martedì 1 febbraio 2022

Per un modello energetico sardo totalmente rinnovabile - Fernando Codonesu

 

Pubblichiamo l’intervento di Fernando Codonesu, presidente del comitato di direzione della Scuola di cultura politica Francesco Cocco sulle ragioni del no alla proposta di inserire nucleare e gas nella tassonomia verde dell’Europa. Codonesu spiega come la sostenibilità, la transizione ecologica ed energetica si realizzino con un modello energetico costituito solo dalle rinnovabili, sia per l’Italia sia, e a maggior ragione, per la Sardegna che oggi è tenuta all’amo della canna del gas.


C’ è bisogno di una transizione ecologia ed energetica in una prospettiva di sostenibilità per il pianeta, sostenibilità fisica innanzitutto, economica e sociale, come condizione necessaria per la continuazione della specie homo sapiens sulla terra.

E’ per questo motivo che dobbiamo essere sempre più convinti della necessità di questa transizione  ecologica ed energetica per la sostenibilità di tutti i processi produttivi e di consumo sulla terra.

E’ a partire da questa considerazione che bisogna escludere dalla nuova tassonomia energetica suggerita dalla Commissione europea il capitolo del nucleare e quello del gas che sono e restano componenti del mondo fossile, indipendentemente dalle nuove riclassificazioni.

Il nucleare di “nuova generazione” di cui si parla, infatti, continua ad essere il nucleare da fissione di Chernobyl e Fukuschima Dai-ihi, quanto al gas è sempre un combustibile fossile e come tale è inquinante, compromette l’atmosfera ed è a termine.

Sui prezzi dell’energia e del gas

L’aumento vertiginoso del prezzo dell’energia elettrica e del gas dipende dalla congiuntura geopolitica che stiamo attraversando, a sua volta amplificata in parte strumentalmente dalla persistenza e diffusione in ogni parte del mondo della  pandemia da Covid-19 con le sue varianti,  ma l’andamento di questi prezzi non ha alcun rapporto né con l’energia nucleare (infatti la importiamo dalla Francia e i prezzi dell’energia non diminuiscono) né  con l’aiuto delle navi gasiere statunitensi che hanno dato un minimo di respiro all’Europa sulla vicenda dei prezzi energetici in questi ultimi due mesi.

Per quanto riguarda il nostro paese l’aumento così significativo del prezzo dell’energia dipende anche dalle scelte fatte nei decenni precedenti che non hanno visto un adeguato sviluppo delle fonti rinnovabili pur essendo nelle condizioni di sviluppare un’industria del vento e del solare.

Ma non tutto è perduto, i giochi sono ancora aperti e vi può essere un nuovo e più decisivo protagonismo da parte delle comunità locali, cittadini e imprese, a tutte le latitudini dell’Italia.

Investire sulle rinnovabili in Italia

L’unica scelta saggia che può condurre in un orizzonte temporale di due-tre decenni all’indipendenza energetica del nostro Paese, che dipende quasi interamente dall’estero, così come per l’intera Europa, è quella di investire massicciamente nello sviluppo delle rinnovabili.

Bioenergie, idroelettrico, vento e solare: sono queste le quattro filiere da sviluppare convintamente a livello nazionale  e regionale.

Se si analizzano i dati di produzione e di consumo, è immediatamente quantificabile il ruolo rilevante delle importazioni dall’estero per soddisfare la domanda.

I due miliardi all’anno stimati come necessari da dedicare al gas, secondo il ministro Cingolani, andrebbero più utilmente dedicati alla realizzazione di impianti da energia  rinnovabile in grado di colmare il deficit italiano con l’estero nei prossimi cinque anni.

Un modello energetico sostenibile

In Sardegna ci sono ancora le condizioni per realizzare un sistema energetico sostenibile, costituito da impianti di produzione da fonte totalmente rinnovabile che rendano sostenibili anche tutti i consumi a valle.

La regione Sardegna è nelle condizioni ideali per diventare una unica comunità energetica regionale: ci sono le condizioni strutturalinormative e tecniche che permettono di realizzarla.

Lo sviluppo delle comunità energetiche rinnovabili e dei cittadini possono costituire una valido percorso partecipativo della cittadinanza sarda per arrivare in breve tempo ad un modello interamente basato sulle rinnovabili.

Queste realtà economiche, culturali e sociali, dal nostro punto di vista, vanno prese  come esempio e possono essere replicate su scala più ampia fino ad arrivare ad un processo politico economico in grado di coinvolgere tutti i Comuni della Sardegna: è questa la sfida che dovrebbe essere raccolta coralmente da tutte le forze politiche sarde e dalla società civile.

Un progetto politico, culturale, economico, sociale e tecnologico di questa portata richiede uno sguardo lungo, non di parte, soprattutto una responsabilità politica bipartisan giacché in Sardegna quasi tutto ruota intorno alla politica, se si vuole riempire di contenuti ogni discorso sulla sostenibilità, sui programmi e progetti del PNRR e sulla necessità di intervenire significativamente contro il caro energia.

Sardegna totalmente rinnovabile

L’andamento dei consumi energetici ci permette di osservare che in Sardegna si è avuta una crescita lineare caratterizzata da un pendenza positiva costante dal 1983 al 2000, ancora sostenuta fino a metà degli anni 2000, per poi presentare una diminuzione continua fino al 2016.

Il picco complessivo dei consumi può essere riconosciuto intorno al 2010.

Il declino dei consumi industriali va di pari passo con la chiusura e dismissione delle industrie dei poli industriali isolani un tempo di proprietà della partecipazioni statali e poi in parte vendute ad alcune multinazionali.

Il gas che arriva con 50 anni di ritardo, sicuramente accettabile con l’avvio dei poli industriali nel secolo scorso, risulta obsoleto come proposta energetica e antistorico da un punto di vista politico, culturale e sociale. 

Per questi motivi bisogna cambiare rotta e dire no ad ogni ipotesi di riproposizione di combustibili fossili per la produzione di energia elettrica,  per l’uso termico e per la mobilità.

Secondo uno studio commissionato dal WWF e realizzato dall’Università di Padova e dal Politecnico di Milano, entro il 2050 la Sardegna può ambire a diventare un’isola a energia totalmente rinnovabile, abbandonando il carbone e creando dai 4mila ai 9mila posti di lavoro. Lo studio “Una valutazione socio-economica dello scenario rinnovabili per la Sardegna” ipotizza lo scenario di chiusura degli impianti di produzione di energia elettrica alimentati a carbone entro il 2025, e la decarbonizzazione dell’intero sistema energetico al 2050, evitando nuovi investimenti in combustibili fossili.

Anche l’Enel si è proposta di decarbonizzare l’isola con un orizzonte della potenziale neutralità climatica anticipato al 2030.

Rispetto ai bisogni energetici della Sardegna, la produzione da fonte rinnovabile è già oggi al 40%, ben al di sopra degli obiettivi stabiliti dall’Europa e dal piano nazionale.

L’analisi dei dati, degli impianti da fonte rinnovabile già presenti, le loro potenzialità di sviluppo, una diversa programmazione delle produzioni e dei consumi in uno scenario ecosistemico integrato, permettono di affermare che l’obiettivo della neutralità climatica potrebbe essere raggiunto in un periodo di 15-20 anni, pur di volerlo fare veramente.

Le risorse presenti nell’isola consentono peraltro di traguardare anche la possibilità di generare ulteriore energia fino alla produzione attuale che viene esportata, pur di programmare bene gli interventi e facendo in modo che ci sia un effettivo protagonismo e condivisione da parte delle comunità locali, delle imprese sarde e delle istituzioni pubbliche.

Le possibilità ci sono tutte, basta mettersi in cammino e provarci coralmente.

È possibile leggere l’intervento completo nel seguente link:

Per la defossilizzazione dei processi produttivi e dei consumi nel pianeta

 

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lunedì 31 gennaio 2022

La resa di Giacarta - Emanuele Giordana

 

Abitanti di un arcipelago di 17mila isole che si estende per 5 milioni di kmq di cui solo due di terre emerse, gli indonesiani chiamano il loro Paese «Tanah air kita», la nostra terra d’acque. Non deve quindi stupire che nel decidere il nome della nuova capitale dell’Indonesia, il Presidente Joko «Jokowi» Widodo abbia scelto di chiamarla Nusantara, letteralmente: «Arcipelago».

L’ACQUA È UN PROBLEMA, soprattutto a Giava, dove l’inverno, la stagione più piovosa, si accompagna ad allagamenti che fanno isole di quartieri attanagliati dalla morsa del mare e delle alluvioni. Un problema aggravato dalla lenta ma inesorabile erosione del terreno su cui poggia la Grande Giacarta, una capitale che – con Giacarta centro, città limitrofe e altre zone amministrative – costituisce un’area metropolitana di oltre 30 milioni di esseri umani.
Vessata da traffico, sovrappopolazione, inquinamento, alluvioni ed erosione – diventata in epoca Covid l’epicentro dei contagi – Giacarta sta per implodere. Scegliere una nuova capitale significa dunque tentare di ridurne rischi e impatto ambientale in un futuro dal quale sembra però difficile invertire la rotta.
Jokowi ci prova e ha pensato di fare di Nusantara – un termine giavanese che indicava i possedimento dell’antico impero marittimo di Majapahit sopravvissuto sino agli inizi del XVI secolo – la sua Brasilia.

IL PARLAMENTO il 18 gennaio ha approvato la legge che la istituisce, dopo una lunga fase di studio annunciata ufficialmente nel 2019. È uno dei piani più ambiziosi del presidente riformatore al suo secondo mandato. Assieme a una controversa legge di liberalizzazione dell’economia, l’adesione a un’ampia alleanza che ha istituto una free trade zone asiatica (Rcep), la riforma del welfare (pensioni e sanità pubblica) è la scommessa di un personaggio che si è conquistato una statura internazionale: prima nell’Asean, l’associazione regionale del Sudest asiatico, poi nel mondo, arrivando quest’anno alla presidenza del G-20.
Il parlamento ha votato a stragrande maggioranza la legge che consegna all’ex sindaco di Surakarta oltre 32 miliardi di dollari, tanto è previsto nel piano di costruzione avveniristico di una capitale (tra le reggenze di Penajam Paser Utara e Kutai Kartanegara attualmente non collegate tra di loro), che disterà dall’attuale circa 2mila chilometri in linea d’aria…. e 60 ore di macchina e traghetto se qualcuno avesse paura di volare.

LA NUOVA CAPITALE è stata disegnata per sorgere nel Kalimatan orientale (l’isola di Borneo), in un certo senso al centro del vasto arcipelago. Teoricamente Jokowi si aspetta di inaugurarla nel 2024: solo due anni. Potrebbe sforare nei tempi e nel budget ma, stando alla stampa locale, potrà contare su soldi e finanziamenti «amici»: dal Giappone agli Emirati. E difficilmente i cinesi ne sono fuori anche se l’oculata politica di Widodo ha sempre dato un colpo al cerchio e uno alla botte.

Diverrà il centro politico e amministrativo ma Jokowi pensa in grande. Non vuole farne una nuova Naypyidaw (Myanmar) o una nuova Putrajaya (Malaysia), che hanno sostituito Yangon e Kuala Lumpur senza riuscire a emularne il fascino e soprattutto trasformando le nuove città in posti poco vivibili che costringono tanti a fare i pendolari. Ma se Putrajaya è a 34 km da KL e Naypidaw a 4 ore di macchina da Yangon, per andare a Nusantara ci vorranno ore di viaggio che, tra attese, check in e misure di sicurezza, trasformerebbero il volo in almeno 4-5 ore di tempo buttato.

LA SCELTA PERÒ ERA INEVITABILE. Lambita dal mare e attraversata da una dozzina di corsi d’acqua, Giacarta poggia su un terreno fradicio e paludoso. Non era così quando si chiamava solo Sunda Kelapa ed era un piccolo porto posseduto dal regno di Sunda. Attratti dalla sua posizione ci arrivano per primi i portoghesi nel 1513 e si accordano col monarca per rafforzare le difese del piccolo porto in posizione commercialmente strategica sul mare interno di Giava. Dopo che nel 1527 il comandante Fatahillah scaccia gli stranieri con la spada dell’islam, Sunda Kelapa diventa Jayakarta, dipendenza del sultanato di Banten. Si barcamena tra le mire di nuovi intrusi: inglesi e olandesi. Questi ultimi hanno la meglio e nel 1619 fanno di Jayakarta la capitale della Vereenigde Oost-Indische Compagnie (Voc), rinominandola Batavia.

Fonte: il manifesto

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venerdì 28 gennaio 2022

Mr. Osman: l'uomo che ha piantato 40mila alberi in 35 anni - Maria Rita D'Orsogna

Il signor Osman Erol vive nella piccolissima citta’ di Hallaçlı a Çankırı, nella Turchia centrale.

Ha 90 anni.

Hallaçlı ha solo 169 persone. E poi almeno 40,000 alberi tutti piantati dal signor Osman nel giro di 35 anni.

Osman da giovane era un agricoltore e ha inziato a piantare alberelli attorno al suo villaggio per nessun motivo specifico. Semplicemente gli piaceva vedere il verde. Nel corso degli anni ne ha piantati altri ed altri ancora ovunque gli sembrasse opportuno e in tante localita’ vicine al suo villaggio.

Pini, pioppi, ma soprattutto alberi da frutta fra cui pere, mandorle e prugne.

Adesso che e’ in pensione li cura tutti a tempo pieno e continua a piantarne, sotto il sole e sotto la pioggia. A volte, quando lo prende l’insonnia esce a studiare dove poterne piantare di altri.

Dice che porta sempre con se dei semi di mandorle ed e’ contento quando la gente mangia la frutta dei suoi alberi. Tutti possono prenderne. Dice pure che spera di poter fare tutto questo fino alla fine dei suoi giorni.

Prima di Osman, Hallaçlı aveva poco verde, perche’ la zona e’ molto arida. Ma grazie al suo lavoro il villaggio e’ ora pieno di alberi, i pastori ne trovano l’ombra molto utile, la gente ne e’ orgogliosa e anzi cerca di curarli anche loro. La frutta viene reglata a tutti, e ce n’e’ cosi tanta che la regalano pure a quelli dei villaggi vicini.

La Turchia ha dichiarato il giorno 11 Novembre il giorno nazionale delle forestazione, con la speranza di aumentare il numero di alberi nel paese. In parallelo una campagna per incentivare il consumo e l’esporatazione di prodotti collegati alla foresta, come miele e frutta, per dare reddito in piu’ ai residenti.

E poi c’e’ il signor Osman, esempio per tutti.


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giovedì 27 gennaio 2022

Affrontare le paure ci rende più liberi - Marcelo Trivelli

 

La paura è la reazione corporea e/o psicologica a un pensiero che nasce nel cervello, derivante da esperienze passate o immaginarie, di fronte alla proiezione del verificarsi di un evento non desiderato. È una reazione flessibile per sopravvivere nel lungo percorso evolutivo.

Nel XXI secolo, le necessità fondamentali per la sopravvivenza vengono soddisfatte, ma nonostante ciò la paura continua a essere un’emozione molto frequente nella società. I nostri antenati conoscevano i pericoli ai quali erano esposti e la loro vita si adattava a questa realtà. Oggi la paura, come base dell’istinto di sopravvivenza, viene sostituita dalla sfiducia e dal timore del cambiamento. Il paradosso è che col passare del tempo diventiamo sempre più dipendenti da altre persone e che nella società di oggi il cambiamento è l’unica certezza che abbiamo.

Nella maggior parte dei casi, la paura genera angoscia e paralizza non solo il corpo, ma anche la mente. D’altra parte, chi riesce ad affrontare le proprie paure allarga i confini dell’immaginazione e dell’azione. In questo modo si avanza nel percorso della libertà.

Affrontare le paure significa addentrarsi nell’ambito della ragione, significa osare mettere in discussione ciò in cui crediamo, ciò che siamo e che ci circonda, non allo scopo di confermare i nostri timori, ma per aprirci alla scoperta delle nostre origini e dei nuovi mondi a cui siamo esposti ogni giorno. A questo proposito, le reti sociali e i loro algoritmi sono progettati per confermare le nostre paure, più che per abbattere confini autoimposti.

Le bambine e i bambini nascono liberi dalle paure. Imparano a camminare, a cadere e a parlare senza paure. Cosa più importante, le loro vite cominciano senza la paura per l’ignoto e senza mettere in discussione ciò che li circonda. Ed è proprio questo pensiero critico che permette loro di imparare a una velocità impressionante. Purtroppo questa capacità si perde man mano che ci addentriamo nel mondo adulto e dove il sistema di istruzione formale svolge un ruolo determinante nel limitare la capacità di sorprenderci, curiosare e creare. Le metodologie di insegnamento/apprendimento sono incentrate sulle materie cognitive e lasciano decisamente in secondo piano lo sviluppo delle abilità socio-emotive necessarie per affrontare i cambiamenti che sono ormai una costante delle nostre vite.

La sfida per l’istruzione è quella di sviluppare le abilità che consentano a bambine, bambini e giovani di sostituire la paura con la fiducia. Per fare ciò, chi opera nel campo dell’istruzione deve essere un modello di empatia e partecipazione, quest’ultima intesa come la nuova convivenza dei giorni nostri, ricevendo sempre sostegno da un sistema di incentivi che possa equilibrare tutti gli ambiti contemplati nei programmi del Ministero dell’Istruzione.

Passare a un’istruzione di qualità è il più grande atto di trasformazione sociale e il contributo principale per raggiungerla è mettere ogni bambina, bambino e giovane nelle condizioni di poter analizzare a fondo i legami basati sulla fiducia. Possedere le capacità per affrontare le paure spalanca le porte a una libertà maggiore: la libertà di vivere, creare, innovare e condividere.

Traduzione dallo spagnolo di Cinzia Simona Minniti

Revisione di Anna Polo

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mercoledì 26 gennaio 2022

Benvenuti - G. Carmosino, M. Calabria, R. Troisi

 Viviamo anni in cui sempre più parole perdono di significato e il loro portato di idee. Una di queste parole, un verbo, è proteggere. Possiamo davvero continuare a pensare che siano i governi e gli Stati, come appaiono oggi, così poco amati e in declino, a proteggerci dalle grandi minacce del nostro tempo? Quello a essere protetta, in qualunque contesto, è un diritto fondamentale per ogni vita. Possiamo cominciare a immaginare espressioni organizzate della politica – magari comunitarie, cittadine, rurali, più vicine alle realtà locali di ogni giorno – potenzialmente capaci di farlo? Possiamo smettere di aggirarci come sonnambuli, l’espressione metaforica è di Arundhaty Roy, nei meandri dell’architettura di un capitalismo della sorveglianza che, una volta preso il controllo del nostro tempo e di ogni comportamento non assimilabile alla sua riproduzione, ci chiede anche di esserne felici? Possiamo provare a proteggerci l’una con l’altro da quell’architettura?

Libertà di movimento

Gli anni che passano si portano via una cosa dopo l’altra. Quello che si avvia a conclusione mostra in prima pagina, sul territorio italiano, certamente ancora il segno della pandemia e delle sue molteplici conseguenze, anche sul piano delle restrizioni delle libertà di movimento. Per quel che riguarda i migranti e i rifugiati (la distinzione è arbitraria, può avere senso solo in specifici contesti normativi), le persone limitate nei movimenti per eccellenza nel mondo contemporaneo, è stato un anno durissimo. Lo hanno segnato le vite stroncate in mare ma anche, in misura certo diversa, le detenzioni nei luoghi di concentrazione, su entrambe le sponde del Mediterraneo. Le detenzioni amministrative di persone che non hanno commesso reati sono state introdotte in Italia alla fine del secolo scorso, con una mostruosità giuridica. L’istituzione dei Centri di permanenza “temporanea”, con la legge Turco-Napolitano (1998), venne dettata, tra le altre cose, dal prevalere delle retoriche dell’invasione e dell’emergenza, generate in buona parte da scelte irresponsabili dei grandi mezzi d’informazione.

 

Logiche di emergenza

Oltre vent’anni dopo, il sistema di accoglienza italiano, ricucite solo in superficie le ferite prodotte dalla furia devastante dei decreti sicurezza introdotti dal primo governo Conte, è ancora largamente dominato dalle logiche di emergenza. Dal punto di vista giuridico, il concetto di emergenza non può essere disgiunto da eventi contingenti, dall’insorgere di particolari situazioni estreme che non ne permettono la gestione con leggi ordinarie. Dal punto di vista politico, in genere, le logiche di emergenza sono solite ostacolare o rendere impossibile il riconoscimento delle ragioni sociali e culturali che generano le crisi, le responsabilità ad esse connesse e gli interessi in gioco. Concentrano l’attenzione sugli effetti immediati di quel che accade, o si presume che accada. Poi tutto scivola via, nel rumore di fondo della palude mediatica.

 

Un paese di transito

Negli anni più recenti, la costruzione dell’emergenza è stata quasi sempre utilizzata dai poteri dominanti per introdurre logiche di controllo, segregazione e contenimento al fine di tutelare presunti interessi generali, leggasi nazionali. L’apporto mediatico a quella costruzione ha scandito spesso i tempi della costruzione dell’emergenza in modo intermittente, con periodi di sovraesposizione mediatica seguiti da lunghe pause di silenzio. Fino alla successiva emergenza. Ne consegue, con ogni evidenza, l’enorme difficoltà nella proposizione di interventi risolutivi o “strutturali”, capaci di produrre reali cambiamenti in profondità e alternative politiche che esulino dal contesto emergenziale. Non si tratta di errori di valutazione, sono strategie e consapevoli scelte politiche. L’Italia viene considerata un “paese di transito” incapace di accogliere ma soprattutto di includere (azione che, a differenza dell’integrare, comporta un cambiamento culturale profondo e non la “normalizzazione” dell’altro) nuovi cittadini soltanto perché sceglie di esserlo. Lo scelgono i suoi governi. Ogni giorno.

Benvenuti Ovunque

Nelle pagine che seguono, in questo nostro secondo Rapporto sull’accoglienza diffusa in Italia, intitolato con ostinazione “Benvenuti” – questa volta anche in dialogo vivo con i versi di Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura nel 1986, che trovate in controcopertina – c’è soprattutto una declinazione dettagliata, limitata per lo più ai problemi dell’accoglienza, della pervasività nefasta delle inossidabili logiche emergenziali. Quell’influenza malefica proviamo a raccontarla, giorno per giorno, settimana dopo settimana, nelle centinaia di articoli pubblicati ogni anno su “Benvenuti Ovunque”, la testata interna a Comune-info in cui raccogliamo l’informazione dedicata ai migranti, ai rifugiati e ai richiedenti asilo. E la raccontiamo qui, nei diversi approfondimenti sulle difficoltà cronicizzate che ostacolano anche solo il riavvio (dopo lo smantellamento salviniano) di un sistema pubblico marcato in profondità dal dominio del controllo delle prefetture e dall’impronta emergenziale.

 

L’accoglienza diffusa

L’intervista a Gianfranco Schiavone traccia un quadro molto preciso di un sistema che la legge indica come binario e la realtà delle volontà politiche fa pendere decisamente da una parte, la solita. Roberta Ferruti ci racconta invece le potenzialità e le capacità di resistenza di straordinarie esperienze di accoglienza diffusa, messe tenacemente in rete, malgrado cresca la criminalizzazione della solidarietà. È avvenuto a Riace, com’è a tutti noto, ma lo si vede anche al confine con la Slovenia, come spiega Gian Andrea Franchi nella conversazione con Rossella Marvulli. La registrazione video di un incontro molto ricco di sguardi plurali, che insieme compongono la trama della restituzione di dignità alla parola accoglienza, allarga lo sguardo della critica dell’emergenza sostenendolo con proposte puntuali, praticabili e ambiziose. Sono state raccolte intorno al tavolo “Lo Sai?” a conclusione di un lungo e partecipato percorso di incontri territoriali che è andato avanti per mesi. Di quell’incontro trovate anche una sintesi scritta.

L’Europa dei fili spinati

Non poteva certo mancare, in questo nostro resoconto annuale sullo stato delle cose dell’accoglienza, un punto di vista rigoroso sull’esternalizzazione delle frontiere e sui silenzi, le responsabilità e le complicità dell’Unione Europa sulla tragedia di persone inermi, strumentalizzate e respinte. Bambine e bambini compresi, naturalmente, quelli che magari si preferisce chiamare “minori stranieri non accompagnati”, privandoli – spiega Lavinia Bianchi – della condizione di soggetto di diritto per poi collocarli all’interno di strutture. Ingranaggi di un apparato. Di quell’Europa lì, perché sappiamo bene che ce n’è anche un’altra, meno visibile e meno raccontata, si occupano Filippo Miraglia, a partire dallo scandaloso doppio ricatto esercitato sui rifugiati ammassati al confine tra Bielorussia e Polonia, e Fulvio Vassallo Paleologo, soprattutto dal punto di vista giuridico, con una lunga analisi del quadro normativo sulla protezione internazionale e una breve storia ignobile di Frontex, l’agenzia del divieto d’entrata.

 

Settant’anni di pace

Accanto all’Europa abbiamo messo la guerra. In questo piccolo angolo del mondo, si continua a credere che non esista solo perché non si combatte dentro i confini continentali: nei settant’anni di “pace” seguiti al secondo conflitto mondiale, almeno duecento milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case. Lo ricorda l’ottimo articolo di Fabio Alberti. Molte di quelle persone sono nate in Afghanistan. Fanno parte di un esodo che dura da oltre venticinque anni, ne scrivono Paolo Moroni e Orlando Di Gregorio del Laboratorio Percorsi di secondo welfare. Un esodo condannato a un’eterna dimensione emergenziale che suscita una pietà effimera quanto surreale anche in Italia. La denuncia dell’Asgi è netta e non afferma certo una novità. Eppure ogni volta pare si debba ricominciare da capo. Mancanza di memoria? Il tema della rimozione del passato anche recente, per quel che riguarda le donne e gli uomini in fuga da Kabul, è estenuante quanto scandaloso. Per fortuna, sulla memoria c’è anche chi lavora in tutt’altra direzione creando comunità narrative e coinvolgendo da molti anni i soggetti della migrazione nella raccolta di storie e testimonianze. È l’Archivio delle memorie migranti di cui si è preso cura Alessandro Triulzi.  

Il razzismo di ogni giorno

Ci sono almeno altri due temi, pur limitando il discorso all’accoglienza, che ci sembrava essenziale sottolineare. Il primo è che il razzismo si combatte, con qualche speranza di successo, non solo con le normative e sui gommoni ma se lo si affronta nella vita di ogni giorno. Per questo siamo andati a cercarne la profondità nei supermercati delle province basche, con la straordinaria indagine raccontata magistralmente da June Fernández. Ne fanno le spese le donne discriminate per antonomasia, le zingare, che in Spagna si chiamano gitane, una popolazione che in quel paese riesce almeno a vivere, per il 92 per cento, in case o appartamenti veri. Un’utopia realizzata, se la si guarda dalle periferie delle città italiane. La seconda immersione nella vita quotidiana, a far da contraltare al razzismo antizigano, è la bella esperienza del mondo di Coloriage, la sartoria che abbiamo scelto per “arredare” tutte le nostre pagine con il prezioso reportage fotografico bianconero di Leonora Marzullo e Manuel Grande. Andate poi sul sito del laboratorio romano di saperi e pratiche artigianali a inondarvi di tonalità brillanti e di meraviglie del colore.

 

Aprire i concetti

Il secondo tema che ritenevamo impossibile trascurare è quello del linguaggio. L’articolo di Laura Morreale è forse il più importante, dal punto di vista del grande racconto contenuto in questo quaderno, perché prova ad aprire il concetto stesso di accoglienza e a guardare nelle sue profondità meno scontate, visibili e discusse. È solo così che si sfugge alla falsa rappresentazione dei salvatori e dei salvati e si rivela quanto il lessico che utilizziamo generalmente, anche tra chi si batte strenuamente per l’affermazione dei diritti delle persone migranti, sottintenda e riproduca un rapporto di disuguaglianza. Aprire i concetti è la cosa più ambiziosa e importante che tentiamo di fare, con alterne fortune, dal 2012 sulle pagine di Comune-info. Non abbiamo molta compagnia in questa disperata impresa, ma non ci siamo ancora stancati, teniamo duro. O almeno ci proviamo, perché vogliamo arrivare in un mondo che non esiste, come quello del sogno dei migranti. I migranti hanno abolito le frontiere tra il mondo che esiste e quello che desiderano. Rifiutano di pensare che ogni speranza sia un’illusione.

Bussare alle porte

In uno splendido articolo uscito su Doppio Zero un paio di anni fa e intitolato “Derrida a Riace”, Gianluca Solla ricorda come il filosofo francese avesse visto già negli anni ‘90 del secolo scorso l’incombente ricchezza di questioni che le migrazioni avrebbero portato all’interno dell’orizzonte europeo: “Nel momento in cui si pretende di abolire le frontiere interne, si procede a un blocco ancora più stretto delle frontiere esterne della cosiddetta Unione Europea. Coloro che chiedono asilo bussano successivamente alle porte di ciascuno degli Stati dell’Unione europea e finiscono per essere respinti a tutte le frontiere. Con il pretesto di lottare contro un’immigrazione travestita da esilio o in fuga dalla persecuzione politica, gli Stati respingono sempre più spesso le domande di diritto d’asilo… lasciano che sia la polizia a fare la legge”.

Illegalità e terrorismo

L’unica istanza diventa così quella della polizia, come un altro acuto osservatore del Novecento, Walter Benjamin, aveva a suo tempo prontamente profetizzato, sottolinea Solla, aggiungendo poi che “senza invenzione politica, senza il coraggio che serve perché la polis sia qualcosa in più di una semplice espressione territoriale, non si evita che le città perdano vitalità propositiva per chi ci vive, per esempio musealizzandosi. Giocoforza allora soccombere alle istanze poliziesco-securitarie della nostra Società: la polizia finisce per sostituire la politica, diventa la vera erede della polis, ossia ne decreta la morte ad oltranza. Da qui sorge quella equiparazione di illegalità e terrorismo, che è il vero sintomo della brutalità linguistica e politica della nostra epoca”. 

Il controllo del territorio

Le frontiere sono state inventate per dividere le persone. Una falsa rappresentazione della realtà che dura da troppo tempo. Così come l’accoglienza prigioniera delle logiche emergenziali finge di dividerne la gestione in un sistema binario per affermarne in realtà soltanto una, quella dello Stato e delle questure. Ancora una falsa rappresentazione della realtà. A noi le frontiere piace guardarle dalla parte di chi non ha l’ossessione del controllo del territorio in nome di una presunta identità nazionale. Fino a farle via via scomparire.

[Marco Calabria, Gianluca Carmosino e Riccardo Troisi]


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