domenica 2 gennaio 2022

Se non puoi cambiare il mondo, cambia i tuoi sentimenti - Arthur C. Brooks

 

 

Tutti, anche i più privilegiati tra noi, hanno delle situazioni che vorrebbero cambiare. Agli inizi del sesto secolo il filosofo romano Boezio scriveva: “Uno ha denaro in abbondanza, ma si deve vergognare della umiltà dei natali; quest’altro è famoso per la sua stirpe, però, incarcerato dall’angustia dei suoi mezzi, preferirebbe essere meno famoso, ma più ricco. Quell’altro ancora è circondato dall’uno e dall’altro di questi beni, ma trascorre una vita senza moglie”.

Pensa alla tua vita e a qualcosa che ti provoca disagio, preoccupazione o tristezza. Per esempio, trovi difficile provare interesse o soddisfazione per il tuo lavoro. O magari le tue amicizie non ti danno molto e ti senti solo o sola. Come fare per migliorare la situazione? Potresti rispondere: “Dovrei darmi una mossa, cercare un altro lavoro e incontrare gente nuova”. In altri termini, dovresti cambiare il mondo esterno e renderlo un posto migliore per te.

Non è facile però, vero? Darsi una mossa, cambiare lavoro e farsi nuovi amici può essere irrealizzabile in questa fase della tua vita. E poi avresti sempre il dubbio di portarti dietro i tuoi problemi perché, insomma, non puoi mica allontanarti da te.

 

Margine di libertà
Adesso ti rivelerò un segreto che può esserti d’aiuto. Tra le condizioni che ti circondano e il tuo modo di reagirvi c’è uno spazio. In questo spazio hai un margine di libertà. Puoi scegliere di provare a rimodellare il mondo o puoi cominciare cambiando il tuo modo di reagire a esso.

A volte uscire da situazioni in cui ci si trova è difficile ma assolutamente necessario. È il caso di situazioni di abuso o violenza. Altre volte è abbastanza facile: se ogni mattina muori di sonno, comincia andando a dormire prima la sera.

Nella zona grigia tra questi estremi, però, lottare contro la realtà può essere impossibile o incredibilmente poco efficace. Magari ti hanno diagnosticato una malattia cronica per la quale non esistono cure promettenti. Forse il tuo partner ti ha lasciato contro la tua volontà e non puoi convincerlo a tornare indietro. O ancora, il tuo lavoro ti piace ma il tuo capo no e nessuno ti darà un nuovo capo.
In questo genere di situazioni cambiare il modo in cui ti senti può in realtà essere molto più facile che cambiare la realtà concreta, anche se questo può sembrarti innaturale.

Le tue emozioni possono sembrarti nel migliore dei casi fuori controllo, e questa sensazione peggiora in momenti di crisi, ossia esattamente quando cambiare quelle emozioni potrebbe farti davvero bene. La colpa potrebbe essere in parte della biologia. Emozioni negative come rabbia e paura attivano l’amigdala, che fa aumentare il livello di attenzione alle minacce e migliora la tua capacità di identificare ed evitare i pericoli. In altri termini, lo stress ti induce a lottare, scappare o paralizzarti, non a pensare. Quale sarebbe una reazione prudente in questi momenti? Consideriamo le varie opzioni a disposizione. Si tratta di una cosa piuttosto sensata dal punto di vista evolutivo: mezzo milione di anni fa prenderti del tempo per gestire le tue emozioni ti avrebbe trasformato nel pranzetto di una tigre.

 

Strategie dannose
Nel mondo moderno però stress e ansia di solito sono condizioni croniche, non episodiche. È probabile che non sia più necessario che l’amigdala ti aiuti a sconfiggere la tigre senza chiedere il permesso al tuo cervello cosciente. Anzi, la usi per gestire i problemi non letali che ti infastidiscono per tutto il giorno. Anche se non hai tigri da sconfiggere, non riesci a rilassarti nella tua caverna perché le email continuano ad accumularsi.

Non c’è da stupirsi quindi del fatto che lo stress spesso induca strategie di adattamento disadattive nella vita moderna: per esempio abusare di droghe e alcol, rimuginare sulle origini dello stress, farsi del male o colpevolizzarsi. Queste risposte non solo non danno sollievo nel lungo periodo, ma possono aggravare i nostri problemi con la dipendenza, la depressione o un’ansia crescente. Quando questo genere di strategie di adattamento non è d’aiuto, una persona può rinunciare a gestire le sue emozioni negative e provare a cambiare il mondo esterno.

I pensatori dell’antichità riconoscevano questa difficoltà ma erano convinti che con gli strumenti giusti possiamo essere in grado di gestire le nostre reazioni in modo efficace. Il buddismo postula che le nostre menti sono solitamente ma non intrinsecamente sbilanciate; tutto sta a costruire nuove abitudini di pensiero. Analogamente, gli stoici ritenevano che la ragione umana, praticata con assiduità, può avere la meglio sulle emozioni impulsive. Queste idee (soprattutto l’ultima) hanno ispirato le moderne scuole di psicoterapia come la terapia comportamentale razionale-emotiva e la terapia comportamentale cognitiva, che puntano a creare strategie pratiche per cambiare le nostre reazioni alle situazioni negative nella nostra vita, e quindi a essere più felici.

 

Quattro passi
Se hai valutato ciò che ti preoccupa e hai deciso che gestire le tue emozioni negative è una strategia migliore rispetto a cercare di cambiare il mondo che ti circonda, puoi seguire quattro passi per raggiungere uno stato d’animo più felice.

 

Presta attenzione ai tuoi sentimenti

Se osservi le tue emozioni come se appartenessero a un’altra persona, riesci a darti dei consigli migliori. Dopotutto non consiglieresti mai a un amico che aspetta con ansia l’esito di un esame medico di stare tutto il giorno a rimuginarci su e poi ubriacarsi. Per autosservarsi è necessario fare caso a ciò che si prova in quel determinato momento e avvicinarsi alle proprie emozioni con una curiosità distaccata.

Poniamo il caso che non ne puoi più di lavorare da casa tutto il giorno, con infinite riunioni su Zoom e nessun vero contatto umano. Invece di fantasticare sulle tue possibili dimissioni, dedica un po’ di tempo a sezionare la tua noia e il tuo disagio. In quale momento della giornata peggiorano? Dopo quanto tempo dall’inizio di una riunione il tuo desiderio di fuggire via urlando trabocca? Annota su un diario le situazioni in cui ti senti giù, facendo caso al momento della giornata e all’attività che stai svolgendo. Poi valuta come potresti alterare piccoli aspetti della tua routine per migliorare il tuo umore. Seguendo questa procedura durante le chiusure conseguenti alla pandemia di coronavirus ho cominciato a fissare riunioni virtuali mentre ero fuori a fare una passeggiata. Questo ha fatto una grande differenza.

 

Accetta i tuoi sentimenti

L’idea che tu debba cambiare le circostanze in cui ti trovi se sei triste si basa sul presupposto che i tuoi sentimenti negativi debbano essere sradicati. In molti casi le emozioni negative possono essere debilitanti e richiedere perciò una cura, come nel caso della depressione o dell’ansia clinica. Nella maggior parte dei casi però i sentimenti negativi sono parte integrante di una piena esperienza umana; cancellarle significherebbe rendere la vita più grigia. Le ricerche dimostrano inoltre che le emozioni e le esperienze negative possono aiutarti a trovare un significato e uno scopo nella vita.

Nel diario di cui abbiamo parlato al passo uno, valuta le cose che non puoi realisticamente alterare e le emozioni che ti provocano. Chiediti cosa stai imparando di te stessa da ciascuno di quei sentimenti e come questo potrebbe farti crescere.

 

Abbassa le aspettative

Una volta, da giovane, durante una telefonata ho detto a mio padre che stavo pensando di lasciare il lavoro. “Perché?”, mi ha chiesto. “Perché non mi rende felice”, gli ho risposto. Lui ha fatto una lunga pausa e alla fine mi ha detto: “Cosa ti rende così speciale?”. Il mio problema – ma è un problema piuttosto comune – era che avevo fissato delle aspettative del tutto irragionevoli su quanto il mondo avrebbe dovuto rendermi felice.

Chiediti con tranquillità se stai chiedendo al mondo qualcosa che il mondo non può o non vuole darti. Se è così, forse stai cercando nel posto sbagliato la tua beatitudine. Per esempio, io credo moltissimo nella necessità di creare dei posti di lavoro più felici, ma consiglio di continuo alle persone di non basare la propria felicità su un particolare lavoro. Nemmeno tu dovresti presumere che tutta la tua felicità possa derivare da una sola storia d’amore, un solo oggetto materiale, una sola attività. Ti serve un approccio “portfolio”, mantenendo in equilibrio fede o filosofia, famiglia, amicizie e lavoro per ricavare i tuoi successi e metterti al servizio degli altri.

 

Dai di più

Uno studio dell’Insead, una scuola di business francese, dimostra che le persone che si considerano vittime delle circostanze non sentono di avere alcuna responsabilità per queste ultime. È anche più probabile che diventino a loro volta degli aguzzini, facendo del male alle persone che cercano di aiutarle. Un modo per spezzare questo circolo vizioso è aiutare gli altri volontariamente e senza un ritorno economico. Mettersi al servizio degli altri è uno dei modi più efficaci per aumentare la propria felicità. Non solo: è molto difficile tenere in piedi contemporaneamente l’idea di essere una vittima e una persona che aiuta.

Se ti senti sola al lavoro, cerca qualcuno che probabilmente sta soffrendo come te e fagli compagnia. Se hai problemi di salute, cerca altre persone nelle tue stesse condizioni e offri loro un po’ di ascolto o di aiuto. Aiutando gli altri aiuterai anche te.

Boezio, che ci ha ricordato come tutti soffrano, la sapeva lunga sui problemi. In effetti ha scritto le parole che ho citato sopra dalla cella di un carcere in attesa di essere messo a morte nel 524 dopo Cristo, accusato di tradimento dal re ostrogoto Teodorico. Un reato di cui probabilmente non era colpevole ma per il quale alla fine è stato effettivamente ucciso.

Boezio non poteva modificare le sue condizioni spaventose. Poteva però cambiare il suo atteggiamento nei loro confronti, ed è proprio ciò che ha fatto. “È così vero, dunque, che niente è triste, se non lo consideri tale, e viceversa, ogni sorte è felice per coloro che la sopportano di buon animo”. Fare proprio questo insegnamento e agire di conseguenza è uno dei più grandi segreti per aumentare il benessere, ma non deve per forza essere un segreto. Se ce l’ha fatta Boezio, puoi farcela anche tu.

 

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è uscito sul sito del mensile statunitense The Atlantic.

 

da qui

sabato 1 gennaio 2022

Il mondo malato e quelli di sotto - Sergio Segio

 

(Prefazione a «Stato dell’impunità nel mondo», il rapporto annuale sui «diritti globali»)

 

1. Il pianeta che brucia

Il disastro ambientale è davvero ormai sotto gli occhi di tutti: di chi drammaticamente e in prima persona ha la propria vita o l’abitazione messe a rischio o addirittura distrutte, ma anche della maggioranza della popolazione che vede le immagini della catastrofe al telegiornale, sotto forma di incendi indomabili, di alluvioni e di frane altrettanto devastanti. Situazioni sempre più frequenti negli ultimi anni, ampiamente previste dagli scienziati, regolarmente ignorate dai decisori politici, prontamente scordate da chi non le ha vissute direttamente su di sé. È rimasta latitante ogni seria politica di prevenzione, manutenzione e gestione oculata del territorio. È stata ricorrente – anno dopo anno, incendio dopo incendio – la constatazione dell’insufficiente dotazione di aerei Canadair per spegnere i roghi, regolarmente dimenticata il giorno dopo dell’emergenza. Si tratta di catastrofi sempre meno definibili “naturali”.

Così, di omissione in omissione a livello locale e a livello globale, si è arrivati all’estate 2021, con il mese di luglio più caldo di sempre, in un’escalation che dura ormai da tempo: dicono i meteorologi che l’ultima volta che il globo ha avuto un luglio più fresco della media del XX secolo è stato nel 1976 e che quello del 2021 è stato il mese più caldo in 142 anni di registrazione (Borenstein, 2021). Ma già il 2020, documenta la World Meteorological Organization, era stato uno dei tre anni più caldi mai registrati, con una temperatura media globale di circa 1,2 °C al di sopra del livello preindustriale. Circostanza che è andata a cumularsi alla pandemia da Covid-19 in corso, con i relativi effetti moltiplicati sulla salute e, per una parte del mondo, sull’insicurezza alimentare. La pandemia ha, inoltre, complicato gli sforzi di riduzione del rischio di catastrofi (WMO, 2021).

Per quanto del tutto prevedibile e previsto, ancorché irresponsabilmente ignorato, il disastro è arrivato inesorabile, con un quotidiano bollettino di guerra estivo: inondazioni in Germania; piogge torrenziali nella regione cinese dell’Hubei; alluvioni in Turchia; terremoto ad Haiti; immani roghi in Grecia e Cipro; sud dell’Italia in fiamme e tromba d’aria a Pantelleria con morti e feriti; inondazioni nel nord-est della Spagna, con gravi danni e stagione turistica compromessa, e poi incendi con migliaia di evacuati; alluvioni nel sud-est dell’Inghilterra con stato di calamità in ospedali londinesi; incendi in Cabilia e nelle altre regioni del nord dell’Algeria; il Dixie Fire, il secondo maggiore incendio nella storia dello Stato, che ha incenerito oltre 200.000 ettari in California; l’uragano Ida nel nord-est degli Stati Uniti con almeno 46 morti e New York allagata; inondazioni e fiumi esondati in India, con interi villaggi sommersi dall’acqua; alluvioni e fiumi straripati in Giappone con morti, dispersi e cinque milioni di sfollati; un’area di quasi seimila chilometri quadrati interessata da roghi in Canada.

Sino all’incendio più grande, nella Siberia nord-orientale, con una linea del fuoco lunga duemila chilometri, che potrebbe risultare il maggiore della storia. E il più devastante: non solo per la perdita di 13 milioni e mezzo di ettari bruciati registrati ad agosto 2021 a livello nazionale, ma per la produzione di un record di 505 megatoni di anidride carbonica, ad aggravare la già drammatica situazione del riscaldamento globale che non a caso vede nell’Artico temperature medie che stanno aumentando oltre tre volte più velocemente del resto del mondo (The Moscow Times, 2021).

Migliaia i morti (2.200 solo ad Haiti, nell’agosto 2021 martoriata da un terremoto di magnitudo 7,2 e contemporaneamente da una tempesta tropicale dal nome ferocemente beffardo, Grace), decine di migliaia i feriti, centinaia di migliaia i senza casa, milioni gli sfollati; sono le prime cifre delle catastrofi dell’estate 2021. Bilanci provvisori che quasi sempre dimenticano di citare le centinaia di milioni di animali, selvatici e domestici, uccisi dai disastri, a loro volta indice di una tragedia che non si esaurisce nella contingenza dell’emergenza ma si ripercuoterà nella distruzione degli habitat, condizionando il futuro. E c’è stato anche chi in Italia, nonostante le distruzioni degli incendi con almeno venti milioni di animali morti, ha disposto l’inizio anticipato della stagione venatoria. A dimostrazione che alla pulsione ecocida talvolta non esiste davvero limite. Un campo nel quale, per la verità, anche nel 2021 è apparsa ineguagliata la politica del presidente del Brasile, dove al sostegno del sistema dell’agribusiness e delle attività estrattive, alla devastazione amazzonica e di millenari ecosistemi si accompagnano la repressione delle comunità indigene, le violenze e gli omicidi contro i difensori dei diritti umani e dell’ambiente.

2. Ecocidio ed etnocidio nel Brasile di Bolsonaro

«L’ecocidio da cui derivano i megaincendi è anche un etnocidio. Distruggere la foresta, compartimentalizzarla, privatizzarla, sfruttarla o disboscarla su aree immense a beneficio dell’estrazione mineraria, degli allevamenti, delle coltivazioni di soia transgenica o di palma da olio, significa, allo stesso tempo e con altrettanta violenza, distruggere culturalmente i popoli che la abitano» (Zask, 2021). Con Bolsonaro, presidente dal gennaio 2019, la distruzione della foresta amazzonica, il principale polmone verde del globo, si è fortemente intensificata. Nonostante ciò, gli appetiti della lobby Bancada ruralista non sono ancora soddisfatti: a maggio 2021 una forte mobilitazione popolare e dell’opposizione parlamentare è riuscita a bloccare, almeno temporaneamente, l’ennesimo tentativo di fare passare un disegno di legge (n. 490/2007) sul “Marco Temporal” che vuole introdurre limiti temporali alla demarcazione delle terre dei popoli indigeni, modificando i diritti acquisiti e sanciti a livello costituzionale, in base ai quali vi sono terre loro riservate – complessivamente 440.000 ettari con una popolazione di 70.000 persone. Ma sono circa 900.000 gli indigeni che vivono in Brasile in 305 tribù. […]

3. L’estrattivismo assassino e suicida

In America Latina il sistema dell’agribusiness e dell’allevamento intensivo, della monocultura e del settore minerario e in generale il modello estrattivista sono particolarmente concentrati e sviluppati, oltre che favoriti da classi politiche locali spesso espressione del latifondismo e permeate da fenomeni di corruzione. Come già – e tuttora – per l’Africa, la ricchezza di risorse naturali e minerali diventa una dannazione, poiché calamita gli interessi devastatori delle grandi corporation e dei fondi di investimento, nonché dei governi dediti al land e water grabbing, in cui latita ogni responsabilità sociale ed ecologica. Il Cile, ad esempio, possiede circa il 40 per cento delle riserve mondiali di litio, un metallo strategico fondamentale nell’elettronica e nelle nuove tecnologie il cui già intenso sfruttamento è destinato a lievitare nell’attuale fase di transizione ecologica con la necessità di produzione di energia da fonti rinnovabili. Uno dei giacimenti maggiori di litio, forse il più grande al mondo, è però in Afghanistan. La stima comprensiva di altri metalli e terre rare presenti nel sottosuolo afghano arriva al valore di tremila miliardi di dollari. Il pluridecennale stato di guerra, prima con l’Unione Sovietica poi con gli Stati Uniti e la NATO, ne hanno sinora impedito lo sfruttamento che potrebbe però cominciare nel prossimo futuro, anche per sopperire alle necessità economiche del regime talebano tornato al potere e per dare ristoro allo stato di prostrazione del paese e della sua popolazione dopo una guerra così lunga. E di questo si avvantaggerebbe probabilmente la Cina, abilmente posizionatasi per tempo. La questione riguarda anche l’Unione Europea, come rimarcato dalla coalizione di 180 associazioni e accademici che ha denunciato i piani sulle materie prime contenuti nel Green Deal europeo, basati su un’idea contraddittoria e incoerente di “crescita verde”, che porterà «a un drammatico aumento della domanda di minerali e metalli che la Commissione Europea prevede di soddisfare attraverso un gran numero di nuovi progetti di estrazione mineraria, sia all’interno che all’esterno dell’Unione». Tra questi metalli vi è, appunto, anche il litio. Pure qui, come per le fonti fossili, oltre al danno ambientale che colpisce tutti per favorire il profitto privato, vi è la beffa dei sussidi pubblici europei di cui beneficiano le compagnie minerarie e i loro azionisti, nonostante il Green Deal, che anzi diventa occasione per nuovi fronti di saccheggio di beni comuni e nuovi guadagni da parte di grandi gruppi, lobby e corporation.

A tutto discapito e con precise responsabilità anche riguardo i diritti umani: «La domanda della UE di minerali e metalli dall’estero porta a conflitti sociali, uccisioni di difensori dell’ambiente e dei diritti umani, distruzione ambientale ed emissioni di carbonio in tutto il mondo. L’attuale politica commerciale della UE ha come unico obiettivo la liberalizzazione del settore delle materie prime senza riguardo per i diritti umani, l’ambiente e la sovranità dei paesi del Sud globale, intrappolando queste nazioni in un ciclo di estrattivismo e dipendenza cronica» (AA.VV., 2021).

Il paradigma della crescita infinita, pur se tinta di verde e di dichiarata transizione verso fonti rinnovabili, rimane pratica che distrugge ogni equilibrio e dunque suicida. Come già emerge in tutta evidenza dai dati relativi all’ultimo mezzo secolo: dagli anni Settanta del secolo scorso la popolazione mondiale è raddoppiata (e anche quella demografica è questione trascurata e rimossa), ma il prodotto interno lordo globale è quadruplicato.

In quel paradigma gli appetiti e i profitti crescono, autoalimentati dalle dinamiche speculative della finanza, e con essi aumentano la violenza contro chi difende territori e popolazioni e i conflitti ambientali: 3.516 quelli sinora registrati (Environmental Justice Atlas, 2021).

Il modello estrattivista contraddistingue il processo di accumulazione per spossessamento, a sua volta caratteristico del dominio del capitale finanziario; il suo principale strumento

«è la violenza, e i suoi agenti sono, indistintamente, poteri statali, parastatali e privati, che spesso lavorano insieme perché condividono gli stessi obiettivi…. La violenza e la militarizzazione dei territori sono la regola, sono una parte inseparabile dal modello; i morti, i feriti e le persone seviziate non sono il risultato di eccessi accidentali dei controlli polizieschi o militari. È il modo “normale” di agire dell’estrattivismo nella zona del non-essere. Il terrorismo di Stato praticato dalle dittature militari distrusse i gruppi di ribelli e spianò la strada all’avvio delle miniere a cielo aperto e delle monocolture transgeniche. Successivamente, le democrazie – conservatrici e/o progressiste – approfittarono delle condizioni create dai regimi autoritari per approfondire l’accumulazione per spossessamento» (Zibechi, 2016).

Non è, insomma, un caso se la gran parte delle uccisioni di difensori dei diritti umani è concentrata in quella parte del globo dove questi processi sono più intensi, ma anche maggiormente contrastati da collettività e popolazioni. Secondo Front Line Defenders, nel 2020 ne sono stati assassinati 331, la gran parte (69 per cento) impegnati nella difesa della terra, delle comunità indigene e dei diritti ambientali. Ben 264 degli omicidi sono avvenuti nelle Americhe […] (Global Witness, 2021).

Naturalmente e purtroppo, la dimensione complessiva della violenza, della repressione e della violazione dei diritti umani e anche degli omicidi sociali e politici in quei paesi è assai più vasta (ne riferiamo qui nei capitoli Diritti Globali e Osservatorio sulle impunità) e indubbiamente la Colombia vede un terribile e storico primato negativo, che ha spinto il Tribunale Permanente dei Popoli a dedicarvi nel 2021 una Sessione sul genocidio politico, impunità e crimini contro la pace. La sentenza, emessa il 17 giugno 2021, ha riconosciuto lo Stato colombiano colpevole del crimine di genocidio, portato avanti nel corso dei decenni (Tribunal Permanente de los Pueblos, 2021). Un genocidio che continua, a opera degli stessi poteri e governi collusi con gli interessi economici che ne devastano i territori, con 115 difensori e leader sociali e 36 ex guerriglieri uccisi nel 2021 (al 28 agosto). Un genocidio che non riesce però a fermare la protesta popolare che ha segnato il 2021, con il paro nacional, una rivolta cominciata il 28 aprile contro il governo Duque e la sua riforma tributaria e per un pacchetto di misure sociali su reddito, istruzione e salute. Dall’inizio della protesta al 26 giugno si sono registrati 4.687 casi di violenza da parte della polizia, 2.005 detenzioni arbitrarie, 82 feriti gravemente agli occhi, 75 uccisi nel corso delle manifestazioni, già saliti a 80 al 23 di luglio (INDEPAZ, 2021; Temblores, 2021). […]

5. Senza giustizia ambientale non c’è pace

Come tutte le guerre, anche questa è un piano inclinato, troppo facile da cominciare e complicata da frenare e interrompere. Come tutte le guerre, il carburante che la tiene in vita è la religione del profitto, l’interesse dei pochi contro i diritti dei molti. Per fare la pace con la Terra – e con la maggioranza di coloro che la abitano – bisogna cambiare l’attuale sistema, che, con la potenza dell’informazione condizionata e del dominio culturale e grazie al vassallaggio e passività di gran parte della classe politica, fa apparire il suo tramonto e superamento un trauma impensabile, un cambiamento impossibile.

Certo, quella trasformazione radicale sarebbe un fatto enorme e ciò sembra fare ritenere questo sistema economico e sociale insuperabile, magari non il migliore ma senza alternative. Invece, ogni alternativa è preferibile all’apocalisse ambientale e all’estinzione di massa che si profila. L’alternativa c’è, è sul tavolo, peraltro così netta ed evidente da sembrare persino troppo semplice. Invece è quella giusta. È la riconversione ecologica dell’economia. La indicano da decenni gli scienziati non asserviti, le associazioni ambientaliste e, più di recente, le poche voci alte e libere come quella di papa Francesco e quella di una ragazzina molto determinata e capace di stimolare un movimento mondiale di giovani che rivendicano futuro, per sé e per tutti. «Abbiamo già la soluzione per la crisi climatica. Sappiamo esattamente cosa dobbiamo fare. L’unica cosa che manca è che ci decidiamo. Economia o ecologia? Dobbiamo scegliere» (Thunberg, 2019).

Il 20 agosto 2018 Greta Thunberg iniziava la sua protesta solitaria davanti al parlamento svedese. Un sassolino che è divenuto valanga: Fridays For Future, un movimento che ha mobilitato milioni di persone in tutto il mondo, non per niente indirizzato a riconquistare quel futuro e quei diritti confiscati dai padroni del clima e dai distruttori dell’ambiente. Pochi mesi dopo, nell’ottobre di quello stesso anno, a Londra faceva la sua comparsa nelle piazze per la prima volta un altro movimento, Extinction Rebellion, che pure si mobilitava con decisione per la giustizia ambientale. Quei movimenti e quella radicalità, divenuti globali, rappresentano le gambe, la testa e il cuore del cambiamento necessario e drammaticamente urgente. Hanno dimostrato e dimostrano che l’impossibile è a portata di mano, che la salvezza del mondo che brucia e dell’umanità che lo abita non risiedono nella fede in tecnologie salvifiche di là da venire, né tanto meno nel greenwashing, ma in un soprassalto di volontà e lucidità politica, sino a oggi sacrificata ai dogmi della crescita e subordinata ai sacerdoti del mercato globalizzato.

La giustizia climatica impone di ripensare l’economia e di riconvertirla, questo è il punto ineludibile. Proprio come – purtroppo sinora in pochi casi – si è fatto con le industrie belliche. Interrompere le produzioni di morte e spostare investimenti e lavoro in quelle ecologicamente, eticamente e socialmente compatibili: non è impossibile, basta un cambio di prospettiva nello sguardo e nelle coscienze che faccia comprendere come le produzioni fossili comportino disastri, e dunque genocidio ambientale, in modo diverso ma con gli stessi effetti delle fabbriche di mine antiuomo o di missili. Basta che ci decidiamo, come scrive Greta. O – forse più esattamente – basta che chi sta in basso e paga i costi maggiori della distruttività del sistema costruisca la forza politica per imporre la decisione a chi può e deve prenderla, ma non lo vuole fare e non lo sta facendo. Quanto meno con l’urgenza e la determinazione necessarie.

Una riflessione, quella della decrescita, che si era affacciata una quindicina di anni fa è stata forse troppo sbrigativamente tolta dal tavolo e archiviata. Per quanto controversa, poneva la questione ineludibile sui limiti allo e dello sviluppo. Il drammatizzarsi dell’emergenza climatica dovrebbe riaprire interrogativi cruciali e capaci di prospettiva, a cominciare da quello se unico o determinante metro di misura possa continuare a essere quello del PIL.

6. Alle radici del Covid-19

In modo simile, ed egualmente non innocente, in questi due anni di pandemia, dal dibattito politico e nei luoghi della riflessione pubblica, dai media e dai social è rapidamente scomparso un vocabolo che aveva fatto capolino: zoonosi. Un altro, sindemia, non è mai riuscito neppure ad affacciarsiNon è un caso. Attraverso di essi avrebbero potuto farsi strada gli interrogativi sulle cause – e sugli effetti diseguali – della pandemia, invece appunto prontamente rimossi e occultati, che a loro volta rimandano al sistema in cui l’intera umanità è immersa e costretta a vivere nel tempo della globalizzazione, quello del capitalismo fossile e finanziario. E a quel suo segmento che ha trasformato anche l’agricoltura e l’allevamento animale in sistema industriale di iper-sfruttamento, indifferente alle ricadute su ecosistemi ed equilibri tra specie. Un sistema predatorio e distruttivo, come ormai ci mostrano tutti gli indicatori sociali, economici e ambientali.

Un sistema gravemente malato che ha fatto ammalare il mondo. In questo caso, provocando e producendo una pandemia che non ha precedenti, quanto a diffusione e gravità, e che dimostra specificità assenti in quelle del passato, non solo per i processi di globalizzazione che hanno annullato le distanze geografiche e favorito l’estrema mobilità umana (sempre che non si sia poveri e migranti), ma semmai per quei processi – anch’essi connessi alla globalizzazione – relativi alle modalità di produzione di merci e di cibo, di accaparramento di materie prime, di sfruttamento delle risorse naturali ed energetiche. Modalità che, nelle loro sinergie distruttive, hanno progressivamente portato il pianeta, e chi lo abita, sull’orlo del tracollo. Nel caso di specie, causa scatenante è stata… il salto di specie, vale a dire lo spillover secondo la definizione anglosassone. Che per l’attuale pandemia è stato il passaggio del coronavirus dal pipistrello all’uomo, attraverso un passaggio intermedio, probabilmente il pangolino, facilitato dai mercati cinesi di animali vivi, dalle abitudini alimentari locali e dagli allevamenti intensivi di maiali installati ai margini delle foreste in cui vivono questi animali. Allevamenti industriali che sottraggono spazio agli habitat di specie selvatiche e costringono alla coabitazione forzata e ravvicinata animali selvatici, quelli allevati e l’uomo. Da qui la zoonosi, ovvero la malattia infettiva trasmessa dall’animale vertebrato all’uomo. I cambiamenti climatici e l’inquinamento atmosferico hanno reso quest’ultimo più vulnerabile alle infezioni respiratorie, potendosi così parlare di sindemia, che è l’interazione sinergica di due o più malattie trasmissibili e non trasmissibili, che colpisce particolarmente le fasce di popolazione svantaggiata, implicando una correlazione tra quelle malattie e le condizioni ambientali e socio-economiche.

Riscaldamento climatico e pandemia da Covid-19 richiamano i medesimi problemi e rimandano alle stesse cause: prima di tutte lo scellerato e intensivo sfruttamento ambientale, umano e animale. Quest’ultimo rimane peraltro invisibile e nascosto nelle sue forme, drammatizzate dall’industrializzazione degli allevamenti, giganteschi lager e catene di montaggio dell’orrore, che se rivelate e conosciute diverrebbero intollerabili per la sensibilità comune. Sono questi temi e aspetti quasi totalmente assenti dalla riflessione e informazione pubblica, confinati nei ristrettissimi recinti di gruppi animalisti e di sparuti scienziati e filosofi antispecisti. Eppure, sono fondamentali e costituenti per una prospettiva di cambiamento, necessariamente radicale.

C’è, allora, da mettere in discussione e convertire il sistema economico ma c’è anche una questione di stili di vita e di culture del consumo da ripensare, cui anche la pandemia dovrebbe sollecitare.

«Il dolore, l’incertezza, il timore e la consapevolezza dei propri limiti che la pandemia ha suscitato, fanno risuonare l’appello a ripensare i nostri stili di vita, le nostre relazioni, l’organizzazione delle nostre società e soprattutto il senso della nostra esistenza» (Bergoglio, 2020). Di nuovo lo ha detto bene papa Francesco, spesso capace di parole di verità, di denunce e di proposte in materia sociale e ambientale che, dato il pulpito, ci si aspetterebbe fossero in grado di indurre mutamenti o almeno un dibattito incisivo e che invece rimangono inascoltate dai decisori politici, ma pure dallo stesso popolo della chiesa al cui vertice siede il pontefice: perché il cambiamento fa paura, perché permane come un fossato lo scarto tra ciò che si sa essere giusto e ciò che si mette in opera, essendo rara e costosa la capacità di coerenza e di conseguenza. E perché, alla fine e in misura sempre maggiore, nell’epoca della comunicazione globale ogni parola, anche la più giusta e autorevole, rimane smarrita nell’oceano indistinto e nel frastuono perpetuo che confonde e rende meno distinguibile ciò che è vero e vitale. Questo vale anche per la parola e l’evidenza scientifica, durante la pandemia messe in discussione da aree non ristrette di popolazione sia riguardo le cause, sia riguardo i rimedi.

Ciò che è successo – il passaggio di un coronavirus dal pipistrello all’uomo – era peraltro stato esattamente previsto già nel 2012 (Quammen, 2014). Del resto, nel corso dell’ultimo secolo le zoonosi sono state un centinaio e hanno avuto un’accelerazione negli ultimi due decenni. Vale a dire nel periodo storico che ha visto un deciso peggioramento delle complessive condizioni ambientali. Se, dunque, il Covid-19 è una zoonosi, «la pandemia è stata causata dai danni ambientali che l’umanità provoca per procurarsi le quantità sempre maggiori di risorse necessarie ad alimentare la crescita economica, i profitti e i consumi» (Pallante, 2021).

Ecco perché è sbagliato ricercare la causa che ha dato origine alla pandemia, tanto più se si cerca di attribuirla alle ipotesi di fuga del virus da un laboratorio di Wuhan, come ha insistentemente e strumentalmente provato a fare Donald Trump senza che ve ne fossero gli elementi. Considerando, oltretutto, che se è vero che in quel laboratorio in Cina erano in corso ricerche sul coronavirus dei pipistrelli, queste erano finanziate da EcoHealth Alliance, un’organizzazione sanitaria con sede negli Stati Uniti (Lerner, Hvistendahl, 2021). […]

9. La causa paga: cittadini e movimenti si organizzano

All’inerzia o – alla meglio – lentezza dei decisori politici, alla disinformazione truffaldina dei negazionisti climatici, al camaleontismo del greenwashing e a cosmetici e ingannevoli rebranding (come quello della compagnia petrolifera francese Total che nel maggio 2021 ha deciso di cambiare nome e logo: si chiamerà TotalEnergies e il marchio diventa di un’ecologica tinta arcobaleno) e al potere di condizionamento delle lobby dell’industria fossile tentano di fare fronte i movimenti globali che hanno invaso la scena negli ultimi anni, mettendo in gioco i propri corpi per conquistare il futuro che viene loro sottratto giorno dopo giorno, proponendo cambiamenti radicali di paradigma e lottando per la giustizia climatica.

Su altri piani e con altri strumenti, negli anni recenti sta crescendo anche un significativo fenomeno: quello dei contenziosi legali connessi ai cambiamenti climatici, con numeri importanti. Le controversie sono quasi raddoppiate in quattro anni, passando da 884 casi in 24 paesi nel 2017 a oltre 1.550 in 38 paesi nel 2020. Maggiormente concentrati nelle nazioni ad alto reddito, stanno comunque interessando anche aree del sud del mondo come Colombia, India, Pakistan, Perù, Filippine e Sudafrica. I querelanti sono ONG, gruppi di cittadini e di attivisti, comunità indigene. Sono chiamate in cause le aziende ma anche i governi incapaci di fare rispettare norme e impegni o inattivi rispetto a cambiamenti climatici e a eventi meteorologici estremi (UNEP, 2021).

Quando i cittadini si organizzano e gli attivisti si mobilitano i risultati arrivano, come comprova, ad esempio, la sentenza della Corte costituzionale tedesca dell’aprile 2021, che ha imposto al legislatore di cambiare la norma esistente per regolamentare in modo dettagliato e più rigidamente gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra per il periodo successivo al 2030. O come dimostra il risarcimento di 111 milioni di dollari stabilito dalla Corte Suprema del Regno Unito nel maggio 2021 – a termine di una battaglia legale durata ben 13 anni – nei confronti di un gruppo di 42.500 agricoltori e pescatori nigeriani che hanno citato in giudizio la Royal Dutch Shell per anni di fuoriuscite di petrolio nel delta del Niger, con contaminazione di terreni e acque sotterranee. Sempre la Shell ha perso la causa intentata contro di lei da Friends of the Earth Netherlands e da altre sei ONG insieme a circa 17.000 singoli cittadini: il 26 maggio 2021, il Tribunale distrettuale dell’Aia ha ordinato alla compagnia di ridurre le proprie emissioni mondiali di CO2 del 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2019.

In attesa – e nella sollecitazione – di una capacità di governi e legislatori di far fronte in modo adeguato e generalizzato all’emergenza climatica e ai disastri ambientali, imponendo limiti e regole allo strapotere delle multinazionali, l’iniziativa dal basso dimostra una fondamentale volontà di rivendicare e anche di conquistare quei diritti ambientali troppo a lungo violati. […]

12. Il vaccino diseguale

Pandemia che, a sua volta, per quella logica e per quel sistema economico è stata utilizzata quale occasione di immensi profitti.

Al colorito universo del negazionismo No-vax, insostenibile dal punto di vista scientifico, un robusto argomento arriva dalla innegabile, enorme, valenza economica legata ai vaccini, ai condizionamenti e allo strapotere di Big Pharma.

Se il green pass diventa strumento e pretesto per licenziamenti, discriminazioni e disciplinamento dei dipendenti o costo da riversare, al solito, sui cittadini costretti a pagarsi i tamponi – di nuovo alimentando il business sanitario privato – è arduo pretendere che da parte dei lavoratori e dei sindacati vi possa essere un’acritica adesione alla misura e alle modalità imposte. Se la salute, anziché essere affermata come diritto, viene gestita come un grande business, diventa più difficile convincere i cittadini della responsabilità individuale e sociale del vaccinarsi. Se il vaccino, anziché quale bene pubblico globale viene gestito come privilegio per la solita parte del mondo, quella più ricca e sviluppata, diventa meno credibile un discorso di sanità pubblica, per giunta articolata per decreti, imposizioni e misure d’eccezione.

Se venisse dai governi affermato – e tradotto in scelte conseguenti – un vaccino per la popolazione, anziché un vaccino per il profitto, le obiezioni svanirebbero rapidamente e in gran parte. Ma questo si traduce in un solo modo: un vaccino esente da brevetti. Che è la richiesta sin dall’inizio venuta da paesi come India e Sudafrica, sotto forma di moratoria temporanea su brevetti vaccinali e terapie anti Covid-19, così come dalle ONG, da reti associative, da innumerevoli personalità. Appelli rimasti però privi di risposte. […]

Invece, le scelte globali in materia di vaccino anti Covid-19 stanno abbandonando la maggior parte della popolazione mondiale al proprio destino. Scelte sciagurate che rivelano la profonda inconsapevolezza e indifferenza al fatto che, proprio come per la questione climatica, la grande e tragica lezione che arriva da questa pandemia è che il destino del mondo è comune e che nessuno si salva da solo. […

21. Il discusso guardiano dei confini: il caso Frontex

Si conferma dunque anche per l’Afghanistan la politica pilatesca messa in atto dall’Europa nel 2015 per fronteggiare la crisi dei profughi siriani: esternalizzare le proprie frontiere o, detta più crudamente, appaltare il lavoro sporco ad altri. Con l’ulteriore paradosso che allora i miliardi di euro vennero dati al sultano Erdogan, vale a dire al presidente autoritario di un paese comunque aderente alla NATO e a suo tempo richiedente l’ingresso nell’Unione Europea, mentre ora le risorse finiranno a Pakistan, Tagikistan e Iran; quest’ultimo è un paese già sottoposto a sanzioni anche da parte europea e nel quale i diritti umani sono forse ancor meno tutelati che non in Afghanistan, mentre il Pakistan è sempre stato protettore e ispiratore dei talebani, oltre che protettivo rifugio per Osama bin Laden.

Paradosso nel paradosso, viene richiamato anche in questa evenienza il «sostegno di Frontex nel proteggere le frontiere», vale a dire di una Agenzia da più parti accusata di violare i diritti umani e di respingimenti illegali, tanto che nel 2021 la Commissione Libertà civili del Parlamento Europeo ha istituito un gruppo di lavoro per approfondire la questione. Il report dell’indagine conoscitiva svolta, pubblicato solo un mese prima, afferma che, pur in assenza di prove conclusive sull’esecuzione diretta da parte di Frontex di respingimenti o espulsioni collettive, dunque illegittime, l’Agenzia, pur avendo prove a sostegno delle accuse di violazioni dei diritti fondamentali negli Stati membri con cui aveva un’operazione congiunta, «non ha affrontato e seguito queste violazioni in modo tempestivo, vigile ed efficace». Sull’attività di Frontex, peraltro, ha aperto un’inchiesta anche l’European Anti-Fraud Office (OLAF), l’organismo di vigilanza antifrode dell’UE (European Parliament – LIBE, 2021). […]

22. Partire è sempre più morire

Quando si parla di rifugiati e migranti, però, sono molti quelli che non si salvano. Dal 1993 al 1° giugno 2021 sono stati oltre 44.764 i migranti morti mentre cercavano di entrare in Europa. Almeno quelli riscontrati, in questo caso dal network UNITED for Intercultural Action, perché non pochi sfuggono a ogni rilevamento. Molte altre morti sono avvenute nel Mediterraneo, da tempo propriamente definibile un “cimitero marino”: dal 1° gennaio al 30 agosto 2021 i decessi di migranti registrati sono stati 1.311, più del doppio del corrispondente periodo dell’anno precedente, quando erano stati 625, con una forte riduzione dovuta alle minori partenze nel periodo più intenso della pandemia, ma anche inferiori alle 1.094 dei primi otto mesi del 2019. Anche in questo caso una cifra sicuramente meno elevata rispetto alla realtà, dato il minor numero di navi umanitarie presenti nel Mediterraneo e allestite dalle ONG, osteggiate da istituzioni nazionali e comunitarie in quanto testimoni non graditi degli effetti letali delle politiche disumane di chiusura delle frontiere e dei porti.

Politiche che non riguardano solo l’Europa, anche se il Mediterraneo rimane l’area più micidiale. A livello mondiale, nello stesso periodo dei primi otto mesi del 2021, le vittime sono state in totale 2.727 (erano state 2.079 l’anno precedente e 3.326 nel 2019). Oltre ai 1.311 morti nel Mediterraneo, le aree più letali sono state le Americhe, con 572 vittime, e l’Africa, con 513 (UNITED for Intercultural Action, 2021; IOM, 2021).

Quali che siano il continente e i governi, si tratta sempre di morti impunite a causa di scelte di “realismo” e di convenienza che quotidianamente fanno carta straccia delle Convenzioni internazionali in materia di diritti umani e di rifugiati e del principio di non-refoulement, a ulteriore dimostrazione che anche il diritto internazionale risponde prioritariamente e quasi sempre alla legge del più forte.

Se molte morti sfuggono a ogni rilevazione e sono impossibili da quantificare, anche su quelle decine di migliaia corredate di date, fonti, modalità, quando possibile nomi e provenienza, il silenzio è assoluto. Tombale, verrebbe da dire.

È una guerra anche questa, non dichiarata ma con i medesimi devastanti effetti, che colpiscono la parte più debole e bisognosa delle popolazioni a livello mondiale. Chi pure sopravvive non ha comunque vita facile nel tempo dei populismi e della pandemia.

A fine 2020 gli sfollati forzati in tutto il mondo erano 82,4 milioni, 48 milioni all’interno del loro stesso paese, persone private di tutto e in balia di politiche sempre più restrittive, costrette a lasciare le loro case a causa di guerre e violenze, persecuzioni e violazioni dei diritti umani, crisi politiche e sociali. E, sempre più e in misura preponderante, a causa di disastri ambientali e degli effetti del riscaldamento globale (UNHCR, 2021 a; UNHCR, 2021 b; IDMC, 2021).

Con questo Rapporto annuale, la nostra costitutiva scelta è di provare a leggere il mondo – con i suoi tanti, intrecciati e spesso drammatici problemi, aggravati e approfonditi durante la pandemia del Covid-19 – anche con i loro occhi di rifiutati e sommersi, di annegati e torturati, di rinchiusi in campi di concentramento dopo essere stati costretti dalle bombe o dalla carestia a fuggire dalle proprie case.

Più in generale, anno dopo anno, cerchiamo di analizzare ciò che succede a livello globale dall’angolatura visiva di quelli di sotto. Con lo sforzo di fare scaturire dal ragionamento e dalla denuncia proposte costruttive, nella prospettiva della giustizia ambientale, economica e sociale, della democrazia integrale e dello Stato di diritto. In una parola, dei diritti globali. Una scelta che è, a un tempo, politica, culturale ed etica. Che ci pare necessitata dalla parzialità interessata attraverso cui vengono invece rappresentati dal mainstream la realtà e i suoi problemi. Cercare di capire la prima, per poter affrontare i secondi, significa allora allargare lo sguardo e l’analisi, o meglio abbassarli. Perché è solo dal basso della piramide sociale, dalle ragioni di chi quotidianamente paga i costi di un sistema ingiusto e diseguale che si possono mettere in moto le dinamiche del cambiamento.

 

 

(*) Questi sono estratti della prefazione al «Rapporto Diritti globali 2021 Stato dell’impunità nel mondo». Noi la riprendiamo da Comune-info che la presenta così: «Il disastro ambientale non può essere più nascosto. La violenza e la militarizzazione dei territori sono ormai la regola che accompagna, dalle Ande alla Val Susa, l’estrattivismo. Intanto riscaldamento climatico e pandemia da Covid-19 richiamano i medesimi problemi e rimandano alle stesse cause, prima di tutte lo scellerato e intensivo sfruttamento ambientale, umano e animale. In questo grigio panorama – nel quale cresce la guerra non dichiarata contro i migranti – nuovi movimenti globali come Fridays For Future ed Extinction Rebellion hanno cominciato a dimostrare che l’impossibile è a portata di mano, che la salvezza del mondo che brucia e dell’umanità che lo abita non risiede nella fede in tecnologie salvifiche né tanto meno nel greenwashing. Occorre allargare in tanti modi diversi lo sguardo e l’analisi, “o meglio abbassarli, perché è solo dal basso della piramide sociale, dalle ragioni di chi quotidianamente paga i costi di un sistema ingiusto e diseguale – scrive Sergio Segio, curatore del Rapporto Diritti globali 2021 Stato dell’impunità nel mondo – che si possono mettere in moto le dinamiche del cambiamento…».

https://www.labottegadelbarbieri.org/il-mondo-malato-e-quelli-di-sotto/

giovedì 30 dicembre 2021

L’enigmatica scomparsa di Liangzhu, la ‘Venezia cinese’ - Felicia Bruscino

 

Liangzhu,  la ‘Venezia cinese dell’età della pietra’ – così definita per il suo complesso sistema di gestione delle acque –  scomparve improvvisamente. Secondo gli esperti, le enormi inondazioni innescate da piogge monsoniche, anormalmente intense, hanno portato al crollo della città di Liangzh.

Cinque millenni fa, una cultura altamente avanzata emerse nel delta del fiume Yangtze, a circa 100 miglia a sud-ovest di quella che oggi è Shanghai, che, durante il suo periodo di massimo splendore, già manipolava i corsi d’acqua a piacimento. Oggi conosciuta come ‘ la Venezia cinese dell’età della pietra ‘. I resti dell’arcaica città sono la più antica testimonianza di grandi strutture di ingegneria idraulica in Cina.

La città murata aveva un complesso sistema di canali navigabili, dighe e bacini idrici. Questo straordinario sistema ha permesso di coltivare vaste aree agricole durante tutto l’anno. A lungo sconosciuto e sottovalutato nel suo significato storico, il sito archeologico è considerato una testimonianza ben conservata della civiltà cinese. Che risale a più di 5000 anni fa.

Liangzhu, dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 2019, abitata per quasi 1000 anni, è improvvisamente scomparsa dall’area del lago Taihu. Fino ad oggi, rimane ancora controverso cosa ne abbia causato la distruzione. Un nuovo studio, condotto da un gruppo di esperti dell’Università di Innsbruck, sembra avere la risposta.

Perché l’antica civiltà cinese di Liangzhu è crollata? Gli scienziati puntano al cambiamento climatico

Secondo un approfondito studio, è stato dimostrato che la fine di Liangzhu fu causata dai cambiamenti climatici. A quanto pare, un acuto processo di cambiamento climatico ha generato condizioni di estrema umidità , che sarebbero durate anche fino a 300 anni dopo l’abbandono, da parte dei suoi abitanti, di Liangzhu.

I risultati suggeriscono che le forti piogge nel delta del fiume Yangtze potrebbero aver causato l’inondazione del fiume, devastando le infrastrutture. Le massicce piogge monsoniche hanno probabilmente portato a inondazioni così gravi dello Yangtze che persino le sofisticate dighe e canali non potevano più sostenere questi corpi idrici. Distruggendo così la città di Liangzhu e costringendo gli abitanti ad abbandonarla.


Le condizioni meteorologiche molto umide sarebbero durate fino a 300 anni dopo, come mostrano i geologi dai dati della grotta. Finora non esisteva un record idro-climatico preciso per il basso fiume Yangtze, ed era difficile trovare tracce di siccità e inondazioni da 4.400 a 4.000 anni fa. Come spiega Christoph Spötl, del Dipartimento di Geologia dell’Università di Innsbruck (Lussemburgo). Principale autore dello studio.

Le rovine conservate sono ricoperte da un sottile strato di argilla, che indica, appunto, una possibile connessione tra il crollo di questa civiltà avanzata e le inondazioni causate dal fiume Yangtze o dal vicino Mar Cinese. Tuttavia, alcuni dati ottenuti dai sedimenti lacustri e di torba suggeriscono anche una mega siccità circa 4.300 anni fa. Difficile da conciliare con i dati archeologici.

Stalattiti e stalagmiti: la cronaca dei cambiamenti climatici. Forniscono una visione precisa del tempo.

Per confermare che un evento climatico ha causato la fine di questa società, i ricercatori hanno scavato negli archivi contenenti dati sulle grotte della zona. Nello specifico, sono state esaminate stalattiti e stalagmiti, formatesi  in migliaia di anni di precipitazioni. Queste strutture hanno consentito di scrutare nel passato e ricostruire le condizioni climatiche fino a più di 100.000 anni prima.

Sono stati raccolti campioni di stalattiti e stalagmiti da due grotte, Shennong e Jiulong,  situate a sud-est di Liangzhou. La loro analisi presso l’Università di Innsbruck ha mostrato chiaramente che tra 4.345 e 4.324 anni fa la regione ha subito un periodo di precipitazioni estremamente intense. Le registrazioni degli isotopi del carbonio lo hanno confermato. Mentre la datazione precisa è stata effettuata attraverso l’analisi dell’uranio-torio. Con queste informazioni, gli specialisti si sono concentrati sull’ipotesi ambientale: la totale assenza di prove di cause umane, come i conflitti di guerra, ha reso questa idea ancora più potente.

Le piogge monsoniche estremamente forti hanno probabilmente portato alle inondazioni dello Yangtze. Che nemmeno gli estesi canali sono riusciti a fermare. Ciò avrebbe causato la distruzione di Liangzhu. Gli esperti sostengono, inoltre, che anni così eccezionalmente umidi siano durati tre secoli.

I dati delle stalagmiti analizzati mostrano chiaramente che tra 4.345 e 4.324 anni fa la regione ha subito un periodo di precipitazioni estremamente intense. Le registrazioni degli isotopi del carbonio lo hanno confermato. Mentre la datazione precisa è stata effettuata attraverso l’analisi dell’uranio-torio. Con queste informazioni, gli specialisti si sono concentrati sull’ipotesi ambientale: la totale assenza di prove di cause umane, come conflitti di guerra, ha reso questa idea ancora più potente.

da qui

mercoledì 29 dicembre 2021

No alla privatizzazione del vento - Maria Teresa Messidoro

 

 

“E così da giorni abbiamo solo calci nel sedere,
non sappiamo dove siamo, senza pane e senza bere
e questo pazzo scatenato che è il più ingenuo dei bambini
proprio ieri si è stroncato fra le pale dei mulini…”

da «Don Chisciotte», canzone di Francesco Guccini

 

L’infanzia non aveva abbandonato del tutto Bettina Cruz, quando decise di unirsi ad altri giovani per ribellarsi ad una ingiustizia: a soli 13 anni divenne una delle lideresas (1) dello sciopero che si organizzò nella sua città per far abbassare il costo del biglietto dei bus per gli studenti provenienti dai villaggi e paesini circostanti. Dopo un anno di lotte, gli alunni raggiunsero il proprio obiettivo.

Quando Bettina termina gli studi secondari, la dirigenza della scuola decide che non le venga consegnato il certificato di buona condotta. Forse pensa di far cessare i suoi impeti di lotta. Ma la stessa madre di Bettina, Rosa, una donna dal carattere forte, solidaria da sempre, esprime chiaramente a sua figlia come sarebbe stata la sua vita futura. “No te dejes!Participa!” (Non mollare! Partecipa!) le dice, rincuorandola.

Lucila Bettina Cruz Vélasquez ha nel sangue questo spirito di lotta contro le ingiustizie, è una eredità che si porta dentro, come altre donne juchiteche.

Costretta ad emigrare in capitale per continuare gli studi, dopo essersi laureata in ingegneria agraria, aver frequentato un corso di perfezionamento in sviluppo rurale regionale e un dottorato a  Barcellona, decide di tornare a casa. Non può fare altrimenti.

Si sente binnizá (2).

Si sente parte del suo territorio, è il suo territorio.

 

Ma quando torna, nel 2005, il paesaggio dell’istmo di Tehuantepec è profondamente cambiato: nel 1994, la Comisión Federal de Eletricidad (CFE) ha installato la prima centrale eolica del paese messicano proprio a La Venta, Juchitán. È il cavallo di troia, per l’intromissione aggressiva delle compagnie private interessate all’energia eolica.

In un territorio dove il vento può arrivare fino a 110 chilometri orari, le imprese eoliche sono arrivate promettendo impiego e prosperità.

Promesse che se ne sono andate proprio con il vento.

Oggi nell’Istmo ci sono 29 parchi eolici, 27 sono privati, in maggioranza di proprietà europea: con duemila aerogeneratori che occupano più di 50 mila ettari di terre comuni, senza produrre energia per le comunità locali, ma per grandi compagnie, comprese le miniere.

Contro il tentativo di mercantilizzare  l’energia e privatizzare il vento, nasce nel 2007 la Asamblea en Defensa de la Tierra y el Territorio de Juchitán, che poi si trasformerà nella Asamblea de Pueblos Indigenas del Istmo en Defensa de la Tierra y el Territorio, APIIDTT, di cui Bettina è cofondatrice.

Quanto sia importante il suo lavoro, lo capisce quando sia lei che suo marito ed altri membri dell’organizzazione ricevono le prime minacce. Le intimidazioni si intensificano quando l’APIIDTT incomincia a lottare contro la costruzione di un nuovo progetto eolico che l’impresa Mareña Renovables tentò di installare a San Dionisio del Mar, progetto che è stato bloccato grazie alla mobilitazione popolare.

Per poter installare i parchi eolici le imprese coinvolte, con l’appoggio di funzionari federali e statali dello stato di Oaxaca, realizzano contratti con le comunità locali, affinché affittino i terreni e ne cedano l’uso per anche 30 anni.

In questo modo, ciò che perdono le comunità indigene è il diritto all’uso della terra. Inoltre, in alcuni casi, le compagnie hanno posto come condizione per il pagamento dell’affitto della terra la garanzia da parte dei contadini che nessuno perturbi od ostacoli la realizzazione dei loro progetti. Diventa quindi poi facile legalmente chiedere l’allontanamento forzato di chi protesta, in base alle clausole dei contratti firmati.

 

La stessa Bettina Cruz, tra il 2012 e il 2013, ha dovuto allontanarsi dalla sua comunità dopo aver ricevuto minacce di morte; per poter fuggire inosservata, è stata costretta ad abbandonare i suoi colorati huipiles, scelta non facile dato che il huipil rappresenta la forza e l’identità di una donna indigena.

 

Fortunatamente, giungono anche alcuni risultati positivi: il 20 settembre 2021, i membri dell’APIIDTT hanno annunciato un recente trionfo legale, il blocco della costruzione in terre comunitarie del progetto eolico Gunaa Sicarú, dell’impresa francese EDF.

In questa lotta contro l’energia eolica, l’APIIDTT non è sola, può contare anche sull’appoggio e sostegno del Congreso Nacional Indigena, CNI, uno spazio di articolazione delle popolazioni indigene, molto legato al Ejército Zapatista de Liberación Indigena, EZLN.

 

Bettina nel 2017 è stata eletta nel Consejo Indigena de Gobierno del CNI.

In questo modo, può lottare ancora di più e meglio contro gli impatti ambientali delle centrali eoliche, come il forzato ridimensionamento delle tradizionali attività agricole, la privatizzazione della terra, i conflitti intercomunitari, l’aumento della violenza nella regione, dovuta alla crescente presenza del crimine organizzato (interconnesso con le stesse imprese), la militarizzazione e mascolinizzazione del territorio. Senza contare che l’energia eolica non favorisce di certo l’impegno contro il cambiamento climatico, anzi.

Bettina, come tutti gli integranti dell’APIIDTT, sa bene che la difesa del territorio è ogni giorno più difficile, però non ha nessuna intenzione di abbassare la guardia. La loro forza, afferma, è nell’essere comunità e tessere rete.

Sono dei novelli Chisciotte, che lottano non contro dei giganti immaginari, ma contro coloro che vorrebbero privatizzare il vento, l’acqua e il territorio.

Il “potere” è l’immondizia della storia degli umani
e, anche se siamo soltanto due romantici rottami,
sputeremo il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte.

 

NOTE

1 Molto più efficace il termine in spagnolo

2 come si autodefinisce il popolo zapoteco, letteralmente “gente che proviene dalle nubi”

 

Maria Teresa Messidoro è vicepresidente dell’Associazione Lisangà culture in movimento

 

da qui

martedì 28 dicembre 2021

Il mito della crescita verde

 

di Movimento per la Decrescita Felice (MDF)

Tratto da:

Il Tempo della Decrescita Felice
Movimento per la Decrescita Felice (MDF)
Novembre 2021 - 46 pp.


Negli ultimi vent’anni è stata sdoganata la retorica secondo cui si sarebbe potuto aumentare il PIL riducendo al contempo le emissioni e in generale gli impatti ambientali. Non è successo, e non è probabile che succeda in futuro. I concetti improbabili di “sviluppo sostenibile” e “crescita verde” hanno contribuito in maniera determinante a far sì che l’allarme sulla salute del  pianeta venisse ignorato. Oggi ne paghiamo le conseguenze. Il rapporto dell’European Environmental Bureau, pubblicato nel luglio 2019, pone una questione non più rinviabile: le politiche dei governi devono andare oltre la crescita.
Che la crescita infinita in una biosfera che ha dei limiti fisici fosse un mito, si sa dal 1972. Quell’anno un gruppo di giovani scienziati del Massachussets Institute of Technology, con il loro rapporto I limiti dello sviluppo che ha cambiato il dibattito mondiale sull’ambiente, hanno messo in guardia l’umanità da due pericoli: l’incoscienza e la cupidigia che guidavano l’idea di una crescita senza freni. Tuttavia, la nascita dei concetti di “sviluppo sostenibile” e “crescita verde” ha frenato la carica trasformativa di quell’allarme.
Le istituzioni hanno riconosciuto i rischi ambientali della crescita a tutti i costi, consentendo però al sistema economico e produttivo non cambiare le sue logiche. Si è pensato per decenni che con qualche investimento nell’efficienza il PIL potesse continuare a salire, mentre l’impatto climatico e ambientale della produzione sarebbe sceso.

Tuttavia un importante studio 1, tradotto in italiano dal Movimento per la Decrescita Felice 2, dimostra che non c’è mai stato un disaccoppiamento e chiede un radicale cambio di paradigma. Il report si intitola Decoupling debunked e lo ha pubblicato l’European Environmental Bureau (EEB), una piattaforma che riunisce oltre 143 organizzazioni con sede in più di 30 paesi. Il team internazionale di ricercatori che lo ha scritto ritiene prioritario ridurre la produzione di beni e servizi, soprattutto nei paesi ricchi. In un pianeta che si sta riscaldando a velocità forse troppo alte per evitare gli effetti peggiori dei cambiamenti climatici, secondo gli esperti non si dovrà più parlare di efficienza, ma di sufficienza. Simili prese di posizione dovrebbero far discutere, anche se finora i media hanno pressoché ignorato i risultati della ricerca, perché il dibattito fra le due scuole di pensiero della “crescita verde” e della decrescita ha visto prevalere nettamente la prima.
I sostenitori della “crescita verde” ritengono che il progresso tecnologico consentirà un disaccoppiamento fra la crescita economica ed emissioni climalteranti. Tradotto: investendo molto nell’efficienza delle produzioni, sarà possibile continuare ad aumentare la produzione di beni e servizi inquinando di meno, consumando meno risorse e lasciando il tempo al pianeta di rigenerarle. I promotori della decrescita o della “post-crescita”, al contrario, sono convinti che un’espansione infinita dell’economia all’interno di una biosfera finita sia impossibile. La risposta, a questo punto, starebbe nella riduzione della produzione e del consumo nei paesi più ricchi, con conseguente abbassamento del PIL.
Ad oggi, la narrativa sulla “crescita verde” è dominante in tutte le istituzioni politiche ed economiche internazionali. Tutto è cominciato nel 2001, quando l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha sposato l’obiettivo del disaccoppiamento, poi divenuto un perno della sua strategia verso la “crescita sostenibile”.
A ruota è seguita la Commissione Europea, che nel suo sesto Programma d’azione per l’ambiente, ha annunciato il suo obiettivo di "rompere il vecchio legame tra crescita economica e danno ambientale". Nel 2011 la strategia dell’UNEP – il Programma ambientale delle Nazioni Unite – ha scommesso sulle capacità della “crescita verde” di "ridurre significativamente i rischi ambientali e la miseria ecologica".
Il 2012 ha visto scendere in campo anche la Banca Mondiale, in un coro unanime coronato dall’inclusione del disaccoppiamento fra i target specifici degli Obiettivi di sviluppo sostenibile, la “Bibbia” delle Nazioni Unite per il futuro dell’umanità sul pianeta. Di qui in poi, è stato un proliferare di ricerche e studi che confermavano come l’economia in alcuni settori e in alcuni paesi stesse progressivamente liberandosi dello stigma delle emissioni.
Il castello di carte è crollato l’8 luglio 2019, quando l’EEB, con Decoupling Debunked, ha pubblicato la prima analisi di tutta la letteratura empirica e teorica sul tema. I ricercatori hanno verificato se davvero stiamo assistendo a una “crescita verde”, arrivando alla conclusione che "non solo non ci sono prove empiriche a sostegno dell’esistenza di un disaccoppiamento della crescita economica dalle pressioni ambientali in misura anche solo vicina a ciò che servirebbe per affrontare il collasso ambientale, ma, e forse è ancora più importante, sembra improbabile che tale disaccoppiamento si verifichi in futuro".
Questa doccia di acqua ghiacciata pone i decisori politici (soprattutto quelli dei paesi ricchi) davanti ad un bivio: ignorare le conclusioni dell’EEB e continuare business as usual, o riconoscere che forse occorre elaborare politiche più prudenti verso la ricerca di un continuo aumento del PIL. Il rapporto traccia una strada possibile: le strategie produttive basate sull’efficienza dovrebbero essere integrate dalla ricerca della sufficienza, ovvero da un «ridimensionamento della produzione economica in molti settori e una riduzione parallela del consumo, che insieme consentiranno un buon vivere entro i limiti ecologici del pianeta».
La validità del discorso sulla “crescita verde” presume un disaccoppiamento globale, assoluto e permanente, ampio e abbastanza rapido della crescita economica da tutti gli impatti negativi sull’ambiente. Secondo il team di Decoupling Debunked tutto questo non sta succedendo. In tutti i casi considerati – materie prime, energia, acqua, gas serra, terra, inquinanti idrici e perdita di biodiversità – il disaccoppiamento è solo relativo, temporaneo o localizzato. È successo nel 2007-2008 per la crisi economica e nel 2015-2016, come si legge da entusiastici rapporti dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA) poi rivelatisi fuochi di paglia. La Cina stava spostando una parte significativa della produzione energetica dal carbone all’oil&gas, mentre gli Stati Uniti accrescevano la quota di gas nel mix energetico. Ben presto, però, completata la transizione, economia ed emissioni sono tornate ad accoppiarsi (+1.6% nel 2017 e +2.7% nel 2018). Prendendo altri casi settoriali in cui il disaccoppiamento dovrebbe verificarsi, il rapporto rivela che non si è mai vista una forbice, anzi. Per quanto riguarda i flussi di risorse minerali e organiche estratte dall’ambiente, ad esempio, nei paesi OCSE l’accoppiamento stabile fra loro uso e crescita è evidente. La cosiddetta material footprint è aumentata del 50% fra il 1990 e il 2008 registrando un +6% di utilizzo ogni +10% di PIL. A dirci che siamo già in forte debito con l’ecosistema sono anche i numeri assoluti: per essere ecologicamente sostenibili, dovremmo limitare il consumo di risorse a circa 50 miliardi di tonnellate l’anno. Già nel 2009, però, questo numero era a 67,6. Il rapporto dimostra come l’entusiasmo dei sostenitori della “crescita verde” sia frutto di "una sostanziale finzione statistica", e indica almeno sette ragioni per essere scettici riguardo al verificarsi di un disaccoppiamento assoluto e sufficiente nel futuro.

Aumento della spesa energetica. L’estrazione risorse di solito diventa più costosa man mano che le scorte si esauriscono: quando le opzioni più economiche non bastano più, si passa a sistemi caratterizzati da una maggiore intensità energetica, con conseguente aumento della pressione sull’ambiente. È il caso del gas di scisto o del petrolio da sabbie bituminose, che richiedono processi di estrazione molto impattanti perché si tratta di materie prime non facili da recuperare.

Effetti rimbalzo. I miglioramenti nell’efficienza sono spesso compensati, del tutto o in parte, da un utilizzo dei risparmi per aumentare i consumi nello stesso settore o in altri. Non è raro che un’auto a basso consumo venga utilizzata più spesso, o che il denaro risparmiato venga speso in un biglietto aereo per vacanze che altrimenti non ci si poteva permettere. Inoltre, la promozione di automobili più efficienti può rafforzare una mobilità basata sull’auto privata, invece di spostare il sistema di trasporto verso i mezzi pubblici e la bicicletta.
chi di paglia. La Cina stava spostando una parte significativa della produzione energetica dal carbone all’oil&gas, mentre gli Stati Uniti accrescevano la quota di gas nel mix energetico. Ben presto, però, completata la transizione, economia ed emissioni sono tornate ad accoppiarsi (+1.6% nel 2017 e +2.7% nel 2018). Prendendo altri casi settoriali in cui il disaccoppiamento dovrebbe verificarsi, il rapporto rivela che non si è mai vista una forbice, anzi. Per quanto riguarda i flussi di risorse minerali e organiche estratte dall’ambiente, ad esempio, nei paesi OCSE l’accoppiamento stabile fra loro uso e crescita è evidente. La cosiddetta material footprint è aumentata del 50% fra il 1990 e il 2008 registrando un +6% di utilizzo ogni +10% di PIL. A dirci che siamo già in forte debito con l’ecosistema sono anche i numeri assoluti: per essere ecologicamente sostenibili, dovremmo limitare il consumo di risorse a circa 50 miliardi di tonnellate l’anno. Già nel 2009, però, questo numero era a 67,6. Il rapporto dimostra come l’entusiasmo dei sostenitori della “crescita verde” sia frutto di "una sostanziale finzione statistica", e indica almeno sette ragioni per essere scettici riguardo al verificarsi di un disaccoppiamento assoluto e sufficiente nel futuro.

Spostamento dei problemi. Le soluzioni tecnologiche a un problema ambientale possono crearne di nuovi o esacerbarne altri. Ad esempio, la produzione di energia elettrica per la mobilità privata causa pressioni sulle riserve di litio, rame e cobalto, mentre i biocarburanti sottraggono suolo alla produzione di cibo. Impatto sottovalutato dei servizi. L’economia dei servizi può esistere solo se basata sull’economia materiale. I servizi hanno un’impronta significativa che spesso si aggiunge a quella dei beni invece di sostituirla.
Potenziale limitato del riciclo. I tassi di riciclo sono attualmente bassi e crescono lentamente. Un loro aumento richiederà una quantità significativa di energia e materie prime. Inoltre, ad oggi il riciclo ha una capacità limitata di supportare un’economia materiale in crescita.
Cambiamenti tecnologici insufficienti e inappropriati. Il progresso tecnologico non sta prendendo di mira i fattori di produzione che contano per la sostenibilità ecologica e non porta al tipo di innovazioni che riducono le pressioni ambientali. Non è abbastanza dirompente perché non riesce a sostituire altre tecnologie indesiderabili e non è abbastanza veloce da consentire un disaccoppiamento sufficiente.
Trasferimento dei costi. In alcuni casi il disaccoppiamento calcolato su base locale non è altro che l’effetto di un’esternalizzazione dell’impatto ambientale in altri paesi, favorita dalle regole del commercio internazionale.
Di fronte a questi risultati, e con una decina d’anni appena per invertire i trend di riscaldamento globale globale, il rapporto dell’European Environmental Bureau pone una questione non più rinviabile: andare oltre la crescita nella scrittura delle politiche. Vent’anni di strategie improntate alla “crescita verde” da parte di tutte le più importanti istituzioni internazionali non hanno portato ai risultati previsti: "Il disaccoppiamento – scrivono i ricercatori nelle loro conclusioni – ha fallito nel raggiungere la sostenibilità ecologica che aveva promesso. Non è che gli aumenti dell’efficienza non siano necessari, ma è irrealistico aspettarsi che possano scollegare in modo assoluto, globale e permanente dalla sua base biofisica un metabolismo economico in costante crescita". Basarsi soltanto su questo per risolvere i problemi ambientali "sembra essere estremamente rischioso e irresponsabile", scrivono. E cercare di risolvere questioni di giustizia sociale ed ecologica con il disaccoppiamento "è come provare a tagliare un albero con il cucchiaio: un’operazione probabilmente lunga, e ancora più probabilmente destinata a fallire".


NOTE:

1) 
https://eeb.org/library/decoupling-debunked/
2) 
https://luce-edizioni.it/prodotto/il-mito-della-crescita-verde/

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