domenica 4 aprile 2021

L’ottagono di Big Pharma - Guglielmo Ragozzino

 

AstraZeneca ha radici anche in Italia, dove ha tratto linfa dalla svendita dell’industria farmaceutica alla ricerca di rapidi guadagni. Ricostruendo quella storia si capiscono i lati dell’ottagono che costituisce Big Pharma oggi.

 

Il potere di chi ha sotto mano la tastiera è assurdo. In un mondo in cui tutti sanno tutto del Covid 19, con annessi e connessi, uno s’immagina di poter contribuire alle cognizioni generali, aggiungendo qualcosa a proposito di Big Pharma, come fosse oggetto di molta attenzione. Big Pharma è un’espressione colorita, diventata abituale nei tribunali americani, soprattutto nelle cause di class action dei cittadini contro i farmaci o i trattamenti colpevoli di morti o di gravi alterazioni per i pazienti. Nella memoria collettiva c’è ancora il caso verificatosi nella seconda metà del secolo scorso di bambini nati con gravi malformazioni agli arti per un sedativo “sicuro” assunto dalle madri nei primi mesi di gravidanza. Si può dire che il pubblico non riesce a liberarsi dalla paura di conseguenze inattese dei farmaci. Ne discutono, ne fanno propaganda soprattutto alcune persone convinte del potere delle imprese farmaceutiche, della loro segreta connivenza, dell’imbroglio finale che esse condividono, speculando, approfittando della vacuità, della pochezza, della corruzione dei governi. Questa precauzione va utilizzata con buon senso. Imputare colpe infami a un complotto segreto – una delle dicerie intorno a Big Pharma – attribuendolo magari alle mene sconosciute di qualche sconosciuto monarca, qualche Grande Fratello, deciso a utilizzare un’arma proibita di distruzione di massa per conquistare altro potere nell’ingenuo mondo della gente perbene – è un’interpretazione dei fatti che esiste ma serve poco.  In buona misura è una scorciatoia che non aiuta a capire, ma allontana dall’obiettivo del buon giudizio, ammesso che la scelta migliore sia comprendere i fatti per quel che sono e agire in conseguenza. Colpiti dunque dalla ambiziosa presunzione di saperne più degli altri, abbiamo così provato a dire la nostra su Big Pharma, esercitandoci con alcune domande e alcuni tentativi di risposte.

1.      Perché non c’è un vaccino italiano?

2.      Esiste, o esisteva, un sistema farmaceutico nazionale italiano? 

3.      Si trova qualche dritta in un libro: “Il bagnino e i samurai”? 

4.      Che ci fanno i cinesi a Nerviano?

5.      Che cos’è davvero Big Pharma?

6.      Quali sono le imprese farmaceutiche che fanno parte di Big Pharma, ammesso che esista?

7.      Cosa c’entra Zeynep Tufekci?

 

1. Perché non c’è un vaccino italiano?

La domanda sembra provocatoria, soprattutto adesso, nel momento in cui si diffonde la leggenda di un’imminente soluzione italica. Ammesso che esista, sarebbe un laboratorio dislocato qui o là nello Stivale per non sprecare gli ultimi spiccioli della domanda di vaccini. Al contrario, tutti sanno perché non c’è un vaccino italiano. Perché non siamo stati capaci di farlo. O perché, a farlo, non si guadagnava abbastanza. Chissà poi che non sia stato effettivamente fatto, ma poi se ne sia dimenticato il principio ispiratore in un ripostiglio, o perso in qualche trasloco. Inoltre si riflette, forse malignamente, che è meglio così. Come fidarsi di un farmaco tanto importante, vitale e probabilmente complicato, senza avere alle spalle una ricerca scientifica, una coerente fase di sperimentazione, una sensata convinzione nelle proprie capacità? Tutto vero, ma questo non ci esime dal cercare di capire i motivi. Questa incapacità è un fatto recente o è sempre stato così? Un’industria farmaceutica italiana è mai esistita?

 

2. Esiste, o esisteva, un sistema farmaceutico nazionale italiano? 

Il sistema farmaceutico italiano esiste, esiste da un paio di secoli, analogamente a quello quasi coevo in Germania e in Francia. Anche in Italia sono decine i farmacisti che hanno studiato e cominciato a fornire medicine “scientifiche”ai loro pazienti a partire dai primi decenni dell’Ottocento. Erano perlopiù capaci di manipolare le sostanze, provando e riprovando, tanto coraggiosi da tentare; inoltre sapevano leggere e imparare quello che avveniva altrove. Rare le esclusive, ma diffuse le capacità di cercare, studiare e provare farmaci e rimedi. Il nome più importante è Carlo Erba. Nato nel 1811 a Vigevano, laureato a Pavia. Farmacista del milanese, grandi vedute, spirito imprenditoriale schumpeteriano, finanziatore del Politecnico. Uno dei suoi 6 fratelli, Luigi, pianista di vaglia, ne continua il lavoro, si lega all’aristocrazia milanese – Castelbarco, Visconti. Sarà un nipote Visconti arrivato alla testa della società Carlo Erba a venderla alla potente Montedison, appena nata da una fusione, dando la colpa al sindacato che pretende troppo con un suo contratto di lavoro nazionale. Un altro Visconti, parente del precedente, quindi pronipote di Carlo Erba il fondatore, ha da sempre opinioni politiche diverse dalla famiglia e dopo aver diretto La Terra trema e Ossessione, dirige anche Rocco e i suoi fratelli; si chiama Luchino, Luchino Visconti.
Di mano in mano, Carlo Erba finisce prima a Montedison, poi a Kabi Pharmacia poi ad Astra Zeneca e poi a Johnson & Johnson. Non è la sola; c’è un altro ramo della maggiore industria farmaceutica nazionale da non dimenticare.
La potente nuovissima Montedison nasce nel 1965 ed è la fusione della chimica nazionale, Montecatini e della maggiore compagnia elettrica italiana, Edison, piena di denaro contante per aver venduto centrali e linee elettriche e contatori allo Stato e cioè a Enel per la legge sulla nazionalizzazione elettrica del 1962. Piena di contante e senza idee. Montecatini possiede da decenni metà Farmitalia, seconda grande impresa farmaceutica nazionale che dalla famiglia Schiapparelli era passata nel lontano 1936 in proprietà a una società paritetica tra la stessa Montecatini e i francesi di Rhône Poulenç. Il destino è scritto. Acquisita l’intera società, data la disponibilità di capitale fresco ex elettrico, avendo liquidato il socio francese, Montedison si trova in mano due società farmaceutiche, le maggiori in un paese in cui gli altri pezzi forti si appoggiano a imprese straniere. Solo nel 1978 si realizza la fusione Farmitalia – Carlo Erba. Se c’è voluto tanto, la causa apparente è qualche pasticcio di Borsa. Sotto è probabilmente l’insofferenza di direttori e ricercatori a riallinearsi nel nuovo gruppo, rinunciando a ricerche e sviluppi in corso. Dopo tutto è la storia di tutte le fusioni dell’epopea capitalistica, ma è particolarmente difficile in un ambiente impegnativo come quello dei farmaci per la vita delle persone. Nel 1987 delisting, cioè uscita dalla Borsa, tanto per evitare che qualcuno possa chiedere conti o ricchi dividendi e acquisto del 41% di Antibioticos, impresa spagnola; i responsabili montedisini hanno compreso che è necessario allargarsi e crescere di peso per fronteggiare le malattie e le cure, nel mondo globalizzato o almeno nell’occidente ricco, per non rimanere in seconda fila; se c’è un momento per un Big Pharma nazionale, è proprio questo. Solo che, dopo un tira-e-molla (compro io o compri tu?) con gli svedesi di Kabi Pharmacia, sono questi ultimi a comperare tutto. In Montedison è però cambiato molto, per la terza o la quarta volta in dieci anni. Ora si chiama Enimont. A vendere, adesso, è il nuovo leader di Montedison, che come si vedrà al prossimo capitolo faceva da giovane il bagnino. Da bagnino a capo di Montedison ed Enimont? Una carriera favolosa.

 

3. Si trova forse qualche risposta in un libro: “Il bagnino e i samurai”? 

Un bagnino di bell’aspetto, a Cesenatico, fa innamorare una signora di buona famiglia, anzi buonissima: è una Ferruzzi. Il bagnino se la sposa e abbandona le spiagge cambiando mestiere. Diventa allievo e collaboratore di Raul Gardini oltre che suo cognato. Si chiama Carlo Sama. La famiglia dopo un po’ liquida Gardini, per le sue mani bucate e l’ego esagerato che lo ha portato a uno scontro frontale con i poteri costituiti del capitalismo italiano – banca e industria – e affida quel che rimane dell’impero Ferruzzi dilapidato proprio a Sama. Il compito di Sama è complicato. Gardini, subito prima di essere estromesso dalla famiglia, in un’insolita partita a pari e dispari ha appena vinto Enimont, cioè l’acquisto dell’intero impero Montedison + Eni: la chimica, la finanza e il resto. La mano ora tocca a Sama. Questi chiama Garofano, un manager qualsiasi, come responsabile operativo e trattiene per sé le scelte finanziarie. Trascurando il resto, che sarebbe poi Tangentopoli dove, uno dopo l’altro, incappano tutti i personaggi rilevanti della storia, anche tragicamente – spesso la farsa si trasforma in tragedia, come tutti già sapevano, ben prima di Carlo Marx – qui occorre ricordare solo la vendita agli svedesi di Farmitalia, Carlo Erba compresa, per duemila duecento miliardi di lire. L’indebitamento bancario di Enimont, alla cui copertura era destinato, superava quell’entità da dieci a quindici volte. Così dopo aver svenduto il gruppo farmaceutico, la famiglia Ferruzzi è costretta a cedere tutto il resto consegnando le chiavi, cominciando da quelle della grande chimica appena conquistata. Trascurando altri dettagli, per divertenti (o tragici) che siano ed evitando di perdere tempo sui disastri industriali, sociali, sindacali, scientifici, umani, processuali legati molto spesso alla caduta di Enimont, torniamo a bomba.
Pharmacia Kabi, il compratore svedese che fa parte del gruppo Precordia, ha presunto troppo del suo appetito: non è in grado di smaltire da solo Farmitalia e Carlo Erba. Quindi, gli svedesi che ormai, cambiato nome e modello, si chiamano Astra, si associano, seguendo la moda del tempo, agli inglesi di Zeneca che a loro volta sono un risultato dello spacchettamento in tre parti dell’inglese, di antichi natali, Imperial Chemical Industries, ICI. Il gruppo farmaceutico italiano, ormai filiale anglo-svedese è ben presto smantellato nei fatti nonostante tutte le promesse; vengono così dispersi i samurai, cioè i ricercatori, ricordati nel titolo, “Il bagnino e i samurai” dello studio di Daniela Minerva e Silvio Monfardini, edito da Codice, dedicato alla  precocissima fine della ricerca biomedica in Italia. Insieme ai samurai è disperso il loro lavoro generoso, la ricerca, che si sforzava di conoscere, imparare, insegnare. Tutto per aria, tutto sprecato, perché la ricerca non offriva un guadagno immediato che è quello di cui gli azionisti hanno spesso un bisogno disperato. Nei consueti stravolgimenti dell’industria farmaceutica talvolta qualche pezzo viene dimenticato; è il caso di Nerviano e dei cinesi. Che fanno i cinesi nella farmacopea lombarda? E perché proprio Nerviano?  

 

4. Che ci fanno i cinesi a Nerviano?

Al disastro generale sfugge solo Nerviano, forse troppo piccolo o scomodo, o troppo marginale per far gola a Big Pharma che intanto si sta costituendo anche in Europa. La storia è troppo nota per raccontarla di nuovo, anche se può servire di ammonimento. A difendere l’impianto di ricerca di Nerviano, (un paese sperduto nel milanese) non certo uno dei maggiori punti di ricerca del complesso intero ceduto da Enimont agli anglo-svedesi, si muovono generosi esponenti dei Corpi Intermedi. Costoro (sindacati, associazioni volontarie, università, partiti,  organizzazioni di culto) si preoccupano – pensate un po’ – per gli 800 dipendenti, molti dei quali ricercatori. Nerviano (chiamiamolo così; in realtà il nome professionale è NMS group, Nerviano Medical Sciences): Nerviano è rilevato dalla Congregazione dei figli dell’Immacolata Concezione, un ente vaticano che copre gli interessi di Medical Sciences, Fondazione Regionale di Ricerca Biomedicale (in sigla FRRB) che compete alla Regione lombarda – siamo ai tempi del Celeste, notissimo presidente di quest’ultima. Vi sono dunque interessi dagli incerti confini ma orientati al mondo cattolico. Interessi di altro tipo riguardano i creditori: in particolare – sembra – Unicredit che è fuori per centottanta milioni di euro, Banca Popolare di Sondrio che soffre per venti e Finanziaria Finlombarda esposta per trentacinque. Il tira-e-molla si perpetua per una ventina d’anni, finché la mossa risolutiva è compiuta dal Chengdu Bonded Logistic Investment, una apprezzata filiale del Chengdu High Tech Investment che fa capo allo Shangai Advanced Research Institute, un caposaldo dell’accademia delle scienze cinese, emanazione dello stato cinese. Costoro, a partire dalla locale free zone non lontano da Shangai, avrebbero configurato il collegamento tra un forte nucleo di imprese farmaceutiche cinesi, posto a un capo della via della farmaseta, gettando l’altro capo presso Milano, prendendo il controllo del centro di ricerca di Nerviano, in modo di essere presenti agli sviluppi del farmaco in Europa con un punto di attenzione di qualità. Così avrebbero acquistato il novanta per cento delle azioni di Nerviano, con una spesa di trecento milioni, lasciando il resto a FRRB e quindi alla regione lombarda. Che alla fin fine sia lo stato cinese che sceglie di entrare da una porticina posteriore nel Big Pharma d’Europa?
Storie di tutti i giorni.

 

5. Chi è, cos’è quel Big Pharma di cui tanto si discute?

Eccoci al punto. Non dobbiamo pensare a Big Pharma come un circolo degli scacchi al quale gli interessati, con titoli appropriati, possano iscriversi. È piuttosto una comodità che ci prendiamo noi estranei per parlare in modo comprensibile delle principali imprese del settore, con interessi multinazionali e forza d’intervento. Le imprese multinazionali che fanno parte di Big Pharma sono attualmente (a occhio) non meno di dieci e non più di venti. Chiedono l’iscrizione altre grandi imprese indipendenti che attendono solo l’occasione per debuttare in società. Grandi agglomerati cinesi, russi, indiani, talvolta giganteschi, non sono ancora ammessi, anche perché di essi – dei loro numeri – si sa troppo poco. Difficile essere più precisi perché il quadro mondiale della Grande Farmacia è fluttuante. Le imprese del club si sfiorano, si alleano, si litigano, si pigliano. Soprattutto si copiano, cercando il farmaco che può consentire agli azionisti di guadagnare parecchio. Nell’ultimo numero di Fortune 500 global 2020 le società prese in considerazione sono tredici. Un’indicazione tra le altre, considerata per molto tempo la più affidabile.
Importante è conoscere l’apertura spaziale del Big Pharma. Di solito si guarda alle maggiori  imprese del settore, con l’accortezza di scorporare le parti, sempre o quasi presenti, che riguardano attività diverse dalla farmacopea propriamente intesa. Per esempio Johnson & Johnson che passa per la maggiore deve essere depurata dei profitti dipendenti da prodotti come gli oli solari o la cera per pavimenti. I conti più accurati sono di riviste specializzate che a loro volta rientrano apertamente in blocchi d’interessi finanziari a tutto campo. Il conto di Forbes, che bada al contante, riguarda trentacinque società del settore farmaceutico con un livello di vendite superiore ai dieci miliardi di dollari. La distribuzione per nazionalità – ammesso che nel caso di multinazionali la distinzione significhi qualcosa – è che ventidue imprese sono americane, quattro sono tedesche, due britanniche, due svizzere, due giapponesi, una francese, una norvegese, una cinese. La presenza di una sola impresa cinese lascia qualche sospetto: conviene ritenere che siano censite solo le vendite di Big Pharma in Occidente, senza tener conto del resto. Come si è detto, il nome Big Pharma implica disprezzo oltre che ammirazione. Nasce dalla pubblicistica degli Usa che se ne serve per polemizzare con le grandi imprese farmaceutiche del paese, spesso sotto accusa nei tribunali.
Può essere istruttivo mettere a confronto due diverse classifiche: le venti imprese maggiori del settore, nel 2020, tenendo conto delle osservazioni che precedono e la classifica, e le dieci imprese, dieci soltanto, le maggiori del ramo, del 2017. Dal confronto si può cogliere l’andamento generale e la tendenza a crescere e superarsi. 

  


Le imprese prima elencate sono di fatto multinazionali: per multinazionale s’intende la società che agisce in molte parti del pianeta, per vendere i suoi prodotti e per comprare semilavorati da assemblare. Le cronache di marzo hanno attribuito alla chiacchieratissima AstraZeneca una decina di impianti in diverse sedi, capaci di sfornare il famoso vaccino. Ogni multinazionale a conti fatti accetta di scegliersi una bandiera, o più bandiere per garantirsi una maggiore capacità di movimento, coperture internazionali, libertà nel pagare le tasse; o non pagarne. Questo aspetto del capitalismo attuale è in pratica acquisito universalmente, anche se ogni tanto uno Stato s’inalbera e multa la multinazionale in questione per aver evaso le tasse. Nel particolare settore delle medicine e della sanità è forse più difficile accettare le regole valide per altri settori: gli elettrodomestici, la produzione alimentare, l’abbigliamento, e così via. Nelle ultime settimane si è assistito, per esempio, a un rovesciamento dell’abituale favore di questo o quello Stato per l’impresa “nazionale” che vende all’estero i suoi prodotti; in presenza di un embargo per alcuni prodotti farmaceutici, in particolare i vaccini contro il Covid 19, nella preoccupazione di privarne i propri concittadini, si crea una condivisa avversione (da parte di tutte le parti politiche, liberali compresi) nei confronti dell’impresa così birichina. 

 

6. Big Pharma, quali problemi? Quali soluzioni?

Tutte le multinazionali hanno problemi per produrre, vendere, fare i propri comodi. Possiamo immaginare che un’impresa del club Big Pharma ne abbia più di un’altra che agisce fuori, che vende oggetti meno vitali, per esempio automobili. Un’impresa Big Pharma si potrebbe rappresentare, in modo schematico, come un ottagono. Nella realtà, le frecce/direzioni di un Big Pharma sono a volte molte di più e sono certamente diverse, se si mettono a confronto. Con una figura geometrica e un profluvio di parole sarà possibile farsi capire, almeno un po’. Possiamo intendere che ogni lato dell’ottagono rappresenti una direzione dell’impresa; le frecce sono di diversa entità, per descrivere in modo approssimativo gli aspetti più importanti, i flussi di potere di un Big Pharma. 

Al primo punto sono gli azionisti. Chi siano gli azionisti non è facile da dire. Ve ne sono di importanti, con rilevanti pacchetti azionari, che decidono sulle nomine e le revoche dei capi al comando: Ceo e  President della società Big Pharma. Questi tali azionisti sono di solito fondi azionari con migliaia di partecipanti al Fondo. Per fare un solo nome, ben conosciuto, BlackRock, un Fondo che è presente con importanti partecipazioni in ogni impresa industriale, in ogni banca che conti, nel pianeta occidentale. I Fondi e in genere gli azionisti non vogliono sapere niente se non l’entità del dividendo (e il valore della loro quota all’entrata e all’uscita). L’attività aziendale non li riguarda, si tratti di medicine o di armi. 

Al secondo lato del poligono c’è lo Stato o più genericamente il sistema politico che ha una funzione di semaforo. Il semaforo può segnare il rosso, il verde e il giallo, autorizzando o bloccando o rallentando (o accelerando) l’attività del Big Pharma. La direzione/freccia che si occupa di questo sistema di permessi e divieti, che tiene i contatti con lo Stato, ha, come è facile capire, il suo daffare. 

Poi, al terzo, ecco i finanziatori, banche o altri creatori di denaro cui si deve garantire un compenso che riduce quello che rimane per gli azionisti. 

Quarti e quinti, altri due lati dell’ottagono, operai e ricercatori, pur necessari all’attività, incidono sui profitti e il Ceo, con il President e gli altri collaboratori devono riuscire a risparmiare salari e compensi senza perdere o scontentare gli addetti alla ricerca o trascinare alla vertenza o allo sciopero gli operai (che rappresentano nel nostro ottagono tutti i dipendenti – spesso migliaia di persone – che lavorano nel fare, impacchettare, vendere, traportare, i farmaci dappertutto). Tornando alla ricerca, in parte la si può copiare, ma non è possibile del tutto. Occorrono cacciatori di talenti che dovranno fare il giro delle università (e delle cantine-laboratorio) brulicanti di geniali sconosciuti, per scoprire le novità e assicurarsele prima che arrivi un altro cacciatore di tartufi, con più fortuna. In genere occorrono laboratori e sottoscala sparsi per il mondo, alla ricerca del migliore rapporto spese/profitti ritrovabile nel pianeta. Qui entra in gioco il semaforo, forse più semafori, con permessi, indugi, divieti. 

Al sesto posto i concorrenti. Big Pharma detesta e vorrebbe scagliare maledizioni sui concorrenti, ma non può. Allora elabora patti spartitori con loro, si associa, fa compravendite di farmaci e di territori e tra sgambetti e abbracci con amici e nemici, fingendo e occultando, tira avanti. Per vedere come funziona davvero un Big Pharma nel mondo conviene osservare la voce Pfizer in wikipedia. Oppure seguire in un altro wikipedia la storica storia di Zeneca, dalla nascita nell’Ici, Imperial Chemical Industrie, fino all’inglorioso assorbimento da parte degli svedesi di Akzo, passando per i casi dei pesticidi mortali come il Paraquat, decisivo per alcuni lustri, portatore di enormi profitti. 

Settimo arriva l’OMS con il seguito di tutte le altre agenzie del farmaco, come l’Ema. Sono burocrazie insopportabili per Big Pharma; gente che non sa niente, non ha mai visto da vicino neppure un alambicco e si vanta e crede di poter decidere della vita e del successo di tutti gli altri, persone e valide imprese. In realtà OMS e consorti non fanno che rallentare il traffico dei brevetti o dei non brevetti sui farmaci e di conseguenza l’andamento delle cure e i profitti. Aveva tutte le ragioni il mai abbastanza lodato Donald Trump quando ha cercato di abolire l’OMS e il resto, senza però arrivare al risultato finale. 

Ottavo, ultimo lato dell’ottagono è quello dei malati. Costoro sono – siamo – veramente fastidiosi per Big Pharma: se potesse abolirci del tutto, una volta per tutte, lo farebbe volentieri. Ma non si può. Le religioni, l’etica dei non religiosi – tutti quei comunisti! – lo impedisce. Ma chi paga se non ci sono più i malati? Chi comprerà i farmaci? Basterà lo Stato, basterebbero gli Stati per tutti i cittadini? Chi s’inventerà qualche male? 

Per finire con un controcanto: 

7. Che dire degli errori che hanno aiutato il virus?

In un lungo articolo con questo titolo, pubblicato da The Atlantic e ripreso da Internazionale 13-18 marzo, Zeynep Tufekci ci mostra alcuni di quegli errori. I suggerimenti sono semplici; semplici e assai poco ascoltati. Il più importante di tutti è quello di stare all’aperto il più possibile, ma è poco seguito e molto temuto, come si vede con la drastica chiusura degli spazi aperti in molte città. Dal testo della sociologa abbiamo ricavato qualche altro principio che serva come antidoto per tutte le cattiverie su Big Pharma che precedono. Un primo consiglio è quello di “rafforzare le nostre difese” contro tutto quello che può indebolirle, “sia contro future pandemie sia contro le numerose sfide politiche, ambientali, sociali e tecnologiche che abbiamo davanti, nessuno di questi problemi è irrisolvibile, ma prima dobbiamo conoscerli”. Poi ci viene suggerito un principio essenziale: la riduzione del danno. “Se c’è un bisogno umano insoddisfatto, non possiamo semplicemente augurarci che sparisca, dobbiamo semplicemente consigliare alle persone come fare quello che vogliono in modo più sicuro”. Infine c’è un’esortazione: mettercela tutta per sperare in un futuro diverso. “Dopo un anno così faticoso è difficile per tutti – compresi gli scienziati, i giornalisti e le autorità sanitarie – immaginare questa fine, sperare…. Miliardi di persone ….. hanno sopportato le scuole chiuse, l’impossibilità di vedere i propri cari, la perdita del posto di lavoro, l’assenza di attività comuni, la minaccia e la realtà della malattia e della morte”. Sperare è possibile?


da qui

sabato 3 aprile 2021

Una nota congiunta delle associazioni di protezione ambientale al Governo Draghi

 

 

Dieci associazioni di protezione ambientale chiedono al Governo Draghi

di "resistere alle pressioni politiche e delle imprese interessate

alla costruzione dell’opera" che vogliono il rilancio del progetto del

ponte sullo Stretto di Messina (abbandonato nel 2013) e alla richiesta

che l’intervento venga inserito nel PNRR.

Le associazioni intervengono, anche, a sostegno della posizione del

Ministro delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibile Enrico

Giovannini che sta valutando le alternative sull’attraversamento dello

Stretto sino all’opzione zero.

L’argomentata lettera è stata inviata, oltre che al Ministro

Giovannini, al Presidente del Consiglio Mario Draghi e al Ministro

della Transizione Ecologica Roberto Cingolani da FAI - Fondo Ambiente

Italiano, Federazione Pro Natura, Greenpeace Italia, Italia Nostra,

Kyoto Club, Legambiente, Lipu - Birdlife Italia, TCI - Touring Club

Italiano, T&E - Transport & Environment, WWF Italia. Quattro le

motivazioni di carattere giuridico, economico-finanziario, tecnico,

ambientale sostenute dalle associazioni.

 

Valutazioni delle alternative e PNRR – Le associazioni condividono la

posizione assunta dal ministro Giovannini a metà marzo che, a quanto

risulta, ha chiesto alla Commissione, costituita dalla Ministra De

Micheli nell’agosto 2020 sull’attraversamento stabile dello Stretto di

Messina, di produrre approfondimento anche sull’opzione zero,

valutando anche l’alternativa alla costruzione del ponte costituita

dal potenziamento dei servizi traghetti, porti e stazioni ferroviarie.

Approfondimento che fa escludere che la proposta possa essere inserita

tra i progetti del PNRR che devono essere definiti entro il prossimo

aprile, secondo gli standard e il grado di dettaglio richiesti dalle

Linee Guida e dal Regolamento per la redazione dei PNRR e nel rispetto

del principio “no significant harm” (nessun danno significativo).

 

L’abbandono del progetto del 2010 - Le associazioni ricordano al

Governo, a proposito del rilancio del progetto del 2010 del General

Contractor Eurolink (capeggiato da Impregilo), avvenuto a metà marzo,

da parte del Webuild (società composta da Impregilo-Salini e da

Astaldi) di un ponte sospeso ad unica campata della lunghezza di 3.300

metri, sostenuto da torri alte 400 metri. E sottolineano che quella

proposta fu abbandonata dopo che il GC Eurolink non produsse, entro il

termine dell’1/3/2013 stabilito dall’allora Governo Monti, gli

approfondimenti economico-finanziari e tecnici richiesti, recedendo

dal contratto con la concessionaria Stretto di Messina SpA, portando

il Governo allora in carica ad abbandonare il progetto e all’avvio

della procedura di liquidazione di SdM SpA.

 

I problemi irrisolti del progetto del 2010 – Le associazioni osservano

che già nel 2010 il progetto del ponte aveva un costo stimato al

ribasso di 7.5 – 9 miliardi di euro, che però non considerava le 35

prescrizioni di carattere tecnico e ambientale allora richieste nel

parere di Valutazione di Impatto ambientale e dal CIPE. Le modifiche

richieste erano sostanziali e in alcuni casi di una complessità senza

precedenti per un’opera di queste dimensioni, da realizzare in una

delle aree più delicate da un punto di vista del rischio sismico e

idrogeologico. Dalle carte del progetto definitivo del 2010 emergeva

che: a) il ponte a regime sarebbe stato in perdita, per ammissione

degli stessi progettisti perché il traffico ferroviario era

assolutamente insufficiente e quello stradale stimato era solo l’11%

rispetto alla capacità complessiva dell’infrastruttura, con il rischio

che i pendolari (la stragrande maggioranza degli utenti) fossero

applicati pedaggi altissimi; b) il ponte ad unica campata sarebbe

sorto in una delle aree a maggiore rischio sismico del Mediterraneo

(come ricordato dal devastante terremoto del 1908 che rase al suolo

Messina e Reggio Calabria) e tra le più dinamiche al mondo dal punto

di vista geologico per l’incontro-scontro tra la placca africana e

quella europea; c) con  scavi per un ammontare di 6.800.000 metri

cubi, che avrebbero inciso sul delicato equilibrio territoriale dei

versanti calabrese e siciliano; d) non tenendo conto che l’opera

sarebbe dovuta sorgere in una delle aree a più alta biodiversità del

Mediterraneo, dove sono localizzati ben 12 siti delle Rete Natura

2000, tutelati dall’Europa ai sensi delle Direttive Habitat e Uccelli.

Lavorare subito per le alternative e per migliorare i servizi -  Le

associazioni chiedono al Governo un confronto per individuare gli

interventi veramente necessari per migliorare la logistica e le reti

ferroviarie e stradali siciliane e calabresi, ricordando come in

questi anni i servizi forniti dai traghetti e dalle ferrovie siano

stati ridotti e come ci sia bisogno di interventi urgenti su

infrastrutture che devono essere messe in sicurezza e adeguate (per

carenze nella progettazione ed esecuzione dei lavori o per scarsa

manutenzione), pensando nel contempo a velocizzare le relazioni e a

favorire l’intermodalità a vantaggio di residenti e turisti.

Le Associazioni concludono la loro lettera, facendo notare al Governo

che, nel momento in cui l’Italia è la maggiore beneficiaria in Europa

dei fondi messi a disposizione dall’Europa con lo strumento Next

Generationi EU, si debba mantenere saldo l’orientamento a presentare

progetti credibili e cantierabili, respingendo ogni forzatura per

proposte come quella del ponte sullo Stretto di Messina, non

sufficientemente motivate, che non passerebbero il vaglio dell’Europa.

 

Per contatti

WWF Italia Via Po 25/C 00198 Roma -ufficiostampa@wwf.it

Mob. +39 340 9899147 / Mob. +39 329 8315718  / +39 334 6151811


venerdì 2 aprile 2021

Storia del concentrato di pomodoro prodotto in Cina e venduto come italiano - Stefano Liberti

 

Il bambino ha l’aria concentrata. Vestito con una tuta lacera, le mani protette da un paio di guanti, scava un foro nel terreno. Ci infila la piantina. Copre il foro. Si sposta di circa 30 centimetri e ripete la stessa operazione. Dice di avere dodici anni, ma ne dimostra anche meno. Intorno a lui, un’altra ventina di persone, donne, uomini, qualche altro ragazzo più grande. Tutti fanno gli stessi gesti, veloci e ripetitivi: afferrano le minuscole piante da cassette di plastica e le collocano a terra, a una distanza fissa l’una dall’altra. Finita una cassa, ne attaccano un’altra. E poi un’altra ancora, seguendo le linee dell’aratura.

Seduto su una panca di legno ai bordi del campo, il proprietario li osserva pigramente, mentre un caposquadra annota su un taccuino lo spazio che ha coperto ognuno di loro. La sera li pagherà in contanti, a cottimo: 0,17 yuan (2 centesimi di euro) al metro. A fine giornata, i più svelti riusciranno a mettere in tasca una settantina di yuan, più o meno dieci euro.

Siamo nello Xinjiang, estremo ovest della Cina, a tremila chilometri da Pechino. Questa regione sconfinata, grande cinque volte e mezzo l’Italia, è tappezzata di terreni dove si coltiva uno degli ortaggi più consumati al mondo: il pomodoro. Una produzione destinata non al consumo interno, ma all’esportazione: i frutti delle piantine immesse nel terreno da questi braccianti a giornata di ogni età saranno trasbordati in una fabbrica, per essere lavorati e mandati in giro per il pianeta sotto forma di triplo concentrato. Dopo opportuna rilavorazione, finiranno nel ketchup della Heinz, nei barattoli che si vendono a due soldi nei mercati africani. O in concentrati e sughi pronti prodotti da marchi italiani.

Perché il principale importatore di questo prodotto è proprio il nostro paese: nel 2016, secondo i dati dell’agenzia delle dogane, sono arrivati in Italia 92mila tonnellate di triplo concentrato made in China. Una cifra che segna un aumento del 40 per cento rispetto all’anno precedente.

Intere famiglie nei campi
Le piantine nascono in serra e quando le temperature diventano più miti, tra aprile e maggio, vengono trapiantate per crescere in campo aperto. Questa è precisamente l’operazione che sta compiendo la squadra di braccianti di cui fa parte il bambino con la tuta lacera.

Nel giro di un paio di mesi, tra luglio e settembre, i frutti matureranno e saranno raccolti da altre squadre molto più numerose. Per l’occasione si riverseranno nello Xinjiang migliaia di migranti da altre zone della Cina: intere famiglie con prole al seguito, tutti insieme a lavorare nei campi. Il proprietario del campo, che dice di chiamarsi semplicemente signor Li, conferma: “Bisogna raccogliere velocemente, prima che il pomodoro marcisca. I bambini sono particolarmente adatti a questo lavoro: grazie alle loro mani piccole sono più svelti”.

Centinaia di camion assicureranno poi il trasbordo dai campi alle fabbriche, dove i pomodori saranno trasformati e spediti in treno al porto di Tianjin, vicino a Pechino, luogo di raccolta in attesa dell’esportazione. Da qui navi cargo attraverseranno gli oceani e porteranno il prodotto in giro per il pianeta. Molte di queste sbarcheranno al porto di Salerno, dove il concentrato in fusti di legno da 1,3 tonnellate sarà raccolto dalle ditte trasformatrici e diluito in doppio concentrato, oppure usato per altri prodotti derivati.

Come mai l’Italia, che è il primo produttore di pomodoro da industria dell’Unione europea e il secondo nel mondo dopo gli Stati Uniti, importa simili quantitativi dall’estremo oriente? E soprattutto, dove finisce questo mare di concentrato prodotto all’altro capo del mondo?

“Il pomodoro che importiamo dalla Cina non è immesso nel mercato nazionale. È utilizzato per lo più come materia prima in regime di temporanea importazione da parte di aziende che lo ritrasformano e lo riesportano al di fuori dell’Unione europea”, sottolinea il direttore dell’Associazione nazionale industriali conserve alimentari vegetali (Anicav) Giovanni De Angelis. La procedura prevede che una merce proveniente da un paese extracomunitario sia rilavorata in Italia (o in un altro paese europeo), per poi essere esportata verso un paese terzo. Per questo l’industria che fa la rilavorazione è esentata dal pagamento dei dazi doganali.

L’allarme di Coldiretti
Nel suo ufficio al centro direzionale di Napoli, nel cuore della regione che storicamente trasforma il pomodoro, De Angelis mostra le tabelle statistiche a suffragio delle sue affermazioni: “Esportiamo il concentrato in quantità due-tre volte maggiori rispetto a quello che importiamo”.

Il direttore è perentorio su questo punto e lo sottolinea più volte: “I nostri prodotti più commercializzati, i pelati e la passata, prendono origine da pomodoro italiano, nonostante l’allarmismo che è stato creato negli ultimi anni. La Cina in particolare produce solo la materia prima, che le nostre aziende trasformano mettendo il know-how e la capacità di gestire un procedimento industriale che non ha nulla a che vedere con quello utilizzato per produrre i beni di largo consumo sul mercato nazionale. Si tratta peraltro di un prodotto marginale nel fatturato complessivo dell’industria trasformatrice: parliamo di 145 milioni di euro su un’industria che fattura tre miliardi di euro, meno del 5 per cento del totale”.

“In termini quantitativi, non lo definirei propriamente marginale”, ribatte Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti, l’organizzazione che più di ogni altra negli ultimi anni ha lanciato l’allarme sulle importazioni di concentrato cinese. “Se consideriamo che per fare un chilo di triplo concentrato servono sette chili di pomodoro fresco, vediamo che l’anno scorso abbiamo importato dalla Cina e da altri paesi l’equivalente di circa un milione di tonnellate, una quantità equivalente a circa il 20 per cento della produzione nazionale”.

Origini non etichettate
Bazzana studia da anni i movimenti del concentrato cinese, registra le oscillazioni nelle importazioni e non si stanca di denunciare la mancanza di trasparenza dell’industria, che non indica sui prodotti la provenienza della materia prima. “Confezionando concentrato cinese in prodotti italiani si danneggia tutta la filiera, perché questi hanno standard di uso di fitofarmaci più bassi di quelli consentiti all’interno dell’Unione europea. Quando poi l’industria dice: ‘Non preoccupatevi, il concentrato cinese finisce in mercati esteri’, non mi pare mandi un messaggio felicissimo. Equivale a dire: manteniamo la qualità in casa, ma all’estero vendiamo prodotti scadenti. Un ottimo modo per distruggere la reputazione del made in Italy”.

Il concentrato “confezionato in Italia” ma prodotto da “pomodoro cinese” finisce quindi prevalentemente nei barattoli venduti in Africa, ma in parte anche nei sughi pronti e nel pomodoro da pizza smerciato in vari paesi europei (la Germania è il primo importatore di concentrato italiano, la Francia il terzo), e a volte nella passata (quella venduta in Italia deve essere fatta da pomodoro fresco, ma la legislazione ha validità solo nazionale).

Non tutto il pomodoro cinese entra infatti in regime di temporanea importazione: nel 2016, secondo i dati dell’agenzia delle dogane, 14mila tonnellate sono entrate in via definitiva e sono rimaste all’interno dell’Unione europea. “Nulla mi vieta di pensare poi che una parte più consistente di quel prodotto sia utilizzata per tagliare altri sughi e derivati di pomodoro”, continua Bazzana. “Essendo il pomodoro riesportato sotto forma di doppio concentrato, ossia con un prodotto diverso, le tabelle di equivalenza permettono una certa elasticità”.

Che sia venduto all’interno del’Ue o nei mercati africani, l’origine del pomodoro non è mai indicata in etichetta, dove c’è l’obbligo di scrivere solo il paese dove il pomodoro è inscatolato. In pratica, denuncia la Coldiretti, quel pomodoro raccolto nello Xinjiang anche da bambini è venduto come italiano a milioni di consumatori in tutto il mondo. “Noi vendiamo un processo industriale”, ripete De Angelis. “Il triplo concentrato è un materiale grezzo, che la nostra industria trasforma grazie a competenze e tecnologie acquisite nel corso del tempo. È un procedimento che nell’agro-nocerino-sarnese, culla della trasformazione di pomodoro del sud Italia, si fa da più di un secolo”.

Dagli anni novanta a oggi
La storia del concentrato cinese è invece parecchio più recente. Fino agli anni novanta, nello Xinjiang non c’era l’ombra di un pomodoro. Poi sono arrivati proprio gli italiani che, per far fronte all’aumento dei costi e a una riduzione dei sussidi previsti dalla politica agricola comune (pac), hanno pensato di esternalizzare la produzione.

Con sé hanno portato due cose fondamentali: la tecnologia e il mercato per l’esportazione. E in pochi anni, il remoto Xinjiang è diventato la seconda regione produttrice al mondo di pomodoro da industria, subito dopo la California. Ma come mai la Cina, che già ha di per sé scarsità di terre per sfamare la sua popolazione, ha deciso di coltivare in scala massiccia un prodotto non destinato al mercato interno?

La risposta si trova nella particolarità dell’area in cui è stata impiantata la produzione. Lo Xinjiang è una regione complicata, scossa da tensioni sociali e da spinte separatiste. Gli abitanti autoctoni, gli uiguri di lingua turcofona e religione musulmana, ne rivendicano da anni l’indipendenza. I cinesi han, arrivati in massa grazie a un generoso programma di incentivi, controllano le leve politiche ed economiche, lasciando gli uiguri in una situazione di cittadini di serie b. Per stabilizzare l’area, fin dagli anni cinquanta Mao Zedong ha inviato nella regione un vero e proprio esercito di pionieri, reclutati in tutta la Cina, e li ha inquadrati in una specie di ente militare, lo Xinjiang shengchan jianshe bingtuan (Corpi di produzione e costruzione dello Xinjiang), più comunemente chiamato bingtuan (Corpi).

Incaricato di rappresentare i nuovi arrivati, ma anche di costruire nuove città e far fruttare le terre che gli erano state assegnate, il bingtuan nasce come filiazione del governo centrale e deve rispondere solo a questo. Formava – e ancora forma per certi versi – una società a parte all’interno dello Xinjiang, con le proprie scuole, le proprie città, le proprie terre.

La storia dello sviluppo del pomodoro in Cina è legata a doppio filo a quella del bingtuan. Nel corso degli anni, con la modifica delle priorità e degli obiettivi della Repubblica popolare, l’ente ha perduto la sua connotazione originaria di corporazione militar-rurale per assumere un ruolo più prettamente urbano, orientato ad attività industriali e commerciali.

Nel 1998, il bingtuan è diventato ufficialmente una corporation, una struttura privata, i cui obiettivi sono legati alla “apertura delle regioni occidentali” ufficializzata dal presidente Jiang Zemin l’anno successivo. È stata la progressiva trasformazione dei Corpi da gruppo militare con interessi agricoli a vera e propria industria orientata al profitto a fare da propulsore allo sviluppo dei “cash crop”, cioè prodotti destinati all’esportazione, come per l’appunto il pomodoro. Il grande balzo in avanti nella produzione dell’“oro rosso” è cominciato proprio in concomitanza con la trasformazione del bingtuan in impresa commerciale, alla fine degli anni novanta.

Sviluppo folgorante
In quegli anni è nata la Chalkis. Espressione dei Corpi, quest’azienda ha avuto uno sviluppo a dir poco folgorante: nel giro di pochi anni, ha decuplicato il suo fatturato, aprendo 23 fabbriche di trasformazione in Cina e acquisendo temporaneamente un importante gruppo estero, i francesi di Conserve de Provence-Le Cabanon. Chalkis è partita da un vantaggio non indifferente: in quanto legata al bingtuan, è proprietaria della terra in cui si coltiva il pomodoro e delle fabbriche in cui si produce il concentrato, foraggiate da sussidi statali e portate avanti da manodopera a basso costo, fra cui anche i bambini.

Vedendo il suo successo, altri si sono lanciati sul promettente settore. All’inizio degli anni 2000, una piccola azienda di nome Tunhe ha cominciato a svilupparsi in questo comparto, aprendo numerose fabbriche di trasformazione. Nel 2004, la Tunhe è stata acquisita dal conglomerato di stato cinese Cofco, il grande braccio commerciale e produttivo del governo di Pechino, che ha iniettato nell’azienda vagonate di soldi pubblici. Oggi, i due gruppi si dividono il mercato: insieme controllano complessivamente l’80 per cento della produzione cinese e il 15 per cento del commercio globale di concentrato. Gran parte dei derivati di pomodoro consumati in giro per il pianeta ha origine dalla materia prima proveniente da questi due gruppi: il braccio commerciale di un’azienda nata come una impresa paramilitare di colonizzazione e il principale conglomerato di stato in mano al governo cinese, che ha affari in tutto il mondo.

 “Il nostro mercato migliore è l’Italia”, esclama con un certo orgoglio Tian Jun nell’accogliermi in una specie di improvvisata sala conferenze nella sede centrale dell’azienda a Urumqi, capitale dello Xinjiang. “La collaborazione è antica, i rapporti ottimi. Vendiamo a gran parte dei principali gruppi. Poi, con l’aumento del cambio del dollaro, dal 2015 i nostri volumi di esportazione sono aumentati perché i nostri acquirenti preferiscono comprare da noi piuttosto che dai produttori statunitensi”.

Figlio della colonizzazione han della regione, questo responsabile commerciale di 39 anni sciorina le cifre del successo e prospetta ulteriori sviluppi. Con un entusiasmo debordante, mostra la ambizioni del gruppo, ben evidenziate dallo slogan usato nelle varie operazioni di marketing: “Chalkis will tomato the world!”. La grande inondazione di pomodoro del pianeta deve partire proprio da questa sede anonima nella capitale dello Xinjiang e dai campi coltivati in tutta la regione. Tian Jun indica chiaramente la strategia per il futuro: “Il nostro primo mercato di riferimento è l’Italia. Ma, negli ultimi anni, abbiamo diversificato. Da un po’ di tempo forniamo ditte cinesi che vendono direttamente nel mercato africano”.

Tian riassume bene con le sue parole l’evoluzione degli ultimi anni. Nata alla fine degli anni novanta, la collaborazione tra i cinesi e gli italiani era basata su uno scambio: gli italiani fornivano ai cinesi la tecnologia e gli impianti e questi li ripagavano in concentrato, che poi gli italiani ritrasformavano e vendevano sui loro mercati di riferimento.

Ma pian piano, i cinesi si sono affinati e hanno trasformato l’idea apparentemente geniale di delocalizzare la produzione in Cina in una specie di mostro di Frankenstein sfuggito di mano ai suoi creatori: perché invece di rifornire in modo esclusivo i loro ex mentori italiani, i produttori cinesi hanno cominciato a fargli concorrenza. E, nell’impossibilità di competere con ditte sostenute dallo stato che usano manodopera anche minorile a prezzi stracciati, questi hanno perso consistenti quote di mercato.

La memoria storica del concentrato
“Ormai non c’è più partita. I cinesi ci stanno buttando fuori”. Angelo D’Alessio è una sorta di memoria storica del concentrato italiano.

La sua ditta di famiglia è nel settore da più di un secolo e, con il nome di Centro di esportazioni concentrato (Cec), a partire dagli anni cinquanta si è specializzata nel doppio concentrato destinato ai mercati africani. Nel suo ufficio a Nocera Superiore, in provincia di Salerno, ricorda quando il concentrato non si importava dall’estero ma si produceva nel centro Italia. E, soprattutto, quando il business era saldamente in mano agli italiani. “Nessuno poteva competere con noi”. D’Alessio mostra con orgoglio i manifesti storici appesi alle pareti dei vari marchi che la sua ditta di famiglia ha esportato in tutto il mondo, dal concentrato “Sole d’Italia” ai pelati “la Chitarrella”, fino ai marchi “pupetta nera” e “faccetta nera” usati durante il ventennio fascista.

D’Alessio produce ancora una linea di concentrato completamente “certificato italiano” con materia prima proveniente dal nord Italia. “Ma è una nicchia per i più ricchi, che si vende a prezzi decisamente più alti”. Per il grosso della produzione, è costretto a importare i fusti di triplo concentrato da varie parti del mondo, dagli Stati Uniti, dalla Spagna. E in parte anche dalla Cina. “È l’unico modo per competere su quei mercati”. Paradossi della globalizzazione, D’Alessio si rifornisce – anche se, assicura, “al massimo per il 15 per cento” della materia – dai suoi stessi concorrenti, di cui dice peste e corna. “Fanno dumping perché le loro aziende sono sovvenzionate e perché usano manodopera a costo zero. Poi, nei mercati africani, mandano merce scadente, con additivi di vario genere, che gli costa anche meno”.

Ricapitolando, l’industria del pomodoro concentrato italiano si trova nella necessità di dover importare concentrato da quello che è il suo principale concorrente sui mercati internazionali. Non potrebbe contrastarlo con un prodotto proprio, originale, fatto con materia prima italiana? “Si tratta di mercati poveri in cui già stiamo perdendo competitività. Con il concentrato prodotto ai costi italiani, usciremmo fuori dal mercato”, continua Giovanni De Angelis. Che ribadisce: “Se vogliamo alzare muri e impedire l’arrivo della materia prima cinese, facciamolo. Ma assumiamoci la responsabilità di distruggere un intero comparto e i posti di lavoro a esso collegati”.

“Noi non vogliamo alzare muri”, ribatte Lorenzo Bazzana di Coldiretti. “Vogliamo semplicemente un’etichettatura completa, che indichi la provenienza della materia prima e permetta al consumatore di fare scelte consapevoli”. Su questo punto gli industriali non sono in disaccordo. “Noi non abbiamo nulla in contrario a indicare la provenienza della materia prima”, aggiunge De Angelis. “Siamo per la trasparenza più completa”.

Ma poi verrà da chiedersi: quando sulla latta sarà scritto “pomodoro concentrato confezionato in Italia da materia prima cinese”, il consumatore africano non preferirà comprare un prodotto totalmente cinese, che costa pure meno? E i consumatori di pizza tedeschi, francesi o inglesi non avranno a loro volta qualcosa da ridire su un pomodoro che viene dalla Cina e che è stato raccolto da bambini di dodici anni pagati dieci euro al giorno?

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giovedì 1 aprile 2021

L’ambiente e il calzolaio Indaco - Miguel Martinez

Qualche anno fa, mi misi a riflettere sull’orrore di consumare e buttare spazzolini da denti fatti di plastica non riciclabile. Ed è davvero un orrore, basta moltiplicare per quanti siamo e pensarci un attimo. Così, ordinai un ecospazzolino, legno e bambù. Costava giustamente il doppio degli spazzolini in plastica, ma costava sempre poco. Lo spazzolino mi arrivò il giorno dopo. Un po’ meno funzionale dello spazzolino di plastica, e anche questo va bene. Quasi per caso, guardai la busta. C’erano segnate tutte le tappe che aveva fatto: tipo (non ho conservato la busta) aeroporto di Shenzen ore 3:32, Berlino Tempelhof ore 14:17, aeroporto di Parigi ore 17:21, Milano ore 21:12, deposito Piacenza ore 0.24, Sesto San Giovanni ore 4:22… Da allora, la cosa che chiamano ecologia la vedo sotto tutta un’altra prospettiva.

Uno studio uscito da poco ci informa che “l’insieme della massa creata dall’uomo eccede tutta la biomassa vivente”, Global human-made mass exceeds all living biomass.

Gli autori hanno fatto un confronto storico tra la “massa antropogenica” e la biomassa del pianeta. La massa antropogenica consiste nella “massa incorporata in oggetti solidi inanimati fatti dall’uomo (che non sono ancora stati demoliti o messi fuori servizio)”, quindi non comprende ciò che chiamiamo rifiuti. Nel 1900, la massa antropogenica era pari a circa il 3% della biomassa a secco. A partire dalla Seconda guerra mondiale, la massa antropogenica cresce di circa il 5% l’anno. Poi ha cominciato a raddoppiare ogni vent’anni. Il sorpasso avviene nell’anno 2020 (± 6), cioè più o meno adesso. Se però includiamo i rifiuti, il sorpasso è già avvenuto nel 2013 ± 5.


Diagramma (vedere Nota 1).


Attualmente, ogni settimana, ogni essere umano produce una massa antropogenica pari al proprio peso; ma, come potete vedere, sta aumentando… Abbiamo detto, biomassa a secco, comunque anche a umido, ai tassi attuali, il sorpasso arriverà nel 2037 ± 10.

Alcune riflessioni al volo. Stiamo parlando soprattutto di cemento, inerti, mattoni, cose in genere trascurate quando si parla di ambiente. Non stiamo parlando di CO2, né di particelle sottili nell’aria, né di pesci che scompaiono dai mari, né di scioglimento dei ghiacciai, né di deforestazione dell’Amazzonia.[2] Eppure, sono tutte cose che vanno insieme. Insieme, costituiscono la tecnosfera. Dove, un amico mi ricorda, per ogni singolo essere umano, esiste una massa di circa 4.000 tonnellate tra vacche, mais, grattacieli, chiavette Usb e sacchetti di popcorn abbandonati.

La cosa fondamentale è la velocità dell’aumento: a guardare lo schema, vediamo che l’ultimo raddoppio risale a meno di vent’anni fa. Diciamo diciassette anni fa. Eravamo abituati ai vecchi che avevano visto il mondo cambiare. Ma immaginatevi per un momento di avere una figlia diciassettenne. Bene, è nata in un mondo antropizzato la metà di quello attuale.

Ora, cos’è che aumenta? Aumenta la trasformazione dell’ambiente (vivente o no) in oggetti creati dall’uomo: sabbia che diventa cemento, pesce vivente che diventa bastoncino Findus, suolo vivente che diventa parcheggio. Probabilmente, qualunque trasformazioni volessimo seguire, vedremmo un andamento simile a quello che si vede nel diagramma.

Questa trasformazione richiede energia. Tutte queste trasformazioni a lungo termine diventano rifiuti. Questo processo segue un ritmo in accelerazione che rispecchia il diagramma che vi abbiamo presentato sopra. E tutto questo è possibile solo grazie a un continuo e strutturatissimo coordinamento tra imprenditori, finanza e poteri statali.

A questo punto spero che riusciamo a guardare la questione ambientale con occhio diverso. Esiste un processo: la trasformazione dell’ambiente tramite l’energia, a velocità sempre crescente, prima in prodotto morto e poi in rifiuto.

Poi possiamo analizzare i singoli “rifiuti”, in senso lato: le api morte, la concentrazione di CO2 nell’atmosfera, lo scioglimento dei ghiacciai, l’acidificazione dei mari, l’estinzione dei pesci, la siccità non solo nel Sahel, ma anche in Toscana…

Prendiamo la questione dei combustibili fossili cui oggi va di moda contrapporre le cosiddette “energie alternative” – eolico, solare, idroelettrico. Ci dicono che le energie “alternative” sarebbero meno dannose del carbone o del petrolio, anche se meno efficienti, e immagino che entrambe le affermazioni siano vere. Ma questo sarebbe vero solo a parità di consumo. Però il consumo dipende dalla velocità a cui si usa l’energia per trasformare le risorse in prodotti e poi in rifiuti. Guardate di nuovo la curva dell’accelerazione che si vede nel diagramma sopra. Che si distrugga il Canada per estrarne petrolio con il fracking o si riempiano gli Appennini di pale eoliche, lo scopo è solo di accelerare quel processo. L’energia eolica serve alla distruzione esattamente come quella fossile.

 

Se i sauditi continueranno a venderci petrolio, l’eolico sarà un’utile aggiunta per accelerare ancora il processo; e se invece siamo davvero al picco del petrolio, aiuterà a non rallentare nemmeno per un attimo. A questo punto, credo che capirete perché è una menzogna associare le rispettabili forme di energia non fossili al “verde”, all’”ambiente” o cose simili.

Secondo. Se il vero problema è l’accelerazione del processo che trasforma l’ambiente, con l’uso dell’energia, in rifiuti, l’unica cosa sensata sarebbe la decelerazione, o meglio ancora, l’inversione di tendenza: la de-crescita. E su questo possiamo essere molto pratici e contenti di piccolissime cose, tipo quando si chiude per qualche giorno il Canale di Suez per merito di una nave di proprietà giapponese, ma che batte bandiera panamense, o il Comune concede una piazza per fare il mercato ai contadini del circondario anziché ai bancarellisti che si riforniscono ai mercati generali, o un magistrato nega il permesso a un nuovo complesso sciistico, o una persona anonima butta giù un’antenna 5G, o un proprietario non ha i soldi per tappare i buchi in cui i rondoni fanno i nidi. Ecco, queste sono reali vittorie ambientaliste. Sembrano molto piccole, ma è nella piccolezza tutta la loro forza.

Prendiamo invece la questione della popolazione. Nel 1900, c’erano circa 1,5 miliardi di esseri umani, oggi ce ne sono quasi 8 miliardi. È un aumento di oltre cinque volte. Ma se l’impatto antropico è cresciuto dal 3% al 100% (in confronto alle biomasse), abbiamo un aumento di trentatré volte. Da cui si capisce che la crescita economica è circa sette volte più un problema della crescita della popolazione. Insomma, ha ragione chi dice che l’aumento della popolazione è parte del problema. Ha torto chi dice che è il problema. [3]

Oppure prendiamo i rifiuti. Tutto ciò che è stato prodotto, prima o poi diventa rifiuto. Settant’anni fa, mi raccontano, c’era il calzolaio di nome Indaco (siamo in Toscana!), che arrivava nel paesino degli Appennini, e veniva ospitato nelle case per diversi giorni, per fare le scarpe per alcuni, e per aggiustare quelle degli altri. Indaco poteva guadagnare anche quando aggiustava, e quindi non aveva interesse a trasformare tutto in rifiuto. Conoscete un produttore capitalista di scarpe che abbia lo stesso atteggiamento? Tutti siamo impazziti sui rifiuti, perché i produttori fanno ciò che vogliono, poi ci vuole una laurea triennale in scienze ambientali per capire dove buttare la roba. E ci vuole un dottorato di ricerca, per capire cosa succede effettivamente dopo. Ad esempio, io ho capito che le fatture vanno nella “carta”, mentre gli scontrini (che lo stato italiano obbliga ogni commerciante a emettere) che invece sono stampati su carta chimica, vanno nel “misto”. Io ci sto attentissimo, e questo mi permette qualche effimero senso di superiorità verso chi non lo sa, ma risolve il problema dei rifiuti? No. Il problema dei rifiuti si affronta con le tre RI… RIdurre, RIutilizzare, RIciclare.

Ridurre va al primo posto. Ridurre la produzione, ridurre i consumi, ridurre la cementificazione, ridurre i trasporti, ridurre l’impatto antropico, ridurre il numero di contenitori prodotti, ridurre l’asfalto, ridurre l’uso dell’energia qualunque sia, ridurre la pesca, ridurre la temperatura in casa d’inverno, ridurre le distanze tra chi produce e chi consuma. Tutte cose a pensarci gratuite, non ci vogliono mica i miliardi per fare una transizione ecologica seria. Scoraggiare la gente dall’utilizzare l’auto è ecologico, ed è anche gratis. Sovvenzionare la produzione di nuove auto che emettono il 5% di inquinanti in meno, è antiecologico perché la produzione inquina più dell’utilizzo. E costa pure. Ma proprio perché non ci vogliono i miliardi, lo sappiamo tutti che non si farà.


Note:

1.      Nel diagramma 1, la linea verde continua rappresenta la media delle stime della biomassa, le linee verdi spezzate le ipotesi più alte e più basse.

2.      In fondo, direte, se la sabbia diventa cemento, sempre materia inerte è. Ma siamo arrivati a un punto talmente estremo, che si sta esaurendo persino la sabbia.

3.      Torniamo alla cifra di prima di 4000 tonnellate di massa di tecnosfera per ogni essere umano. Se ogni essere umano si limitasse a 40 tonnellate (che tra vacca, pecora, orto e tetto mi sembra una cifra discreta), l’impatto antropico sarebbe un centesimo dell’attuale. Come essere ottanta milioni di persone invece di otto miliardi.

da qui

Tutti presi dalla nostalgia - Annamaria Testa

“La nostalgia è delicata ma potente”, dice Don Draper in una delle scene più intense della memorabile serie Mad men. E aggiunge: è “uno struggimento del cuore, di gran lunga più forte del ricordo… ci porta in un posto dove vogliamo tornare”. Poi, certo, Draper usa la nostalgia per trovare un nome a un nuovo, per l’epoca, attrezzo per guardare diapositive, e per promuoverlo.

Ma questo fa parte del personaggio. Mentre la nostalgia stessa è la cifra espressiva dell’intera serie. Ne vela gli abiti, gli ambienti, i colori, i gesti e le storie. E guida lo sguardo e le emozioni di noi spettatori.

La parola “nostalgia” unisce due concetti, e due parole greche: il ritorno (νόστος) e il dolore (άλγος). Così, noi pensiamo subito all’Odissea, e al suo protagonista che si strugge, e piange per Itaca perfino mentre è in compagnia della bellissima Calipso.

Esuli nel tempo
Tuttavia, anche se l’emozione è antica, il termine specifico che la descrive è recente. A coniarlo alla fine del 1600 è uno studente di medicina alsaziano, Johannes Hofer. Il quale per primo descrive lo specifico stato emozionale provato dai mercenari svizzeri sradicati dalle loro montagne, dislocati al servizio di Luigi XIV, e debilitati, appunto, dalla nostalgia. La sindrome di cui parla Hofer comprende svenimenti e febbre alta, mal di stomaco e morte. Tra le cure suggerite: oppio e sanguisughe.

Si potrebbe dunque pensare che la nostalgia sia un’emozione, per così dire, di nicchia, riguardante solo gli esuli. Che sia essenzialmente negativa e patologica (dopotutto, i mercenari ci morivano). E che dovremmo augurarci di non provarla mai.

Ma niente di tutto ciò è vero.

In primo luogo: altro che nicchia.

Il concetto di nostalgia, a partire dall’ottocento e con il romanticismo, perde ogni connotazione medica e si evolve fino a trascendere la specifica unione di desiderio e rimpianto che deriva dal trovarsi fisicamente e irreparabilmente distanti da casa.

Stiamo parlando di un’emozione intensa, inconfondibile e universale

In sostanza, oggi per noi la nostalgia riguarda tutto ciò che è lontano, anche nel tempo. E che è stato così importante da configurarsi come fondamento della nostra identità e del nostro senso di appartenenza a una comunità, e non solo a un luogo.
Del resto, ciascuno di noi è un esule rispetto al proprio passato. E alle esperienze che ha fatto, alle persone che ha conosciuto, alle passioni che ha vissuto.

Stiamo parlando, insomma, di un’emozione intensa, inconfondibile e universale. Proprio per questo, la nostalgia può avere innumerevoli accezioni e sfumature. E può essere, dunque, tale da dare anche origine a un’impressionante mole di scrittura poetica e narrativa, di cinema, di televisione, di musica.

Giusto per incoraggiarvi a far mente locale, provo a elencare qualche film a tema: non solo gli ovvi Amarcord di Fellini e Nostalghia di Tarkovskij, ma anche Nuovo cinema Paradiso,I ponti di Madison County,Se mi lasci ti cancello,Inception,American graffiti,Il grande freddo,La la landGood bye, Lenin.

Sono certa che vi verranno in mente decine di altri titoli. E la stessa cosa vale per le canzoni, o per la narrativa (e qui sarei curiosa di sapere se il primo titolo che vi viene in mente è Alla ricerca del tempo perduto oppure Il giovane Holden, o qualcos’altro).

Ricadute positive
Ed eccoci al secondo punto rilevante. L’agrodolce, ambivalente nostalgia è così frequentata perché (altro che patologia!) sperimentarla sembra dar luogo a una serie di ricadute positive.

Ad attestarlo c’è una gran mole di ricerche. E anche questo può sembrare strano, a prima vista, perché stiamo parlando di una condizione emotiva che non è nemmeno catalogata tra le sei (o sette, o otto, secondo i diversi autori) emozioni maggiori. E che, essendo appunto agrodolce (o, se preferite, dolceamara) ha una componente di ambivalenza.

Eppure.

La nostalgia favorisce la motivazione intrinseca, dà energia, stimola l’ispirazione, orienta alla crescita personale e accresce la propensione ad aiutare gli altri. Ad affermarlo è una ricerca britannica del 2019.

La nostalgia è una risorsa per la salute psicologica e il benessere. Dà significato alla vita. Contrasta il senso di solitudine e “ricostruisce la sensazione di essere connessi agli altri, che è critica per una condizione psicologica ottimale”. Migliora le prospettive di invecchiamento felice (successful ageing). Ad attestare tutto questo è una meta-analisi (cioè, un’analisi comparativa dei risultati di molte ricerche precedenti) svolta nel 2013 dalle università di Southampton e del North Dakota.

Infine (sintetizzo) la nostalgia migliora l’autostima e aiuta le persone a stare meglio con se stesse. Ha, in generale, una funzione riconciliatrice. Ed è stata anche associata all’apprendimento e al consolidamento della memoria.

Con queste premesse, non è sorprendente che Forbes titoli “Usate la nostalgia per migliorare i vostri risultati di marketing”. E che inviti a far riferimento ai “bei vecchi tempi”, e al gusto agrodolce della nostalgia, per insaporire ogni offerta commerciale, coinvolgendo il pubblico a livello emotivo ed evocando sentimenti di “sicurezza, comfort e fiducia”.

Tra l’altro: la Harvard Business Review inserisce la nostalgia fra i 30 elementi che i consumatori apprezzano davvero.

A proposito di pandemia: “Provare nostalgia aumenta la capacità di auto-tranquillizzarsi durante un periodo di stress”, scrive il New York Times, citando la psicologa Valentina Stoycheva, che aggiunge: “La nostalgia funziona come una specie di pacificatore emotivo”. Con queste premesse, è facile capire come mai in questi ultimi tempi anche il consumo di intrattenimento abbia subìto una pesante sterzata nostalgica: secondo una recentissima ricerca di Nielsen music, tra musica e tv, “oltre metà degli utenti ha cercato conforto in contenuti nostalgici e familiari”.
Dunque, se anche a voi capita di aver voglia di vecchi film e vecchie canzoni, o di rileggere i libri della vostra adolescenza, o di cercare storie che parlino di quel periodo, non preoccupatevi: state attuando una efficace strategia di autoaiuto. E, soprattutto, siete in ottima compagnia.

https://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2021/03/16/nostalgia-vantaggi-autoaiuto

martedì 30 marzo 2021

Il futuro impossibile di Aliya partita prima - Mauro Armanino

Aliya sarebbe senz’altro diventata una delle ultime principesse. La favola era stata scritta dai genitori. Lui di origine liberiana e lei di origine togolese. Le migrazioni combinano e sciolgono matrimoni, alleanze, fatue promesse ed eterne amicizie. La loro storia era nata a Niamey, nel Niger e più precisamente nel quartiere popolare chiamato Gamkallé. La mamma aveva due figli da una precedente unione e il papà di Aliya aveva accettato di tutto cuore di prenderli come suoi. Con lei, principessa di un regno di sabbia che ancora non era stato concepito da queste parti. Regno di un re qualunque, senza territorio e senza popolo da governare, un titolo nobiliare da annoverare tra le importanti inutilità della storia umana. Una principessa d’altri tempi con tanto di reggia e un parco per le visite degli altri dignitari del regno e dei principati vicini. I suoi genitori erano fieri di lei che li avrebbe ricompensati dei tanti sacrifici per farla crescere, studiare e soprattutto coltivare le doti che avevano scoperto in lei. Li avrebbe fatti felici e coeredi della sua fortuna.

Aliya, il cui nome di presunta origine araba significa ‘forza’ o ‘robustezza’. Questo nome potrebbe però anche avere radici linguistiche germaniche e, in questo caso, il nome vorrebbe dire ‘nobile’. Questo spiegherebbe la sua prima vocazione al titolo di principessa senza peraltro precludere altri cammini non meno nobili. In effetti Aliya sarebbe senz’altro diventata una migrante come i suoi genitori. Il papà liberiano, fuggito dalla guerra in Ghana e poi, una volta non tornata la pace, ha viaggiato più volte nei Paesi del Maghreb cercando, senza riuscirvi, di raggiungere l’Altro Mondo di cui così tanto gli avevano parlato gli amici. L’ultimo suo tentativo in Algeria aveva abortito perché aveva saputo che questo Paese ributtava indietro migranti e rifugiati. Si era convinto che sarebbe stato inutile continuare ed era tornato alla capitale Niamey dove aveva infine trovato lei, la Sua Sola Terra, e si era sposato. Aliya avrebbe continuato il viaggio del padre e quello della madre che, di mestiere parrucchiera, aveva aperto un minuscolo e dignitoso salone per signore nel quartiere. Aliya sarebbe andata più lontano, fino al paese che ancora non si è inventato.

Aliya sarebbe senz’altro diventata donna e forse madre, un giorno. Avrebbe imparato ad innamorarsi con la vita e poi ai tradimenti dell’amore. Avrebbe contato i giorni di festa, i vestiti secondo l’occasione e il trucco leggero agli occhi con il profumo che l’avrebbe resa unica tra le tante. Avrebbe scoperto che i giorni sono diversi a seconda degli occhi che la guardavano e che, da ragazza com’era, la facevano sentire una donna del tutto speciale per qualcuno. La prima volta le sarebbe capitato come per caso e poi avrebbe scoperto i misteri del suo corpo e dei sentimenti, come l’amore che si avvicina così tanto alla morte, le dicevano. L’avrebbero consigliata di sposarsi per diventare una donna come le altre e tra le altre. E un giorno sarebbe rimasta incinta senza saperlo e senza volerlo. Avrebbe avuto paura di trovarsi sola in quel momento e sentiva timore di dirlo a sua madre e soprattutto a sua padre che l’aveva minacciata apertamente nel caso questo fosse accaduto. Contro tutto e tutti non aveva voluto separarsi dal frutto del suo grembo di madre.

Aliya sarebbe senz’altro diventata rivoluzionaria come solo le donne sanno esserlo quando possono. Era diventata una militante per i diritti delle donne da quando aveva scoperto che l’unico rivoluzionario degno di questo nome era Dio, differente da quello che gli avevano raccontato da piccola. Aliya sarebbe diventata senz’altro tutto questo e forse ancora più solo avesse potuto. Aliya è nata il 22 dicembre del 2020 e il mercoledì 10 febbraio scorso, non ancora due mesi di vita, è morta di disidratazione acuta alle 11. 30, mandata da una clinica all’altra. Suo padre si chiama David e sua madre Yawa. Due mesi di vita e un fiore di sabbia piantato sulla tomba.

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lunedì 29 marzo 2021

Il capitalismo non si è fermato qui! Espropriazione e brutalità in tempi di pandemia. Cos'ha da dirci l'Amazzonia?

di Bruno Cezar Malheiro, Fernando Michelotti, Thiago Alan Guedes Sabino


Questo studio è una doccia fredda sulle speranze di chi, all'inizio della pandemia, aveva vaticinato l'avvento della fine del capitalismo.
Dimostra come la dinamica dell'accumulazione in Brasile, lungi dall'essere stata paralizzata dalla pandemia, è diventata ancora più brutale a causa dell'accelerazione dei processi di espansione delle merci. Infatti, negli stessi mesi in cui crescevano i contagi, assieme ai prezzi dei beni di prima necessità e alla fame dei brasiliani, crescevano al contempo anche le esportazioni di materie prime alimentari sul mercato mondiale, i profitti dell'agribusiness, i processi di deforestazione e la violenza in Amazzonia, con un ritmo più intenso rispetto ai periodi precedenti. Si va ad approfondire, in questo modo, il processo di reprimarizzazione dell'economia brasiliana, intesa come regressione da un'economia basata sulla produzione manifatturiera e di tecnologie di punta ad un assetto dove torna a prevalere l'estrazione di materie prime per l'esportazione. Un processo già iniziato ai tempi delle presidenze Lula e Rousseff, ma che con Bolsonaro tende a superare violentemente ogni limite normativo, sociale e naturale.
Gli autori, ricercatori della Universidade Federal do Sul e Sudeste do Parà, danno una misura di questi fenomeni incrociando i dati sulle esportazioni, sulle superfici coltivate, sulla fame, sulla deforestazione e gli incendi.
Concludono con l'analisi della correlazione fra l'estendersi dei contagi e le attività d'esplorazione mineraria dell'impresa Vale S.A. nella provincia di Carajás.

 

Proponiamo qui la traduzione di alcuni paragrafi:


Il Brasile della fame trascura il cibo e abbraccia le merci

L'attacco sistematico dell'attuale governo ai piccoli agricoltori e, in generale, alle popolazioni rurali ha consolidato la scelta politica di smantellare la produzione di alimenti a favore della produzione di merci.

Si tratta di un attacco operato sia attraverso lo smantellamento di leggi, codici e strumenti di protezione ambientale, che tramite una narrativa criminalizzante e un'offensiva contro gli organismi di controllo dell'ambiente, della riforma agraria e della politica indigenista.
Questa scelta, che non è di oggi, e che ha determinato una crescita sostanziale della superficie coltivata a soia e mais in Brasile tra il 1999 e il 2018 - mentre la superficie coltivata a riso, fagioli e manioca è diminuita drasticamente nello stesso periodo  - si è radicalizzata attraverso la deregulation totale del controllo del mercato e la concentrazione monopolistica della produzione e della distribuzione alimentare che, logicamente, già produce fame su larga scala.
L'effetto della pandemia ha già determinato nel Paese un aumento notevole del prezzo del paniere alimentare di base, come dimostra un'indagine condotta da Dieese [Departamento Intersindical de Estatística e Estudos Socioeconomicos] in 17 capitali, che rileva come in 16 fra queste, fra marzo e aprile, vi sia stato un aumento del prezzo dell'insieme degli alimenti basilari.
Secondo l'economista Daniel Balaban, capo dell'ufficio brasiliano del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, la fame, che già da prima della pandemia era una realtà per circa cinque milioni di brasiliani, dovrebbe raggiungere i 14,7 milioni entro la fine del 2020. Si tratta di circa il 7% della popolazione, dato che riporta il paese sulla mappa della fame, da dove era uscito dal 2014.

Ed è proprio in questo momento, di accelerazione dei decessi per coronavirus e di crescita della piaga della fame nel Paese, che le nostre dinamiche della produzione agraria hanno approfondito il percorso univoco verso la produzione di commodities a scapito della produzione di cibi sani. Questa scelta che, come abbiamo avvertito in precedenza, attraversa l'intero panorama politico da sinistra a destra, si è rafforzata dall'inizio del 21° secolo in Brasile e nel resto dell'America Latina.
È quello che Maristella Svampa (2013) ha chiamato "consenso delle commodities", ma che può anche essere definito come "un regime di relazioni sociali che fagocita le energie vitali come mezzo per l'accumulazione presumibilmente infinita di valore astratto" (Machado Aráoz, 2016).
I dati sulle esportazioni brasiliane sono eloquenti, mostrano il processo di reprimarizzazione delle esportazioni brasiliane a partire dagli anni 2000, con le materie prime che superano i prodotti della manifattura nel 2009. Da allora le materie prime hanno mantenuto un maggior peso relativo nell'agenda delle esportazioni, con una leggera flessione tra il 2015 e il 2016, quando, al primo segnale di incertezza dell'assetto economico che aveva sostenuto i profitti, le forze conservatrici si sono riorganizzate attorno al colpo di stato.

L'export di prodotti primari ha ricominciato a crescere nel 2016, ha raggiunto oltre il 50% del totale delle esportazioni nel 2019, superando così l'insieme delle esportazioni dei prodotti della manifattura e dei semilavorati, per un totale assoluto di 119 miliardi di US $.

Questo processo è stato fortemente segnato dalle esportazioni di prodotti primari verso la Cina, balzate da 0,4 miliardi di dollari nel 1999 a 56,4 miliardi di dollari nel 2019, valori che rappresentano un aumento dal 3,6% al 47,4% del quota proporzionale del mercato cinese sulle esportazioni totali di prodotti di base in Brasile.

Quando siamo arrivati al 2020, nel contesto della pandemia, ci siamo resi conto che, nonostante i limiti imposti ai flussi a causa della diffusione del virus nel mondo, le esportazioni verso la Cina continuavano a crescere. Tra gennaio e aprile 2020 il valore delle esportazioni verso il paese asiatico ha raggiunto i 20,8 miliardi di dollari USA, un valore superiore ai 18,7 miliardi registrati tra gennaio e aprile 2019…

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