lunedì 26 gennaio 2026

Il costo ecologico di queste Olimpiadi invernali sarà un gioco al massacro - Paolo Martini

 

Ci manca giusto Greg Bovino, il capo della famigerata Ice trumpiana, con quella sua aria da post-nazista da serie tv L’uomo nell’alto castello, a Milano Cortina 2026, magari alla cerimonia inaugurale bi-locata il 6 febbraio, tra il demolendo San Siro e i nuovi scempi ‘sportivi’ nella fu Perla delle Dolomiti.

Sono state soltanto un tocco in più, le voci non confermate su una presenza Ice in Italia al seguito degli atleti americani: in realtà gli statunitensi dovrebbero essere protetti principalmente dal Secret Service e dal Dss (Diplomatic Security Service), a cui collaborano anche agenti dell’anti-immigrazione.

Resta il problema di fondo dell’immagine di queste Olimpiadi di Milo e Tina, le mascotte presentate come ‘due simpatici ermellini che incarnano lo Spirito Italiano – si noti la maiuscola sovranista, nda – che li ispira: naturalmente curiosi, amano lo sport e la vita all’aria aperta, ma anche divertirsi. Rappresentano l’energia contemporanea, vibrante e dinamica del nostro Paese’. Sic!

 

In perfetta linea ‘assurdista’ Milo e Tina fanno pur sempre meno ridere delle due bandiere della sostenibilità sventolate fin dall’annuncio della sventurata impresa politico-economica. Ora, delle Olimpiadi che dovevano essere a costo zero si conoscono già abbastanza gli oneri mostruosi (5 miliardi di euro) a carico dei cittadini italiani, documentati puntualmente dal Fatto e anche dal pamphlet di Paper First Una montagna di soldi di Giuseppe Pietrobelli.

E’ il tema del costo ecologico che, pur evidente, rimane sempre un po’ meno in luce. Qualche provvidenziale nevicata d’inizio febbraio, per esempio, copre opportunamente l’enormità d’energia e di acqua sprecate finora anche solo per preparare i vari terreni di gioco, compresa l’agghiacciante nuova pista per il bob.

I giornaloni e le televisioni fanno poi di tutto per esaltare casomai i record di affluenza turistica delle due Regioni principalmente coinvolte. L’ultima notizia strombazzata riguarda il tetto dei 53 milioni di presenze registrate in Lombardia nel 2024, il 65% di stranieri; il Veneto ha toccato quasi quota 73 milioni e 500mila, di cui 67,5% da fuori Italia (c’era proprio bisogno anche di un evento olimpico per due Regioni già così ricche, anche di visitatori?!?).

Cala il silenzio selettivo, invece, sulle prime notizie circa l’impatto olimpico, documentato in prima battuta da un report pubblicato il 19 gennaio da Scientists for Global Responsibility, un’organizzazione indipendente con sede a Lancaster, nata nel 1992 come associazione di scienziati pacifisti per il contrasto agli armamenti atomici e poi allargatasi all’ambientalismo con centinaia di ricercatori associati e il collettivo New Weather Institute.

Le conclusioni non lasciano spazio ai dubbi: ‘sulla base dei soli dati ufficiali – escludendo le emissioni relative agli accordi di sponsorizzazione – questo rapporto SGR stima che le Olimpiadi invernali del 2026 causeranno emissioni di gas serra di circa 930mila tonnellate di anidride carbonica equivalente (tCO2e), con il maggior contributo – circa 410mila tCO2e – dovuto ai viaggi degli spettatori. Il che si tradurrà nei prossimi anni in una perdita di circa 2,3 chilometri quadrati di copertura nevosa e oltre 14 milioni di tonnellate di ghiaccio glaciale, impatti importanti sull’ambiente necessario per sostenere gli sport invernali’.

Il rapporto SGR ha provato a fare una stima anche del costo ecologico ‘degli accordi di sponsorizzazione tra le Olimpiadi invernali e tre grandi società altamente inquinanti – Eni, Stellantis e ITA Airways – , che indurranno ulteriori emissioni di gas serra di circa 1,3 milioni di tCO2e – circa il 40% in più rispetto al resto dell’impronta di carbonio stimata dell’evento – comprese le emissioni dovute alla preparazione, alla costruzione di infrastrutture, all’hosting e al viaggio degli spettatori.

Queste emissioni extra porteranno a ulteriori perdite future di 3,2 km² di copertura nevosa e oltre 20 tonnellate di ghiaccio glaciale. Ciò pone l’impatto totale per i Giochi e questi tre accordi di sponsorizzazione a 5,5 km² di perdita di copertura nevosa e oltre 34 milioni di tonnellate di ghiaccio glaciale’.

E’ un gioco al massacro, dunque, per il terreno tradizionale degli stessi sport intorno a cui si costruisce il gigantesco affare. E che le Alpi non avessero proprio bisogno di un tale trattamento olimpico lo indica anche solo il fatto che negli ultimi cinque anni l’Italia ha perso per il riscaldamento climatico la bellezza di 265 stazioni sciistiche, e i nostri cugini francesi – che si sono aggiudicati i Giochi del 2030 – hanno fatto il funerale ad altre 180 località con impianti di risalita per lo sci e contorno. Chiusure che peraltro lasciano nell’ambiente montano ferite vistose e alquanto costose da provare a rimarginare.

Il sindaco di Milano Giuseppe Sala si è mostrato alquanto piccato quando una voce autorevole del Partito democratico milanese ha osato evocare per il futuro un qualche possibile segnale di discontinuità rispetto alle scelte dell’amministrazione. L’allusione era relativa alle note questioni legate all’edilizia e al modello di città per soli ricchi.

Peccato che cadrà sempre troppo tardi il giorno in cui prenderanno tutti coscienza dello scempio olimpicocon il patto politico-istituzionale sottostante contratto con la Lega e le forze di destra: come dicono gli scienziati, tutto quel che doveva essere evitato per garantire la sostenibilità all’insostenibile circo bianco dei Giochi (ovvero nuove sedi e infrastrutture, incentivo ai viaggi aerei degli spettatori, sponsorizzazioni inquinanti), è stato platealmente fatto.

da qui


domenica 25 gennaio 2026

Guerra della soia, asset strategico tra potenze. La Cina la importa dal Brasile e Trump teme l’ira degli agricoltori Usa - Luisiana Gaita

 

 

Le pressioni e l’attenzione riservate all’accordo tra Stati Uniti e Cina sulla soia (oltre che sulle terre rare) con Pechino pronta a riprendere gli acquisti, ritardando di un anno la stretta sulle terre rare (https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/26/accordo-usa-cina-tiktok-terre-rare-notizie/8173645/), mostra quanto questo legume sia diventato un asset strategico a livello globale. Al centro di una triangolazione tra Cina, Stati Uniti e Sud America (Brasile, in particolare, ma anche Argentina), delle guerre commerciali e pure del malcontento degli agricoltori statunitensi. Ennesimo grattacapo per Trump. Oggi quasi onnipresente nei prodotti che consumiamo tutti i giorni (non solo ad uso alimentare), i fagioli di soia selvatici si utilizzavano già 9mila anni fa in Cina, considerata la patria di questo legume. Ma oggi il Paese detiene anche il record delle importazioni, dovuto anche all’aumento dei consumi di carne (e quindi alla necessità di procurarsi il mangime per gli allevamenti intensivi). Solo che tra il 2017 e il 2024, stando ai dati del Center for Strategic and International Studies, se le esportazioni di soglia dagli Usa alla Cina sono diminuite del 14%, a compensare questo calo ci hanno pensato i Paesi del Sud America. In particolare, il Brasile che ha aumentato le sue esportazioni del 35%. Tutto questo a svantaggio degli agricoltori statunitensi, per i quali il mercato cinese è di vitale importanza. E che sono sul piede di guerra, perché Pechino ha già risposto alla guerra commerciale lanciata dal presidente Usa, quasi azzerando le importazioni di soia statunitense. L’altra faccia della medaglia, sono gli effetti che l’aumento di produzione ed export di soia da Brasile e Argentina hanno sugli equilibri di ecosistemi delicati e strategici per tutto il pianeta. In primis, quello della Foresta Amazzonica, dove le piantagioni di soia continuano a sostituire gli alberi.

La guerra tra Usa e Pechino passa attraverso la soia sudamericana – Tutto è iniziato negli anni Settanta, con un cattivo raccolto di soia negli Stati Uniti. La Cina capì che doveva diversificare, Brasile e Argentina che si stava aprendo un varco nel muro Usa. Il resto lo hanno fatto lo sviluppo e il drastico cambiamento delle abitudini alimentare della Cina che ha creato una domanda sempre maggiore. Così, a fasi alterne, quando la tensione tra Washington e Pechino si è alzata, non è stato impossibile sostituire la soia che arrivava dagli Stati Uniti. Basti pensare a quanto avvenuto nel 2019, durante il primo mandato di Donald Trump, quando il tycoon impose tariffe sui prodotti cinesi e Pechino ridusse le importazioni di soia dagli Stati Uniti, spostando gli acquisti in Brasile. Anche nei mesi scorsi, funzionari cinesi hanno confermato che la Cina potrebbe rinunciare alle importazioni agricole statunitensi, senza eccessivi scossoni, anche rispetto agli obiettivi di crescita.

Trump si gioca il consenso degli agricoltori (nei feudi repubblicani) – E questo preoccupa gli agricoltori, memori proprio di ciò che avvenne del 2019 quando, a causa della riduzione delle importazioni di soia della Cina, Washington fu costretta a varare un piano di salvataggio dal 23 miliardi di dollari per gli agricoltori. Non è un caso se, anticipando degli accordi con Pechino nel corso del programma ‘Face the Nation with Margaret Brennan’ della Cbs News, il segretario del Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent ha citato proprio gli agricoltori. “I coltivatori di soia saranno estremamente soddisfatti di questo accordo per quest’anno e per gli anni a venire” ha detto Bessent, consapevole di quanto sia importante per Trump il consenso dell’industria agroalimentare e dei coltivatori di soia. Di Illinois, IndianaIowa, questi ultimi due feudi repubblicani.

Quanto crescono le importazioni dal Brasile – Questo il contesto nel quale sono cresciuti i flussi commerciali tra Cina e Paesi dell’America Latina. In modo particolare, dell’export dal Brasile. I dati: nel 2024 la Cina è stata il maggior importatore mondiale di soia, con acquisti dall’estero per circa 105 milioni di tonnellate, ma ne ha acquistata circa il 20% dagli Stati Uniti, mentre nel 2016 ne importava dagli States il 41%. Da gennaio a luglio 2025, inoltre, la Cina ha importato 42,26 milioni di tonnellate di soia dal Brasile, mentre le spedizioni dagli Stati Uniti sono state pari ad appena 16,57 milioni di tonnellate. Su questo fronte, a poco è servito il Liberation Day di aprile e anche l’estensione di 90 giorni della tregua tariffaria con Pechino con la richiesta di quadruplicare l’import dagli Stati Uniti: la Cina ha praticamente azzerato le importazioni di soia Usa e i coltivatori, che non hanno ricevuto prenotazioni per il raccolto di ottobre (si stima un calo dell’export di circa 14-16 milioni di tonnellate), perderanno miliardi di dollari. Parallelamente Pechino ha aumentato le prenotazioni della soia argentina approfittando dell’abbattimento delle tasse all’export di soia deciso dal presidente, Javier Milei (tra l’altro, sostenuto proprio da Trump). Ad oggi, di fatto, il 70% della soia importata da Pechino arriva dal Brasile e, di questa quota, il 30% passa dal porto di Santos, sulla costa atlantica. Certo, la rete di trasporti e le infrastrutture, per esempio, le capacità portuali, creano diversi problemi che negli Usa non ci sono. E c’è un altro problema: se il clima consente anche tre raccolti l’anno, il terreno argilloso ha bisogno di ingenti quantità di fertilizzanti e il Brasile ne ha sempre importato enormi quantità dalla Russia. Problemi che, però, non hanno fermato finora il trend.

L’effetto sugli ecosistemi – E questo ha conseguenze impattanti per il Brasile. D’altronde, se nel 2024 le esportazioni dell’agroalimentare brasiliano hanno raggiunto i 164,4 miliardi di dollari e, a guidare l’export verso 63 Paesi sono state soia (53,9 miliardi di dollari), carne (26,2 miliardi), zucchero e alcol (19,7 miliardi), prodotti forestali (17,3 miliardi) e caffè (12,3 miliardi) si capisce quali possano essere gli effetti sulle foreste. Ad agosto scorso, le autorità brasiliane hanno sospeso la moratoria che imponeva alle aziende di non acquistare soia da terreni deforestati in Amazzonia. Una sospensione che, dal 2006, aveva contribuito alla protezione della Foresta Amazzonica, evitando la deforestazione di circa 17mila chilometri quadrati (anche se hanno continuato a registrarsi fenomeni di conversione indiretta del suolo, soprattutto nelle savane del Cerrado e nelle aree di pascolo dismesse). Un recente studio pubblicato su Nature Food da Camilla Govoni e Maria Cristina Rulli del Dipartimento di ingegneria civile e ambientale del Politecnico di Milano, in collaborazione con La Zhuo dell’Accademia cinese delle scienze e Dirce Lobo Marchioni dell’Università di San Paolo, in Brasile, spiega come la crescente domanda di carne e proteine animali in Cina dipende sempre più dalle risorse agricole del Brasile, con effetti diretti sull’utilizzo del suolo, sulle risorse idriche e sulla deforestazione del Paese sudamericano. Tra il 2004 e il 2020 le importazioni cinesi di soia sono passate da 6 a 60 milioni di tonnellate: un aumento di oltre dieci volte, che nel 2020 ha richiesto 17,8 milioni di ettari di terreno brasiliano (un’area grande quanto l’Uruguay) e oltre 86 chilometri cubi di acqua piovana, più 0,29 chilometri cubi di acqua di irrigazione. Questa soia (destinata in gran parte all’alimentazione di suini, pollame e pesci d’allevamento) sostiene quasi un terzo delle proteine animali consumate in Cina.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/29/guerra-soia-usa-cina-brasile-notizie/8174740/

sabato 24 gennaio 2026

Volare in Sardegna, una storia di colonizzazione e sfruttamento

 

I nuovi feudatari industriali ci stanno “furando” anche gli aeroporti - Cristiano Sabino

Sardegna colonia di sfruttamento

La Sardegna è sempre più una «colonia di sfruttamento» (Gramsci) e la vicenda della “fusione” degli aeroporti sardi non è un fatto secondarie rispetto alla colonizzazione energetica in corso, bensì rappresenta un tassello fondamentale del processo di penetrazione coloniale in corso su cui è recentemente intervenuto con grande capacità di sintesi Omar Onnis ( Sardegna sotto attacco, senza difese – S’Indipendente ).

Ciò che è in corso è un passaggio di fase della dipendenza: il trasferimento di una delle ultime infrastrutture strategiche rimaste sotto controllo pubblico verso il circuito dei grandi fondi speculativi, esattamente come hanno fatto con la Grecia ma senza neanche la scusa del debito. Ha ragione Michele Zuddas, nella sua J’accuse a sottolineare come la costruzione di una gestione unica dei tre aeroporti sardi – Cagliari, Olbia e Alghero – non è un dettaglio amministrativo o un fatto tecnico – così come vogliono presentarlo alcuni media che hanno le mani nella marmellata -, ma un fatto politico di prima grandezza, perché incide sulla libertà materiale della comunità sarda e sulla sua capacità di autodeterminarsi.

Al di là del fatto che gli aeroporti possono costituire di per sé una grande ricchezza nazionale (nazionale dei sardi), in un territorio insulare, essi sono un asset strategico profondamente politico e non sono semplici aziende di servizi.

Sono dispositivi di connessione vitale, condizioni materiali dell’esercizio dei diritti di cittadinanza e costituiscono una risorsa strategica nazionale (sarda). Senza aeroporti governati nell’interesse collettivo, la mobilità non è garantita ma concessa, regolata dal mercato, subordinata alla redditività.

È per questo che la progressiva privatizzazione degli scali sardi non può essere letta come un processo neutro, ma come una scelta che sposta il baricentro del potere decisionale lontano dall’Isola e dai suoi abitanti e soprattutto svuota la Regione Autonoma dei suoi poteri realmente sovrani, perché – lo si capisce bene – senza gettito economico e senza controllo politico sugli asset strategici, ogni sovranità diventa presto una foglia di fico.

Cos’è il F2i Ligantia e perché la fusione è un furto ai danni dei sardi.

Il perno di questo processo di esproprio coloniale è F2i Ligantia, società controllata dal fondo F2i Sgr, il principale fondo infrastrutturale italiano, che gestisce capitali per oltre sette miliardi di euro. F2i non è un investitore qualunque: è uno strumento sofisticato di intermediazione tra capitale pubblico e rendita privata, partecipato da soggetti come il Fondo Ania, fondazioni bancarie, investitori USA come BlackRock e, soprattutto, dalla Cassa Depositi e Prestiti, controllata dal Ministero dell’Economia.

Ciò significa che lo Stato italiano non osserva da fuori il processo di espropriazione di uno degli ultimi vettori strategici di proprietà del popolo sardo, ma vi partecipa attivamente come soggetto finanziario e speculativo, traendo beneficio dalla valorizzazione di infrastrutture costruite i soldi dei sardi.Il dato centrale, spesso rimosso dal dibattito pubblico, è che questa privatizzazione avviene non in presenza di crisi, ma di profitti.

Come spiega Alessandra Carta nel suo documentato articolo dell’Unione Sarda gli aeroporti sardi funzionano e producono utili significativi.

L’aeroporto di Cagliari, gestito da Sogaer, ha chiuso il 2024 con oltre settantasei milioni di euro di ricavi e più di dieci milioni di utile netto. Olbia, già privatizzata nel 2020, ha superato i novanta milioni di ricavi con utili superiori ai ventiquattro milioni. Anche Alghero, nonostante dimensioni più contenute e un oggettivo ridimensionamento negli ultimi anni, ha consolidato la propria sostenibilità economica.

Questo quadro smentisce radicalmente l’idea – veicolata da alcuni media coinvolti nell’affare – che la concentrazione in una holding privata sia necessaria per salvare o rilanciare il sistema aeroportuale isolano.

Al contrario, dimostra che la svendita rappresenta uno dei più grandi espropri collettivi ai danni del popolo sardo, una nuova legge delle chiudende a tutto beneficio di privati che da una parte impoverisce materialmente i cittadini sardi deprivandoli di una enorme ricchezza nazionale, dall’altra tarpandogli letteralmente le ali in un diritto garantito dall’articolo della stessa Costituzione italiana che all’articolo 16 recita così: «Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza.

Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche. Ogni cittadino è libero di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi, salvo gli obblighi di legge».Affidare questo diritto ai privati (visto che dall’isola si esce o in nave o in aereo e non in auto, in treno, a cavallo o a piedi) è di fatto una limitazione palese di questo diritto.

La dinamica è tipica dei processi di finanziarizzazione con l’aggravante della violenza coloniale verso un popolo subalterno e marginalizzato: il capitale pubblico stabilizza, investe, costruisce infrastrutture e domanda; il capitale finanziario interviene quando i flussi di cassa sono certi, appropriandosi della gestione e delle prospettive di crescita. I precedenti sono eloquenti. La quota di Sogeaal acquistata da F2i nel 2016 per poco più di nove milioni di euro, nel giro di sei anni ha visto una rivalutazione di circa il settanta per cento.

La Geasar di Olbia, acquisita nel 2020 per 248 milioni, è stata rivalutata a oltre 360 milioni in appena due anni. Questi numeri non raccontano una strategia industriale orientata al servizio pubblico, ma un’operazione di valorizzazione finanziaria di asset essenziali ai sardi che ancora una volta vengono trattati come indigeni con l’anello al naso, oggetto da sfruttare e non soggetto da rispettare.

Il passaggio decisivo riguarda ora Cagliari-Elmas che rappresenta anche una sorta di golden goal della volontà rapace dei colonizzatori e del servilismo delle loro guide indiane locali. Lo scalo più importante dell’Isola, quello che garantisce la massa critica del sistema e che finora è rimasto a controllo pubblico attraverso la Camera di Commercio di Cagliari-Oristano, sta per essere gentilmente ceduto in cambio delle solite perline coloniali.

Il ruolo dei media compiacenti e della RAS in mano ai colonialisti.

Una fregatura è una fregatura finché qualcuno non te la vende come un affare, una necessità o come una grande occasione di sviluppo. A questo ci pensa La Nuova Sardegna che già nel 2022 pubblicava un articolo dal titolo “I tre aeroporti sardi insieme: così il territorio cresce”.

L’autore scriveva con tocco fiabesco che «le compagnie aeree, principali clienti degli aeroporti ai quali devono pagare i diritti di atterraggio, stazionamento e decollo, possono giostrare sui prezzi mettendo quelli vicini l’uno in concorrenza con l’altro e spuntando tariffe stracciate, che impoveriscono tutti gli scali. Ryanair è la campionessa del mondo, in questo gioco di prestigio.

La Sardegna non fa eccezione». Quindi, visto che Alghero e Olbia sono stati privatizzati, perché non completare l’opera svendendo anche Cagliari per «stare tutti solidamente in piedi sul piano economico e negoziare insieme sul mercato»? Geniale no? Visto che ci siamo fatti fregare due aeroporti su tre, diamogli anche il terzo, così stiamo più tranquilli!Il perché di queste narrazioni così sdraiate de La Nuova Sardegna ce lo spiega Zuddas nel su citato articolo di S’Indipendente: «questo passaggio non avviene in modo isolato, ma dentro una rete di governance che coinvolge anche SAE Sardegna S.p.A., il gruppo editoriale che controlla La Nuova Sardegna. SAE non è un soggetto neutro nel contesto regionale: è parte del sistema che forma l’opinione pubblica e che contribuisce a definire ciò che appare inevitabile, tecnico, privo di alternative.

Quando sviluppo economico, infrastrutture e informazione orbitano nello stesso perimetro decisionale, il conflitto viene silenziato».E in tutto questo che dice la Giunta Todde, sostenuta dalla “sinistra radicale” di AVS e Sinistra Italiana, dal Movimento dei cittadini contro la “Kasta” e perfino dall’associazione “indipendentista” A innantis con a capo una delle eminenze grigie dell’ “indipendentismo moderno” che attraverso una ricca attività di convegnistica e di consulenza annuncia quotidianamente sui social che la sovranità nazionale è sempre più vicina?

Ce lo spiega bene Marzia Piga su SassariToday : «A valle del closing, Nord Sardegna Aeroporti (che poi nelle intenzioni dovrebbe perdere nel nome la connotazione geografica per quella regionale) resterà a maggioranza privata con F2i azionista di controllo, mentre la Regione entrerà con una quota qualificata di almeno il 10%, sostenuta da 30 milioni già stanziati».

Capito? Invece di alzare la bandiera del no alla privatizzazione e farsi ambasciatrice del diritto dei sardi a presidiare gli asset strategici, la RAS stanzia 30 milioni dei sardi per conservare una percentuale irrisoria (il 10%), giusto il tanto per poter alzare la mano e chiedere il permesso di assentarsi ed andare al bagno alle riunioni dei soci.

Che affarone, no?Infatti il 10% è una presenza che non garantisce il controllo, ma serve piuttosto a certificare politicamente l’operazione, a presentarla come partenariato pubblico-privato mentre il baricentro decisionale resta saldamente nelle mani del fondo speculativo F21.

La sovranità si riduce a simbolo, la capacità di indirizzo a testimonianza.Tutto questo avviene mentre resta privo di tutela effettiva il diritto alla mobilità, sancito dall’articolo 16 della Costituzione italiana, che in un’isola assume un significato sostanziale e non astratto. Un fondo di investimento non ha infatti alcun obbligo verso la continuità territoriale.

Conclusione

Energia, sanità, trasporti, scuola, RWM, vertenza entrate.. Se uniamo i puntini abbiamo il quadro di un aggravarsi della colonizzazione. Serve costruire una alternativa di sistema del popolo sardo, perché ovviamente l’alternativa non può essere la destra meloniana che in questa vicenda ha addirittura recitato la parte di chi è contrario alle privatizzazioni (loro che dell’ordoliberismo sono indiscutibilmente i campioni!).

Ma nemmeno dobbiamo illuderci di riporre le nostre speranze in quella galassia di sigle che ad ogni tornata ostentano indipendenza politica, ma poi spalleggiano gli stessi partiti coloniali sperando in un posticino al caldo. Serve un movimento popolare e di rottura dal basso, fondato su percorsi di democrazia reale, con profonde radici nel territorio. Da un po’ di tempo chiamo questa prospettiva “sardismo popolare”, in attesa di definizioni migliori. In ogni caso mi sento di lanciare la sfida: chi ha filo da tessere tessa. Da parte nostra non potremmo che apprezzare.

da qui

 

 

F2i, Fondazione, Nuova Sardegna: nomi e cognomi sulle connessioni del potere – S’Imprenta - Ivan Monni

 

L’ok della Regione Sardegna alla fusione degli aeroporti da parte del fondo privato F2i e la decisione di partecipare direttamente all’operazione con trenta milioni, apre a più di un interrogativo.
Di fatto consegna le porte dell’isola a un’azienda privata i cui obiettivi esulano dal diritto al trasporto dei sardi. Il monopolio privato è ancora più grave in un’isola, poiché l’unica alternativa è un altro monopolio di fatto: Tirrenia.

I collegamenti del potere sono intricati, per cui occorre sbrogliare la matassa con ordine, per evitare di perdersi.
Iniziamo dagli attori in campo:

Fondazione di Sardegna

Il primo attore da considerare è la Fondazione, da cui si dipanano le varie diramazioni del potere economico, mediatico, politico.

Nacque nel 1992 per contenere le azioni del Banco di Sardegna; l’anno successivo il Banco di Sardegna acquisì il Banco di Sassari, poi insieme furono cedute al Banco Popolare Emilia Romagna nel 2001. 

La Fondazione è un’organizzazione privata senza scopo di lucro, non ha “soci” perché il suo patrimonio deriva dalla cessione dell’attività bancaria.
Si sostiene con investimenti in quote azionarie di altre società, nel 2027 conta di portare il suo patrimonio ad oltre 1 miliardo. Una bella cassaforte politica.

Tra le varie partecipazioni, detiene:


Qui la ricerca si biforca, da un lato vediamo chi sono i soci della Nuova Sardegna, poi vedremo F2i.

La Nuova Sardegna

Il Gruppo Nuova Sardegna è controllato:

  • dal Gruppo Sae, la cui vicepresidente è Marianna Orrù e Pasquale Mereu (un omonimo del sindaco di Orgosolo), che ricoprono rispettivamente anche le cariche di consigliere di amministrazione e di componente del comitato di indirizzo della Fondazione di Sardegna. Nel CDA del gruppo SAE Sardegna siede Maurizio De Pascale
  • dalla Fondazione di Sardegna
  • dalla Depafin, Gruppo di Maurizio De Pascale
  • da AbInsula Srl, società sassarese.

Partecipazioni e collegamenti F2i – Fondazione di Sardegna – Aeroporto di Elmas. Grafico S’Indipendente


F2i SGR

Veniamo dunque al gruppo F2i SGR, gestisce capitali per oltre sette miliardi di euro, è stata fondata da Cassa Depositi e Prestiti, UniCredit, Intesa Sanpaolo e, come visto prima, è partecipata da Fondazione di Sardegna.
F2i ha fondato F2i Ligantia (di cui detiene direttamente il 79%), ed è partecipata da Fondazione di Sardegna (5%) e da due società gestite direttamente da Blackrock Infrastructure (16%).

F2i Ligantia detiene gli aeroporti di:

  • Olbia (Geasar): F2i Ligantia detiene il 79,79%. Acquisito nel 2020.
  • Alghero (Sogeaal): F2i Ligantia detiene il 71,25%. Acquisito nel 2016.

La partita sull’aeroporto di Elmas

L’aeroporto di Cagliari, gestito da Sogaer, ha chiuso il 2024 con oltre settantasei milioni di euro di ricavi e più di dieci milioni di utile nettoOlbia, già privatizzata nel 2020, ha superato i novanta milioni di ricavi con utili superiori ai ventiquattro milioni. Anche Alghero, nonostante le dimensioni più contenute e un oggettivo ridimensionamento negli ultimi anni, ha consolidato la propria sostenibilità economica.

Cagliari-Elmas (Sogaer): La gestione è attualmente controllata per il 95,7% dalla Camera di Commercio di Cagliari-Oristano, il cui presidente è Maurizio De Pascale, un nome cruciale in questa vicenda.

Secondo il giornale Sardegnagol De Pascale era contrario alla cessione al fondo (Video “Non ci sarà nessuna vendita, dismissione o privatizzazione”).

L’intervista è un capolavoro politico-oracolare, da un lato nega categoricamente la privatizzazione, ma nella stessa intervista parla di una operazione che “consente la costituzione di una società che viene realizzata attraverso un aumento di capitale che liberamente verrà proposto da F2i Ligantia e sarà riservato alla camera di commercio di Cagliari e Oristano“.

Di fatto, la F2i arriverebbe a controllare la maggioranza, e la conseguente diminuzione delle quote detenute dalla Camera di commercio di Cagliari-Oristano (dal 94,4% al 40,5%).

La Corte dei conti boccia la privatizzazione dell’aeroporto di Cagliari, mentre per l’ANAC, l’anticorruzione, il cambio di azionisti potrebbe portare alla revoca delle licenze e richiede una gara pubblica.

Tutta l’operazione è riconducibile ad un’area politica precisa, infatti la Fondazione di Sardegna è ricorrente in parecchie partite, il cui presidente Giacomo Spissu, un ex presidente del consiglio della regione, è nel consiglio di amministrazione di F2i, e dunque controlla il potere economico, finanziario, e l’informazione nel nord Sardegna.
In precedenza, gli stessi ruoli erano in mano ad Antonello Cabras, che ora è vicepresidente del Banco popolare dell’Emilia Romagna.

L’Unione Sarda è schierata contro la privatizzazione (editoriale di Zuncheddu del 2024), è da segnalare che anche questa volta i quotidiani sardi sono in contrapposizione, e la Nuova si trova in posizione coloniale; inizialmente si pensava all’indotto di Elmas (centri commerciali, ristoranti) ma l’utile annuo prodotto dallo scalo di Cagliari fa impallidire tutto il resto, senza contare il valore politico.

L’Unione raccoglie dei pareri contrari al monopolio:
«Lo scalo di Cagliari non si regala». Fausto Mura, presidente Federalberghi per il Sud Sardegna, boccia le ipotesi della cessione a F2i e della fusione con Olbia e Alghero: «Operazioni fuori da ogni logica».
 Per l’ex manager di Sogeaal: «Non svendiamo i nostri scali» Umberto Borlotti: «La gestione pubblica funziona, i fondi di investimento sono attratti solo dagli utili»

Mentre l’autorità Antitrust (aprile 2024) ha dichiarato che la fusione “non viola la concorrenza” e non rafforza posizioni dominanti, dando così un via libera formale.
Pur trattandosi di un monopolio.

Perché c’entra anche la speculazione energetica?

Scriveva il Sole24ore, lo scorso dicembre 2025: “Alla firma l’ingresso del fondo americano Sixth Street con il 38%. F2i chiude il riassetto di Sorgeniacreando un maxi polo dell’energia da oltre 6 GW di capacità installata, e si prepara ad altri due dossier caldi del settore, entrambi italo-francesi: il break up di Tirreno Power, la ex genco Enel di cui la stessa Sorgenia condivide il controllo con Engie, e in prospettiva Edison, dove il quadro è più fluido in attesa delle decisioni di Edf.”

Maurizio De Pascale, tramite l’Impresa Pellegrini ha costruito la stazione elettrica Terna a Garaguso, in Basilicata, ha effettuato dei lavori per il Parco Eolico di Tolve e Vaglio (PZ), e svolgerà dei lavori edili, civili e infrastrutturali per conto di Terna, come appaltatore, nell’ambito del progetto dei lavori per il SA.CO.I.3, il cavo potenziato di Terna che collega Sardegna-Corsica-Italia.

La linea editoriale della Nuova Sardegna ha totalmente ignorato la lotta dei comitati, un evento epocale come la raccolta firme Pratobello24 e ha spinto direttamente una campagna propagandistica pro off-shore nelle scuole, tramite alcuni funzionari delle multinazionali stesse.

In carica alle relazioni esterne della Fondazione di Sardegna, c’è Graziano Milia (che ha appena annunciato la ricandidatura a sindaco di Quartu S.E.), che aveva patrocinato una giornata dedicata all’off-shore con le scuole medie, organizzata dalle multinazionali Renantis e BlueFloat Energy. F2i è “entrata nel finanziamento che ha supportato l’acquisizione di Renantis (ex Falck Renewables)” da parte di J.P. Morgan.

Milia aveva avuto un duro scontro con i Comitati di difesa No Tyrrhenian Link di Quartu e Selargius, con Milia in difesa di Terna e schierata in favore dell’off-shore.

Ricordiamo che socio Terna è Cassa Depositi e Prestiti (tramite una controllata), e che tra gli azionisti della banca c’è Fondazione di Sardegna, di cui Milia cura le relazioni esterne.

Inoltre, due impianti agrivoltaici approvati il 13 marzo 2025 sono riconducibili alla F2i.
Due progetti fotocopia autorizzati che trasformeranno oltre 200 ettari nelle campagne Solarussa, Zerfaliu, Tramatza, Siamaggiore e Zeddiani.

Scriveva a marzo 2025 Enrico Fresu sull’Unione Sarda: Via libera a due enormi campi agrivoltaici nell’Oristanese. “Ef Agri Società Agricola (ndr, 0 dipendenti), che attraverso la “madre” Ef Solare Italia fa capo al colosso italiano degli investimenti F2i (70%) e al francese Crédit Agricole Assurances (30%)”. 

Insomma, F2i ha messo radici, o artigli, sul grande fiume di denaro che sta transitando in Sardegna con il PNRR e mette le mani sugli aeroporti sardi, vere e proprie casseforti economico-finanziarie.

Come si blocca la speculazione sulla terra sarda?

Tempo fa sorridevo leggendo che la Sardegna fosse terra di conquista commerciale: il PIL non è tra i più alti e l’isola non fa gola come mercato di sbocco.
Mi sbagliavo: l’operazione F2i è economica, ma funzionale al controllo politico, esercitato a prescindere dai risultati elettorali. L’economia pesa più della democrazia: le decisioni si prendono nei CDA, non nelle urne.

Una nuova elaborazione nella società è possibile a partire dallo scarto tra narrazione ufficiale italiana (top) e resistenza anticoloniale dei comitati, associazioni e movimenti (down).
Tuttavia, l’orgoglio “sardista” rimane ad un livello sentimentale, non riusciamo a trasformarlo in politico, ed è una cosa su cui indagare maggiormente.

Intanto ci consoliamo con la mobilitazione nuorese contro il 41 bis a Nuoro: la città si mobilita con un’assemblea straordinaria.
Da sostenere in tutti i modi.

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venerdì 23 gennaio 2026

Compravendite - Alessandro Ghebreigziabiher

 

Troppe persone spendono i soldi guadagnati per comprare cose che non vogliono e per impressionare persone che non gli piacciono. Will Rogers

C’era una volta il pianeta chiamato Mercato.
Dove si compra e si vende.
Tutto.
O quasi.

C’è ovviamente chi vorrebbe comprare la Groenlandia, e con essa arricchire il presente e il futuro della nazione che governa, ovvero possiede nei fatti, la quale fa tutto ciò da 250 anni in ogni luogo raggiungibile dalle sue armi, qualora non decida di prenderselo giustappunto con la forza. Eppure, c’è ancora qualcuno che si sorprende come se fosse una novità.

Una persona saggia dovrebbe avere i soldi nella testa, ma non nel cuore. (Jonathan Swift)

C’è invece chi come María Corina Machado vende al miglior offerente, ovvero potente, il proprio premio Nobel, e al contempo fa lo stesso con la dignità di un riconoscimento ormai svilito dall’evidenza e con il presente e il futuro del popolo che vorrebbe governare, o meglio possedere per conto di qualcun altro, Tu sai chi come in Harry Potter.

La ricchezza non consiste nell’avere grandi beni, ma nell’avere pochi bisogni (Epitteto)

C’è chi a Gaza ha addirittura acquistato e chi a sua volta ha svenduto una guerra lunga secoli come se fosse una terra fertile da coltivare, resa tale in modo perverso quanto orribile dal sangue di migliaia di vite innocenti. E ora che il rumore degli spari e delle urla di costoro è stato temporaneamente allontanato dalle prime pagine – giammai cancellato -, si può tranquillamente cominciare a seminare.

Vi svelerò il segreto per diventare ricchi a Wall Street. Cerchi di essere avido quando gli altri hanno paura. E cerchi di avere paura quando gli altri sono avidi (Warren Buffett)

E c’è chi come la Ford che conta di comprarsi la benevolenza del tiranno punendo il solito dipendente – chiamalo pure operaio se ne possiedi la memoria e non l’hai ancora venduta alla stregua di tanti – che ha osato chiamarlo “protettore di pedofili” sulla pubblica piazza, malgrado sia la logica dei fatti a produrre tale definizione.

Reddito annuo venti sterline, spesa annua diciannove e sei, risultato felicità. Reddito annuo venti sterline, spesa annua venti sterline e sei, risultato miseria (Charles Dickens)

C’è chi come Giorgia Meloni che fa selfie con la pari grado giapponese illudendosi di poter mascherare la reciproca compravendita con la fantomatica difesa di “un ordine mondiale giusto, libero e aperto”. Mentre senza alcuna sorpresa anche stavolta, alle spalle dei fantocci governativi, ovvero a tirarne i fili, ci sono ancora le multinazionali come l’Eni, la quale al momento opportuno piazzerà alla luce del Sol levante il gas naturale che continua imperterrito a rubare in Africa. Ovvero, ai suoi abitanti. L’Italia ai nostrani e l’Africa a tutti tranne gli africani, la monotona quanto amara strofa con rima.

Il denaro non ha mai reso felice un uomo, né lo farà. Più un uomo ha, più desidera. Invece di riempire un vuoto, lo crea (Benjamin Franklin)

E c’è chi come il Garante della privacy finito nel fango dell’ennesimo scandalo per le solite accuse: l’aver speso e comprato a destra e a manca, tra case in affitto, macellerie e parrucchieri con denaro dello Stato. Dei contribuenti. Di te che leggi e del sottoscritto, se sei tra coloro che in questo strano Paese si ostinano a pagare le tasse dovute.

La ricchezza è la capacità di vivere appieno la vita (Henry David Thoreau)

C’è chi – lo ripeto da un pezzo – si arricchisce vendendo tragedie sui giornali, dissezionandole pezzo a pezzo ogni giorno, e chi le compra in ogni istante seguendole come se fossero sceneggiati, serie tv, ovvero reality show. Un mercimonio di tristi disgrazie e dolore di chi resta, macellati e divorati nei monitor dei molti che guardano e dei pochi che alla fine dell’ennesima abbuffata contano i proventi dei click.

Il mercato azionario è pieno di individui che conoscono il prezzo di tutto, ma il valore di niente (Phillip Fisher)

C’è chi al timone dell’Italia si accinge a vendere una ulteriore versione deteriorata e abusata di un concetto da tempo immemore caro ai dittatori – la famigerata sicurezza – togliendo ulteriori occasioni e diritti di dissenso alla popolazione, al netto di altrettanti alibi e protezioni per le forze dell’ordine, le quali vanno interpretate sempre all’opposto. L’ordine della e con la forza al servizio del potere, già. E nel mentre, Casapound sta ancora lì, illegalmente, nel cuore della capitale.

Non tutto ciò che può essere contato conta, e non tutto ciò che conta può essere contato (Albert Einstein)

E c’è chi come l’ennesimo Agnelli che ha comprato tanto, troppo, non solo un giornale come Repubblica, che è solo l’ultimo degli affari andati in porto. C’è un intero Paese nelle tasche della sua famiglia ormai da un secolo. Una dinastia degli acquisti e delle svendite più o meno alla luce di ‘O sole mio, stavolta. Con la complicità di almeno due, se non tre, generazioni di governi e istituzioni, faccendieri e portaborse, e il silenzio assenso di una moltitudine di gente colpevolmente distratta o indifferente.

Vorrei vivere come un uomo povero con un sacco di soldi (Pablo Picasso)

C’era quindi una volta e c’è ancora un pianeta di nome Mercato.
Dove si può smerciare in ogni luogo e istante.
Qualsiasi cosa.
O quasi, esatto. E se ciò che hai, a cui tieni maggiormente – compreso te stesso -, appartiene a quest’ultima minoritaria categoria, ti prego, uniamoci e lottiamo assieme per difenderla con le nostre unghie e i nostri sogni.

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mercoledì 21 gennaio 2026

Dai milionari di Milano ai dati sulla ricchezza in Italia, l’esperto: “Dietro la concentrazione anche il fisco iniquo. Cambiare Irpef e tasse di successione” - Chiara Brusini

 

Ha fatto molto discutere la classifica secondo cui Milano sarebbe la città con più milionari al mondo in rapporto alla popolazione, davanti a New York e Londra. Stime riportate dal Sole 24 Ore sulla base di una classifica diffusa mesi fa da Henley & Partners, società direttamente interessata al tema visto che procura passaporti d’oro ai super-ricchi e fa consulenza ai governi che offrono la cittadinanza in cambio di denaro, senza indicare con chiarezza la fonte dei dati. Che se non altro hanno riacceso l’attenzione sulle disuguaglianze crescenti, fotografate solo ieri dal rapporto di Oxfam Disuguitalia, e sugli effetti di politiche fiscali che favoriscono in maniera sproporzionata i super ricchiIlfattoquotidiano.it ne ha parlato con Salvatore Morelli, associato di Economia pubblica a Roma Tre e direttore del GC Wealth Project allo Stone center sulle disuguaglianze socio economiche dell’università di New York, che raccoglie e mette a disposizione online i dati sulle disuguaglianze di ricchezza nei vari Paesi, sulla tassazione delle successioni e la composizione dei patrimoni.

Professore, conosciamo così nel dettaglio la distribuzione dei patrimoni in Italia da poter dire quanti ce ne sono in ogni città?
No, non ci sono dati pubblici e dettagliati che permettano di identificare “chi sono” i milionari e, soprattutto, quanti siano in una specifica città. Esiste l’indagine campionaria sui bilanci delle famiglie italiane della Banca d’Italia, che raccoglie informazioni dettagliate sul valore di attività immobiliari e finanziarie. Ma si tratta di una survey sulle famiglie (non individui), che consente di ricostruire la distribuzione della ricchezza a livello nazionale, al massimo con qualche dettaglio per macro-regioni. E ha un limite: si basa su un campione e da lì estrapola informazioni su milioni di nuclei. È insufficiente per stime robuste sulla grande ricchezza milionaria, anche perché le famiglie più ricche sono più difficili da intercettare meno propense a partecipare ai sondaggi.

Un suo paper scritto con Paolo Acciari e Facundo Alvaredo usa però una metodologia alternativa.
Abbiamo utilizzato dati amministrativi di natura fiscale legati alle dichiarazioni di successione: è una fotografia della ricchezza che viene trasmessa alla morte. In quelle dichiarazioni rientrano beni finanziari e immobiliari e l’incentivo a dichiarare in modo accurato è relativamente alto: chi trasferisce ricchezza ha interesse a una rappresentazione corretta. In più consentono di osservare una quota molto ampia della popolazione di riferimento: in Italia la copertura è tra le più alte al mondo, oltre il 65%. Ovviamente i deceduti non sono un campione rappresentativo, ma se si conoscono i tassi di mortalità è possibile “riportare” queste informazioni alla popolazione dei vivi, come abbiamo fatto nel paper.

Sulla base dei vostri dati è credibile che a Milano vivano 115mila milionari in termini di patrimonio liquido, uno ogni 12 abitanti?
Se fosse vero vorrebbe dire che negli ultimi anni abbiamo avuto un aumento così ampio dei milionari da stravolgere qualsiasi informazione che abbiamo sulla distribuzione della ricchezza. Nel 2016 la soglia per far parte dell’1% degli adulti più ricchi in Italia era pari a circa 1,4 milioni di euro di patrimonio netto e circa il 55% della ricchezza di quell’élite risultava composta da patrimonio reale, cioè immobili e terreni. Il valore soglia è relativamente stabile nel tempo: immaginiamo che nel 2025 sia salito un po’, a 1,5 milioni. A Milano è plausibile che risulti più alta del 50% rispetto alla media nazionale, a circa 2,2 milioni di euro, e che sia maggiore (60% contro una media del 45%) la quota di ricchezza finanziaria e imprenditoriale. Quindi la soglia di patrimonio finanziario minimo per identificare l’1% più ricco sarebbe di circa 1,32 milioni. Usando quella di 1 milione, ricadrebbe in quella platea il 2% degli adulti residenti: circa 1 ogni 50. Non l’8% come implica la statistica usata per stilare quella classifica. Vero che è costruita contando tutti i residenti e non solo gli adulti, ma non basta per giustificare la distanza tra le due stime.

Tutte le stime comunque testimoniano che la disuguaglianza di ricchezza è in aumento…
Sì, lo rilevano anche le stime ufficiali fornite dal servizio studi di Bankitalia che elabora l’indagine campionaria condotta a livello europeo per allinearla ai conti nazionali. Il top 5% delle famiglie, l’ultimo gradino osservabile con queste statistiche, concentra il 50% della ricchezza. La quota italiana è più alta della media europea e risulta in crescita, coerentemente con quanto emerge usando la metodologia basata sulle successioni.

Cosa c’è dietro?
Molti fattori: da un lato la concentrazione dei redditi, perché chi guadagna di più ha capacità di risparmio più elevata, mentre per le famiglie a basso e medio reddito il tasso di risparmio nel nostro Paese è crollato rispetto alle medie storiche. Questo spiega una parte della dinamica. Poi va considerato il fisco, che è sbilanciato e tratta con più favore chi ha redditi e patrimoni più elevati: per i ricchi l’aliquota media è più bassa. Tra i vari regimi di favore è fondamentale l’imposta di successione, perché quello è anche uno dei canali di concentrazione dei patrimoni. La tassazione delle successioni in Italia è particolarmente poco progressiva e la sua progressività è stata ridotta in maniera vistosa negli anni, il che crea occasioni di accumulazione notevoli soprattutto per chi riceve i patrimoni più ingenti. Platea che tendenzialmente comprende persone già molto benestanti.

Quanto pesa il “regime opzionale”, cioè la flat tax per i super ricchi introdotta nel 2017?
Dopo l’abolizione lo scorso anno del regime favorevole per i residenti non domiciliati che era in vigore in Gran Bretagna, quella misura è diventata ancora più attrattiva. Permette a persone con grandi patrimoni di stabilire la residenza fiscale nel nostro Paese, versare un forfait e ottenere un’esenzione dalla tassazione dei redditi esteri ai fini Irpef, oltre a non pagare l’imposta sul valore degli immobili all’estero (Ivie) e quella sulle attività finanziarie all’estero (Ivafe). Non solo: esenta anche dalle imposte di successione sui patrimoni che provengono dall’estero. In pratica il fisco “dimentica chi sei” e non ti chiede nemmeno di fornire dati che consentano di capire quanto gettito stiamo perdendo per effetto di questo “scudo”.
Sarebbe urgente avere dati tempestivi sul numero di persone che aderiscono e l’Agenzia delle Entrate dovrebbe dotarsi di un nucleo ad hoc responsabile della gestione dei cosiddetti “high net worth individuals”: negli Usa è emerso che ogni euro investito dall’Internal revenue service per il monitoraggio di quei contribuenti frutta 12 dollari in termini di riduzione dell’evasione e gettito aggiuntivo.

Da dove dovrebbe partire un governo interessato a ridurre le disuguaglianze?
La base è ciò che succede sui mercati: la distribuzione di profitti, salari e redditi. Se guardiamo allo step successivo, quello in cui interviene lo Stato, la priorità è fermare l’erosione della base imponibile Irpef, imposta che ormai viene pagata quasi solo da dipendenti e pensionati. Non è più sostenibile un’imposta sui redditi che vale per alcuni e non per altri, uno spezzatino fiscale in cui ognuno sceglie l’aliquota più conveniente. È un sistema estremamente iniquo.
Poi bisognerebbe intervenire sull’imposta di successione, che può essere usata per incentivare la redistribuzione del capitale produttivo e ridurre la concentrazione di ricchezza e le disuguaglianze estreme. Dal punto di vista teorico va sicuramente aumentata, anche se è sono consapevole che è diventata una delle imposte più odiate.

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Milano capitale mondiale dei milionari: sono 115mila, uno ogni 12 abitanti. Più che a New York e Londra

Ogni 12 iscritti all’anagrafe, neonati compresi, c’è un milionario. Inteso come una persona con patrimonio liquido superiore a 1 milione di euro senza contare gli eventuali immobili. È l’incredibile statistica su Milano che emerge da un’analisi di Henley&Partners – società specializzata nel procurare “passaporti d’oro” ai super-ricchi e nelle consulenza ai governi che offrono la cittadinanza in cambio di denaro – stando alla quale il capoluogo lombardo è in cima alla classifica mondiale delle città per rapporto tra residenti e molto benestanti. A New York, per fare un confronto, i milionari sono uno ogni 22 abitanti, a Londra uno ogni 41, a Roma uno ogni 54, a Parigi uno ogni 14.

Se si guarda al numero assoluto, riporta Il Sole 24 Ore, con 115mila milionari la città si piazza undicesima. Ed è diciannovesima per presenza di centimilionari (182 in tutto): Milano ne registra uno ogni 7.962 abitanti, calcola il quotidiano di Confindustria, vicina a Los Angeles (uno ogni 7.558) e Parigi (nella sola città intra muros uno ogni 7.743 residenti) e molto avanti rispetto a New York (uno ogni 10.757 abitanti) e Londra (uno ogni 25.244). Quanto ai miliardari, all’ombra della Madonnina se ne contano 17 sui 79 totali che risiedono in Italia.

Dietro c’è, dice la società di consulenza, la centralità del capoluogo come polo della finanza, moda e design. Ma ovviamente pesa moltissimo la flat tax per i super ricchi introdotta nel 2017 che consente a chi trasferisce la residenza in Italia di pagare una cifra fissa (aumentata a 300mila euro dall’ultima legge di Bilancio) su tutti i redditi esteri. La misura ha permesso ad alcune migliaia di contribuenti stranieri – 3.983 dal 2018 al 2023, secondo l’ultima ricognizione della Corte dei Conti, anche se la la stessa persona potrebbe aver aderito per più anni – di non dichiarare al fisco i propri dividendi e guadagni da investimenti in azioni e cavarsela versando un forfait. Senza dove dimostrare di aver investito nel tessuto produttivo locale. Il Sole aggiunge che ad attirare i super ricchi è anche il fatto che l’Italia sia di fatto un paradiso delle successioni, visto che l’aliquota si ferma al 4% per i trasferimenti a coniuge, figli e nipoti mentre la media Ocse è del 15%.

Il tutto in una città che è prima in Italia per disuguaglianze di reddito tra zone centrali e periferie e dove un lavoratore su tre percepisce un reddito che non gli consente di affrontare il costo della vita. Anche perché la concentrazione di super ricchi ha drogato il mercato immobiliare, aumentando a dismisura la domanda di immobili di lusso e super lusso. Non solo: l’attrattività – reale e percepita – della città e il continuo flusso di investimenti hanno gonfiato i prezzi anche nelle zone periferiche. Con un aumento medio, stando alle principali agenzie immobiliari, di oltre il 40% rispetto al pre pandemia. Sempre Il Sole rileva che il prezzo medio oggi supera i 6mila euro al mq, con punte che superano gli 11mila euro nel centro storico. Se si tratta di immobili di pregio si arriva a picchi di 27.000 euro nel Quadrilatero e a Brera. Intanto 60mila persone, tra città e hinterland, sono in attesa di una casa popolare.

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martedì 20 gennaio 2026

Lavori su piattaforma: dai rider del cibo ai tasker per i mobili, come vivono i 690mila ostaggi dell’algoritmo - Roberto Rotunno

 

“Lavori tutto il giorno per strada e vedi gente che cade come un soffio di vento, la notte vedi di tutto di più”. Chi parla è un rider che ha raccontato la sua esperienza a due ricercatori dell’Inapp, Massimo De Minicis e Francesca della Ratta-Rinaldi, nell’ambito di un’indagine sul lavoro su piattaforma. Il risultato del report parla di un modello che continua a sacrificare i diritti dei lavoratori attraverso i sistemi automatizzati, gli algoritmi, che disumanizzano i rapporti, minano la cooperazione e incentivano la competizione orizzontale. In Italia sono 690mila le persone che guadagnano tramite piattaforme; non solo fattorini del food delivery, ma anche collaboratori domestici, montatori di mobili Ikea (i cosiddetti “tasker”), traduttori, informatici. Sempre più numerosi i mestieri coinvolti e sempre maggiore il numero di persone che con queste attività ci vive.

Il report dei due studiosi, presentato stamattina dall’Istituto per l’analisi delle politiche pubbliche, contiene dati e storie. Da queste emerge come soprattutto i rider continuino a essere esposti alla logica dell’algoritmo, un capo-reparto che non è una persona umana, ma un sistema automatizzato che ordina e valuta. “Per controllare l’algoritmo – ha detto un rider freelance e studente – l’unico modo è che accetti qualsiasi corsa che arriva, se lo fai ti arriva una corsa appresso all’altra e non hai nemmeno il tempo di andare al bagno”. La necessità di aumentare il numero di corse ti spinge a correre di più: “Più sei veloce più consegne fai, perché te le assegnano, sono pagato a ore e il numero di consegne è relativo, l’azienda per farti fare più consegne mette il bonus e dice che se arrivi tra i primi 100 prendi 100 euro in più e ti mette il sale e ti fa correre; da una parte è buono e dall’altra no perché sei in mezzo al traffico”.

Queste dinamiche creano un “senso di isolamento nei rider, privati di quella dimensione di scambio e connessione umana”, dicono i ricercatori. “I meccanismi di valutazione adottati dalle piattaforme – spiega il report – sembrano favorire competizione e individualismo, ostacolando la creazione di un senso di comunità e di solidarietà, e inibendo l’attenzione ai diritti dei lavoratori”. Connesso al tema della rapidità, c’è quello della sicurezza: “Per i rider – sottolineano i ricercatori – sono importanti soprattutto la velocità e il numero di consegne completate, che massimizzano i profitti e che però si traducono in una costante ricerca di efficienza, che potrebbe andare anche a discapito della sicurezza, considerati il traffico e i contesti urbani in cui operano, come ha dimostrato da ultimo anche la recente discussione sugli incentivi ai rider nell’afoso luglio 2025”. Come ha aggiunto un altro rider, “la strada non è un velodromo”

Tornando ai numeri, 274mila persone dicono che quella su piattaforma è l’attività principale. I rider che portano pasti sono il 36% dei lavoratori su piattaforma; un altro 34,9% svolge “compiti a casa” come traduzioni o sviluppo di programmi informatici. Un 14% consegna pacchi e un 9,2% svolge pulizie domestiche o riparazioni. Il 41,8% dei fattorini definisce essenziale il reddito tramite app. Nel lavoro su piattaforma non esiste problema di incrocio tra domanda e offerta, non ci sono aziende che lamentano carenza di manodopera. Questo incontro è spesso molto semplice, a volte basta iscriversi alla piattaforma; chi ha bisogno di lavorare si avvicina a questo mondo per l’accessibilità, pur sapendo che è caratterizzato da precarietà e incertezza.

La flessibilità è un concetto relativo, perché gli algoritmi premiano i più disponibili. Non tutti ne sono influenzati allo stesso modo: i tasker (che montano mobili Ikea) e i traduttori freelance trovano l’algoritmo poco invasivo perché “interviene principalmente nella fase di acquisizione clienti, influenzando soltanto la visibilità e il posizionamento nei motori di ricerca”. Per rider e autisti Uber, invece, si fa sentire “il peso dell’algoritmo nella gestione del ritmo e della velocità del lavoro, in un modo, fra l’altro, percepito come poco trasparente”. A proposito di trasparenza, l’altro ieri il Tribunale di Palermo – decidendo su una causa avviata dalla Filcams Cgil – ha ribadito che Glovo è tenuta a comunicare ai lavoratori i fattori di valutazione, dichiarando antisindacale il rifiuto.

Il report ribadisce l’importanza di introdurre nuove regole nel lavoro su piattaforma, riconoscendo diritti come la retribuzione trasparente, la condivisione del tempi necessari a svolgere ogni singolo compito, il diritto alle ferie, la maternità e la malattia. Tutti strumenti negati da un sistema che tende a inquadrare gli addetti come finti lavori autonomi, pagati a chiamata. “Questo report – ha spiegato il presidente Inapp Natale Forlani – non si limita a fotografare il fenomeno e la diffusione delle piattaforme nel mercato del lavoro ma invita i decisori politici a sviluppare nuovi strumenti”. Entro dicembre gli Stati Ue dovranno recepire la direttiva, che però non porta obblighi particolarmente stringenti. Il governo Meloni, a differenza del Conte Due, non ha mai affrontato il tema del lavoro su piattaforma. Un fenomeno che, pur in ascesa, è sparito dai radar del dibattito politico.

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