giovedì 4 maggio 2023

Post semi-serio – Rita Ciatti

 

Ieri ho risposto a una domanda di un post di una pagina generalista. La domanda era: cosa non mangereste mai per nessun motivo al mondo, o una cosa del genere.

Io ho risposto "animali e prodotti del loro sfruttamento". 

C'erano tantissimi altri commenti. 

Indovinate sotto al quale si è scatenata una flame? 

Che ve lo dico a fare...

Allora, gente, siamo messi male, malissimo. Età media dei commentatori sui 30 anni, quindi non parliamo di persone anziane che non hanno accesso ai media.

Le obiezioni che vengono puntualmente poste a noi vegani direi che possono essere riassunte in quattro macro-insiemi: quello dell'etica, quello della nutrizione, quello della zoologia e quello dell'antropologia.

Nel primo rientrano tutte quelle che fanno appello a ragionamenti di etica al ribasso e che vorrebbero dimostrare che nessuno al mondo può dirsi davvero etico: anche le piante soffrono, anche i raccoglitori di pomodori sono sfruttati, anche il tuo telefonino comporta sfruttamento, quando cammini schiacci le formiche e così via. 

In pratica, siccome è impossibile vivere in modo totalmente etico, tanto vale mangiarsi pure gli animali. A questo punto, ma perché non anche tua nonna? 

Poi, altra obiezione è la sempreverde (parlando di verde, appunto): ma allora che ti mangi, non si può campare solo di insalata e pomodori (sul serio? Il vasto mondo dei vegetali dunque offrirebbe solo pomodori e insalata?), ti ammalerai entro pochi anni (bah, sono vegana da dieci e, toccando ferro, godo di buona salute e peraltro nemmeno solo particolarmente salutista, anzi), e tutte le varianti del caso.

Ora, siamo nel 2021, ci sono più account di vegan food blogger su Instagram e Youtube che stelle in cielo e ancora pensi che io mangi cicoria tutto il giorno? 

Passiamo agli esperti di zoologia: anche gli animali si mangiano tra loro (quali? No, perché ci sono anche animali erbivori e poi non è che si mangiano tra loro, altrimenti potremmo analogamente giustificare il cannibalismo), gli animali sono cattivi, gli animali sono feroci ecc.

Poi però subito dopo si rimarca l'immensità dell'homo sapiens, che sarebbe diverso da tutti gli altri. Decidetevi, o siamo animali tra gli animali e quindi se ti incontro ti stacco la testa a morsi, oppure in virtù del fatto che siamo capaci di compiere tante belle cose, compresa l'invenzione di Dio, della legge, della filosofia, della libertà, dei diritti umani ecc. possiamo anche fare un passetto ulteriore e arrivare a formulare un'etica comprensiva del rispetto di tutti gli esseri senzienti.

Per ultima, la più bella: l'homo sapiens da quando è nato (sic!) ha sempre cacciato. Detta da chi probabilmente non sa nemmeno posizionare gli eventi della storia più recente e probabilmente non ti saprebbe nemmeno dire la data della rivoluzione francese, figuriamoci discettare delle abitudini dei nostri antenati. 

Oh, comunque meno male che siamo noi vegani che rompiamo il caxxo ai carnisti... 

P.S.: ho mangiato animali anche io per tanti, troppi anni. Eppure quando venivo a contatto con un vegetariano (e parliamo di anni fa, quando non c'erano nemmeno tutte le informazioni di oggi), stavo zitta, consapevole di non avere scuse. Al massimo mi azzardavo in un: ti ammiro, io non ci riesco, ma vorrei. 

E alla fine ci sono riuscita perché se capisci che gli altri animali sono esseri senzienti, tutte le scuse prima o poi cadono.

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martedì 2 maggio 2023

Iraq, poveri nonostante il petrolio - Sara Manisera e Daniela Sala

 


All’alba del 20 marzo 2003, la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti invade l’Iraq. Inizia così la Seconda Guerra del Golfo, un intervento giustificato come "guerra preventiva" ed "esportazione della democrazia". Saddam Hussein era accusato di possedere armi di distruzione di massa e di nascondere militanti di al-Qaida. Secondo le parole di George W. Bush, la missione militare "Iraqi Freedom" avrebbe combattuto il terrorismo, difeso il mondo da un serio pericolo, esportato libertà, prosperità e laicità.

Dal 2003, l’Iraq ha subito un’invasione militare, una guerra civile, l’occupazione di un terzo del paese da parte dell’autoproclamato Stato Islamico, la diffusione di milizie e gruppi armati e una "liberazione" che ha causato migliaia di vittime civili e sparizioni forzate. Al tempo stesso, la società civile irachena non ha mai smesso di lottare e di difendere i diritti umani con campagne nonviolente, spesso ignorate dalla comunità internazionale. Se è vero che l’Iraq è uno dei Paesi più ricchi al mondo di petrolio, è altrettanto vero che la maggior parte della popolazione in questi ultimi vent’anni non ha mai beneficiato della ricchezza del petrolio.

Acqua salata dai rubinetti

Nell’estate del 2018, le temperature a Basra, nel sud dell’Iraq, hanno raggiunto i 52 gradi e dai rubinetti usciva acqua salata. Benché il governatorato di Basra ospiti i giacimenti petroliferi che producono la maggior parte di barili di petrolio esportati ogni giorno dall’Iraq, la regione - e la maggior parte dell’Iraq- resta sottosviluppata, priva di servizi, di acqua, di elettricità e fortemente inquinata. Nel 2011, 2015 e 2019 migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro il governo per la mancanza di servizi pubblici e diritti. La repressione da parte delle forze di sicurezza e delle milizie armate è stata durissima.

Giovani manifestanti uccisi

Solo nel 2019, più di 800 giovani manifestanti sono stati uccisi e oltre 25’000 sono stati feriti. A vent’anni di distanza dall’invasione a guida statunitense, l’Iraq è uno dei paesi più corrotti al mondo, dove classi dirigenti locali, con il supporto di milizie, e uomini d’affari si dividono la torta secondo i propri interessi. Nonostante sia stato fatto di tutto per convincere l’opinione pubblica che il problema fossero le armi di distruzione di massa e al-Qaida, la geopolitica e il petrolio restano le cause principali della fragilità irachena.

Sara Manisera e Daniela Sala - con la collaborazione di Lina Issa ed Essam al Sudani - realizzato grazie al supporto del JournalismFund

qui un video interessante: 

 

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Iraq senz’acqua: il costo del petrolio che arriva fino in Italia - Sara Manisera, Daniela Sala

 In Iraq i giacimenti di petrolio estraggono il greggio utilizzando l'acqua dirottata dai fiumi. Dallo scoppio della guerra in Ucraina, i loro profitti si sono moltiplicati. Ma a Basra mancano acqua e elettricità

Basra, Iraq. Quando nel 1990 Saddam Hussein prosciugò gran parte delle paludi mesopotamiche per punire i ribelli nascosti tra i canneti che si opponevano al suo regime, Mahdi Mutir prese i suoi pochi averi, le reti e la piccola barca e fuggì verso le paludi di Hammar, a nord est di Basra, dove pensava di poter continuare a vivere grazie alla pesca. Le paludi di Hammar sono un grande complesso di zone umide nel sud-est dell’Iraq e fanno parte delle paludi mesopotamiche, originate dal sistema fluviale del Tigri ed Eufrate.

Questi antichi fiumi nascono dalle sorgenti innevate dei monti del Tauro nella Turchia sud orientale, attraversano valli e gole verso gli altipiani della Siria e dell’Iraq settentrionale e poi scendono paralleli verso la pianura alluvionale dell’Iraq centrale. Come le arterie dell’apparato circolatorio, i fiumi, raggiunti da altri affluenti, scivolano verso sud e si uniscono ad Al-Qurnah per formare il maestoso Shatt al-Arab, un fiume che viaggia per duecento chilometri prima di sfociare nel Golfo Persico.

Per millenni, la vita degli abitanti delle paludi è stata strettamente legata al Tigri, all’Eufrate e alle zone umide che stagionalmente venivano sommerse dalle inondazioni dei fiumi. Grazie all’acqua e ai canali, si trasportavano merci, si navigava da una regione all’altra, si coltivava e si viveva di pesca, in un rapporto simbiotico con l’ambiente circostante. Così ha vissuto anche Mutir.

Ogni giorno, alle due di pomeriggio, usciva da casa per andare a gettare le reti con la tradizionale mashuf, una canoa in legno, lunga e stretta, utilizzata come mezzo di trasporto principale dai pescatori di questa zona per navigare canali e paludi. Aspettava il calare del sole e il giorno seguente, alle prime luci dell’alba, le andava a raccogliere. Dei pesci catturati riusciva a guadagnare circa 17.000 dinari al giorno, circa tre euro, una cifra esigua ma sufficiente per mantenere la sua famiglia…

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lunedì 1 maggio 2023

Vedere le vite che nessuno vede - Giuseppe Rizzo

 

Pensiamo che i senzatetto siano un mondo a parte. Non sappiamo neanche quanti sono. A Roma è cominciato il primo censimento nazionale per conoscere la condizione di chi vive per strada. Cronaca di una notte con volontari e operatori

Per raccontare quello che succede fuori, per strada, a volte è utile dare un’occhiata a quello che succede dentro, nelle case. Al terzo piano di un appartamento in via Ferruccio, a Roma, a pochi passi dall’elegante e anonima piazza Dante, e dalla sede dei servizi di sicurezza, la luce filtra dalle finestre e cade morbida sul parquet color miele del soggiorno. Una libreria a parete, un tavolo di mogano e un divano sono gli unici mobili di una stanza che non somiglia alle altre, così zeppe di roba da non lasciare molto spazio all’immaginazione.

Nell’ingresso sono stati ricavati un armadio e un soppalco-studio – “Molto utile durante la pandemia”, dice uno dei due proprietari, una coppia sui cinquant’anni. Tra i fuochi e i pensili della cucina, bianchi su mattonelle bianche, trova posto solo un piccolo tavolo in acciaio. Nella stanza da letto matrimoniale ci sono due comodini, una cassettiera, una cabina armadio, una cyclette e una scrivania con sopra un computer, “un’altra postazione per riunioni e videochiamate”. La stanzetta è soppalcata, sotto ci sono un divano letto, una lunga scrivania di legno e una sedia da ufficio; sopra, un letto, delle scarpiere, roba ammucchiata e una panca per fare i pesi. In bagno la distanza tra la doccia e il lavello è di appena un passo. In totale sono ottanta metri quadrati e secondo i proprietari valgono 399mila euro.

In ascensore l’agente immobiliare dice che sotto i 390mila non scendono, perché devono comprare una casa da 450mila euro nella vicina via Merulana. L’annuncio c’è da pochi giorni, ma l’ascensore non ha ancora toccato terra che arriva la prima offerta. “Una ragazza ha fatto una proposta che penso sarà accettata”, dice l’agente immobiliare. Davanti al portone saluta e spiega: “Nonostante i prezzi, le case all’Esquilino vanno via come il pane, è una zona in forte rivalutazione”.

Due mondi a parte

La zona “in forte rivalutazione” è a pochi passi dalla stazione Termini e dalla basilica di San Giovanni. Ci vivono attori, scrittori e registi, ma anche migliaia di famiglie straniere in appartamenti minuscoli e bui; con dieci euro si può pranzare in una delle tante rosticcerie cinesi, ma per una colazione al forno Conti si possono spendere anche dieci euro. Il prezzo degli appartamenti è sui quattromila euro al metro quadrato, mille in più rispetto alla media cittadina. Sotto gli stessi portici possono incrociarsi il proprietario di un attico da un milione di euro su piazza Vittorio e il senzatetto che dorme davanti al suo portone.

Raramente i due mondi s’incontrano, e quando succede spesso non sono rapporti cordiali. In più di un’occasione gli abitanti hanno descritto la situazione usando le parole “decoro”, “degrado” e “sicurezza”, termini dietro cui si nasconde l’augurio che le persone finite per strada spariscano, o siano fatte sparire, soprattutto per non dare fastidio alle loro rendite immobiliari.

Tuttavia, i senzatetto tendono a non svanire, e all’Esquilino sono ormai centinaia. La notte del 31 marzo volontari e operatori hanno battuto le strade del quartiere per contarli, raccogliere informazioni e provare a scattare una fotografia di una situazione che ormai a Roma ha contorni molto ampi, e preoccupanti: nella capitale vivrebbero tra quattordicimila e ventimila persone senza dimora, mentre i posti letto per ospitarle sono circa 1.300.

Un deserto decoroso

“Non sapere quante sono è parte del problema”, spiega Alessandro Radicchi, fondatore di Binario 95, il centro per senzatetto vicino alla stazione Termini. Matematico che ha mollato la ricerca universitaria dopo aver fatto il volontario durante la guerra in Bosnia, la sera del 31 marzo Radicchi è tra le persone che affollano l’Acquario romano, proprio nel quartiere Esquilino, per ascoltare le istruzioni degli esperti dell’Istituto nazionale di statistica (Istat) su come condurre il primo censimento di persone senza dimora a Roma e in Italia. Sono duecento: ragazzi, adulti e anziani; attivisti, operatori e volontari; disillusi ed entusiasti. A vederli tutti insieme fanno venire in mente i versi di Angelo Maria Ripellino: “Vivere è stare svegli/e concedersi agli altri/dare di sé sempre il meglio,/e non essere scaltri”.

Sono qui per “un progetto pilota ispirato alle esperienze di Parigi e Berlino”, spiega Barbara Funari, assessora alle politiche sociali e alla salute del comune di Roma. “Cominciamo dall’Esquilino per allargare poi l’indagine al resto della capitale, e ad altre città”, aggiunge. “Vogliamo avere un numero certo per sederci al tavolo con il governo e dire in maniera chiara di quanti soldi abbiamo bisogno per offrire un alloggio dignitoso a chi è rimasto senza più niente”, dice Giovanni Impagliazzo, dell’assessorato politiche sociali e sussidiarietà.

Il punto è questo: avvicinarsi il più possibile a un mondo che si ritiene lontano, e non lo è; scattare una fotografia in grado di cogliere quanti più dettagli possibili; partire da questi dettagli per offrire soluzioni che vadano oltre l’emergenza, altrimenti la fotografia è solo un’immagine senza cornice, destinata a rovinarsi in poco tempo. Al momento non sappiamo quante persone ci siano in questa foto, né come ci sono finite, ed è un problema per tutti: perché lasciamo indietro migliaia di donne, uomini e ragazzi in difficoltà; e perché aiutarli con progetti strutturati costerebbe meno che tenerli per strada, dove finiscono per ammalarsi di più (pesando sul sistema sanitario), incrociano la piccola criminalità (finendo spesso in carcere) e alimentano un sistema di emergenza continua e costosa…

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domenica 30 aprile 2023

Cagliari, città di pollai e polli - Grig

 

Reti metalliche, ringhiere, reti di plastica, transenne, strade chiuse, strade vietate, cantieri aperti (pochi), cantieri chiusi (manco uno), cantieri senza soldi, cantieri abbandonati (tanti), cantieri minimalisti (parecchi), traffico bloccato (quotidianamente), commercianti furenti (moltissimi), cittadini arrabbiati (pure di più).

Sarebbe bastato programmare lo svolgimento dei tanti lavori pubblici non in contemporanea, audace e financo epica impresa non impossibile.

Cagliari, capitale del Mediterraneo, capoluogo della Sardegna, estrema periferia dell’Impero.

Circa 150 mila abitanti, meno del Municipio I di Roma Capitale.

Cagliari, veduta da Castello in direzione di S. Elia

Qualità della vita molto buona, fra mare, spiagge, zone umide, promontori e Maestrale.

Nonostante chi l’amministri da tempo, almeno questa è l’impressione di un gran numero di cagliaritani.

Però, forse, i cagliaritani sbagliano.

Gli intendimenti del sindaco Paolo Truzzu e del suo assessore al blocco del traffico Alessio Mereu devono esser invece nobilissimi, costringere ecologicamente i cagliaritani e le migliaia di sardi e turisti che giungono quotidianamente in città ad abbandonare l’auto (ma anche i mezzi pubblici) insieme a ogni speranza di decenza e, soprattutto, dare nuovo impulso all’economia creando pollai.

Tanti pollai, pronti ad accogliere i polli che avranno il coraggio di votarli nuovamente.

Stefano Deliperi, cagliaritano

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sabato 29 aprile 2023

La Coca-Cola si beve tutta l’acqua - Angelo Mastrandrea

Nel veronese la siccità ha provocato una grave crisi che ha costretto la metà dei comuni a razionare le risorse idriche. Invece lo stabilimento della multinazionale non ha rallentato la sua produzione.


 

La mattina di sabato 9 luglio alcune centinaia di attivisti della rete ecologista Rise up 4 climate justice, arrivati alla stazione di Nogara da tutto il Veneto, si sono incamminati verso la zona industriale del paese. Erano diretti allo stabilimento della Coca-Cola per protestare contro le sue politiche “estrattiviste”, basate cioè sull’accaparramento di risorse ai danni della comunità locale. Nel veronese la siccità ha provocato una grave crisi idrica che ha costretto metà dei comuni a limitare l’utilizzo d’acqua. La Coca-Cola invece, per la quale l’acqua è la materia prima principale, non ha rallentato la produzione. Un decreto regionale del 31 luglio del 2020 le consente anzi di aumentare del 37 per cento la “portata media” dell’acqua prelevata dalla falda sotterranea e, poiché la domanda della bibita è in continuo aumento, le linee produttive funzionano a pieno regime. Il tutto a un prezzo irrisorio: un centesimo ogni mille litri d’acqua presi dai pozzi che si trovano all’interno dello stabilimento.

Nei bar lungo il tragitto verso la fabbrica, le bottigliette di Coca-Cola da 400 millilitri “prodotte a Nogara”, che la gente del posto distingue dalle “sottomarche” provenienti da altre regioni, sono in vendita a 3,40 euro. L’azienda ha ridotto le dimensioni delle bottiglie da mezzo litro, ma non il prezzo, un trucchetto che serve a mascherare gli effetti dell’inflazione e a scaricarla sui clienti. Arrivati davanti ai cancelli della fabbrica, gli attivisti climatici hanno bloccato la strada, mostrando cartelli che denunciavano la “speculazione” e urlando slogan contro la multinazionale statunitense. “Si parla di razionamento idrico nelle case e poi ci sono aziende che hanno accesso diretto all’acqua e la usano per prodotti di cui non abbiamo bisogno”, ha detto ai microfoni di Rainews24 una giovane ecologista, Fabrizia Toninello. Un gruppo di militanti dei centri sociali del nordest, riconoscibili dalle tute bianche, ha provato a superare il cancello d’ingresso, ma è stato respinto dalla polizia in tenuta antisommossa. Ci sono stati spintoni, urla ed è volata pure qualche manganellata. “Vogliamo attirare l’attenzione sul fatto che i razionamenti dell’acqua valgono per i privati cittadini e non per la Coca-Cola”, spiega Sergio Zulian, arrivato da Treviso per partecipare alla manifestazione.

Estrattivismo

Il comune di Nogara è l’unico in tutta la provincia di Verona che non ha un acquedotto. Ha una rete di tubature costruita all’inizio degli anni ottanta, ma non è mai entrata in funzione. Quando la società pubblica che gestisce le risorse idriche, Acque Veronesi, ha provato a recuperarla si è resa conto che molti tubi erano rivestiti di amianto ed è riuscita ad allacciare alla rete idrica solo alcune abitazioni del centro cittadino. Due terzi delle 3.500 abitazioni private e perfino l’ospedale prendono l’acqua da pozzi di loro proprietà. Poiché quasi nessuno ha i contatori, l’azienda idrica stima il consumo in 64 metri cubi all’anno, in maniera forfettaria.

La Coca-Cola preleva da sola la sua acqua. Ha ottenuto dalla regione Veneto una “concessione alla derivazione di acque sotterranee tramite pozzo” per “uso industriale, potabile, igienico e sanitario, e assimilati”. In questo modo la multinazionale, pur sfruttando l’acqua a fini commerciali come le aziende che imbottigliano acque minerali, la paga molto meno. In più, è esonerata dai costi di depurazione e di smaltimento, che il resto della popolazione invece paga in bolletta. “È un esempio di come le istituzioni locali siano asservite alla multinazionale”, afferma l’ex sindaco Paolo Andreoli, di Sinistra italiana. “Lo stabilimento di Nogara è uno dei più limpidi esempi di estrattivismo nel nostro paese”, hanno scritto in un comunicato stampa gli organizzatori della protesta. La Coca-Cola, da queste parti, è intoccabile. Quando i lavoratori della logistica organizzati dal sindacato di base Adl Cobas, nel 2017, hanno scioperato per quaranta giorni di fila protestando contro le condizioni di lavoro, le guardie private inviate dai datori di lavoro hanno usato le pistole taser contro i manifestanti e per la prima volta la fabbrica ha sospeso la produzione. L’ambasciata statunitense a Roma ha chiesto all’allora presidente del consiglio Paolo Gentiloni di intervenire per fermare le proteste.

Non è chiaro neppure quanti pozzi gestisca. “Ce ne sono almeno cinque”, dice Roberto Malesani di Adl Cobas. “Sono sette, tutti all’interno della fabbrica”, aggiunge con sicurezza Andreoli. Nelle autorizzazioni ne sono menzionati tre, ognuno dei quali è collegato a una vasca di accumulo da 1.400 metri cubi, dalla quale “si dipartono le tre diverse linee di distribuzione dedicate alle rispettive utilizzazioni”. Tutti pompano acqua al ritmo di 173,80 metri cubi all’ora, 24 ore al giorno per 365 giorni all’anno, per un totale di un miliardo e mezzo di litri all’anno in media, il triplo dei consumi dell’intera popolazione di Nogara. La bolletta finale è di circa 14mila euro all’anno. “Una sproporzione inaudita rispetto ai consumi, molto meno di quanto pagano i privati cittadini”, afferma Andreoli. Per dimostrarlo, tira fuori una bolletta da 39,74 euro per un consumo di 23 metri cubi di acqua. Sono 1,72 euro ogni mille litri, quasi il doppio di quanto paga la Coca-Cola. “Un’abitazione privata consuma tra i 60 e i 70 metri cubi all’anno, mentre lo stabilimento arriva anche a un milione e 700mila metri cubi, l’equivalente di un comune di 25mila abitanti”, calcola.

Rallentare un po’

All’indomani della manifestazione, Sinistra italiana ha lanciato un allarme. “C’è il rischio che non ci sia più acqua e ciò danneggerebbe l’intera popolazione di Nogara, tra cui gli stessi lavoratori di Coca-Cola”, ha scritto in un comunicato stampa nel quale chiede la sospensione della produzione. “Non dico che dovrebbero fermarsi del tutto, magari basterebbe rallentare un po’”, dice Andreoli, per il quale “i manager dovrebbero capire che, se l’acqua finisce, lo stabilimento chiude davvero”.

Una casa consuma 70 metri cubi d’acqua all’anno, lo stabilimento arriva a un milione e 700mila metri cubi

Venti chilometri più a sud il Po è in secca, le falde acquifere sotterranee sono prosciugate dalla siccità, il loro livello si è abbassato e il presidente di Acque Veronesi, Roberto Mantovanelli, già alla metà di giugno è stato costretto a scrivere a tutti i sindaci della provincia, chiedendo di adottare delle misure per limitare i consumi. Il primo a intervenire è stato proprio il sindaco di Nogara, che il 21 giugno ha vietato “l’utilizzo di acqua potabile per fini diversi da quelli domestici e igienico-sanitari”. Il primo luglio, appena eletto, il sindaco di centrosinistra a Verona, l’ex calciatore Damiano Tommasi, ha prorogato un’ordinanza simile del suo predecessore Federico Sboarina, di Fratelli d’Italia, e ha raccomandato ai cittadini “un uso consapevole dell’acqua anche nelle attività quotidiane in casa, riducendone gli sprechi”. Il suo collega del vicino comune di Villafranca, Roberto Luca Dall’Oca, anche lui di centrodestra, ha proibito di riempire piscine, annaffiare l’orto e lavare l’auto per tutta l’estate. Secondo i dati forniti da Acque Veronesi, 40 dei 77 comuni serviti dalla società idrica hanno adottato ordinanze simili, consentendo l’utilizzo dell’acqua solo per “usi igienico-sanitari” e prevedendo multe fino a 500 euro per chi non rispetta le prescrizioni.

La Coca-Cola non ha subìto invece alcuna limitazione. Nello stabilimento di Nogara le dieci linee produttive e quella ad alta velocità, costata 15 milioni di euro e inaugurata nel 2020, non hanno mai smesso di funzionare a pieno regime. Nei magazzini “i bancali sono pieni fino al soffitto”, dice un lavoratore della logistica. “Siamo in una fase di sovrapproduzione”. Dopo una contrazione nelle vendite durante la pandemia, la multinazionale ha ripreso a guadagnare più di prima. In tutto il mondo, nel 2021 sono stati venduti 13,7 miliardi di litri di Coca-Cola nelle sue diverse versioni – originale, Zero e light – il 13 per cento in più del 2020, e l’utile netto ha raggiunto i 547 milioni, il 32 per cento in più dell’anno precedente. In Italia è la bevanda più bevuta. Fattura 870 milioni di euro, occupa 22mila persone tra posti di lavoro diretti e l’indotto, e contribuisce per lo 0,05 per cento al prodotto interno lordo. Cifre da capogiro che fanno risaltare ancora di più il centesimo pagato allo stato per ogni mille litri di acqua consumata.

Lavoro e indotto

Tra gli 8.300 abitanti di Nogara, in pochi osano mettere in discussione il trattamento di favore nei confronti della multinazionale. “Dobbiamo tenere conto che questa è un’azienda che offre lavoro e indotto”, dice il sindaco Flavio Pasini, della Lega. Il colosso di Atlanta è arrivato qui nel 1975 e negli ultimi dieci anni ha investito cento milioni di euro nei 146mila metri quadrati dello stabilimento veneto, il più grande del sud dell’Europa. Ci lavorano 427 persone assunte dalla Coca-Cola, soprattutto impiegati, mentre la maggior parte degli operai dipende dalle aziende e cooperative in appalto. I lavoratori sono in totale 2.244, ai quali se ne aggiungono altri 5.200 dell’indotto. Se dovesse chiudere, si stima che in Veneto la disoccupazione aumenterebbe dell’1,7 per cento.

Secondo uno studio della School of management dell’università Bocconi di Milano, la multinazionale ogni anno distribuisce in Veneto stipendi per 22,5 milioni di euro, appalti alle imprese fornitrici o collegate per 77,8 milioni e paga 400 milioni di tasse, in buona sostanza i contributi versati per i lavoratori dipendenti, visto che quando si acquista una bottiglietta “prodotta a Nogara” i proventi prendono la strada dei paradisi fiscali in cui il gruppo ha le sue sedi: da quella principale nel Delaware, alle Isole Cayman, all’Irlanda, al Lussemburgo, ai Paesi Bassi e a Singapore.

La Coca-Cola Italia Hbc finanzia le giornate ecologiche e la cura dei parchi nel paese del veronese. Ha sponsorizzato il premio letterario Campiello a Venezia, ha finanziato un progetto della Fondazione Arena di Verona per ricostruire 67 colonne della cinta muraria esterna crollate nel 1117 e ha sostenuto iniziative come “Learn your job” dei Giovani imprenditori di Confindustria, con corsi negli ultimi tre anni nelle scuole superiori per dare consigli agli studenti nel passaggio dalla scuola al mondo del lavoro. “Grazie allo stabilimento di Nogara e al lavoro quotidiano degli oltre 400 colleghi responsabili di garantire qualità alla Coca-Cola made in Veneto, abbiamo costruito un solido legame con la regione”, ha detto alle agenzie di stampa il direttore della comunicazione di Coca-Cola Italia Hbc Giangiacomo Pierini.

La multinazionale si mostra molto attenta pure agli aspetti ambientali. Ha investito sei milioni di euro per sostituire gli imballaggi di plastica con altrettanti di carta e produce bottiglie con tappi di plastica che non si staccano, per evitare che finiscano dispersi e non siano riciclati. Gli attivisti climatici sostengono che si tratta solo di greenwashing per mascherare lo sfruttamento a costo zero dei beni comuni e il trattamento di favore da parte delle istituzioni locali. La mattina del 9 luglio, mentre provavano a forzare lo sbarramento di polizia davanti ai cancelli dello stabilimento di Nogara, sulle loro teste un pannello elettronico segnava la quantità di CO2 risparmiata dalla fabbrica dall’inizio dell’anno: 1.196 tonnellate “grazie ai pannelli fotovoltaici” installati nella fabbrica e altre 9.222 tonnellate “grazie all’impianto di cogenerazione”.

La fabbrica produce il 100 per cento dell’anidride carbonica che utilizza nei 735 milioni di litri di bevande gassate imbottigliate ogni anno nell’impianto, dalla Coca-Cola alla Fanta, alla Sprite. Per questo non è stata toccata dalla riduzione delle forniture causata dagli aumenti del prezzo del metano dopo l’invasione russa dell’Ucraina, che ha reso l’anidride carbonica “introvabile”, come hanno denunciato alcuni produttori di bibite. L’Acqua Sant’Anna di Vinadio, in provincia di Cuneo, è stata costretta a fermare le proprie linee produttive. Invece la Coca-Cola, oltre che sull’acqua, risparmia anche sulle bollicine.

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