mercoledì 24 febbraio 2021

Nessuno si salva da solo. Ma l’Africa è senza vaccini - don Dante Carraro

L’Africa e i paesi più poveri restano i grandi esclusi. Tutti parlano del vaccino anti Covid ma l’Africa non c’è. È fuori dal radar. Al 28 gennaio, in Africa, le persone vaccinate erano venticinque, come ha ricordato domenica scorsa, intervistato da Fabio Fazio a Che tempo che fa, il prof. Alberto Mantovani, immunologo di fama internazionale e direttore scientifico dell’Istituto Clinico Humanitas che collabora con il Cuamm e il Bambin Gesù in Centrafrica. Venticinque, non venticinquemila.

E su Avvenire ha ribadito: “Il più grande pericolo che l’umanità sta correndo è l’unico che passa sotto silenzio […], non mandare vaccini proprio nei Paesi poveri è scandaloso per due motivi: il primo etico, il secondo sanitario visto che le due varianti oggi più temute vengono proprio da lì, dal Sudafrica e dalla selva brasiliana’.

Contro la pandemia risposta globale

Davanti a un’emergenza globale, l’unica risposta possibile deve essere globale. Serve un piano vaccinale per l’Africa.
Servono più dosi. Il Covax, l’iniziativa per la distribuzione equa dei 
vaccini nel mondo, riuscirà a fornire il vaccino, entro la prima metà del 2021, solo al 5% della popolazione africana. Finora sono stati raccolti solo due miliardi di dollari dei dieci necessari per avere una immunità ‘comunitaria’. Bisogna fare di più! E poi è fondamentale produrre più vaccini consentendo ai diversi centri produttivi (India e Brasile in particolare) di aumentare le quantità smorzando così il mercato dei vaccini. È necessaria la sospensione temporanea del brevetto! Il rischio è quello di un’ulteriore ingiustizia: la disuguaglianza vaccinale.

Ma poi una dose deve “diventare vaccino”. Chi conosce l’Africa sa di che cosa parlo e quanto alta è la sfida. Le vaccinazioni mettono a nudo le debolezze di un sistema sanitario. Dietro ad una campagna vaccinale ci sono attività concrete. Per prima cosa il vaccino deve arrivare a destinazione e ben conservato. Dalla capitale va trasportato nei punti vaccinali, negli ospedali e poi da questi ai centri sanitari fino ai villaggi. Serve un sistema logistico che funzioni compresa la ‘catena del freddo’ che garantisca i -3/-4 gradi necessari.

Ma ci sono anche cose più elementari da garantire: le siringhe, il cotone, l’alcol; credetemi, non è scontato. Poi ci vuole il personale che somministra il vaccino e che deve essere formato. Infine c’è la sfida dell’accettabilità culturale da parte delle comunità, che si supera solo con campagne di informazione come sperimentiamo ogni giorno.

Un appello contro la diseguaglianza vaccinale

Abbiamo imparato a dirlo che ‘nessuno si salva da solo’, adesso dobbiamo farlo per davvero. Dobbiamo mobilitarci non con la bocca ma con mani operose, non aspettando dagli altri un gesto ma facendolo noi per primi, coinvolgendo e spronando tutti. Siamo piccoli rispetto ai grandi del mondo, abbiamo però una grande forza: possiamo essere in tanti. L’essere insieme, sempre di più e sempre più determinati, singoli, gruppi, associazioni, istituzioni e imprese.

È un appello che rivolgiamo a tutti, giovani e anziani, ricchi e poveri, credenti e non. È un invito pressante anche alla stampa, alle Tv e alle radio perché possano spingere l’opinione pubblica e le istituzioni lì dove da sole non andrebbero.

Il rischio è alto in tutta l’Africa

Ci rivolgiamo a chiunque sente sgorgare nel cuore il bisogno di una giustizia ‘più grande’, della solidarietà con i più poveri, dell’accesso alla salute e al vaccino per tutti, specie i più vulnerabili.
“Il Mozambico in questi giorni ha perso un anestesista, un gastroenterologo, un urologo e due giovani medici generalisti – riporta la rivista Science  – Molti altri sono gravemente malati. È una perdita molto grave per un paese che ha solo 8 medici ogni 100.000 persone”. Il rischio è alto in tutta l’
Africa. Stiamo lavorando a un’iniziativa concreta, sostenuti anche dall’autorevolezza umana e professionale del prof. Mantovani, per portare un contributo tangibile e fattivo a questa grande sfida, focalizzandoci in particolare sui medici e infermieri locali.
Vi terremo aggiornati. Grazie di essere con noi!

* direttore della Ong-Onlus Medici con l’Africa Cuamm

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martedì 23 febbraio 2021

Clima globale, di male in peggio - Alberto Castagnola

 

Negli ultimi mesi del 2020 sono apparsi su fonti autorevoli alcuni dati complessivi che è importante tenere presenti. Nel periodo 1990-2015 è stata emessa una quantità di anidride carbonica equivalente a quella prodotta dall’attività umana in tutto il passato, segno questo certo della maggiore intensità  e della accelerazione dei fenomeni di inquinamento dell’atmosfera.

Inoltre, nell’Artico il metano emesso negli ultimi 20 anni  è 80 volte superiore alle emissioni di CO2, a causa principalmente dello scioglimento del permafrost sottomarino durante la sempre più lunga estate artica.

Le bolle di metano salgono anche da 350 metri di profondità e ciò significa che sono le acque del mare a veicolare il riscaldamento.

E’ stata inoltre segnalata la presenza nelle vicinanze dell’Isola della Georgia del Sud, territorio inglese d’oltremare nel Pacifico meridionale, di un grande iceberg staccatosi nel 2017 dall’Antartide, denominato A68, che ha continuato a muoversi sui mari risentendo molto poco della corrosione esercitata dalle onde  e che ora è ancora grande quanto l’isola.

E’ poi da notare che l’anno in corso è molto caldo malgrado la presenza della Nina, la corrente che in genere esercita una azione rinfrescante durante tutto il suo percorso.

Alcune ricerche hanno inoltre elaborato delle analisi socioeconomiche delle emissioni di anidride carbonica, sottolineando che il 10% della popolazione più ricca (730 milioni di persone) ne ha emesso la metà (49%), e tutti gli altri , 6,6 miliardi di persone, la parte restante.  Infine, sempre a livello planetario, il 20 ottobre sono stati registrati i dati minimo e massimo delle temperature, e precisamente  meno 62,7 gradi centigradi a Vostok, in Antartide, e più 45,2 gradi centigradi nella città di Rivadavia, in Argentina.

In tutto il periodo considerato, inoltre , si sono manifestati con sempre maggior virulenza i cosiddetti eventi estremi, influenzati direttamente dagli andamenti climatici globali. In primo luogo, è importante notare che la crisi climatica rende gli uragani più distruttivi.

Limitando le rilevazioni agli ultimi 50 anni, si è notato che alla fine degli anni ‘60 quelli che provenivano dai Caraibi perdevano  circa il 75% della loro intensità  il giorno dopo aver toccato la terraferma negli Stati Uniti; negli ultimi anni perdono solo il 50% della loro potenza e quindi arrecano danni molto più rilevanti su distanze molto maggiori.

Inoltre mantengono quasi intatta la loro umidità ed emanano quindi maggiori quantità di calore. I ricercatori che hanno fornito queste indicazioni avvertono che si tratta ancora di una ipotesi da verificare, ma i danni arrecati in Stati come il Texas sembrano costituire una verifica empirica sufficiente.

Cicloni: tra la fine di ottobre e i primi di novembre l’uragano Eta ha colpito il Nicaragua con venti a 240 chilometri orari, e sembra non abbia causato  vittime a causa delle misure di sicurezza adottate.

In Honduras era meno forte, ha causato 74 morti  e ha coinvolto mezzo milione di famiglie, cioè almeno 3 milioni di persone.  In Guatemala le perdite sono state altrettanto gravi, con 46 morti e 96 dispersi, colpendo  qui mezzo milione di persone  distruggendo le coltivazioni sulle quali vivevano almeno 700mila persone. Eta ha poi raggiunto la Florida

Il 15 novembre, quando ancora gli interventi di soccorso non erano terminati, un nuovo uragano, Iota, il più potente mai visto, ha colpito il Nicaragua,  causando 16 morti e 4 dispersi.

Una parte degli sfollati è stata accolte in 230 Case Solidali, da tempo individuate, sono esondati tre fiumi e 3400 ettari di coltivazioni di caffè sono stati distrutti. Questo denominato Iota era il trentesimo uragano verificatosi  durante l’anno, più dei 28 registrati nel 2005.

Anche le Filippine sono state colpite da un tifone, chiamato Goni, con venti a 225 chilometri orari. Le vittime sono state 9 2 25mila le case distrutte.

Incendi: In California nuovi incendi a sud di Los Angeles, 5900 ettari di vegetazione distrutti e almeno 90mila persone costrette alla fuga. A Tuipasa, in Algeria, un incendio definito doloso ha causato due morti. Nell’Assam, sud ovest dell’India, da almeno cinque mesi è stato in fiamme un pozzo di petrolio, ora faticosamente estinto.

Frane: la pioggia ha causato frane in una miniera illegale di carbone a Sumatra, Indonesia, facendo 11 vittime. Alluvioni: coinvolte almeno 83mila persone in Congo. Epidemie: per evitare il rischio di diffusione della influenza aviaria, in Olanda sono stati uccisi 215mila polli. In Congo è stata dichiarata conclusa l’epidemia di Ebola nella provincia dell’Equatore, che ha causato 55 vittime. Infine, la plastica, ormai considerata onnipresente in natura: ogni anno, 230mila tonnellate di plastica sono state riversate nel Mediterraneo, con gli effetti dannosi che ben si conoscono.

Questa cifra è destinata a raddoppiare in breve tempo se non si adottano misure adeguate di contenimento degli usi.

Nel quadro globale è poi importante inserire alcuni dati relativi all’Italia Durante la Conferenza Nazionale sul Clima, organizzata a metà del mese di ottobre dalla Fondazione per lo Sviluppo sostenibile e da un gruppo di imprese, sono emersi dei dati interessanti sul ritardo con il quale l’Italia affronta i problemi climatici.

Negli ultimi cinque anni sono stati tagliate le emissioni di sole 1,4 mega tonnellate di anidride carbonica equivalente, mentre ne dovremmo tagliare 17 da qui al 2030 per rispettare le indicazioni dell’Unione Europea. Inoltre è allarmante i dato relativo alle energie rinnovabili, che tra il 2014 e il 2018 sono cresciute meno del 7%, mentre la media europea è del 14%, quella della Francia, della Spagna e della Germania è aumentata del 16-18%.

L’industria sembra aver ridotto le sue emissioni solo perché sui dati incide la crisi dovuta alla pandemia, mentre i trasporti negli ultimi trenta anni non hanno ridotto le loro emissioni. I consumi di energia delle abitazioni sono aumentati del 23%.

Il settore terziario ha aumentato del 58% le sue emissioni dal 1990, mentre l’agricoltura genera il 10% dei gas serra ed è il primo settore per emissioni di metano, a causa delle deiezioni animali ma anche dell’uso dei fertilizzanti di sintesi che producono protossido di azoto.

Per concludere, un riferimento al primo paese in campo economico, gli Stati Uniti, per sottolineare ancora una volta  gli effetti sul clima causati dal quadro politico. Nei suoi ultimi giorni al potere, il presidente Trump sta tentando di vendere contratti per prospezioni petrolifere in una pianura di 6500 chilometri quadrati situata all’interno del Parco Nazionale Artico, che ospita una pluralità di specie protette.

Tra le altre decisioni gravide di conseguenze non solo per il paese spicca l’uscita anche formale dall’Accordo di Parigi per l’ambiente, verificatasi in data 4 novembre, dopo essere stata annunciata oltre due anni fa. Il nuovo Presidente ha già espresso la sua intenzione di aderire nuovamente al Trattato, ma questi comportamenti del secondo paese grande inquinatore hanno svolto un ruolo non indifferente nel ridurre il peso di questa sede internazionale nella lotta per l’ambiente.

Nel suo rapporto sulla qualità dell’aria, Legambiente, colloca la capitale all’ultimo posto a causa dei troppi diesel in circolazione, ma anche le altre province del Lazio non presentano una situazione molto migliore.

 

Scelte economiche e danni ambientali

L’aria inquinata dalle polveri sottili PM 10 e PM 2,5 sembra sia la causa di circa il 15% delle vittime del Covid 19, la stima ovviamente non è facile ma stabilisce comunque un collegamento tra l’inquinamento dell’aria preesistente specie nei paesi industriali e la diffusione del virus più recente.

Sempre a tale proposito non possiamo dimenticare che l’Italia è stata condannata dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea per aver superato per oltre dieci anni tutti i limiti relativi alle polveri sottili, in particolare il PM10. Inoltre il 14 novembre a Roma sono stati raggiunti i 35 sforamenti  concessi proprio per questo tipo di inquinamento, stabilendo così un record negativo di pericolosità

L’Australia è il paese maggiore esportatore di carbone  e gas, dai quali trae circa un quarto delle entrate. E’ anche il primo dei paesi grandi inquinatori, con emissioni che nel 2018 raggiungevano le 15,3 tonnellate per persona. A seguire, il Canada con lo stesso quantitativo,  

La Cina continua ad ampliare la sua flotta di navi da pesca industriale, che esercita in numerose aree marittime a scala globale. Il totale reso noto di recente è di 16.966  unità, che permettono di realizzare oltre il 35% del pescato mondiali (Taiwan  solo il 12%, Giappone 5%).

Nei mari della Corea del Sud sembra siano presenti 800 navi da pesca cinesi illegali, mentre di recente sono stati contati ben 340 pescherecci cinesi intorno alle isole Galapagos, considerate un bene da proteggere per le specie antiche che ospitano.

Nei suoi ultimi giorni al potere, il presidente Trump sta tentando di vendere contratti per prospezioni petrolifere in una pianura di 6500 chilometri quadrati situata all’interno del Parco Nazionale Artico, che ospita una pluralità di specie protette. Tra le altre decisioni gravide di conseguenze per il paese spicca l’uscita anche formale dall’Accordo di Parigi per l’ambiente, verificatasi in data 4 novembre, dopo essere stata annunciata oltre due anni fa. Il nuovo Presidente ha già espresso la sua intenzione di aderire nuovamente al Trattato, ma questi comportamenti del secondo paese grande inquinatore hanno svolto un ruolo non indifferente nel ridurre il peso di questa sede internazionale nella lotta per l’ambiente.

Le api continuano a subire i danni derivanti dai livelli ormai molto pesanti di inquinamento del pianeta. Un dato relativo al 2017, caratterizzato dalla siccità, denuncia una riduzione del miele prodotto dell’ordine dell’80%; ma è noto che il danno maggiore risiede nella forte riduzione della capacità di impollinazione delle api , che può danneggiare gravemente la resa delle coltivazioni utili per gli esseri umani.

Nei giorni scorsi è stato raggiunto il nuovo accordo per il nucleare, che sulla carta potrebbe rappresentare un utile impedimento per la proliferazione degli arsenali. In realtà tutti sanno che le maggiori potenze nucleari ((Stati Uniti, Inghilterra, Russia, Cina e Francia)  non lo hanno firmato e nemmeno lo hanno fatto tutti e trenta i paesi aderenti alla Nato.(Italia inclusa).

Ancora due notizie poco rassicuranti: secondo alcune stime recenti, entro il 2050 tre miliardi di persone saranno prive di accesso all’acqua , evento che già oggi colpisce non pochi paesi. La diga di Kariba, costruita 70 anni fa al confine tra  Zambia e Zimbabwe, sul fiume Zambesi presenta gravi segnali di rischio. In particolare, le acque che da oltre sessanta anni fluisce giù dalla diga hanno scavato una buca profonda 80 metri che sta indebolendo le strutture in calcestruzzo. Inoltre la facciata di pietra continua a sgretolarsi. E questa è solo una delle circa 2000 grandi dighe realizzate in Africa, mentre in Zimbabwe, uno dei paesi più poveri del mondo ce ne sono 254. I restauri sono sempre più urgenti, ma chi vorrà sostenere gli immani costi previsti?

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lunedì 22 febbraio 2021

Polvere di democrazia (e vento) nel Sahel - Mauro Armanino


In questi giorni lei è dappertutto. Inutile prevedere, anticipare, pulire, sperare di esserne risparmiati o tenere chiuse porte e finestre notte e giorno. La polvere passa e si stende come un velo impercettibile e inesorabile su ogni superficie, abitata o meno, del pianeta Sahel.

Si impone come una realtà tangibile allo sguardo, le dita, negli strumenti di communicazione, sui libri allineati nellle biblioteche e i dossier urgenti da classificare negli uffici. Penetra senza scampo negli anfratti incustoditi della casa e nelle istituzioni più autorevoli della Repubblica. La polvere è quanto di più quotidiano e feriale si possa immaginare. Non c’è nulla di quanto accade che possa rivendicare una qualche autonomia dal suo fascino discreto e pervasivo

Provare ad eliminarla è rasentare la temerarietà perché, qualche tempo dopo averla scacciata, tenuta a bada o eliminata, lei, tenace e combattiva, sicura di sé tornerà ad rioccupare lo spazio da cui era stata evacuata. La polvere si infiltra, si autogenera, prospera e, arrogante quanto basta, si rende indispensabile.

Per esempio in democrazia. Qui come altrove la democrazia è di polvere. Lo ricorda opportunamente l’ultimo rapporto sull’indice della democrazia globale nella rivista ‘The Economist’, basato a Londra. Detta autorevole rivista che classifica da anni i Paesi ‘democratici’, fonda la sua analis su cinque parametri essenziali. I processi elettorali e il pluralismo, il modo di funzionamento del governo, la participazione politica, la cultura politica e le libertà civili.

In questa tredicesima edizione il rapporto prende in considerazione, com’è evidente, l’impatto delle risposte politiche alla ‘pandemia’ della Covid sulle democrazie di polvere. 23 sono le democrazie ‘perfette’, 52 quelle ‘imperfette’, 35 i regimi ‘ibridi’ e, 57 Paesi, la maggior parte, sono stimate democrazie ‘autoritarie’.

Si considerano sistemi ‘ibridi’ quando le elezioni non danno garanzie di trasparenza e affidabilità, la corruzione è diffusa, la società civile indebolita, i giornalisti non sono liberi e il sistema giudiziario non è indipendente. Nei Paesi classificati come ‘autoritari’ il pluralismo politico è assente o minacciato, le istituzioni esistono ma sono svuotate dal loro ruolo, le elezioni non sono né libere né trasparenti, gli abusi sui diritti umani e civili non sono perseguiti, vengono represse le voci dissidenti e il sistema giudiziario non è indipendente.

La maggior parte dei paesi dell’Africa subsahariana, 22 per l’esattezza, si trovano in quest’ultima porzione di democrazia, tra cui il Niger che precede la Guinea, il Togo e la Guinea- Bissau.

La polvere non si ferma lì. La violenza di matrice djhadista, criminale o semplicemente ‘commerciante’, vive e propaga la polvere. La stessa che coinvolge la politica che si trasmette all’economia, che è appunto, ‘politica’. Coinvolge gli occhi e dunque la visione dell’altro e del suo eventuale Dio, la concezione della società e la maniera di profittare delle fessure create nel tessuto sociale dalla violenza armata e ideologica. Non saranno le armi o le guerre, che della polvere sono l’espressione massima nella storia umana, a riportare la convivialità nel Sahel.

Non saranno né le alleanze né le strategie pan-militariste a ridare un volto plurimo a questo spazio tormentato dell’Africa Occidentale. La polvere di qui, autoctona,  è condivisa  e spesso confiscata da chi non cerca che il proprio neocoloniale interesse nelle risorse miniere e nelle geopolitiche di potere. Le diplomazie e i rapporti delle Commissioni sui Diritti Umani finiscono fatalmente nella polvere come la maggior parte delle inchieste che vedono inquisiti e condannati i regimi al potere.

Di polvere sono le relazioni umane basate solo su interessi reciproci, finiti i quali, tutto finisce. Lo sgretolamento dei matrimoni che ogni sabato ci si industria a celebrare a Niamey trovano in essa conferma e contesto. Non mancano accorati tentativi di ridare vigore all’impolverata vita democratica del Paese.

Ne è un esempio il recente manifesto di un centinaio di intellettuali nigerini che invitano i cittadini a condividere la loro indifìgnazione e far proprio un ‘sussulto’ etico per le prossime e già decise elezioni. Poi la polvere, sorniona e tenace, torna e ricopre col suo manto dorato parole e velleità arrivate troppo tardi per scomodare il regime.

Passerà questa stagione e tornerà a soffiare il vento che porterà la polvere lontano.

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We Got Your Back - Viktor Hertz

 


domenica 21 febbraio 2021

Proposte per la ripresa dell’Italia - Grig

Questa è la lettera inviata (17 febbraio 2021) dal Gruppo d’Intervento Giuridico odv al nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri Mario Draghi contenente proposte per la programmazione finalizzata all’utilizzo dei fondi comunitari del Next Generation EU da inoltrare ai vertici europei entro il mese di aprile 2021.

 

Gent.mo Presidente,

quale Associazione ecologista impegnate da anni nell’attività di tutela delle risorse ambientali e storico-culturali, così come per l’equilibrata e sostenibile crescita economico-sociale, desideriamo formulare le seguenti sintetiche proposte per un’efficace programmazione dei fondi connessi al Next generation EU, che unitamente al bilancio a lungo termine dell’Unione Europea (2021-2027), attualmente costituisce il punto di riferimento fondamentale per consentire all’Italia e agli altri Paesi europei di superare le devastanti conseguenze della tristemente nota pandemia di coronavirus Covid-19.

Alcune considerazioni spingono per quanto ci sembra opportuno segnalarLe.

Il territorio nazionale rivela un diffuso rischio idrogeologico: il 91% dei Comuni è interessato da fenomeni di dissesto idrogeologico, circa 3 milioni di nuclei familiari risiedono in tali aree ad alta vulnerabilità. Complessivamente, il 16,6% del territorio nazionale è mappato nelle classi a maggiore pericolosità per frane e alluvioni (50 mila chilometri quadrati). Quasi il 4% degli edifici italiani (oltre 550 mila) si trova in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata e più del 9% (oltre 1 milione) in zone alluvionabili nello scenario medio (Rapporto I.S.P.R.A. sul dissesto idrogeologico 2018).

In nove Regioni (Valle D’Aosta, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Molise, Basilicata e Calabria) abbiamo il 100% dei Comuni a rischio idrogeologico. L’Abruzzo, il Lazio, il Piemonte, la Campania, la Sicilia e la Provincia di Trento hanno percentuali di Comuni a rischio tra il 90% e il 100%. In Sardegna circa l’80%.

Per contro, emerge la fragile consistenza del complessivo livello di scolarizzazione, fondamentale per il ritorno occupazionale.

La quota di popolazione tra i 25 e i 64 anni in possesso di almeno un titolo di studio secondario superiore è il principale indicatore del livello di istruzione di un Paese. Il diploma è considerato, infatti, il livello di formazione indispensabile per partecipare con potenziale di crescita individuale al mercato del lavoro (Rapporto ISTAT su livelli di istruzione e ritorni occupazionali 2019).

In Italia, nel 2019, tale quota è pari a 62,2% (+0,5 punti rispetto al 2018), un valore decisamente inferiore a quello medio europeo (78,7% nell’Ue28) e a quello di alcuni tra i più grandi Paesi dell’Unione: 86,6% in Germania, 80,4% in Francia e 81,1% nel Regno Unito. Solo Spagna, Malta e Portogallo hanno valori inferiori all’Italia. Non meno ampio è il divario rispetto alla quota di popolazione di 25-64enni con un titolo di studio terziario: in Italia, si tratta del 19,6%, contro un valore medio europeo pari a un terzo (33,2%). Anche la crescita della popolazione laureata è più lenta rispetto agli altri paesi dell’Unione, con un incremento di soli +0,3 punti nell’ultimo anno (+0,9 punti in media Ue) e di +2,7 punti nell’ultimo quinquennio (+3,9 punti).

Inoltre, il tasso di dispersione scolasticache si determina misurando la quota degli Early Leavers from Education and Training, secondo i dati EUROSTAT 2019 in Italia è del 14,5% della popolazione scolastica.

Dati, questi ultimi, molto probabilmente aggravati dalla purtroppo prolungata fase di scuola a distanza.

Problematiche ambientali e di buona gestione del territorio unite alla gravissima crisi, con conseguenze pesantissime sul contesto economico-sociale.

Riteniamo, quindi, opportuno proporre che almeno un quarto del complessivo importo dei fondi dePiano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che dovrà esser presentato agli Organi dell’Unione Europea entro il prossimo mese di aprile 2021 per accedere ai fondi del Next Generation EU, il nuovo e strategico strumento comunitario che integra il Quadro finanziario pluriennale 2021-2027, sia destinato a un vero un vero e proprio piano trasversale nel campo del risanamento idrogeologico, così anche da fornire occasioni di lavoro per imprese, professionalità, maestranze di ogni livello e ogni qualificazione professionale, con indubbi riflessi positivi sulla qualità ambientale e della sicurezza del territorio, nonché del miglioramento del contesto economico-sociale sardo nel breve-medio termine.

Certi dell’interesse e delle ricadute positive di tali obiettivi di massima, anche per l’efficacia dell’utilizzo del sostegno finanziario comunitario, cogliamo l’occasione per formularLe i più cordiali saluti e auguri per un proficuo lavoro per la nostra Terra.

da qui

sabato 20 febbraio 2021

Uganda, la guerra civile degli scimpanzé - Enrico Alleva

(Testo di ENRICO ALLEVA - Foto di ANNE BERRY)

Un gruppo di 150 scimmie è vissuto in pace per decenni. Quando gli individui sono diventati 200 è successo qualcosa: si sono divisi in fazioni e han cominciato a uccidersi. Dunque la violenza di cui l’uomo è capace è “naturale”? Un etologo invita a non tirare conclusioni affrettate

Da trenta anni esperti primatologi statunitensi (gli etologi specializzati in scimmie) osservano in Uganda, al Kibale National Park, una gigantesca colonia di scimpanzé. Questo enorme gruppo sociale, circa 150 individui, è irritualmente numeroso dato che di solito questi nuclei consistono di una cinquantina di individui. Gli studiosi, coordinati da John Mitani e David Watts, distinguono con facilità i singoli scimpanzé, le vicende comportamentali nel tempo, il loro continuo dipanarsi, la ripartizione delle risorse di spazio territoriale e di cibo. E i rumorosissimi conflitti. Molto probabilmente grazie ad annate ricche di cibo e altre condizioni ambientali favorevoli dai circa 150 individui iniziali si è arrivati a duecento. Con il crescere del numero, sono aumentati gli eventi aggressivi.

Nel tempo gli scontri individuali si sono fatti sempre più violenti, come fedelmente registrato da Mitani e allievi a partire dal 2015. La crescente aggressività all’interno della specie (intraspecifica) in questa località è aumentata fino ad alcuni scontri così sanguinosi da risultare mortali. Al momento attuale, il grande gruppo iniziale si è suddiviso in tre distinti e belligeranti gruppi separati: uno occidentale, uno centrale, uno orientale.

Stanno facendo il giro del mondo le foto toccanti dello scimpanzé Basie, ben prima di essere attaccato e ucciso, mentre mostra i denti, a metà tra sorriso forzato e gesto di rituale minaccia, al fotografo che lo disturba tra le fronde ombreggianti della foresta ugandese. A Basie hanno strappato il pene.

Il giovane primatologo Aaron Sandel (Università del Texas), era fortunosamente presente allo scimpanticidio. Brutta fine anche per Erroll, (un testicolo divelto), maschio di basso “rango” sociale dunque più vulnerabile nell’economia sociale del gruppo, e forse periferico durante gli spostamenti del branco, nonostante la spiccata coesione e cooperazione che caratterizza la specie: che in effetti è continuamente dedita a risse chiassose e a rabbiosi rituali di minaccia, come afferrare un lungo ramo fogliuto e sbatterlo per terra emettendo una varietà di suoni (tra l’urlo rauco e l’abbaiamento) che segnalano ai conspecifici intenzioni, emozioni, e dunque propensione all’attacco: tutte strategie di solito intese a far sì che uno dei due contendenti arretri o più definitivamente si allontani dall’altro.

Nel gennaio del 2018, tre maschi del gruppo occidentale hanno inseguito e ucciso un giovane di 15 anni (lo scimpanzé vive in cattività fino a più di 60 anni). Alcuni maschi del gruppo occidentale hanno attaccato e soppresso tre maschi del centrale. Killer e vittime sono tutti maschi che in passato avevano verosimilmente condiviso scorribande a caccia di frutta e nidi, risse adolescenziali più o meno giocose e reciproci delicati spulciamenti che ne vincolavano affinità e alleanze. Parti degli organi sessuali maschili sono stati estirpati. Il dibattito arde nel mondo degli esperti…

L’aggressività dello scimpanzé era stata pittorescamente descritta dalla mitica pioniera etologa e primatologa Jane Goodall a cui l’antropologo Leakey affidò il compito di infiltrarsi con grazia silenziosa e infinitevole perseveranza in un gruppo sociale di scimpanzé tanzanesi, alla Gombe Stream National Reserve. Un laboratorio a cielo aperto divenuto nei decenni fonte di osservazioni dettagliate e continuative sulle vicende famigliari e di gruppo di queste scimmie antropomorfe: farsi accettare dal gruppo animale finché la presenza dell’etologo divenisse del tutto indifferente divenne requisito professionale di base.

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venerdì 19 febbraio 2021

Tonno rosso e mattanza

 

Pubblichiamo qui di seguito un articolo inserito nel numero 7 di NurKùntra, il tema specifico del Tonno rosso rappresenta un esempio abbastanza paradigmatico del complesso rapporto tra natura, uomo e istituzioni. Come al solito sono ben accette critiche, suggerimenti e riflessioni.

 

Storie di migrazioni, pesca e morte, accompagnate dall’immancabile logica di rapina delle
risorse.

Il tonno rosso è il più pregiato e maestoso componente della sua famiglia, da tempi antichissimi
frequenta durante le sue rotte migratorie le coste della Sardegna, e da sempre viene pescato.
Gli studi storici affermano con certezza che almeno dal 7000 a.C. le popolazioni mediterranee davano
la caccia a questi enormi e buonissimi pesci.
La pesca del tonno si incardina su due termini specifici tonnara e mattanza, che per quanto riguarda la
Sardegna hanno il sapore della costa occidentale, la prescelta dai tonni per il loro passaggio.
Dall’estremo nord di Stintino fino all’arcipelago sulcitano i sardi nel corso dei secoli hanno
improntato una parte fondamentale dell’attività di pesca nella ricerca di questo magnifico pesce,
dalle carni pregiate e dal fascino inarrivabile. In tanti lo chiamano il re del mare.
Il tonno rosso Thunnus thynnus vive per la maggior parte dell’anno nel Atlantico settentrionale, tutte
le primavere i tonni si raggruppano in grandi branchi per iniziare una migrazione verso le più
tranquille e calde acque del mediterraneo, più adatte per la deposizione delle uova.
La possente struttura fisica gli permette di raggiungere l’incredibile velocità di 70km orari; come gli
altri animali migratori i tonni rossi sono dotati di un incredibile senso dell’orientamento che gli
permette di ripercorrere ogni anno la stessa rotta.
Con l’approssimarsi dell’autunno i branchi – o meglio quello che ne resta – si ricompongono e
riprendono la via verso lo stretto di Gibilterra e poi l’Atlantico, durante il viaggio di ritorno sono
notevolmente più magri e affaticati che all’andata, questo rende le carni meno pregiate e quindi
meno ricercate da pescatori e consumatori.
Come molte delle specie che vivono in mare aperto gli studi in merito alle migrazioni, gli
spostamenti, l’alimentazione eccetera hanno ancora un sacco di angoli oscuri. Ad esempio vi sono
teorie che sostengono che una cospicua fetta dei tonni non migri, ma semplicemente durante
l’inverno si inabissi nelle acquee mediterranee per poi riemergere a primavera, vi è anche chi
sostiene che che siano solo i tonni più maturi a migrare, mentre i giovani siano stanziali.
Il tonno rosso fa parte della specie degli attinotterigi più precisamente della famiglia dei tunnidi, può
raggiungere dimensioni ragguardevoli pari a 4 – 5 quintali, nel primo anno di vita facilmente
raggiunge già i 70 cm di lunghezza e i 5 -6 kg, complessivamente può vivere fino ai 30 – 35 anni.
L’alimentazione del tonno è composta principalmente da pesce azzurro e cefalopodi.
Il Mediterraneo è una delle due macro aree di riproduzione del tonno rosso, l’altra è il golfo del
Messico. Negli anni ‘90 la popolazione mondiale di tonno rosso era considerata in via d’estinzione,
per porre un freno al fenomeno della pesca indiscriminata e salvare la specie fu introdotto il sistema
delle quote, che prevede una suddivisione per ogni stato e poi per ogni tonnara, del quantitativo di
tonni pescabili ogni anno, questo ha permesso al tonno rosso di ritornare su standard più accettabili,
ma ha reso le sue carni sempre più pregiate e desiderate, da ciò è nato un’enorme mercato nero della
pesca al tonno, che non solo falcidia ogni anno migliaia di esemplari, ma è anche pericoloso per i
consumatori.
La storia del tonno rosso è purtroppo per lui collegata a doppio filo con quella dell’uomo, tutto per
colpa delle sue pregiatissime carni rosse per l’appunto.
La pesca del tonno rosso è diventata negli ultimi decenni un business da 65 miliardi di euro all’anno.
Un giro d’affari di queste dimensioni ovviamente porta con se tutto lo schifo che il genere umano sa
inventarsi quando si tratta di affari remunerativi. Il motore di questo enorme giro di affari è un’altra
isola, molto lontana da noi, il Giappone.
La cultura alimentare giapponese mette il tonno rosso in cima alla lista dei cibi più apprezzati e
ricercati, solo a titolo di esempio l’anno scorso un tonno rosso mediterraneo di 278 kg è stato battuto
all’asta del mercato ittico di Tokyo a 2,7 milioni di euro quindi circa 9.700 € al kg.
Il Giappone acquista circa il 75 – 80 % dei tonni rossi pescati nel pianeta, per quanto riguarda il
mediterraneo possiamo essere più sicuri di questo dato in quanto fu proprio questo tipo di accordo a
convincere i pescherecci giapponesi arrivati fin qui a tornare in oriente e a lasciare le operazioni di
pesca ai locali.
In cambio i nostri mercati e ristoranti sono invasi da tonni pinna gialla e tonni obesi, proveniente
dagli oceani pacifico e indiano. I paradossi del capitalismo, altro che km0!


Ma analizziamo le cose con più calma.
Ogni anno verso la fine dell’inverno le tonnare a terra e a mare iniziano a preparare le reti per la
pesca dei tonni, che di li a qualche mese arriveranno. Nel frattempo l’ICCAT International Commission
for the Conservation of Atlantic Tunas, stabilisce la quota mondiale di tonnellate pescabili e la
suddivisione stato per stato, quest’anno all’Italia ne sono toccate circa 4.600 su 36.000, dietro solo a
Spagna e Francia.
Le quote vengono poi risuddivise da ogni stato alle varie tonnare in base a quante quote si sono
accaparrate, le quote si possono acquistare o richiedere.
Alle quattro tonnare sulcitane quest’anno sono toccate 402 tonnellate, i veri boss della pesca al tonno
rosso in Italia sono in Campania, in particolare a Cetara (che ne detiene circa 1500), queste marinerie
praticano la pesca a circuizione, effettuata in mare aperto e che se organizzata bene può consentire il
raggiungimento delle quote annuali in pochi giorni, anche meno di una settimana.
I tonni pescati dai pescherecci campani e siciliani vengono venduti ai grossisti del mediterraneo,
Fuentes e Azzopardi, rispettivamente spagnoli e maltesi, che mettono all’ingrasso i tonni per poi
rivenderli ai giapponesi nelle condizioni richieste, e a quel punto spuntare prezzi elevatissimi.
A Carloforte invece una parte tonni vengono ancora uccisi nella camera della morte, mentre altri
vengono messi nelle gabbie e venduti agli ingrassatori.
Pratica questa a cui ci si dovrebbe opporre, per vari motivi: il primo di natura strettamente etica e
cioè che non ha senso catturare dei tonni in Sardegna per poi trasportarli in gabbie che viaggiano a
tre nodi fino a Malta per farli ingrassare (per accontentare il palato dei giapponesi che preferiscono il
tonno più grasso di come natura lo offre) e poi ucciderli, è ancora più macabro della mattanza; il
secondo perché far ingrassare i tonni ha un costo ecologico non indifferente. Si stima che una gabbia
con 3000 tonni abbia bisogno di circa 4000 tonnellate di pesce al giorno, che proviene dalle coste
africane dove questo tipo di saccheggio è ancora consentito, e dove si sta quindi consumando un
disastro ecologico.


Numeri e fatti nei dintorni della mattanza.
Le tonnare sarde esistono da circa 500 anni, sono le uniche (le 4 rimaste) in Italia a continuare a fare
la pesca al tonno da terra, a Favignana stanno provando con fatica a far rinascere l’attività ma negli
ultimi anni le cose non sono andate per il meglio.
Parlando di lavoro a Carloforte le tonnare PIAM offrono 5 posti fissi e 25 stagionali, dall’interno da
anni arrivano richieste di aumento delle quote per poter offrire più lavoro, riproponendo anche qui il
ricatto dell’equilibrio tra ecologia e lavoro.
In tutto il mondo si stima che il mercato nero che ruota intorno al tonno rosso sia di circa 13 miliardi
di euro, in Italia le stime parlano di circa 10 tonnellate annue, alle quali si aggiungono i rischi per la
salute causati dall’istamina (una sostanza incolore e insapore, che non si elimina neppure con la
cottura e che si genera naturalmente in seguito alla degradazione dell’istidina, un amminoacido
abbondante nel tonno e altri pesci della stessa famiglia come sgombri e sardine, soprattutto in caso di
cattiva conservazione. L’istamina può provocare la sindrome sgombroide, un’intossicazione
caratterizzata da arrossamento, prurito, mal di testa, difficoltà a deglutire, nausea, vomito e diarrea. )
che l’anno scorso ha causato 400 ricoveri nella sola Sicilia.
I quotidiani sardi nei mesi della migrazione dei tonni, ogni settimana riportano notizie di sequestri di
pesce pescato illegalmente, spesso mal conservato e quindi pericoloso per la salute. Anche questa
situazione ci riporta ad alcuni interrogativi già affrontati su questa rivista in passato e cioè su cosa
scegliere tra il legale e l’illegale, che nel caso del tonno rosso si presenta come una scelta veramente
difficile.
8/9 € al kg è il prezzo che si arriva a pagare nei paesi del sud ovest sardo per il tonno rosso pescato di
frodo.
Pochi quintali di tonno rosso rimangono nel mercato interno sardo, il che ci porta automaticamente
alla conclusione che la quasi totalità di menù che propongono tonno sardo ci stiano vendendo altro,
che potrebbe essere: tonno rosso decongelato, un’altra varietà di tonno, tonno rosso di pesca illegale.
Diverso è il discorso per le pescherie che fanno più fatica a mentire, e infatti spesso basta consultare
il cartellino per capire cosa stiamo comprando.
A fine giugno qualcuno notte tempo a tranciato i cavi dell’impianto delle Tonnare PIAM facendo
sollevare la tonnara e permettendo la fuga di centinaia di tonni, quantificati dai giornali in 80
tonnellate (ci permettiamo di dubitare di questo dato – in un senso e nell’altro – in quanto ci
chiediamo come sia stato possibile calcolarlo). L’azione non è stata rivendicata, così come non è stato
identificato alcun responsabile o svelato il movente.


Conclusioni.
Il tonno rosso è annoverabile tra gli animali più rappresentativi e importanti per una parte della
cultura sarda. Le sue carni e la lavorazione di esse (bottarga, cuore e centinaia di ricette) fanno parte
della tradizione culinaria di buona parte dei paesi di mare della nostra isola.
In alcune zone addirittura è stato ed è – almeno in parte – parte delle comunità stesse, dalla
toponomastica all’attività lavorativa.
La globalizzazione e l’arrogante pretesa di voler mangiare ad ogni costo ogni prodotto lo ha portato a
rischio estinzione, una legislazione più lungimirante – di esclusiva esigenza economica, non certo
ecologica – lo ha momentaneamente salvato, ma il baratro è sempre dietro l’angolo.
La pesca industriale è la principale causa della distruzione della fauna marina, solo un consumo
responsabile e il boicottaggio dei grandi centri di vendita del pesce (mercati ittici generali su tutti)
possono salvare i mari e i loro abitanti.
A ognuno la scelta del proprio percorso e delle proprie responsabilità, ricordandoci sempre che i
tonni vengo pescati perché qualcuno li compra.
L’esempio di quanto accaduto negli ultimi anni con i ricci dimostra che la scelta dell’individuo conta
eccome (una vasta campagna di sensibilizzazione, sulla necessità di ridurre il consumo dei ricci di
mare prossimi all’estinzione, portò a una riduzione dei consumi e alla conseguente ripresa della
specie, con buona pace per i lavoratori del settore che erano i responsabili dell’esagerato prelievo).
Provare a convincere qualcuno se sia meglio mangiare un pezzo di tonno al ristorante (che come
struttura necessita di tutta la filiera sopra descritta e dei danni che produce) o acquistarlo da un
pescatore sportivo che non lo denuncia non è mio interesse, posso solo ribadire che la quasi totalità
dei frutti offerti dalla natura sono stagionali, accettare di consumarli solo nella stagione in cui questi
abbondano vuol dire lasciare tre quarti di un anno perché queste risorse si riprendano e siano di
nuovo numerose.
L’abitudine arrogante di voler sempre tutto non è compatibile con la sopravvivenza dell’ecosistema
che ci circonda.
A ognuno la sua scelta, io la mia scelta l’ho fatta. Ricordiamoci che ogni scelta porta con se una
conseguenza e il mare le subisce tutte, ma non da tutte si riprende.


Sa mariapica,
iglesiente,
estate 2020.


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