martedì 31 gennaio 2012
Lorenzo Braina - genitori e regole
grazie a Francesca per la segnalazione
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lunedì 30 gennaio 2012
Una società mineraria brasiliana vince il Nobel della vergogna
Dopo 21 giorni di serrata disputa, il colosso minerario brasiliano Vale nel fine settimana appena trascorso ha vinto il Public Eye Award, il riconoscimento per la peggior impresa del pianeta in ambito ambientale e dei diritti umani assegnato ogni anno con il voto della società civile mondiale dalle organizzazioni Greenpeace Svizzera e Berne Declaration durante il Forum economico mondiale (Wef) di Davos.
Per quello che viene anche definito il “Nobel della vergogna”, la Vale se l’è dovuta vedere con Barclays, Freeport, Samsung, Syngenta e Tepco. Sembra che nei giorni che hanno preceduto la decisione ci sia stato un acceso testa a testa tra la Vale e la giapponese Tepco, candidata per il disastro nucleare di Fukushima: la prima si è imposta con 25.041 voti. Il fatto di essere presente in 38 paesi, con numerosi conflitti ambientali e sociali pendenti, ha ampliato il numero dei votanti: l’ingresso della Vale, nel 2010, nel consorzio Norte Energia, responsabile per la costruzione dell’idroelettrica Belo Monte sul fiume Xingu, nello stato settentrionale amazzonico brasiliano del Pará, è stato considerato dagli organizzatori il fattore determinante per il suo ingresso tra le finaliste.
“Per migliaia di persone, in Brasile e nel mondo, che soffrono degli abusi di questa multinazionale, che sono stati sfrattati, hanno perso le case e le terre, che hanno visto familiari e amici uccisi tra i binari della ferrovia Carajás, che sono oggetto di persecuzione politica, che sono stati minacciati da sicari e uomini armati, che si sono ammalati, hanno visto figli e bambini sfruttati, sono stati licenziati o lavorano in pessime condizioni e subiscono tante altre conseguenze, concedere alla Vale il riconoscimento di peggiore società del pianeta è molto di più che vincere un premio. E’ la possibilità di mostrare agli occhi del mondo le loro sofferenze e attrarre centinaia di nuovi attori e forze nella lotta per i loro diritti e contro gli eccessi commessi dalla società” hanno dichiarato gli organismi che hanno presentato la candidatura.
Il premio è stato consegnato a Davos alla presenza del Nobel per l’economia statunitense Joseph Stiglitz.
“Per migliaia di persone, in Brasile e nel mondo, che soffrono degli abusi di questa multinazionale, che sono stati sfrattati, hanno perso le case e le terre, che hanno visto familiari e amici uccisi tra i binari della ferrovia Carajás, che sono oggetto di persecuzione politica, che sono stati minacciati da sicari e uomini armati, che si sono ammalati, hanno visto figli e bambini sfruttati, sono stati licenziati o lavorano in pessime condizioni e subiscono tante altre conseguenze, concedere alla Vale il riconoscimento di peggiore società del pianeta è molto di più che vincere un premio. E’ la possibilità di mostrare agli occhi del mondo le loro sofferenze e attrarre centinaia di nuovi attori e forze nella lotta per i loro diritti e contro gli eccessi commessi dalla società” hanno dichiarato gli organismi che hanno presentato la candidatura.
Il premio è stato consegnato a Davos alla presenza del Nobel per l’economia statunitense Joseph Stiglitz.
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giovedì 26 gennaio 2012
Etiopia, un esodo forzato - Paola Desai
Il governo etiopico lo definisce un «programma di villaggizzazione»: trasferire circa un milione e mezzo di abitanti di zone rurali entro il 2013 in nuovi villaggi dove avranno «accesso alle infrastruture socio-economiche fondamentali», dall'acqua ai servizi sanitari e le scuole. Un esodo massiccio, cominciato nella regione occidentale di Gambella: le autorità dicono che 70mila persone sono state trasferite a tutto il 2011, in modo volontario, beneficiando così di migliori condizioni di sviluppo economico e culturale. Il programma sarà presto esteso alle regioni di Afar, Somali, e Benishangul-Gumuz. Fin qui la versione governativa. L'organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch è andata a vedere come si sono svolte le cose nel primo anno e ne parla in tutt'altro modo: un programma di trasferimento forzato in cui la popolazione, soprattutto dei gruppi etnici Anuak e Nuer, è costretta sotto la minaccia di violenza a spostarsi in villaggi dove manca dei mezzi di sopravvivenza. Non solo: sembra proprio che le terre così sgomberate siano tra quelle che il governo vuole dare in concessione a grandi imprese straniere per progetti di sfruttamento agricolo intensivo: un altro aspetto del land grabbing, accaparramento di terre...
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giovedì 19 gennaio 2012
petrolio in casa
...Il fine dell’articolo 20, spiega la relazione allegata, è “consentire nell’immediato di realizzare investimenti di sviluppo pari, nella sola Regione Basilicata, a 6 miliardi di euro, garantendo una produzione aggiuntiva di idrocarburi nei prossimi 20 anni per un valore economico di almeno 30 miliardi di euro ed entrate aggiuntive per lo Stato (tra royalties e entrate fiscali) pari ad almeno 17 miliardi”. La produzione nazionale passerebbe, per questa via, da 80mila a 104mila barili al giorno.
La vera botta, però, è il successivo articolo 21: al comma 2 si decide, infatti, che il limite spaziale per le perforazioni off shore – vale a dire in mare – passa da 12 a 5 miglia marine, praticamente sottocosta. Non bastasse si prescrive anche che la linea di riferimento per le misurazioni non è più quella “di base”, ma quella “di costa”: un modo furbetto di recuperare qualche altro metro. Roba che – se è consentita un po’ di dietrologia – pare fatta apposta per il famigerato progetto di trivellazione alle isole Tremiti, in Molise. Sarà il caso di ricordare, peraltro, che la sicurezza per l’ambiente delle perforazioni off shore è stata al centro di mille polemiche neanche due anni fa, quando un incidente su una piattaforma della British petroleum nel Golfo del Messico devastò l’intera costa della Louisiana. Nella relazione allegata – liquidata la questione ecosistema affermando che “resta, in ogni caso, protetto dalle stringenti normative nazionali” – curiosamente si sottolinea come le agenzie di rating siano sensibili a questo genere di provvedimenti: “Si rileva che tra le ragioni che hanno indotto, lo scorso 9 settembre, Standard & Poor’s ad alzare il rating di Israele ad ‘A+’ da ‘A’, c’è stata proprio la decisione del governo israeliano di sviluppare le attività di ricerca e prospezione degli idrocarburi nelle proprie acque territoriali”...
La vera botta, però, è il successivo articolo 21: al comma 2 si decide, infatti, che il limite spaziale per le perforazioni off shore – vale a dire in mare – passa da 12 a 5 miglia marine, praticamente sottocosta. Non bastasse si prescrive anche che la linea di riferimento per le misurazioni non è più quella “di base”, ma quella “di costa”: un modo furbetto di recuperare qualche altro metro. Roba che – se è consentita un po’ di dietrologia – pare fatta apposta per il famigerato progetto di trivellazione alle isole Tremiti, in Molise. Sarà il caso di ricordare, peraltro, che la sicurezza per l’ambiente delle perforazioni off shore è stata al centro di mille polemiche neanche due anni fa, quando un incidente su una piattaforma della British petroleum nel Golfo del Messico devastò l’intera costa della Louisiana. Nella relazione allegata – liquidata la questione ecosistema affermando che “resta, in ogni caso, protetto dalle stringenti normative nazionali” – curiosamente si sottolinea come le agenzie di rating siano sensibili a questo genere di provvedimenti: “Si rileva che tra le ragioni che hanno indotto, lo scorso 9 settembre, Standard & Poor’s ad alzare il rating di Israele ad ‘A+’ da ‘A’, c’è stata proprio la decisione del governo israeliano di sviluppare le attività di ricerca e prospezione degli idrocarburi nelle proprie acque territoriali”...
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per la frutta di stagione
1) Impronta ecologica disastrosa
Frutta e verdura fuori stagione possono essere prodotte solo in due modi: o in serre riscaldate o a migliaia di chilometri dalle nostre tavole. In ogni caso si tratta di un forte impatto per l’ambiente. Nel primo caso le serre per la produzione fuori stagione sono quasi sempre riscaldate e per far questo consumano importanti quantità di energia non rinnovabile. Non solo: la coltura in serra prevede l’uso di ingenti quantità di sostanze chimiche (fertilizzanti, antiparassitari ecc.) che vanno a ad accumularsi nell’ambiente.
Nel secondo caso niente rende bene l’idea come fare alcuni esempi di prodotti fuori stagione tratti da una tabella di Coldiretti pubblicata qualche tempo fa, le distanze percorse, i chilogrammi di petrolio consumati e la conseguente anidride carbonica (uno dei principali gas a effetto serra) prodotta per ogni kg trasportato:
Frutta e verdura fuori stagione possono essere prodotte solo in due modi: o in serre riscaldate o a migliaia di chilometri dalle nostre tavole. In ogni caso si tratta di un forte impatto per l’ambiente. Nel primo caso le serre per la produzione fuori stagione sono quasi sempre riscaldate e per far questo consumano importanti quantità di energia non rinnovabile. Non solo: la coltura in serra prevede l’uso di ingenti quantità di sostanze chimiche (fertilizzanti, antiparassitari ecc.) che vanno a ad accumularsi nell’ambiente.
Nel secondo caso niente rende bene l’idea come fare alcuni esempi di prodotti fuori stagione tratti da una tabella di Coldiretti pubblicata qualche tempo fa, le distanze percorse, i chilogrammi di petrolio consumati e la conseguente anidride carbonica (uno dei principali gas a effetto serra) prodotta per ogni kg trasportato:
- un chilo di ciliege del Cile percorre 12 mila chilometri, consuma quasi 7 kg di petrolio e produce 21 kg di CO2;
- un chilo di mirtilli argentini percorre 11 mila km, consuma 6,4 kg di petrolio e produce 20 kg di CO2;
- un chilo di cocomero brasiliano percorre 9 mila km, consuma 5,3 kg di petrolio e produce 16,5 kg emessi.
L’elenco potrebbe continuare a lungo ma già si comprende come l’impronta ecologica di questi commerci non possa che essere disastrosa per il Pianeta e quindi per tutti noi.
2) E che prezzi!
Sia che si tratti di coltura in serra riscaldata, sia che si tratti di coltivazioni distanti migliaia di km, il costo economico dell’ingente energia impiegata per coltivare e/o trasportare questi prodotti ricade tutto sulle nostre tasche. E che costo! Basta provare a comprare frutta e verdura non di stagione e ci si rende subito conto che il prezzo non è proibitivo ma poco ci manca… Se al contrario si trovano prodotti fuori stagione a prezzi bassi può voler dire che da qualche parte del Pianeta qualcuno sfrutta e sottopaga i lavoratori del luogo...
Sia che si tratti di coltura in serra riscaldata, sia che si tratti di coltivazioni distanti migliaia di km, il costo economico dell’ingente energia impiegata per coltivare e/o trasportare questi prodotti ricade tutto sulle nostre tasche. E che costo! Basta provare a comprare frutta e verdura non di stagione e ci si rende subito conto che il prezzo non è proibitivo ma poco ci manca… Se al contrario si trovano prodotti fuori stagione a prezzi bassi può voler dire che da qualche parte del Pianeta qualcuno sfrutta e sottopaga i lavoratori del luogo...
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giovedì 12 gennaio 2012
Le meraviglie dell’orto sinergico - Antonio De Falco
Antonio De Falco, ex impiegato di banca, lascia l’ufficio per la terra nell’82. Dieci anni dopo scopre in Andalusia l’agricoltura sinergica e si fa allievo di Emilia Hazelip, nella convinzione che nella terra ci sia tutto, che tutto parta da lì. Antonio parte dalla constatazione che i contadini contemporanei non sono più liberi, ma si trovano in una condizione di dipendenza dal mercato, dall’industria chimica che ha fatto perdere loro il piacere e la creatività insiti nel contatto diretto e quotidiano con la terra, e con il prezioso e buon cibo che essa può dare se lasciata lavorare indisturbata. La rivoluzione dell’agricoltura sinergica permette all’uomo di diventare un contadino contemporaneo: un uomo libero e consapevole che è ritornato ad essere scienziato, profondo conoscitore dei meccanismi della natura e fiducioso di essi.
L’abbiamo incontrato nel maggio scorso, in occasione del corso sull’orto sinergico che ha tenuto alla Fattoria dell’Autosufficienza: ascoltiamo le sue parole!
Chi è Antonio?
Mi sento un individuo in cammino. Un’anima alla ricerca di un senso.
Ho avuto la fortuna di incontrare persone straordinarie e di fare esperienze inusuali, per cui mi trovo a conoscere cose che la maggior parte delle persone che incontro ignorano o di cui hanno una conoscenza superficiale.
Vivo cercando di trasmettere ciò che ho ricevuto: il pezzetto di amore che in me risuona come la mia piccola parte di luce, di verità.
Mi sento un essere desideroso di comunità, di pace, di scambio con gli altri, di sinergia, di amore. Cerco di dare agli altri ciò che vorrei per me e sogno che tutto il mondo possa diventare una comunità di mutuo soccorso.
Cos'è per Antonio l’orto sinergico?
Potrei dire che è una passione, un amore ma nella ricerca della sua essenza si sta rivelando come una strada, la mia strada.
È un campo in cui ogni giorno mi posso incontrare con l'energia creativa, con il miracolo, l'inconoscibile, il grande mistero, con Dio. È una creatura da amare ed accudire e da cui trarre godimento, meraviglia e insegnamento, oltre ovviamente la propria sussistenza. È ciò che mi ha fatto fare il passo da artista ad ortista ed è diventato la mia espressione, la mia opera d'arte, la mia offerta al cosmo, il mio tempio, la mia terapia, il mio modo di vivere e di rapportarmi con il mondo, il mio modo di sentirmi in comunione ed armonia con la Grande Madre, con la Natura...
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L’abbiamo incontrato nel maggio scorso, in occasione del corso sull’orto sinergico che ha tenuto alla Fattoria dell’Autosufficienza: ascoltiamo le sue parole!
Chi è Antonio?
Mi sento un individuo in cammino. Un’anima alla ricerca di un senso.
Ho avuto la fortuna di incontrare persone straordinarie e di fare esperienze inusuali, per cui mi trovo a conoscere cose che la maggior parte delle persone che incontro ignorano o di cui hanno una conoscenza superficiale.
Vivo cercando di trasmettere ciò che ho ricevuto: il pezzetto di amore che in me risuona come la mia piccola parte di luce, di verità.
Mi sento un essere desideroso di comunità, di pace, di scambio con gli altri, di sinergia, di amore. Cerco di dare agli altri ciò che vorrei per me e sogno che tutto il mondo possa diventare una comunità di mutuo soccorso.
Cos'è per Antonio l’orto sinergico?
Potrei dire che è una passione, un amore ma nella ricerca della sua essenza si sta rivelando come una strada, la mia strada.
È un campo in cui ogni giorno mi posso incontrare con l'energia creativa, con il miracolo, l'inconoscibile, il grande mistero, con Dio. È una creatura da amare ed accudire e da cui trarre godimento, meraviglia e insegnamento, oltre ovviamente la propria sussistenza. È ciò che mi ha fatto fare il passo da artista ad ortista ed è diventato la mia espressione, la mia opera d'arte, la mia offerta al cosmo, il mio tempio, la mia terapia, il mio modo di vivere e di rapportarmi con il mondo, il mio modo di sentirmi in comunione ed armonia con la Grande Madre, con la Natura...
Siamo ancora qui (val Maira)
La valle confina a nord con la valle Varaita, che corre parallela; a sud confina nella bassa valle con la valle Grana e nell'alta valle con la valle Stura di Demonte; ad ovest confina con la Francia e ad est ha il suo sbocco sulla pianura padana.
È lunga circa 45 km ed è tagliata a metà dal torrente che le dà il nome: il Maira.
L'intera valle presenta un orientamento pressoché costante lungo la direttrice di Est-Ovest ed è delimitata da due massicce catene montuose che si originano a partire dal compatto rilievo del Brec de Chambeyron formando dei definiti spartiacque con le valli dell'Ubayette (in territorio francese) a ovest, della Stura di Demonte e Grana a sud e Varaita a nord...
da qui
Avete mai sentito parlare del film “Il vento fa il suo giro” di Giorgio Diritti? Probabilmente no perché, come molti film indipendenti, è stato distribuito poco e male nelle sale italiane a partire dal 2007, nonostante abbia fatto il giro di una ventina di festival italiani e stranieri vincendo una mezza dozzina di premi.
Eppure questo film, ambientato nella Valle Maira, è stato molto apprezzato da quei pochi che l’hanno visto e, a parte questo, ha più di una peculiarità che da sola basterebbe a far parlare di sé:
- non ha usufruito di finanziamenti statali né televisivi;
- è stato prodotto in cooperativa: la troupe e gli interpreti sono entrati in coproduzione, garantendosi una quota dei guadagni;
- è stato girato nell'alta valle Maira (Cuneo) al confine con la Francia durante 3 stagioni e sottotitolato perché parlato in 3 lingue: francese, occitano, italiano;
- oltre a coprire i ruoli comprimari, gli abitanti delle valli hanno messo a disposizione mezzi, animali, oggetti di scena, ambiente, persino cibo;
- tutti gli interpeti, compreso il protagonista (che nella vita fa lo scenografo) sono non-attori (fonte: Il Morandini)...
da qui È lunga circa 45 km ed è tagliata a metà dal torrente che le dà il nome: il Maira.
L'intera valle presenta un orientamento pressoché costante lungo la direttrice di Est-Ovest ed è delimitata da due massicce catene montuose che si originano a partire dal compatto rilievo del Brec de Chambeyron formando dei definiti spartiacque con le valli dell'Ubayette (in territorio francese) a ovest, della Stura di Demonte e Grana a sud e Varaita a nord...
da qui
Avete mai sentito parlare del film “Il vento fa il suo giro” di Giorgio Diritti? Probabilmente no perché, come molti film indipendenti, è stato distribuito poco e male nelle sale italiane a partire dal 2007, nonostante abbia fatto il giro di una ventina di festival italiani e stranieri vincendo una mezza dozzina di premi.
Eppure questo film, ambientato nella Valle Maira, è stato molto apprezzato da quei pochi che l’hanno visto e, a parte questo, ha più di una peculiarità che da sola basterebbe a far parlare di sé:
- non ha usufruito di finanziamenti statali né televisivi;
- è stato prodotto in cooperativa: la troupe e gli interpreti sono entrati in coproduzione, garantendosi una quota dei guadagni;
- è stato girato nell'alta valle Maira (Cuneo) al confine con la Francia durante 3 stagioni e sottotitolato perché parlato in 3 lingue: francese, occitano, italiano;
- oltre a coprire i ruoli comprimari, gli abitanti delle valli hanno messo a disposizione mezzi, animali, oggetti di scena, ambiente, persino cibo;
- tutti gli interpeti, compreso il protagonista (che nella vita fa lo scenografo) sono non-attori (fonte: Il Morandini)...
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