lunedì 5 novembre 2012

Il dilemma dell'onnivoro - Michael Pollan

La prima metà è eccezionale e il libro merita solo per questo. 
poi piano piano diventa, per i miei gusti, meno interessante, ma vale certamente la pena leggerlo.
si scopriranno molte cose interessanti, davvero utili e importanti - francesco




Che cosa mangiamo, e perché? Sono domande che ci poniamo ogni giorno, convinti che per rispondere basti sfogliare la rubrica di un giornale, o ascoltare per qualche minuto l'ultimo imbonitore nutrizionista ospitato in tv. Ma se quelle domande le si guarda un po' più da vicino, come fa Michael Pollan in questo suo documentato saggio, forse il primo sull'argomento a non prendere alcun partito, se non quello dell'ironia e del buon senso, le risposte appaiono meno scontate. Che legga insieme a noi le strepitose biografie del defunto pollo "biologico" riportate sulla confezione di petti del medesimo, o attraversi le lande grigie e fangose del Midwest, dove milioni di bovini nutriti a mais e antibiotici vivono la loro breve esistenza fra immensi stagni di liquame, Pollan arriva immancabilmente a conclusioni di volta in volta raccapriccianti o paradossali.

Se ci sono voluti quasi sei mesi per recensire questo libro di Michael Pollan, non lo si deve soltanto alla nostra inveterata pigrizia. Il fatto è che risulta davvero difficile decidere da che parte iniziare a descrivere, o anche soltanto a classificare, un’opera tanto ricca di spunti di riflessione, dibattito e analisi che toccano in profondità l’oggetto del nostro lavoro e della nostra passione: il cibo.
“Il dilemma dell’onnivoro” è, prima di tutto, una lucida e obiettiva inchiesta sui processi produttivi del cibo nella nostra epoca, ma è anche un saggio critico che non si astiene da giudizi, proposte, speranze e utopie per il futuro della nostra alimentazione; è una leggera ma acuta riflessione filosofica sullo strettissimo rapporto (materiale e immateriale) che ci lega alle sostanze di cui ci nutriamo; è, per finire, una concreta esposizione, non viziata dai consueti toni apocalittici e da prese di posizione aprioristiche, delle ragioni per le quali il modello di sviluppo praticato nel mondo occidentale non è, alla lettera, “sostenibile” dalla nostra civiltà. Sotto quest’ultimo aspetto, il libro si sarebbe potuto intitolare senza scandalo “L’uomo è una locusta”, vista la pertinenza con cui affronta la tematica dell’insensato dispendio (e spreco) di risorse che caratterizza l’agricoltura e l’allevamento, ma non solo, nell’epoca contemporanea...


…Il manuale subisce poi un picco di indecenza nel momento in cui, da “manuale dell’onnivoro” qual è, comincia a diventare un “manuale del vegetariano”.
Dopo aver visto macellare mucche, dopo aver ucciso lui stesso del polli e dopo aver mangiato di tutto e di più, improvvisamente Pollan dice “quasi quasi divento vegetariano”. 
Questo pensiero dura circa un secondo. 
Già alla pagina successiva, infatti, Pollan ci spiega perché diventare vegetariani non abbia senso (per lui) e si vanta persino di essere riuscito e convertire molti vegetariani a mangiare carne (ma complimenti!). 
In un vergognoso capitolo chiamato “Una buona morte”, Pollan ci racconta di come sia giusto macellare le mucche perché esse non provano dolore come noi. 
O meglio, provano esattamente lo stesso tipo di dolore che proviamo noi (e proviamo a immaginare se noi venissimo fucilati, appesi a testa in giù per un gancio, lasciati dissanguare e poi squartati), ma siccome non hanno consapevolezza della morte e non provano paura subito prima di morire, allora tutto ciò è giustificato! 
Le mucche, infatti, non avendo coscienza di cosa succede all’interno dei padiglioni adibiti alla macellazione, salgono senza paura sulle rampe che le porteranno alla morte. E tutto ciò è giustificato perché è la loro incoscienza può essere concepita come un tacito assenso alla morte. 
Ma che bel ragionamento! 
Quindi gli ebrei che venivano scortati all’interno delle camere a gas meritavano di morire perché, pensando che fossero docce, acconsentivano ad entrarvi?


È un libro scritto con garbo e ironia, e più avvincente di un romanzo, ma che fa emergere abissi nei quali la maggior parte di noi non vuole ficcare lo sguardo. Chi infatti, quando compra una confezione di uova al supermercato, si chiede come vivano le galline ovaiole che le hanno prodotte e di quali mangimi siano state nutrite? Preferisce ignorarlo, fidandosi dei controlli sanitari (che in Italia sarebbero i migliori del mondo civile - mentre in tutto il resto saremmo al di sotto: un vero paradosso), e respingendo ogni domanda inopportuna (ad esempio circa il rispetto dei pretesi “diritti degli animali”). Pollan segue il percorso di una gallina e di un vitello, e ci fa vedere in che modo prendano forma i prodotti alimentari industriali che si consumano in un fast food, indaga poi su quello che chiama il biologico industriale, quindi si immerge nella operosa vita quotidiana della fattoria Polyface, dove l’intelligenza di Joel Salatin riesce a sfruttare la terra senza impoverirla, anzi arricchendola con un mirabile ciclo produttivo in cui piante e animali interagiscono, seppur governati dall’umano, secondo la propria natura. E infine si fa cacciatore e raccoglitore, con una immersione nel passato della nostra specie che gli fa riscoprire quale sia il sapore di un pranzo totalmente creato dalle sue mani. 
Il testo di Pollan è ricchissimo di spunti su cui riflettere. Anzitutto sui limiti entro i quali la natura delle singole specie animali e vegetali può essere forzata senza ripercussioni a catena dalla portata catastrofica. Impressionanti, in questo senso, le pagine sul mais, che più della soia è diventato il vero signore e padrone della nostra catena alimentare. La sua sovrapproduzione ha effetti a cascata. I suoi derivati sono onnipresenti, anzitutto nei mangimi per animali. Ma mentre un pollo può benissimo essere allevato a mais, un bovino ne soffre. Il suo organismo è stato selezionato dalla natura per nutrirsi di erba, e il mais lo fa ingrassare rapidamente, ma male, soprattutto per il suo fegato. Quindi farmaci a gogò (peraltro diffusi in tutti gli allevamenti intensivi anche da noi), e alleanza tra il mais e la chimica, che fornisce anche i concimi necessari alla monocultura di massa.

domenica 4 novembre 2012

Shock Shopping - Saverio Pipitone


L’ipermercato, i punti vendita (store), il cinema multisala, i ristoranti e i pub, la palestra e il centro benessere, sono tutti inglobati nello stesso complesso, situato strategicamente vicino all’uscita autostradale e alla stazione ferroviaria; al suo interno vi è un residence e a pochissimi chilometri - facilmente raggiungibili - ci sono altre grosse strutture commerciali come Carrefour, Ikea, Castorama, Comet: in questo contesto, il classico centro commerciale si evolve in un vero e proprio “distretto commerciale”. 
Molti esempi di questa nuova realtà  riempiono l’Emilia-Romagna: da Savignano sul Rubicone ai Lidi ferraresi, da Rimini a Ravenna a Ferrara. 
E non solo. Madrid offre piscina e pista di sci dentro uno shopping village. A Vienna, una muraglia di insegne s’affaccia sull’autostrada formando un quartiere commerciale che attira il consumatore, proponendogli anche un museo e molti altri tipi di intrattenimento: concerti, arte di strada, lezioni di ballo, giochi per bambini, feste e mostre, per un totale coinvolgimento emotivo e culturale. Nei paesi dell’Europa dell’est, le scritte della propaganda comunista sono state sostituite da giganteschi cartelloni pubblicitari che indirizzano verso queste cittadelle del consumo fast, easy e low cost.

La prima conseguenza di un siffatto fenomeno mercantilista è una trasformazione: il “cittadino del centro storico” diviene “consumatore del centro commerciale”; tale mutamento è stato colto, fra gli altri, anche dal settimanale Economist, che ha posto la questione se il carrello della spesa abbia preso il posto della cabina elettorale. L’esposizione prosegue poi con una descrizione delle diverse forme distributive utilizzate dal moderno commercio organizzato e una breve esposizione della storia, del pensiero e dei fatti che hanno caratterizzato - e caratterizzano tutt’ora - i principali marchi della GDO, quali Coop, Esselunga, Auchan, Carrefour, Mediaworld, Lidl, McDonalds, Wal-Mart, IKEA e tanti altri; procedendo fra gli shopping center, gli outlet, i mall, e i village retail che li ospitano, viene proposta un’analisi critica di questi templi del consumo, oggi assurti al ruolo di protagonisti egemoni del panorama commerciale nazionale. 

In Italia, infatti, si contano attualmente circa 850 centri commerciali, a cui se ne aggiungono altri 50 in corso di realizzazione o in fase di apertura nei prossimi cinque anni, con una forte concentrazione al centro e al sud, nelle periferie e nei centri storici. In questi luoghi, la grande distribuzione organizzata è conduttrice di rigide logiche capitalistiche, lavoro precario, soppressione delle piccole attività locali o di prossimità, danni ambientali e disintegrazione dei tradizionali legami comunitari. 
Al riguardo, il sociologo Renato Curcio, nei suoi tre libri Il consumatore lavorato, Il dominio flessibile e L’azienda totale, denuncia azioni di sfruttamento e licenziamento praticate dalla GDO, in particolare dalla catena Esselunga. Qualche anno fa quest’ultima insegna, per rilanciare la sua immagine sociale, stipulò un accordo commerciale con CTM-Altromercato per la fornitura di prodotti appartenenti al circuito del commercio equo e solidale, tra cui banane provenienti dall’Equador. L’intesa, tuttavia, durò solo pochi mesi, dato che Esselunga decise all’improvviso di tagliare gli ordini in quanto la logica della competitività, delle strategie aziendali di breve periodo e del profitto prevalsero aggressivamente sull’economia solidale.

Ma la GDO non si limita ad assumere semplicemente le sembianze ingannatrici dell’azienda socialmente responsabile; una componente fondamentale della sua politica dell’immagine si basa sulle innumerevoli e incessanti iniziative volte a conquistare l’affezione dei clienti, per indurli ad acquistare sempre di più attraverso carte fedeltà, sconti, premi, raccolte punti, “paghi 1 prendi 2”, carrelli più grandi, merchandising, prezzi low cost, percorsi prestabiliti e molte altre trovate pubblicitarie inibitrici della capacità critica dei consumatori. 
Questi ultimi sono poi sorvegliati da telecamere onnipresenti, che hanno il compito di individuare eventuali ladruncoli – certo – ma soprattutto di spiare e analizzare il comportamento della clientela effettiva e potenziale. 
Inoltre, con il sistema del self-service - dal montaggio del mobile con brugola e cacciavite alla prezzatura in tempo reale degli acquisti tramite i dispositivi salvatempo – l’utente del supermarket è diventato un lavoratore non retribuito e produttore di  plusvalore per l’azienda. 
Di sicuro, con la GDO è già pronto un futuro fatto di totalizzanti tecniche di controllo e di fidelizzazione. Ad esempio, Wal-Mart ha munito il suo impero di un sistema bancario proprio, utilizzato per i rapporti con i fornitori, e ha intenzione di aprire 2000 ambulatori low cost dove infermieri professionali saranno in grado di fornire assistenza medica per le piccole patologie e consigliare i farmaci da acquistare all’ipermercato. Coop dispone già di diverse farmacie all’interno dei punti vendita e di sportelli per gestire il risparmio e - mediante la Telecom - è entrata nel mercato della telefonia mobile con il marchio CoopVoce. Oggi all’Iper è possibile acquistare anche l’automobile SUV DrMotor all’imbattibile prezzo di 16.000 euro oppure stipulare contratti per la fornitura di energia elettrica o il pieno di benzina. Banca, petrolio, farmaci, telecomunicazioni ed energia sono i nuovi obiettivi della moderna distribuzione, che avanza puntando verso tutto quello che può diventare consumo di massa. In Italia, le liberalizzazioni sancite dalla legge Bersani agevolano decisamente queste tendenze che, se a una prima occhiata sembrano avvantaggiare il consumatore, in ultima analisi fanno spudoratamente il gioco delle lobby commerciali e dei gruppi di potere. 

Nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, Karl Marx scriveva: «Ogni uomo s’ingegna a procurare all’altro uomo un nuovo bisogno, per costringerlo a un nuovo sacrificio, per ridurlo a una nuova dipendenza e spingerlo a un nuovo modo di godimento e quindi di rovina economica». 
Lo slogan “lavora, consuma, crepa” si adatta perfettamente alla situazione odierna di un consumatore che acquista beni indotti, di scarsa utilità e provenienti da paesi distanti migliaia di chilometri, come la Cina comunista - che paradossalmente è diventata la “classe operaia” dell’opulento occidente. Per rendere l’idea degli sprechi causati da questa catena, basti dire che un carrello con 26 prodotti alimentari percorre quasi 250.000 chilometri e produce 80 chili di gas serra prima di giungere al consumatore finale.
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martedì 30 ottobre 2012

La giornata self service ventiquattro ore fai-da-te - Ettore Livini

"Inserire la chiavetta". Bip. "Credito: 2,53 euro, selezionare il numero". Bip. Il buongiorno - nell'era della vita self-service - si vede dal mattino. Le tecnologie - diceva quel povero illuso di John Maynard Keynes - libereranno l'uomo dalla schiavitù del lavoro ("massimo 15 ore alla settimana") regalandogli una ricca vita di relazioni. Ha sbagliato in pieno: oggi produciamo in 9 ore quello che nel 1950 si faceva in 40. In ufficio però ci restiamo di più. E quanto alle relazioni, la novità è solo una: abbiamo imparato a farne a meno.

Dal cappuccino delle sette al distributore automatico nel metrò - "Erogazione conclusa, ritirare la bevanda. Credito residuo 2,08 euro". Bip - fino alla cena, dal matrimonio fino alla toelettatura del cane, nel terzo millennio va di moda l'esistenza fai-da-te. Le macchine ci hanno liberato dal più faticoso degli esercizi, quello del rapporto con il resto del genere umano. E oggi, volendo, si possono vivere 24 ore da sogno (senza privarsi di nulla) interloquendo solo con display azzurrognoli, schermi di computer e consulenti - per l'anima e per il cuore - del tutto virtuali. Il glorioso "Time" l'aveva predetto nel 2008: "Le nuove tecnologie faranno del mondo un gigantesco self-service". Ci ha preso più di Keynes. La macchina del cappuccino da 0,45 euro nel mezzanino del metrò - la qualità è quella che è, per carità - è solo la punta dell'iceberg...

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Morrissey (The Smiths) - Meat is Murder

versione per chi non mangia carne



versione per chi  mangia carne



Le grida delle Mucche sembrano grida umane 
Si avvicina il coltello che urla
E questa bellissima Creatura deve morire 
Di una morte senza motivo 
E la morte senza motivo è Assassinio

E la carne che voi così fantasiosamente friggete
Non è succulenta, gustosa o gradevole
E' morte senza motivo 
E la morte senza motivo è Assassinio 

E il vitello che affettate con un sorriso 
E' Assassinio

E il tacchino che festosamente tagliate
E' Assassinio

Lo sapete come muoiono gli Animali? 

Gli aromi di cucina non sono molto accoglienti 
Non è confortante, allegro o piacevole
E' sangue che frigge, e l'odore empio dell'Assassinio

Non è naturale, normale o gradevole
La carne che così fantasiosamente cucini
La carne dentro la tua bocca 
Mentre assapori il gusto dell'Assassinio

No, No, No, è un Assassinio!

No, No, No, è un Assassinio!

E chi ascolta quando gli Animali piangono?


qui canta Claudia Pastorino

domenica 28 ottobre 2012

la mucca pazza nel 1923 - Rudolf Steiner

Già nel 1923, in una conferenza tenuta a Dornach, Rudolf Steiner mise in guardia sulle conseguenze di un regime alimentare a base di carne peri bovini (1).

"... Immaginate ora che a questo bue venga in mente di dirsi: che scocciatura pascolare e dover brucare questa erba. Potrei procurarmi il cibo prendendolo da un altro animale: mi mangio direttamente questo! Bene: il bue inizierebbe dunque a mangiare carne. Ma esso è anche in grado di produrre carne! Porta in sé le forze per farlo. Che cosa accade se invece di brucare erba mangia direttamente carne? Così facendo il bue lascia inattive tutte quelle forze che in lui possono produrre carne! Immaginate per un momento di avere una fabbrica con cui dovreste produrre qualcosa e non producete nulla, mettendola comunque in piena attività: che spreco di energie!
Andrebbe certamente perduta un'enorme quantità di forza. La forza che però va perduta nel corpo animale non si può semplicemente perdere. Il bue viene alla fine del tutto riempito di questa forza, che compie in lui qualcosa di diverso dal produrre carne dalle sostanze vegetali.
Questa forza rimane in lui, c'è di fatto, e compie qualcos'altro. E ciò che essa compie genera in lui ogni sorta di putridume. Invece di venir prodotta carne si generano sostanze nocive. Se il bue iniziasse quindi lmprovvisamente a comportarsi come un carnivoro, si riempirebbe di ogni sorta di
sostanze nocive. Si riempirebbe cioè di acido urico e dei suoi sali.
Ora, questi sali dell'acido urico hanno pure una loro particolare caratteristica, che
è quella di ingenerare una debolezza proprio a carico del sistema nervoso e del cervello. Se il bue si cibasse direttamente di carne, in lui verrebbe a prodursi un' enorme quantità di sali urici; questi andrebbero al
cervello e il bue impazzirebbe.
Se noi potessimo fare un esperimento: alimentare di punto in bianco una mandria di buoi con dei colombi, quel che otterremmo sarebbe una mandria di buoi completamente pazzi. Questo è quello che accadrebbe. Nonostante i colombi siano cosìmiti, i buoi impazzirebbero ..."
(1) - Rudolf Steiner, "Salute e malattia.
Linee fondamentali per una teoria dei sensi alla luce della scienza dello spirito" (Conferenze per gli operai del
Goetheanum), non pubblicato in italiano.

da qui

grazie ad Antonella per avermelo segnalato