lunedì 6 giugno 2022

L’estate si preannuncia bollente - Alberto Castagnola

 

I meteorologi si affannano a cercare confronti con il 2003, ma non possono nascondere il fatto che l’estate è iniziata con un mese di anticipo, riducendo la primavera di un tempo a poche settimane. Ma l’OMM ricorda che gli ultimi sette anni sono stati i più caldi di sempre ed è tutta l’Europa a far registrare da giorni temperature molto elevate. In Andalusia, Spagna, nella seconda metà di maggio registrati i 43,3 gradi e anche a Cordoba e Siviglia si sono superati i 41 gradi. In Francia nell’Occitania 36,7 gradi, e 35 a Strasburgo, nel nord del paese. In Germania negli stessi giorni 33 gradi a Mundingen e uno in meno a Stoccarda e a Monaco. In paesi come l’Iran, si segnalano i 48 gradi a Bander-e-Dayyer, mentre in Kuwait, Qatar, Oman ed Emirati Arabi  le temperature massime oscillano tra i 46 e i 47 gradi. Fanno anche impressione gli appena tre gradi sotto lo zero alla Capanna Margheritta, visto che  si trova a 4560 metri, in cima al Monte Rosa.

 Il 17 maggio la temperatura più alta è registrata ad Arafat, in Arabia Saudita, 48,6 gradi, mentre lo stesso giorno quella più bassa era in Antartide, -66,8 gradi C. Nella seconda metà di maggio, nel Rajasthan, nel nord ovest dell’India, le temperature hanno raggiunto i 48,1 gradi, mentre a Jacobstan, nel sud del Pakistan, sono stati invece registrati 50 gradi.

Non si è quindi interrotta la siccità che ha interessato l’Europa tra il 2018 e il 2020,  che non ha paragoni negli ultimi 250 anni e che nei primi 4 mesi di quest’anno ha fatto registrare un deficit di pioggia del 70%.

Siccità diffusa ancora a maggio. Lago Penuelas, Valparaiso, Cile, quasi prosciugato; idem il lago Sawa, in Iraq; 40% della popolazione in Somalia a rischio sicurezza alimentare; secondo le Nazioni Unite, 1,4 milioni di bambini soffriranno di malnutrizione acuta. Inoltre non si può dimenticare il fatto che più fa caldo, maggiore è il vapore nell’aria e maggiore è anche il rischio di bombe d’acqua, trombe d’aria e grandinate devastanti. Nei giorni scorsi, in India e in Bangladesh, inondazioni e frane causate da forti piogge hanno causato almeno 60 morti e centinaia di migliaia di sfollati e dato inizio alla staginoe dei monsoni. 

In Iraq, una nuova tempesta di sabbia, l’ottava a partire dalla metà di aprile, registrata il 16 maggio, ha costretto le autorità a chiudere uffici pubblici, le scuole e gli aereoporti. Fenomeni in origine naturali, sono aggravati dal cambiamento climatico, ma anche dalle politiche inadeguate nella gestione dell’acqua e delle aree verdi. A Bassora l’innalzamento del livello del mare ha causato l’intrusione di acqua salata nei canali e nei torrenti 300 chilometri a monte dello Shat Al Arab. Il paese è attraversato da cinque fiumi e un tempo lontano era conosciuto come  la Mezzaluna Fertile. Infine, verso la fine  maggio, segnalata una ulteriore tempesta di sabbia che ha colpito l’Iraq ma anche il Kuwait e l’Arabia Saudita.

Numerosi gli incendi,  New Mexico e Colorado negli USA, e diversi nel Messico, in particolare uno gigantesco, chiamato Hermita Peak Fire, ha bruciato 170 case e 670 chilometri quadrati di vegetazione. In Russia, un incendio a Krasnojarsk, ha causato 5 vittime e distrutto 450 case; altri 5 morti nei roghi delle regioni vicine Kemerovo e Omsk.

Insieme, tante alluvioni: in Brasile, a Rio de Janeiro, e in Australia, insieme a grandi ondate del mare nel New South Wales. 450 morti nel KwaZulu in Sudafrica, mentre in Columbia un fiume  è straripato e ha allagato una miniera con decine di vittime. Più di recente, almeno 18 persone sono morte in varie province dell’Afghanistan a seguito di alluvioni e tempeste.

Non mancano i cicloni: nella foresta tropicale, nelle Filippine, un potente uragano ha causato 148 vittime e 17.000 sfollati. In Egitto, l’intero delta del Nilo è stato inondato, mentre le acque del mare hanno distrutto le aree coltivate. E’ allo studio un “Progetto dune”  per ostacolare le alte maree, su tutta la costa del Mediterraneo,  compresa la città di Alessandria. Sarà molto costoso e forse non risolutivo.

Alla fine di maggio, una ondata di freddo anomalo ha colpito il Brasile, mettendo a rischio migliaia di senza dimora. Nella capitale Brasilia  registrata la temperatura più bassa di sempre, 1,4 gradi.

Nella Grande barriera corallina australiana si sono verificati altri 1200 chilometri quadrati  di sbancamento causato dalle acque di un mare troppo caldo. E ciò malgrado la presenza della Nina, una corrente che in genere raffredda le acque. Dal 1998 ci sono stati 5 sbancamenti a causa dell’aumento delle temperatura dei mari.

Un dato di rilievo:  nel 2021 il pianeta ha perso molte delle sue foreste, scrive la rivista Scientific American. Le regioni tropicali hanno perso 11,1 milioni di ettari di foresta, di cui 3,75 milioni di foresta vergine. L’anno è stato particolarmente negativo per le foreste boreali, soprattutto in Russia.

Infine, per il forte sviluppo agricolo e per il cambiamento climatico, in alcune zone del mondo le popolazioni di insetti si sono ridotte del 50% e le specie del 27%, in particolare nelle coltivazioni lontane da aree allo stato naturale.

Un progetto scientifico comunitario, condotto tra il 2004 e il 2021, ha misurato una riduzione della popolazione di insetti nel Regno Unito del 58,5%. È ormai un fenomeno globale, ma gli studi sono rari. Nel 2017 una ricerca condotta in Germania aveva rilevato un calo del 76% rispetto alla situazione del 1990.

Materie prime e prodotti chimici: nuovi sfruttamenti in corso

Una delle risorse naturali più minacciate è il litio, i dati più recenti apparsi sull’Extra Terrestre del 5 maggio nell’articolo di F. Billotta. Scoperto all’inizio dell’800, fino a 30 anni fa veniva prevalentemente impiegato nella preparazione di lubrificanti, nell’industria del vetro e della ceramica e per formare leghe metalliche con alluminio, manganese e cadmio. Oggi la spinta all’utilizzazione è dovuta alla sua utilità per la produzione di batterie elettriche ricaricabili per auto, computer e  telefoni cellulari, ma anche per  l’accumulazione dell’elettricità prodotta da pannelli fotovoltaici e pale eoliche. Le batterie agli ioni di litio hanno il triplo di energia immagazzinata e il doppio di potenza rispetto a quelle tradizionali al nichel. Le riserve mondiali di litio ammonterebbero a 90 milioni di tonnellate e il 60% del totale si troverebbe in tre paesi, Bolivia, Cile e Argentina, ma queste cifre andrebbero verificate in relazione ai costi da sostenere nelle diverse zone di estrazione.

Tra il 2016 e il 2021 la produzione è quasi triplicata, passando da 35.000 tonnellate alle quasi centomila, ma si stima che la domanda potrebbe aumentare di almeno 40 volte quella attuale nei prossimi venti anni. Nei deserti di sale delle regioni andine il litio si trova disciolto nei depositi sotterranei di acqua salata, che deve essere pompata in superficie e lasciata evaporare nelle saline per alcuni mesi per aumentare la concentrazione di cloruro di litio. Poi in appositi impianti il litio viene separato dagli altri metalli,  e combinato con carbonato di sodio (soda) per ottenere il carbonato di litio. Questo è il prodotto finale, che essiccato e ridotto in polvere, viene acquistato dalle industrie che producono batterie. Questa forma di estrazione ha costi di produzione inferiori a quello prodotto partendo dalla roccia, ma l’impatto ambientale è devastante. Nelle aree confinanti si verificano gravi fenomeni di siccità, la risalita di acqua salata dal sottosuolo fa affluire acqua dolce dalle zone circostanti, e ciò porta al prosciugamento di fiumi, laghi e falde acquifere nei territori dove vivono molte comunità andine. Inoltre, le grandi quantità di soda e di altre sostanze chimiche che vengono impiegate producono un avvelenamento irreversibile dei suoli.

In Australia e in altri paesi il litio viene estratto dalle rocce, con un processo che richiede il raggiugimento di temperature molto elevate, e l’energia impiegata viene fornita da combustibili fossili con le relative perdite e gli inquinamenti ben noti. La Cina è il principale beneficiario del litio australiano, poichè oltre ad essere uno dei principali produttori è anche il primo importatore, anche perchè è il maggiore detentore mondiale degli impianti per la lavorazione del litio e quindi detiene il 60% della produzione mondiale di batterie.  

Infine, a causa dell’elevato consumo di acqua (2000 litri per un chilo di litio), del consumo di combustibili fossili, dei gravi inquinamenti e  delle elevate quantità di gas serra che vengono emessi, cominciano a nascere dei dubbi sulle auto elettriche come alternativa rispettosa dell’ambiente. Le due pagine del testo qui presentato contengono anche altri due articoli di grande interesse, uno relativo a tutte le misure che i governi latinoamericani stanno cercando di adottare per conservare la loro attuale posizione dominante nel settore e l’altro sulle proprietà terapeutiche per la salute umana che il litio possiede.

Lo stesso supplemento del manifesto contiene altri testi di estremo interesse. Rupa Marya e Raj Patel descrivono una serie di effetti negativi per la salute umana derivanti dai danni arrecati all’ambiente, mentre Serena Tarabini intervista l’epidemiologa Shanna Swan, autrice di “Count Down”, su come il nostro stile di vita minaccia la fertilità, la riproduzione e il futuro dell’umanità, (Fazi Editore). Nel 2017 la scienziata aveva presentato i risultati di una ricerca durata molti anni. Negli ultimi 40 anni i livelli di sperma fra gli uomini dei paesi occidentali sono diminuiti di oltre il 50%. In pratica un uomo oggi ha solo la metà del numero di spermatozoi che aveva suo nonno. Il tasso mondiale di fertilità umana, dai 5 bambini attribuibili in media a una donna negli anni ’60, nel 2020 è sceso a 2,4, un calo spaventoso che non potrà continuare ancora a lungo senza che ciò ponga a rischio la sopravvivenza umana e che, per essere invertito, richiede cambiamenti sostanziali.

Tra le sostanze tossiche dannose la scienziata cita la plastica (che ovviamente non è la sola perisolosa), e in particolare gli ftalati, che servono a renderla morbida e flessibile e i bisfenoli, come il tipo A, che serve a rendere dura la plastica. Gli ftalati si possono reperire nel vinile, nei rivestimenti di muri e pavimenti, nelle tubature, nei dispositivi medici e nei giocattoli, come pure in prodotti per la cura personale come smalti per le unghie, profumi, saponi. Questo solo esempio fa comprendere la portata delle modalità di vita e di consumo fuori di ogni controllo che da decenni incidono sul tasso di fertilità maschile e femminile. È un campo che dovrebbe richiedere tutta la nostra attenzione senza alcun ritardo.

Alcuni anni fa l’Unione Europea ha consentito l’uso del glifosato in agricoltura, malgrado fosse ampiamente dimostrata la sua pericolosità per la salute umana ed animale. Ma più di recente, sono venuti alla luce altri gravi impatti di questo prodotto chimico. Il primo di questi è la capacità di provocare la morte di microbi benefici all’interno degli organismi, con lo squilibrio che ciò provoca nei sistemi digestivo e immunitario di esseri umani, animali e insetti. Inoltre uno studio canadese pubblicato nel 2022 ha evidenziato l’associazione di malattie neurologiche psichiatriche con l’alterazione della flora intestinale negli esseri umani a causa del glifosato, una alterazione che avrebbe impatti anche intergenerazionali, cioè che potrebbero essere passati da padre o madre  in figlio o nipote.

Un altro studio sottolinea che, oltre agli effetti già noti, di alterazione ormonale, la presenza di residui di glifosato e/o dei suoi metaboliti nelle donne in post menopausa è associata alla metilazione del DNA, un’alterazione molecolare che può causare il cancro e accelerare l’invecchiamento cellulare. Nel caso delle api, oltre agli impatti già noti di morte negli alveari per disseminazione di agrotossici, due studi pubblicati nel 2022 hanno scoperto che il glifosato produce alterazioni del sistema immunitario delle api, e la stessa cosa era già stata notata nei topi di laboratorio. In sostanza, il glifosato è l’agrotossico più utilizzato nella storia dell’umanità, poichè le poche imprese transnazionali che controllano più di due terzi del mercato globale sia delle sementi che degli agrotossici, ne hanno promosso l’uso nel giardinaggio, nei parchi, ai bordi di strade e autostrade. Inoltre l’uso intensivo ha generato resistenza in più di 250 piante infestanti, cosa che a sua volta ha portato le aziende ad aggiungere ai fertilizzanti sempre più sostanze chimiche ad alto rischio.

Infine, la situazione italiana in base al calcolo proposto dal Global Footprint Network, diretto da M. Wackernagel. Si prendono in considerazione le risorse che la Terra è in grado di rigenerare ogni anno, cioè la sua biocapacità. Se l’umanità usasse solo questo tipo di risorse, il pianeta sarebbe in equilibrio. Purtroppo non è così da almeno mezzo secolo, e aumentano i giorni dell’anno in cui vengono consumate risorse che intaccano il patrimonio naturale del pianeta, accumulando un debito ambientale che sarà pagato dalle future generazioni. L’indicatore elaborato indica in quale giorno dell’anno ogni paese supera la soglia delle risorse riproducibili e questi dati hanno avuto un andamento impressionante. Nel 1972 era il 10 dicembre, negli anni ’80 è passato da novembre a ottobre,e nel 2000 cadde il 22 settembre. Poi  il fenomeno cominciò ad accelerare fino ai primi di agosto: Nel 2020 si verificò un rallentamento dovuto alla pandemia, a sua volta frutto di squilibri ecologici. Nel 2021 sono ripresi i ritmi precedenti di sfruttamento del pianeta. Per l’Italia a partire dal 13 maggio  si è comincato a sfruttare risorse non rigenerabili, e quasi inesistenti sono le politiche delle quali il pianeta avrebbe urgente bisogno.

Attività economiche che incidono sul clima

La sabbia, usata nella produzione di cemento, asfalto, vetro e chip in silicio, è estratta da laghi e fiumi, spesso in modo illegale. Entro il 2060 potrebbe aumentare il suo consumo del 45% a livello globale. Ma questo incremento non è sostenibile, si dovrebbero avviare forme di riciclo e di sostituzione, ma chi prenderà l’iniziativa?

Analisi del sangue di 22 volontari olandesi in buona salute e si sono trovate tracce di plastica. Presenti molecole di stirene, cioè di polistirolo, di dimetil tereftalato che forma il pet, mentre non sono state rinvenute tracce di polipropilene.

Tra il 1980 e il 2018 le emissioni di ammoniaca del settore agricolo sono aumentate del 78%. La sostanza è un composto dell’azoto che si trova nei fertilizzanti (usati per grano, mais e riso) ma anche nell’allevamento di bestiame (bovini, polli, maiali, capre, ecc.)

Secondo l’OMS, il 99% della popolazione mondiale respira aria inquinata, particolato fine, PM dieci e biossido di azoto, uno dei sei più potenti gas serra

Molte informazioni false sulle pale eoliche ne ostacolano la diffusione, poichè gli enti locali si richiamano a queste informazioni non veritiere per negare le autorizzazioni, ostacolando così la rapida diffusione delle energie rinnovabili.

Secondo la NOAA, Usa, nel 2021 le emissioni di metano sono aumentate di 17parti per miliardo (ppb) rispetto al 2020. E’ l’incremento maggiore dal 1983, data di inizio delle rilevazioni.

Si chiama NAC, Natural Asset Cmpany, il più recente tentativo di quotare in Borsa gli ecosistemi, in particolare l’acqua.

Si calcola che i sussidi al settore dei combustibili fossili  di 52 paesi industriali o emergenti, siano in media annua pari a 555 miliardi di dollari dal 2017 al 2019, calati a 345 nel 2020 per la riduzione del prezzo del petrolio e il calo dei consumi durante la pandemia.  Il FMI ha però adottato un diverso metodo di calcolo, che include i sussidi  impliciti, (esoneri, misure di favore, ecc.) arrivando a 5900 miliardi di dollari nel 2020, cioè dieci volte tanto, poichè gli impliciti sono il 92% del totale. Da notare che i finanziamenti pubblici e privati all’economia verde sono soltanto un decimo dei sussidi. E poi la guerra in Ucraina sta peggiorando il fenomeno.

Inoltre le 60 maggiori banche hanno concesso 4600 miliardi di dollari alle imprese fossili.

Per l’Amazzonia, Bolsonaro sta cercando di far approvare 5 leggi, la prima di esse chiede che le popolazioni autoctone dimostrino di avere contratti su carta nei passati trenta anni e quindi caccerà dai terreni tradizionali almeno 70.000 indigeni, l’8% della popolazione indigena. Le altre leggi favoriscono le ricerche di oro e di altri minerali, e l’uso incontrollato di pesticidi, tutti fattori che promuovono la distruzione della foresta. E’ poi da notare che la deforestazione dell’Amazzonia brasiliana ha raggiunto livelli mai prima  registrati:  nel solo mese di aprile sono stati distrutti 1012 chilometri quadrati di foresta.

In Australia del nord negli ultimi 35 anni è raddoppiata la mortalità degli alberi, dovuta in gran parte alla perdita di umidità dovuta al riscaldamento del pianeta. 

Molti metalli si perdono a causa del mancato riciclo. Un nuovo studio analizza il ciclo di vita di sessantuno elementi. L’oro è il metallo con il ciclo più lungo (quasi due secoli), ma in media i più longevi sono i metalli ferrosi, tra i quali il nichel, seguiti da quelli preziosi tra i quali l’argento, il platino, dai non ferrosi, tra i quali l’alluminio e il rame e poi dagli altri, tra i quali è compreso il litio. Alcuni metalli si perdono durante la fase di estrazione, spesso molto inquinante.

Infine, uno studio dell’OMS e dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro (ILO), realizzato prima della pandemia e presentato nel 2021, sosteneva che ogni anno in tutto il mondo 745.000 persone muoiono a causa del troppo lavoro. Questa cifra è superiore a quella dei morti per incidenti sul lavoro o per l’uso di sostanze nocive sul lavoro. La situazione si è aggravata durante la pandemia, perchè le assenze causate dalla malattia hanno aumentato il carico di lavoro dele persone  rimaste operative. 

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domenica 5 giugno 2022

scrive Mario Guerrini, sul Parco Naturale di Gutturu Mannu

 

L'Attila della natura. In Sardegna. Si chiama Gianni Lampis (FdI), Assessore regionale alla "Tutela" dell'Ambiente. Lo cito con piacere proprio oggi che è la giornata mondiale per la difesa del pianeta. L'ultima prodezza di Lampis la svela Stefano Deliperi. Ambientalista del Gruppo di intervento Giuridico. Racconta che Lampis ha proposto una legge per restringere di 1551 ettari il Parco Naturale di Gutturu Mannu. Splendida oasi naturale tipica nella Sardegna sud occidentale. Perché? Perché glielo hanno chiesto - scrive Deliperi - 300 cacciatori. Con una petizione interessata. Vorrebbero sfruttare, infatti, le aree estromesse dal parco per la loro attività venatoria. Follia pura. È una decisione terribilmente infelice quanto incredibile. Come quella dell'abbattimento dei cervi sardi (specie protetta) e del disboscamento di parte di una pineta in riva al mare. Nell'oristanese. Per fare posto ad un edificio alberghiero. Nella mia troppo lunga carriera professionale non ho mai sentito bestialità politiche di questo genere. A Gianni Lampis, l'Oscar del circo magico del Governatore Solinas.

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In Italia dall’inizio dell’anno sono spariti oltre mille minori stranieri - Valeria Casolaro


 

Dal blog https://www.lindipendente.online/

 

Sono 1173 i minori stranieri non accompagnati (MSNA), ovvero i minorenni stranieri che si trovano sul territorio italiano privi di adulti responsabili della loro assistenza, scomparsi in Italia nei soli primi 4 mesi del 2022. Si tratta di quasi 10 bambini o ragazzi al giorno, svaniti nel nulla dopo essersi allontanati dalle strutture cui sono dati in affidamento dalle forze dell’ordine o dalle prefetture. Un fenomeno silenzioso, che non cattura l’attenzione dei mezzi di informazione, se non in forma episodica, nonostante la tendenza crescente degli ultimi anni.

Si definisce minore straniero non accompagnato il “minorenne non avente cittadinanza italiana o dell’Unione europea che si trova per qualsiasi causa nel territorio dello Stato o che è altrimenti sottoposto alla giurisdizione italiana, privo di assistenza e di rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti per lui legalmente responsabili in base alle leggi vigenti nell’ordinamento italiano”. Si tratta di giovani di età inferiore ai 18 anni rintracciati sul territorio dalle forze dell’ordine, o giunti sul suolo italiano a seguito di sbarchi insieme ad altri migranti, che una volta intercettati vengono inseriti in apposite strutture dalle prefetture.

Con l’entrata in vigore della l. 47/2017, la cosiddetta “legge Zampa”, è infatti fatto divieto il respingimento alla frontiera dei MSNA a prescindere dal motivo per il quale questi facciano ingresso sul suolo italiano. Secondo la normativa vigente (art. 403 cc) questi devono essere inseriti in un “luogo sicuro” individuato dalle autorità. Tuttavia, come mostrano i dati forniti dagli stessi report governativi, il numero di minori che ogni anno sparisce dalle strutture adibite alla loro accoglienza è incredibilmente alto: nei soli primi 4 mesi del 2022 sono 1173 i MSNA “usciti di competenza” dal sistema per “allontanamento”, a fronte dei 5239 in ingresso in Italia nello stesso periodo (dei quali 2746 provenienti dall’Ucraina). Confrontando i dati disponibili, è possibile notare come nel 2021, a fronte di 11.578 MSNA rintracciati sul territorio italiano, siano 3776 i casi di “allontanamento” complessivi dalle strutture. I dati possono essere confrontanti con quelli del ministero dell’Interno sui minori stranieri scomparsi: nel primo semestre del 2021 erano 3434, a fronte dei 1627 del 2020 e dei 2243 del 2019. Come sottolineato dal prefetto Silvano Riccio, «È peraltro evidente che gli stranieri che si allontanano dai centri di accoglienza presentano maggiori difficoltà sotto il profilo della ricerca e del possibile ritrovamento, atteso che molti di questi considerano l’Italia come Paese di transito e raggiungono altri Paesi, soprattutto del Centro e Nord Europa».

Tra le ragioni che spingono i minori ad allontanarsi dalle strutture, nella maggior parte dei casi per essere inseriti nei circuiti dell’economia sommersa e dell’illegalità, vi sono i lunghi ed estenuanti iter delle procedure di accoglienza, che possono durare anche anni prima di essere portati a compimento, e il bisogno di ripagare i debiti di viaggio. Giunti spesso in Europa sulla base della richiesta di ingenti somme da pagare da parte dei trafficanti, complice l’estrema dilatazione dei tempi di regolarizzazione, molti di questi giovani finiscono spesso per essere prede dei circuiti di sfruttamento.

La sparizione dei minori nella trattazione mediatica è spesso un tema preso sottogamba, «probabilmente perché non percepiti come portatori di conflittualità sociale, né di minaccia alla sicurezza nazionale. […] La loro non-presenza sul territorio è demarcata con espressioni come: irreperibili; scomparsi in reti criminali di sfruttamento; in transito verso altri Paesi; scappati dal sistema di accoglienza; sottrattisi all’identificazione, definizioni perlopiù utilizzate nella reportistica istituzionale e delle ONG sul tema, e poi riprese dai mezzi di informazione».

Si tratta di un’emergenza che non riguarda solamente l’Italia, ma l’intera Europa: sono infatti almeno 18 mila i MSNA giunti nel continente e poi scomparsi tra gennaio 2018 e dicembre 2020, secondo l’indagine svolta dal Guardian Lost in Europe. Il dato potrebbe tuttavia essere fortemente sottostimato, poiché non tutti i Paesi europei avevano a disposizione dati aggiornati o esaurienti da fornire. A ciò va anche aggiunto il fatto che le procedure di segnalazione di scomparsa non sempre vengono effettuate a dovere, come mostra report della Fondazione ISMU, la quale denuncia come “l’insufficiente cooperazione tra le diverse autorità” e la mancanza di “pratiche consolidate riconosciute e un protocollo per la cooperazione transfrontaliera” rendano difficili le procedure di ricerca a livello europeo.

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sabato 4 giugno 2022

Gli impoveritori: insensibili, ipocriti, cinici, vigliacchi? - Riccardo Petrella

La miseria storica dei gruppi sociali dominanti, arricchitisi rubando la vita a miliardi di esseri umani ed alla natura.

E’ tempo di smetterla di mantenere, anche senza volerlo, l’idea che la disuguaglianza, rispetto ai diritti alla vita, in particolare la povertà, sia un fenomeno “naturale”, inevitabile, insolubile, se non localmente e per certe categorie sociali. Dobbiamo riaffermare che la povertà è un processo, una costruzione sociale, il risultato dei processi d’impoverimento, provocati e mantenuti dai gruppi sociali dominanti, per l’appunto gli “impoveritori”.

Il più sovente, la dovizia di dati che fanno pensare, le cifre intollerabili, i rapporti annuali sulla povertà estrema, sui miliardari in continua crescita e gli impoveriti in condizioni di vita sempre più estreme, terminano con petizioni ai potenti di diminuire le ingiustizie, appelli ai governi ed agli arricchiti di essere un po’ meno egoisti , inviti generali alla solidarietà ed alla compassione.

Basta. Sono più di 50 anni che la litania si ripete, esempio: i rapporti di Oxfam, per non menzionare la moltitutidne dei rapport i delle varie agenzie dell’ONU, della Banca Mondiale e, persino, del grande tempio, il World Economic Forum, dove s’incontrano annualmente i principali impoveritori (ed arricchiti) del mondo. Nel frattempo, da due anni tutti sanno che da quando è scoppiata la pandemia Covid- 19, i miliardari sono aumentati di numero (573) mentre le persone “cadute” (sic!) in condizioni di povertà estrema, sono state 263 milioni.

E cosa sta succedendo, al di là delle meritevoli denunce di Papa Francesco e di migliaia di piccole associazioni nei vari angoli della Terra? Niente, di significativo. Proprio ciò che sarebbe dovuto “logicamente” accadere (cambiamenti di sistema) non è accaduto.

Ma dobbiamo essere riconoscenti ai milioni di semplici cittadini che con passione, volontari o remunerati, in tutti i campi (dalla salute, all’assistenza dei più deboli, degli esclusi, dei migranti; dall’infanzia all’educazione, all’alloggio, ai diritti umani e sociali…) fanno sì ché, con le loro azioni, le immense città predatrici del mondo possano essere ancora un po’ vivibili…

Gli impoveritori del mondo, però, continuano le guerre le devastazioni della vita della Terra unicamente per conservare ed accrescere la loro potenza e continuare il loro furto della vita degli altri e della natura.

Basta. Da anni, il grido planetario, ”cambiamo il sistema”, risuona su tutti i continenti ma anch’esso non sembra smuovere di un centimetro la piccola minoranza degli impoveritori e dei predatori.

Arrendersi? Abbandonare? Cercare di salvarsi? Anche queste soluzioni, oggi predominanti, non sembrano dare buoni risultati, anzi, la paura dell’estinzione di massa cresce cosi come aumenta la mancanza dii fiducia negli altri.

No, non si deve abbandonare, non dobbiamo arrendersi.

Dobbiamo denunciare, denunciare, denunciare, sempre, con forza, senza compromessi, le opere degli impoveritori, e dei seminatori di razzismo, di classismo, di xenofobia, di supremazie, in tutti i luoghi, in tutti i momenti.

Dobbiamo imprecare, imprecare, imprecare contro il cinismo, l’ipocrisia e la vigliaccheria dei potenti, degli impoveritori e dei predatori, compresa la meschineria degli opportunisti.

Dobbiamo allearci, allearci, allearci su scala mondiale perché la storia mostra che i deboli, gli esclusi, gli impoveriti possono sconfiggere le disugualianze solo quando sono uniti. Sono invece sconfitti quando, come negli ultimi quaranta anni, si sono divisi e hanno perso la fiducia nella loro capacità di cambiare il corso della storia. Vedi il caso degli operai e degli “intellettuali progressisti”.

La storia dell’Umanità e della vita della Terra resta da scrivere. In piedi, Abitanti della Terra. Uniti.

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giovedì 2 giugno 2022

La scuola fossile - Andrea Turco

 

Un progetto sperimentale per ora avviato in 28 scuole propone un percorso di formazione sulla transizione ecologica. Tra i partner: Eni

L’ossessione delle aziende verso le scuole, viste sempre più come luoghi in cui reperire manodopera, è nota. In tal senso è paradigmatico il caso dei dei nuovi licei Ted (Transizione Ecologica e Digitale). Si tratta di un progetto sperimentale, per ora avviato in 28 scuole, che propone un percorso di formazione di quattro anni, al posto dei soliti cinque, incentrato sulla transizione ecologica e digitale. Più precisamente in questi nuovi istituti saranno fondamentali le discipline Stem (Science, Technology, Engineering, Mathematics), in cui il ruolo centrale sarà svolto dal consorzio Elis, composto da oltre cento imprese che collaboreranno attivamente nell’ideazione e nella realizzazione dei programmi d’insegnamento. 

Un ulteriore passo verso l’aziendalizzazione del percorso scolastico, che ha creato polemiche soprattutto per via della presenza di alcune note e chiacchierate imprese. Tra queste non poteva mancare Eni, che in realtà ha una lunga tradizione di presenza nei comprensori di ogni ordine e grado. Proprio la multinazionale energetica è in questo senso il miglior caso di studio. Per capire gli effetti di questa compenetrazione tra precetti aziendali ed educazione pubblica bisogna andare in due luoghi simbolo: Gela, la prossima capitale italiana del gas, e Viggiano, l’attuale capitale italiana del petrolio. Entrambe fonti fossili, entrambe a sei zampe.

Il problema di Gela? Il traffico

Enrico Mattei non fece in tempo ad assistere all’inaugurazione del petrolchimico di Gela, che così fortemente aveva voluto. Il fondatore di Eni, come è noto, morì sui cieli di Bascapè il 27 ottobre 1962 a causa di una carica di tritolo che esplose in volo – fatto ormai acclarato dal punto di vista giudiziario. Ora, a distanza di sessant’anni da quei tragici avvenimenti, la cittadina siciliana scelta da Mattei è la preferita dal governo Draghi, che punta sul copioso giacimento di metano a mare (più precisamente tra Gela e Licata) per aumentare la produzione nazionale di gas, uno dei perni strategici per affrancare l’Italia dal gas russo. Entro il 2024 Eni ha promesso che il gasdotto Argo-Cassiopea sarà pronto. Insieme a quest’opera, dal 2004 a Gela è già attivo il gasdotto GreenStream, che conduce il gas dalla costa libica di Mellitah alla Sicilia e poi alla rete nazionale. E anche se il gasdotto libico non ha mai marciato a pieno regime, per via della guerra civile che ha dilaniato lo Stato nordafricano sin dalla destituzione di Gheddafi voluta dall’Europa nel 2011, le due infrastrutture a sei zampe fanno di Gela la capitale italiana del gas. Basti pensare che nel 2021 GreenStream ha portato in Italia 3,2 miliardi di metri cubi di gas (a fronte di una capacità di 10 miliardi) e Argo-Cassiopea dovrebbe aggiungerne fino a 1,4 miliardi di metri cubi di gas all’anno. 

A fronte di tali portate il risvolto occupazionale è molto modesto. Su Argo-Cassiopea è previsto sì l’impiego di 870 persone (600 provenienti dall’indotto locale, 100 di Eni e 170 contrattisti) ma giusto per il tempo di realizzazione (un anno, un anno e mezzo al massimo), poi a regime saranno necessari un centinaio di lavoratori. Probabilmente anche meno. Sul GreenStream, ad esempio, le ultime cifre fornite da Eni parlano di appena 12 lavoratori. Questi i numeri e i dati più concreti. 

Ma qual è la percezione della presenza e del ruolo di Eni in città? E soprattutto: qual è la percezione delle nuove generazioni, così attente alla questione climatica e alle connessioni con le fonti fossili?  È la domanda che si è posta l’associazione A Sud e a cui ha provato a rispondere attraverso un questionario posto all’interno del progetto Fossil Free School. A porre le domande agli studenti e alle studentesse di Gela sono stati i e le docenti delle scuole di secondo grado della città. Il campione della ricerca è costituito da 160 persone, in età compresa tra i 14 e i 20 anni, di cui la quasi totalità (il 97%) vive all’interno del perimetro urbano. A far riflettere sono soprattutto due dati. Da una parte l’80% delle persone intervistate dichiara che è disposta a cambiare abitudini e/o a tutelare l’ambiente. Dall’altra quando viene chiesto di indicare eventuali attività inquinanti nel territorio, l’80% delle persone intervistate mette al primo posto i rifiuti e il 59% il traffico. Fra le sei categorie proposte nel questionario, la categoria «energie fossili» arriva soltanto in quarta posizione, con una percentuale del 17%. 

 

Possibile? Nella città in cui Eni ha realizzato uno dei più grandi petrolchimici d’Europa, grande 700 ettari; nella città dichiarata dallo Stato nel 1998 Sito di Interesse Nazionale per la bonifica e in cui a oggi le bonifiche completate sono pari allo 0%; nella città in cui oltre al gas ancora oggi esistono nella piana di Gela 72 impianti di perforazione a terra e 4 piattaforme petrolifere a mare; nella città in cui Eni è sotto processo per disastro ambientale; nella città che secondo l’ultimo rapporto Sentieri – lo studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento – vanta il terribile primato nazionale delle malformazioni neonatali; nella città in cui la bioraffineria è stata alimentata dal 2019 con olio di palma indonesiano e dal 2023 sarà alimentata con olio di ricino africano? Davvero gli studenti e le studentesse di Gela sottovalutano così tanto l’impatto ambientale del cane a sei zampe?

Spiace ripetere sempre le stesse citazioni, ma non viene in mente nient’altro se non la famosa scena deI film Johnny Stecchino in cui a uno stralunato Roberto Benigni, appena giunto in una Palermo sconvolta dalla mafia agli inizi degli anni Novanta, viene spiegato che il vero problema del capoluogo siciliano è il traffico.

Si potrebbe discutere per ore dei motivi che portano a risposte del genere. C’è però un altro quesito che suggerisce una possibile direzione.

 

Come si nota, le energie fossili a Gela vengono recepite dal campione sottoposto al questionario ideato dall’associazione A Sud come qualcosa di passato o, perlomeno, come qualcosa di difficile da identificare a livello temporale. Il 29% crede che le attività di Eni siano terminate, il 25% le colloca tra passato e presente, solo il 16% le identifica esclusivamente come attuali. In breve, dalla chiusura della raffineria – l’ultima eredità di Mattei, perché il petrolio estratto veniva lavorato in loco – sono passati otto anni. Quel che è rimasto – bioraffineria e, a breve, gasdotto – viene percepito come qualcosa di distante, neppure esistente, sul quale non è utile puntare per un possibile impiego. Dovrebbe essere questo un dato da cui ripartire per smontare la narrazione di Eni, avallata dalle istituzioni locali, secondo cui il cane a sei zampe è ancora un attore fondamentale del territorio. Non è così, almeno nella percezione, per gli studenti e le studentesse di Gela. 

In Basilicata

«Non sono previsti nuovi sviluppi a gas in Basilicata. Il gas prodotto attualmente da Eni proviene esclusivamente dal giacimento della Val d‘Agri»: così il cane a sei zampe ha risposto, durante l’assemblea degli azionisti di metà maggio, ai timori delle associazioni che, consultando il Pitesai (il piano del governo che fa riprendere le esplorazioni di idrocarburi), avevano scoperto che praticamente l’intera regione era stata indicata come idonea per nuove possibili perforazioni. In compenso in Basilicata resta il petrolio, in quello che è il giacimento a terra più copioso dell’Europa occidentale. Tanto che le estrazioni del greggio, nel Centro Oli di Viggiano, andranno avanti a lungo. 

Anche in Basilicata, così come a Gela, l’arrivo dell’azienda di Stato negli anni Novanta avrebbe dovuto portare lavoro e progresso. Perché le storie a sei zampe si somigliano tutte. L’inganno del petrolio, come fonte di arricchimento per il territorio, in Basilicata si è palesato presto. E viene confermato ogni anno dai dati. L’ultimo Rapporto Istat sulla povertà del nostro paese, relativo al 2020, vede, ancora una volta, al primo posto proprio la Basilicata, con un’incidenza relativa familiare pari al 23.4%. Un primato che si ripete nel tempo, nonostante l’aumento delle estrazioni e l’arricchimento delle grandi compagnie petrolifere, Eni e Total in testa, ma non di chi subisce quelle estrazioni. 

Non sorprende dunque se la gente sceglie di, o meglio è costretta a, andar via dalla Basilicata. Come certifica il Censis, la regione registra una perdita di popolazione del 0,97%: vale a dire uno dei «decrementi più significativi» che riguarda proprio le «le aree interne di Molise, Campania e Basilicata». Insomma: la Basilicata è quella terra dove se ne vanno le persone e resta il petrolio. Ma per chi? Inevitabilmente sono i giovani coloro che più facilmente tendono ad abbandonare la regione. Per capire i loro bisogni e i loro desideri, anche in Basilicata l’associazione A Sud ha promosso il progetto Fossil Free School. In questo caso gli studenti e le studentesse delle scuole medie e superiori della Val D’Agri hanno partecipato a un’escursione guidata, organizzata insieme all’Osservatorio Popolare Val D’Agri che monitora ogni giorno le azioni di Eni nel territorio. Con l’obiettivo di (ri)scoprire le bellezze naturalistiche della Basilicata e, allo stesso tempo, verificare la presenza petrolifera all’interno di parchi e aree tutelate. Un mix che ha sorpreso tanto gli studenti quanto i professori. Che poi si sono confrontati apertamente in un dibattito che ha messo in luce come l’alternativa a Eni passa proprio dai territori, a patto che acquisiscano maggiore consapevolezza e volontà di  autodeterminazione. 

«I giovani di oggi puntano a lavorare al Centro Oli – dice una ragazza. Quasi tutti hanno parenti e amici che lavorano a Viggiano. Questa può essere una cosa positiva ma anche negativa perché esclude altre possibilità». Una docente spiega che «i ragazzi e le ragazze stanno partecipando a un progetto Wto, che io preferisco chiamare con la prima denominazione alternanza scuola/lavoro, che mira alla conoscenza del territorio dal punto di vista storico, culturale e ambientale». A un certo punto di fronte all’appassionato e competente racconto del territorio da parte di Isabella Abate, attivista dell’Osservatorio e guida ambientale-escursionistica, una ragazza ammette che «nessuno ci ha parlato di queste cose». Alle testimonianze di itinerari naturalistici e siti archeologici Abate accompagna le storie delle contaminazioni, il resoconto delle battaglie vinte e perse, le rivendicazioni su salute e ambiente. Lo storytelling di Eni, invece, è a senso unico. 

Anche quando pubblicizza panorami e tradizioni lo fa in maniera scissa, separata dalle proprie attività. Perché natura e industria viaggiano su binari separati e non paralleli. Può essere la scuola il luogo da cui far deflagrare questo assunto?

Per una scuola libera dalle fonti fossili

Si può avere una scuola defossilizzata? È la domanda che da anni si pongono gli attivisti e le attiviste dell’associazione A Sud, attiva da vent’anni sui temi della giustizia ambientale. L’occasione che ha rappresentato la classica goccia è arrivata a gennaio 2021 quando Eni ha firmato una convenzione con l’Associazione nazionale presidi per portare avanti attività di formazione sui cambiamenti climatici nelle scuole italiane. Sebbene tale notizia abbia creato una notevole mobilitazione per contestare l’iniziativa, in realtà non ha stupito chi da anni ha a che fare con Eni soprattutto nei luoghi in cui l’impresa svolge attività industriali. La multinazionale energetica infatti non solo promuove attività di alternanza scuola lavoro ma opera anche attività di formazione sui temi ambientali. In altre parole, dice Maura Peca, referente del progetto per l’associazione A Sud, «la stessa azienda che nei territori ha effettuato contaminazioni ambientali e ha alimentato la crisi climatica, di fatto si è arrogata la competenza di svolgere lezioni ai giovani su questi temi. Proprio al fine di creare un’alternativa e proporre lezioni di educazione ambientale che non abbiano nessun doppio fine, abbiamo deciso di promuovere il progetto Fossil Free School. Con questo progetto vogliamo dare la possibilità agli e alle insegnanti di proporre percorsi formativi alternativi, che stimolino i ragazzi a identificare e analizzare oggettivamente le criticità e le sfide ambientali del territorio».

I docenti che hanno partecipato all’iniziativa hanno acquisito strumenti metodologici e conoscitivi per formare i giovani sulle questioni ambientali, sulla valorizzazione del patrimonio naturale e ricevuto spunti per offrire rappresentazioni attuali della crisi climatica e ambientale. Le storie provenienti da Gela e dalla Val D’Agri hanno svelato che il lavoro da fare è tanto. «Sono emerse alcune questioni interessanti – osserva Maura Peca – In primis l’importanza che i giovani rivolgono alle questioni ambientali e climatiche, che però tuttavia non è connessa alle questioni locali. Sembra come se non ci fosse la capacità di connettere tali fenomeni globali alle vertenze locali. In secondo luogo è emersa con forza, per lo meno in Basilicata, la mancata capacità di vedere un futuro senza Eni a livello locale. Tutti hanno un amico o un parente che lavora in Eni, e prima o poi toccherà anche a loro. E se non saranno loro, sarà un loro compagno di classe. A Gela, invece, tutte le idee di futuro riguardanti la città hanno escluso la presenza di Eni, ritenuto un soggetto non più credibile. Resta però il problema inevaso di come liberarsi da questa ingombrante presenza industriale, su cui la popolazione non ha accesso né voce in capitolo. Le attività di Fossil Free School hanno proprio l’obiettivo di allargare la visione, mostrare come il futuro delle fonti fossili sia in declino e che è arrivato il momento di immaginare nuovi percorsi, che siano anche lavorativi. Si tratta di un lavoro di ricerca importante che occorre approfondire ma che dà un’idea della situazione davvero preziosa». 

da qui

Sardegna, campo di sperimentazione coloniale

 

Nei giorni scorsi è comparso su un quotidiano sardo un articolo che annunciava con toni trionfalistici la coltivazione di un grano già maturo a soli tre mesi dalla semina.

“Potrebbe garantire all’isola l’autosufficienza alimentare”  dichiarava aprendo scenari tanto attesi, specialmente in un periodo così difficile anche dal punto di vista internazionale.

Pionieri di questa rivoluzione il colosso dell’agricoltura Bonifiche Ferraresi e l’Eni.

Mano a mano che si approfondisce l’argomento i toni entusiastici e l’ottimismo restano, ma piano piano sparisce il grano. Al suo posto compaiono le sementi  di piante oleaginose da utilizzare come materia prima nelle bioraffinerie dell’Eni. 

E così la notizia che sembrava prospettare un decisivo cambio di rotta per una terra che importa l’80% dei prodotti agroalimentari, alla fine non è altro che un tocco di sensazionalismo per argomenti che in Sardegna sono già fin troppo conosciuti: gli interessi industriali dell’Eni.

 

La Bonifiche Ferraresi , che quando acquisirono parte delle Bonifiche Sarde Spa furono presentate dall’assessore Paci della giunta Pigliaru come una grande opportunità per la produzione agricola, ha creato una joint-venture paritetica con Eni finalizzata alla ricerca e alla produzione per la bioraffinazione. Ed Eni ha già acquistato una partecipazione di minoranza, entrando così nel capitale sociale di Bonifiche Ferraresi.

 

In soldoni significa che nei mille ettari di BF tra Arborea e Marrubiu si coltiveranno piante oleaginose come girasole e ricino per svolgere test di produzione e specialmente per valutare se tutto ciò sia replicabile in Africa, dove Eni ha già enormi interessi. 

Se tutto andrà a buon fine, le sementi prenderanno poi la via delle bioraffinerie di Gela e Porto Marghera. Nei progetti di Eni dunque le terre della Sardegna, come quelle dell’Africa, pur bisognose di aumentare la produzione agroalimentare, serviranno a produrre sementi da trasformare in carburante. Il tutto all’insegna del più classico schema coloniale: il territorio povero produce la materia prima per le industrie del grande capitale occidentale. 

 

E tutto il clamore per la produzione di questo grano miracoloso si riduce, in definitiva, al fatto che verrà coltivato a rotazione nel terreno in cui l’Eni produrrà le piante per la bioraffinazione.

Impatto del progetto sulle esigenze complessive della Sardegna? Non pervenuto.

 

Rifiutiamo ogni ulteriore progetto coloniale, in qualsiasi modo agghindato e camuffato, che miri a utilizzare la nostra terra come area di servizio per i colossi energetici.

Il nostro obiettivo è quello di costruire una Sardegna che sappia valorizzare le sue immense potenzialità e generare ricchezza, sviluppo, dignità per tutti i suoi abitanti. 

La Sardegna oggi, come e più di ieri, ha bisogno di rilanciare la sua eccellente produzione agricola, di ripensare il suo futuro in maniera autonoma, autosufficiente e autodeterminata.

 

NO allo sfruttamento industriale della terra da parte delle multinazionali straniere

SI ad una programmazione per il rilancio della produzione di qualità che generi lavoro e benessere nei territori

 

Liberu – Lìberos Rispetados Uguales


mercoledì 1 giugno 2022

Perché è sbagliato definire l’Ucraina “il granaio del mondo” - Federico Giuliani

                  

Dal blog https://it.insideover.com/

L’Ucraina è stata recentemente definita “granaio del mondo” soltanto perché Kiev produce effettivamente decine di milioni di tonnellate di grano, esportandone di fatto quasi i due terzi complessivi. Dati alla mano – dati della Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO) – nel 2020 gli ucraini hanno raccolto circa 25 milioni di tonnellate di grano, per l’esattezza 24.912.350 tonnellate, vendendone all’estero più o meno 18 milioni.

L’evolversi della guerra, con l’esercito russo che ha preso possesso di Mariupol e di una lunga fetta di fascia costiera ucraina, ha spinto la comunità internazionale ad interrogarsi sul futuro delle esportazioni del grano prodotto da Kiev. Come farà l’Ucraina ad esportare il suo grano via mare se la maggior parte dei porti meridionali sono finiti sotto il controllo del Cremlino?

Le opzioni di inviare il grano via terra o tramite treno sono improbabili se non impossibili. Nel primo caso, infatti, servirebbe un’enorme quantità di tir; nel secondo, occorerebbero standard di sicurezza che, almeno per il momento, non sono presenti nel territorio ucraino. Morale della favola: numerosi governi occidentali stanno ripetendo all’unisono che il blocco russo dei porti ucraini provocherà presto una catastrofe alimentare globale, visto che l’Ucraina è, appunto, il “granaio del mondo”, ovvero il Paese dal quale dipenderebbe il sostentamento alimentare di tutti noi.


·         Il controllo delle rotte del grano

·         La guerra del grano che spaventa l’Europa

·         Cosa si nasconde dietro alla guerra del grano


I dati della FAO

In realtà, a leggere i dati della FAO relativi al 2020 si evince che non solo l’Ucraina non è il “granaio del mondo”; non lo è neppure dell’Europa. Nella classifica dei dieci principali Paesi produttori di grano, l’Ucraina piuttosto in basso, tra Pakistan e Germania.

Al primo posto – è lei sì che può essere definita “granaio del mondo” – troviamo la Cina. Pechino, sempre considerando l’annata 2020, l’ultima registrata dalla FAO, ha prodotto qualcosa come 134.250.000 tonnellate di grano. Alle spalle del Dragone troviamo un altro Paese asiatico, l’India, con 107.590.000 tonnellate di grano. Sul gradino più basso del podio ecco la Russia (85.896.326), seguita da Stati Uniti (49.690.680), Canada (35.183.000) e Francia (30.144.110). La top 10 si conclude con Pakistan (25.247.511), Ucraina (dati riportati sopra), Germania (22.172.100) e Turchia (20.500.00).

Per quanto riguarda la classifica dei dieci Paesi dotati della produzione lorda di grano più preziosa, anche in questa top 10 l’Ucraina è ben lontana dalle prime posizioni, piazzandosi soltanto ottava. L’aspetto più curioso, come anticipato, è che Kiev non potrebbe teoricamente esser considerata neppure il “granaio d’Europa“. Il motivo è semplice: Russia e Francia producono più grano dell’Ucraina, ferma al terzo posto.

L’importanza dell’Ucraina

Sia chiaro: questo non significa che il blocco delle esportazioni di grano contro il quale sta combattento l’Ucraina non sia importante o non abbia risvolti su numerose nazioni povere o poverissime.

Ad esempio, come ha sottolineato Foreign Policy, tra queste nazioni troviamo il Libano. La solita FAO ha stimato che la metà del grano consumato a Beirut e dintorni nel 2020 fosse di provenienza ucraina. Nel medesimo anno, il più grande consumatore di grano “made in Kiev” è stato l’Egitto, con importazioni per oltre 3 milioni di tonnellate. Libia e Yemen hanno importato dall’Ucraina il 43% e il 22% del loro grano, mentre Malesia, Indonesia e Bangladesh si fermano rispettivamente a 28% i primi due e 21% il terzo.

In conclusione, dal grano ucraino dipendono moltissimi Paesi, ma è fuorviante collegare il problema della fame nel mondo, nonché l’aumento dei prezzi del grano, solo e soltanto alla guerra in Ucraina o al blocco del porto di Odessa. Tutto ciò che accade nel territorio ucraino in questi giorni ha sicuramente un peso da non trascurare, ma il conflitto ucraino non è l’unica ragione da prendere in considerazione.

Ue valuta missione navale

In merito a quanto sta accadendo in Ucraina, il quotidiano spagnolo El Pais ha fatto sapere che l’Unione europea sta valutando la possibilità di lanciare una missione navale per scortare il passaggio delle navi di grano ucraino attraverso il Mar Nero, infestato da mine e presidiato da navi e sottomarini russi. L’operazione navale per sbloccare il grano ucraino comporterebbe un “rischio estremo” per l’Ue. Il motivo è presto detto: potrebbe portare ad uno scontro con la Marina russa.

Tuttavia, Bruxelles teme che l’attuale crisi alimentare mondiale possa tradursi in un “crimine contro l’umanità” in quei Paesi i cui fabbisogni alimentari più elementari dipendono dalle esportazioni ucraine. L’Ue, ha quindi sottolineato il giornale, è pronta a mobilitare tutte le risorse possibili per la rimozione del grano accumulato nei silos e nei porti ucraini. Nelle conclusioni della bozza del vertice, visionate dal Pais, si “condanna severamente la distruzione e l’appropriazione illegale della produzione agricola ucraina da parte della Russia”. E si chiede a Mosca di “porre fine al limite massimo consentito di esportazione di generi alimentari, soprattutto nella regione di Odessa”.

da qui