domenica 18 aprile 2021

Decrescita, illusione o necessità? - Alberto Castagnola

Stupisce trovare proprio su Le Monde Diplomatique, (febbraio 2021), che sia nell’edizione francese che su quella italiana, curata da il manifesto, presenta sempre delle analisi molto approfondite e articolate,  un articolo che in modo abbastanza sommario releghi il pensiero della decrescita nel mondo delle illusioni.

Però nella drammatica situazione del nostro pianeta non si può perdere nessuna occasione di parlare di cosa fare nell’immediato futuro e soprattutto di mettere in termini il più reali possibili qualunque contributo che evochi situazioni economiche o sociali e soprattutto che attiri l’attenzione sulle misure o sulle politiche eventualmente da adottare.

In effetti, la redazione prende un po’ le distanze con un corsivetto iniziale abbastanza elaborato, che vale la pena di riportare integralmente: “Da un lato, i sostenitori di una frugalità volontaria, che il presidente francese Macron rispedisce alla lampada a petrolio. Dall’altro, i dirigenti di aziende inquinanti che sfornano oggetti destinati ad alimentare l’alienazione attraverso il consumo. Le caricature alla base dei dibattiti sulla crescita, non ci privano forse di una riflessione sui potenziali scopi dell’attività economica?“.

Poi però  si devono evidenziare tutti i limiti e gli errori del testo di Leigh Phillips, intitolato “Le illusioni della decrescita” e  che oltretutto nel 2005 ha pubblicato un libro della Zero Books “L’ecologia dell’Austerità e i drogati del Collasso, in difesa di Crescita, Progresso, Industria e altre cose del genere”, un titolo lungo quanto inequivocabile.

Secondo questo autore, negli anni ’80 la minaccia ecologica si concentrava sul “buco dell’ozono”, cioè sulla  sparizione di notevoli quantità di questo gas, causata dal CFC, il clorofluorocarbonio, usato in prodotti industriali di largo consumo, che lasciava entrare i raggi ultravioletti del sole, non più bloccati dallo strato di ozono.

Le minacce di danni per l’umanità erano numerose e andavano dal cancro alla pelle e dalle epidemie di immunodeficienza, al deterioramento della qualità dell’acqua, alle interferenze con i cicli biochimici e ad una forte riduzione delle produzioni agricole.

La causa erano le emissioni antropogeniche di sostanze refrigeranti e di aerosol. Venne organizzata nel 1987 la firma del Protocollo di Montreal, entrato in vigore il primo gennaio 1989, e subito accettato dalle aziende coinvolte poiché avevano a disposizione un altro prodotto chimico (HCFC) impiegabile  per le stesse attività produttive, all’epoca ritenuto non dannoso per gli esseri umani. L’articolo afferma che le emissioni dannose si sono ridotte quasi del 98%, che il fenomeno dei “buchi” nello strato di ozono si era invertito nell’anno 2000 e che se ne prevedeva entro il 2075 la completa sparizione. I dati più recenti sono molto meno positivi (sembra che il fenomeno a oggi sia scomparso solo nella misura del 9%) e che il massimo degli effetti si siano avuti solo nella chiusura parziale del “buco” apertosi sopra il Polo Nord.

Ma soprattutto risulta che il nuovo prodotto chimico utilizzato dalle industrie abbia effetti negativi analoghi a quelli del CFC. In ogni caso, si trascura il fatto che per ricostituire una situazione naturale occorra un periodo di almeno 90 anni, mentre i tempi del riscaldamento climatico sono molto più ristretti.

Però Phillips ne trae una serie di indicazioni a carattere molto generale in favore della capacità del progresso tecnologico e delle scelte politiche di superare gli eventuali ostacoli, evolvendo continuamente: “E quando  ci scontriamo con dei limiti naturali, siamo in grado di introdurre innovazioni in grado di superarli. La storia della nostra specie potrebbe proprio riassumersi in questo requisito”.

Dopo questo esempio un po’ datato e molto discutibile in base ai dati più recenti, l’autore prende di petto i sostenitori della necessità di una decrescita, accusandoli di trascurare il problema della sovrappolazione, in quanto si concentrano esclusivamente sulla possibilità di contenere la crescita economica.

 

L’esempio che questo autore porta a sostegno della sua tesi  riguarda quindi il comportamento delle società una volta che siano stati redistribuiti i beni e modificati i consumi, in modo di garantire a tutti il livello necessario di sostentamento. Secondo l’autore, man mano che aumenta la popolazione, si riprodurranno le differenziazioni precedenti e un numero crescente di persone cercherà di acquisire in qualunque modo più del dovuto, quindi si arriva ad affermare che ci sono troppe persone sul pianeta ed è necessario imporre dei vincoli all’aumento demografico.

L’autore cita anche un antropologo, Hickel, che afferma invece che la società della decrescita sia una società dell’abbondanza, e così Phillips affronta un terzo tema, quello del rapporto auspicabile tra produzione e consumi corretti. Secondo la sua ricostruzione (basata su  testi di Milanovic e di Hickel) i sostenitori delle decrescita sono convinti “che il grande livellamento deriverebbe da  vari meccanismi che permetterebbero ai paesi del sottosviluppo di aumentare gradualmente le loro produzioni, mentre il Nord ridurrebbe gradualmente le proprie di circa due terzi.

In realtà, secondo i sostenitori della decrescita, queste analisi sono una esagerazione, poichè i paesi ricchi dovrebbero solo eliminare i prodotti privi di una seria utilità, e sempre secondo Hickel si tratterebbe solo di ridimensionare i settori “devastanti sul piano ecologico e che hanno un interesse scarso o nullo per la società (ad esempio il marketing, le auto 4×4, la carne rossa, la plastica monouso e i combustibili fossili)”.

Il nostro autore riconosce che produciamo indubbiamente una montagna di oggetti e di servizi inutili, ma mette in dubbio che si tratti di due terzi dell’attività produttiva del Nord. E afferma che si devono invece perseguire altri obiettivi, come la riduzione della settimana lavorativa, l’estensione del tempo libero, e l’ampliamento dei servizi sociali. Poi, però, afferma subito dopo che “nulla lascia supporre che queste prospettive compenseranno la predetta riduzione dei redditi personali né permetteranno di  ridurre la produzione economica”.

Le ragioni che adduce sono chiare: “Un maggior tempo libero non supplisce alle angosce derivanti dalla povertà, la possibilità di liberarsi dai vincoli professionali, salvo poi non mangiare, è già possibile per ognuno, ma non suscita un grande entusiasmo. Come afferma un celebre motto, nella società capitalista l’unica cosa più dura dell’essere sfruttato, è il non esserlo”.

E’ evidente che Phillips non riesce proprio ad uscire dalle logiche dominanti. E infatti, nelle conclusioni, ribadisce che anche l’idea che il tempo libero e i servizi sociali possano produrre meno gas serra si fonda sulla convinzione che non comportino l’utilizzo di prodotti manufatti e non richiedano quindi né energia né estrazione di risorse naturali.

E cita una serie di oggetti  (le biciclette e i kayak, gli strumenti musicali, le strumentazione degli ospedali) che richiedono sempre centinaia di minerali diversi oltre ai derivati del petrolio. Nella parte finale l’autore sottolinea ancora una volta che “lo Stato sociale non è l’unica fonte del nostro benessere: ci sono anche il cinema, i giochi, le piastre per i waffle, i televisori” che per lui sono evidentemente dei simboli irrinunciabili e poi lancia la stoccata finale ai sostenitori della decrescita: “L’utopia che vede nell’assenza di tutti questi beni di consumo – ritornando ad una “vita semplice”- la ricetta della felicità seduce le frange più abbienti della borghesia, perché è più facile fantasticare sulla rinuncia quando tutti i propri bisogni sono soddisfatti”.

A parte l’inserimento del pensiero della decrescita all’interno delle utopie della classe borghese, evidentemente l’autore non si è mai interessato ai danni causati al pianeta dai consumi in continuo aumento stimolati dal sistema economico dominante e alle sofferenze nelle quali sono immersi molti miliardi di esseri umani.

La caratteristica principale della “vita semplice” immaginata dal pensiero della decrescita è che essa dovrebbe essere alla portata di tutta l’umanità, nessuno escluso.

Certo non è facile pervenire ad una situazione di questo tipo, specie con le previsioni drammatiche, che diventano sempre più vicine e realistiche, del cambiamento climatico in corso, mentre invece i processi di transizione delineati  dai sostenitori della decrescita sono sempre più attendibili e urgenti con il crescere delle difficoltà dell’Antropocene. 

https://comune-info.net/la-decrescita-illusione-o-necessita/

sabato 17 aprile 2021

Chi decide sull’acqua? - Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

 

Il “governo dei migliori” e il Recovery Plan ci vengono venduti come soluzioni salvifiche che cancelleranno i peccati dal nostro paese “restituendo” prosperità e benessere. La realtà però racconta di una gravissima sovversione della democrazia e di un piano infarcito della stessa cultura liberista che ci ha condotto alla situazione attuale, e che punta ancora alla privatizzazione dell’acqua. A poco più di 20 giorni dalla consegna del “nostro” PNRR (Piano Nazionale Resilienza e Ripresa) alla Commissione europea, a che punto siamo?

La sovversione della democrazia

Il Parlamento è stato costretto a lavorare per settimane sulla versione approvata il 12 gennaio scorso dal passato governo e solo a metà marzo sono state depositate alcune note tecniche integrative che in realtà riscrivono da capo diverse parti del Piano rendendo così vano il dibattito sviluppato sino a quel momento nelle Commissioni. Da evidenziare come tali note siano scritte in inglese il che denota l’intenzione di limitare il coinvolgimento e, probabilmente, conferma anche la compartecipazione alla stesura della società di consulenza McKinsey.

Di fatto, persino il Parlamento è stato esautorato dalla possibilità di incidere e decidere su interventi, investimenti e scelte che condizioneranno il futuro del nostro paese e attraverso una vera e propria secretazione dei documenti all’opinione pubblica è stata completamente preclusa qualsiasi forma di partecipazione.
Non si è così dato modo di sviluppare un dibattito pubblico e democratico nel paese come se il cosiddetto “governo dei migliori” fosse automaticamente insignito della potestà di decidere in solitudine del futuro del paese. Il tutto con un Presidente del Consiglio che non è mai stato eletto dai cittadini.
Un processo autoritario che intendiamo denunciare con forza perché svilisce ulteriormente i processi democratici, tanto quelli costituzionalmente garantiti quanto quelli basati sulla partecipazione diretta delle comunità alle decisioni fondamentali per costruire scenari di giustizia sociale ed ambientale.
Si conferma così una deriva che s’inserisce nel progressivo svuotamento dei poteri delle istituzioni democratiche che, da garanti dei diritti e dell’interesse generale, diventano mere esecutrici dell’espansione della sfera d’influenza dei grandi interessi finanziari sulla società.

Le privatizzazioni in salsa verde

Le cosiddette note tecniche, che di fatto riscrivono completamente alcune parti del PNRR, confermano l’impostazione di un Piano volto a rafforzare l’attuale modello economico-sociale inglobando in esso anche la questione ambientale, prefigurando così una nuova fase di capitalismo digitale e, all’apparenza, verde.

Nello specifico dell’acqua le risorse stanziate non risultano modificate pertanto permangono del tutto insufficienti.
Risulta decisamente peggiorativa, rispetto alla versione precedente, la cosiddetta “riforma” nel settore idrico che ora punta ad un sostanziale obbligo alla privatizzazione nel sud Italia prevedendo addirittura una scadenza al 2022 per un generico adeguamento alla disciplina nazionale ed europea ma con un ben più puntuale riferimento a criteri che guardano alla costruzione di grandi soggetti gestori, sul modello delle multiutility quotate in Borsa, che si ammantino della capacità di rafforzare il processo di industrializzazione realizzando economie di scala e riducendo il divario tra il centro-nord e il sud del Paese.
Di fatto si costituirebbero una o più aziende per il Meridione che assumerebbero un ruolo monopolistico in dimensioni territoriali significativamente ampie e sul modello di quelle che ad oggi hanno dimostrato la loro efficienza solo nel garantire la massimizzazione dei profitti mediante processi finanziari.
Da tempo sosteniamo la necessità di una gestione alternativa proprio a quella politica privatistica responsabile delle tante carenze prodotte soprattutto a livello delle grandi infrastrutture idriche, tra l’altro non solo nel Sud Italia.
Inoltre, nelle note si fa riferimento a “memoranda”, che il Ministero dell’Ambiente (oggi Ministero della Transizione Ecologica) dovrebbe definire e imporre alle regioni e agli Enti di Governo, inseriti all’interno del progetto non a caso chiamato “Mettiamoci in riga” (parte del PON Governance 2014-2020) che implicano la messa in tutela del Mezzogiorno da parte del governo e l’idea che i finanziamenti del PNRR arrivano sotto quelle condizionalità.
In ultimo, si attribuisce un ruolo centrale ad ARERA seppur si è costretti ad ammettere che la sua iniziativa ha garantito un’insufficiente ripresa degli investimenti.

Se fosse confermata questa versione saremo di fronte a un’impressionante accelerazione verso la privatizzazione in spregio alla volontà popolare espressa chiaramente con i referendum del 2011.


L’avversione del “Drago” per l’acqua pubblica

D’altronde Draghi non ha mai dissimulato la volontà di contraddire l’esito referendario visto che il 5 agosto 2011, solo 1 mese e mezzo dopo lo svolgimento della consultazione, in qualità di Governatore della Banca d’Italia firmò, insieme al Presidente della Banca Centrale Europea Trichet, la oramai famigerata lettera all’allora Presidente del Consiglio Berlusconi in cui, tra le varie riforme “strutturali”, indicava come “necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.

L’attuale versione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza risulta in “perfetta” continuità con suddette indicazioni e rimane, dunque, una risposta del tutto errata alla crisi pandemica che non affronta le questioni di fondo emerse in questi anni e soprattutto negli ultimi mesi, mantenendo un’impostazione completamente permeata e subalterna ad una logica privatistica ed estrattivista volta alla massimizzazione del profitto e per questo nelle prossime settimane ci mobiliteremo, anche partecipando alla mobilitazione nazionale “Recovery PlanET” promossa dalla rete “La Società della Cura” per sabato 10 aprile, chiedendo una modifica radicale nella direzione di stanziare investimenti pubblici per la ripubblicizzazione del servizio idrico così come previsto dalla legge per l’acqua pubblica colpevolmente rimasta indiscussa da oltre due anni in Commissione Ambiente della Camera, per la ristrutturazione delle reti idriche e per il riassetto idrogeologico e la messa in sicurezza del territorio.

https://comune-info.net/chi-decide-sullacqua/

venerdì 16 aprile 2021

la bellissima sorpresa nelle elezioni della Groenlandia

 

Groenlandia, tesoro sotto i ghiacci, ma vince l’ambiente sulla ricchezza

   

Le elezioni in Groenlandia sono state vinte dal partito di opposizione contrario allo sfruttamento dei giacimenti di metalli rari del monte Kuannersuit. Il partito della Comunità Inuit (Inuit Ataqatigiit), il popolo nativo della regione artica, ha vinto le elezioni per decidere sul futuro del  monte Kuannersuit (Kvanefjeld in danese), che secondo una stima del Polar Research and Policy Initiative sarebbe «il secondo più grande giacimento di metalli rari al mondo, e la quinta più grande riserva di uranio» al mondo.

 

Felicità e natura prima della ricchezza

56mila abitanti in un mondo di ghiaccio immenso che appare ancora più vasto nel nord estremo del pianeta per la distorsioni create dalla rappresentazione di Mercatore, la mappa disegnata del pianeta. Non ci sono ferrovie, ha poche strade e un unico aeroporto internazionale, Kangerlussuaq, dove spesso non si può atterrare perché il ghiaccio rompe la pista. La Groenlandia è anche l’isola più grande del pianeta, più grande dell’altro deserto opposto, quello caldo dell’Arabia Saudita. Destino comune di due terre difficili per l’uomo, i tesori più preziosi nascosti sotto.

 

Monte Kuannersuit uranio e terre rare

Groenlandia di Danimarca, ma ognuno a casa sua. Un territorio che pur avendo molte autonomie fa parte della Danimarca e che grazie ai quei giacimenti di metalli rari attira l’interesse di diverse compagnie minerarie straniere. Comunità Inuit, partito indipendentista, non è contrario allo sfruttamento delle risorse minerarie in generale, ma a quelle del monte Kuannersuit sì. Secondo parte dei groenlandesi, il monte non dovrebbe diventare un sito di estrazione mineraria perché tra i materiali che contiene c’è anche l’uranio che è radioattivo. Le decisioni del futuro governo a proposito dello sfruttamento minerario potrebbero avere conseguenze ben al di là dei confini groenlandesi e interessare anche le economie di diversi paesi del mondo.

 

Difficile viverci, facile da distruggere

Non è semplice costruire infrastrutture sull’isola dove circa l’80 per cento del territorio è coperto dal ghiaccio per tutto l’anno. A causa del riscaldamento globale e progressivo scioglimento dei ghiacci, potrebbe presto diventare più facile sfruttare le grandi risorse minerarie dell’isola. La Groenlandia sa du giacimenti di ferro, uranio, alluminio, rame e metalli rari, minerali che si trovano in alte concentrazioni solo in alcuni punti della Terra e che sono fondamentali per l’economia contemporanea, dato che si usano per fare smartphone, batterie, impianti di fibra ottica, ma anche turbine eoliche e automobili elettriche. Estrarre e vendere i minerali della Groenlandia, oltre che stringere legami economici con i Paesi coinvolti, aumenterebbe la loro influenza nell’Artico.

 

Cina concorrente diretto per le terre rare

Attualmente la Cina è il principale esportatore di questi materiali -le ‘terre rare’- perché possiede la stragrande maggioranza dei giacimenti in cui si trovano (il secondo paese che ne ha di più è il Vietnam), mentre gli Stati Uniti importano la maggior parte di quelli che usano. La decisione del prossimo governo groenlandese riguarderà anche le società straniere che vorrebbero estrarre e vendere i minerali della Groenlandia.

 

Il monte Kuannersuit, a meno di 10 chilometri dalla cittadina di Narsaq, che, con i suoi 1.300 abitanti è la nona località più popolosa della Groenlandia. A Narsaq molti sono contrari per i detriti radioattivi che sarebbero prodotti dalle attività minerarie.

 

Ripensamenti politici a favore dell’ambiente

Lo scorso settembre il Siumut, l’allora partito di governo, aveva concesso alla società australiana Greenland Minerals lo studio per lo sfruttamento dei giacimenti del monte Kuannersuit. Ma prima delle consultazioni con le parti sociali di Narsaq necessarie all’autorizzazione definitiva, il Siumut aveva cambiato leader, e anche la posizione sullo sfruttamento minerario. Nuovo capo del partito più attento alle preoccupazioni di chi vive nel sud della Groenlandia, vicino alla montagna. A febbraio crisi di governo con proteste contro il progetto di sfruttamento del sito di Kuannersuit.

 

Vivere felici pescando

L’economia delle piccole comunità del sud della Groenlandia si basa sulla pesca e tutti temono che le polveri prodotte dalle attività minerarie possano inquinare il mare e l’acqua potabile. Le esportazioni groenlandesi attuali sono per il 95 per cento prodotti ittici, un limitato settore turistico andato in crisi con la pandemia, e sul sostegno finanziario della Danimarca, che ogni anno dà al suo territorio autonomo quasi 500 milioni di euro che coprono circa la metà del bilancio statale. Indipendentismo groelandese, ma prima indipendenza economica: per questo lo sviluppo del settore minerario, è fondamentale per tutti, compresa la Comunità Inuit.

 

Via cinese della seta e base militare Usa

La scelta politica dei groenlandesi avrà ripercussioni anche sulla Cina. Tra gli azionisti di Greenland Minerals c’è anche Shenghe Resources, una delle più grandi società cinesi che si occupano di metalli rari. La Shenghe Resources possiede un decimo di Greenland Minerals e ha stretti legami con lo stato cinese. L’altro grosso tema della politica groenlandese è come gestire l’influenza di paesi stranieri. Si parla in particolare degli Stati Uniti, che sull’isola hanno la loro base militare attrezzata per il lancio di missili balistici più settentrionale, a fronteggiare le postazioni russe che dominano l’Artico.

da qui

 

 

 

Indipendenza e sviluppo sostenibile:
in Groenlandia vincono le sinistre -
PAOLO BORIONI

Nell’elezione Groenlandese di pochi giorni fa vince alla grande il partito di democrazia socialista Inuit Ataqatigiit (Comunità popolare), ed è un’elezione storica. Anche e soprattutto perché accade nella zona artica, quella del globo investita dai maggiori e più profondi mutamenti: ambientali, con un riscaldamento climatico particolarmente accelerato, economici, con giacimenti immensi di ogni tipo da sfruttare, e strategici, con la lotta fra le potenze artiche rivali (USA e Russia) per accaparrarseli. Con l’aggiunta della Cina che come sempre ed ovunque preme per essere protagonista. Fino a volersi definire “nazione artica”.

L’avanzata del socialismo artico

Di fronte a tutto questo è significativa la vittoria di un eco-socialismo che si oppone all’assenso verso la Greenland Minerals, compagnia australiana pronta ad investire cifre immense per estrarre terre rare e uranio a Kvanefjeld, nel sud del paese. Di fronte alla possibilità di uno sfruttamento ritenuto inaffidabile, gli Inuit hanno risposto in queste elezioni parlamentari con un deciso no. I vincitori del IA arrivano ad uno storico 36,6%, ed è sconfitto, ma nettamente secondo, il partito socialdemocratico Siumut (Avanti!) pur in incremento dal 27 al 29,4%. Va detto però che anche Vivian Motzfeldt, vicesegretaria di quest’ultima forza politica, aveva espresso forti dubbi sul progetto di Kvanefjeld, le cui scorie per il momento si progettano smaltite nel lago prossimo alla cittadina di Narsaq, 1300 abitanti. Così, che i dubbi e le opposizioni siano forti è comprensibile: la Greenland Minerals prevede una miniera allo scoperto, per 37 anni, con un’estrazione di 3 milioni di tonnellate l’anno di terre rareuranio e torio e, particolarmente inaccettabile ad una maggioranza di Inuit, in totale la produzione di oltre 220 milioni di tonnellate di scarti e scorie, in cambio di appena 328 posti di lavoro groenlandesi.

Nessuna meraviglia, così, che la Motzfeldt, già mesi prima delle elezioni, avesse fermato la corsa sfrenata verso il progetto, costituendo con altri una maggioranza interna nuova al Siumut, ed eleggendo, al posto del leader socialdemocratico e capo del governo autonomo groenlandese Kim Kielsen, un altro leader, Erik Jensen. La manovra è riuscita a frenare le perdite elettorali e ad ottenere nella totalità del paese un buon risultato, ma nel sud, maggiormente in ansia per il progetto minerario, non è bastato: la socialdemocrazia di Siumut, che nella regione otteneva fino al 56%, ha accusato un netto e inequivocabile arretramento (fino al 40%) a favore di IA, da sempre nettamente contrario alle estrazioni di Kvanefjeld. IA le ritiene innanzitutto (ancora) non sicure per la base di sostentamento storica degli Inuit (pesca, caccia, ambiente, oggi l’85% del PIL esportato). Ma la contrarietà del partito e dell’opinione maggioritaria è dovuta anche al fatto che il contesto (compresa l’autonomia dalla Danimarca) non è ancora tale da garantire che la trattativa sia del tutto svolta secondo le premesse Inuit. Peraltro, con l’apertura del mercato cinese (tanto più se con domanda interna potenziata come ha deciso il Pcc) anche l’esportazione di prodotti ittici e la sua salvaguardia non va assolutamente ritenuta un totale ripiego.

Uno sviluppo diverso

Quando si chiede loro come sostituiranno le risorse promesse da Greenland Minerals, IA indica per esempio una riforma del sistema fiscale, che contrariamente al paese tradizionalmente “coloniale”, la Danimarca, è tutt’altro che di tipo nordico progressivo, anzi è improntato alla “aliquota piatta”. I socialisti di IA insomma contano, con una riforma fiscale progressiva, di rimediare alla forte disuguaglianza e al contempo di ricevere introiti da utilizzare per uno sviluppo sostenibile e durevole del paese. Una volta impostato il futuro in questo modo si potrà pensare ad una graduale ma chiara indipendenza dalla Danimarca, di cui IA è sostenitore ma non fanaticamente, come lo sono invece altre forze politiche più nazionaliste. Per esempio Naleraq (Il segnale): la terza forza (12%), anche essa diffidente verso le nuove miniere, che verrà coinvolta in non facili trattative di governo.

L’esito di un’indipendenza davvero solida e “ragionata” presuppone che nuove risorse siano utilizzate anche per formare più quadri locali di una più efficiente pubblica amministrazione. Essa oggi dipende troppo da giovani laureati danesi che fanno una breve, prima esperienza nel paese artico, e poi tornano in Danimarca ad utilizzare le nuove competenze. Un’altra dipendenza da recidere. La sovranità per cui lotta il socialismo Inuit appare quindi di ampio respiro: soprattutto di tipo democraticoeconomico ambientale, vede in prospettiva favorevolmente una “libera associazione” con la Danimarca, specie se questa sarà lungimirante e collaborerà contenendo solo gradualmente il bloktilskud, cioè il contributo annuo di 4 miliardi di corone che devolve ai 60.000 abitanti della immensa Groenlandia.

In genere, inoltre, proprio riguardo alle sconvolgenti novità economiche e geostrategiche in atto nell’Artico, è evidente come gli Inuit con il voto abbiano esplicitato che intendono decidere secondo tempistiche e criteri compatibili con la sovranità popolare e il proprio concetto di interesse nazionale e di benessere. Se sono abili, a questo punto, potranno disporre delle proprie immense risorse nel senso di trattare su questo ed altro. E così in effetti pare di capire possa andare, al di là delle dichiarazioni vittoriose di Múte B. Egede (leader IA): “Il popolo ha parlato, il progetto minerario di Kvanefjeld è seppellito”.

Il risultato dei socialdemocratici

Da interpretare, si diceva, il risultato di Siumut: la sua conferma ad ottimi livelli, in realtà, va decodificata come ulteriore segno di diffidenza verso il progetto di Kvanefjeld. La socialdemocrazia Inuit infatti si era recentemente spaccata sul progetto, fino a liberarsi della leadership di Kim Kielsen, anche capo del governo autonomo nella Comunità del Regno Danese (Rigsfælleskabet, composta anche da Danimarca in senso proprio e FærØer). Kim Kielsen era infatti ritenuto troppo acriticamente favorevole alla prospettiva delle terre rare subito. Su una linea più cauta in proposito è la maggioranza che al suo posto ha scelto Erik Jensen. Come minimo i socialdemocratici di Siumut favoriranno un allungamento e ampliamento delle consultazioni democratiche, cioè della ricerca di possibili migliori soluzioni da ogni punto di vista. Compresa (sarebbe auspicabile) una struttura, quando e se sarà, dello sfruttamento del sottosuolo che, per esempio sul modello norvegese, garantisca ai locali il controllo pieno dei diritti di concessione, ed accumuli in fondi sovrani vasta parte dei proventi. Devolvendo solo una parte ridotta delle rendite derivate agli impieghi di bilancio. E assicurando ampia e qualificata occupazione ai locali.

Via alle trattative

Le trattative di governo si svolgeranno dunque verosimilmente su questa base, anche coinvolgendo altre forze. Il leader IA Múte B. Egede, che registra un forte successo personale e si avvia a diventare, a 34 anni, il più giovane capo del governo autonomo da quando (1979) la Danimarca ne ha concesso uno, ha parlato di “coalizione”. Con ciò (proprio come in Danimarca) si possono intendere varie soluzioni (governo di minoranza sostenuto dall’esterno, o esecutivo maggioritario a più partiti) per colmare la differenza di 4 seggi che manca a 16, il numero magico nell’Assemblea del Naalakkersuisut (Governo Autonomo).

Quanto ai danesi etnici e a Copenaghen, è probabile comprendano definitivamente che questo è il modo migliore per non venire anche loro travolti dalla “nuova corsa all’oro” delle mega-potenze nell’Artico. Il destino nordico, essere nazioni demograficamente ridotte in zone geostrategicamente vitali (a partire dalla feroce contesa per il Sund in età moderna) va sempre amministrato con cautela, e senza troppi cedimenti, facilmente irrimediabili, sulla sovranità. Trump, non a caso, aveva recentemente dichiarato, per prevenire l’espansione cinese e russa: “La Groenlandia ce la potremmo comprare”. Al che Kim Kielsen aveva replicato: “Greenland is not for sale, but is for business”. Ecco: il voto di ieri ha chiarito che anche gli “affari” cui pensava Kim Kielsen (e qualunque altro negoziato) non saranno una pura formalità, e che nessuno, se la voce dell’elettorato sarà tradotta in atto, si può “aggiudicare” la Groenlandia. Certo, questo potrà riuscire tanto più in quanto nessuna delle grandi potenze vorrà mai ci sia un unico aggiudicatario. La scommessa, in questo senso, è che così possa rimanere un unico decisore finale, o almeno prevalente, seduto a capotavola: gli Inuit, innanzitutto. Specie evolvendo il loro governo autonomo “ad un certo punto” verso la totale autonomia. Con, sullo sfondo, una Danimarca conscia da tempo che sarà così, e interessata a rimanere non il colonizzatore, ma il primo amico degli Inuit di Groenlandia.

da qui

 

 

 

giovedì 15 aprile 2021

La sterilizzazione dell’umanità - Miguel Martinez

 

In traduzione DeepL, un articolo che ci racconta di come le sostanze chimiche nella plastica stanno avendo un impatto enorme sulla fertilità umana.

E’ un tema interessante per molti versi.

Uno, io che da dilettante comunque mi appassiono di queste cose, l’ho scoperto solo recentemente. Quindi presumo che non siano in tanti a saperlo.

E soprattutto, nessuno lo pensava all’epoca in cui venivano lanciate le plastiche.

Due, chi sa quanti altri effetti inaspettati stanno in agguato.

Tre, qui torniamo alla cruciale differenza tra prezzi e costi.

La bustina di plastica ha il prezzo degli stipendi pagati ai produttori, dei macchinari, dei trasporti e delle tasse.

Il prezzo non include, ad esempio, il costo del ricorso alla riproduzione assistita per qualche miliardo di persone (ammesso e non concesso che sarebbe una buona cosa, stiamo solo parlando in termini economici): è quello che si chiama una esternalità.

Quattro, la questione ambientale viene spesso intrecciata con quella dell‘aumento della popolazione.

E quindi al problema ambientale, alcuni decisionisti trovano la soluzione, che consiste nel cercare di limitare le nascite.

Invece, qui abbiamo un processo che va in senso inverso.

Infatti – siccome gli effetti della devastazione ambientale sono imprevedibili, non serve molto lavorare su questo o quel sintomo, che magari si trasforma nel proprio contrario.

Cinque, gli ftalati, presenti nelle plastiche, sembrano essere la causa principale della sterilizzazione della specie umana.

Quindi la soluzione oggi praticata, in questo caso particolare, consiste in quello che l’autrice chiama “regrettable replacement“,

“dove una sostanza chimica dannosa è sostituita da un’altra non testata, che poi si scopre avere gli stessi rischi.”

Il tecnofix, detto anche la Cingolanata.

Cinque punti che ci ricordano l’essenza della questione ambientale.

Infine la sterilizzazione riguarda solo la fertilità riproduttiva, o potrebbe avere effetti anche sulla sessualità in senso più ampio, e sugli stessi comportamenti umani?

Qui stiamo parlando dell’effetto sugli ormoni, che a loro volta fanno parte del complesso di tutto ciò che siamo. Ma qui sono solo mie speculazioni da incompetente.

 


Shanna Swan: “La maggior parte delle coppie potrebbe dover ricorrere alla riproduzione assistita entro il 2045

 

Shanna Swan è una professoressa di medicina ambientale e salute pubblica alla Mount Sinai school of medicine di New York, che studia le tendenze della fertilità. Nel 2017 ha documentato come il numero medio di spermatozoi tra gli uomini occidentali si sia più che dimezzato negli ultimi 40 anni. Count Down è il suo nuovo libro.

Lei ha passato più di 20 anni ad esaminare gli effetti delle sostanze chimiche che alterano gli ormoni sulla salute riproduttiva. Ora sta lanciando l’allarme?
Sto parlando direttamente di questo problema nascosto di cui le persone non amano parlare, che è la loro sub-fertilità o problemi riproduttivi, e come questo è legato all’ambiente. Le persone riconoscono che abbiamo una crisi della salute riproduttiva, ma dicono che è a causa del ritardo nella nascita dei figli, della scelta o dello stile di vita – non può essere chimico. Voglio che la gente riconosca che può esserlo. Non sto dicendo che altri fattori non sono coinvolti. Ma sto dicendo che le sostanze chimiche giocano un ruolo causale importante. È difficile usare quella parola, “causa”, ma è un corpo di prove. Abbiamo meccanismi, studi sugli animali e molteplici studi sull’uomo.

La fertilità femminile diminuisce rapidamente dopo i 35 anni circa. Non è per questo che così tante persone si rivolgono alla FIVET?
Non è così semplice. Quando io e un collega abbiamo esaminato il cambiamento della fecondità compromessa [la capacità di avere figli], siamo rimasti sorpresi nel vedere che le donne più giovani avevano sperimentato un aumento maggiore rispetto ai gruppi di età più avanzata. Questo suggerisce che qualcosa oltre all’invecchiamento e al ritardo nell’avere figli sta influenzando la fertilità.

Inoltre, ci sono prove convincenti che il rischio di aborto spontaneo è aumentato tra le donne di tutte le età.

Quali sono le sostanze chimiche più preoccupanti per la salute riproduttiva e come funzionano?
Quelli che possono interferire con o imitare gli ormoni sessuali del corpo – come il testosterone e gli estrogeni – perché questi rendono possibile la riproduzione. Possono far credere al corpo di avere abbastanza di un particolare ormone e di non aver bisogno di produrne altri, quindi la produzione diminuisce.

Gli ftalati, usati per rendere la plastica morbida e flessibile, sono di estrema preoccupazione. Sono in tutti e probabilmente siamo esposti principalmente attraverso il cibo, dato che usiamo la plastica morbida nella produzione, lavorazione e imballaggio degli alimenti. Abbassano il testosterone e quindi hanno le influenze più forti sul lato maschile, per esempio diminuendo il numero di spermatozoi, anche se sono cattivi anche per le donne, dimostrando di diminuire la libido e aumentare il rischio di pubertà precoce, fallimento ovarico prematuro, aborto spontaneo e nascita prematura.

Il bisfenolo A (BPA), usato per indurire la plastica e presente nelle ricevute dei registratori di cassa e nel rivestimento di alcuni contenitori di cibo in scatola, è un altro. Imita gli estrogeni e quindi è un attore particolarmente cattivo sul lato femminile, aumentando i rischi di problemi di fertilità, ma allo stesso modo può influenzare gli uomini. Gli uomini esposti professionalmente al BPA hanno mostrato una diminuzione della qualità dello sperma, una riduzione della libido e tassi più elevati di disfunzione erettile. Altre sostanze chimiche di preoccupazione includono ritardanti di fiamma e alcuni pesticidi come l’atrazina.

Quando viene fatto il maggior danno?
Gran parte dell’esposizione che causa questi cambiamenti avviene nell’utero, quando il feto si sta formando. Queste cellule in rapida divisione sono le più sensibili. I colpi poi continuano durante l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta. C’è una natura cumulativa in questo. E possiamo trasmettere questi effetti. Il modo più semplice è l’esposizione diretta. Un feto femminile, nell’utero, sta crescendo le uova che userà per avere i propri figli. Queste sostanze chimiche possono farsi strada anche in quelle cellule germinali.

Cos’è la distanza anogenitale (AGD) e perché è importante?
È la distanza dall’ano ai genitali e di solito è molto più lunga nei maschi che nelle femmine. È un indicatore della quantità di androgeni [ormoni sessuali maschili tra cui il testosterone] a cui un bambino è stato esposto durante la prima gravidanza. L’AGD è un marcatore così importante della salute riproduttiva e dell’alterazione endocrina – se lo misurassimo per ogni neonato, sapremmo qualcosa sulla loro futura fertilità. Una AGD più corta nei maschi e più lunga nelle femmine indica un minore successo riproduttivo.

Per quanto possibile, mangiare cibi non trasformati, in quanto questo dovrebbe ridurre l'esposizione attraverso la plastica

Hai usato l’AGD per dimostrare che gli ftalati causano un basso numero di spermatozoi negli uomini. Come?
Quando ho iniziato a studiare gli ftalati, intorno al 2000, la sindrome da ftalati era stata dimostrata sperimentalmente nei roditori ma non negli uomini. Le madri ratte a cui erano stati somministrati gli ftalati avevano bambini maschi con un pene e uno scroto più piccoli, il loro numero di spermatozoi era più basso e la loro AGD era più corta. Ho condotto uno studio in cui abbiamo misurato l’urina conservata delle donne incinte per gli ftalati e abbiamo misurato l’AGD dei loro figli maschi e dei bambini piccoli – una prima volta – insieme ad alcune altre misure genitali. Abbiamo trovato esattamente quello che era stato trovato nei roditori: la sindrome da ftalati. Poi ho fatto uno studio su uomini in età da college, dove abbiamo fatto loro dare un campione di sperma e misurato la loro AGD, e abbiamo dimostrato che più corta è la AGD, più basso è il numero di spermatozoi. Questo è il motivo per cui sono fiducioso: abbiamo un collegamento diretto dagli ftalati all’AGD breve e poi dall’AGD breve al basso numero di spermatozoi, e questi risultati sono stati confermati da studi successivi.

Quanto è grave la crisi riproduttiva? Lei ha detto che siamo sulla buona strada per un mondo sterile entro il 2045…
È una cosa seria. Se si segue la curva della meta-analisi sul declino dello sperma del 2017, si prevede che entro il 2045 avremo una conta spermatica mediana pari a zero. È speculativo estrapolare, ma non c’è nemmeno alcuna prova che stia diminuendo. Questo significa che la maggior parte delle coppie potrebbe dover ricorrere alla riproduzione assistita.

I farmaci sono monitorati per la sicurezza. Qual è la situazione normativa per queste sostanze chimiche?
Negli Stati Uniti, la maggior parte delle sostanze chimiche non sono state testate e si presume che siano sicure. In Europa ci sono stati progressi migliori. Anche se imperfetto, il regolamento Reach (Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of Chemicals) dell’UE è stato un grande passo avanti. Ci sono enormi interessi economici che impediscono una regolamentazione più severa.

Cosa deve succedere?
L’industria chimica deve iniziare a produrre sostanze chimiche che possano essere usate nei prodotti di tutti i giorni che non siano ormonalmente attive. La sostituzione inaccettabile – dove una sostanza chimica dannosa è sostituita da un’altra non testata, che poi si scopre avere gli stessi rischi – deve anche finire. È successo con diversi ftalati, BPA e ritardanti di fiamma ed è inaccettabile. E dobbiamo testare le sostanze chimiche che usiamo attualmente – e non solo ad alte dosi e non solo una alla volta, perché siamo esposti a un gran numero.

Dovremmo credere alle confezioni che dicono senza BPA o senza ftalati?
Se dice “BPA free” probabilmente non ha BPA. Ma notate che non dice “senza bisfenolo”, quindi potreste ancora avere bisfenolo S o F, che sono deplorevoli sostituti. “Senza ftalati” sarei anche sospettoso. Mentre potrebbe essere privo dei vecchi e noti attori, potrebbe non esserlo di quelli più recenti. La gente dovrebbe sentirsi arrabbiata per essere potenzialmente ingannata in questo modo e premere per un cambiamento.

Cosa dovremmo fare per ridurre la nostra esposizione?
Le persone in età riproduttiva, in particolare quelle che pianificano una gravidanza o che sono incinte, dovrebbero essere consapevoli che tutto ciò che portano in casa ha il potenziale di contenere queste sostanze chimiche. Per quanto possibile, mangiate cibi non lavorati – un mazzo di carote, patate che cucinate voi stessi – poiché questo dovrebbe ridurre l’esposizione attraverso la plastica. Inoltre, quando cucinate, non usate Teflon o qualsiasi cosa rivestita e non usate il microonde nella plastica. Per la cura personale e i prodotti per la casa usa un minimo di prodotti semplici e cerca di evitare quelli profumati; gli ftalati vengono aggiunti per trattenere il profumo. L’associazione no-profit Environmental Working Group ha guide gratuite per i consumatori che danno informazioni su prodotti specifici.

Possiamo cambiare le cose?
Penso di sì. Abbiamo l’ingegno e le risorse per farlo. Ma abbiamo bisogno di un riconoscimento del problema e della volontà di cambiare.


da qui

Pip - Bruno Simões

 

martedì 13 aprile 2021

I viaggi e i non-viaggi degli altri - Marco Aime

A differenza di Claude Lévi-Strauss io amo i viaggi e ho sempre amato viaggiare. Per questo, come molti altri, ne sento la mancanza. Leggo, da mesi a questa parte, molti sfoghi di amici e conoscenti che si lamentano di questo blocco, che ci impedisce di viaggiare. Pur condividendo questa sensazione di vuoto, credo che questa situazione sia utile per riflettere sulla nostra condizione privilegiata.

Il viaggio è diventato per noi uno svago abbastanza accessibile. A partire dagli anni Settanta i costi dei voli aerei sono diminuiti fortemente e luoghi che prima erano “lontani” sono diventati a portata di mano di qualunque individuo di medio reddito. Il mondo si è rimpicciolito: Asia, Africa, America latina sono diventate mete facili da raggiungere, ottime per appagare le nostre curiosità e il nostro immaginario esotizzante e per costruirci un’identità di “viaggiatori” (non “turisti”, non sia mai!).

Abbagliati da questo scenario e ingolositi dalla voglia di viaggio, quante volte ci siamo resi conto che le genti che spesso incontravamo nei nostri viaggi, non avevano mai avuto la possibilità di “viaggiare” per piacere. Quante di quelle persone avrebbero trascorso la loro vita nel loro villaggio, perché persino la città più vicina era inaccessibile per i loro poveri mezzi? Oppure il loro viaggiare era una costrizione, non una scelta: viaggiare per trovare un destino migliore. È la condizione di molte persone nel mondo ancora oggi, con l’aggiunta di un paradosso: molte delle rotte frequentate dai viaggiatori, sono le stesse percorse dai migranti, ma contromano e molto più care e costose.

Il viaggio, se interpretato come esperienza, può essere una buona scuola: «Il mondo ci insegna a essere umili» ha scritto Ryszard Kapuscinski e se sappiamo leggerlo possiamo imparare molto su di noi. Possiamo farlo prendendo gli altri come specchio, che ci restituisca un’immagine di noi, diversa da quella che siamo abituati a vedere. Durante i miei soggiorni in Africa quanto volte mi è capitato di sentirmi chiedere quanto era costato il biglietto aereo per venire fino lì. E la risposta era: il reddito medio annuale di una famiglia locale. E con il denaro della mia macchina fotografica, si sarebbero potuti mandare a scuola decine di bambini. Spesso chi viaggia, al suo ritorno, racconta: “Ho visto quello, ho visto questo…”, ma troppo poco spesso raccontiamo di come siamo stati visti.

Forse questa pausa forzata può servire a ripensare i nostri viaggi e a pensare ai non viaggi degli altri. Comprendere che siamo stati fortunati e gioire per questo, anche se oggi ci manca. Proviamo a metterci dall’altra parte e forse le cose sembreranno molto meno pesanti di quanto non siano. Torneremo a viaggiare? Credo di sì, ma sarebbe bello se lo facessimo con una coscienza diversa, allora questa sospensione sarà servita a qualcosa. “Al momento dell’imbarco fate che abbia cura di non portare in viaggio se stesso. Molti uomini – diceva Seneca – non ritornano migliori di quando sono partiti, si portano con sé nel viaggio”.

Ecco, proviamo a non portarci con noi e a guardare con gli occhi degli altri. Il mondo sarà diverso.

da qui

lunedì 12 aprile 2021

Il gas pulito è una sporca menzogna. Una campagna europea di guerrilla advertising


di Extinction Rebellion e [GAS]TIVISTS



Il primo aprile 2021 attivist* di Extinction Rebellion (XR) di tutta Italia si sono uniti ai Gastivists per affrontare colossi come GasNaturally, Eurogas, Eni, Enel, Snam, Intesa Sanpaolo, Unicredit e Assicurazioni Generali, denunciando i loro tentativi di greenwashing in merito al finanziamenti di nuovi progetti sul gas metano, incompatibili con una seria azione climatica.

In più di dodici città d’Europa sono apparse alle fermate degli autobus e sui cartelloni pubblicità “ritoccate” che svergognano le aziende per il loro marketing ingannevole rispetto al gas fossile.
Le installazioni portano la narrazione delle lobby industriali allo scoperto, poiché non esiste nessun “gas pulito”.
Sui manifesti si mostrano pubblicità e slogan tipici delle compagnie e degli istituti finanziari ben noti per le loro attività speculative, modificati grazie alla creatività di attiviste e attivisti in tutta Europa.

L’obiettivo è quello di spiegare la portata della campagna di disinformazione in atto, che cerca di ingannare il pubblico con affermazioni sull’impegno per un futuro a basse emissioni di carbonio. In Italia, l’azione ha denunciato satiricamente il ruolo centrale della finanza nell’espansione dell’uso del gas fossile in tutta Europa e nel mondo, come parte del lancio della Ribellione di Aprile di Extinction Rebellion.

Il settore finanziario rimane pesantemente influenzato dal greenwashing del gas da parte dell’industria dei combustibili fossili. Anche se banche private come Unicredit e Intesa Sanpaolo hanno annunciato restrizioni e l’eliminazione progressiva del carbone, il loro finanziamento di gas e petrolio continua senza sosta.
Inoltre, con un meccanismo chiamato il “Capacity Market”, il governo italiano sta vergognosamente progettando di 
costringere i consumatori italiani a pagare oltre un miliardo di euro per la conversione delle centrali a carbone al gas.

Questa decisione renderà l’Italia uno degli Stati membri più dipendenti dai combustibili fossili per la produzione di elettricità all’interno dell’Unione Europea nel 2030 e toglierà enormi risorse dalla transizione ad un sistema energetico veramente decarbonizzato. La situazione a livello europeo è altrettanto preoccupante.
Lasciandosi ingannare dal greenwashing delle potenti lobby dei combustibili fossili, 
la Commissione europea sta proponendo l’inclusione di certi tipi di progetti di gas fossile nella sua tassonomia per la finanza sostenibile.

 

Questa proposta creerebbe un enorme occasione per le compagnie dei combustibili fossili per ricevere finanziamenti in nome degli investimenti “verdi”, e contraddice completamente i consigli dello stesso gruppo di esperti tecnici della Commissione.

Ancora una volta, la Commissione sta cedendo agli interessi delle major del carbonio a detrimento del bene comune.
La campagna di guerrilla advertising è stata coordinata dal 
collettivo “Gastivists”, attivo in nove paesi, ed ha coinvolto città come Amiens, Amsterdam, Barcellona, Berlino, Bruxelles, Budapest, Dublino, Gent, Kiel, Madrid, Milano, Torino, Bologna e Roma.  Guarda la fotogallery. 

I social sono già invasi dalle iniziative che rivelano che il gas “naturale” è una sporca bugia – #CleanGasIsADirtyLie.
Le ragioni scientifiche che smentiscono che il gas fossile sia un’opzione valida per soddisfare i nostri bisogni energetici sono molteplici: è un combustibile inquinante e responsabile di 
una quantità maggiore di emissioni di CO2 di quello stesso carbone che vorrebbe sostituire.

La produzione, il trasporto e l’uso del gas sono legati anche ad emissioni pericolose e significativamente sottovalutate di metano, un gas serra responsabile di quasi il 25% del riscaldamento globale osservabile, e di composti organici volatili e ossidi di azoto e zolfo, sostanze nocive per la salute.



 

da qui