lunedì 24 gennaio 2022

Vietiamo le pubblicità delle fonti fossili, come fatto per le sigarette - Andrea Barolini

 

«La propaganda pubblicitaria di qualsiasi prodotto da fumo, nazionale od estero, è vietata». Era il 1962 quando veniva promulgata la legge n. 165, che segnava una svolta per il settore del tabacco. Niente più sigarette negli spot in tv o sui giornali: occorre tutelare la salute dei cittadini e limitare i costi sanitari legati alle patologie.

Anni dopo, nel 1983, venne meno anche la distinzione tra pubblicità diretta e indiretta. E nel 1991 con decreto ministeriale fu «vietata la pubblicità televisiva delle sigarette e di ogni altro prodotto del tabacco, anche se effettuata in forma indiretta, mediante utilizzazione di nomi, marchi, simboli o altri elementi caratteristici di prodotti del tabacco o di aziende la cui attività principale consiste nella produzione e vendita di tali prodotti».

Quindi, più di recente, si è deciso di modificare anche i pacchetti di sigarette inserendo frasi e immagini in grado di avvisare i consumatori sui rischi che corrono. La scienza, infatti, è pressoché unanime nell’affermare che il fumo aumenta la possibilità di sviluppare numerosi tipi di patologie (cardiovascolari, oncologiche e non solo).

Allora, dal momento che la scienza è pressoché unanime anche nell’affermare che la combustione di fonti fossili è la principale responsabile dei cambiamenti climatici, non sarà il caso di – finalmente – vietare le pubblicità di carburanti? Non sarà giunto il momento di tappezzare le pompe di benzina con immagini di inondazioni, scioglimento dei ghiacci ed eventi meteorologici estremi, per ricordare ai consumatori cosa comportano le loro scelte? Chissà cosa ne pensa il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani.

https://valori.it/vietiamo-pubblicita-fonti-fossili-climax/

domenica 23 gennaio 2022

Non ce la possiamo fare, lo scempio ambientale nel destino di un territorio - Stefano Deliperi


Portoscuso, sud ovest della Sardegna. Da decenni terra di pesante 
inquinamento industriale, devastanti effetti sulla salute, subdoli ricatti occupazionali e apatìe sociali.

Unica zona rimasta ancora integra era Capo Altano. Costa alta, falesie dove vola il Falco della Regina (Falco eleonorae), macchia mediterranea, l’odore del mare e lo sciabordio delle onde.

Area costiera tutelata con il vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.), in gran parte terreni appartenenti al demanio civico (legge n. 1766/1927 e s.m.i.legge n. 168/2017regio decreto n. 332/1928 e s.m.i.legge regionale Sardegna n. 12/1994 e s.m.i.), scampati alla speculazione industriale anche grazie a risalenti azioni legali del Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG).

Il Comune di Portoscuso, secondo quanto dichiarato a L’Unione Sarda (edizione del 15 gennaio 2022) il sindaco Giorgio Alimonda, ha deciso di realizzare una pista ciclo-pedonale su una preesistente viabilità su fondo naturale con l’aggiunta di scorie Waelz.

I lavori rientrano nel progetto “lavori di messa in sicurezza permanente delle strade Waelz – I lotto” (importo complessivo euro 2.003.650,66, vds. https://www.comune.portoscuso.ci.it/lavori-messa-sicurezza-permanente-strade-waelz-lotto) e “II lotto”, finanziati dal piano di disinquinamento del Sulcis Iglesiente (importo complessivo euro 2.474.535,81, vds. https://www.comune.portoscuso.ci.it/messa-sicurezza-permanente-strade-waelz-ii-lotto), perché a Portoscuso sono state utilizzate delle scorie industriali per pavimentare strade secondarie.

In seguito, l’andazzo di utilizzare le scorie industriali per pavimentare strade e piazzali in quel di Portoscuso è andato avanti illecitamente per un bel pezzo (e speriamo che sia cessato), tanto da aver dato luogo a una delle poche condanne passate in giudicato per traffico illecito di rifiuti, procedimento nel quale il Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) era costituito quale parte civile, analogamente al Comune di Portoscuso..

Fin dalla fine degli anni ’70 del secolo scorso le scorie Waelz sono quindi state utilizzate dal Comune di Portoscuso, che oggi sta attuando, finalmente, la bonifica ambientale.

Quello che sfugge al sindaco di Portoscuso è che non è obbligatorio sanare uno scempio ambientale con un altro (pur diverso) scempio ambientale: non è obbligatorio realizzare quella pista ciclopedonale in uno dei pochi lembi del territorio comunale che sono riusciti a conservarsi sul piano naturalistico e paesaggistico nonostante l’indefessa opera umana degli ultimi sessant’anni.

Realizzare una pista ciclopedonale è molto ecologicogreenpoliticamente e socialmente corretto.

Bene, finalmente qualcosa di pulito e verde a Portoscuso.

E invece no.

Niente da fare, dev’essere uno scempio.

Bisogna rimanere in tema con ciminiere e discariche.

Una striscia rossastra che richiama i fanghi rossi con segnaletica visibile da lunga distanza.

Una pista così migliora una periferia cittadina, una pista così degrada un ambiente fino a prima sostanzialmente integro come quello di Capo Altano.

Non è necessario un genio della progettazione naturalistica per capirlo.

Il GrIG ha inoltrato (14 gennaio 2022) una specifica istanza di accesso civico, informazioni ambientali e adozione degli opportuni provvedimenti per verificare la sussistenza o meno delle necessarie autorizzazioni amministrative.  Coinvolti il Ministero della Cultura, la Regione autonoma della Sardegna, il Comune di Portoscuso, la Soprintendenza per Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Cagliari, la Provincia del Sud Sardegna, il Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale.  Informata, per opportuna conoscenza, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari.

Al di là della presenza o meno delle autorizzazioni di legge, rimane tristissimo il modus operandi per un ambiente che meriterebbe ben altra cura.

Stefano Deliperi è il portavoce del Gruppo d’Intervento Giuridico odv

https://www.manifestosardo.org/non-ce-la-possiamo-fare-lo-scempio-ambientale-nel-destino-di-un-territorio/

sabato 22 gennaio 2022

Volo Lufthansa con destinazione crisi climatica, imbarco immediato - Andrea Barolini

 

 

La compagnia tedesca Lufthansa ha annunciato che effettuerà 18mila voli vuoti, pur di conservare gli slot orari che ha a disposizione

Regole, interessi particolari, lungaggini burocratiche. È un mix esplosivo quello che spingerà la compagnia aerea della Germania Lufthansa ad operare una scelta del tutto folle dal punto di vista ambientale e climatico. Il colosso dei trasporti tedesco, infatti, ha annunciato che nel corso del mese di gennaio farà volare 18mila aerei senza passeggeriVuoti, a parte il personale di bordo.

La scelta di Lufthansa e le regole aeroportuali europee

La ragione è semplice. Nel corso delle ultime settimane, a causa dei problemi legati alla pandemia, Lufthansa si è già vista costretta ad annullare 33mila voli. Qualcosa come il 10% del totale programmato. Si dirà: d’accordo ma perché disporre il decollo di 18mila aerei vuoti? Perché la compagnia non può permettersi di mancare altri decolli e atterraggi.

Le regole in vigore nell’Unione europea, infatti, impongono ai vettori di utilizzare almeno l’80% degli slot orari a loro disposizione. Altrimenti, questi possono essere concessi ad altre compagnie. È noto come quelle di bandiera abbiano, spesso, a disposizione le partenze e gli arrivi più ambiti nel corso di ciascuna giornata, poiché i più comodi per i passeggeri.

Di qui la volontà di mantenere ad ogni costo tale vantaggio sulla concorrenza. A farne le spese saranno però clima e ambiente. Con enormi quantitativi di emissioni di gas ad effetto serra e di sostanze inquinanti disperse senza alcuna ragione, se non gli interessi di una singola azienda privata.

«Purtroppo siamo costretti ad effettuare migliaia di voli inutili»

Nel corso della prima ondata della pandemia, nella primavera del 2020, Bruxelles aveva accettato di sospendere la regola dell’80%. Quest’ultima, però, è tornata in vigore lo scorso anno (pur se abbassata al 50%). «Purtroppo, per questo siamo costretti ad effettuare migliaia di voli inutili», ha affermato un portavoce di Lufthansa. Al contempo, la dirigenza della compagnia ha chiesto all’Europa di applicare nuovamente una deroga, al fine di evitare un’autentica aberrazione ecologica.

L’amministratore delegato Carsten Spohr, in un’intervista concessa alla Frankfurter Allgemeine, ha spiegato che far viaggiare gli aerei a vuoto «è totalmente contrario rispetto agli obiettivi che la Commissione si è fissata con il programma “Fit for 55”». Ovvero il piano che prevede la riduzione del 55% delle emissioni di gas climalteranti in Europa, entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990.


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venerdì 21 gennaio 2022

New York vieta il gas nelle case nuove entro il 2023 - Maria Rita D'Orsogna

  

Cingolani, cosa hai da dire?

 

Se ne parlava da settimane, ed ecco qui.

La citta’ di New York vieta il gas naturale come fonte di riscaldamento e per cucinare nei palazzi nuovi per combattere i cambiamenti climatici. Le nuove palazzine dovranno usare solo ed esclusivamente energia elettrica e neanche un grammo di energia fossile.

E’ la citta’ piu’ grande d’America a prendere questa decisione.

E pure se Cingolani fa finta di non saperlo, e’ bene ricordare che il gas e’ energia fossile!

Questo divieto al gas naturale si applica agli edifici nuovi sotto ai sette piani entro il Dicembre del 2023, fra due anni, e per gli edifici superiori ai sette piani entro la fine del 2027. Saranno esenti strutture particolari, come ad esempio gli ospedali.

La citta’ ha l’obiettivo di essere “carbon neutral” entro il 2050; una legge del 2019 aggiunge che tutta l’energia della citta’ deve essere da fonti che non generano CO2 entro il 2040.

Sara’ un bel passo in avanti, visto che in questo momento circa il 40% delle emissioni di CO2 della citta’ arriva dal gas usato per usi domestici.

E poi’ e’ importante ricordare che ogni edificio nuovo durera’ per almeno 100 anni, e quindi restare attaccati al gas significa che per altri 100 anni staremo ancora li a scavare sottoterra per trovare gas, qualche volta con il fracking, qualche volta senza, e a bruciarlo per generare energia.

Quindi, meglio darci un taglio.

Ovviamente questa decisione sara’ di esempio a tante altre localita’ in giro per il mondo. Se lo puo’ fare una citta’ grande e complessa come New York, lo possono fare tutti, no?

Ci saranno sacrifici associati? Puo’ darsi. Anzi gia’ i cuochi dicono che il fornello elettrico e’ meno efficente del gas, e i soliti gufi dicono che non potremmo mai farcela in nessun altro modo se non con le fossili, ma il mondo non puo’ aspettare e necessita davvero di essere fossil-fuel free.

Altrimenti non avremo ne cucine ne gufi veri.

Cingolani tutte queste cose non le sa e non le vuole sapere. Occorre rendersi conto che prima o poi queste leggi arriveranno anche in Europa (o forse ci sono gia’?) , e un po’ dopo ancora in Italia che ci piaccia o no.

Ed e’ per questo che e’ criminale quello che Cingolani sta facendo, nel rimpinzare l’Italia di centrali a gas.

Perche’ queste centrali a gas sono investimenti costosi e che ci condanneranno ad usare gas (e a sottostare ai capricci di russi o libici) per altri di 30, 40, 50 anni perdendo il treno delle rinnovabili e tutto quello che fossile non e’. Programmare oggi centrali a gas significa non programmare per il vero futuro che ci aspetta e che non ha niente a che vedere con le trivelle e i rigassificatori.

Cosa alimentera’ queste centrali a gas di Cigolani? Lui bla-bleggia con le trivelle nostane ma lo sa meglio di tutti noi che ce ne abbiamo troppo poco di gas in Italia. E quindi ogni centrale a gas significa continuare sulla strada del passato, importare fossili, creare rigassificatori, gasdotti, centrali di alimentazione.

Ma poi, chi paghera’ per dismettere queste centrali a gas quando il gas sara’ obsoleto?

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giovedì 20 gennaio 2022

La vulva in fiamme - Martina Carpani *


La campagna per il riconoscimento della vulvodinia mette in discussione i paradigmi biomedici della medicina patriarcale e indica la malattia come un potente terreno di lotta

Nel dibattuto sul ruolo della medicina che ha infuocato i talk show e i social network negli ultimi anni pandemici, è stata lasciato poco spazio al punto di vista diretto di chi vive l’esperienza di una malattia cronica e prova sulla propria pelle i limiti della medicina e le disuguaglianze del Sistema sanitario nazionale. 

Il 23 ottobre dello scorso anno il movimento femminista Non Una Di Meno ha portato in piazza la campagna «Sensibile-invisibile», nominando per la prima volta nello spazio pubblico parole tabù e discriminazioni abiliste, di genere e di classe vissute da chi si confronta giornalmente con vulvodinia, endometriosi e fibromialgia. Il Comitato Vulvodinia e Neuropatia del Pudendo, animato dalle associazioni di pazienti e dal personale medico-sanitario, ha avviato contestualmente una campagna politica per promuovere il riconoscimento della vulvodinia nei livelli essenziali di assistenza del Sistema Sanitario Nazionale, al fine di garantire tutele sanitarie, economiche e lavorative a tutte le persone che ne soffrono. 

Spesso questo tipo di lotte sono declassate a battaglie di retroguardia poco generalizzabili e poco interessanti, se non per solidarietà – e a tratti pietismo – verso le donne e le persone amiche che ne soffrono. Invece, utilizzando la pratica femminista che rende il personale politico e facendo lo sforzo di eliminare la lente abilista che oscura il nostro sguardo – ossia la convinzione-norma che tutte le persone siano «sane» e abbiano un corpo abile, da cui deriva la prassi di considerare «eccezione» e dunque soggetto discriminabile tutte le persone che non lo sono – è possibile analizzare quanto sia politica e attuale l’esperienza «sociale» di una malattia sottodiagnosticata che coinvolge 1 donna o persona con vulva ogni 7 e che rappresenta un esempio vivo di come mettere a critica la medicina, pur rivendicando con forza il servizio pubblico.

Cinquant’anni fa, nel pieno dei moti femministi, faceva il giro del mondo il libro Our Bodies, Ourselves del Boston Women’s Health Book Collective, scritto dalle donne per le donne, che ha portato migliaia e migliaia di donne in tutto il mondo a riappropriarsi delle conoscenze sul proprio corpo e a iniziare una feroce critica alle istituzioni della medicina patriarcale, grazie a una dialettica virtuosa tra saperi di natura scientifica ed esperienze delle donne. Scrivono le autrici: 

Fu per noi un’esperienza politica fondamentale: scoprire che non disponevamo di quasi nessun controllo sulla nostra vita e il nostro corpo; uscire dall’isolamento per imparare l’una dall’altra le cose di cui avevamo bisogno; sostenerci reciprocamente nel chiedere i cambiamenti che il nostro nuovo atteggiamento critico indicava come necessari. In quel momento abbiamo preso coscienza del nostro potere in quanto forza politica e sociale in grado di operare cambiamenti.

Da quel momento a oggi, molto è certamente cambiato, ma sul corpo delle donne esiste ancora un grande problema culturale, tanto da renderlo ipersessualizzato e al contempo costantemente negato. L’antropologa femminista Christine Labuski nel suo It hurts down there, the bodily imaginaries of female genital pain racconta che tutte le donne con vulvodinia che hanno varcato la porta dello studio medico in cui ha svolto la sua ricerca non abbiano mai usato le parole «mi fa male la vulva». La percezione è che manchino le parole giuste per descrivere il dolore, non solo nei manuali degli studi medici, ma anche e soprattutto nelle nostre vite di donne e persone con vulva. È anche questa una delle tantissime conseguenze negative dell’assenza di un’educazione sessuale e di un’educazione al corpo che non deleghi solo al personale medico il riconoscimento dei sintomi: non renderci capaci di capire e percepire il nostro corpo in tutte le sue manifestazioni, comprese quelle dolorose.

Bruna Orlandi nel suo libro Nonostante, libera. narra la sua storia di vulvodinia esordendo con queste parole: «Parlerò della vulva per emanciparla dal falso mito che la ammanta e la vede solo come portatrice di piacere. Come ogni parte del corpo può far male, ammalarsi ed essere curata, tuttavia è ad alto indice di sconvenienza sociale manifestarne il dolore».

La vulvodinia è, infatti, una malattia cronica imprevista sia dal punto di vista medico che dal punto di vista sociale, definita in letteratura come dolore vulvare che si protrae per oltre tre mesi. Si presenta con sintomi di tipo spontaneo o provocati dal contatto, quali bruciore, sensazioni di spilli, scosse elettriche e lacerazioni, spesso accompagnata da contratture del pavimento pelvico e da una sofferenza del nervo pudendo. 

In medicina è considerata una tra le cosiddette «contested illnesses» che sfidano il paradigma biomedico positivista. La diagnosi avviene per esclusione da altre patologie, attraverso il cosiddetto «swab test», grazie al quale, praticando pressione con un cotton fioc, si verifica la presenza di un dolore intenso anomalo, riconoscendo la sola esperienza di dolore della persona come prova inconfutabile dell’esistenza del dolore stesso. Gran parte del personale medico-sanitario non solo non è formato per diagnosticare questa patologia, ma – come accade per la fibromialgia – ne mette in discussione la stessa esistenza, nonostante la larga diffusione e il riconoscimento nella letteratura medica internazionale, a partire dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. 

Il racconto portato in piazza e diffuso sui social da tantissime è quello di anni di totale invalidazione dei sintomi da parte del personale medico. Ciò è, infatti, diretta conseguenza del paradigma positivista biomedico che non riconosce il dolore senza causa organica o le sue manifestazioni fuori dallo «standard» e che, pur di non aprirsi a una crisi epistemologica, scarica violentemente su di noi i propri limiti sotto forma di colpa individuale, usando l’espediente della critica ai nostri stili di vita per mettere in discussione l’esperienza soggettiva del dolore. La lista di «è tutto nella tua testa», «per le donne è normale soffrire» e «sei stressata ultimamente?» che ci siamo sentite dire non è un caso, ma conferma che la medicina patriarcale utilizza una lente sessista per formulare diagnosi e ipotesi mediche, svaluta e discredita il dolore delle donne, costantemente normalizzato come «castigo di genere» o «eccesso di fragilità». 

In realtà, sebbene la causa della vulvodinia non sia univocamente determinata, è stato individuato un ventaglio di possibili eventi – o cluster – di diversa natura che innescano una percezione alterata del dolore, tra i quali anche quello psicosessuale. Secondo le maggiori ricerche, l’eventuale origine psicosomatica del dolore, anche quando presente, non giustifica in nessun modo l’approccio medico che nega la sua esistenza e che costituisce invece una manifestazione della violenza di genere istituzionale. Anzi, secondo i maggiori studi, tantissime donne vivono depressione, ansia e altre conseguenze psicologiche come conseguenza e non come causa della malattia, proprio a causa di anni di soprusi e dolore non riconosciuto, sia dai medici che dalla società.

La storia clinica di centinaia e centinaia di donne rifiutate dalle istituzioni sanitarie come «moderne isteriche», dimostra quindi come la propaganda della «iper-razionalità» medica, esemplificata da alcuni tristemente noti divulgatori scientisti che si sono distinti anche in questi anni di pandemia, non sia solo profondamente errata, ma soprattutto facilmente riutilizzabile a danno dei soggetti marginalizzati, sui cui corpi non esiste adeguata ricerca medica, in quanto – parafrasando Johanna Hedva ne La teoria della donna malata – non conformi all’inarrivabile paradigma di salute abile, bianco, non stressato e benestante costruito dalla nostra cultura. 

Secondo Vulvodinia Online, la vulvodinia ha un ritardo diagnostico medio di quattro anni e mezzo ed è diagnosticata dopo aver consultato diversi specialisti. In questo limbo, la maggiore fonte di informazione in merito alla malattia è lo spazio virtuale, unico luogo dove il dolore viene legittimato e trova un nome. Grazie ai gruppi social e ai siti web delle associazioni, tantissime scoprono l’esistenza della parola «vulvodinia» e iniziano la sfilza stressante di visite presso i pochissimi specialisti formati e consigliati da altre donne, quasi tutti nel settore privato e con un anno di lista d’attesa. Internet, lo stesso luogo messo alla gogna dall’opinione pubblica per la diffusione di informazioni sbagliate in ambito medico, risulta in questo caso uno spazio fondamentale di autodifesa dal gaslighting medico, poiché rappresenta – nel pieno delle sue ambiguità e dei suoi rischi – l’unico spazio di conoscenza accessibile per le persone malate tagliate fuori dalla sanità pubblica e dalle fonti di conoscenza «ufficiali». 

Questa esperienza diretta di migliaia di donne rappresenta un forte squarcio nella narrazione della medicina come divulgabile solo «dagli addetti ai lavori» che non va affatto in una direzione «antiscientifica». Rivendicare la medicina come scienza non esatta e non neutra, le conoscenze sulla salute come saperi collettivi e non elitari, l’esperienza dei nostri corpi come parte fondamentale e attiva del processo di costruzione del sapere medico, darsi occasione di riconoscerci tra pari, ognuna nei sintomi dell’altra, scambiarsi conoscenze per poter diminuire il rapporto di potere medico-paziente non significa aprire uno spazio «antiscientifico», ma riaprire un processo virtuoso che viene dalla tradizione dell’autocoscienza femminista e che considera la medicina come un sapere necessariamente aperto e fondato sull’integrazione tra saperi di natura diversa, tra i quali sicuramente l’esperienza del corpo.

Se i consultori fossero ancora il luogo autonomo di produzione di saperi femministi, di sensibilizzazione pubblica e di raccolta dei bisogni di cura di donne e persone con vulva per cui sono nati, potrebbero essere il luogo di confronto dialettico tra le istituzioni mediche e i processi di mutuo aiuto e produzione di saperi sulla salute elaborati dalle donne e dalle soggettività dissidenti. Oggi, invece, mancano luoghi, strumenti e processi di apertura del sapere medico alla società, che integrino le conoscenze scientifiche con le ricerche antropologiche e sociologiche e con i processi di raccolta dei bisogni di cura, che orientino le priorità di ricerca in base ai bisogni sociali e a criteri diversi dal profitto. Sembra assurdo, infatti, che una malattia che colpisce il 15% della popolazione assegnata femmina alla nascita sia passata per anni inosservata e sottodiagnosticata, persa nelle carenze della medicina territoriale e nell’arroganza della medicina specialistica.

A seguito della diagnosi, la vulvodinia porta con sé, secondo le associazioni di pazienti, una spesa mensile media di oltre 300 euro, necessaria per accedere all’indispensabile trafila di farmaci, manipolazioni ostetriche o fisioterapiche settimanali, visite specialistiche e controlli, che corrispondono a una spesa mensile pari a quasi il 20% dello stipendio netto medio di una lavoratrice dipendente. La cura è dunque un percorso a ostacoli particolarmente estenuante che risulta sostenibile solo da parte di donne bianche, cis, del nord Italia e di ceto quanto meno medio, pur con grandissime difficoltà economiche ed emotive. Per le donne del sud Italia lontane 800 km dal primo centro specializzato, per le persone meno abbienti, razzializzate, precarie, trans o con difficoltà linguistiche la possibilità di accedere alla cura è fortemente limitata, poiché il sessismo della discriminazione medica è attraversato da altre disuguaglianze e violenze istituzionali.

C’è urgenza che tutto questo cambi, perché, anche se di vulvodinia non si muore, con la vulvodinia non si vive. In un mondo che fa scandire all’abilismo i ritmi del lavoro produttivo e riproduttivo, poter ascoltare il dolore del proprio corpo e il livello del bruciore spontaneo delle proprie vulve è un privilegio incompatibile con la maggior parte degli impieghi e del carico di lavoro domestico. L’imprevisto dolore alla vulva non dà diritto alla malattia, né al riconoscimento di percentuali di disabilità, neppure per chi di noi ha fitte spontanee lancinanti, anzi, spesso richiede di iniziare un secondo lavoro per poter sostenere il costo delle cure. 

Inoltre, il fatto che la malattia colpisca proprio la vulva, rappresenta un imprevisto sociale in una società fondata su relazioni sessuali e romantiche ancora troppo ancorate al modello patriarcale. Per molte donne cis, specialmente eterosessuali, vivere la vulvodinia significa fare i conti con lo stigma causato dall’impossibilità di aderire alle norme di genere della cultura patriarcale dominante, vuol dire sentirsi «donne rotte», «donne inadeguate», «donne a metà», come raccontano le ricerche sociologiche che parlano di vulvodinia. 

Come cinquant’anni fa, dunque, oggi diverse generazioni di vulvodiniche si sono accorte di non sapere ancora abbastanza del proprio corpo, di subire collettivamente ingiustizia e abusi di potere. Elaborando il ruolo di «soggetto imprevisto», donne con la vulva in fiamme rivendicano la propria esistenza medica e sociale, la propria espressione erotica e la propria desiderabilità nonostante la malattia. Grazie alla sorellanza e a esperienze di mutuo aiuto, gruppi di malate rivendicano l’altalenarsi del proprio stato di salute e del proprio stato emotivo senza autogiudizio, rifiutando quella «cultura del dolore» socialmente costruita e rafforzata dai media, che non lascia spazio alle micro-resistenze quotidiane ma rafforza solo narrazioni pietistiche della malattia. Soprattutto ancora oggi sperimentano il potere di unire insieme i corpi malati – con forme e modalità compatibili con lo stato del dolore – nella lotta, con l’urgenza di pretendere la gratuità delle cure per tutte, formazione medica obbligatoria sui nostri corpi e un centro pubblico specializzato in dolore pelvico in ogni Regione, per lanciare un j’accuse alle istituzioni mediche patriarcali ed alla «cultura dell’essere sani». 

Nelle contraddizioni della medicina e della cura istituzionale, in una pandemia globale la cui gestione appare scaricata sempre più sulle persone che hanno corpi più esposti alle potenziali conseguenze avverse del long Covid, la malattia è uno spazio politico poco esplorato che andrebbe politicizzato ardentemente, sia per far emergere le contraddizioni del sistema capitalista, sia per rivendicare con ancora più forza l’accesso universale alle cure. Per dirla con Johanna Hedva: «Non avete bisogno di essere aggiustate, mie regine: è il mondo che ha bisogno di essere rifatto».

*pur conscia che tanti uomini trans e tante persone non binarie soffrono di vulvodinia come me, in questo articolo ho scelto di utilizzare il femminile universale e di riferirmi alle donne, in linea con la mia esperienza soggettiva di malattia, grazie alla quale ho riconosciuto con ancora più urgenza la necessità di mettere al centro il mio posizionamento situato. La mia esperienza non ha la pretesa di essere assoluta e sarei felice di metterla in dialogo con quella di altre soggettività.

Martina Carpani, attivista in Non Una di Meno e malata cronica, si occupa di giustizia riproduttiva e salute in ottica femminista e intersezionale

https://jacobinitalia.it/la-vulva-in-fiamme/

mercoledì 19 gennaio 2022

Si illudono di tornare come prima - Guido Viale

 

È ormai un’armata Brancaleone quella che dovrebbe traghettarci nella transizione ecologica. Il Governo Draghi? Forse è il peggiore di tutti quelli che l’hanno preceduto, se non altro perché di fronte alle aspettative che ne hanno promosso e accompagnato il varo, il tonfo è ancora più evidente. Come se a due anni dallo scoppio della pandemia che Draghi era stato chiamato a combattere – e ad attenuarne le conseguenze – non si fosse ancora capito che essa è destinata a durare a lungo, forse per sempre, anche se con alti e bassi dovuti al continuo ripresentarsi di nuove varianti (anche per il nulla di fatto per arginarla a livello mondiale) o alla sempre più probabile comparsa di altri virus.

La pandemia avrebbe potuto e dovuto insegnare che per convivere con essa non servono né misure estemporanee, né l’attesa messianica di sconfiggerla con dei vaccini, peraltro improvvisati – e per questo rischiosi – e dimostratisi tutt’altro che efficaci, a meno della loro non prevista e non programmata ripetizione a scadenze sempre più strette. Il fatto è che per conviverci bisognava e bisogna imparare e abituarsi il più in fretta possibile a uno stile di vita diverso, a produrre beni e servizi differenti, a ri-orientare tutte le nostre istituzioni. Innanzitutto, a mettere al centro le future generazioni. Se sono loro (la NextGenerationEU, che finora ha fatto da alibi a uno sperpero irresponsabile dei fondi del PNRR) i destinatari di quei denari, l’obiettivo doveva essere non farle vivere in stand by a tempo indeterminato. Al primo posto si doveva mettere la scuola e l’istruzione: requisire spazi pubblici e privati per avere più aule a disposizione (in attesa di costruirne di nuove); distribuire borse di studio e strumenti didattici, anche informatici; assumere insegnanti (che ci sono) e garantir loro un trattamento dignitoso; utilizzare i bus turistici – in gran parte inutilizzati – per portare a scuola in sicurezza gli studenti (e non solo), precostituendo gestione e struttura di un servizio pubblico di trasporto locale che funzioni anche quando sarà diventato difficile o impossibile continuare ad usare l’auto (sia convenzionale che elettrica) come si fa oggi. E poi, moltiplicazione dei presidi sanitari territoriali, interventi tempestivi sui contagiati prima che un ritardo li trascini in ospedale; assunzione dei (pochi) medici e infermieri ancora disponibili, allargando immediatamente le maglie della loro formazione. E poi, ancora, investimenti massicci e rapidi solo su fonti rinnovabili e sulla necessaria infrastruttura, ma anche contenimento dei consumi energetici superflui: era ovvio che il mercato dei fossili si sarebbe rivelato sempre più turbolento (come peraltro quello delle materie prime, o dei microchip e chissà di che altro…).

Ma si doveva anche prevedere che ci sarebbero stati meno viaggi aerei, meno turismo internazionale, meno fiere, mostre ed eventi in presenza, con la necessità urgente di offrire, a chi era impegnato nelle tante attività connesse, delle alternative di impiego, di riqualificazione, di conversione produttiva. E questo, in molti altri settori, per prevenire le crisi aziendali con progetti di riconversione, senza “inventarli” all’ultimo minuto. Per non parlare delle armi…

Il covid ha offerto l’occasione di una prova generale di un’effettiva conversione verso un assetto sociale e produttivo che un futuro non lontano renderà ineludibile; perché molte delle attività che si cerca in tutti i modi di tener in piedi per sostenere il PIL (stella polare di tutti i provvedimenti di questo governo, ma anche di quelli di gran parte del resto del mondo) non sono in grado di reggere l’impatto della crisi climatica a cui andiamo incontro.

Questa opportunità non è stata né percepita né colta come tale dalle forze politiche in campo – ecologisti e verdi compresi – e meno che mai da Draghi che, proprio perché osannato (finora) sia in patria che a livello internazionale, rappresenta visivamente tutti i limiti e i difetti dell’establishment globale.

È cinquant’anni che si parla di una crisi climatica sempre più vicina e sempre più grave quanto più si persevera nell’ignorarla: a parole o di fatto. Ma il ceto politico e imprenditoriale che governa il mondo non si è mai veramente interrogato sugli scenari futuri che quella crisi avrebbe portato con sé, confidando, al più, nella geoingegneria per combatterla, come oggi confida nei vaccini per “disfarsi” dell’”inconveniente” covid, senza mai vedervi una prima, anche se parziale, manifestazione del disastro incombente. Continua ad agire – o a far finta di agire – come se tutto potesse continuare (anzi, riprendere) come prima. Mentre il covid continua a infierire senza che nemmeno i medici-scienziati, quelli che lo commentano giorno per giorno in Tv e sui giornali, sentano il bisogno di andare al di là delle speranze, sempre più flebili e problematiche, riposte in un vaccino a cui viene affidato il compito di farci riprendere il trantran di sempre.

https://comune-info.net/si-illudono-di-tornare-come-prima/