lunedì 7 luglio 2025

Lo Squalo della Groenlandia, quando il tempo non conta.

 

Per lo Squalo della Groenlandia (Somniosus microcephalus) il tempo è un dettaglio.

Si stima che possa vivere fino a 4-500 anni, grazie molto probabilmente alla suo lento metabolismo, favorito dalle gelide acque dei mari artici dove vive.

Per quel poco che si conosce della sua vita quotidiana, pare che sia estremamente tranquilla.

Potrebbe insegnar qualcosa anche a noi umani, no?

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

Mare

da Kodami, 9 luglio 2023

Lo squalo della Groenlandia (Somniosus microcephalus).

Lo squalo della Groenlandia è un grande squalo della famiglia Somniosidae. Vive nelle fredde acque del Nord e per questo è chiamato anche squalo artico. Famoso per la sua longevità, può raggiungere i 400 anni. Perché viva così a lungo rimane però ancora un mistero. (Claudia Negrisolo)

Lo squalo della Groenlandia (Somniosus microcephalus) è un animale appartenente alla famiglia Somniosidae. Data la sua distribuzione nelle fredde acque del Nord, è noto anche con il nome di squalo artico. Si tratta di una specie di grandi dimensioni, famosa soprattutto per la longevità. Secondo uno studio del 2019, condotto dal Dipartimento di Scienze Biologiche dell’Università di Windsor (Canada), infatti, lo squalo della Groenlandia raggiunge in media 272 anni di età e, in alcuni casi, può sfiorare i 400 anni.

Come è fatto lo squalo della Groenlandia

Lo squalo della Groenlandia è di colore grigio tendente al marrone, con bande scure trasversali e piccole macchie chiare e scure su tutto il dorso. La pelle è ruvida e presenta piccoli dentelli appuntiti. Ha il muso corto e arrotondato e due pinne dorsali di dimensioni uguali tra loro. Il corpo, dalla forma cilindrica, raggiunge mediamente i 4 metri e 20 centimetri, ciò nonostante, secondo quanto descritto dallo Shark Research Institute, sono stati individuati soggetti di dimensioni molto maggiori che, in alcuni casi, superano i 7 metri di lunghezza e i 1000 chili di peso.

Si tratta di animali dalla crescita molto lenta e, generalmente, le femmine raggiungono dimensioni superiori rispetto ai maschi. Secondo quanto riportato in uno studio condotto nel 2017 presso l’Università di Copenhagen, un soggetto pescato accidentalmente per ben due volte negli anni Sessanta del secolo scorso, ha presentato una crescita di 8 centimetri in circa 16 anni, ovvero mezzo centimetro all’anno.

Habitat e distribuzione

Lo squalo della Groenlandia vive prevalentemente nelle acque fredde e profonde dell’Oceano Atlantico settentrionale e dell’Oceano Artico. Talvolta può raggiungere la costa orientale degli Stati Uniti, ma molto più spesso si muove nelle zone esterne della piattaforma continentale e della scarpata continentale superiore, tra la Baia di Baffin (che separa il Canada settentrionale dalla Groenlandia), il Mare di Barents (a Nord della Scandinavia, fino alle isole Svalbard) e il Mare del Nord.

Può raggiungere i 1200 metri di profondità e predilige acque caratterizzate da temperature tra gli 0,6 e i 12°C. Durante l’inverno artico tende a spostarsi verso la costa, dove frequenta foci dei fiumi e baie.

Alimentazione

Secondo una ricerca pubblicata nel 2016 condotta dal Norwegian Polar Institute, nella zona di Kongsfjorden, vicino alle isole Svalbard, gli squali della Groenlandia si nutrono di numerose specie di foche per circa il 40% del totale della dieta. Possono inoltre predare balenottere minori (Balaenoptera acutorostrata), merluzzi atlantici (Gadus morhua), lupi di mare (Anarhichas lupus) ed eglefini (Melanogrammus aeglefinus). Da un’analisi svolta sul contenuto degli stomaci degli squali, è emerso che molte prede (fino ad un massimo di circa 8 chili) vengono inghiottite intere.

Per i ricercatori, inoltre, si tratta di una specie che nuota molto lentamente (mediamente a 0,34 m/s), il che porta a supporre che sia in grado di avvicinarsi in maniera estremamente silenziosa e che prediliga prede deboli, ferite, già morte, oppure intente a dormire.

Gli squali della Groenlandia riescono a nutrirsi nonostante un piccolo parassita (Ommatokoita elongata) capace di mettere quasi completamente fuori uso il bulbo oculare della maggior parte degli adulti, rendendoli quasi completamente ciechi. Oltre ad impedirne la vista, però, stando a quanto riportato sul sito del Florida Museum of Natural History, fornisce loro un vantaggio nella caccia, grazie alla sua bioluminescenza.

Riproduzione

Uno studio pubblicato nel 2020 e condotto dal Greenland Institute of Natural Resources di Nuuk ha dimostrato che lo squalo della Groenlandia è una specie vivipara e non ovovivipara, come per molto tempo si è creduto. Il numero di piccoli varia da 1 a circa 10 per ogni gravidanza e anche questo aspetto è stato rivelato solo recentemente.

Sebbene non sia mai stato osservato l’accoppiamento, alcune femmine sono state rinvenute con cicatrici sulle pinne caudali. Questo indizio porta a supporre che, come avviene in molte specie di squali, prima dell’atto vengano morse dai maschi.

Trattandosi di una specie estremamente longeva, è molto difficile valutare con precisione a che età gli squali della Groenlandia raggiungano la maturità sessuale, ma si suppone che ciò avvenga intorno ai 150 anni.

La longevità dello squalo della Groenlandia

Lo squalo della Groenlandia è il vertebrato più longevo del mondo e, secondo uno studio condotto dall’Università di Copenhagen e pubblicato nel 2016, può arrivare a sfiorare i 400 anni di età. Perché lo squalo della Groenlandia viva così a lungo rimane ancora un mistero per i ricercatori e il dato è in realtà una stima che potrebbe venire corretta in futuro. A favorire la longevità è probabilmente proprio l’ambiente in cui vive l’animale. L’acqua fredda, infatti, potrebbe rallentare sia la crescita che le attività biologiche, allungandogli la vita.

Per rilevare là longevità degli squali della Groenldandia, gli studiosi hanno raccolto il corpo di numerosi esemplari morti e ne hanno poi analizzato il cristallino degli occhi, dove sono conservate grandi quantità di carbonio-14. Il dato riguardante la presenza della sostanza è stato poi incrociato con la dimensione dei soggetti, permettendo di risalire alla durata della loro vita.

La carne tossica dello squalo della Groenlandia

A causa della presenza di una neurotossina, ovvero l’ossido di trimetilammina, la carne dello squalo della Groenlandia è tossica e, se ingerita da cruda, può provocare effetti simili a quelli di una forte ubriacatura. Ciò nonostante, in alcuni paesi del Nord, le popolazioni locali hanno trovato il modo di renderla commestibile. Il kæstur hákarl, ad esempio, è una ricetta tipica dell’Islanda e consiste in bocconcini di carne di squalo essiccati e fermentati. Prima della cottura, corpo dell’animale viene mantenuto per alcune settimane sotto la sabbia e ricoperto da pietre pesanti. Grazie alla pressione, i fluidi (tra i quali l’acido urico) fuoriescono e, dopo qualche mese di essiccazione, l’animale diviene infine consumabile.

Svelato il segreto della longevità degli squali della Groenlandia.

I ricercatori hanno scoperto che gli squali della Groenlandia vivono fino a 500 anni grazie a un metabolismo costante che non diminuisce con l’età, mantenendo così energia e capacità di riparazione cellulare negli anni. (Yuri Digiuseppe)

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domenica 6 luglio 2025

Insegnante e Rsu denuncia l’assenza dei contatori negli edifici pubblici. La Uil scuola Calabria lo sospende - Lucio Musolino

 

“Una chiara connotazione politica o partitica”. Questa la singolare motivazione che ha portato alla sospensione di Simone Veronese dagli incarichi dirigenziali della UilVeronese, insegnante di Reggio Calabria, nei giorni scorsi aveva denunciato pubblicamente l’assenza dei contatori dell’acqua in molti immobili di proprietà del Comune: dagli uffici pubblici a tutte le scuole passando per lo stadio “Granillo” e la sede della polizia locale. Una denuncia che il professore, da cittadino e non da sindacalista, ha formalizzato anche alla Procura della Repubblica e alla guardia di Finanza ai quali ha ipotizzato pure una serie di presunti reati: dal furto d’acqua alla truffa passando per la violazione dell’articolo 2621 del codice civile relativo alle “false comunicazioni sociali”.

Il resto lo ha detto in una conferenza stampa in cui ha sostenuto che il costo dell’acqua utilizzata dal Comune non sarebbe “mai stato messo a bilancio in uscita determinando un falso”. Parole forti che, ovviamente, hanno scatenato la polemica con l’amministrazione comunale guidata dal sindaco Giuseppe Falcomatà. A rispondere alle prime segnalazioni di Simone Veronese era stato il vicesindaco Paolo Brunetti secondo cui non solo “il tema riguarda la stragrande maggioranza dei Comuni” ma “la questione relativa all’utilizzo dell’acqua negli edifici pubblici comunali è assolutamente lineare e trasparente”. Fin qui la vicenda ha visto protagonisti il più grande Comune della Calabria e un privato cittadino che, nel suo settore lavorativo (quello di insegnante), è anche impegnato dal punto di vista sindacale: è infatti iscritto alla Uil, sindacato con il quale è stato pure eletto come Rsu.

Venerdì 20 giugno, quando la polemica con il Comune era già scoppiata, Simone Veronese decide di fare una conferenza stampa per replicare al vicesindaco Brunetti. Il giorno dopo, di sabato, il segretario regionale della Uil Scuola Rua Andrea Codispoti e il segretario cittadino del sindacato Luca Scrivano sospendono il docente che ha denunciato l’assenza dei contatori dell’acqua. Lo fanno con una lettera in cui la vicenda dei contatori aleggia senza essere nemmeno menzionata. Proprio per questo balza all’occhio la tempistica della sospensione disposta di sabato e il giorno dopo la conferenza stampa di Veronese. “Questa organizzazione sindacale – si legge nella comunicazione – pur riconoscendo e rispettando il diritto di ogni cittadino (o associazione) a esprimere liberamente opinioni e denunce su tematiche civiche e sociali, ritiene necessario precisare che tali interventi, quando assumono una chiara connotazione politica o partitica, esulano dalle finalità proprie della Uil Scuola Rua. Alla luce dei principi statutari della Uil, che sanciscono l’assoluta indipendenza da governi, confessioni religiose e partiti politici, e considerato che la nostra azione si concentra esclusivamente sul buon andamento della comunità educante e sulla tutela dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori della scuola, riteniamo doveroso intervenire. Preso atto delle recenti e reiterate iniziative pubbliche a carattere politico e civico promosse dal professore Antonio Simone Veronese, dirigente sindacale della nostra organizzazione, comunichiamo la sospensione di quest’ultimo da ogni incarico sindacale, sia a livello regionale che locale”.
Secondo i due responsabili sindacali, “tale decisione, assunta con spirito di rispetto nei confronti del diritto individuale all’impegno civile, mira a tutelare l’autonomia e la coerenza dell’azione sindacale della Uil Scuola Rsu, evitando ogni forma, anche indiretta, di coinvolgimento dell’organizzazione in dinamiche che non le appartengono”.

Come possa la denuncia di Veronese coinvolgere una sigla sindacale che si occupa del mondo della scuola non è dato saperlo. Sta di fatto, però, che l’insegnante che ha denunciato il Comune, secondo i vertici regionali della Uil Scuola, deve rinunciare al suo ruolo di Rsu per il quale è stato eletto ma potrebbe mantenere la tessera e continuare “a far parte della nostra organizzazione in qualità di iscritto, libero di portare avanti le proprie iniziative personali, nel pieno rispetto della libertà di espressione e dell’autonomia sindacale”. Non accettando di essere stato sospeso per “aver fatto politica”, Veronese ha scritto al segretario generale della Uil Pierpaolo Bombardieri cui ha spiegato che la sua “denuncia, documentata da un accesso agli atti presso Sorical (la società di gestione del servizio idrico, ndr) e presentata alle autorità giudiziarie, nasce da un obbligo morale e civico”. Tuttavia, invece di essere sostenuto, “sono stato colpito da un provvedimento disciplinare che appare sproporzionato, ma soprattutto profondamente ingiusto. È un segnale pericoloso per tutti i lavoratori, per i cittadini e per chi crede nella legalità. Chi porta avanti battaglie di trasparenza e legalità non può essere isolato proprio da chi dovrebbe stargli accanto”.

Secondo Veronese, il rischio è di dare “all’opinione pubblica l’impressione gravissima che questa sospensione venga fatta non per punire un’azione politica, bensì per tutelare un equilibrio politico da parte del sindacato agendo non per garantire una neutralità, ma piuttosto una forma di copertura politica e sindacale verso un’amministrazione locale a guida Pd sulla quale gravano forti responsabilità rispetto ai fatti denunciati. Com’è possibile che un sindacato punisca chi denuncia un’ingiustizia a danno della cittadinanza? Non è forse questa una battaglia sindacale autentica che meriterebbe il sostegno dell’intera Uil? Non chiedo solo che il provvedimento venga annullato, ma chiedo con forza che la Uil sia al mio fianco in questa lotta di civiltà, che riguarda il diritto dei lavoratori a vivere in una società giusta, trasparente, rispettosa delle regole. Non possiamo proclamarci paladini dello slogan “Zero morti sul lavoro” se poi restiamo in silenzio davanti a chi denuncia situazioni di rischio, irregolarità, o diseguaglianza economica”.

L’insegnante è un fiume in piena. Nella lettera che scrive a Bombardieri chiede anche di “valutare l’avvio di una procedura di commissariamento della Uil Scuola calabrese”: “Alla luce della gravità dei fatti e della natura della mia denuncia, effettuata non solo come cittadino ma anche in qualità di docente e dipendente pubblico, nel pieno rispetto di quanto previsto dall’articolo 52 del Codice di giustizia contabile – scrive Veronese – segnalo come il mio comportamento non solo fosse lecito, ma addirittura doveroso e obbligatorio. Per questo motivo, la sospensione che mi è stata inflitta appare non solo illegittima, ma potrebbe configurare un vero e proprio reato, nella misura in cui punisce un atto dovuto di tutela dell’interesse pubblico”. Contattata telefonicamente da ilfattoquotidiano.it, la Uil nazionale dice che la lettera del professore Veronese “non è ancora pervenuta all’attenzione del segretario Bombardieri e quando arriverà sarà valutata dagli organismi preposti che faranno le valutazioni del caso”.

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sabato 5 luglio 2025

Il caso Perdasdefogu - Noemi Cipriano e Lydia Karazarifi

 

Non possiamo parlare di ecologia e investire nella militarizzazione: la prospettiva della giustizia ambientale attraverso il laboratorio sardo

Nel cuore dell’Ogliastra, una delle zone più incontaminate e poco popolate della Sardegna, sorge una delle installazioni militari più vaste e controverse d’Europa: la base di Perdasdefogu, parte integrante del poligono interforze del Salto di Quirra. Utilizzata per sperimentazioni militari, test missilistici e collaborazioni aerospaziali, questa struttura è il più grande poligono sperimentale e di addestramento militare in Europa. In un’isola, la Sardegna, che si distingue per essere la regione europea con la più ampia densità ed estensione di servitù militari: il 60% delle basi militari italiane si trova in Sardegna. Il suolo sardo, tuttavia, non è solo oggetto di sperimentazione da parte delle forze militari italiane, ma anche dalla Nato.

Si tratta di una questione delicata che dovrebbe farci riflettere sullo sfruttamento in corso nella regione sarda, così fortemente impattata dall’inquinamento chimico connesso alla presenza militare. È quanto emerso dalle numerose perizie giudiziarie e indagini scientifiche svolte nel territorio circostante la base di Quirra. Un dolore muto, ignorato da interessi più forti delle voci dei pastori e degli abitanti che da generazioni vivono queste terre. Una vicenda su cui non è mai stata fatta giustizia. Ricordarla oggi non è solo un atto di memoria, ma un dovere verso chi continua a subirne le conseguenze.

Nel 2012, dopo anni di denunce, analisi ambientali e sospetti legati all’insorgenza di malformazioni e tumori tra militari, civili, pastori e animali presenti nella zona, nel tribunale di Lanusei ha avuto inizio il primo processo per disastro ambientale in ambito militare. Un caso giudiziario senza precedenti, poiché ha coinvolto molti ufficiali di alto rango e riguardava un’area strategicamente sensibile – all’epoca ancora in uso – e soggetta a segreto militare, in cui molti dati erano coperti da segreto di Stato.

Fa rabbrividire ciò che hanno vissuto coloro che, direttamente o indirettamente, sono entrati in contatto con la base militare di Quirra. Non solo i militari e i tecnici che vi operavano senza adeguate protezioni, ma anche i pastori e gli abitanti dei paesi circostanti, esposti per anni a sostanze tossiche senza essere informati né tutelati. Comuni come Villaputzu, Escalaplano e Ulassai sono tra quelli maggiormente colpiti: qui i cittadini non erano al corrente – sia per l’omissione di bonifica e segnalazione delle aree demaniali militari, sia per la mancanza di adozione delle più elementari precauzioni per la salute umana e animale – di quanto veniva sprigionato in aria e nel suolo.

Cronache dell’inquinamento chimico

Dal 1984 al 2008, nella zona di Torri, a 600 metri sul livello del mare, sono stati effettuati brillamenti di enormi quantità di munizioni e ordigni fuori uso. Tra il 1986 e il 2003 sono stati lanciati oltre 1.187 missili anticarro Milan e, in seguito, Tow, contenenti torio – una sostanza radioattiva – e materiali altamente tossici come l’amianto.

La base di Quirra è stata anche il luogo in cui venivano illecitamente smaltite grandi quantità di rifiuti militari composti da bombe e munizioni obsolete dell’Aeronautica Militare, tanto che gli stessi medici del lavoro disposero che non fossero più effettuate analisi per la misurazione periodica del piombo nel sangue dei militari, ritenendole ormai inutili.

Il pericolo per la pubblica incolumità nell’area circostante il Poligono Interforze del Salto di Quirra (Pisq) è stato esteso e profondo. In un territorio dove si sono registrati circa 160 casi di linfomi e tumori nella popolazione, con centinaia di morti sospette e numerose gravi malformazioni, le fonti di contaminazione sono state molteplici.

Oltre ai brillamenti e ai lanci di missili anticarro, una delle cause più preoccupanti era l’interramento di fusti contenenti Napalm, sostanza altamente tossica e pericolosa.

Le operazioni militari venivano condotte in un’area morfologicamente predisposta alla diffusione degli agenti contaminanti: un corridoio naturale tra due rilievi montuosi paralleli, che incanalava i venti lungo l’asse dei centri abitati di Escalaplano e della frazione Quirra del Comune di Villaputzu. Questa direttrice attraversava anche le aree di sorgente che alimentavano l’acquedotto locale, considerato potabile, e serviva entrambe le comunità.

Il legame tra attività militari e gravi patologie ha generato nella popolazione un senso profondo e duraturo di allarme, rilanciato più volte con grande rilievo dagli organi di stampa.

Colpisce con particolare amarezza quanto riportato da diversi organi di stampa: alcuni generali della base militare, di fronte all’allarme sanitario crescente, arrivarono ad attribuire l’elevata incidenza di tumori tra la popolazione locale a relazioni di consanguineità tra cittadini sardi. Un’affermazione non solo infondata, ma gravemente offensiva e intrisa di pregiudizio, che riflette un atteggiamento discriminatorio verso le comunità del territorio, vittime degli esperimenti militari.

Il 5 e 6 gennaio 2011, una relazione dei veterinari delle Asl di Lanusei e Cagliari, ripresa dalla stampa nazionale, documentò in modo dettagliato le malformazioni riscontrate tra gli animali da allevamento e rivelò un dato sconvolgente: il 65% dei pastori che operavano all’interno o nei pressi del poligono risultava deceduto per linfomi o tumori.

L’esposizione a un grave rischio sanitario è stata ulteriormente confermata dalle analisi sulle salme di numerosi pastori malati di tumore o leucemia, nelle quali è stata rilevata una quantità anomala di torio – sostanza radioattiva – significativamente superiore rispetto a chi non aveva frequentato l’area del poligono. Il torio, se inalato o ingerito, emette particelle altamente nocive in grado di alterare irreversibilmente il Dna cellulare, provocando linfomi o tumori anche a distanza di decenni dall’esposizione.

La prospettiva della giustizia ambientale

Questa vicenda non è solo un caso di ingiustizia sociale e sanitaria, ma anche un grave episodio di inquinamento ambientale, che tocca il suolo, l’acqua e l’aria di un territorio prezioso e vulnerabile. In un’epoca in cui si moltiplicano le dichiarazioni di impegno verso la sostenibilità e la transizione ecologica, sorprende e inquieta che aree come il Salto di Quirra continuino a essere sacrificate in nome di interessi militari, spesso imposti dall’alto e giustificati da ragioni di sicurezza nazionale. 

Il contrasto tra la retorica della green economy e la realtà di questi territori martoriati rivela una contraddizione profonda e ancora irrisolta. Non si può parlare di futuro sostenibile ignorando queste ferite aperte. Il silenzio su Quirra è un silenzio che grida, e che ci interroga sulla gerarchia di valore che diamo ai territori, alle comunità e alle vite umane.

Allo stesso tempo, si continua a investire nella produzione militare, in equipaggiamenti e tecnologie, senza considerare i danni all’ambiente, alla salute e al benessere delle popolazioni.

La giustizia ambientale si fonda sull’equità nell’accesso a un ambiente sano, sicuro e libero da inquinamento, capace di sostenere il benessere sia delle comunità locali che degli ecosistemi. Questo concetto include le lotte sociali per la tutela ambientale e mette in luce le disuguaglianze legate alla classe sociale, al contesto culturale e alla dimensione territoriale nell’accesso e nella gestione delle risorse naturali. Tra i suoi principi fondamentali spicca l’allineamento con la democrazia partecipativa, che riconosce il valore dell’impegno attivo delle comunità nei processi decisionali.

In Sardegna, come è emerso chiaramente, le dinamiche di ingiustizia ambientale sono strettamente connesse alla presenza e all’attività delle basi militari, le cui operazioni hanno avuto un impatto devastante sull’ambiente e sulla salute delle popolazioni locali. Le storie di resistenza nate in questo contesto mirano a riconoscere e denunciare tali ingiustizie, dando voce a chi le ha subite. Iniziative dal basso, movimenti civici, comunità e singoli individui si sono mobilitati per rivendicare il diritto a vivere in un ambiente sano. I processi giudiziari, la formazione di collettivi attivisti e l’azione continua sul territorio rappresentano le molteplici forme di una lotta in corso per la vita, la terra e la dignità ambientale.

Accanto a queste forme di attivismo, esiste una resistenza più profonda e simbolica, radicata nel legame tra persone e territorio. Pratiche rituali, cerimonie legate all’acqua e alla terra, luoghi sacri e tradizioni ancestrali costituiscono una memoria collettiva viva, che suggerisce possibilità future di coesistenza armoniosa. In questo senso, il diritto alla tutela ambientale si intreccia con una visione più ampia del vivere: cosa produrre, in che modo investire, come abitare e rispettare il territorio.

Come afferma Robert Bullard, «Il movimento per la giustizia ambientale ha ridefinito il significato dell’ambientalismo. Dice fondamentalmente che l’ambiente è tutto: dove viviamo, lavoriamo, giochiamo, andiamo a scuola, così come il mondo fisico e naturale. E quindi non possiamo separare l’ambiente fisico da quello culturale. Dobbiamo assicurarci che la giustizia sia integrata in tutto ciò che facciamo».

L’ingiustizia ambientale è un fenomeno complesso e multidimensionale, la cui comprensione è imprescindibile nei dibattiti contemporanei sulla protezione ambientale. È urgente portare alla luce gli effetti nocivi dell’industria militare sull’ambiente e sulla salute umana, temi troppo spesso assenti dalle agende pubbliche.

Il caso della Sardegna esemplifica con chiarezza le molteplici sfaccettature di questa ingiustizia, così come le forme di resistenza e i tentativi di ricostruire un legame profondo con la terra e con le comunità che la abitano. Attraverso la lente della giustizia ambientale, emerge come alcuni gruppi sociali siano più vulnerabili di altri di fronte ai processi di militarizzazione e sfruttamento.

Per affrontare questi squilibri è fondamentale riconoscere le specificità delle comunità, considerando la loro storia, classe sociale, cultura e relazione con il territorio. Le esperienze di partecipazione democratica e le memorie di lotta possono costituire la base per nuovi investimenti nel benessere collettivo, tracciando un cammino concreto verso una giustizia ambientale integrale e duratura.

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venerdì 4 luglio 2025

È la guerra della povertà quella che miete più vittime al mondo. Ma nessuno se ne vergogna - Mauro Armanino

 

Miete più vittime delle altre registrate nel mondo. L’anno scorso i conflitti armati riconosciuti tali erano 61. Quest’unica guerra uccide più che tutte i conflitti messi assieme. Si tratta della guerra della povertà o, se vogliamo, della miseria che porta con sé, troppo spesso nel silenzio, milioni di persone. Un po’ come le cosiddette ‘morti bianche’ cioè quelle sul lavoro. Un’altra vera e propria battaglia quotidiana che vede come protagonista chi non è certo di tornare a casa dopo esserne uscito per lavoro, il mattino. Si calcola che l’anno scorso le ‘morti bianche’ abbiano raggiunto i tre milioni.

La guerra della povertà è peggio perché per gli economisti si perde nelle statistiche, mentre per la gente è una sparizione continua che passa inosservata. Ad essere cancellati sono i poveri. Le tracce della miseria durano a lungo perché coinvolgono i bambini, le donne e i giovani. La miseria è il frutto più immediato di guerre, movimenti forzati di popolazione, avversità climatiche ma soprattutto di classi politiche ammalate di potere e spogliamento del popolo nel più breve tempo possibile. Cause esterne, interne e purtroppo ‘eterne’ si perpetuano perché abbiamo smarrito la vergogna.

Sembra scomparsa, la vergogna, dal lessico e soprattutto dal volto, le parole e le azioni. Si tratta del sentimento, innato e allo stesso tempo frutto culturale, che manifesta l’inadeguatezza tra la verità dell’onestà e il nostro agire e sentire. La crescita, tutta occidentale, dell’individualismo e del fin troppo citato relativismo non possono che produrre l’esilio della vergogna. Gli atti, le scelte, le parole e financo l’abbigliamento non si misurano più con lo sguardo dell’altro. Il ‘principio di responsabilità’ è stato spazzato via dall’utilitarismo capitalista che tutto mercifica e traduce, senza vergogna, in denaro.

Investire somme abissali destinate a servizi sociali in armi, ordigni letali studiati e programmati allo scopo di uccidere il ‘nemico’ fa ormai solo vergognare i pochi irriducibili ‘idealisti’. Nel frattempo nel Sahel imperversa la vulnerabilità alimentare per milioni di persone, l’indigenza al quotidiano, la mancanza di strutture educative e sanitarie. Mancano dispositivi che facilitino l’ingresso dei giovani nel mondo lavorativo. Non si vergogna affatto la classe politica al potere, gli intellettuali attirati dalla retorica che sembra promettere loro un futuro e i leader religiosi che puntellano il sistema fatiscente.

Il Fondo Monetario Internazionale, che sappiamo non essere un ente di beneficenza, ha rilasciato un documento che, prendendo in considerazione il Pil dei Paesi, stila la lista dei 10 Paesi col reddito pro capite più basso in Africa. Con tutti i limiti che questo tipo di operazione sappiamo comporta, rimane utile affacciarsi su questa strana e drammatica classifica che nasconde ciò che mostra ed evidenzia ciò che nasconde. Ci sono numeri che offuscano le cause e facilitano l’operazione di sminamento del sentimento di vergogna che dovrebbe toccare i politici per primi.

Senza sorpresa, l’Africa subsahariana domina la classifica. I conflitti cronici, la debolezza istituzionale e una élite politica sempre più spesso militarizzata non sembrano in grado di offrire alternative coerenti ed efficaci alla precarietà di vita dei popoli che dovrebbe servire. Nell’ordine della lista si trova il Sudan del Sud, lo Yemen, il Burundi, la Repubblica Centrafricana, il Malawi, il Madagascar, il Sudan, il Mozambico, la Repubblica Democratica del Congo e il Niger, Paese nel quale ho il privilegio di trovarmi. Tutto ciò dovrebbe far vergognare chi profitta della miseria degli altri per arricchirsi o per illudere i poveri con vuote e false promesse di un domani migliore. Finché la vergogna non ritornerà ad essere una materia di insegnamento nella grammatica della vita quotidiana, sarà difficile cambiare lo sguardo sul mondo.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/06/29/guerra-poverta-vittime-vergogna/8041750

giovedì 3 luglio 2025

“Eutanasia di Stato per l’Italia interna: il decreto che pianifica l’abbandono, ignorando il Modello Riace come via di rinascita” - Mario Sommella

 

C’è una frase, in un documento ministeriale pubblicato senza clamore, che dovrebbe scuotere ogni coscienza democratica di questo Paese. È a pagina 45 del Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027 (PSNAI), approvato con anni di ritardo e diffuso solo ora dal Ministero per la Coesione territoriale. Recita:

“Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma nemmeno essere abbandonate a se stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le accompagni in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento.”

Non è un refuso, né un lapsus di linguaggio tecnico. È un verdetto di condanna, scritto nero su bianco, che pianifica l’eutanasia graduale di migliaia di comunità italiane.

 

Le Aree Interne sono 3.904 comuni, pari a circa il 60% dell’intero territorio nazionale, popolati da 13,3 milioni di abitanti (Istat 2024). Territori montani, collinari, rurali, marginali rispetto ai grandi poli urbani, eppure detentori di:
• gran parte delle risorse idriche e forestali italiane,
• il 70% della biodiversità nazionale,
• un patrimonio storico e architettonico senza eguali,
• comunità coese che rappresentano l’identità più profonda del Paese.

Il documento PSNAI, invece, divide questi territori in “rilanciabili” e “non rilanciabili”, stabilendo per i secondi un destino di lento decadimento assistito. Si prevede un “welfare del tramonto”: badanti, farmaci, assistenza minima, senza strategia per trattenere i giovani, creare lavoro, garantire servizi, stimolare nuove economie.

Costituzione violata

L’articolo 3 della Costituzione italiana sancisce che la Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano l’uguaglianza e impediscono il pieno sviluppo della persona. Qui accade l’opposto: si consacra l’esclusione. Non si rimuovono ostacoli; si dichiara la loro insormontabilità e si organizza la ritirata.

Perché questa scelta è pericolosa
1. Errore strategico
In un Paese con oltre 50.000 frane attive, abbandonare la montagna significa lasciare scoperto il territorio, rinunciando al presidio umano essenziale contro il dissesto idrogeologico, come denuncia Legambiente.
2. Suicidio economico
Le Aree Interne sono decisive per:
• la transizione agroecologica,
• la produzione energetica rinnovabile,
• il turismo lento e diffuso,
• la sovranità alimentare,
• la difesa del paesaggio che rende l’Italia unica al mondo.
3. Disegno politico
Concentrare la popolazione nelle città facilita il controllo sociale, alimenta il consumo di massa, marginalizza le economie di prossimità. È la logica delle smart cities già teorizzata dal World Economic Forum: sorveglianza digitale, urbanizzazione intensiva, desertificazione umana delle aree rurali.

Il modello Riace: la prova che invertire la rotta è possibile

In questo scenario di resa istituzionale, esiste un esempio concreto, italiano, studiato in tutto il mondo, che dimostra che invertire la tendenza allo spopolamento non solo è possibile, ma genera benefici sociali, economici e culturali. Si chiama Modello Riace.

Cosa ha fatto Riace

Nel 1998, il piccolo borgo calabrese, con meno di 2.000 abitanti e un futuro segnato dalla fuga dei giovani e dall’abbandono, accoglie un veliero carico di rifugiati curdi arenato sulla sua costa. Il sindaco Mimmo Lucano, allora giovane insegnante, insieme alla comunità, decide di aprire le case abbandonate ai migranti, ristrutturandole con fondi comunali e progetti SPRAR. Nasce così un modello innovativo:
• Accoglienza diffusa e integrata: i rifugiati vivono in appartamenti nei borghi, non in centri di detenzione.
• Lavoro e formazione: laboratori artigianali, agricoltura, assistenza agli anziani, scuole di lingua italiana, servizi pubblici.
• Rinascita economica: botteghe riaperte, produzioni tipiche rilanciate, cooperative di servizi, turismo solidale.
• Rigenerazione urbana: centinaia di case recuperate dall’abbandono, strade e piazze tornate vive.

Riace torna a vivere, attraendo giovani famiglie, studenti, ricercatori da tutto il mondo. Viene definito dalla rivista Fortune uno dei 50 uomini più influenti al mondo per il suo modello di inclusione.

Il sabotaggio politico del modello

Il ministro Salvini, nel 2018, attua un vero e proprio attacco giudiziario e amministrativo contro Mimmo Lucano e Riace:
• Taglia i fondi SPRAR,
• Abolisce l’accoglienza diffusa a favore dei grandi centri di reclusione,
• Trasforma il tema dell’accoglienza in questione di sicurezza e ordine pubblico,
• Promuove una narrazione tossica: i migranti come nemici, Lucano come traditore.

Oggi, dopo lunghe vicende giudiziarie, gran parte delle accuse si sono dissolte, e la Cassazione ha ridimensionato drasticamente la condanna, riconoscendo l’assenza di scopi personali di lucro. Ma il danno politico al modello Riace resta.

Un modello per l’Italia intera

Il PSNAI dichiara che i borghi non possono invertire la rotta dello spopolamento. Riace dimostra il contrario. Ecco perché il modello Riace rappresenta una proposta concreta di soluzione:

 Ripopolamento immediato: famiglie giovani, manodopera agricola, artigiani.
 Inclusione sociale e integrazione culturale: scambio di saperi, nuove scuole, laboratori.
 Rinascita economica: microcredito, cooperative, turismo etico.
 Presidio territoriale: manutenzione, agricoltura, prevenzione dissesto idrogeologico.
 Rigenerazione urbana: case ristrutturate, centri storici riaperti.

Il paradosso italiano

Mentre l’Europa finanzia progetti di ripopolamento rurale con fondi FESR e FSE+, l’Italia chiude i borghi e chiama questa strategia “accompagnamento al declino”. Invece di investire nel modello Riace, criminalizza chi lo applica.

Conclusione: quale Paese vogliamo essere?
Il PSNAI non è solo un errore tecnico. È un messaggio devastante: “Non contate più.”
Ma Riace insegna che un’altra via è possibile. Significa scegliere se vogliamo essere un Paese che pianifica la propria fine, un borgo alla volta, o un Paese che riscopre sé stesso proprio da quei borghi che hanno fatto la sua Storia.
Significa scegliere se vogliamo uno Stato che accompagna al declino o uno Stato che si rialza, applicando l’articolo 3 della Costituzione, rimuovendo davvero gli ostacoli e dando dignità e futuro a ogni comunità, nessuna esclusa.

Fonti e approfondimenti consultati
• PSNAI 2021-2027 – Ministero per la Coesione territoriale, pubblicazione marzo 2025.
• Istat 2024 – popolazione e territori rurali.
• CREA 2023 – Rapporto sul potenziale economico delle aree rurali italiane.
• Legambiente 2024 – dossier Dissesto Idrogeologico e presidi umani.
• Riace Foundation – Progetti 1998-2024.
• Sentenze e ordinanze Cassazione sul caso Mimmo Lucano 2021-2024.
• Programmi di coesione territoriale EU (France Relance, Zukunftsland DE, Finland Rural Policy).
• Fortune, “World’s 50 Greatest Leaders: Mimmo Lucano”, 2016.

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mercoledì 2 luglio 2025

Guerre e industrie di armi - Francesco Casula

 

Le guerre le fanno (oramai senza più dichiararle) gli Stati e i militari. Ma le propagandano, da sempre, le industrie delle armi.

E da sempre per motivi economici e di supremazia e dominio geopolitico. Le motivazioni “nobili” che spesso si adducono (guerre di difesa, guerre preventive, guerre per la libertà e la democrazia, guerre religiose, guerre etniche) sono, ieri come oggi pretesti, alibi o più precisamente mascherature ideologiche.

Il caso paradigmatico del rapporto stretto e corposo tra guerra-industria delle armi ci viene offerto dalla I Guerra mondiale.

Quando nel 1914 scoppia, l’Italia non entra in guerra. Il Parlamento si dichiara neutralista, composto com’è da liberali socialisti e cattolici, tutti contrari, sia pure con motivazioni diverse.

Sciaboletta (alias Vittorio Emanuele III, il tiranno sabaudo delle leggi razziali e del fascismo) insieme al capo del governo, Salandra e al ministro degli esteri, prima San Giuliano poi Sonnino, per un anno intero sfianca il Parlamento per convincerlo a dichiararsi favorevole all’intervento bellico, come avverrà. Fra l’altro con delle motivazioni fasulle: liberare le terre “irredente”.

Sappiamo che quella motivazione era falsa: l’Austria si era infatti resa disponibile a cedere all’Italia, se fosse rimasta neutrale, tutte le cosiddette terre irredente. E Giolitti, il gran capo dei liberali, in una lettera privata che poi sarà pubblicata dal Quotidiano “La Tribuna”, aggiungerà “E parecchio di più!”.

Ma questa balla delle “terre irredente” viene ancora distribuita a piene mani anche oggi nei libri scolastici e non solo. Nonostante che fin dagli anni ’60, don Lorenzo Milani, il battagliero prete fiorentino della Scuola di Barbiana, in una lettera ai Cappellani militari smentisse quella balla colossale.

Bene, le industrie delle armi dunque. Tra lo scoppio della guerra e l’adesione dell’Italia, in ogni modo sollecitano incoraggiano propagandano l’interventismo e sponsorizzano tutti quei gruppi (nazionalisti, futuristi, dannunziani) che lo sostengono. Per intanto finanziando i loro giornali. Ad iniziare dal Quotidiano “Il Popolo d’Italia”, fondato dall’innominabile, il figlio del fabbro di Predappio che dopo essere stato un neutralista radicale, da vero voltagabbana, diventa interventista, chiassoso e violento.

A finanziare il nuovo Quotidiano di Mussolini vi è l’Edison (con Carlo Esterle); la FIAT (con Giovanni Agnelli); l’Unione Zuccheri e della siderurgia di Savona (con Emilio Bruzzone); l’Ansaldo (con Pio Perrone); gli Armatori genovesi (con Luigi Parodi).

Ma verranno finanziati anche molti altri Quotidiani: “L’Idea Nazionale”, che da settimanale diventerà quotidiano, sostenuto dal vicepresidente della FIAT, Dante Ferraris, interessato personalmente alle industrie belliche. E ancora “Il Secolo XIX” di Genova (con i Perrone dell’Ansaldo); “Il Messaggero” di Roma e “Il Secolo” di Milano (sempre con i Perrone).

La grande borghesia industriale vede nella guerra un’occasione formidabile per fare immani profitti con le commesse dello Stato di armi e materiale bellico: e così infatti sarà.

La FIAT negli anni 1915-18 venderà allo Stato 10 mila cannoni e 10 milioni di proiettili oltre a carri militari (Fiat 18 BL e Fiat 45 TER), mitragliatrici (Fiat Revelli mod.1914) e aerei (Fiat BR).

Mentre l’Ansaldo venderà motori di aerei (24mila negli anni 1915-18), cannoni navali (381), autocarri militari mitragliatrici e corazzate.

Ma non è solo il motivo economico che spinge l’industria delle armi a sostenere e volere la guerra: con la coscrizione obbligatoria e, dunque, l’arruolamento di decine e decine di migliaia di giovani, le industrie si “liberano” di operai “fastidiosi” per le imprese, combattivi nel difendere non solo il salario ma le condizioni di vita in fabbrica, con scioperi e manifestazioni.

Scrive a questo proposito uno dei più grandi storici italiani, Giorgio Candeloro: ”La scelta interventista presentava per gli industriali (oltre che gli immani profitti nda) altri due importanti vantaggi, che peraltro si manifestarono chiaramente solo dopo l’entrata in guerra: la disciplina di guerra col conseguente indebolimento del potere contrattuale e della combattività delle organizzazioni operaie e l’inquadramento nell’esercito di masse notevoli di potenziali disoccupati grazie alla mobilitazione generale” 1

Nota bibliografica

1. Giorgio Candeloro, Storia dell’Italia moderna, VIII, Feltrinelli editore, Milano, 1979, pagina 74-75.

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martedì 1 luglio 2025

sulla legge elettorale in Sardegna

 

Sulla legge elettorale sarda, una risposta a Roberto Loddo - Giuseppe Mariano Delogu

Scrivo in rappresentanza della Rete SarDegna Iniziativa Popolare che dal mese di marzo raccoglie le firme per una proposta di legge elettorale di iniziativa popolare incentrata sul superamento dell’elezione diretta del presidente e l’elezione del consiglio con sistema proporzionale.

Nel condividere le motivazioni dell’articolo a firma di Roberto Loddo vorrei osservare che quanto affermato in esso (“Prendo atto che la tendenza dell’opinione pubblica è decisamente orientata ad affidarsi e concentrare più poteri verso una sola persona togliendo potere e rappresentanza al sistema dei partiti. Il popolo ha letteralmente messo in stand-by il sistema dei partiti e si è affidato da un lato a comitati elettorali e clientelari e dall’altro lato a degli stregoni che sintetizzano la rabbia degli esclusi.”) sembra quasi un aprioristico luogo comune per difendere l’ineluttabilità del presidenzialismo, come se la legge avesse ricevuto il divino mandato dal popolo e dal quale non si possa tornare indietro; viceversa, nel reale incontro con le migliaia di persone che si sono fermate a discutere nei nostri banchetti, questo presunto “essere orientati ad affidarsi” in realtà non esiste, semmai è una rassegnazione indotta da chi ha messo il carro davanti ai buoi in nome della “stabilità” e “governabilità”, feticci che la storia dimostra di essere re nudi.

Al contrario, nelle nostre molteplici attività di informazione e sensibilizzazione sui temi della qualità della democrazia in Sardegna, quando si svelano le criticità pesanti della legge in vigore e i cittadini prendono atto dei trucchetti della legge-truffa, essi si indignano pesantemente firmando convintamente e senza nessun rimpianto del presidenzialismo e della sua connaturata sottrazione di democrazia.

A breve presenteremo i risultati della nostra iniziativa che abbiamo condotto soli, senza ausilio di stampa o gruppi forti, ma solo con l’entusiasmo civico di lavorare per un fine comune; auspichiamo come Rete SarDegna Iniziativa Popolare che il Consiglio regionale, nella pienezza delle sue competenze, prenda in carico il testo sostenuto dalle firme dei cittadini sardi e ci dia una buona legge, non una qualunque, non una semplice modifica di uno o due commi, ma quella che riporti la fiducia negli elettori e restituisca alla Sardegna una assemblea legislativa che lo rappresenti.

Una riflessione più generale mi induce inoltre a sottolineare il grande equivoco in cui da anni è piombata la “sinistra” tutta (dimentica della lezione impartita da Palmiro Togliatti alla Camera dei deputati di lunedì 8 dicembre 1952 [1] nel suo intervento contro la legge-truffa) accettando il principio  semplificatore del presidenzialismo come panacea dei mali del paese, e indicando nel proporzionale puro le radici della corruzione, delle malversazioni, del cattivo governo. Così facendo la sinistra sta alimentando la madre di tutte le leggi truffa: il premierato della Meloni, obiettivo dichiarato e perseguito dai tempi neri della P2.

Mi chiedo: come si può sostenere la battaglia contro il premierato in Italia se non si mette in discussione il feticcio del “presidente solo al comando” e si spingono gli elettori a fuggire dal voto (altro che “affidarsi ai comitati elettorali”!) creando coalizioni artificiose per la sola matematica elettorale e non per ripristinare terreni aperti di democrazia? Viviamo in tempi bui, direbbe Brecht, tempi di guerre fatte senza essere dichiarate dalle autocrazie, realizzate attraverso sistemi tecnologici e militari che la storia non ha conosciuto prima.

L’unica via per difenderci è il ripristino della democrazia reale.

Con la raccolta di firme da parte della Rete Sardigna Iniziativa Popolare ci rivolgiamo alle persone, direttamente, senza mediazioni di sigle o bandiere, e ci accorgiamo che la gente è più matura di quanto alcuni politici sostengano con affermazioni tipo “la legge elettorale è materia di esperti, la gente non può elaborare proposte così complesse”. 

Non è così. La gente risponde. Positivamente.

Giuseppe Mariano Delogu è il presidente di Rossomori de Sardigna e referente della Rete SarDegna iniziativa popolare

[1]“nella elezione sta il germe di tutto ciò che è veramente costituzionale, che questa è la legge matrice del libero popolo, che se tutte le leggi fossero buone e la legge elettorale pessima in quel paese vi sarebbe agitazione, sventura, tirannide” in L. Canfora “La trappola – Il vero volto del maggioritario, Sellerio ed. 2019

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Tre milioni in consulenze, 300 mila euro su legge statutaria e legge elettorale: la Giunta appalta la democrazia e prende tempo

Con la delibera n. 32/63 del 18 giugno 2025, la Giunta regionale della Sardegna ha stanziato 3 milioni di euro, distribuiti su tre anni, per incarichi esterni di studio, ricerca e consulenza.

Di questi, ben 300 mila euro sono destinati specificamente alla predisposizione di un disegno di legge elettorale e della legge statutaria. Il commento di Sardegna chiama Sardegna:

«È una decisione che pone problemi molto seri, tanto sul piano democratico quanto su quello politico-istituzionale. Affidarsi a consulenze esterne non è, di per sé, un errore. Ma in questo caso si tratta di un ribaltamento della logica democratica. Si parte dalle consulenze prima ancora di aprire un confronto istituzionale e pubblico su due temi fondamentali come la riforma della legge elettorale e della legge statutaria. 

In secondo luogo, appare l’ennesimo spreco di risorse pubbliche. La Presidente e la Giunta dispongono già di risorse interne qualificate: basti pensare alla Direzione Generale della Presidenza e all’Ufficio della Presidente, con il suo ricco staff costruito grazie alla L.R. 10/2021, la cosiddetta legge “poltronificio” ereditata da Solinas e non cancellata o riformata.

Ancora più grave è la dilazione dei tempi. Le risorse vengono distribuite su tre anni, segno evidente che la Giunta non intende fare della riforma un’urgenza politica, ma piuttosto un tema da rinviare. Si ripete così un copione già visto: diluire per non fare. Prendere tempo fino all’ultimo momento utile della legislatura, per poi constatare – ancora una volta – che “non ci sono più i tempi tecnici”. Un alibi, non un progetto.

Nel frattempo, però, la società sarda ha già avviato il confronto. Il percorso “Ricostruiamo la democrazia sarda”, promosso da un’ampia rete di forze politiche, sociali e sindacali, ha realizzato quattro assemblee itineranti a Bauladu, Nuoro, Sassari e Cagliari, con il coinvolgimento di centinaia di cittadini, comitati, movimenti e associazioni. Un’esperienza di democrazia partecipata, reale, che ha messo al centro il tema della rappresentanza politica, territoriale e di genere, e che ha prodotto contributi concreti per una riforma della legge elettorale più giusta e inclusiva.

Ma non solo: è in corso una raccolta firme per una proposta di iniziativa popolare promossa dalla “rete SarDegna Iniziativa popolare”; è stata depositata in Consiglio regionale una proposta di legge di Alleanza Verdi-Sinistra, elaborata dalla scuola di cultura politica Francesco Cocco; Progetto Sardegna ha proposto da mesi una modifica delle soglie di sbarramento. In generale, si discute di questi temi da anni, con autorevoli contributi politici, accademici e civici. È inaccettabile che tutto questo venga ignorato. La Presidente non può pretendere di decidere nel chiuso degli uffici, né trasformare il Consiglio in un organo chiamato solo a ratificare elaborazioni esterne. Statuto e legge elettorale non sono affari tecnici: sono le regole del gioco democratico e, come tali, vanno costruite in pubblico, con la voce della cittadinanza e il protagonismo del Consiglio.

Per questo chiediamo che si apra subito una discussione nella I Commissione Autonomia del Consiglio regionale, che vengano auditi i promotori dei percorsi già in campo, che il Consiglio riaffermi la propria centralità e non accetti di essere esautorato.

O si cambia ora, o si rischia per l’ennesima volta di non cambiare nulla. La democrazia non si appalta: si costruisce insieme, con metodo, partecipazione e coraggio.»

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