mercoledì 10 maggio 2023

Capire poco, capire male, continuare a sbagliare - Omar Onnis

 

Non ci siamo. Si continua a ragionare su questa faccenda dentro una cornice fuorviante e con pochissima voglia di trovare soluzioni adeguate alla realtà.

Perché qui sta la magagna: la realtà della Sardegna è diversa da quella di Corsica e Baleari (e, per altri versi, da quella della Sicilia).

La Sardegna è tre volte più grande della Corsica e ha circa cinque volte i suoi abitanti. Rispetto alle Baleari (nel loro insieme) è quasi sei volte più grande e ha circa 400mila residenti ufficiali in più (ossia, una differenza maggiore della popolazione della Corsica).

Già solo da questi dati si evince una diversità tra situazioni che non possono essere sovrapposte meccanicamente solo perché si parla di isole.

La Sardegna ha un territorio molto più esteso e soprattutto più eterogeneo sia dell’una che delle altre isole vicine. La diversità interna – di ambienti, di climi, di popolamento, ecc. – ne fa una terra che qualcuno, retoricamente, ha paragonato a una sorta di mini-continente. È un’iperbole un po’ romantica, se vogliamo, ma in realtà enfatizza un dato vero.

Se dovessimo stilare una classifica dei problemi della Sardegna e delle loro cause, a quale posizione assegnereste il fatto di essere un’isola? Io lo metterei piuttosto in fondo, sicuramente dopo quattro o cinque altre questioni.

Una è la debolezza e la limitatezza produttiva. L’economia sarda è sproporzionata, in senso negativo, rispetto al territorio. Troppo piccola, troppo soffocata, troppo poco articolata. Dipende dal fatto che la Sardegna è un’isola? Solo in piccolissima parte (per non dire nient’affatto). In Sardegna si produce poco e spesso male, con conseguenze di ampia portata, che investono inevitabilmente i settori economici a più alto valore aggiunto, ossia quelli dei servizi, del terziario.

Purtroppo si ragiona – quando ci si prova – solo in termini ancora prevalentemente mercantilistici: bisogna vendere, esportare, attirare turismo e altre forme di appropriazione di ricchezza prodotta altrove. In cambio di cosa? Perlopiù di prodotti petroliferi, ma con un ruolo a dir poco secondario e pressoché del tutto dipendente e subalterno all’interno dell’economia italiana, europea e mediterranea. A dispetto dei salti di gioia mostrati dai mass media nostrani ogni volta che esce questo dato allarmante (ed esce ogni anno da anni).

È palese, a mio avviso, che bisognerebbe far pendere la bilancia economica più sul versante che nel Settecento avrebbero definito fisiocratico. Certo, una fisiocrazia aggiornata e calibrata. In ogni caso, ripartirei dai fondamenti, dal settore primario, dalle produzioni agricole e agro-alimentari, a cui aggiungerei l’industria di trasformazione, col suo indotto, e poi via via ad aggiungere manifattura (specie di qualità e non di mera quantità, ivi compresa la nuova industria del riciclo dei materiali), il terziario (non quello miserrimo dei centri commerciali, ma un terziario aggiornato, se non avanzato), un po’ di turismo (non troppo e non solo estivo).

Su questa base anche le esportazioni diventerebbero significative, ma non solo di idrocarburi. Anzi, quest’industria obsoleta e dannosa la accompagnerei il più rapidamente possibile alla chiusura (previo un corposo intervento di bonifica e messa in sicurezza a spese delle aziende che ci hanno lucrato fin qui, SARAS in testa).

Naturalmente, il tutto preceduto o comunque assecondato da una pianificazione della produzione e della distribuzione dell’energia adeguata al territorio sardo, alla sua demografia e alle sue esigenze socio-economiche, non certo – anche qui – alla mera esportazione, per giunta senza guadagno alcuno per l’isola.

Tutte faccende di cui dovrebbe occuparsi la politica sarda. Che invece è per sua natura – in quanto espressione di subalternità e di conseguente cialtronaggine – votata a tutt’altro: giochi di potere, clientelismi, beghe di fazione, opportunismo, servilismo verso i potenti a cui si deve la propria carriera.

Nel quadro generale della Sardegna attuale, che valore ha un discorso come quello esposto nell’articolo di cui sopra? Davvero ha senso continuare a propagandare la mortificante panzana dell’insularità e le conseguenti pretese di tutela e sostegno verso lo Stato italiano? È davvero la prima o addirittura unica opzione a disposizione di un’isola come la Sardegna?

Con ciò non voglio negare che alcune soluzioni adottate per le proprie porzioni insulari da altri stati, meno scalcagnati e meglio tenuti insieme dell’Italia, potrebbero essere adottate – e adattate – in Sardegna. Ci si può studiare su. Ma studiare, appunto. Ossia, capire e poi metterci del nostro.

Ci sono altre regioni italiane, non insulari, in cui l’impiego pubblico, compreso quello scolastico, assicura qualche vantaggio di reddito. Penso alle province autonome di Trento e Bozen-Bolzano, per dire. C’entra qualcosa l’insularità? No, che io sappia; a meno di sconvolgimenti tettonici di cui al momento però non c’è evidenza. Per altro le maggiorazioni nelle buste paga non arrivano come una generosa elargizione dello Stato, ma come previsione interna delle due realtà amministrative autonome.

Si dirà: ma Trentino e Sud-Tirol hanno più soldi. Vero, però questa obiezione la accetterò solo quando sarà finalmente ridiscussa e possibilmente risolta *non a vantaggio di Roma* la datata querelle della vertenza entrate. Sennò, di cosa stiamo discutendo? E comunque la Sardegna non soffre di penuria di denaro pubblico, dato che annualmente restituisce la maggior parte dei fondi europei per mancato utilizzo. Senza contare che, se si eliminassero sprechi e ruberie varie, anche col bilancio attuale della RAS si potrebbe fare molto di più e molto di meglio.

Sui trasporti il discorso è parzialmente diverso. I modelli adottati nel Regno di Spagna e in Francia sono molto più efficaci, equi ed efficienti della stupidissima “continuità territoriale” appioppata alla Sardegna. Perché non prendere spunto? Be’, prima di tutto perché in Italia e in Sardegna la prima regola della politica è soddisfare i gruppi di interesse del cui sostegno non ci si vuole privare. Quindi posso trovare la soluzione migliore del mondo, ma se si scontra con gli interessi di qualche forte gruppo industriale e/o finanziario, o di qualche corporazione particolarmente agguerrita, ho la ragionevole certezza che non verrà mai adottata. I bisogni anche basilari della cittadinanza, persino quando integrano diritti rilevanti, rimangono sempre in secondo piano. Le rare volte che si riesce a soddisfarli è sempre e solo in termini accessori, a volte preterintenzionali, a volte del tutto casuali.

Tanto più questo è vero nella colonia oltremarina sarda, dove persino la devastante occupazione militare di una parte consistente del suo territorio continua ad essere considerata normale, se non proprio positiva. Con la politica locale messa lì a garantirne legittimità e piena operatività. E i cattivi sono gli anti-militaristi, gli anarchici, gli ambientalisti e i soliti indipendentisti che vi si oppongono.

È penosa la continua richiesta di aiuto verso lo Stato centrale. Lo è in linea generale e lo è doppiamente perché lo Stato in questione è l’Italia. Non ci è bastato più di un secolo e mezzo per capire come funziona?

Chiaramente, questo approccio non è solo fine a se stesso. Serve anche a coprire le responsabilità della classe politica podataria nostrana. Se si spaccia per storicamente fondato l’assunto che la Sardegna da sola non ce la può fare, è ovvio che non ci resti che supplicare qualcuno di salvarci. E nel frattempo chi amministra la situazione in loco può farsi gli affari propri, sicuro di non dover rendere conto dei problemi mai risolti.

Come mi piacerebbe se una consistente maggioranza della popolazione sarda smettesse finalmente di credere a queste sciocchezze e si desse una svegliata. Smettesse di pendere dalle labbra di ciarlatani e faccendieri, di personaggi squallidi e piccoli guitti di provincia, ossia ciò che offre la nostra classe politica, e cominciasse a zittirli, a negare loro la propria fiducia e prima ancora la propria attenzione. Dandosi da fare per rimettere a posto le cose, magari. Chissà se arriverà mai quel giorno.

https://sardegnamondo.eu/2023/04/19/capire-poco-capire-male-continuare-a-sbagliare/

martedì 9 maggio 2023

Assetati di profitto - Leonardo Animali

 

 “L’acqua la insegna la sete”, è un verso di una poesia di Emily Dickinson del 1859. Nel 2023, invece, il rapporto ONU relativo al fabbisogno idrico del pianeta, pubblicato in occasione della Giornata Mondiale dell’acqua del 22 marzo scorso, evidenzia che in questo momento sul pianeta 2 miliardi di persone non hanno acqua sicura da bere; con la previsione che nel 2050 saranno 5 miliardi le persone che non avranno accesso all’acqua potabile; e il 2050, per quelli nati dal 2000 in poi, significa “dopodomani”.

In questo primo periodo dell’anno, in Italia si è registrato in media il 18% in meno di precipitazioni rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. È scaduto il 17 aprile il bando della Regione Marche per i ristori alla perdita delle produzioni agricole, dovute alla siccità del 2022. Palese evidenza che la crisi climatica in corso non è una fantasia del canale/blog specializzato in fake-news ByoBlu, nè un’invenzione dell’ipotizzata “associazione a delinquere” (secondo la Procura di Padova) di cittadini di Ultima Generazione che si battono per la giustizia climatica; ma un fatto scientifico in corso, che si ripercuote sull’attività economica delle imprese agricole; e che arriva anche nel “paniere” della spesa, con il rincaro dei prezzi (già 10,8% per la frutta e dell’11,8% della verdura).

Diverse Regioni, già da gennaio sono in conclamata crisi idrica, e si profila una situazione peggiore di quella del 2022; la Regione Veneto, il 14 marzo ha emanato già un’ordinanza su “Carenza di disponibilità idrica nel territorio della Regione”. Non molto differente la situazione della Regione Marche, in cui già le sole perdite della rete idrica sono pari al 34% dell’acqua immessa (Istat 2023). I dati del “monitor siccità” dell’ASSA Marche, forniscono un quadro classificabile come “moderatamente siccitoso” fino ad aprile, con una situazione più positiva nel centro-nord. La scorsa estate la situazione fu critica: fioccarono le ordinanze dei sindaci marchigiani, che prescrivevano misure per limitare l’uso pubblico e privato dell’acqua. Oltre a richiamare i cittadini alla sobrietà nell’utilizzo dell’acqua, si impediva il prelievo, o limitava l’uso per: irrigazione e annaffiatura di orti, giardini e prati; lavaggio di aree cortilizie, piazzali, veicoli a motore; riempimento di piscine su aree private (ma non quelle delle attività economiche turistiche o sportive, ndr); usi diversi da quello alimentare domestico, per l’igiene personale e per l’abbeveraggio degli animali. Una situazione che, in vista dell’estate prossima, ha tutte le condizioni per replicarsi. È giusto chiedere sacrifici ai cittadini. Ma c’è un settore del sistema produttivo in Italia, al quale però su questo tema, non viene chiesto alcun “sacrificio”. Specie in un periodo come questo, dove in alcune zone del Paese, l’uso dell’acqua viene razionato e molti cittadini vengono riforniti con le autobotti (questo, senza aspettare l’estate, è già avvenuto a gennaio scorso in alcuni centri del Piemonte). Ed è quello dell’industria dell’acqua minerale, che preleva l'”acqua bene comune” dal sottosuolo e dalle sorgenti.

Il business delle acque in bottiglia

Le scienze geologiche ci spiegano che i fiumi, per avere un loro equilibrio, debbono vivere nel loro rapporto con le falde che sono sotterranee; se si emunge troppo, il livello delle falde si abbassa talmente tanto, che prima che si ricarichino ci impiegano un tempo troppo lungo; noi usiamo, o meglio beviamo, acqua fossile, che è piovuta anche centinaia di anni fa, e che quindi è risorsa idrica che è andata a caricare i nostri serbatoi sotterranei con un tempo lungo. Siccome specie in questo periodo, complice anche la siccità, si sta emungendo in maniera straordinaria, quelle falde non si ricaricano più nei tempi e nei modi “normali”.

Il business delle acque in bottiglia garantisce enormi profitti ai privati e somme irrisorie alle Regioni. Ad esempio, l’ultimo bilancio di Rocchetta Spa, certifica nel 2020 ricavi per 56,4 milioni di euro, e utili per 1,6 milioni a fronte dei quali, in base ai dati forniti dalla Regione Umbria, l’azienda ha pagato poco più di 445mila euro per lo sfruttamento delle sorgenti di Gualdo Tadino, dove da anni va avanti indomita la battaglia civile e giudiziaria della locale Comunanza Agraria contro lo sfruttamento delle risorse idriche, a seguito delle concessioni date dal Comune e dalla Regione alla multinazionale dell’acqua minerale. Per l’emungimento, infatti, le società versano pochissimo. Lo confermano i dati del 2020 (da un’inchiesta di Altreconomia): sono stati emunti circa 17,9 miliardi di litri d’acqua, mentre i canoni corrisposti alle Regioni ammontano a poco meno di 18,8 milioni di euro. Ed è un dato parziale, perché non tutti gli enti regionali hanno fornito dati. C’è infatti molta reticenza, perché emerge che le aziende pagano pochissimo la materia prima che sta alla base della loro attività: un litro d’acqua viene pagato nell’ordine dei millesimi di euro, una cifra quasi virtuale (la media italiana per litro emunto nel 2020, ma mancano i dati di 7 Regioni, è di 0,0007 €). Pensiamo poi che quella stessa acqua, una volta imbottigliata e distribuita, viene venduta tra i 20 centesimi e i 2 euro al litro. Il sistema è regolato da concessioni per l’emungimento, spesso di natura ultradecennale, che le Regioni stabiliscono con i privati. A determinare l’importo concorrono due fattori: un canone relativo alla superficie di territorio dato in concessione, e uno commisurato alla quantità d’acqua emunta o imbottigliata.

Il caso della Marche

Nelle Marche, le concessioni a soggetti privati per l’emungimento di acqua ai fini della sua commercializzazione, sono regolate da una legge del 1982, la n. 32: “Disciplina della ricerca, coltivazione ed utilizzazione delle acque minerali e termali nella Regione Marche”. La durata delle concessioni è di 20 anni, con possibilità di proroga per altri 30 anni. Si può osservare come nelle Marche non si sia mai proceduto al rilascio, o al rinnovo, attraverso una procedura pubblica di avviso o gara. Nel caso di nuove richieste, l’avvio del procedimento delle istanze presentate dai soggetti interessati, viene pubblicato sia su BUR, che su albo pretorio del Comune interessato. Per quanto riguarda l’utilizzo di acque termali, le concessioni sono perpetue.

Altro aspetto “singolare”, è che il privato certifica alla Regione Marche l’emungimento in “autolettura”, un po’ come per l’uso domestico. Tutte le ditte titolari di concessioni minerarie di acque minerali e termali sono tenute a dotarsi di contatore per misurare le portate prelevate; le quote dovute per l’imbottigliamento vengono pagate a conguaglio in base alle fatture emesse dalle aziende, in cui si evincono i litri e le tipologie volumetriche dei recipienti, e il materiale utilizzato per l’imbottigliamento e la commercializzazione (vetro, plastica). La Regione, semmai, procede a campione nel fare dei sopralluoghi di verifica della corrispondenza tra misurato e dichiarato. Mentre, nel caso dell’acqua potabile a uso domestico, il personale della società territoriale, viene sempre periodicamente a leggere il nostro contatore.

La legge disciplina anche l’aspetto economico; ogni azienda versa una royalties che è composta da due voci: una quota parte relativa al diritto di superficie, e un’altra data dai litri imbottigliati. Da questo si può dedurre come non venga pagata la probabile quantità, seppur minima, di acqua dispersa.

Nello specifico: il concessionario corrisponde alla Regione un diritto annuo anticipato proporzionale all’estensione della superficie accordata in concessione pari, per ogni ettaro o frazione di ettaro, a:
a) euro 120,00, per le concessioni relative ad acque minerali naturali e di sorgente che utilizzano oltre 25 milioni di litri/anno destinate all’imbottigliamento;
b) euro 60,00, per le concessioni relative ad acque minerali naturali e di sorgente che utilizzano meno di 25 milioni di litri/anno destinate all’imbottigliamento;
b bis) euro 30,00 per le concessioni relative ad acque minerali naturali e di sorgente che utilizzano meno di 5 milioni di litri/anno destinate all’imbottigliamento;
c) euro 20,00, per le concessioni relative ad acque minerali ad uso termale.

Zeri virgola

Relativamente alla quota parte di acqua commercializzata, il titolare della concessione ad eccezione di quella esclusivamente destinata a cure termali, corrisponde alla Regione un diritto annuo commisurato alla quantità imbottigliata e pari, ogni mille litri, a euro 1,25 dal 1° gennaio 2010. Questa tariffa, pari a 0,00125 euro per litro d’acqua emunta, e poi messa in vendita, non è stata più aggiornata da tredici anni. C’è però un incentivo alla ecosostenibilità: se l’acqua viene imbottigliata in vetro, anziché plastica, c’è una riduzione del 30% della tariffa mobile, per cui diventa 0,000875 euro per litro d’acqua.

“Zeri virgola”, che sono cifre quasi immateriali dal punto di vista della vita comune; un po’ come quando si deve provare a dare un senso pratico alla quantità monetaria del “bilione” o del “trilione”. Confrontando questa tariffa, con quella applicata ad esempio da Vivaservizi – gestore della provincia di Ancona – a una famiglia di quattro persone, che statisticamente consuma circa 180 mc d’acqua all’anno (180.000 litri), vediamo che a casa paghiamo 0,00159 euro al litroInsomma l’acqua ad uso domestico è più costosa rispetto a quella emunta dal sottosuolo, e venduta per profitto aziendale.

Nomi, tariffe e greenwashing

Quali sono le aziende concessionarie che imbottigliano acqua? Industrie Togni (Acqua Frasassi) di Serra S. Quirico (due sorgenti, San Cassiano a Fabriano e Piagge del Prete a Genga), Società Fonti di Palme a Fermo, S.A.G.M.A. a Montefortino, San Ruffino ad Amandola, Sarnano Terzo Millennio (due sorgenti), S.I.B.E. ad Ussita, Nerea a Castelsantangelo sul Nera, Blu Service a Fossombrone, Galvanina ad Apecchio, Viti Oriana a Cagli (sorgente Calvagna). Le concessioni sono tutte attive con scadenze che arrivano anche fino al 2047, tranne per tre recentemente scadute, ma di cui risulta il rinnovo in corso (Fonte di Palme, S.A.G.M.A. e San Ruffino). Per quanto attiene ai dati economici del 2022, complessivamente hanno versato alla Regione un canone base di € 61.046 (sono comprese anche le concessionarie di sorgenti termali), e un canone per l’imbottigliato di € 390.791 (ma devono versare ancora in diversi). Completo il dato 2021, pari a € 611.696; c’è da osservare che però le società S.A.G.M.A., San Ruffino, Sarnano Terzo Millennio e Viti Oriana, non versano il canone imbottigliato dal 2017; qui si può solo benevolmente presupporre che in questi anni, queste imprese non abbiano emunto, imbottigliato e commercializzato. Entrando più nello specifico, si evince che la quasi totalità dell’incasso derivante dal canone imbottigliato nella Regione, lo fanno le Industrie Togni e Nerea. Riprendendo il dato relativo alla tariffa di 0,00125 euro per litro emunto, e ipotizzando che tutta l’acqua sia imbottigliata in plastica, proviamo ad andare proprio nel dettaglio. Le Industrie Togni nel 2022 hanno versato di canone imbottigliato € 4.315,18 per la sorgente di San Cassiano e € 386.476,60 per quella di Genga. Facendo un semplice calcolo aritmetico, l’acqua emunta sarebbe pari a 312.632.944 litri. Va sottolineato che Industrie Togni è l’unica tra le imprese ad aver versato il canone nel 2022. Per le altre, quindi, dobbiamo riferirci all’anno precedente, ovvero il 2021. La società Nerea ha versato € 75.000 per 60.000.000 di litri emunti. La Galvanina ha versato € 85.516,44 per 68.413.152 di litri emunti. La Blu Service ha versato € 2.695,74 per 2.156.592 di litri emunti. La SIBE di Ussita ha versato € 7.982,11 per 6.385.688 di litri emunti. La Fonte di Palme ha versato € 1.018,71 per 814.400 litri emunti. Complessivamente, nel 2021 nelle Marche, l’industria dell’acqua minerale ha emunto dal sottosuolo, imbottigliato e commercioalizzato 489.357.360 di litri d’acqua. Risorsa che, essendo acqua di sorgente e falda, dovrebbe considerarsi pubblica e “bene comune”.

Invece il canone fisso, versato alla Regione dai concessionari delle sorgenti a uso termale, è complessivamente di € 61.046,33; due di queste imprese, le Terme di Carignano a Fano, e quelle dell’Aspio a Camerano, godono di concessioni perpetue. Le altre imprese che nelle Marche hanno concessioni termali sono: Terme San Vittore a Genga, Soc. Wellness & Resort a Camerano, Nuove Terme di Acquasanta Terme, Sarnano Terzo Millennio, Azienda Specializzata a Tolentino, Gestione Spedalità Private a Carignano, Terme di Macerata Feltria, Bellisio Solfare Terme a Pergola, Terme di Riccione a Petriano e Comune di San Lorenzo in Campo.

In conclusione di questa piccola inchiesta sulle concessioni delle acque minerali e termali della Regione Marche, i commenti da fare sono ben pochi, così come le valutazioni. I dati parlano da soli. E il fatto che questi nelle Marche siano pubblicamente consultabili dal sito istituzionale della Regione, non è poca cosa. Andando sui siti di gran parte di queste aziende, c’è immancabile il link dell’impegno ecologico dell’impresa, una sorta di decalogo del greenwashing; in quanto, il vero impegno ambientale sarebbe quello di pompare meno acqua, facendo meno business. Ma quello che è veramente scandaloso è che ai cittadini dei territori dove viene prelevata l’acqua ai fini commerciali privati, non ritorni nulla, neanche il poco che queste aziende versano come royalties (che vanno alle Regioni e non ai Comuni); imprese che, quando va bene, si puliscono la coscienza con qualche sponsorizzazione paesana, una rotatoria, o la fornitura di bottigliette di plastica per qualche evento pubblico. In fondo, è come se chi abita in un Comune dove c’è un’impresa di acque minerali, venisse rapinato due volte.

da qui

lunedì 8 maggio 2023

Il clima e le cavie della geoingegneria - Silvia Ribeiro

 

Nelle settimane scorse, un famoso scienziato nigeriano, il professor Chukwumerije Okereke, ha pubblicato sul New York Times un articolo in cui denuncia che i promotori della geoingegneria fanno pressione sui paesi africani per avanzare proposte di manipolazione del clima nel continente. Okereke, uno degli autori del report dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change – Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici), ha intitolato il suo articolo “My Continent Is Not Your Giant Climate Lab” (Il mio continente non è il vostro gigantesco laboratorio climatico). L’autore si riferisce anche agli esperimenti di geoingegneria che una società statunitense ha realizzato in Messico e appoggia l’annuncio del governo messicano di voler vietare tali esperimenti (The New York Times, 18/04/2023).

Okereke rivela che alcuni rappresentanti della ONG Carnegie Climate Governance Initiative (C2G) si presentano come neutrali nei confronti della geoingegneria, ma hanno affermato, rivolgendosi a negoziatori africani sul clima, che le tecnologie per bloccare parte dei raggi solari sarebbero un metodo rapido ed economico per abbassare la temperatura dovuta al riscaldamento globale e che i paesi più poveri sarebbero quelli che ne trarrebbero maggiori vantaggi.

Come esperto di cambiamenti climatici, Okereke avverte che queste proposte di manipolazione ambientale sono estremamente rischiose e speculative, e si oppone fermamente all’uso del suo continente come campo sperimentale. Aggiunge che anche se la geoingegneria solare dovesse mantenere le sue promesse teoriche di abbassare le temperature in qualche parte del mondo, potrebbe intensificare la siccità, le inondazioni e altri squilibri climatici in altre regioni, minacciando i mezzi di sussistenza di milioni di persone.

Aggiunge inoltre che si tratta di una battaglia impari, perché coloro che promuovono la geoingegneria sono sostenuti da Bill Gates e da altri miliardari. George Soros ha recentemente annunciato che darà il suo sostegno alla geoingegneria solare. Altre ONG, come la Degrees Initiative – finanziata dalla fondazione di Dustin Moskovitz, co-fondatore di Facebook – affermano di voler mettere i paesi in via di sviluppo al centro del dibattito sulla geoingegneria solare. In realtà, dice Okereke, è un modo per entrare dalla porta di servizio allo scopo di generare ricerche che giustifichino la trasformazione dell’Africa in un campo sperimentale di geoingegneria. Le organizzazioni della società civile di diversi paesi africani hanno chiesto di non permettere questi esperimenti (https://tinyurl.com/yv2wvbsc).

 

Le due ONG citate – C2G e Degrees Initiative – sono molto attive anche in America LatinaI rappresentanti della Degrees Initiative sono stati in Messico la scorsa settimana per promuovere studi sugli impatti che l’applicazione di alcune tecniche di geoingegneria solare potrebbe avere sul Messico e sull’America centrale. Non propongono di finanziare studi ad ampio raggio sui cambiamenti climatici e sul tipo di risposta che sarebbe migliore in ciascun paese, in base alle sue condizioni e priorità, ma studi ristretti sui rischi o sui benefici dell’applicazione della geoingegneria solare rispetto ai rischi del cambiamento climatico. A questo proposito, Okerere ha commentato: potrei elencare 100 cose che il mondo può fare (per frenare il cambiamento climatico), e nessuna di queste sarebbe geoingegneria (https://tinyurl.com/2j9hevmw).

Le misure annunciate dal Messico nel gennaio 2023 per non consentire esperimenti di geoingegneria solare nel suo territorio hanno avuto risonanza nei mass media globali, così come nelle discussioni globali sulla geoingegneria. Diversi paesi dell’America Latina e dell’Africa stanno valutando questa procedura come un modo per proteggere i loro paesi dalla sperimentazione della geoingegneria. Gli esperimenti illegali in Messico hanno dimostrato che qualsiasi impresa può assumere la ricerca dei geoingegneri che affermano di fare soltanto studi di laboratorio e applicarla per scopi commerciali in paesi che non li impediscono. La società Make Sunsets che ha agito in Messico ha dichiarato di basarsi sulla ricerca di David Keith dell’Università di Harvard (https://tinyurl.com/yp9cjn3r).

Questa settimana il Consiglio Nazionale di Scienza e Tecnologia (Conacyt), l’Istituto Nazionale di Ecologia e Cambiamento climatico (INECC) e il Ministero dell’Ambiente e delle Risorse naturali (Semarnat) hanno organizzato un seminario su “La geoingegneria in Messico, riflessioni dal punto di vista del principio di precauzione e della giustizia climatica”, nell’ambito del processo di discussione per l’attuazione legale delle misure precauzionali annunciate in precedenza. All’incontro hanno partecipato rappresentanti di questi enti istituzionali, del mondo accademico e della società civile (“La geoingeniería en México, reflexiones desde el principio precautorio y la justicia climática” – registrazione online del seminario).

 

Gli impatti della crisi climatica sono molto preoccupanti, ma le proposte di geoingegneria non ne affrontano le cause, bensì generano nuovi rischi, condizioni di dipendenza e minacce alla sovranità, ha affermato Agustín Ávila Romero, responsabile dell’INECC. Studi scientifici dimostrano che la geoingegneria solare che propone di iniettare anidride solforosa nella stratosfera richiederebbe la ripetizione di tali iniezioni per decenni e avrebbe effetti disuguali, con alcune regioni che soffrirebbero di più siccità o inondazioni. La loro improvvisa cessazione – per ragioni politiche o economiche – causerebbe un brusco aumento della temperatura che sarebbe peggiore di quello che si riscontrava prima di iniziarle. Si tratta di rischi inaccettabili. In una dichiarazione congiunta, le tre istituzioni hanno ribadito che gli esperimenti di geoingegneria solare non saranno consentiti in Messico (https://bit.ly/3KUfvGb).

Una questione che è stata sollevata durante il seminario riguarda l’inseminazione delle nuvole, una forma di modifica del clima promossa da altri settori del governo. Questa tecnica comporta altri impatti che devono essere analizzati (https://tinyurl.com/3hebkyfy).


Fonte: “Presiones y frenos a la geoingeniería”, in La Jornada, 22/04/2023.
Traduzione a cura di Camminardomandando

da qui

domenica 7 maggio 2023

Vandana Shiva – Miguel Martinez

 

Tra le innumerevoli cose buone di una vita a volte drammatica, ma sempre istruttiva, c’è stato il mio incontro con Vandana Shiva.

Quando viene in Italia, le faccio da traduttore volontario.

Vandana cerca di salvare la biodiversità, dei semi come degli esseri umani, dalle tecnotenebre incombenti. Attenzione, non si tratta di “cambiare” il mondo, che è il sogno di tutti i progressisti, si tratta solo di permettere alla vita di vivere.

Ciò che Vandana ha di speciale è la capacità di comunicare questa missione. Non come causa astratta, ma come coinvolgimento di ogni singolo individuo che incontra sul suo cammino, sa accogliere le storie di tutti noi e ricordarle.

Vandana arriva tra una platea di persone all’altro capo del mondo dal suo, e in un istante si sintonizza, con passione e umorismo, sulle loro esperienze, per poi incitarle a fare qualcosa di concreto. E come lei mi diceva, sono meglio le persone che non hanno pregiudizi ideologici di partenza, perché sono più vicine alla vita.

Il gioco di “Destra-e-Sinistra” occupa, per gli occidentali, l’intero orizzonte delle scelte disponibili.

Vandana deve trasmettere una visione del mondo lontanissima da questo gioco delirante, perché la sua non nasce dall’Occidente che il mondo l’ha conquistato. E quindi Vandana semplifica molto quando parla: il suo scopo non è fare un ragionamento accademico, ma sfidarci, se stiamo dalla parte della biodiversità o dalla parte del tecnodominio.

The Guardian è un quotidiano inglese che in genere trasmette idee di Sinistra, ma ha una notevole apertura, per cui ogni tanto pubblica articoli come questo. Di solito insomma, è un bicchiere mezzo vuoto, ma è anche un bicchiere mezzo pieno, come questa volta.

 

 

Vandana Shiva: “Dobbiamo passare dall’agricoltura industriale a quella ecologica

Di Hannah Ellis Petersen

Non bisogna cercare molto lontano per trovare l’essenza della vita, dice Vandana Shiva. Ma in una società immersa in un turbinio di progressi tecnologici, bio-hack e tentativi di migliorare noi stessi e il mondo naturale, l’autrice teme che siamo decisi a distruggerlo.

“Tutto nasce dal seme, ma abbiamo dimenticato che il seme non è una macchina”, dice Shiva. “Pensiamo di poter ingegnerizzare la vita, di poter cambiare il DNA accuratamente organizzato di un organismo vivente e che non ci sarà un impatto più ampio. Ma questa è un’illusione pericolosa”.

Per quasi cinque decenni, Shiva è stata profondamente impegnata nella lotta per la giustizia ambientale in India. Considerata una delle più formidabili ambientaliste del mondo, ha lavorato per salvare le foreste, chiudere le miniere inquinanti, denunciare i pericoli dei pesticidi, stimolare la campagna globale per l’agricoltura biologica, sostenere l’ecofemminismo e scontrarsi con le potenti multinazionali chimiche.

La sua battaglia per proteggere i semi del mondo nella loro forma naturale – piuttosto che nelle versioni geneticamente alterate e controllate commercialmente – continua a essere il lavoro della sua vita.

La filosofia anti-globalizzazione di Shiva e i suoi pellegrinaggi attraverso l’India sono stati spesso paragonati al Mahatma Gandhi. Tuttavia, mentre Gandhi è diventato sinonimo dell’arcolaio come simbolo di autosufficienza, l’emblema di Shiva è il seme.

Oggi 70enne, Shiva – divorziata e con un figlio – ha trascorso la sua vita rifiutando di conformarsi alle norme patriarcali così spesso imposte alle donne in India, soprattutto negli anni Cinquanta. Ha pubblicato più di venti libri e quando non viaggia per il mondo per seminari o conferenze, passa il tempo tra il suo ufficio a Delhi e la sua fattoria biologica ai piedi dell’Himalaya.

L’autrice attribuisce il suo spirito di resistenza ai suoi genitori, che erano “femministi a un livello superiore a quello che avrei mai conosciuto, molto prima che si conoscesse la parola ‘femminismo’”. Dopo il 1947, quando l’India ottenne l’indipendenza, suo padre lasciò l’esercito per un lavoro nelle foreste dello Stato montuoso dell’Uttarakhand, dove Shiva nacque e fu educata a credere sempre di essere uguale agli uomini. “Le foreste erano la mia identità e fin da piccola le leggi della natura mi hanno affascinato”, racconta.

Aveva circa sei anni quando si imbatté in un libro di citazioni di Albert Einstein sepolto in una piccola biblioteca ammuffita in un rifugio nella foresta. Rimase affascinata e decise, contro ogni previsione, di diventare fisica. Sebbene la scienza non fosse insegnata nella scuola rurale conventuale, i genitori di Shiva incoraggiarono la sua curiosità e trovarono il modo di farla imparare. A vent’anni stava completando il dottorato di ricerca in fisica quantistica presso un’università canadese.

Tuttavia, mentre il disboscamento, le dighe e lo sviluppo devastavano le foreste dell’Uttarakhand e le contadine locali si sollevavano per combatterle – un movimento noto come Chipko – Shiva si rese conto, una volta tornata in India, che il suo cuore non era la fisica quantistica, ma una domanda diversa e assillante. “Non riuscivo a capire perché ci dicevano che le nuove tecnologie portano progresso, ma ovunque guardassi, le popolazioni locali diventavano sempre più povere e i paesaggi venivano devastati non appena arrivava lo sviluppo o la nuova tecnologia“, racconta.


Nel 1982, nella stalla per vacche di sua madre nella città montana di Dehradun, Shiva creò la sua fondazione di ricerca, esplorando l’incrocio tra scienza, tecnologia ed ecologia. Iniziò a documentare la “rivoluzione verde” che investì l’India rurale a partire dalla fine degli anni Sessanta: nel tentativo di aumentare i raccolti e scongiurare la carestia, il governo aveva spinto gli agricoltori a introdurre tecnologia, meccanizzazione e prodotti agrochimici.

Questo le ha instillato un’opposizione di lunga data all’interferenza industriale nell’agricoltura. Sebbene si riconosca che la rivoluzione verde abbia evitato una fame diffusa e abbia introdotto la necessaria modernizzazione nelle comunità rurali, è stata anche l’inizio di un sistema di monocoltura continuo in India, dove gli agricoltori sono stati spinti ad abbandonare le varietà autoctone e a piantare poche colture di grano e riso ad alto rendimento in cicli di rapida rotazione, bruciando le stoppie nei loro campi nel frattempo.

Questo ha anche creato una dipendenza da fertilizzanti e prodotti chimici sovvenzionati che, sebbene costosa e disastrosa dal punto di vista ambientale, dura ancora oggi. Il suolo di Stati fertili come il Punjab, un tempo noto come il granaio dell’India, è stato privato dei suoi ricchi minerali, con i corsi d’acqua che si prosciugano, i fiumi inquinati dalle sostanze chimiche e gli agricoltori in uno stato perenne di profonda crisi e rabbia.

I sospetti di Shiva sull’industria chimica si sono ulteriormente aggravati quando, all’inizio degli anni Novanta, ha assistito ad alcune delle prime discussioni multilaterali sulla biotecnologia agricola e sui piani delle aziende chimiche per alterare i geni delle colture a fini commerciali.

“Le aziende erano in corsa per sviluppare e brevettare queste colture geneticamente modificate, ma nessuno si fermava a chiedersi: quale sarà l’impatto sull’ambiente? Quale sarà l’impatto sulla diversità? Quanto costerà agli agricoltori? Volevano solo vincere la gara e controllare tutte le sementi del mondo. A me sembrava tutto così sbagliato“, racconta Shiva.

Nel 1991, cinque anni prima che venissero piantate le prime colture geneticamente modificate (GM), ha fondato Navdanya, che significa “nove semi”, un’iniziativa per salvare le sementi autoctone dell’India e diffonderne l’uso tra gli agricoltori. Otto anni dopo, ha portato il monolite chimico Monsanto, il più grande produttore di sementi al mondo, davanti alla Corte suprema per aver introdotto in India il suo cotone geneticamente modificato senza autorizzazione.

La Monsanto è diventata famosa negli anni ’60 per aver prodotto l’erbicida Agente Arancio per l’esercito americano durante la guerra del Vietnam, e successivamente ha guidato lo sviluppo di colture geneticamente modificate negli anni ’90. Si è mossa rapidamente per penetrare nel mercato internazionale con le sue sementi privatizzate, in particolare nei Paesi in via di sviluppo, prevalentemente agricoli.

L’azienda, che nel 2018 è stata acquistata dalla società farmaceutica e biotecnologica tedesca Bayer, è stata coinvolta in un’azione legale. Nel 2020 ha annunciato un pagamento di 11 miliardi di dollari (8,7 miliardi di sterline) per risolvere le denunce di legami tra il suo erbicida e il cancro per conto di quasi 100.000 persone, ma ha negato qualsiasi illecito. Nel 2016, decine di gruppi della società civile hanno inscenato un “tribunale popolare” all’Aia, giudicando Monsanto colpevole di violazioni dei diritti umani e di aver sviluppato un sistema agricolo insostenibile.

Shiva afferma che portare Monsanto in tribunale è stato come mettersi contro una mafia e sostiene che sono stati fatti molti tentativi per minacciarla e farle pressione affinché non presentasse il caso.
salta la promozione della newsletter

La Monsanto ha finalmente ottenuto il permesso di portare il cotone geneticamente modificato in India nel 2002, ma Shiva ha continuato a lottare contro le multinazionali della chimica, che Shiva definisce “cartello dei veleni”. Attualmente più del 60% delle sementi commerciali del mondo sono vendute da sole quattro aziende, che hanno guidato la spinta a brevettare i semi, hanno orchestrato un monopolio globale di alcune colture geneticamente modificate come il cotone e la soia e hanno fatto causa a centinaia di piccoli agricoltori per aver salvato i semi delle colture commerciali.

“Abbiamo affrontato questi giganti quando dicevano ‘abbiamo inventato il riso, abbiamo inventato il grano’, e abbiamo vinto”, afferma.

Rimane fermamente convinta che le colture geneticamente modificate abbiano fallito. Ma anche se l’eredità del cotone GM resistente ai parassiti in India è complessa e ha aumentato l’uso di pesticidi, non tutti concordano sul fatto che la questione sia bianca o nera. Infatti, le sue posizioni schiette e spesso intransigenti sugli organismi geneticamente modificati e sulla globalizzazione le hanno fatto guadagnare molti critici e potenti nemici.

È stata accusata di esagerare i pericoli degli Ogm e di semplificare i fatti sulla correlazione diretta tra i suicidi degli agricoltori e le colture geneticamente modificate, ed è stata definita nemica del progresso per la sua retorica contro la globalizzazione, viste le minacce che incombono sul mondo.

Con l’aumento della popolazione mondiale a 8 miliardi di persone e la crisi climatica che mette in crisi l’agricoltura, anche alcuni ambientalisti di spicco hanno cambiato posizione, sostenendo che le colture geneticamente modificate possono sostenere la sicurezza alimentare. Paesi come il Regno Unito, che avevano imposto leggi severe sugli alimenti geneticamente modificati, stanno ora spingendo per un maggiore editing genico di colture e animali. L’anno scorso l’India ha approvato il rilascio di un nuovo seme di senape geneticamente modificato.

Shiva critica questa nuova spinta verso gli organismi geneticamente modificati, sostenendo che gran parte del processo di editing genico è ancora “pericolosamente imprevedibile” e definendo “ignoranza” pensare che le colture adattate al clima possano provenire solo da laboratori industriali.

“Gli agricoltori hanno già allevato migliaia di semi resistenti al clima e alla salsedine; non sono l’invenzione di poche grandi aziende, a prescindere dai brevetti che rivendicano”.

Per Shiva, la crisi globale dell’agricoltura non sarà risolta dal “cartello dei veleni” né dalla continuazione dell’agricoltura industrializzata che consuma combustibili fossili, ma piuttosto dal ritorno a un’agricoltura locale e su piccola scala, non più dipendente dai prodotti agrochimici. “A livello globale, i sussidi ammontano a 400 miliardi di dollari all’anno per far funzionare un sistema agricolo non redditizio”, afferma.

“Questo sistema alimentare industrializzato e globalizzato sta distruggendo il suolo, sta distruggendo l’acqua e sta generando il 30% dei nostri gas serra. Se vogliamo risolvere la situazione, dobbiamo passare dall’agricoltura industriale a quella ecologica”.

Tuttavia, anche se la sua crociata contro la potenza delle multinazionali chimiche continuerà, Shiva considera il suo lavoro più importante il viaggio nei villaggi indiani, la raccolta e il salvataggio di semi – tra cui 4.000 varietà di riso – la creazione di più di 100 banche dei semi e l’aiuto ai contadini per tornare ai metodi biologici.

“Il lavorodi cui sono più orgogliosa è ascoltare il seme e la sua creatività”, dice. “Sono orgogliosa del fatto che una bugia è una bugia, non importa quanto sia grande il potere che la dice. E sono orgogliosa di non aver mai esitato a dire la verità”.

da qui

sabato 6 maggio 2023

MADRI FUORI. DALLO STIGMA E DAL CARCERE, CON I LORO BAMBINI E BAMBINE

  

Il senatore di Fratelli d’Italia Cirielli, quello della proposta di stravolgimento dell’articolo 27 della Costituzione, ha avanzato l’idea che a tutte le donne condannate con sentenza definitiva venga tolta la cosiddetta “patria potestà”, cioè la responsabilità genitoriale. Ciò nel corso di un dibattito parlamentare che era invece finalizzato al definitivo superamento dell’ingiustizia dei “bambini dietro le sbarre”.
Invece, sulla scia della presa di posizione del senatore, si è avviata una campagna contro le donne, che, con accenti razzisti e neo-lombrosiani, ben delineano la strada che il governo intende seguire, sulle pene, sulla tortura, sul carcere.

Le donne, i loro diritti, tornano al centro di una politica aggressiva, violenta e lesiva dei diritti fondamentali, la destra ancora una volta mette le mani sulla libertà e la dignità delle donne e ripropone il suo peggior immaginario patriarcale del femminile e del materno.nto

Noi, insieme a numerose altre donne, abbiamo avuto una reazione spontanea e immediata di ribellione a questo attacco sguaiato. Va fermato subito, ci siamo dette. Ne abbiamo la possibilità e le idee, perché negli ultimi anni, grazie all’impegno di associazioni e di molte donne impegnate sulla giustizia e il carcere, è cresciuta l’attenzione intorno alla detenzione femminile. Dagli Stati Generali della Giustizia, da progetti innovativi rivolti alle donne (come le esperienze di empowerment in carcere), dal recente Rapporto sulla detenzione femminile di Antigone, provengono tanti spunti e proposte per respingere l’attacco.
Abbiamo pensato a una campagna di sensibilizzazione, per la dignità e i diritti delle donne condannate, dei loro figli e delle loro figlie: che culmini in una mobilitazione il giorno della Festa della Mamma, la domenica 14 maggio. È un rilancio provocatorio della Festa della Mamma, contro ogni retorica: la dedichiamo alle MADRI FUORI: dallo stigma e dal carcere, con i loro bambini e bambine.
Chiederemo perciò a parlamentari e consigliere/consiglieri regionali, così come ai garanti e alle garanti delle persone private della libertà, di recarsi in carcere nel giorno simbolico del 14 maggio per incontrare le donne detenute, offrire solidarietà, prendere impegni per sostenere il loro diritto a coltivare gli affetti, a mantenere i rapporti coi figli.

Per la preparazione dell’iniziativa, pensiamo di chiedere un aiuto particolare a volontari e volontarie del carcere, perché aderiscano alla campagna MADRI FUORI, portando questo tema all’interno delle attività che già svolgono dentro gli istituti: discutendone con le donne detenute, raccogliendo la loro voce, portandola all’esterno, essendo presenti con le donne nella giornata simbolica. Chiediamo anche ai garanti e alle garanti di aiutare a coordinare la campagna, coinvolgendo operatori e operatrici del carcere.
Vogliamo anche investire altri organismi, in particolare le commissioni per le pari opportunità a livello regionale e comunale, perché aderiscano alla campagna e contribuiscano alla sua diffusione.

Abbiamo scritto un appello, che troverai di seguito. Ti chiediamo di firmarlo qui sotto e di diffonderlo nelle tue reti.

Ti chiediamo di aiutarci nella campagna nei modi che ti saranno possibili e di segnalarci le iniziative da te promosse o cui parteciperai attraverso questo form dedicato a chi si rende disponibile ad organizzare eventi.

Qui puoi scaricare un set di banner e grafiche per i social.

Qui le iniziative in vista del 14 maggio.

Susanna, Grazia, Serena, Sarah, Katia, Giulia



 

Appello

Sono colpevole di reati..ma io i miei bambini li ho sempre curati, mandati a scuola, tenuti bene...
(Donna detenuta, Pisa)

Non ci reputano capaci di occuparci dei nostri figli solo perché abbiamo agito fuori dalla legge. Vogliono toglierci i figli che sono l’unica speranza per un futuro diverso.
(Donna detenuta, Lecce)

Si discute in Parlamento di come lasciare definitivamente alle spalle lo scandalo dei bambini che crescono in carcere insieme alle madri, nonostante siano condannate perlopiù per reati minori.

E invece, proprio in quella sede, il senatore Cirielli (Fdl) ha annunciato una iniziativa legislativa per togliere la responsabilità genitoriale alle donne condannate in via definitiva. Sarebbero “madri indegne”, “madri degeneri”, questa la motivazione. Che intanto rimangano in carcere, insieme ai loro figli. E se sono recidive o “pericolose”, che vadano in carcere senza figli.

Il rilancio ideologico della “cattiva madre” poggia sull’archetipo patriarcale della donna “doppiamente colpevole”: infrangendo la legge, queste donne hanno “tradito” la “natura femminile”, sono venute meno alla “missione” di madre. L’icona della “missione materna”, pilastro dell’assoggettamento storico femminile, è ormai stata smascherata dalle donne stesse e ha perciò poco corso nella società “fuori”. Ma “dentro” (le mura del carcere), il vento di libertà fatica a entrare. Per chi, come il senatore Cirielli, ha in mente una società disciplinata sulla base dell’esclusione di molti uomini e di molte donne ritenuti “indegni” (per sesso, razza, e altre “anomalie” sociali), partire dal carcere e dalle donne detenute si presenta come la via più facile per un ambizioso progetto di restaurazione.

L’aggressione ai diritti delle madri detenute è rivolta a tutte le donne; a sua volta è la punta di diamante contro l’idea di pena finalizzata al reinserimento sociale (secondo Costituzione); in ultimo è un attacco a un’idea di società inclusiva, tollerante, rispettosa e accogliente delle differenze.

Sono le parole sopra riportate di alcune detenute la risposta più chiara a chi vorrebbe negarle come madri. Con semplicità ci parlano di come la “doppia colpa” pesi su di loro come doppia e ingiusta pena. Con dignità e profondità di pensiero respingono gli stereotipi.

Amplifichiamo la loro voce e partecipiamo alla Festa della Mamma per sostenerle, dando un nuovo significato, fuori dalla retorica, a questa festa: perché sia un giorno dedicato alla libertà femminile, alla responsabilità di tutte e tutti, alla solidarietà sociale.

da qui

venerdì 5 maggio 2023

Una riflessione sulla differenza che c’è tra cane e maiale - Melanie Joy

(articolo ripreso da https://www.esserevegan.it/)

Con questo articolo vorremmo che tu faccia una riflessione sulla differenza che c’è tra cane e maiale. Ti chiediamo di leggere la traduzione di una piccola parte di un libro scritto da Melanie Joy: “Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche“. Buona lettura.


Prenditi un momento per pensare, senza autocensure, a tutte le parole che ti vengono in mente quando immagini un cane. Poi fai la stessa cosa, ma questa volta immagina un maiale. Infine, confronta le descrizioni dei due animali.

Cosa noti? Per quanto riguarda il cane, hai pensato a “tenero”? “Fedele”? Mentre per il maiale hai pensato a “fango” o “sudore”? Hai pensato a “sporco”? Se le tue risposte fossero simili a queste, rientreresti nella maggioranza.

Insegno psicologia e sociologia presso un’università locale e ogni semestre dedico una parte del corso agli atteggiamenti verso gli animali. Negli anni ho insegnato, letteralmente, a migliaia di studenti, ma ogni volta che propongo questo esercizio la conversazione si svolge essenzialmente allo stesso modo, con risposte sempre simili tra loro.

Come prima cosa, come ti ho appena fatto fare, chiedo agli studenti di elencare le caratteristiche dei cani e poi quelle dei maiali e scrivo ogni lista sulla lavagna così come viene fuori. Per i cani gli aggettivi includono solitamente quelli che abbiamo già visto, insieme a ” amichevole”, “intelligente”, “divertente”, “affettuoso”, “protettivo” e, talvolta, “pericoloso”. Non sorprende che ai maiali s’affibbi una lista di aggettivi molto meno lusinghiera. Sono “sudati” e “sporchi”, così come “stupidi”, “pigri”, “grassi” e “brutti”.

Successivamente, chiedo agli studenti di spiegare ciò che provano verso ciascuna di queste specie. Di nuovo non dovrebbe sorprendere che, generalmente, come minimo, a loro piacciono – e spesso amano – i cani, mentre sono “disgustati” dai maiali. Infine, chiedo di descrivere le loro relazioni con entrambi. I cani, ovviamente, sono nostri amici e membri della famiglia; i maiali sono cibo.

A questo punto gli studenti iniziano a sembrare perplessi, si chiedono lo scopo della nostra discussione. Quindi pongo una serie di domande come replica alle loro affermazioni precedenti e il dialogo procede più o meno in questo modo:

Perché dite che i maiali sono pigri?

Perché poltriscono tutto il giorno.

Quali? I maiali allo stato brado oppure solo quelli allevai per la loro carne?

Non lo so. Forse quando si trovano in un allevamento.

Perché pensate che i maiali in allevamento – o in allevamento intensivo, per essere più precisi – poltriscano?

Forse perché stanno dentro un recinto o in una gabbia.

Cosa rende i maiali stupidi?

Lo sono per natura.

In realtà i maiali sono considerati persino più intelligenti dei cani.

Perché dite che i maiali sudano?

(Nessuna risposta)

Lo sapete che, anzi, non hanno le ghiandole sudoripare? Tutti i maiali sono brutti?

Si!

E i maialini?

I maialini sono teneri, ma i maiali sono disgustosi.

Perché dite che i maiali sono sporchi?

Perché si rotolano nel fango.

Perché si rotolano nel fango?

Perché a loro piace lo sporco. Loro sono sporchi.

In realtà, si rotolano nel fango per rinfrescarsi quando fa caldo, dal momento che non sudano.

I cani sono sporchi?

Si, talvolta. I cani possono fare cose davvero disgustose.

Perché non avete incluso “sporco” nella lista dei cani?

Perché non sono sempre sporchi. Solo qualche volta.

I maiali sono sempre sporchi?

Si!

Come fate a saperlo?

Perché sembrano sempre sporchi.

Quando li avete visti?

Non lo so. Credo in fotografia.

E sono sempre sporchi nelle foto?

No, non sempre. I maiali non sono sempre sporchi.

Avete detto che i cani sono fedeli, intelligenti e carini. Perché lo dite e come fate a saperlo?

Li ho visti.

Vivo con dei cani.

Ho incontrato un sacco di cani.

E i sentimenti dei cani? Come fate a sapere che provano davvero emozioni?

Giuro che il mio cane si rattrista quando sono giù di corda.

Il mio cane aveva un aspetto colpevole e si nascondeva sotto il letto quando sapeva di aver fatto qualcosa di sbagliato.

Ogni volta che andiamo dal veterinario il mio cane trema, è così spaventato.

Il nostro cane di solito piange e rifiuta il cibo quando ci vede fare i bagagli per le vacanze.

C’è qualcuno qui che pensa sia possibile che i cani non provino emozioni?

(Nessuno alza la mano)

E i maiali? Pensate che i maiali provino emozioni?

Certo.

Credete che provino le stesse emozioni dei cani?

Forse, si, immagino.

In realtà, la maggior parte delle persone non sa che i maiali sono così sensibili da sviluppare comportamento ossessivi, come le automutilazioni, quando sono tenuti in cattività. Credete che i maiali provino dolore?

Certo. Tutti gli animali sentono dolore.

Quindi perché mangiamo i maiali e non i cani?

Perché il bacon è buono (risate).

Perché i cani hanno una personalità. Non si può mangiare qualcosa che ha una personalità. Hanno un nome, sono individui.

Credete che i maiali abbiano una personalità? Che siano individui, come i cani?

Si, immagino che se avessimo la possibilità di conoscerli probabilmente lo scopriremmo.

Avete mai incontrato un maiale?

(Tranne un unico studente, la maggior parte risponde di no).

Quindi da dove avete ricavato le vostre informazioni al loro riguardo?

Libri, televisione, pubblicità, film, dalla società, credo.

Cosa provereste riguardo i maiali se li consideraste individui intelligenti, sensibili, che magari non puzzano né sono pigri e ingordi? Se li conosceste direttamente come conoscete i cani?

Mi sembrerebbe strano mangiarli. Probabilmente mi sentirei colpevole.

Quindi, perché mangiamo i maiali e non i cani?

Perché i maiali sono allevati per essere mangiati.

Perché alleviamo i maiali per mangiarli?

Non lo so. Non ci ho mai pensato. Credo perché, semplicemente, è il modo in cui stanno le cose.

Semplicemente, è il modo in cui stanno le cose. Prenditi un momento per pensare a quest’asserzione. Pensaci davvero. Mandiamo una specie dal macellaio e offriamo il nostro amore e la nostra tenerezza a un’altra, apparentemente, per nessun’altra ragione se non perché è il modo in cui stanno le cose. È assurdo mangiare i maiali e amare i cani senza sapere nemmeno il perché.

da qui