sole, vento e idroelettricità in primis) sono ben note e in generale l’installazione di impianti di produzione è estremamente più rapida della costruzione delle centrali nucleari; anche il problema dell’accumulo dell’energia per trasferirla dalle fasi di sovrapproduzione a quelle di penuria o assenza di produzione ha svariate soluzioni concrete ed è un tema in rapida e positiva evoluzione tecnologica.

Ovviamente i 22 dell’accordo di Dubai sono tutti paesi che hanno già in casa delle centrali nucleari. Per lo più (sicuramente nel caso della Francia, degli Stati Uniti e del Regno Unito) una buona parte delle loro centrali sono “vecchie” ossia prossime alla data della dismissione (la vita utile di una centrale a fissione è dell’ordine dei 40 anni anche se in qualche caso la si prolunga di un’altra decina d’anni a scapito della sicurezza), con la prospettiva di costi elevatissimi legati allo smantellamento o decommissioning che dir si voglia. Ecco che qui, come accade a un tossicodipendente, questi governanti si danno da fare per illudersi di superare le difficoltà lanciando una nuova dose che gli permetta, secondo loro, di gestire economicamente i costi indotti della vecchia. È ormai risaputo che, dal punto di vista dell’economia tradizionale, il nucleare non è competitivo e nemmeno conveniente: lo si può mantenere in vita solo con grandissime iniezioni di denaro pubblico erogato a debito delle generazioni future (sempre che le future generazioni non vengano prima travolte dall’imminente collasso climatico).

Sul nucleare in sé non starò qui a ripetere cose già scritte in questa o in altra sede (cfr. A. Tartaglia, Spaccare l’atomo in quattro. Contro la favola del nucleare, Edizioni Gruppo Abele, 2022) e su cui c’è ormai una vasta letteratura. Mi limito a ricordare che la fissione nucleare lascia necessariamente in eredità le scorie che comprendono i prodotti della fissione, sono radioattive e costituiscono un problema per migliaia di anni. Nella propaganda lanciata alla grande in tutte le sedi questo aspetto come tutti quelli connessi con la sicurezza, la connessione con le applicazioni militari e le diseconomie viene minimizzato o liquidato con favole prive di consistenza scientifica prospettando meravigliose soluzioni che “è vero che non ci sono ancora ma che di certo arriveranno”. L’offensiva mediatica dei nuclearisti internazionali è realmente a tutto campo con articoli di giornale, interviste, dichiarazioni, “consigli” discretamente forniti a coloro che contano, e chi più ne ha più ne metta. Sono arrivati anche ad arruolare un noto regista come Oliver Stone con il suo Nuclear now, lungo documentario propagandistico che sarebbe interessante comparare a quelli prodotti ai tempi di Stalin per esaltare le conquiste del socialismo reale. Nuclear now, presentato al Turin Film Festival e già rilanciato da circuiti televisivi come La7, illustra le magnifiche sorti e progressive del nucleare, vera energia pulita e unico antidoto agli incombenti mutamenti climatici; naturalmente non viene riportata nessuna analisi, tecnicamente fondata, sui problemi e sulla insostenibilità a breve e lungo termine dell’energia da fissione e si riproducono solo roboanti elogi da Istituto Luce: quanto ai problemi, be’ la radioattività non è poi così pericolosa (?!); le scorie sono poche e sono ben custodite (?!); a Chernobyl non è poi che ci siano stati così tanti morti (sic!), certo di meno di quelli dovuti ai combustibili fossili; in futuro prolifereranno i piccoli reattori da condominio (proprio così!). In complesso poi si adombra elegantemente l’idea che dietro l’opposizione popolare alle centrali ci siano i grandi operatori del fossile.

In realtà è facile verificare che le lobby internazionali del nucleare includono proprio i potentati del fossile: tra i 22 paesi dell’accordo intercorso alla COP28 ci sono anche gli Emirati Arabi Uniti (quelli del già citato Sultan Ahmed Al Jaber); tra i fautori a spada tratta del nucleare, qui da noi, c’è ENI, che intanto trivella mezzo mondo per ricavare sempre più petrolio e gas da vendere (e da bruciare). La logica è abbastanza semplice: l’economia globale non si tocca, la crescita materiale è ineludibile e sacrosanta, per l’intanto si va avanti a bruciare più fossili possibile facendo affari alla grande; siccome però si sa che le fonti fossili, continuando al ritmo di sfruttamento attuale, avranno i giorni contati (la durata delle riserve economicamente sfruttabili è stimata essere di qualche decennio) ci si muove per promuovere a larga scala una fonte che possa permettere di continuare in primis a fare affari con l’energia e le opere correlate (sia pure a carico delle finanze degli Stati) e poi di alimentare uno stile di vita fisicamente insostenibile che però assicura condizioni di assoluto privilegio a chi controlla flussi e investimenti. Ciò che dà estremamente fastidio, per lo meno a me, è utilizzare come ostaggi per le argomentazioni pro nucleare i poveri di questo mondo: “non vorremo mica impedir loro di diventare come noi”. Eppure le statistiche (e la fisica) dicono che l’economia della crescita competitiva, del consumismo irrazionale, dell’usa e getta fanno dovunque crescere le disuguaglianze. Se si vuole recuperare l’equilibrio occorre porre mano al paradigma economico dominante: questo però in primo luogo mette in discussione la posizione di coloro che hanno i massimi vantaggi diretti e immediati e questi, che dispongono di enormi risorse monetarie, investono alla grande nella disinformazione di massa e nelle azioni di lobbying nei confronti dei decisori istituzionali a vario titolo piuttosto sensibili anch’essi al qui e ora (domani si vedrà…). La società ideale prospettata da Mr. Stone è quella americana (senza far caso al fatto che tocca rilevanti record di iniquità interna e di sistematico spreco di risorse) intesa come modello universale per altro ineludibile e necessario.

Fra l’altro il nucleare (pulito, s’intende) che dovrebbe alimentare quel modello, ahimè, avrebbe a sua volta una durata misurabile in decenni, più o meno come il petrolio, ma, decennio dopo decennio, con un po’ di gas-petrolio-carbone e di pulitissimo nucleare un po’ avanti si va. Finito questo tempo senza cambiar nulla, be’, qualcos’altro si troverà (la “scienza” magica farà qualche miracolo) e si potrà continuare imperterriti sulla strada del “sempre di più soprattutto per me”. Insomma: cambiare tutto perché nulla cambi.

C’è da dire che questa offensiva generalizzata, a tutto campo, per la promozione e il rilancio del nucleare ha anche un po’ una connotazione vagamente isterica. Sembra che chi è ai vertici del vero potere, quello del denaro, cominci a sentirsi un po’ inquieto di fronte alle minacce di tracollo climatico e a una sia pur lenta e a volte non del tutto razionale presa di coscienza della natura del problema dell’insostenibilità del nostro paradigma sociale ed economico globalizzato. Nell’aria si annusa l’odore di cambiamenti necessari che, fuori dagli aspetti tecnologici, rischiano di risultare ineludibili. Se la transizione di cui tanto si parla viene gestita con saggezza l’intera umanità ne trae vantaggio, ma se la logica del “qui e ora” e del “prima io” prevale, allora ci si può aspettare che, in parallelo e ancor prima del tracollo climatico, si arrivi a forme di collasso politico sociale oltreché materiale (tradotto: conflitti e guerre più o meno devastanti) che possono trasformare l’evoluzione in una catastrofe.

Ormai la COP28 è divenuta un’enorme tragedia buffa che funge o vorrebbe fungere da oppio dei popoli ed è del tutto in mano a chi, avendo moltissimo, non intende rinunciare a nulla e anzi vorrebbe avere sempre di più. E poi, come diceva Luigi XV di Francia: “après moi le déluge” o meglio “dopo di me il collasso climatico”. Una progressiva presa di coscienza potrà aiutarci ad evitare i guai peggiori e a mitigare l’impatto di quelli che sono ormai ineludibili o già in corso.

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Emergenza climatica: banchieri contromano - Guglielmo Ragozzino

La Cop 28 di Dubai, a cominciare dal principe Al Jaber che la presiede, è la conferenza del fossile più che del clima. Un rapporto di 504 associazioni ambientaliste di 54 paesi denuncia la rete di banche che regge l’architettura del sistema carbonio.

L’”Arabia esaudita” è il titolo scelto da il manifesto mercoledì 29 novembre per spiegare l’esito della gara tra Riad, Busan e Roma per la conquista della sede dell’esposizione universale del 2030. Le cifre sono deludenti per gli appassionati di “Forza Roma, Forza Lupi” e quel che segue; Riad (capitale dell’Arabia) vince con 119 voti su 182 paesi votanti, la coreana Busan ne riceve 29 e, ultima, Roma solo 17 voti; neppure gli amici fidati l’hanno sostenuta. Da notare ancora l’intelligente articolo di Alberto Negri: Smacco Italia La trappola dell’“amico” bin-Salman e la segnalazione che ne fa, brillantemente, Beda Romano responsabile per la settimana di Prima pagina, la rubrica giornalistica delle 7,15 di ogni mattina – da tempo immemorabile – di Rai radio tre.

1.Il voto per la capitale saudita (e il consenso generale che esprime) è la prova, per quasi tutti, di un vero e proprio ridisegno della carta mondiale delle rotte e dei traffici (e delle alleanze). Sparisce – al primo livello di riflessione – il fascino del famoso Bel Paese, con tanto di ineguagliabili bellezze rinascimentali, da mettere alla base dell’Esposizione universale, al punto che, sembra acclarato, perfino l’amica Albania abbia scelto diversamente. Se però il destino di Roma, negli spazi mondiali, è poco significativo, o per così dire secondario, molto più importante è un altro segnale che il gran voto per Riad lascia intendere: quali conseguenze ci saranno per il clima per il tanto temuto e tanto combattuto – anche se per lo più a parole – aumento di temperatura di un grado e mezzo, o due e più gradi centigradi, rispetto al passato preindustriale? I famosi giuramenti del Cop 21 di Parigi del 2015 sono ancora coerenti? E l’avvento di nuove energie, considerate poco o punto inquinanti, è ancora attendibile?

2.Si è aperta in effetti il giorno seguente, il 30 novembre, in un’altra città mediorientale, anzi degli Emirati Arabi Uniti, Dubai, la riunione, decisiva, del Cop 28. Durerà fino al 12 dicembre. I giornali notano che il principotto locale, Sultan Al Jaber, presidente e ospite di Cop28, è capo in testa, o Ceo sia dell’azienda statale del petrolio sia di quella statale per le rinnovabili. Per dirla tutta, in una sua intervista a Luigi Ippolito, corrispondente da Londra del Corriere della Sera, (29 /11) risulta che ci tenga a farsi chiamare dottor Sultan e che l’implacabile Greta Thunberg abbia detto, con qualche ragione, che “la sua nomina era assolutamente ridicola”. Essendo lui a guidare Cop 28, ciò significa, a prima vista, che in Cop 28 il fossile non verrà condannato, anzi farà buoni nuovi affari, mentre le rinnovabili saranno oggetto di vasti apprezzamenti: magnifici progetti, per il duemilaottanta; insomma, la guerra per l’ambiente rinnovato e il clima sicuro non è ancora cominciata; semmai sta per fare, nella stagione dicembrina di Dubai, qualche passo indietro. 

3.Per rimanere ancora un attimo – per meglio dire: un barile – su Dubai e gli Emirati, risulta alla stampa specializzata che l’Adnoc, (Abu Dhabi National Oil Company) società del governo di laggiù, ha 55 mila dipendenti con entrate di 60 miliardi di dollari. Abu Dhabi è la capitale degli Emirati. Il dottor Sultan obietta di essere anche il capo di Masdar, impresa specializzata in energia rinnovabile. Di quest’ultima società non sono noti i numeri ufficiali, ma nella stessa stampa competente, prima chiamata in causa, circola la cifra di entrate pari a 172 milioni di dollari con 650 lavoratori. Come è facile capire, nella penisola arabica c’è di meglio, qualora ci sia voglia di puntare sul sicuro, e ci sia denaro per farlo. Al primo posto c’è Saudi Aramco, grande impresa del governo saudita, che con 161 miliardi di introiti nel 2022 per 11,5 mbg, (milioni di barili al giorno) estratti, lavorati, venduti, ha sbaragliato tutti: esperti, lobbisti, ricercatori, sultani secondari, petrolieri dei tempi di Rockefeller. Non però i banchieri. 

INTERMEZZO

Ma prima di toccare il tasto, quello finale di questo breve excursus sul fossile e il nostro futuro altrettanto sicuro altrettanto oscuro, aggiungiamo – gratis – un’informazione sulle 7 sorelle. Erano, quando sono state inventate, quelle che seguono:

·         Anglo-Iranian Oil Company

·         Royal Dutch Shell

·         Standard Oil Company of California

·         Gulf Oil

·         Texaco

·         Standard Oil Company of New Jersey

·         Standard Oil Company of New York.

Tra alti e bassi, finanziari o politici di varia natura, guerre e rivoluzioni, solo Shell, ha mantenuto il nome, una parte almeno; le altre sorelle si sono fuse tra loro o sono state afferrate da poteri più forti. Le Standard Oil, erano tutte di Rockefeller. Le ultime due dell’elenco, riunite, hanno dato luogo a Exxon e poi a Exxon Mobil; l’Anglo Iranian è divenuta Bp. Standard California è all’origine di Chevron; e così via. Aramco, per esempio, significa Arabian American Oil Company, essendo il risultato della nazionalizzazione della compagnia che oggi è di proprietà dei reali sauditi. Mattei non ha forse inventato l’espressione Sette Sorelle, l’ha utilizzata in tono non reverente, ma, per così dire, realistico per spiegare che nel campo dei petroli c’erano odiose streghe, tutte sorelle, e tutte in perenne lite tra loro, come nelle fiabe; ma che in verità ciascuna di esse operava anche al di fuori dal mondo fiabesco. Oltretutto esse erano tutte d’accordo contro di lui, convinto com’era che il mondo fosse diverso da una fiaba per bambini piccoli. Così esse lo odiavano perché bambino credulone non era più, anzi non lo era mai stato; e voleva fare da sé e diventare grande altrimenti; per esempio comprando, senza il loro permesso, petrolio dall’allora Urss.

Quando la storia/finisce in gloria

4.Beati i tempi delle sette sorelle! Oggi le streghe sono molte di più. Se si guarda soltanto alle dieci compagnie che hanno ricevuto più finanziamenti dalle banche, ben cinque sono estranee al mondo dell’energia, almeno a quello generalmente noto nel secolo scorso. Queste dieci compagnie energetiche indipendenti hanno ottenuto ciascuna finanziamenti tra 91 miliardi di dollari e 61miliardi. (Attenzione! Qui si tratta di miliardi, indicati con la B di billion. T che significa Trillion è il nostro bilione, cioè mille miliardi di quel che sia, di dollari, per esempio) Si noti che gli anni considerati dagli interventi bancari a favore dei “fossili” sono 2016-2021, sei anni in tutto. Il conto è di 4.586 T (quanto a dire quattromila miliardi più gli spiccioli di 586 miliardi di dollari). Le banche, perché è di esse che si tratta, hanno conferito al sistema “fossile” 723 miliardi nel 2016, l’anno successivo al Cop 21 di Parigi; e poi, via via, 738 miliardi nel 2017, 799 nel 2018, 830 nel 2019, 750 nel 2020, 742 nel 2021.  Ecco l’elenco dei dieci maggiori clienti “fossili delle 80 maggiori banche del mondo: 

Enbridge,98 B; Exxon, 87 B; Aramco, 78 B; TC Energy, 77 B; Occidental Petroleum, 66 B; Shell,66 B; China National Petroleum Corp., 64 B; Shanxi, 61 B; Sempra Energy,61 B. 

Enbridge è un’impresa canadese per origine e attività di distribuzione; TC Energy più o meno lo stesso; Occidental Petroleum è una società indipendente, assai forte in California e Texas. Questa impresa ha avuto un breve storia con l’Eni, unendo per qualche mese nel 1982, le attività chimiche e formando Enoxi, per separarsi subito dopo; China e Shanxi sono imprese cinesi; Sempra è una società statunitense emergente; essa ha però abbandonato una parte del suo nome, Energy, dichiarando così pubblicamente che di energie soprattutto nuove non sa che farsene e tenderà a non venderne più. Le “nuove” sono tutte imprese con migliaia di addetti e progetti potenti; rimane probabile la scarsa disponibilità, come nel caso di Sempra, a sostenere l’energia rinnovabile, in qualunque forma rappresentata. 

5.Per entrare nel dettaglio (viene da ridere, se non da piangere, a parlare di “dettaglio”) Exxon è finanziata per 15 miliardi di dollari da ciascuna di tre banche Usa: Bank of America, Morgan Chase e Citi: in tutto 45 miliardi di dollari circa. Il resto è un affare delle altre 77 banche della comitiva. 

6.La questione è però assai seria. Il caso di Exxon e delle banche degli Usa è solo un esempio, notevole fin che si vuole, di una associazione di affari tra le imprese mondiali che agiscono nel “sistema carbonio” – che in altre parole creano anidride carbonica producendo carbone, petrolio, gas – e le maggiori banche mondiali. La ricerca che stiamo saccheggiando è il risultato di un’altra associazione, contraria alla prima, cresciuta tra 504 organizzazioni ambientaliste di 54 diversi paesi. Sono decine di attività ambientaliste, che vanno da Extinction Rebellion San Francisco Bay a Catholic Network Area, da American Jewish World Service a 1000 Grandmother for Future Generations, da 350 Humboldt a Veterans for Climate Justice, da Stamps our Poverty a Greenpeace, da No Fracked Gas in Mass a Stop the Money Pipelin. Quest’ultima organizzazione, quale che sia – non ci è dato di saperlo – rappresenta il pensiero comune delle altre cinquecentotre e delle altre non collegate. Tutte insieme, hanno messo in movimento decine di ricercatori per raccontare al mondo il caos climatico dovuto alle banche. (BankingonClimateChaos.org) Il risultato è uno studio di un’ottantina di pagine, fatto con poche frasi, moltissime tabelle e figure: da leggere, guardare e provare a capire. “La pubblicazione di questo rapporto segna un altro anno in cui molte tra le maggiori banche mondiali non hanno saputo assumere la scelta necessaria di ridurre la propria partecipazione al caos climatico. Il tempo fugge e l’espansione del combustibile fossile deve cessare subito. Ogni dollaro che le banche usano per nuovi progetti di combustibile fossile e le imprese collegate, è incompatibile con la stabilità climatica e l’impegno per emissioni nette pari a zero. Finirla con l’appoggio all’espansione del combustibile fossile è il prossimo urgente passo per annullare il sostegno bancario al combustibile fossile in un termine compatibile con 1,5°”.

7.Il Rapporto esamina le principali banche del globo nel loro rapporto con le imprese che operano nei combustibili fossili. Tutte le specie di fossili, indicate una per una: gli scavi e l’attività che ne deriva. Sono indicate le banche finanziatrici, le imprese che ottengono i fondi, le attività che esse svolgono; il tutto viene spiegato scientificamente, nel senso che non c’è quasi mai un tono di rimprovero. C’è solo una scheda nella quale si coglie un po’ di dissenso se non di disprezzo per banchieri corrivi e per imprese arraffone. Il rapporto tocca infatti il tema delle popolazioni indigene che vengono spogliate dei loro beni e costrette a diventare nemiche di madre natura. Durante Cop26 a Glasgow in Scozia si è parlato lungamente di tutto questo. Con grandissime promesse, ma senza particolari conseguenze. Nel rapporto in esame è scritto che “La resistenza degli indigeni al colonialismo è basato sulla responsabilità della difesa del loro spazio e della loro sovranità e sul fatto che facendo così essi difendono la Terra stessa”.

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sabato 16 dicembre 2023

Chi ha paura della carne coltivata? - Vincenzo Comito

Gli allevamenti sono grandi inquinatori

Mancano stime precise sull’impatto degli allevamenti sulle emissioni inquinanti del pianeta, ma quelle più recenti lo collocano tra il 16,5 e il 28% del totale. Vanno a tale proposito tenuti in conto molti elementi, quali l’emissione di gas metano da parte dei bovini (il fattore più importante), l’uso del macchinario agricolo e più in generale dei carburanti fossili negli stessi allevamenti, la deforestazione dell’Amazzonia per la produzione di soia e così via. In generale poi la produzione agricola è responsabile del 70% del consumo di acqua a livello mondiale; per la produzione di un solo chilo di carne bovina se ne consumano in media 15.000 litri (Comito, 2023). Gli allevamenti sono anche responsabili dell’80% dei processi di deforestazione nel mondo. E c’è infine il grande consumo di suolo.

Su di un altro piano, le discussioni sul cambiamento climatico si concentrano sul carbonio, ma bisognerebbe prestare attenzione anche al metano. L’anidride carbonica resta nell’aria per secoli, il metano solo per una decina d’anni, ma in questo periodo esso contribuisce a impedire molto di più al calore di disperdersi rispetto all’anidride carbonica (The Economist, 2023). Ridurre le emissioni di metano sembrerebbe la via più rapida per migliorare la situazione climatica del mondo. Nel 2022 in generale, secondo una fonte, l’agricoltura contribuiva al 27% di tutte le emissioni di metano nell’atmosfera (The Economist, 2023); secondo una fonte diversa, invece, i soli allevamenti vi contribuirebbero per circa un terzo del totale (Sherrington ed altri, 2023). Questa disparità di valutazioni indica anche come il fenomeno sia stato sin qui trascurato.

Il problema si è aggravato negli ultimi decenni sia per l’aumento delle popolazione mondiale, che per il crescente benessere dei paesi emergenti che, infine, per lo sviluppo degli allevamenti intensivi. In Cina nel 1979 ogni abitante mangiava appena 4 chili di carne all’anno, mentre nel 2013 tale cifra era già salita a 62 chili; e per fortuna i cinesi sono soprattutto grandi consumatori di carne di maiale. In India la produzione di latte è passata da 20 milioni di tonnellate nel 1970 a 174 nel 2018 (Comito, 2023). La Fao stima poi che la domanda di prodotti di origine animale crescerà ancora del 20% entro il 2050.

I possibili interventi riparatori

Di fronte a tale quadro la palette dei possibili interventi riparatori appare molto ampia. Intanto ovviamente c’è l’esigenza di ridurre di molto il consumo di carne, in particolare di quella bovina, con la necessità di utilizzare proporzionalmente di più quella suina ed ovina; si potrebbe anche considerare un maggior utilizzo di legumi, alimenti ricchi di proteine. Si stanno sviluppando da parte di varie imprese delle alternative vegetali alla carne: vengono manipolate delle proteine vegetali, quali quelle della soia, del riso o dei piselli, insieme ad altri ingredienti, per imitare il gusto, la tessiture, l’apparenza e le qualità nutritive della carne.

C’è poi la carne in laboratorio, prodotta a partire dalle cellule animali, mentre vanno avanti tecnologie simili anche per quanto riguarda il latte e derivati (formaggio, gelati, uova), nonché il pesce; risale al 2013 il primo hamburger creato da cellule di carne bovina presso la Maastricht University e da allora i progressi tecnologici e di riduzione dei costi si sono molto sviluppati, anche se bisogna ancora lavorarci sopra. Le proteine prodotte dovrebbero essere entro il 2035 dieci volte meno care di quelle animali e anche più sane. Il Governo Usa ha prima, nel novembre 2022, dichiarato che la carne coltivata era del tutto sana, poi nel giugno 2023, dopo altri paesi quali Israele, Singapore, Sud-Africa, ha permesso che la stessa carne sia venduta ai consumatori (Milman, 2023); sono poi molti i grandi e piccoli paesi del mondo che stanno portando avanti rilevanti investimenti, mentre già qualche mese fa si censivano almeno 200 imprese attive nel settore. Si sta poi pensando anche all’utilizzo di insetti e di alghe marine.

L’intervento del Governo sulla carne coltivata

Diversi decenni fa un’impresa del Nord Italia aprì un impianto per la produzione di pane surgelato; ma la corporazione dei fornai riuscì a frenare l’introduzione del prodotto sul mercato facendo pressioni sul Governo. Tra le argomentazioni avanzate dagli stessi fornai c’era quella che tale prodotto faceva male alla salute. Ma semmai era il pane “normale” che poteva presentare dei problemi, permettendo la legge l’inserimento nel prodotto di almeno una settantina di additivi diversi, mentre quello congelato non ne conteneva; era il freddo l’unico conservante. Oggi le cose non sono molto cambiate; ora come allora le lobbies determinano le decisioni della politica e anzi, presumibilmente, oggi più di ieri.

È stata così messa a punto una legge che vieta la produzione e la vendita di alimenti e mangimi prodotti a partire da colture cellulari o di tessuti derivanti da animali vertebrati, mentre si proibisce anche la denominazione di carne per i prodotti trasformati contenenti proteine vegetali. Il ministro Lollobrigida ha annunciato trionfalmente che l’Italia è il primo paese al mondo a vietare la carne “sintetica”; speriamo che resti l’unico, anzi che il provvedimento venga ritirato per il possibile intervento dell’Unione Europea. La carne coltivata non ha nulla di “sintetico” (Casadio, 2023), essa è prodotta coltivando in vitro cellule animali partendo da quelle staminali. Da una sola cellula staminale se ne possono produrre molti chili (Casadio, 2023). Essa non è in ogni caso pericolosa per la salute; è fatta da cellule identiche a quelle che mangiamo, ma, come per il pane, quella che viene oggi invece comunemente venduta può contenere molti additivi che possono essere anche pericolosi per la nostra salute. Con la carne di laboratorio si riducono del 92% le emissioni di gas serra e del 90% il consumo di suolo (Casadio, 2023).

La politica

L’attenzione di tutti è concentrata per quanto riguarda l’inquinamento in particolare sul settore dei trasporti, su quello industriale, su quello degli edifici. Si guarda molto meno al settore agricolo. La gran parte dei paesi si guarda poi bene dall’intervenire. Ma nel mese di settembre del 2021 le autorità olandesi hanno messo a punto un piano drastico che aveva l’obiettivo di ridurre di un terzo il numero dei capi di bestiame del paese, che sono attualmente circa 100 milioni, anche attraverso l’acquisto da parte dello Stato, con successivo smantellamento, dei grandi allevamenti intensivi (Foucart, 2021), che inquinano l’acqua e il suolo con l’emissione di azoto. Ma l’iniziativa, come è noto, ha suscitato nel paese un vento di rivolta; è nato un partito che è diventato tra i principali nel paese e una larga parte dell’opinione pubblica sembra ostile alle misure varate. Questo ci ricorda che non sono solo i governi e le lobbies ad essere ostili ai cambiamenti, ma che essi riescono a trascinare grande parte dell’opinione pubblica. Intanto alla Cop28 di Dubai i lobbisti delle grandi imprese della carne e del latte sono presenti in numero record: tre volte tanto rispetto al summit sul clima dello scorso anno (Sherrington ed altri, 2023). Intanto da noi non che il Governo Draghi sia stato molto attento ai problemi ambientali; ricordiamo ancora certe uscite in proposito dell’allora ministro dell’ambiente, Roberto Cingolani; ma quello attuale ha fatto del contrasto a qualsiasi norma contro l’emergenza climatica una ragione di essere. C’è stata l’opposizione a oltranza contro la scadenza UE del 2035 sulla cessazione della produzione di auto a energie fossili; poi l’ostilità al progetto di edifici green, sempre della UE, ora quella contro la carne “sintetica”. Ma ora l’Italia scende in un solo anno dal 29° al 44° posto nella classifica mondiale delle performance climatiche.

Ricordiamo a questo punto che per la carne coltivata non può valere l’obiezione, avanzata anche da Carlo Petrini di Slow Food, secondo la quale ci si può vedere un tentativo capitalistico di finanziarizzazione dell’agricoltura (dietro la nuova tecnologia, ricorda Petrini, ci sono tre-quattro multinazionali); il fatto è che da questo punto di vista la situazione non cambierebbe molto rispetto ad oggi. Ricordiamo per chiudere che il prode Prandini e la sua Coldiretti hanno raccolto 2 milioni di firme a sostegno del provvedimento di proibizione e che l’appello è stato anche sostenuto da 3000 tra consigli comunali e regionali, almeno a quanto riferisce la stampa. Poveri noi. L’ennesimo treno perduto per il paese.

Testi citati nell’articolo

– Casadio A., Vietare la carne coltivata è propaganda, non ci sono pericoli per la nostra saluteDomani, 7 dicembre 2023

– Comito V., Come cambia l’industria, i chip, l’auto, la carne, Futura ed., Roma, 2023

– Foucart S., L’impossible chasse est l’azoteLe Monde, 17-18 ottobre 2021

– Milman O., USDA allows lab-grown meat to be sold to US consumerswww.theguardian.com, 21 giugno 2023

– Sherrington R. ed altri, Big meat and dairy lobbyists turn out in record numbers at Cop28www.theguardian.com, 9 dicembre 2023

– The EconomistNo place to hide, 2 dicembre 2023

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