sabato 24 aprile 2021

Liberateli dalle catene del debito - Francesco Gesualdi

 

Fra le decisioni assunte dall’ultimo vertice del G20 c’è anche quella di estendere fino al dicembre 2021 la sospensione dei pagamenti sul debito che i Paesi più poveri hanno nei confronti dei governi dei Paesi più ricchi.

Prolungamento di una pratica già deliberata nell’aprile del 2020 per permettere anche alle nazioni maggiormente in affanno di poter disporre di qualche soldo in più per affrontare le spese eccezionali imposte dall’emergenza Covid.

Una situazione che anche i “ricchi” conoscono molto bene, considerato che complessivamente nel 2020 i 36 Paesi dell’Ocse hanno sostenuto una spesa supplementare di quasi 9mila miliardi di dollari per arginare le emergenze sanitarie e sociali dovute alla pandemia.

L’iniziativa assunta dal G20 è offerta solo ai Paesi più poveri, quelli con reddito pro capite inferiore a 1.185 dollari all’anno.

Tali Paesi sono anche detti “Ida” in ragione del fatto che sono ammessi a godere dei prestiti agevolati elargiti dall’agenzia della Banca Mondiale denominata International Development Assistance (Ida, appunto).

In tutto si tratta di 73 nazioni, per oltre la metà localizzate in Africa, che ospitano 1,7 miliardi di persone corrispondenti al 22% della popolazione mondiale.

Secondo gli ultimi dati disponibili riferiti al 2019, complessivamente i governi dei Paesi Ida detengono un debito di 523 miliardi di dollari, ma solo il 34% è bilaterale, ossia è nei confronti di altri governi. Il resto è verso organismi multilaterali come Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale (46%) o verso banche commerciali e altri soggetti privati (20%).

Pertanto la sospensione si applica solo a un terzo degli importi, quelli riferibili al debito bilaterale che è l’unica parte su cui i governi del G20 hanno potere decisionale.

Quanto al resto, il G20 ha invitato gli altri creditori a fare altrettanto, ma sinora la risposta è stata deludente. Nessun soggetto privato ha risposto positivamente all’appello, mentre gli organismi multilaterali si sono limitati a offrire il proprio supporto tecnico affinché i governi possano perseguire i propri propositi.

Dai conti elaborati da Eurodad, organizzazione europea che si occupa del debito del Sud del mondo, risulta che nel biennio 2020-21 i 73 Paesi più poveri devono versare ai creditori 71 miliardi di dollari come pagamento del servizio del debito, ossia degli interessi e delle rate in scadenza.

Ma solo 27,4 miliardi di dollari fanno parte del perimetro della sospensione: in termini di ripartizione pro capite sugli abitanti dei Paesi Ida, si tratta di un beneficio di 16 dollari a cittadino.

A titolo di confronto, nel solo 2020 i Paesi Ocse hanno arginato la pandemia con un surplus di spesa corrispondente a 7.000 dollari per cittadino.

Il risultato, però, è ancora più scarno considerato che su 73 Paesi che possono aderire all’offerta, solo 43 ne hanno fatto richiesta.

 

Tant’è che fino ad oggi è stata attuata una sospensione complessiva di appena 5,7 miliardi di dollari. Fra i motivi avanzati dagli esperti per spiegare una risposta così poca entusiastica, c’è che le cifre sospese dovranno essere rimborsate fra il 2022 e il 2024. Un periodo molto breve che rischia di creare un sovraccarico di esborsi che a molti fa paura.

Secondo i calcoli di Eurodad, solo per il normale servizio del debito, i 73 Paesi più poveri devono essere pronti a sborsare 115 miliardi di dollari nel biennio 2022-24. Cifra che si appesantirebbe di un ulteriore 23% qualora dovesse essere sovraccaricata di tutta la sospensione che in linea teorica può essere attuata nel biennio 2020-21.

Considerato che una buona metà dei Paesi più poveri è già in stato di insolvenza o è vicina a diventarlo, è abbastanza comprensibile che molti non sottoscrivano patti che saprebbero di non poter onorare.

Del resto mancano informazioni sulle contropartite che i governi debitori dovrebbero dare in cambio delle sospensioni, né si sa quali misure scatterebbero in caso di inadempienze.

Considerato che la consulenza è del Fmi, non ci sarebbe da sorprendersi se l’offerta fosse condizionata al rispetto di regole che in passato si sono rivelate altamente destabilizzanti sul piano sociale e politico.

Da tempo la parte più avanzata della società globale sostiene che l’unica strada da perseguire per liberare i Paesi più poveri dalle catene del bisogno è l’annullamento del loro debito ed è di grande significato che papa Francesco abbia inserito questa indicazione nella lettera inviata l’8 aprile scorso alla Banca Mondiale:

«Lo spirito di solidarietà globale impone di ridurre in maniera significativa il debito delle nazioni più povere, un peso che la pandemia ha ulteriormente esacerbato. Scegliendo di alleggerire il loro debito compiremmo un gesto di grande umanità perché permetteremmo a quelle popolazioni di accedere ai vaccini, alla sanità e all’istruzione».

Per quanto riguarda la parte di debito dovuta ai governi, buona parte dell’annullamento dipende dalla Cina, considerato che detiene il 60% di tutto il debito bilaterale dei 73 Paesi più poveri. Segue il Giappone col 15% mentre Germania e Francia che si collocano attorno al 5%.

Generalmente si invoca il senso di generosità per indurre a comportamenti di rinuncia, ma in questo caso basterebbe appellarsi alla lungimiranza perché l’avarizia non conviene a nessuno in un momento in cui basta un focolaio di non vaccinati per fare divampare di nuovo la pandemia a livello globale

 

Articolo pubblicato sull’Avvenire

 

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venerdì 23 aprile 2021

Giornata mondiale della Terra: la bellissima lettera del Dalai Lama


In occasione della Giornata della Terra non mancano certo i messaggi di leader da tutto il mondo che auspicano, pontificano, promettono. Tra questi una lettura la merita senza dubbio quella del Dalai Lama, Tenzin Gyatso, un leader religioso con la capacità di parlare a tutti. Ne riportiamo un ampio stralcio.

“Nella Giornata della Terra del 2021, mi rivolgo ai miei fratelli e sorelle di tutto il mondo per guardare sia le sfide che le opportunità che abbiamo davanti a noi su questo unico pianeta blu che condividiamo.

Spesso scherzo sul fatto che la luna e le stelle sono bellissime, ma se qualcuno di noi provasse a vivere su di esse, sarebbe infelice. Questo nostro pianeta è un habitat delizioso. La sua vita è la nostra vita, il suo futuro il nostro futuro. In effetti, la terra agisce come una madre per tutti noi. Come bambini, dipendiamo da lei. Di fronte a problemi globali come l’effetto del riscaldamento globale e l’impoverimento dello strato di ozono, le singole organizzazioni e le singole nazioni sono impotenti. Se non lavoriamo tutti insieme, non si può trovare una soluzione. La nostra madre terra ci sta dando una lezione di responsabilità universale.

Prendiamo come esempio la questione dell’acqua. Oggi, più che mai, il benessere dei cittadini in molte parti del mondo, specialmente delle madri e dei bambini, è a rischio estremo a causa della mancanza critica di acqua adeguata, servizi e condizioni igieniche. È preoccupante che l’assenza di questi servizi sanitari essenziali in tutto il mondo abbia un impatto su quasi due miliardi di persone. Eppure una soluzione è possibile. 

L’interdipendenza è una legge fondamentale della natura. L’ignoranza dell’interdipendenza ha ferito non solo il nostro ambiente naturale, ma anche la nostra società umana. Pertanto, noi esseri umani dobbiamo sviluppare un maggior senso dell’unità di tutta l’umanità. Ognuno di noi deve imparare a lavorare non solo per se stesso, la sua famiglia o la sua nazione, ma per il beneficio di tutta l’umanità. 

Se il nostro pianeta deve essere sostenuto, l’educazione ambientale e la responsabilità personale devono crescere e continuare a crescere. Prendersi cura dell’ambiente dovrebbe essere una parte essenziale della nostra vita quotidiana. Nel mio caso, il mio risveglio ambientale è avvenuto solo dopo essere arrivato in esilio e aver incontrato un mondo molto diverso da quello che avevo conosciuto in Tibet. Solo allora ho capito quanto puro fosse l’ambiente tibetano e come il moderno sviluppo materiale abbia contribuito al degrado della vita in tutto il pianeta.

In questa Giornata della Terra impegniamoci tutti a fare la nostra parte per contribuire a fare una differenza positiva per l’ambiente della nostra unica casa comune, questa bellissima terra.”

[Dalai Lama]

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giovedì 22 aprile 2021

Le scarpe made in Italy affondano il tacco nel traffico illecito di fanghi inquinanti


La produzione del cuoio made in Italy è uno dei settori di punta del sistema moda: senza il cuoio non si potrebbero fare le scarpe italiane vendute in tutto il mondo (o le cinture, le borse, le giacche…).

La lavorazione del cuoio richiede un processo industriale dall’altissimo impatto ambientale: si utilizza un enorme quantità di acqua che viene poi rilasciata nei depuratori carica di sostanze tossiche. Il distretto della concia di Santa Croce, oltre agli altri prodotti della pelle, fornisce tutto (o quasi) il cuoio per suole prodotto in Italia. Qui ogni anno vengono utilizzati 6 milioni di metri cubi d’acqua per il processo di concia.

Buona parte di queste acque sono gestite dal Consorzio Aquarno, emanazione delle aziende conciarie, oggi al centro di una indagine della DDA di Firenze. Gli investigatori sostengono che il Consorzio pagava politici per evitare l’obbligo di sottoporsi ai controlli ambientali e che i vertici dell’Associazione Conciatori di Santa Croce avrebbero sostenuto da anni un sistema di smaltimento illegale dei residui inquinanti che prevedeva il loro utilizzo come materiale per i cantieri stradali, attraverso imprese gestite da clan della ‘ndrangheta.

Nel 2015 il Centro Nuovo Modello di Sviluppo con la Campagna Abiti Puliti ha pubblicato un rapporto sull’industria della concia nel distretto di Santa Croce dal titolo “Una dura storia di cuoio“, in cui portavamo alla luce i dati sull’impatto ambientale del settore. In particolare denunciavamo l’opacità delle informazioni fornite dai soggetti responsabili dello smaltimento dei rifiuti: «le autorità pubbliche – scrivevamo allora – si sono mostrate poco collaborative come se la gestione dei rifiuti fosse un fatto privato che possono gestire nel segreto delle stanze».

Negli anni scorsi non sono mancati episodi di illeciti legati allo scarico abusivo dei prodotti inquinanti della concia. Nel maggio 2018 un’altra indagine della stessa DDA aveva svelato l’esistenza di rapporti di affari illeciti tra clan camorristici e imprenditori del settore del cuoio, per riciclare il denaro sporco.

Sotto il mondo scintillante del lusso e delle scarpe di cuoio si nascondono traffici criminali, corruzione e l’inquinamento illegale del territorio, oltre allo sfruttamento dei lavoratori, soprattutto immigrati.

Una nota ancora dolente da ricordare e che oggi risuona oltremodo profetica: quando quel rapporto fu pubblicato, gli estensori subirono una campagna di pressione senza precedenti da parte del finanziatore (Commissione Europea) perché esso fosse ritirato dalla circolazione a causa di presunte e mai dimostrate inesattezze e falsità denunciate dalle associazioni industriali dei conciatori italiana ed europee.

Quel rapporto accurato e basato su evidenze pubbliche non è mai stato rimosso ma anzi ripubblicato, rinunciando al finanziamento europeo, con una prefazione che dettaglia quella triste e durissima storia di pressione e pericolosa interferenza delle lobby industriali nella vita democratica delle istituzioni europee.

Oggi più che mai vale la pena rileggerlo. Seppure datato, quel rapporto conserva la freschezza di un quadro attualissimo e fosco. La Campagna Abiti Puliti esprime massima solidarietà ai lavoratori e alle lavoratrici del distretto conciario, auspicando legalità e tutela dei loro diritti.

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mercoledì 21 aprile 2021

I marchi e i produttori di abbigliamento non possono rimanere in silenzio sulle atrocità del Myanmar

 

Il network globale della Clean Clothes Campaign condanna fermamente il comportamento silente dei marchi di abbigliamento, tra cui Aldi North, Lindex e Marks & Spencer, sulle atrocità commesse dai militari in Myanmar in seguito al colpo di stato militare intervenuto all’inizio di febbraio. Marchi come H&M, Next, C&A, Primark e Benetton hanno sospeso le forniture, ma ciò non elimina la loro responsabilità nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici con riferimento al pagamento dei salari e delle liquidazioni a loro spettanti.

I lavoratori e le lavoratrici tessili hanno giocato un ruolo chiave nelle proteste in corso a favore della democrazia, combattendo per i loro diritti e libertà e correndo rischi in prima persona. La repressione violenta dell’esercito prende di mira chi partecipa al movimento di disobbedienza civile: negli ultimi due mesi, i militari hanno ucciso più di 500 persone.

All’inizio di marzo, la CCC ha invitato i marchi di abbigliamento che si riforniscono dal Myanmar a prendere una serie di misure concrete per proteggere i diritti e la sicurezza dei lavoratori dell’abbigliamento. Per anni i marchi che si riforniscono dal Myanmar hanno sfruttato le deboli leggi sul lavoro e la miseria delle retribuzioni per fare profitti e guadagni. Ora, in questo momento di crisi, non possono negare sostegno attivo ai lavoratori.

Fra i marchi che non hanno fornito risposte pubbliche alla devastante situazione in Myanmar vi sono Aldi North, Lindex e Marks & Spencer. È vergognoso che i marchi tessili non diano la priorità alla protezione dei diritti umani e delle vite, specialmente in considerazione dell’urgenza di tale situazione.

H&M, Next, C&A, Primark, Benetton e tutti i marchi con filiere in Myanmar devono agire proattivamente per garantire i salari e il sostentamento delle persone che producono i loro vestiti in questo momento di crisi. È fondamentale che i marchi facciano pressione sui militari attraverso dichiarazioni pubbliche, ammettendo che il ritiro degli ordini dai loro fornitori è un risultato diretto del colpo di stato militare e dell’attacco alla democrazia e ai diritti umani, e non dovuto a questioni logistiche.

Chiediamo a tutti i marchi, distributori e produttori attivi in Myanmar di prendere misure immediate per proteggere i lavoratori dell’abbigliamento. Hanno la responsabilità di assicurare ai lavoratori il pagamento dei loro salari o, in caso di perdita del lavoro o di chiusura della fabbrica, dell’intera liquidazione loro dovuta. Non solo, i marchi devono anche assicurarsi presso i fornitori che i lavoratori non debbano affrontare misure punitive per aver saltato il lavoro, indipendentemente dal fatto che si siano uniti alle proteste, che non siano in grado di andare al lavoro o che siano tornati ai loro villaggi in quanto legittimamente preoccupati per la loro sicurezza.

Il numero di morti per mano dei militari aumenta ogni giorno. I marchi non possono più rimanere in silenzio.

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Estinzione, è per sempre - Gianluca Solera

 

Questo fine-settimana, mi sono lasciato distrarre dai titoli dei faits divers, sovente inutili ma curiosi, per tirarmi su di morale dopo giorni di letture delle sezioni “ambiente” delle testate del mondo intero.

Le notizie che giungono sono a dir poco allarmanti, o meglio deprimenti, perché non si nota inversione di tendenza. Il ritmo di distruzione del mondo in cui viviamo non conosce rallentamento.

L’unico momento in cui abbiamo sperato in una inversione di tendenza è stato con l’arrivo del  Coronavirus. Ci ha costretti a stare fermi, a non esagerare, a risparmiare, a osservare, e per la prima volta dall’inizio della rivoluzione industriale, le emiissioni annuali di CO2 sono diminuite, invece di aumentare, si è visto il cielo sopra Pechino e New Delhi, e ricci e volpi hanno attraversato strade e ferrovie senza essere schiacciati da un’auto in corsa.

Una gravidanza dura dieci mesi lunari prima che un essere umano possa vedere la luce, ma bastano pochi secondi per soffocare la vita dello stesso. La cattedrale gotica di Reims venne costruita in sessantaquattro anni (1211-75), ma bastarono pochi bombardamenti durante il primo conflitto mondiale per sventrarla. Un albero come la quercia, per raggiungere la propria maestosità, ha bisogno di crescere almeno un secolo; bastano però poche ore di lavoro per segarlo alla base.

La natura vivente costruisce sistemi complessi e dinamici, sistemi che trasformano il tempo in organizzazione, che scambiano energia, materia ed informazione, e generano ordine e armonia.

Vi è un principio in natura che è l’entropia, che si rifà al ciclo dell’energia, e che misura il passaggio dallo stato di ordine a quello di disordine, ovvero di trasformazione irreversibile, di dissipazione irreversibile dell’energia in calore. Secondo alcuni fisici, come l’universo ha avuto inizio con un big bang, così è destinato a “morire” dissipando la propria energia in calore. Ebbene, che cosa fa la Natura?

La vita sul pianeta si basa su un continuo processo di rigenerazione dove l’energia viene assorbita e rivalorizzata, pensiamo alla fotosintesi, per renderla sorgente di vita.

Il tempo, in fondo, è una misura del passaggio tra ordine e disordine, dell’avanzamento del processo di dissipazione e di degrado, e la Natura vivente contrasta questo processo, ne rallenta i ritmi, producendo ecosistemi complessi, auto-organizzati, generando un effetto neg-entropico.

Lo stesso sequestro e immagazzinamento dei combustibili fossili quale prodotto della decomposizione di materia organica nel sottosuolo o sul fondo del mare da parte del pianeta ha rappresentato la soluzione che ha permesso di ridurre la CO2 atmosferica, e mantenere la composizione dell’atmosfera compatibile con la vita organica[1]. Il padre di questa lettura ecologica dei principi della termodinamica è stato Ilya Prigogine, seguito da Francisco Varela[2].

Che cosa fa invece l’Uomo? Distruggendo gli ecosistemi e rilasciando sostanze inquinanti nell’ambiente è diventato un produttore netto di entropia a scala planetaria al pari di un cataclisma.

 

Quando una catastrofe naturale o quando la pressione antropica accelerano i tempi del degrado, la Natura fatica a ritrovare la sua funzione di riorganizzazione e di assorbimento dell’entropia, e il tempo scorre dunque implacabile.

È incredibile come questo principio della distruzione abbia un corrispettivo anche nella storia della civiltà. In fondo, la quercia e la cattedrale di Reims o la vita di una persona sono l’espressione della stessa cosa: di quanto tempo sia richiesto per raggiungere la maturità, la bellezza, la complessità, che stanno insieme. E di come basti poco per distruggere tutto questo.

Questo senso della distruzione è qualcosa difficile da misurare, da catalogare e ancor di più da spiegare. Un pilota che sgancia bombe su un quartiere sa che sta distruggendo la vita e quel complesso reticolato di relazioni umane e spazi sociali che producono bellezza, eppure lo fa.

Un taglialegna che abbatte una foresta secolare ai Tropici sa che sta distruggendo un tesoro di diversità biologica e deturpando i caratteri distintivi della meraviglia che genera, eppure lo fa. Perché? È questo un mistero forse irrisolvibile.

Con l’arrivo dell’emergenza climatica, tutto sembra assumere una finalità ineluttabile, un corso definitivo, superiore alle nostre volontà, legato a un destino trascendente, dove la vita perde pezzi giorno dopo giorno.

Quanto sta avvenendo non è comparabile agli effetti della collisione con un meteorite o di uno sconvolgimento tellurico di grandi proporzioni. La distruzione avviene infatti passo dopo passo, ora dopo ora, metro quadro per metro quadro, e anche quando sarebbe possibile contrastare questa distruzione, si devono fare i conti con alterazioni climatiche che riducono ulteriormente le possibilità di invertire la rotta in tempo utile.

Ecco che la distruzione si manifesta nella scomparsa di specie animali e vegetali, ma anche di culture legate ad esse, e con esse dei saperi e delle arti che tali culture hanno elaborato.

Pensiamo ai nostri fiumi e laghi, alle civiltà legate ad essi, in quanto tutte le grandi antiche culture sono nate lungo dei fiumi, e le città sono state costruite attorno a corsi o sorgenti di acqua dolce.

Anche questo fa parte dei misteri della vita, perché gli ecosistemi di acqua dolce non rappresentano che lo 0,01% della superficie acquea della Terra. Pensiamo a quanto la vita sia legata a qualcosa di infinitamente raro e prezioso! E per avere un’idea della ricchezza biologica di quegli spazi così ridotti, pensiamo che il 51% di tutte le specie di pesci vive in acque dolci.

Tutto questo potrebbe far parte di una bella favola, ma la realtà si sta dimostrando più crudele di qualsiasi racconto, e il segnale di tale crudeltà sta nella scomparsa fisica di questo capitale di ricchezza.

 

Oggi, ben ottanta specie di pesci di acqua dolce sono già state dichiarate estinte dall’IUCN (International Union for Conservation of Nature) e altre dieci sopravivono solo in cattività.

Nel 2020, solamente nelle Filippine sono state dichiarate estinte quindici specie di pesci di acqua dolce. Anche paesi avanzati come gli Stati uniti, la Svizzera o Israele registrano estinzioni. In Israele, uno di questi, la Tristamella sacra, era un pîccolo pesce della famiglia dei Ciclidi legato ad un luogo che mi è particolarmente caro, il lago di Tiberiade, il luogo della moltiplicazione dei pani e dei pesci da parte di Cristo, ma anche del suo discorso delle Beatitudini[3], una dei massimi momenti di poesia della storia dell’Umanità.

Questo pesce è scomparso con la scomparsa dei margini acquitrinosi dove si riproduceva, dovuta ai massicci prelievi idrici. Ricordo di aver assistito al più rosso dei tramonti che i miei occhi abbiano mai visto, seduto proprio su una rocca della costa nord-orentale di quel lago, quella stessa rocca da dove secondo i Vangeli si buttarono nel lago i porci in cui si erano rifugiati gli spiriti immondi cacciati dal corpo di un indemoniato da Cristo[4].

Dunque, anche i luoghi più sacri non vengono risparmiati dallo spettro dell’estinzione. Forse, quei pesci moltiplicati dal Figlio di Dio erano proprio delle Tristamella Sacra, e la loro scomparsa un ‘segno dei tempi nuovi’. Nuovi e spaventosi.

Per restare nel mondo dei pesci di acqua dolce, un terzo di loro sono a rischio di estinzione. Anche la banale anguilla, che risale i fiumi per raggiungere la maturità e poi cerca il mar dei Sargassi per deporre le uova, è sulla via del declino irreversibile.

Tra il 1980 ed il 2000, vi è stato un calo del reclutamento delle ceche[5] nei fiumi compreso tra il 95 ed il 99% rispetto alla situazione precedente al 1980. L’inquinamento dei fiumi, le barriere (dighe, centrali idroelettriche, ecc.) che impediscono la risalita, e la pesca per l’esportazione o l’allevamento intensivo hanno segnato il loro destino. Ricordo quelle notti passate sul molo del porto sul lago di Garda, con la canna immobile protesa verso l’acqua ed un campanello sulla sua punta, sperando che abboccasse.

E quella volta che abboccò, la mia prima anguilla, ma inesperto me la feci sfuggire tra le mani perché non sapevo quanto fosse straordinariamente scivolosa. Se Anguilla anguilla si riprenderà, non lo sa nessuno, neppure i vecchi pescatori del lago.

È il suo destino di pesce migratore, incapace di restare nello stesso luogo, in un’epoca di nuove frontiere e fili spinati, ad averla condannata a morire. Raggiungerà le acque dolci o salmastre europee solo dopo tre anni di peripezie, alla pari di molti profughi afghani o subsahariani. E come per loro, stiamo forse assistendo anche alle ultime stagioni migratorie per questo animale.

La filosofa francese Corine Pelluchon dice che i limiti tra Natura e Cultura sono stati superati, e che abbiamo invaso gli spazi della vita selvatica oltre l’immaginabile, e questa interpenetrazione non porterà che nuove malattie o epidemie come quella che stiamo vivendo ora.

Il tessuto della vita è fatto di lotte, pericoli, ristrettezze e strategie di sopravvivenza, e il superamento dei limiti espone a tali rischi non solo gli animali, ma anche l’Homo sapiens sapiens.

La filosofa chiama a un nuovo illuminismo, che definisce il ‘nuovo convivialismo’ , che ci permetta di superare questa crisi per una nuova era di co-abitazione tra pari in modo democratico, che si basi sulla tutela del pianeta quale pre-condizione della vita insieme.

Quanto tempo abbiamo però per questo ‘renouveau culturel’? Abbiamo aspettato un secolo e mezzo perché i principi della ‘Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino’ del 1789 fossero riconosciuti dalla comunità delle nazioni nella sua carta fondamentale. Ora, non abbiamo tutti questi decenni per invertire la rotta.

Altro che ‘Ripartenza’… Può forse il capitano di una nave che ha ormeggiato in una baia di rifugio, dopo una tempesta improvvisa, riaccendere i motori e riprendere il largo se non sa verso dove dirigersi?

Avremmo bisogno di un brutale arresto di tutte le azioni distruttive, entropiche, dalle grandi dighe ai pozzi di estrazione petrolifera, dalla moltiplicazione del traffico motorizzato alle nuove città, dalla zootecnia industriale al taglio delle foreste.

Chi ha il coraggio di dire: “Stop!”? Chi? Nemmeno il neo-ministro italiano della Transizione ecologica è stato capace di questo, e uno dei suoi primi atti è stato di dare il via libera a undici autorizzazioni all’apertura di nuovi pozzi per idrocarburi per terra e per mare.

A chi interessa se abbiamo perso per sempre un centinaio di specie di pesce, e con essi bellezza, diversità genetica e risorse ittiche? Se non mangeremo più il Capitone che ha sempre dato sapore alle nostre Vigilie natalizie? Se non potremo più bagnarci nei nostri fiumi, laddove le nostre nonne avevano strofinato i panni?

Estinzione, è per sempre, e con essa scompaiono i nostri ricordi, le nostre storie, le radici della nostra cultura, dai cibi che consumiamo, al modo in cui abitiamo, alle poesie che recitiamo. Quello che dovremmo fare è molto semplice: ritirarci fisicamente, indietreggiare la linea dei nostri eserciti avidi di risorse e lasciare che la Natura riprenda terreno.

Come ha proposto il biologo E.O. Wilson, secondo il quale l’Umanità dovrebbe cedere il 50% degli spazi alla Natura, in un accordo di pace di portata storica, un vero e proprio trattato che comporti il ritorno di praterie, lagune, coste e foreste alla Natura in cambio della sopravvivenza delle civiltà per come le abbiamo conosciute finora.

Forse, ci dovremo affidare a degli sconosciuti eroi, persone di frontiera, entità visionarie, personaggi originali, che non riescono ad accettare di sottostare a questa accelerazione irreversibile verso l’entropia.

Questi personaggi esistono, ma quanti siano non lo sappiamo con esattezza. Di quanti Noé abbiamo bisogno per evitare l’estinzione di massa delle specie viventi sul pianeta? Di quante arche? Vorrei qui raccontarvi di almeno due di loro.

 

Uno di loro si chiama laboratorio Avantea, e sta a Cremona. È lì che nel dicembre dell’anno scorso vennero trasferiti 14 ovociti appena prelevati dall’ultimo esemplare femmina vivente di rinoceronte bianco settentrionale.

In quel laboratorio, sono stati portati a maturità e fecondati con lo sperma congelato dell’ultimo maschio, deceduto nel 1980. Questi embrioni, ora conservati a basse temperature, verranno presto impiantati nell’utero di una femmina di rinoceronte bianco meridionale, un’altra sottospecie, sperando che possa partorire dei cuccioli.

Se l’impresa riuscirà, il rinoceronte bianco settentrionale sarà geneticamente salvo, anche se i cuccioli non avranno genitori da cui imparare come si vive nella savana e come si bruca bene l’erba. La ‘conoscenza sociale’ della specie è già andata perduta, ma la specie forse no.

Un altro è un cuoco di Cadice, Ángel Léon, che sta sperimentando la commestibilità dei semi di una pianta marina, la Zostera marina.  Questa pianta, che nel Mediterraneo è presente solo in alcune zone circoscritte, produce dei semi alla sua base che hanno un potere nutritivo altamente superiore a quello del riso, e che, se coltivata, permetterebbe di offrire un prodotto proteico straordinario per l’alimentazione umana senza dover ricorrere al disboscamento, né ai pesticidi, né all’irrigazione, e che ricostituirebbe praterie sommerse che rappresentano l’habitat di molte specie dei bassi fondali. Inoltre, tali praterie marine hanno una capacità di cattura del CO2 trentacinque volte più veloce di quella delle foreste tropicali. L’idea venne al cuoco leggendo di una popolazione indigena del Messico, i Seri, che utilizzavano grani di una pianta marina nella loro alimentazione. È un cerchio magico che potrebbe chiudersi, nel quale gli indigeni e la loro sapienza antica salvano la civiltà moderna dall’autodistruzione.

Non so se queste buone notizie basteranno a risollevarci il morale, e anche i faits divers, a un certo punto, perdono il loro potere su di noi. La capacità di rettificazione nell’Umanità esiste, e si manifesta in mille buoni esempi, ma non è sufficientemente veloce, non quanto il corrente ritmo di estinzione e distruzione degli ecosistemi.

Potremmo dire: è colpa del Capitalismo, questa selvaggia ideologia del profitto ad ogni costo, del primato dei beni materiali e dei capitali in valuta sulle condizioni di sopravvivenza di uomini ed esseri viventi, e di giustizia sociale.

Questo, però, non è sufficiente. Ogni nostra scelta incide sugli equilibri del sistema, e la somma delle nostre scelte incide sulle politiche dei nostri governi.

Saranno i nostri debiti o crediti verso il pianeta – come consumatori, imprenditori, educatori o politici – a fare la differenza, e per questi si misurerà la nostra responsabilità. Se ce ne sarà il tempo.

Tunisi, 13 aprile 2021.


[1] Il ciclo del carbonio è stato studiato e spiegato in termini moderni da Laura Conti fin dagli anni ’70.

[2] Vi consiglio di leggere La fine delle certezze, di Prigogine, e Autopoiesi e cognizione, di Varela.

[3] Vangelo secondo Matteo, 5, 1-12.

[4] Episodio raccontato nei vangeli di Marco, Luca e Matteo.

[5] Le ceche sono le anguille di piccole dimensioni (60–90 mm), che risalgono, colonizzano le acque interne, dove raggiungeranno lo stadio maturo.

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martedì 20 aprile 2021

Il tempo e la comunicazione del paziente - (a cura di) Sergio Ardis

All’inizio dei corsi di comunicazione per sanitari, inevitabilmente e forse anche per fortuna, i colleghi o gli studenti commentano che la formazione sulla comunicazione è inutile perché durante le visite non c’è abbastanza tempo per comunicare bene con i pazienti.

 

La mancanza di tempo lamentata dai medici e dai sanitari in generale, insieme ai sovraccarichi di lavoro indubbiamente risponde al vero soprattutto nella sanità pubblica. La mancanza di medici nelle corsie degli ospedali dovuta ad errori nei cambiamenti normativi che hanno introdotto il numero chiuso nella facoltà di medicina e nelle scuole di specializzazione, è un’emergenza attuale. La carenza di infermieri è un tema globale da sempre (WHO, 2018). In ogni caso è vero che un corso di comunicazione non aumenta il tempo disponibile per le visite mediche né influisce direttamente sui carichi di lavoro. Tuttavia prima di decretare l’inutilità della formazione sulla comunicazione o l’inapplicabilità dei modelli proposti è necessaria una riflessione su alcune evidenze disponibili relativamente al tempo.

 

I medici non sanno ascoltare. Vari studi hanno dimostrato che i medici interrompono i loro pazienti prima che siano trascorsi una ventina di secondi dall’inizio dell’esposizione del problema che li ha portati in ambulatorio (Beckman, 1984; Marvel, 1999; Dyche, 2005; Rhodes, 2004), ciò vale perfino per i medici veterinari (Dysart, 2011). Le conseguenze sono varie. Fra queste anche una maggior durata della visita perché a volte il paziente interrotto non è riuscito a dire al medico il problema principale, salvo poi riuscire a dirlo a metà visita o al termine e costringere in questi casi il medico ad iniziare daccapo il suo lavoro. Le evidenze citate ci dimostrano che, permettendo al paziente di esporre il suo problema senza essere interrotto e sollecitandolo ad esporre subito ulteriori altri problemi, è possibile ottimizzare il tempo disponibile.

 

A questo punto qualche discente dei nostri corsi afferma «Ma se fai così, non smettono più di parlare…!»

 

L’idea che i pazienti lasciati liberi di parlare non si fermino più, ci viene inculcata all’università dove spesso i nostri tutor ci hanno insegnato a non far parlare i pazienti (i miei studenti mi garantiscono che questa pratica continua immutata ancora oggi). Ma è vero che i pazienti non smettono di parlare?

 

Nello studio di Beckman (1984) le interruzioni sono avvenute tra i 5 e i 50 secondi dalla richiesta iniziale di informazioni fatta dal medico. Per contro nello studio è stato osservato che i pazienti che riescono a completare la presentazione del loro problema in genere non utilizzano più di 60 secondi e comunque non oltre i 160.

 

Un neurologo londinese ha condotto un esperimento molto semplice per dare una risposta al luogo comune contenuto nell’obiezione riportata prima (Blau, 1989). Ha visitato 100 pazienti in quattro ambulatori diversi. Durante le visite ha lasciato parlare i pazienti senza interromperli, misurando il tempo intercorso tra l’inizio e la fine evitando di far vedere al paziente che stava cronometrando il tempo su un orologio che teneva nascosto sotto il tavolo. Durante la visita Blau prendeva appunti, per parte del tempo guardava i pazienti e annuiva quando era appropriato farlo. Il tempo medio complessivo delle 100 misurazioni è risultato 1 minuto e 40 secondi. Il 70% dei pazienti ha parlato meno di 2 minuti. Solo l’11% dei pazienti ha parlato più di 5 minuti. 

 

Lo studio condotto da Langewitz e coll. (2002) in maniera metodologicamente simile in pazienti ambulatoriali che si sottoponevano ad una visita internistica ha dato risultati analoghi. Il tempo medio di monologo del paziente che non veniva interrotto era di 1 e 45 secondi. Il 78% dei pazienti ha parlato meno di 2 minuti.

 

Un risultato analogo (1 minuto e 32 secondi) è stato ottenuto recentemente in uno studio sulle interruzioni (Ospina, 2019).

Quindi, in alcuni casi, superati i due minuti potrebbe essere necessario, e talora indispensabile, interrompere il colloquio con il paziente ed eventualmente con i suoi familiari. Oltre a ciò, in alcuni casi il paziente tende a divagare su argomenti completamente estranei alla visita medica ed in questi casi è utile reindirizzarlo verso i problemi che lo hanno portato in ambulatorio.

 

Anche nell’interruzione voluta (coscientemente) dal sanitario è possibile utilizzare delle abilità di comunicazione per rimanere in un contesto comunicativo centrato sul paziente.

Fra le varie modalità reperibili in letteratura noi abbiamo deciso di adottare, per la sua semplicità, la regola delle tre E (escuse, empathize, explain). Scusarsi per l’interruzione trasmette il messaggio che ci siamo resi conto che stiamo interrompendo il paziente e che ci dispiace farlo. Nel farlo dobbiamo empatizzare con l’argomento che il paziente sta trattando e, infine, spiegare il motivo per cui dobbiamo interromperlo (Mauksch, 2017). 

In base alla regola citata, se per esempio il paziente si sta eccessivamente dilungando su un sintomo e abbiamo necessità di interromperlo potremmo usare una frase di questo tipo: «Mi spiace interrompere la sua esposizione sui dolori che l’affliggono (escuse) e comprendo che siano un aspetto molto importante della sua salute (empathize), ma ho bisogno di alcune informazioni sulla mancanza del respiro durante la notte a cui accennava prima…(explain)».

 

Anche quando parliamo di empatia l’obiezione che il tempo disponibile non sia sufficiente per una relazione empatica viene spesso espressa sia dagli studenti che dai sanitari che già lavorano da anni. Ma è vero che per essere empatici ci vuole più tempo? Vari studi hanno dimostrato che non esiste una correlazione tra durata della visita e lunghezza della visita. Fra questi quello più recentemente pubblicato (Kortlever, 2019) ha visto svolgersi l’indagine in ospedali ortopedici e ha dimostrato che non esiste correlazione fra empatia percepita dai pazienti e durata della visita né fra empatia percepita e durata dell’attesa prima della visita. Essere empatici non richiede più tempo che non esserlo, ma ci consente di ottenere risultati migliori a partire dalla soddisfazione del paziente e all’aderenza al trattamento.

 

Il tempo è scarso, ma se non impariamo a comunicare in modo efficace, lo useremo in modo peggiore.

 


 

Referenze

Beckman, H. B., & Frankel, R. M. (1984). The effect of physician behavior on the collection of data. Annals of Internal medicine, 101(5), 692-696.

Blau, J. N. (1989). Time to let the patient speak. BMJ: British Medical Journal, 298(6665), 39.

Dyche, L., & Swiderski, D. (2005). The effect of physician solicitation approaches on ability to identify patient concerns. Journal of general internal medicine, 20(3), 267-270.

Dysart, L. M., Coe, J. B., & Adams, C. L. (2011). Analysis of solicitation of client concerns in companion animal practice. Journal of the American Veterinary Medical Association, 238(12), 1609-1615.

Kortlever, J. T., Ottenhoff, J. S., Vagner, G. A., Ring, D., & Reichel, L. M. (2019). Visit Duration Does Not Correlate with Perceived Physician Empathy. JBJS, 101(4), 296-301.

Langewitz, W., Denz, M., Keller, A., Kiss, A., Rütimann, S., & Wössmer, B. (2002). Spontaneous talking time at start of consultation in outpatient clinic: cohort study. Bmj, 325(7366), 682-683.

Marvel, M. K., Epstein, R. M., Flowers, K., & Beckman, H. B. (1999). Soliciting the patient's agenda: have we improved?. Jama, 281(3), 283-287.

Mauksch, L. B. (2017). Questioning a taboo: physicians’ interruptions during interactions with patients. Jama, 317(10), 1021-1022.

Ospina, N. S., Phillips, K. A., Rodriguez-Gutierrez, R., Castaneda-Guarderas, A., Gionfriddo, M. R., Branda, M. E., & Montori, V. M. (2019). Eliciting the patient’s agenda-secondary analysis of recorded clinical encounters. Journal of general internal medicine, 34(1), 36-40.

Rhodes, K. V., Vieth, T., He, T., Miller, A., Howes, D. S., Bailey, O., ... & Levinson, W. (2004). Resuscitating the physician-patient relationship: emergency department communication in an academic medical center. Annals of emergency medicine, 44(3), 262-267.

World Health Organization, 2018. Nursing and Midwifery: Fact Sheet Retrieved from. .

 


Sergio Ardis è docente a contratto (AA 2019-2020) “Comunicazione etica in medicina” presso l'Università di Pisa

 

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