mercoledì 18 giugno 2025

Sui risultati del referendum per un’analisi del voto - Salvatore Turi Palidda


Oltre al mancato superamento del quorum, poiché tanti citano dati falsi è opportuno leggere con attenzione quelli pubblicati sul sito del ministero dell’interno: https://elezionistorico.interno.gov.it  (consultato alle 07,30 del 10/06/2025)

 

il totale degli aventi diritto al voto è 51.301.377 (compresi 5.303.436 elettori all’estero)

i votanti sono stati il 30,6% 15.698.221

 

X il 1° quesito “Reintegro licenziamenti illegittimi” i  SI sono stati  13.031.470  (87,57) (molto di più di quanto avevano ottenuto i tre partito dall’attuale governo nel 2022)

x il 2° Licenziamenti e limite indennità      SI :  12.790.370 (86,02)

x il 3° Tutela contratti a termine                   SI :  12.997.502  (87,53

x il 4° Responsabilità infortuni sul lavoro   SI :   12.763.726 (85,78)

x il 5° Cittadinanza italiana                             SI :    9.748.439 (65,34) comunque più dei voti che avevano ottenuto FdI e Lega nel 2022

 

Oltre il 39% di affluenza in Toscana; 38%, in Emilia Romagna, Liguria e Piemonte 34,5% circa. Marche (32,7%); Umbria (31,3%); Basilicata (31,1%) Lazio (31%), Lombardia 31%, Abruzzo (29, 8%), Valle d’Aosta e Campania (29,%), Puglia (28,5%), Molise (27,8%), FVG (27,5%), Sardegna (27%) Veneto (26,3%). Trentino Alto Adige  22,5%, Calabria e Sicilia, 22–23%.

 

alle elezioni politiche settembre 2022

per la Camera

FdI:     7.301.303

Lega     2.470.318

F. I.      2.279.266.  

tot. destre 12.603.666  (24,77) su 50.864.823

 

Un fatto sembra inequivocabile: non c’è affatto stata mobilitazione convinta ed efficace tranne di una minoranza e nelle ultime due settimane.


Gli stessi vertici della CGIL hanno fatto trapelare la loro supposizione che il quorum non sarebbe stato superato. Cosicché migliaia migliaia di volantini e manifesti sono rimasti nelle sedi del sindacato o nei Comitati di quartiere; USB e altri non si sono mobilitati come se si trattasse solo di un cosa della CGIL:

tutto ciò s’è sommato alla congiuntura di sfiducia e impotenza diffuse.

E’ purtroppo vero che c’è stata una svolta antropologica, ma ha solide basi materiali: da tempo – si può calcolare – ci sono oltre OTTO milioni di lavoratrici e lavoratori che oscilano fra precariato e nero totale nell’universo del supersfruttamento VIOLENTO, privi di qualsivoglia protezione (i sindacati sono quasi solo per i tesserati compresi i sindacati autonomi). E’ una realtà di “anomia” totale, cioè senza punti di riferimento, atomizzati e impotenti.

INOLTRE, va osservato che una parte dei precari e lavoratori al nero avrà votato, ma è anche certo che tutte le persone anziane non si sono sbattute, anche perché sono ormai fuori dalla vita attiva e in Italia gli over 70 sono circa il 18% degli elettori (cioè oltre 9 milioni).

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martedì 17 giugno 2025

La decolonizzazione parte dai nostri sguardi - Alessandra Mecozzi

Contro gli orrori di Israele e l’ipocrisia dei governi delle grandi potenze possiamo, in basso, imparare ad ascoltare le voci femministe palestinesi. Hanno qualcosa da dirci.

 

Parlare di  guerra e femminismo, dopo oltre un anno di orrori del genocidio ancora in corso di Israele contro la popolazione palestinese, non è facile. La stessa parola guerra è inadeguata, non si tratta infatti di un conflitto tra Stati, tra eserciti, ma di uno degli eserciti più potenti del mondo, quello di Israele, che stermina una popolazione, animato da una furia fanatica e razzista, che si espande in tutta l’area, di prendere una terra che non gli appartiene e cacciare la popolazione autoctona, sostituendola con quella ebraica.

Quando l’esercito di uno Stato occupante uccide oltre 50.000 persone, di cui 17.000 bambini con bombe, malattie fame; ammazza più di 200 giornalisti; distrugge un patrimonio culturale, scuole e università; quando bombarda scientemente un’ambulanza, ammazzando e seppellendo in una fossa comune l’equipaggio di soccorritori, non bastano le (poche) parole di denuncia e di condanna. Servono misure per colpire l’impunità di Israele, come del resto hanno indicato la Corte Internazionale di Giustizia e la Corte Penale Internazionale,

Unione Europea e governo italiano, come sappiamo, hanno steso su quanto avviene a Gaza e in tutta la Palestina un sudario di indifferenza e immobilità. Oggi la UE chiede «armi all’Ucraina fino alla vittoria» (!), di riarmare l’Europa, di riempire gli arsenali e di manipolare le coscienze fin nelle scuole. È una politica insostenibile, un patriarcato con facce di donne. In questo quadro di silenzio e doppi standard, di disinformazione e informazione disonesta, ascoltiamo le voci femministe palestinesi, hanno qualcosa da dirci, una strada da suggerirci grazie alla loro lunga storia di lotte di liberazione, dal colonialismo britannico nei primi anni del ‘900, fino a quello sionista: la storica Unione dei comitati delle donne palestinesi nel 2021 venne dichiarata terrorista da Israele e, insieme ad altre 5 Ong messa fuori legge (per i movimenti femministi e femminili in Palestina, vedi C. Dalla Negra, Questa terra è donna, Astarte 2024).

Nello stesso anno nasceva negli Stati Uniti, il Palestinian Feminist Collective con la dichiarazione: «Il sionismo, come tutti i sistemi coloniali, è complice della violenza di genere» invitava a porre fine alla violenza dall’interno, come dall’esterno.  Le donne palestinesi sono sempre state parte attiva della fondamentale resistenza alle aspirazioni imperialiste sulla loro patria, convinte che la liberazione nazionale è incompleta senza giustizia di genere. Lo sosteneva anche il giovane movimento di Tal’at, contro misoginia e patriarcato. E il PFC (Nada Elia su Middle East Eye, marzo 2021. N. Elia, La Palestina è una questione femminista, Alegre 2023).

Dopo il 7 ottobre e la vergognosa esaltazione di tutti i governi – dagli Stati Uniti all’Italia – del diritto all’autodifesa dello stato occupante di Israele dagli occupati, l’appello delle femministe palestinesi è stato: «Porre fine al genocidio di Gaza è una questione femminista», forse anche una reazione a quella parte di femminismo che, come in Francia, che insorgeva contro stupri palestinesi sulle donne israeliane (petizione ripresa anche in Italia da Micromega): la stessa procuratrice di Israele Gez, dichiarava due mesi dopo in un intervista a Ynet: «Sfortunatamente sarà molto difficile provare questi crimini» in assenza di denunce e di prove.

Decine di prove e testimonianze hanno invece purtroppo permesso di ricostruire violenze e torture sulle donne palestinesi. Ultima in ordine di tempo l’indagine della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite (13 marzo) che nel suo rapporto scrive: Israele ha «intenzionalmente attaccato e distrutto» il principale centro di fertilità del territorio palestinese e ha simultaneamente imposto un assedio e bloccato gli aiuti, compresi i farmaci per garantire gravidanze, parti e cure neonatali sicure,  «deliberatamente infliggendo al gruppo condizioni di vita calcolate per provocarne la distruzione fisica» e «imponendo misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo».

Ce lo ha ricordato anche Rania Hammad intervenendo il 18 febbraio scorso alla Scuola politica della Casa Internazionale delle Donne «Non perdiamo più la bussola»:

Sappiate che la violenza di genere e sessuale è indispensabile al colonialismo nel suo intento di eliminare noi, il popolo nativo della Palestina e rubare le nostre terre nonché reprimere la nostra resistenza. Il Sionismo, Israele non ha mai fatto segreto dei suoi piani, né della soluzione di avere tutta la terra senza palestinesi, non è nulla di nuovo […] Mentre venivano ammazzate in massa le donne palestinesi, mentre venivano sterminate intere famiglie e le donne rapite, imprigionate, torturate, abusate sessualmente e stuprate, ci siamo trovate, noi donne palestinesi in Occidente, in una situazione surreale di fronte al massacro e ai nostri traumi.  Ci siamo trovate di fronte al femminismo coloniale, ci è stato chiesto di mettere da parte le cause del conflitto stesso, le radici del problema, la verità storica, cioè quelle del colonialismo di insediamento e dell’occupazione; ed è stato preteso da noi che ci dimenticassimo di tutti i nostri antenati massacrati prima di noi, migliaia di vittime, di corpi palestinesi, per soffermarci e condannare un giorno di ottobre del 2023.

Ho ripensato al tempo della pandemia, quando sembrava che «nulla sarebbe stato più come prima» e opponevamo la rivoluzione della cura contro la guerra, sempre di stampo patriarcale, che distrugge le società in nome della «esportazione» della democrazia e della «libertà delle donne» – ricordiamoci  l’Afghanistan e l’Iraq – arricchendo l’industria delle armi e i poteri militari, scatenando guerre civili e sostenendo le occupazioni: violenza come massimo gesto di incuria verso l’umanità e la natura. Esprimersi contro armi, violenza e guerre, oggi, deve mettere al centro le pratiche, i pensieri e le parole contro gli orrori compiuti da Israele in solidarietà con le femministe palestinesi anche se sostenere queste posizioni può configgere con il cosidetto «femminismo coloniale».

Cominciamo dalle nostre menti a sostenere la decolonizzazione.

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lunedì 16 giugno 2025

Perché non si prende in considerazione la produzione energetica fotovoltaica diffusa sui tetti e si privilegiano i grandi impianti eolici e fotovoltaici? - Grig

 

 

la petizione Si all’energia rinnovabile, no alla speculazione energetica! si firma qui

 

E’ davvero difficile capire per quali motivi a livello nazionale non si prenda in considerazione la produzione energetica fotovoltaica diffusa sui tetti e si privilegiano i grandi impianti eolici e fotovoltaici per sopperire alle reali esigenze energetiche del Bel Paese.  

Ancora nei giorni scorsi (10 giugno 2025) l’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) ha presentato l’atto di opposizione al rilascio della concessione demaniale marittima trentennale per la realizzazione della centrale eolica offshore proposta dalla società pugliese Wind Alfa s.r.l. nel mare del Sulcis, davanti alle coste di Nebida (Iglesias), Carloforte, Gonnesa e Portoscuso.

63 “torri” eoliche (potenza 15 MW) alte centinaia di metri sul livello del mare, per complessivi 945 MW di potenza, un sistema di accumulo a terra di 360 MWh, due sottostazioni elettriche galleggianti, cavidotti da 380 kv con approdo a terra nella zona demaniale di Portovesme.  La richiesta di concessione riguarda zone demaniali (ZD), specchi acquei (SP) nel mare territoriale, specchi acquei (SP) oltre il limite del mare territoriale.

Sono stato coinvolti la Capitaneria di Porto di Cagliari, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, la Regione autonoma della Sardegna, i Comuni di Iglesias, Carloforte, Gonnesa, Portoscuso.

Il GrIG ha chiesto il diniego del rilascio della concessione demaniale marittima, vista l’assenza dello svolgimento del procedimenti di valutazione ambientale strategica (V.A.S.), di valutazione d’impatto ambientale (V.I.A.), l’assenza della benchè minima considerazione degli impatti cumulativi derivanti dai numerosi analoghi progetti di centrali eoliche offshore presentati nella medesima area marina.

Sarebbe semplicemente assurdo in queste condizioni consegnare per quattro soldi migliaia di chilometri quadrati di mare a un soggetto privato, che può escludere (o ammettere a pagamento) pesca, transito commerciale e da diporto e qualsiasi altro libero utilizzo del mare.

Inoltre, la concessione demaniale marittima richiesta dovrebbe riguardare estesi specchi acquei di mare oltre i limiti territoriali in assenza di una definita Zona Economica Esclusiva (ZEE) concordata a livello internazionale con gli altri Stati rivieraschi del Mediterraneo occidentale (Spagna, Algeria, Tunisia), come richiesto dalla Convenzione internazionale dell’O.N.U. sul diritto del Mare (UNCLOS).

Ebbene, si tratta soltanto dell’ultima azione effettuata per contrastare la speculazione energetica in una situazione di assenza di reale pianificazione in materia e di vero e proprio Far West che fa comodo soltanto a chi vuol guadagnare in carenza di regole efficaci.

Il rapporto virtuoso fra transizione energetica dalle fonti fossili tradizionali (petrolio, gas naturale) alle fonti rinnovabili (sole, vento, acqua) e tutela del territorio è senz’altro complesso, ma è tutt’altro che impossibile da realizzare.

In tutto il territorio nazionale le istanze di connessione di nuovi impianti presentate a Terna s.p.a. (gestore della rete elettrica nazionale) al 31 marzo 2025 risultano complessivamente ben 6.070, pari a 355,03 GW di potenza, suddivisi in 3.857 richieste di impianti di produzione energetica da fonte solare per 153,54 GW (43,25%), 2.030 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a terra per 108,42 GW (30,54%) e 132 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica  a mare 89,96 GW (25,34%), mentre sono ben poche (complessivamente 51 per complessivi 3,12 MW, lo 0,88%) le richieste per impianti idroelettrici, geotermici e da biomasse, cioè circa 4,7 volte l’obiettivo previsto a livello europeo.

Caso particolare è quello della Sardegna, in quanto si tratta di un sistema semi-chiuso, con soli due (saranno tre nei prossimi anni) collegamenti con il sistema elettrico della Penisola.

In Sardegna le istanze di connessione di nuovi impianti presentate a Terna s.p.a. (gestore della rete elettrica nazionale) al 31 marzo 2025 risultano complessivamente 729, pari a 54,40 GW di potenza, suddivisi in 470 richieste di impianti di produzione energetica da fonte solare per 19,72 GW (36,25%), 225 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a terra per 15,65 GW (28,77%) e 33 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica  a mare per 19,02 GW (34,97%), una sola richiesta per centrale idroelettrica per 0,01 GW (0,01%).

54,40 GW significa più di 25 volte gli impianti oggi esistenti in Sardegna. Risultano installati (2023) impianti energetici a combustibili fossili per MW 2.365 di potenza installata e impianti energetici da fonti rinnovabili per MW 3.660.   La produzione energetica a intermittenza degli impianti rinnovabili fa si che, pur avendo una potenza installata ben superiore, producano meno gigawattora (GWh).

Qualche sintetica considerazione sulla speculazione energetica in corso in Italia è stata svolta autorevolmente dalla Soprintendenza speciale per il PNRR, che, dopo approfondite valutazioni, ha evidenziato in modo chiaro e netto: “… è in atto una complessiva azione per la realizzazione di nuovi impianti da fonte rinnovabile (fotovoltaica/agrivoltaica, eolico onshore ed offshore) … tanto da prefigurarsi la sostanziale sostituzione del patrimonio culturale e del paesaggio con impianti di taglia industriale per la produzione di energia elettrica oltre il fabbisogno … previsto … a livello nazionale, ove le richieste di connessione alla RTN per nuovi impianti da fonte rinnovabile ha raggiunto il complessivo valore di circa 328 GW rispetto all’obiettivo FF55 al 2030 di 70 GW” (nota Sopr. PNRR prot. n. 51551 del 18 marzo 2024)”.

Qui siamo alla reale sostituzione paesaggistica e culturale, alla sostituzione economico-sociale, alla sostituzione identitaria.  

Ritorniamo alla domanda iniziale: perché non si prende in considerazione la produzione energetica fotovoltaica diffusa sui tetti e si privilegiano i grandi impianti eolici e fotovoltaici?

Così come indicato dal quadro normativo, in tutta Italia, fra le aree idonee dovrebbero esser individuate le zone industriali e quelle già degradate, mentre dovrebbe esser privilegiata e incentivata la soluzione relativa al posizionamento di pannelli fotovoltaici sui tetti di edifici pubblici, capannoni, aziende, edifici privati, ecc.    

Sarebbe più che sufficiente per le necessità energetiche nazionali.

Si rammenta che lo studio ENEA pubblicato sulla Rivista Energies (N. Calabrese, D. Palladino, Energy Planning of Renewable Energy Sources in an Italian Context: Energy Forecasting Analysis of Photovoltaic Systems in the Residential Sector, 27 marzo 2023) afferma che per sopperire ai fabbisogni energetici dell’intero patrimonio residenziale italiano basterebbe realizzare pannelli fotovoltaici sul 30% dei tetti a uso abitativo.

L’I.S.P.R.A. afferma e certifica (vds. Report Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Edizione 2023, Report n. 37/202)) che è molto ampia la superficie potenzialmente disponibile per installare impianti fotovoltaici sui tetti, considerando una serie di fattori che possono incidere sulla effettiva disponibilità di spazio (presenza di comignoli e impianti di condizionamento, ombreggiamento da elementi costruttivi o edifici vicini, distanza necessaria tra i pannelli, esclusione dei centri storici).

Dai risultati emerge che la superficie netta disponibile può variare da 757 a 989 km quadrati. In sostanza, si spiega, “ipotizzando tetti piani e la necessità di disporre di 10,3 m2 per ogni kW installato, si stima una potenza installabile sui fabbricati esistenti variabile dai 73 ai 96 GW”. A questa potenza, evidenziano i ricercatori dell’ISPRA, si potrebbe aggiungere quella installabile in aree di parcheggio, in corrispondenza di alcune infrastrutture, in aree dismesse o in altre aree impermeabilizzate; “ipotizzando che sul 4% dei tetti sia già installato un impianto, si può concludere che, sfruttando gli edifici disponibili, ci sarebbe posto per una potenza fotovoltaica compresa fra 70 e 92 GW”. 

Qui la stima ISPRA 2023, suddivisa per superfici utili per ogni Comune italiano.

Ulteriore elemento produttivo – finora non adeguatamente preso in considerazione – è individuabile nella realizzazione di pannelli fotovoltaici lungo le principali arterie stradali (autostrade, superstrade)

Energia producibile senza particolari impatti ambientali e conflitti sociali.

Energia producibile in modo diffuso, democratico, più facilmente controllabile dalle popolazioni interessate.

Forse, la risposta alla domanda è proprio qui: tale produzione energetica danneggerebbe i grandi produttori, compresi quelli di proprietà pubblica.

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

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sabato 14 giugno 2025

Se per i rating diventa sostenibile investire nella distruzione della Palestina - Luca Pisapia


Due società di rating sugli investimenti sostenibili hanno ripulito l’immagine delle aziende che aiutano Israele nelle sue operazioni in Palestina


Si chiamano investimenti etici e sostenibili e promettono di investire per obiettivi positivi. O, se non proprio positivi, almeno rispondenti a una serie di parametri Esg, benché essi stessi siano troppo spesso “stiracchiati” a destra e a sinistra. Tuttavia, un’inchiesta del portale olandese Follow The Money, rivela che in alcuni casi investimenti considerati socialmente sostenibili hanno riguardato aziende che hanno contribuito alla pulizia etnica di Israele nei Territori occupati. Due tra le principali società di rating di sostenibilità, ovvero quelli che dovrebbero permettere di distinguere tra investimenti sostenibili e non, hanno infatti deciso di non considerare quanto avviene in Palestina nell’ambito dei loro criteri di esclusione. E hanno scelto di farlo proprio un anno e mezzo fa. Quando Israele ha cominciato, di fatto, l’annientamento del popolo palestinese.

Un giro d’affari da tremila miliardi di euro

Le due società di rating in questione sono entrambe americane. Si tratta di Morningstar Sustainalytics e Msci (la ex Morgan Stanley Capital International). Insieme forniscono circa l’80% dei dati mondiali sull’impatto delle attività commerciali sui diritti umani. Perché ovviamente le violazioni dei diritti umani interessano anche la finanza. Oltre a essere una brutta cosa, infatti, possono rappresentare rischi reputazionali e finanziari per le aziende e per gli investitori, incidendo sui loro profitti. Ai rating pubblicati da Morningstar Sustainalytics e Msci guardano quindi migliaia di istituti finanziari di tutto il mondo per orientare i loro investimenti etici e sostenibili. Si stima che i fondi di investimento socialmente responsabili gestiscano circa tremila miliardi di euro a livello globale. E di questi l’84% sia detenuto da investitori europei.

Fino a qualche anno fa, entrambe le agenzie catalogavano con bassissimi punteggi i rating di tutte le aziende che facevano affari nei Territori occupati. O che, ancor peggio, contribuivano materialmente all’occupazione e alle politiche di apartheid di Israele. Tanto che Sustainalytics, agenzia olandese, addirittura era accusata di dipendere troppo dal movimento Bds (Boicotta Disinvesti Sanziona) nel prendere le sue decisioni. Almeno fino al 2020, quando è stata rilevata dall’americana Morningstar. Tale acquisizione ha portato le analisi Esg della neonata Morningstar Sustainalytics sotto la giurisdizione statunitense. Da allora la questione palestinese ha cominciato a sparire dai radar. E i rating delle agenzie coinvolte nell’occupazione a migliorare miracolosamente.

Già nel 2022, l’azienda aveva ufficialmente annunciato che non avrebbe più recepito preoccupazioni e controversie relative ai diritti umani basandosi sull’operatività delle aziende nei Territori occupati illegalmente da Israele. Poi, dall’ottobre 2023, ha cominciato a sostituire la dicitura Territori palestinesi occupato con termini più neutri come Cisgiordania o Gerusalemme Est. E ha stabilito che per determinare la sostenibilità di un’azienda avrebbe smesso di usare i dati del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Finché, nel 2024, Morningstar Sustainalytics ha confermato pubblicamente di aver del tutto escluso tutto ciò che riguarda il conflitto israelo-palestinese dalla sua rendicontazione Esg.

Il caso Caterpillar: da bulldozer a arma di distruzione nelle mani di Israele

Non va certo meglio con Msci. Ancora nell’agosto 2023 nella sezione “controversie” degli investimenti etici e sostenibili segnalava Caterpillar. Citando «significative preoccupazioni relative al suo ruolo nei territori occupati». Diversi documenti di Amnesty International e Human Rights Watch sostengono infatti che da anni i macchinari di Caterpillar siano utilizzati da Israele in violazione del diritto internazionale. Come i bulldozer utilizzati dall’esercito per demolire le case dei palestinesi, distruggere gli uliveti e o condurre diverse operazioni a Gaza. È una relazione di lungo corso quella tra Caterpillar e Israele. I suoi bulldozer, per capirci, sono quelli che hanno ucciso l’attivista pacifista statunitense Rachel Corrie nel 2003. Come riportato dal Guardian qualche anno dopo.

Bene, ancora nel 2023 quindi, per Msci la Caterpillar aveva un punteggio Esg molto basso: 3 su un massimo di 10. Proprio per i suoi contributi alle violazioni dei diritti umani da parte di Israele. Ma improvvisamente, dopo l’ottobre 2023, nonostante la violenza israeliana si sia intensificata a livelli inimmaginabili, tutto cambia. E nell’agosto del 2024 il rapporto Msci su Caterpillar visionato da Follow the Money non menziona più il conflitto. Parole come Israele e Palestina sono scomparse del tutto. «Non sono emerse controversie», afferma ora Msci nella sezione “Diritti umani e comunità” di Caterpillar. E l’azienda americana passa da un rating di 3 su 10 al massimo: 10 su 10.

Tutto questo nonostante la stessa Caterpillar sia stata ancora protagonista in prima persona di diversi episodi di morte e di violazione dei diritti umani nella Striscia di Gaza. Come nell’episodio raccontato dal New York Times in cui i bulldozer della Caterpillar schiacciano delle ambulanze e un camion dei pompieri. Il tutto a seguito di un attacco mortale contro un convoglio umanitario nel sud di Gaza in cui sono stati uccisi quindici operatori umanitari palestinesi. Un episodio atroce, in cui un testimone oculare ha raccontato proprio di un bulldozer Caterpillar che spingeva corpi umani e detriti sottoterra.

«La violazione dei diritti umani da parte di Israele è una questione legale, non un’opinione»

Ma non c’è solo Caterpillar. Come raccontato più volte anche da Valori troppe aziende continuano a fare affari e a guadagnare, non solo dai territori occuparti illegalmente da Israele ma anche dalla pulizia etnica in corso. Secondo Follow The Money ci sono più di cinquanta società che operano a sostegno dell’occupazione israeliana, ma i rapporti di Morningstar Sustainalytics e Msci sul loro operato «non citano mai la parola guerra o occupazione». E quando il collettivo di giornalismo investigativo olandese ha chiesto spiegazioni, entrambe le agenzie di rating si sono rifiutate di rispondere. Il problema però non è tanto né solo di Morningstar Sustainalytics e Msci. Ma di tutti quegli investitori sostenibili, per la maggior parte europei e soprattutto a fondi pensione pubblici o privati, che si trovano a investire nella più grande violazione dei diritti umani in corso.

Ogni anno, infatti, i principali istituti finanziari europei pagano a Morningstar Sustainalytics e Msci decine di migliaia di euro per accedere alle loro valutazioni. Rating utilizzati per definire le strategie di investimento in materia di sostenibilità. Tra queste la banca olandese Ing. La banca d’investimento e fornitore di servizi finanziari svizzera Ubs. E il più grande fondo pensione norvegese, Klp. Tutti e tre hanno dichiarato a Follow The Money di «avere perso fiducia» nelle due agenzie di rating. E di essersi ritirate o di essere intenzionate a ritirarsi dal collaborare con loro. Anche perché, sostengono, è evidente la decisione tutta politica e poco finanziaria, su pressione dei gruppi d’interesse americani e israeliani, di modificare i rating delle aziende che fanno affari Israele.

Qualunque siano le opinioni sulla faccenda, migliorare il rating sui diritti umani dopo l’inizio di una guerra, come successo a Caterpillar, significa abbandonare la realtà e sposare la “dottrina Smotrich” (il piano di Israele per occupare a lungo termine la Striscia di Gaza e deportarne gli abitanti). Perché, come spiega Tara Van Ho, docente di giurisprudenza presso l’università dell’Essex, «le valutazioni sul rispetto dei diritti umani nelle zone di conflitto non hanno a che fare con approcci geopolitici o con opinioni divergenti. Ma sono una questione di diritto, puramente legale». Van Ho ha aggiunto infatti che fonti affidabili e verificabili sono ampiamente disponibili. «E per questo le agenzie di rating come Morningstar e Msci dovrebbero essere in grado di valutarli. Se riescono a ottenere informazioni oggettive e affidabili sulla situazione dei diritti umani in Arabia Saudita o nello Xinjiang in Cina, dovrebbero essere in grado di fare lo stesso per quanto riguarda i territori palestinesi occupati da Israele».

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giovedì 12 giugno 2025

La sinistra è una droga sistemica - Raúl Zibechi

 

In Ecuador e in Bolivia si stanno mettendo in evidenza i peggiori comportamenti delle sinistre e dei progressismi. In ambedue i casi si tratta di una deriva pragmatica che sostituisce l’etica per ambizione di potere e di lusso, mettendo da parte qualsiasi proposta programmatica, trasformando la politica in un mero esercizio di convenienze personali per ottenere vantaggi. Non è nuovo, certamente, ma nei due paesi menzionati tutto già passa senza il minimo tentativo di dissimularlo.

In Ecuador, i nove membri dell’assemblea del Pachakutik, partito di sinistra legato al movimento indigeno, hanno firmato un accordo con il governo di Daniel Noboa (giudicato da queste correnti come di ultradestra), per permettergli di governare dato che non ha una maggioranza parlamentare. Hanno dichiarato che lo hanno fatto per “amore del paese”, ma nascondono i benefici che ottengono con un tale atteggiamento che apre le porte ad un governo antipopolare, privatizzatore e fortemente repressivo.

Il partito di Rafael Correa non è rimasto indietro. Dopo aver firmato un accordo con la sinistra indigena e con il Pachakutik per il sostegno a Luisa González al secondo turno delle recenti elezioni, la candidata ha proposto niente di meno che Jan Topic (un altro di ultradestra) come futuro ministro dell’Interno nel caso avesse vinto le elezioni. Tranelli su tranelli, sgambetti da tutti i lati, che non fanno altro che screditare le forze che si dicono di sinistra.

In Bolivia c’è poco da aggiungere al teatro dell’assurdo di cui sono protagonisti Evo Morales e il presidente Luis Arce, ambedue dello stesso partito. Rafael Bautista lo ha detto in modo chiaro in un recente articolo: “Dietro tutte le offerte di «salvare la Bolivia», non c’è nessuna salvezza ma il vantaggio che dà una situazione generata per dare una continuità illegittima al medesimo circolo vizioso di un sistema e una cultura politica esaurita (che intendono ancora preservare coloro che a malapena vedono il potere politico come un pulsante patrimoniale)”.

Il pensatore boliviano aggiunge che “nei 14 anni del «governo del cambiamento», ugualmente si è continuato con il sistema delle prebende e il corporativismo dei dirigenti per dare potere a dei settori per pura convenienza politica”. Senza differenze programmatiche, il contrasto tra Morales e Arce rimane una semplice e brutale lotta per il potere personale, dove i caudillios sostituiscono le proposte politiche per ambizioni personali.

A questo si è ridotta la sinistra nel continente: ambizioni di caudillos e di piccoli gruppi per impadronirsi delle briciole che cadono dal tavolo del banchetto neoliberale. I popoli rimangono fuori da questa speculazione di élite progressiste e appaiono solo come risorse per vincere l’avversario. Perché non riescono più a dissimulare con le parole la crisi etica che li sta screditando senza rimedio.

La cosa più triste è che non c’è il minimo sintomo di autocritica, che i dirigenti persistono nell’inganno, a continuare un cammino che conduce al disastro senza consultare nessuno, oltre che la propria ombra. Aver separato l’etica dalla politica è stato come consegnarsi al più crudo pragmatismo, nel quale risaltano le ambizioni personali. Poco più.

Dobbiamo comprendere che la sinistra è una cosa del passato. Non possiamo continuare ad essere abbindolati dall’assurda idea, smentita mille volte dai fatti, che esista una contraddizione destra-sinistra, perché sono esattamente la stessa cosa. Le presunte differenze sono appena un teatro, uno show, per mantenere la popolazione e i movimenti sospesi in un inesistente dilemma.

La fine delle sinistre va di pari passo con la crisi dell’Occidente, nel cui seno sono nate, e con i cambiamenti sismici e traumatici del sistema-mondo, che non presuppongono nessun miglioramento per i popoli ma per le élite che già si sono sistemate di fronte ai cambiamenti futuri. 

Ma, soprattutto, dobbiamo comprendere che i politici di sinistra fanno parte delle élite, di quelli che stanno in alto, che hanno appreso a maneggiare i modi di coloro che stanno in basso per ingannarli meglio. Gli inganni impiegheranno un po’ di tempo ad essere scoperti dalla popolazione che li sostiene, ma non saranno eterni per quanto dannosi possono essere.

Un’ultima questione: il capitalismo non potrebbe reggersi se non esistesse tale “sinistra”. Il sistema ne ha bisogno, come sono necessarie le droghe per facilitare il dominio perché in questo modo controllano i desideri popolari e le sue organizzazioni. Insomma, la sinistra è una droga sistemica.

7 maggio 2025

Desinformémonos

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:

Raúl Zibechi, La izquierda es una droga sistémica”, pubblicato il 07-05-2025 in Desinformémonos, su [https://desinformemonos.org/la-izquierda-es-una-droga-sistemica/]

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mercoledì 11 giugno 2025

“C’è un’invasione di polpi mai vista prima. È un fenomeno senza precedenti, una minaccia”: gli scienziati lanciano l’allarme. Ecco perché sono così pericolosi


Le temperature record del Mare del Nord e della Manica, fino a 4°C sopra la norma, stanno attirando un numero anomalo di polpi. Un affare per alcuni pescatori, ma un disastro per granchi, merluzzi e plancton

 

·         È allarme nel Regno Unito per un’invasione di polpi senza precedenti. A causa di un’ondata di calore marina eccezionale, le acque che costeggiano l’Inghilterra non sono mai state così popolate di polpi. Una buona notizia, almeno nell’immediato, per alcuni pescatori, ma un campanello d’allarme potentissimo, secondo gli scienziati, per la salute dell’intero ecosistema marino. A raccontare la portata del fenomeno è Neil Watson, un pescatore che vende i suoi prodotti al mercato ittico di Brixham, sulla Manica. Nel solo mese di maggio, la sua flotta ha tirato su 48 tonnellate di polpi (Octopus vulgaris), una cifra sbalorditiva: 240 volte in più rispetto allo stesso mese dello scorso anno. “Non ho mai visto quello che sto vedendo oggi”, ha dichiarato a Bloomberg.

La scena che si presenta ai suoi uomini è quasi comica, se non fosse un segnale preoccupante: “Stanno tirando su le nasse per granchi e trovano solo un polpo felice e un mucchio di gusci dove ha pranzato”, racconta Watson, evidenziando come i polpi stiano decimando le popolazioni di crostacei. Per ora, i pescatori di polpi sono tra i pochi vincitori, ottenendo ottimi prezzi dai principali acquirenti europei.

La causa di questa proliferazione è chiara e allarmante: “Persistenti modelli di alta pressione questa primavera hanno accelerato il riscaldamento di un Nord Atlantico già insolitamente caldo”, spiega Paul Moore, climatologo del Met Éireann, il servizio meteorologico irlandese. Questi anticicloni hanno bloccato i venti occidentali e le correnti che rimescolano le acque, facendo sì che lo strato superficiale del mare si surriscaldasse drammaticamente. A maggio, la temperatura superficiale del mare a ovest dell’Irlanda è schizzata a 4°C sopra la norma, mentre le acque vicino al Regno Unito hanno registrato un aumento fino a 2,5°C, il più alto mai registrato. E secondo Moore, il mare rimane più caldo del normale, aumentando le probabilità che l’ondata di calore peggiori verso il picco estivo di agosto: “Non ci vorrà molto per farla salire di nuovo nei prossimi mesi”.

Se polpi, meduse e spigole prosperano in queste acque calde, altre specie vitali stanno soffrendo: “L’aumento dei polpi è avvenuto a spese delle popolazioni di crostacei di cui si nutrono. Ma a essere colpiti sono anche il merluzzo – un pilastro tradizionale del fish and chips britannico – e, cosa fondamentale, il plancton, la base della catena alimentare marina”, avverte Georg Engelhard, scienziato marino senior del Centre for Environment, Fisheries and Aquaculture Science (Cefas) del Regno Unito. “È un fenomeno senza precedenti per il nostro mare“, dichiara Engelhard. “Una minaccia che va ben oltre l’abbondanza temporanea di una specie e la scarsità di un’altra”.

Le conseguenze di un mare troppo caldo, spiega ancora Engelhard, possono essere devastanti. L’alta temperatura può innescare una “fioritura straordinaria di alghe”, che a loro volta privano il mare di ossigeno, creando “zone morte” in cui si verificano morie di pesci in massa. Inoltre, possono favorire la proliferazione di tossine e altri agenti patogeni che possono contaminare molluschi come cozze e ostriche, rendendoli pericolosi anche per l’uomo.

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