venerdì 8 dicembre 2023

Negli Usa esplode il business della "Tele-Terapia" ai studenti - Leo Essen

 

È boom di Psicologia online a buon mercato: prendi tre paghi due; Soddisfatti o rimborsati. La crescita del disagio psicologico infantile riflette un nuovo business in forte espansione: la Tele-Terapia. L’affare si sta rivelando così redditizio che i venture capitalist stanno finanziando nuove società di teleTerapia scolastica (apnews.com). 


Secondo un'indagine condotta da Associated Press, 16 dei 20 più grossi distretti scolastici degli Usa offrono il servizio di terapia psicologica online. Si tratta di un servizio con milioni di potenziali clienti. Le scuole hanno già firmato contratti per 70 milioni di dollari con compagnie private di tele-terapia e tele-psicologia.

L’analisi professionale, la telemetria e l’ascolto campionario o la ricognizione a strascico trainata dalla AI ha fatto emergere un 60% di giovani e giovanissimi che richiedono intervento psico-terapeutico professionale. Ansia, angoscia, pensieri suicidi, gender trouble e compagnia bella, droghe, sexual behavior, violenza (così come compendiati nel YOUTH RISK BEHAVIOR SURVEY del CDC per il periodo 2011-2021) popolano le aree di intervento. 

In 30 anni di ricerca non abbiamo mai riscontrato dati così devastanti, ha detto Kathleen Ethier, direttrice sanitaria del CDC (ApNews.com).

Il 30% delle ragazze prende (SERIAMENTE) in considerazione la possibilità del suicidio – il TRENTAPERCENTO!

Il 25% dei nativi dice di prendere seriamente in considerazione l’idea di suicidio.

Il 33% dei bambini – di tutte le etnie – è triste

Il 60% di giovani e giovanissimi manifesta sintomi che richiedono un intervento medico professionale.

A New York il sindaco ha sborsato 26 milioni di dollari alla startup TalkSpace per permette ai giovani tra i 13 e i 17 anni di scaricare un’app e connettersi gratuitamente con terapisti autorizzati. 

Hazel Health (HH) - sede a San Francisco - impiega 300 tele-terapisti che forniscono servizi medici in 150 distretti scolatici in 15 stati. 

Quest’anno l’HH ha firmato un contratto biennale per 24 milioni di dollari con la contea di Los Angeles per offrire servizi a 1,3 milioni di studenti. Per gli stessi servizi di tele-terapia ha incassato 4 milioni di dollari dalle Hawaii e 3,25 milioni dalla Las Vegas Area.

A Cherry Creek, nella Arapahoe County, nel dicembre 2022 il distretto scolastico ha lanciato la telemedicina per bambini. La spinta a investire nella telemedicina proviene sempre dallo stesso pacchetto di disturbi: ansia, depressione, sospetto suicidio. E anche qui a gestire il business c’è HH (washingtonpost.com).

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giovedì 7 dicembre 2023

«Le piante sono intelligenti e comunicano»

intervista a Franco Correggia (di Fabio Balocco)

 

La persona che conosco con maggiori competenze in campo ambientale e naturalistico non è né uno zoologo né un botanico in senso stretto: è un biologo molecolare e un consulente scientifico. Eppure Franco Correggia ha una conoscenza strabiliante, specie per le piante, e quando ne trovo una che non conosco ecco che la fotografo e gliela invio chiedendogli lumi. Ma Franco non è solo un conoscitore, è anche persona di grande sensibilità, e per questo ci ritroviamo spesso sullo stesso fronte.

Franco, quando e come è nata la tua passione per la natura e le piante in particolare?

È un tratto saliente della mia vita, che si è manifestato sin dalla primissima infanzia. La sua matrice fondamentale è da ricercarsi nella frequentazione stretta e continuativa, fin dalla mia nascita, di un angolo della campagna collinare astigiana (le alture e le valli di Mondonio, un microscopico borgo arroccato nascosto tra i boschi). Tale rapporto è stato uno degli assi portanti del mio percorso personale, un’invariante assiomatica non modificabile. Ho trascorso le prime decadi della mia vita in un mondo contadino fortemente interfacciato con la natura vivente, che era molto più vicino ai paesaggi fisici e simbolici del villaggio medievale piuttosto che agli umori, ai ritmi e agli stilemi della società tecnoindustriale di oggi. Il legame empatico e sintonico con quei luoghi, e con il loro affresco di sapori, colori, profumi, geometrie, luci, ombre, echi, silenzi, boschi, anfratti segreti e manifestazioni viventi, è stato il terreno di coltura e il microcosmo creativo che hanno modellato in profondità la mia esistenza. Poi si è aggiunta la formazione e l’attività di ricerca in campo biologico, ma la mia inclinazione a conoscere e decodificare l’infinita varietà e la multiforme complessità dell’universo vivente trova la sua genesi e ha come stella polare l’esperienza intensa e aurorale dei miei primi anni di vita in quel mondo rurale scomparso.

Tu non ti limiti alla conoscenza, ma operi anche nel campo della divulgazione, specie quella del territorio dove abiti, l’Alto Astigiano. Tra le tante tue iniziative ne ricordo una: la tutela dell’Alneto di Santonco.

Sì, questo impegno a scala locale per la conservazione di ecosistemi ricchi di biodiversità è stata una costante della mia vita. Con l’aiuto di una piccola e artigianale associazione locale dal nome lungo e prolisso ma eloquente (Terra, Boschi, Gente e Memorie), a cui si è aggiunto in tempi recenti il cruciale sostegno di Pro Natura, di Legambiente, dei Custodi dei Boschi e di alcune amministrazioni comunali locali, siamo riusciti a mettere al sicuro, nel Nordovest Astigiano, una rete modulare diffusa e interconnessa di elementi ecosistemici di alto pregio ambientale e paesaggistico, che beneficia di rigorose misure di conservazione integrale. Senza impiegare un euro di denaro pubblico, ma ricorrendo solo alle risorse private e personali provenienti dalle donazioni volontarie di chi si riconosceva nel nostro orizzonte di valori biofilici, abbiamo realizzato, in un ampio arco di anni, un sistema integrato di microaree protette, che consiste di un mosaico di microambienti e biotopi ad oggi formato da 15 siti di alto valore naturalistico e soggetti a protezione assoluta. A tutt’oggi, si tratta dell’unica quota di territorio nord-astigiano soggetta a protezione totale per motivi naturalistici. Il nostro obiettivo è quello di arrivare per la fine del 2024 ai 100 ettari di superficie boschiva protetta. Il fiore all’occhiello di questo sistema di ambienti tutelati è senz’altro l’alneto impaludato di Lago Freddo (ubicato nella regione Santonco del Comune di Piovà Massaia), un fitto bosco igrofilo naturale insediato su terreni con falda freatica affiorante e costituito quasi esclusivamente da ontani neri. Si tratta di un luogo che addensa elevati contenuti di biodiversità vegetale e animale, che esprime una straordinaria bellezza vivente, che identifica in base alle direttive europee un habitat di interesse prioritario, che costituisce un prezioso frammento relitto di ambiente primario (dunque non trasformato dalle attività umane) e che oggi per il Piemonte rappresenta un biotopo forestale di notevole rarità (nella nostra regione gli alneti di ontano nero costituiscono lo 0,4% dell’intera superficie boscata e sono soggetti a una continua contrazione).

Concordi sul fatto che siamo dentro l’Antropocene?

Non c’è dubbio. Siamo senz’altro gli architetti, i demiurghi e i dominatori dell’epoca geologica in cui viviamo. Il punto critico però è rappresentato dal trascurabile particolare che ci siamo fregiati di questo privilegio attraverso la nostra transizione da Homo sapiens Homo technoeconomicus (trasformazione innescata dalla rivoluzione industriale e completata dalla rivoluzione digitale), riconfigurando in un lampo le intelaiature portanti e strutturali della biosfera. Cioè lo abbiamo fatto sfiancando e corrodendo il firmamento di relazioni intrecciate della natura vivente, modificando il clima, cambiando la composizione gassosa dell’atmosfera, perturbando i cicli biogeochimici fondamentali, alterando il ciclo dell’acqua e causando l’ecatombe della biodiversità. Lo abbiamo fatto avvelenando la terra, acidificando gli oceani, dilatando i deserti, cancellando le foreste, inquinando e impoverendo i suoli, deviando i fiumi, svuotando i mari e stravolgendo l’aspetto dei continenti. Lo abbiamo fatto espandendo a dismisura la nostra impronta ecologica e scatenando la nostra tendenza ossessivo-compulsiva ad aumentare di continuo l’input di energia, materie prime, risorse minerarie, acqua, territori, foreste, mari, specie viventi e sistemi naturali nei processi economico-produttivi. Lo abbiamo fatto violando e oltrepassando senza ritegno i planetary boundaries che definiscono i margini intrinseci di sicurezza relativi alla nostra collocazione nella biosfera. Lo abbiamo fatto operando una sorta di tabula rasa della varietà bioecologica e compiendo un impressionante ground zero sulla grande costruzione reticolare della vita. Lo abbiamo fatto diventando l’agente della transizione biotica nota come sesta estinzione di massa.

A ottobre è iniziata la caccia. E a livello parlamentare ancora una volta si cerca di fare dei regali ai cacciatori. Nonostante si parli tanto di transizione ecologica.

Questo è davvero un inquietante paradosso. Ed è un modo insopportabile di prendersi gioco, in modo corrivo e insincero, dei concetti di sostenibilità e transizione ecologica. Basta aggiungere il prefisso eco- o bio- oppure applicare l’aggettivo green a qualunque nefandezza per farla diventare un’operazione meritoria, razionale e politicamente corretta. Il caso della ulteriore liberalizzazione e deregolamentazione della caccia è emblematico. Ora, il punto di partenza su cui articolare il ragionamento è il seguente. Ci svegliamo ogni mattina sulla superficie di un pianeta vicino al collasso e ormai alle corde. In questo scenario allarmante e per molti versi apocalittico, ogni persona e tutte le articolazioni della società dovrebbero lavorare ventre a terra per invertire in modo netto e radicale la rotta, per uscire dalla logica del business as usual e per interrompere la deriva necrofila, biocida e antibiologica che ci porta ogni giorno a fare scempio della sfera verdazzurra che costituisce la nostra casa comune condivisa. E invece, niente di tutto ciò. Anzi, avviene esattamente il contrario simmetrico. A livello nazionale e regionale si procede allegramente e irresponsabilmente in direzione opposta: facilitazioni all’attività venatoria (caccia sempre, giorno e notte, ovunque, con ogni tipo di arma, con proiettili di piombo, con un ventaglio sempre più ampio di prede ammissibili e con una progressiva riduzione del controllo scientifico sugli effetti ambientali). Ma non solo: attacco al patrimonio forestale, con incentivazione dell’uso meramente economico-produttivo dei boschi; progressivo smantellamento e depotenziamento dei parchi e delle riserve naturali; allargamento delle maglie che regolano l’utilizzo della chimica di sintesi in agricoltura, con autorizzazione disinvolta all’impiego diffuso di anticrittogamici, insetticidi, diserbanti e fertilizzanti chimici; gestione scriteriata della risorsa acqua, con eccessi di captazione, sprechi e inquinamento. E potremmo continuare a lungo. Insomma, da farsi cadere le braccia… Del resto, a livello internazionale non va meglio. Coloro che stringono tra le mani il destino del mondo, le élites e le caste politico-economiche che reggono le sorti delle nostre vite, dovrebbero essere impegnati h24 a curare e risanare questo nostro pianeta malato e sofferente. E invece cosa fanno le espressioni dell’alta politica, quelli che hanno accesso alla stanza dei bottoni, le oligarchie che custodiscono gli arcana imperii, i potenti della Terra? Qualcosa di davvero geniale: hanno incendiato il pianeta con una sequenza devastante di guerre diffuse, sanguinarie e pericolosissime, che configurano perfino l’ipotesi di un possibile olocausto termonucleare come potenziale esito finale. A fronte di questo spettacolo desolante, non mi pare illegittimo o illogico pensare che la nostra specie egemone, nella sua attuale versione tecnomorfa e biocida, sia finita nel labirinto oscuro di un’incontrollabile deriva psicotica.

Tu credi che la sensibilità ambientale nella gente stia aumentando?

Si tratta di una domanda complessa e difficile, che implica risposte diverse a seconda dell’angolo visuale che si adotta. Non vi è alcun dubbio che la sensibilità e l’empatia verso la natura vivente, nonché la consapevolezza dell’importanza strategica dei suoi equilibri, della sua interconnessione, dei suoi flussi e della sua integrità, siano aumentate esponenzialmente negli ultimi decenni. Ma a questa positiva crescita del sentire comune non corrispondono gesti concreti, azioni politiche e progettualità sociali finalizzate ad arginare in maniera efficace il disastro ambientale e la crisi ecologica globale. Credo che ciò dipenda dal fatto che le persone sensibili a questo tipo di istanze (a mio avviso numericamente prevalenti nella società generale) sono motivate “solo” da ragioni di carattere ideale, razionale ed etico. Pertanto, la loro capacità di incidere in modo significativo e profondo nelle scelte cruciali e strategiche che disegnano il futuro del mondo è limitata e intermittente. Al contrario, la forza motrice che guida l’economia, la politica e i burattinai che muovono i fili della commedia umana non è il bene collettivo, ma esclusivamente la logica cinica del profitto, del tornaconto personale, della convenienza immediata e del più vieto utilitarismo individuale. È evidente che ciò conferisce agli attori che oggi governano il pianeta il soverchiante, seppur effimero, potere di determinarne d’imperio il destino a breve termine.

Un’ultima domanda, forse la più importante: le piante hanno intelligenza? e si parlano?

Sulla base di una messe di studi e ricerche scientifiche recenti, la risposta a questa domanda non può che essere decisamente affermativa. Le radici delle piante esprimono un numero esorbitante di apici meristematici radicali (un ciuffo d’erba ne possiede molte migliaia, un grande albero centinaia di milioni o anche un miliardo), che guidano la crescita dell’organismo vegetale sottoterra, esplorano il suolo alla ricerca di acqua, ossigeno e sostanze nutritive, aggirano gli ostacoli fisici, eludono competitori ostili e parassiti. Ognuno di essi è un sensore fine e complesso in grado di captare e registrare un grande numero di parametri (luce, temperatura, pressione, gravità, umidità, gradienti chimici, sostanze minerali, nutrienti, campi elettromagnetici, ossigeno, anidride carbonica, vibrazioni sonore ecc.). L’apice misura tali parametri, li confronta, li bilancia, li soppesa, li integra, ne fa una media ponderata e orienta la radice in modo da ottimizzare il benessere della pianta nel suo complesso. Ognuno di questi centri di elaborazione dati può collegarsi potenzialmente con i milioni di altri apici radicali presenti nell’apparato radicale della pianta madre o con quelli degli altri organismi vegetali presenti nel suo spazio vitale. Inoltre, questa trama ipogea di sistemi radicali è in grado di stabilire un’interconnessione chimico-fisica multipolare e simbiotica con i miceli fungini e con le cenosi microbiche del suolo, generando nella rizosfera una rete cognitiva collettiva (l’ormai ben noto Wood Wide Web), coordinata e interdipendente, che esibisce, come proprietà emergente, una forma di intelligenza multidistribuita e delocalizzata globale. Si tratta di un’intelligenza profondamente diversa dalla nostra, un’intelligenza di sciame diffusa (swarm intelligence), multicentrica e adattativa, messa progressivamente a punto in centinaia di milioni di anni, che rappresenta un elemento prioritario del loro successo evolutivo e che ha modellato in profondità l’intero mondo vivente. È un’intelligenza coloniale, per noi spesso imperscrutabile e indecifrabile, non dissimile da quella che caratterizza le società di insetti eusociali, le colonie simbiotiche dei celenterati costruttori formanti le barriere coralline, i banchi sincronizzati di pesci, gli stormi organizzati di uccelli, i branchi di lupi. O da quella che emerge dalla semiosfera telematica integrata originata dalla rete digitale planetaria che chiamiamo Internet. Attraverso questa peculiare forma di intelligenza diffusa, le piante comunicano e si scambiano un’elevata quantità di informazioni, inerenti le caratteristiche dell’ambiente esterno, l’attività degli insetti impollinatori, la collocazione topografica delle chiome, la prossimità genetica tra individui vicini, la presenza di parassiti, aggressori, sostanze tossiche e condizioni avverse. Insomma, le piante sono intelligenti e comunicano. Anche se noi spesso siamo incapaci di coglierlo e, tristemente, non ce ne rendiamo conto.

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martedì 5 dicembre 2023

LAC (Lega per l’Abolizione della Caccia) in Sardegna contro il bracconaggio - Grig

 

Volontari della Lega per l’Abolizione della Caccia (L.A.C.) giunti da varie regioni in Italia hanno battuto numerose aree, decine di sentieri nei boschi e nelle macchie mediterranee nel Sud della Sardegna. 

Sono state rimosse centinaia di trappole per avifauna (cappi su alberi e cappi su bacchette posizionate a terra), oltre alle trappole per avifauna sono stati smantellati 32 lacci per mammiferi, una rete da uccellagione e liberato un Picchio in un cappio, ma per fortuna ancora vivo. 

Sono stati bonificati numerosi sentieri attrezzati di trappole e sono state inoltre impiegate telecamere nascoste per identificare gli uccellatori responsabili. Il campo antibracconaggio è stato svolto in collaborazione con il Corpo forestale e Nucleo Carabinieri CITES di Cagliari al quale sono stati consegnati i mezzi vietati e con il supporto del GrIG, Gruppo d’Intervento Giuridico.Il Sud della Sardegna si conferma uno dei punti più caldi del bracconaggio in Italia: nelle micidiali trappole a cappio piazzate dai bracconieri vengono uccisi indiscriminatamente e dopo una lunga sofferenza, numerosi esemplari di Tordi, ma anche specie particolarmente protette come Pettirossi, rapaci e piccoli mammiferi.

Il bracconaggio sul territorio è particolarmente fiorente, ristoranti e privati sono disposti a pagare oltre €100 ogni 8 uccelli spennati per cucinare le cosiddette “grive“, piatto tradizionale sardo che alimenta un prospero mercato nero. 

I punti attivi di bracconaggio del campo continueranno ad essere vigilati e le operazioni antibracconaggio verranno replicate nei prossimi mesi durante il passo migratorio.

Oltre alla Sardegna, la LAC, da oltre 40 anni, organizza campi antibracconaggio in molte zone d’Italia: Valli Bresciane, Ponza, Isola del Giglio, ecc.) per dare un aiuto tangibile alla conservazione dell’avifauna, per partecipare contattateci: info@abolizionecaccia.it

Lega per l’Abolizione della Caccia (L.A.C.)


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lunedì 4 dicembre 2023

Cocaina dappertutto. L’espansione della produzione fuori dalle Ande


Jonny Wrate,David Espino,Jody García,Angélica Medinilla, Enrique García, Víctor Méndez, Arthur Debruyne, Yelle Tieleman, Brecht Castel, Juanita Vélez

 

Con la fine del controllo esercitato da FARC e paramilitari, la produzione della cocaina arriva fino in America Centrale. E anche l’Europa si riempie di laboratori di raffinazione della polvere bianca

Lo scorso febbraio, la polizia colombiana intercetta la sorprendente telefonata di un narcotrafficante di Bogotà con un cliente messicano. Il colombiano, infatti, invece di parlare come al solito dell’organizzazione di viaggi, porti e carichi di copertura, si vanta che «c’è un sacco di prodotto disponibile, già pronto a Denver, Miami o nei Caraibi». Solo dieci anni fa, una logistica del genere sarebbe stata impensabile. La cocaina, questo il prodotto di cui parla il narcos al telefono, avrebbe dovuto arrivare dalla Colombia, maggiore produttore mondiale, o dalle uniche altre regioni in cui è sempre cresciuta la foglia di coca, quelle andine fra Perù e Bolivia.

I tempi però sono cambiati. La cocaina, dice il trafficante al telefono, è stata infatti prodotta in Guatemala, un paese oltre duemila chilometri a nord della Colombia, fino a oggi sempre stato solo un punto di passaggio lungo le rotte per il Nord America. La coca piantata lì, invece, ha «dato buoni risultati» spiega l’uomo intercettato al suo socio. «Cento scatole di scarpe bianche di lusso», dice, riferendosi al nome in codice dei chili di cocaina, «e i “cuochi” sono pronti a iniziare a raffinarla in Guatemala e Messico».

Questa conversazione, recuperata nel leak della procura colombiana alla base del progetto #NarcoFiles, offre un esempio di un fenomeno importante, e ancora relativamente poco noto: la delocalizzazione della produzione di cocaina fuori dal suo alveo tradizionale, la regione andina del Sud America, verso i Paesi dell’America Centrale. 

L'inchiesta in breve

·         La coltivazione delle piante di coca si sta spostando dalle regioni tradizionali verso l’America Centrale, sostituendo sia le coltivazioni legali che quelle illegali di marijuana e oppio

·         Le informazioni raccolte dal team di #NarcoFiles mostrano che soprattutto Messico, Guatemala e Honduras sono i Paesi più colpiti da questo fenomeno

·         I narcotrafficanti colombiani stessi stanno spingendo per questa espansione, sia nelle Americhe che oltreoceano. In Europa infatti cominciano a comparire decine di laboratori per la raffinazione della cocaina, spesso gestiti da “cuochi” colombiani

·         Con il moltiplicarsi dei produttori e dei compratori, il mercato internazionale della cocaina si complica, con nuove rotte, nuove tecniche di trasporto e nuovi gruppi di criminalità organizzata che guadagnano potere e influenza

Di tentativi del genere, fatti da gruppi di trafficanti, si parla già da anni. Poter coltivare la coca più vicino ai luoghi dove si vende, infatti, ha grandi vantaggi economici e logistici, ma fino agli ultimi anni la delocalizzazione non aveva veramente preso piede. Oggi però il mercato è cambiato: dopo lo scioglimento, almeno formale, dei paramilitari delle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia) e l’accordo di pace del 2016 fra i guerriglieri delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) e il governo colombiano, le decine di piccoli gruppi che producevano cocaina “sotto contratto” per una di queste due grandi organizzazioni sono diventati improvvisamente freelance. Questo significa non solo che sono liberi di vendere a chi vogliono, ma soprattutto che possono mettere in pratica tutte le idee a cui evidentemente pensavano da anni, e che però andavano contro il regime di “oligopolio” che ha dominato il narcotraffico colombiano per anni.

Proprio l’intercettazione in cui si parla di cocaina coltivata in Guatemala fa parte di un’indagine su una cellula criminale fuoriuscita dalle FARC.

Oltre alla coltivazione delle piante, anche la raffinazione della cocaina sembra spostarsi sempre di più fuori dalla Colombia. Addirittura oltreoceano, e specialmente in Europa, dove sono state trovate dozzine di laboratori.

NarcoFiles: il nuovo ordine criminale

NarcoFiles è la più vasta inchiesta giornalistica sul narcotraffico mai realizzata. Inizia con l’accesso a un leak di e-mail senza precedenti dall’Ufficio della Procura Generale della Colombia. I dati sono stati consegnati dagli hacker ai centri di giornalismo e media Organized Crime and Corruption Reporting Project (Occrp), Centro Latinoamericano de Investigación Periodística (CLIP), Vorágine e Cerosetenta / 070. All’inchiesta hanno lavorato più di 40 media e giornalisti di 23 Paesi in America Latina, Europa e Stati Uniti. A partire dagli indizi trovati all’interno del leak, e sviluppando i temi incrociando i dati con ricerche indipendenti, i giornalisti del consorzio hanno portato avanti decine di inchieste che rivelano i diversi modi in cui i gruppi di criminalità organizzata si evolvono, si espandono e sperimentano nel mondo di oggi, mietendo nuove vittime lungo il percorso

Per comprendere meglio questa evoluzione, i giornalisti del progetto #NarcoFiles hanno incrociato le informazioni provenienti dal leak con documenti giudiziari da diversi Paesi del Centro e Sud America, nonché con fonti anche interne al mondo dei trafficanti. Nonostante parte della produzione e della raffinazione si stia spostando fuori dalla Colombia, i narcos colombiani rimangono fondamentali per il traffico di cocaina, grazie alla loro expertise tecnica e chimica.

E più i laboratori si spostano oltreoceano, più cresce il ricorso a complesse tecniche di trasporto – come quella (già utilizzata in passato) di impregnare prodotti tessili con cocaina liquida da estrarre a fine trasporto – che rendono i carichi ancora più difficili da tracciare…

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domenica 3 dicembre 2023

Il lavoro su se stessi - Gabriele Drago

 

Coaching e standardizzazione del comportamento nell’azienda postfordista.

Il sogno di una piena automazione non è solo di un certo antilavorismo, ma anche di quei dirigenti che vorrebbero veder scorrere l’azienda senza gli attriti particolari del fattore umano. Delegare l’intera produzione alle macchine libererebbe dalle pretese, dagli scioperi o dalle riunioni infinte, dalle relazioni pericolose tra colleghi e manager. Smorzerebbe le indolenze del quite quitting e rassicurerebbe sulle richieste del work/life balance. La prevedibilità della macchina risulterebbe inoltre meno angosciante rispetto infinite variabili comportamentali che intervengono nel processo quando di mezzo ci sono gli esseri umani. Non siamo lontani dal realizzare questo sogno di una piena automazione. 

Tuttavia, con l’aumentare della stessa, l’uomo non scompare dalla produzione, ma il suo lavoro si inoltra in dimensioni emotive, affettive, etiche e relazionali che rendono ancora più umana l’attività lavorativa, aumentando le già complicate dinamiche che regolano ogni interazione tra le persone soprattutto quando sono a lavoro. Come possiamo vedere, al di là del dimensionamento o della disoccupazione, l’accesso alla tecnica e la facilità con la quale si può sviluppare, applicare e spostare in quasi ogni contesto, consente già di ottenere elevati standard di qualità, riducendo il personale qualificato non solo nella produzione ma anche nella logistica o nelle dimensioni più impalpabili del marketing.  

Il progressivo scollamento tra gli aspetti materiali del lavoro impiegatizio dalle attività informatiche e cognitive genera però una categoria di lavoratori impiegata per lo più nel management. Tolte le braccia dalla macchina, molti svolgono una gestione dei processi piuttosto che una produzione vera e propria di beni e servizi; e dal momento in cui il robot, l’intelligenza artificiale, l’informazione, prendono il posto dell’uomo nella catena produttiva, al soggetto impiegato rimane infatti solo la supervisione dei flussi. Parafrasando il Marx del capitolo 13 del Capitale, con la piena automazione gli uomini si limiteranno a osservare le macchine piuttosto che a usarle. 

Non essendo più la forza o la competenza a organizzare e a svolgere il lavoro, il lavoratore è spinto a superare non solo le problematiche relative agli aspetti tecnici della sua attività, che potrebbe risolvere affidandosi alle competenze della sua professionalità, ma anche quelle del suo carattere, per integrarli nella catena produttiva delle relazioni, che tra i pochi attori impiegati diventano veri e propri mezzi di produzione. L’umano a lavoro è quindi concepito nelle sue qualità più funzionali, cioè come capacità di relazione e negoziazione tra attori interdipendenti che spesso, prima di collaborare tra loro, competono. In un contesto fortemente smaterializzato, l’aleatorietà dei comportamenti non più legati alla cadenza razionale della macchina o alla geografia stessa dell’azienda, da un lato produce effetti di allargamento degli spazi e dei tempi della produzione in ambiti non direttamente esecutivi, dall’altro provoca una certa angoscia gestionale nel management, incapace di tenere sotto controllo il lavoratore non più vincolato alla fisicità dello strumento o della stessa azienda.

Per l’azienda e per tutti coloro che hanno a che fare con persone e colleghi piuttosto che con le macchine, razionalizzare l’identità diventa un interesse strategico.

Per l’azienda e per tutti coloro che hanno a che fare con persone e colleghi piuttosto che con le macchine, è quindi necessario trovare altri metodi di governo per ridurre questa angosciante libertà. Razionalizzare l’identità diventa un interesse strategico. A venire incontro allo spirito del tempo è la straordinaria capacità di mediazione del capitalismo contemporaneo, per il quale il corpo stesso del lavoratore è diventato un limite desueto quanto il corpo materiale dell’azienda. In sintonia con i desideri e le esigenze della classe produttiva, al capitalismo contemporaneo non interessa più infatti controllare il lavoratore opponendogli doveri, mura d’ufficio, orari e catene di montaggio. A governare gli aspetti relazionali e le dinamiche emotive che stanno alla base dei nuovi assetti aziendali non è la disciplina dei corpi applicati alle macchine o ai movimenti tecnici del soggetto messo a lavoro quanto piuttosto una operazione più profonda che considera tratti dalla persona legati per esempio all’etica o allo sviluppo del sé, che senza violenze e costrizioni facciano accettare le pressioni del lavoro al lavoratore.

Come fanno notare tutte le statistiche di produttività aziendale legate per esempio allo stato emotivo dei lavoratori, le proprietà intrinseche al carattere contribuiscono per una buona parte alla crescita di un’intera azienda o anche di una sola partita iva. Per l’azienda, e per il libero professionista che poggia le sue basi produttive su ambiti cognitivi, creativi, emotivi e relazionali piuttosto che sulle braccia, controllare le emozioni e il comportamento crea valore quanto acquistare un macchinario o modificare la struttura d’impresa. 

A partire da questi presupposti, la formazione professionale assume un ruolo secondario rispetto a quella umana. Non essendo la forza o la competenza a organizzare il lavoro, a professionalizzarsi sono le identità. Il saper essere conta più del saper fare e se non ci si può più affidare all’intelligenza operativa, non perché manchi ma perché è inutile quanto addirittura controproducente nella gestione fluida dei processi, si fa affidamento su un altro tipo di intelligenza, la cosiddetta intelligenza emotiva, con la quale riconoscere le emozioni per saperle sfruttare in azienda, nel rapporto con l’altro e con se stessi. 

Nel solco di questa crisi della competenza che tiene maggiormente in considerazione l’umano piuttosto che il professionista, per il lavoro contemporaneo sussiste perciò un primato di cura della personalità sulla professionalità. Il proliferare dei corsi di coaching legati alla motivazione, allo sviluppo dell’empatia e alla scoperta di sé, confermano questa tendenza. Così, il lavoro che vale la pena di fare oggi è infatti il lavoro su se stessi.

Controllare le emozioni e il comportamento crea valore quanto acquistare un macchinario o modificare la struttura d’impresa.

I programmi di aiuto del coaching diventano riferimenti imprescindibili per ogni azienda che fa dell’attenzione alle persone il proprio centro valoriale. Il coaching propone interventi sulla sfera emozionale piuttosto che su quella professionale, diventando non solo una pratica di cura di sé proposta dal capitalismo stesso per far fronte agli effetti devastanti del lavoro contemporaneo sull’equilibrio psicofisico dei lavoratori, ma vero strumento di governo con il quale le aziende raggiungono i loro obiettivi di business e i lavoratori realizzano i loro desideri performativi.

È infatti il lavoratore stesso che volentieri si rivolge al coaching, ai maestri di mindfulness, ai guru del self empowerment, guidato dal desiderio di esprimere le sue potenzialità, sia fisiche sia spirituali, con lo scopo di farci qualcosa con sé stesso, di mettersi cioè a profitto. Nel desiderio di stare meglio, cioè di funzionare meglio e quindi di produrre meglio, si ritrova nel campo dell’interesse personale. Prendersi cura di sé significa allora, in ultima analisi, fare impresa di sé.

Le strategie del coaching mettono a regime le emozioni, garantendo uno standard con il quale limitare l’imprevedibilità comportamentale dei lavoratori. Suggerisce schemi normativi efficienti e aiuta il management a riorganizzare il personale secondo un modello per cui le variabili emotive, sentimentali e psicologiche vengono integrate quanto più possibile nel sistema. Mettendo a regime le emozioni e finanche le dimensioni spirituali dell’umano, il coaching assicura un limite al dato aleatorio del carattere del lavoratore per creare una identità affidabile, coerente e prevedibile che non metta in crisi l’ordine un tempo garantito del tornello o dalla leva. In questo modo il coaching riduce quell’incertezza operativa che ogni singolo individuo nella sua libertà potrebbe sviluppare. 

A una iperumanizzazione del lavoro segue quindi una iperazzionalizzazione dell’umano con la quale standardizzare il comportamento per ridurne l’imprevedibilità. Una delle tecniche introdotte dal coaching e ampiamente diffuse in tutta la nostra società della prestazione è quella della meditazione o introspezione attiva. Con la pratica dell’osservazione di sé in o con gli esercizi di verbalizzazione delle emozioni proposti dalla PNL (programmazione neurolinguistica), il coaching offre all’azienda la possibilità di sistemare il lavoratore nella catena di montaggio relazionale. Con l’ascolto di sé, la tecnica oggettiva l’essere del lavoratore per governarlo e ordinarlo all’interno di modelli comportamentali che funzionano. Guardandosi e auto analizzandosi, il soggetto-lavoratore pone infatti una distanza tra sé e se stesso per farsi oggetto di conoscenza e posizionarsi nel mercato del lavoro e nella catena produttiva delle relazioni non in base alle sue competenze professionali ma in base al suo carattere. 

A una iperumanizzazione del lavoro segue una iperazzionalizzazione dell’umano con la quale standardizzare il comportamento per ridurne l’imprevedibilità.

I processi suggeriti per esempio dallo sviluppo del personal branding nel marketing sono parte di questi mezzi di costruzione di una identità con i quali vendere la rappresentazione di se stessi prima ancora della propria forza lavoro. Come sosteneva già il sociologo americano Cristopher Lash negli anni Settanta “Il deterioramento del lavoro rende l’abilità e la competenza progressivamente estranee al successo materiale e in questo modo incoraggia la rappresentazione del sé come oggetto di consumo.” Chi ottiene un sapere su se stesso per mezzo delle applicazioni psicologiche sviluppate con il coaching, apprende innanzitutto come usarsi, per capire quale posto occupa nella catena di montaggio relazionale e per prendere posizione nella rete di significati sociali sviluppati nell’azienda/mondo. 

Il lavoratore impegnato nella scoperta di sé, delle sue reazioni automatiche non scopre dunque se stesso, ma scopre ciò che funziona di se stesso. Conoscere se stessi in azienda attraverso il coaching non significa perciò raggiungere l’illuminazione, ma in primo luogo significa sapere come sfruttarsi. Il lavoratore addestrato a comporre se stesso non vende più solo la sua forza lavoro ma vende tutto se stesso. Non è l’essere in sé del lavoratore al centro di queste pratiche bensì il farci qualcosa con l’essere. Nell’analisi e con l’uso dell’introspezione il soggetto chiarifica quelle zone d’ombra che inceppano il meccanismo, scoprendo quei limiti personali che non gli consentono di progredire sulla via del successo. 

Nel regime comportamentale aperto dal coaching e attraverso la luce della consapevolezza, il soggetto affronta la sua storia personale, scopre i nodi emblematici che hanno formato il suo carattere, e perché no, i sintomi disfunzionali che rendono particolare l’identità di ognuno, per superarli a favore della forma perfetta e senza sbavature della produzione. Per mezzo dell’introspezione sarà capace di liberarsi delle sue forme comportamentali reattive, scegliendo come agire sulla base di un principio individuato nell’immagine proposta dalla mission aziendale, la quale coinciderà con l’immagine che il soggetto vuole avere di se stesso. 

L’azienda contemporanea si è accorta infatti che il recupero della consapevolezza di sé è fondamentale all’interno dei processi produttivi, sia per la sostenibilità psichica del lavoratore sia per la vita stessa dell’impresa. Lo stress, il sovraccarico di lavoro, se per esempio non sono mediati da una comunicazione efficace e consapevole, che va oltre per esempio le reazioni d’ “istinto”, possono compromettere le relazioni della vita lavorativa viziando il flusso della produzione all’interno dell’organizzazione. Scoprendosi nelle dinamiche intersoggettive create ad hoc nella prassi del coaching, il soggetto può portare a consapevolezza aspetti nascosti della psiche che condizionano le sue reazioni per interrompere l’automatismo di risposta all’ambiente, che invece di spingerlo alla performance lo esauriscono nel burn out. È così che l’interiorità del soggetto impiegato viene messa a profitto, le sue inclinazioni comportamentali corrette per far scivolare l’azienda sui binari di una conoscenza di sé tale da mantenere i rapporti più semplici possibile. 

Tutto ciò favorisce una standardizzazione della condotta con la quale incastrare i lavoratori gli uni con gli altri come se fossero ingranaggi di una macchia emotiva e comportamentale.

Tutto ciò favorisce una standardizzazione della condotta con la quale incastrare i lavoratori gli uni con gli altri come se fossero ingranaggi di una macchia emotiva e comportamentale che lavora con la forza del pensiero. Un pensiero che non deve essere disturbato da elaborazioni particolari, teorie ermeneutiche, emozioni negative, poiché pensieri e sentimenti rendono torbida la trasparenza sulla quale devono scivolare veloci merci e relazioni. Come sostiene Byung Chul Han, “Lavorare all’infinito per migliorare se stessi assomiglia all’autoesame e all’automonitoraggio del protestantesimo, che rappresentano una tecnologia di soggettivazione e dominio a sé. Ora, invece di cercare il peccato, si danno la caccia ai pensieri negativi.” 

Il soggetto che si rivolge alle pratiche di rieducazione comportamentale sente infatti che il suo stesso pensiero sia qualcosa di frenante. Come nota lo psicanalista Christopher Bollas, quando le persone vanno a stendersi sul suo lettino “l’analizzando non ha il tempo di riflettere sulle questioni perché sente di dover trovare urgentemente una soluzione ai propri problemi. Potrebbe nutrire la fantasia inconscia che la mente sia un’entità capace soltanto di creare guai, che necessita di una strutturazione standardizzata per poter essere controllata.” I percorsi psicologici con i quali il soggetto controlla e modifica se stesso nella prassi del coaching devono condurlo verso il bene. Il bene è ciò che funziona, è ciò che non lascia scarti nel disegno geometrico della produzione, la conduzione lineare di un movimento che deve concludere il suo percorso senza noia, senza frustrazione, possibilmente senza fatica, spinto da una passione interna che non deve trovare limiti di tempo o di spazio per esprimersi dentro e fuori l’azienda. 

Fare ipotesi costringe a riflettere e a rallentare i processi, per valutare il senso o la convenienza di certe scelte. “In questo nuovo clima utilitaristico”, continua Bollas, “notiamo l’emergere di un lieve nichilismo in cui il soggetto umano e i processi complessi del suo pensiero vengono implicitamente considerati un impedimento all’implementazione efficace di programmi che dipendono ancora dalle persone.” La tristezza, l’insoddisfazione, hanno bisogno di tempo per essere elaborate e le emozioni, quando non sono dirette verso scopi utili, sono un intralcio alla produzione poiché impediscono lo scambio di informazioni tra gli attori e creano attriti tra i collaboratori. È nella superfice piatta dell’automazione comportamentale che i processi scivolano senza intoppi.

Tuttavia, direbbe il filosofo Bernard Stiegler, laddove vi è automazione vi è assenza di pensiero, incapacità di elaborare teorie, di essere creativi. La normalizzazione del comportamento e delle identità dei lavoratori confluiscono invece in una perdita di profondità che impedisce ai lavoratori di individuarsi e di differenziarsi come persone prima ancora che come professionisti. “La profondità del soggetto, della sua identità e della sua interiorità, impedirebbero di adattarsi, di essere flessibile, di eliminare il suo endoscheletro per meglio plasmarsi nell’esoscheletro che obbedisce alle leggi del mercato” dice lo psicanalista Miguel Benasayag. 

La normalizzazione del comportamento dei lavoratori impedisce loro di individuarsi e di differenziarsi come persone prima ancora che come professionisti.

Con il coaching e con le varie metodologie di intervento associate, la tecnica si sposta dalle macchine alle anime, in un’ottica gestionale della psiche capace di amministrare anche gli aspetti più profondi dell’individuo. Attraverso strategie comportamentali misurate, il lavoratore assume nella sua vita il tempo, il senso, lo scopo della produzione. Alla stregua di una leva, di una manopola, di un pistone, vive immerso nel meccanismo generale delle relazioni codificate dal management aziendale, dalla società che lo spinge a performare o dal suo stesso desiderio di assolvere all’immagine dell’imprenditore di sé. Così l’alienazione non si consuma più nel gesto ripetuto, ma nell’intero comportamento, che deve adeguarsi a una forma più funzionale generata dal management. Ecco perciò che se il sogno di una piena automazione tarda ad avverarsi, quello di standardizzare i comportamenti corre veloce. Ed è sorprendente come oggi i desideri dell’uno siano anche i desideri dell’altro. 

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sabato 2 dicembre 2023

L’Italia svuotata - Sarah Gainsforth

 

Un viaggio tra le insostenibili diseguaglianze tra i centri e le periferie del “Belpaese”.


IL’Italia Vuota, viaggio nelle aree interne (Laterza, 2022), Filippo Tantillo esplora la parte dimenticata del paese, quella delle aree interne, definite in base alla distanza dai servizi essenziali, quelle dunque uscite sconfitte nella competizione con le città, dove le politiche di investimento hanno concentrato la ricchezza. Ma dalle città, che succhiano più risorse di quante ne redistribuiscano al territorio circostante, questa ricchezza non è ‘gocciolata’ a tutti, e una gran parte del Paese è stata lasciata indietro. Il diario di viaggio di Tantillo, che è stato coordinatore scientifico per la Strategia nazionale aree interne (Snai), si snoda attraverso questa “Italia vuota”, che in verità costituisce il 60% della penisola, facendo emergere i dettagli del paesaggio, i desideri e le difficoltà, i conflitti, le energie e i progetti in corso, per “dare più valore all’intelligenza delle persone che la abitano”. Oggi queste aree, che includono le periferie urbane, sono destinatarie di politiche di tipo compensativo. Ma è il paradigma che va cambiato perché “la crescita delle diseguaglianze sociali e territoriali sta raggiungendo un livello insostenibile per un sistema democratico”, si legge nell’introduzione al libro.

Oggi le aree interne, che includono le periferie urbane, sono destinatarie di politiche di tipo compensativo, ma la crescita delle diseguaglianze sta raggiungendo un livello insostenibile.

L’inversione del paradigma, allora, inizia nel racconto. Il libro restituisce una dimensione concreta e specifica a luoghi abituati all’oblio oppure a subire sguardi e narrazioni astratte, scollegate dalla realtà, che si impongono dall’alto e finiscono per plasmarli. Contro l’imposizione di un immaginario finto, e per uscire dall’eterno presente delle politiche istituzionali che parlano di “rilancio” dei territori – ma i luoghi non hanno bisogno di essere “rilanciati”, semmai di essere conosciuti – il racconto restituisce spessore alla realtà, uno spessore anche storico. “Fare politica è fare cultura, intervenire sul pensiero, sui modi di ragionare, e viceversa” mi racconta Tantillo.

“Se oggi guardiamo alle aree interne vediamo solo dei puntini, dei paesini spopolati qua e là” spiega Tantillo. “Ma un tempo i paesi erano connessi in sistemi economici policentrici”. Per questo i paesi non vanno considerati singolarmente: “lo spopolamento ha reso soli i paesi, ma fino a un secolo fa esistevano relazioni economiche, urbanistiche, sociali e culturali molto intense tra questi centri”.

 “Con l’industrializzazione questo sistema è stato smantellato, combattuto, vinto. Il mondo che resisteva all’urbanizzazione è stato rappresentato come ‘il passato’, negativo, a tratti diabolico” mi racconta Tantillo. A un certo punto tutto quello che non era città è diventato obsoleto, o idillico. “L’Esposizione internazionale di Londra, nel 1851, attirò sei milioni di visitatori e inaugurò l’idea che il futuro è della grande città. In Italia, tra la fine dell’Ottocento, con l’Esposizione di Torino del 1884 e l’inizio del Novecento, si costruisce il racconto dell’Italia come un insieme di cartoline, come Paese di sonnolenti province e luoghi pittoreschi. Inizia allora il branding del Belpaese – il formaggio Belpaese nasce nel 1906. Questa rappresentazione è il risultato di precisi interessi economici, industriali, urbani”.

Oggi, con la crisi di quella idea di modernità, si cercano alternative. “L’urbanizzazione, la crescita della cultura, dell’economia, del benessere, della mobilità sociale: tutto quello che era garantito dalla città oggi è entrato in crisi”. Così si guarda fuori dalle città. “Il numero di coloro che sono espulsi dalla città oggi è cresciuto a tal punto che straripa nei territori considerati anti-moderni. Anche per questo le aree interne sono guardate come luoghi della possibilità, della modernità futura. E la crisi climatica determina un nuovo immaginario”.

In Italia, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, si costruisce il racconto dell’Italia come un insieme di cartoline. 

Nelle aree rimaste fuori dalla modernità il mercato non è arrivato. “Quello delle aree interne è uno spazio economico dove non c’è accumulazione, e per questo è marginalizzato”. Il forno di paese non produce più pane di quanto ne consumano i clienti abituali e può capitare, come succede a Tantillo in Molise, di restare senza cena perché il bar ha chiuso e il ristorante è a 20 chilometri. Di che cosa vivono allora queste aree? “Altrove vivono di welfare” mi spiega Tantillo. Fa l’esempio della Finlandia, un paese con una bassissima densità abitativa, dove molte aree sono da sempre spopolate. “Il welfare è un motore economico. Questi territori riescono a creare economie – reddito, lavoro, ricchezza, tutela del territorio – a partire dalla creazione di servizi. Non è un caso che il welfare sia forte nei paesi nordici”.

Le nostre aree vivono di proprietà condivisa, di terreni a “uso civico”, chiamati Regole, comunanze, università agrarie. “Sono proprietà collettive, residui, riserve indiane, dell’economia comunitaria del bosco” scrive Tantillo. In Val Visdende, a Santo Stefano di Cadore, un’associazione di architette sta costruendo una casa armonica con legni di risonanza, una residenza per musicisti, una sala di registrazione. L’iniziativa è uno dei progetti di ricostruzione partecipata del bosco nell’area del Trentino colpita dal ciclone Vaia. È appoggiata da diversi enti, tra cui la Regola di Casada che possiede in comune un bosco pubblico di quasi 5000 ettari. Ma anche qui la tutela ambientale è finalizzata sempre di più alla logica turistica.

Il bosco ai piedi del Terminillo rischia di essere tagliato per far posto a un progetto di espansione della stazione sciistica, in un’area in cui manca la neve ormai da molti anni. “Il Terminillo con le sue pareti severe, le creste affilate e i circhi glaciali che contornano la vetta è ancora oggi un luogo bellissimo, ma non c’è bisogno di proiettarsi in un futuro remoto per capire che nel giro di pochi decenni queste aree saranno del tutto inabitabili. È un’emergenza, eppure la sensazione è che non si abbiano gli strumenti teorici utili a intervenire rapidamente per fermare questa deriva” scrive Tantillo.

Quello delle aree interne è uno spazio economico dove non c’è accumulazione, e per questo è marginalizzato.

Non abbiamo strumenti perché, come la logica turistica, anche le politiche istituzionali sono astratte, non sono territorializzate. Non a caso spesso il turismo è il loro “orizzonte indiscusso di sviluppo”. Separandoci dal paesaggio, presentandolo come idillico e incontaminato, proponendo ricette calate dall’alto, la logica turistica toglie la capacità di progettare il futuro. L’illusione turistica rompe la relazione con il contesto, interrompe il rapporto con il mondo e per questo rende inabitabili i luoghi.

Ma la soluzione all’emergenza climatica, scrive Tantillo, va cercata nei territori: nelle pratiche di sopravvivenza che cittadini e amministratori sperimentano già oggi di fronte alle difficoltà dei mutamenti climatici. “Molti sono quelli che si sono messi letteralmente in cammino, in lungo e in largo per il paese, per tracciare nuovi sentieri di esplorazione dell’Italia vuota, da fare a piedi, alla ricerca di sguardi diversi”.

Ci sono diverse insidie. Innanzitutto, si rischia di cadere nella retorica delle “buone pratiche”. “Le piccole esperienze, per quanto buone, da sole non possono sopravvivere come isole felici in un mondo dominato da dinamiche di violenza ed esclusione – scrive Tantillo. Non ci si può illudere che diffondendo queste ‘buone pratiche’ a macchia d’olio le cose cambino. Se non le si porta a una dimensione sistemica, questo mondo continuerà a convivere con esse, privandole delle risorse per crescere realmente o mettendole a tacere quando serve”.

Un altro rischio è la cooptazione delle progettualità nuove, “portatrici di una nuova visione che connette giustizia sociale e ambientale, che rischia di diventare egemone e che sembra terrorizzare una buona parte della classe dirigente”. Il rischio è la colonizzazione di queste nuove istanze per alimentare il vecchio modello della crescita. “Tutta la narrazione della green-economy è questo: trovare nuovi margini per fare capitalismo sulla ricostruzione di quello che è stato distrutto. Distruggere per poter ricostruire. È la logica del termovalorizzatore che si alimenta di spazzatura” mi dice Tantillo.

Non abbiamo strumenti perché, come la logica turistica, anche le politiche istituzionali sono astratte, non sono territorializzate. Spesso il turismo è il loro ‘orizzonte indiscusso di sviluppo’.

Se la crisi climatica sta mostrando i limiti del modello di accumulazione capitalista e di organizzazione gerarchica del territorio, il mondo delle piante ci indica una soluzione: “è l’assenza di gerarchie degli organi vitali che rende solide le piante, la decentralizzazione delle funzioni, l’assenza di centri di comando” racconta a Tantillo Stefano Mancuso, che dirige il Laboratorio di Neurobiologia Vegetale dell’Università di Firenze. Forme di organizzazione decentralizzate, di decisione diffusa, “dove il consenso e l’autorità derivano dalla propria competenza” stanno diffondendosi velocemente. È il modello delle comunità energetiche che si sottraggono al controllo centralizzato delle risorse. Secondo Tantillo “la rinuncia all’antropocentrismo diventa, quindi, essenziale per la sopravvivenza della nostra e delle altre specie animali, e la promozione della biodiversità è lo strumento più forte che abbiamo contro le fragili autocrazie, le quali devono affidarsi alla violenza per sopravvivere”.

La resistenza al cambiamento, però, non viene solo dalle città. Se il futuro di alcune aree in via di desertificazione in Italia dipenderà dal tasso di immigrazione, “i flussi dell’economia finanziaria e dei migranti sono oggi percepiti da buona parte degli abitanti dell’Italia vuota come una minaccia, che ricalca ampiamente la contrapposizione fra identitarismo e cosmopolitismo, e che li spinge, un po’ dappertutto, a votare con risentimento”.

In alcuni paesi nel Nord Italia non è rimasto neanche un bar. “La vita si svolge in casa. È qui che cova il risentimento”, mi spiega Tantillo. “Le piccole patrie odiano la città e la mixité, come direbbero gli urbanisti. La cultura reazionaria della Lega nasce qui, nelle montagne, e attacca le città”. Ma l’idea delle comunità identitarie è un’invenzione. “Negli ultimi cento anni tutti hanno cambiato posto in Italia, anche gli abitanti delle aree interne. L’agricoltura è stanziale, esistevano comunità agricole, ma non è più così da cento anni, e forse non è mai stato così”. Lo stereotipo delle comunità immobili, stanziali e coese è un’altra invenzione del Grand Tour e, più recentemente, di Airbnb. “Le narrazioni territoriali servono a vendere prodotti locali” spiega Tantillo.

La soluzione all’emergenza climatica va cercata nelle pratiche di sopravvivenza che cittadini e amministratori sperimentano già oggi.

Il geografo Franco Farinelli collega la crisi dello spazio al tema della crisi di uno Stato statico fondato su un codice spaziale in cui le persone non si muovono. Oggi la mobilità è in aumento – e la crisi degli affitti deriva anche da questo. Ma gli strumenti per leggere e guidare le trasformazioni sono datati, sono pensati per fotografare situazioni fisse, oltre che per controllare qualcuno e per ignorare qualcun altro. E il problema della rappresentanza politica in Italia, che esclude fette di popolazione sempre più ampie, sta raggiungendo livelli insostenibili.

Nelle aree interne le decisioni sono prese da proprietari assenteisti. “Serve un progetto di riorganizzazione territoriale, anche amministrativo, che sia anche un nuovo progetto di cittadinanza”, mi dice Tantillo. “Dopo il terremoto di Amatrice c’è stata una fuga di massa dall’Appennino centrale: da un giorno all’altro paesi con ottanta abitanti se ne sono ritrovati dieci”. Nelle aree interne non esiste economia senza i beni civici, ma un uso civico è definito in base al numero di residenti: si vota. “Di fronte alla proposta di un gruppo di imprese tra cui la Ferrero di cedere in concessione gli usi civici dell’area del cratere del terremoto di Amatrice per convertirli per la coltivazione delle nocciole a fronte di un indennizzo di pochi spicci per ogni residente, la gran parte della popolazione, quella che era andata via prima e dopo il terremoto, avrebbe votato per cedere l’uso civico. Gli allevatori e tutti coloro che sono rimasti, che hanno bisogno del bosco per l’economia locale, di spazi per il pascolo, dell’acqua, e che oggi vi accedono perché il bosco è un bene comune, erano contrari”.

Nelle aree interne le decisioni sono prese da proprietari assenteisti.

La rappresentazione degli interessi spesso non corrisponde a quelli della popolazione effettiva. “La domanda che i cittadini si sono posti è stata: come si fa a evitare che quelli che sono andati via, che sono la maggioranza e che risultano residenti, votino per dare via tutto?”, prosegue Tantillo. “È emersa quindi l’ipotesi che la rappresentanza locale potesse essere espressa in una formula che potremmo definire ‘la performance di cittadinanza’. In sostanza: se stai un mese il tuo voto vale uno, se stai due mesi vale due, e via dicendo. Ma il profilo costituzionale di questa operazione è alquanto dubbio” racconta, ridendo. La questione, però, è seria. “Abbiamo coinvolto alcuni dottorandi dell’Università di Ancona e la facoltà di giurisprudenza dell’Università di Viterbo per approfondire i margini giuridici di questa ipotesi. La finalità ultima è dare più peso all’uso che alla proprietà. Perché il futuro delle aree interne si gioca su questo”. Forse è proprio vero, allora, che il futuro del paese si gioca nelle aree interne

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