giovedì 18 febbraio 2021

Il CCS? Negli Stati Uniti l’unico realizzato sta già chiudendo - Elena Gerebizza

Da mesi oramai l’Italia si sta preparando a ospitare “il più grande progetto di cattura e stoccaggio della CO2 al mondo”, il famigerato CCS. Il sito individuato da Eni sarebbe quello di Ravenna, il costo potrebbe arrivare fino a 12 miliardi di euro, di cui chiaramente una parte finirà con l’essere coperta da risorse pubbliche.

Un progetto accolto con entusiasmo dall’ormai ex governo guidato da Giuseppe Conte, seppure si tratti di una tecnologia ancora in fase pilota e dai costi astronomici, che l’industria propone come panacea per la decarbonizzazione, ma che di fatto continua a raccogliere una sconfitta dopo l’altra.

È di qualche giorno fa l’annuncio della chiusura definitiva e a tempo indeterminato dell’impianto di cattura e stoccaggio della CO2 di Petra Nova in Texas. L’impianto – una joint venture tra la NRG Energy e la società del petrolio e gas JX Nippon – era stato inaugurato nel 2016 con un annuncio trionfale dell’amministrazione Trump e grazie a un finanziamento di 195 milioni di dollari da parte del Dipartimento per l’energia del governo federale degli Stati Uniti. Esperti e giornalisti da tutto il mondo sono stati invitati a più riprese a visitare il progetto di punta per la cattura e stoccaggio di CCS negli Stati Uniti: l’unico operativo, e “il più grande al mondo” che utilizzava quella specifica tecnologia.

Fino all’annuncio della sua chiusura definitiva: troppo costoso e economicamente insostenibile.

Il progetto era pensato per catturare le emissioni di CO2 della centrale a carbone di WA Parish, trasportarle via gasdotto per reiniettarle in un vicino giacimento di petrolio, che aveva già superato il suo picco di sfruttamento, e permettere quindi la massima estrazione del petrolio rimasto. Un paradosso che alla fine è stato letale per il progetto stesso: ridurre le emissioni “nascondendole” e allo stesso tempo mantenere attiva una centrale a carbone e un giacimento di petrolio.

Con il crollo del prezzo del greggio durante la pandemia, estrarre petrolio con questo metodo era diventato non economico e quindi il progetto Petra Nova è stato prima congelato e poi definitivamente chiuso.

Petra Nova è stato operativo solamente per una fase pilota di tre anni, e il suo costo non è stato affatto irrisorio. Per metterlo in piedi è stato speso un miliardo di dollari. Inoltre la tecnologia necessitava di così tanta energia da costringere la NRG a installare una centrale a gas solo per alimentare il processo di separazione e cattura della CO2. La documentazione presentata alla Security and Exchange Commission parla di “perdite finanziarie inattese” per la NRG causate dal progetto.

E i risultati? Il progetto parlava di una riduzione delle emissioni del 90%. Tuttavia analisi indipendenti hanno dimostrato che il progetto catturava le emissioni da una sola delle quattro unità della centrale a carbone da 654 MW. Inoltre, non considerava le emissioni di CO2 generate dalla centrale a gas che alimentava il progetto, né le emissioni fugitive di metano. Secondo l’ultimo rapporto presentato al Dipartimento dell’energia statunitense, basato su dati dell’Agenzia per l’ambiente degli Stati Uniti, Petra Nova catturava solamente il 7% delle emissioni della centrale a carbone di WA Parish, che è considerata la più mortale del Texas a causa delle emissioni nella comunità di Houston e nella regione. Lo stesso rapporto ha segnalato inoltre 367 giorni di interruzione in tre anni, in pratica uno ogni tre giorni, proprio a causa di problemi con la tecnologia di cattura o della centrale a gas che la alimentava. Infine, il rapporto indica un aumento significativo del consumo di acqua nella centrale a carbone, dovuto proprio alla tecnologia di cattura e stoccaggio.

Insomma tante ombre, forse troppe, per una tecnologia che si propone come risolutiva per i cambiamenti climatici ma che tale decisamente non è.

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mercoledì 17 febbraio 2021

Transizione ecologica: che cosa fare per uscire dalla crisi climatica. E dall’ipocrisia - Antonio Tricarico

(pubblicato su Altreconomia.it)

Improvvisamente il tema della transizione ecologica è salito alla ribalta nel dibattito sofferto sulla formazione del governo Draghi sotto l’auspicio perentorio del presidente della Repubblica. Come sempre, la “provinciale” Italia scopre un tema ampiamente discusso già da anni in alcuni Paesi europei e di sicuro nell’ambito delle politiche dell’Unione europea sul Green Deal e il nuovo bilancio settennale dell’Ue. Meglio tardi che mai. 

Alcuni si sono rallegrati perché sembrerebbe che il presidente del Consiglio incaricato voglia procedere alla creazione in un singolo ministero per la Transizione ecologica, che dovrebbe accorpare alcuni dei ministeri esistenti (Ambiente, Sviluppo economico e in caso alcuni dipartimenti di altri dicasteri). Tutto interessante, sulla carta. Occorre però porsi delle domande più concrete e che mettono le mani nel piatto finanziario che Mario Draghi e “sodali” gestiscono in autonomia dalla politica da tempo.

Come premessa chiariamo che è inutile farsi illusioni sull’esistenza di governi amici e non amici, a maggior ragione se abbiamo a che fare con governi tecnico-politici. Nel caso specifico, Mario Draghi è sempre stata una figura influente ma ambivalente nella sua traiettoria economico-politica: neo-keynesiano doc di formazione, sedeva sul Britannia al tempo delle privatizzazioni (un po’ alla russa) italiane di inizio anni 90. Paladino della trasparenza e del corretto operato nei mercati internazionali come direttore alla Banca mondiale e poi al Tesoro a Roma, ma anche consulente di alto livello di Goldman Sachs, non proprio stinco di santo della finanza globale. Governatore di visione in Banca d’Italia, ma anche fautore di accorpamenti di banche come un mantra, che non sempre hanno aiutato i territori produttivi italiani; ed infine salvatore dell’euro quando a capo della Banca centrale europea, ma anche castigatore neo-liberista di governi in preda alla crisi sovrana una decade fa.

La sua forza è che sa ed è rispettato da chi conta sui mercati globali. Chiediamoci quindi se questi poteri forti -senza dietrologie o cospirazionismi- vogliono oggi davvero la transizione ecologica, se sì perché, e quale transizione, prima di pensare che “super-Mario” si scontrerà lancia in resta con costoro come nuovo paladino dell’ambientalismo globale. Per sgombrare il campo da equivoci, a Draghi è stato chiesto di salvare l’economia italiana -e di conseguenza quella europea- nel contesto della pandemia e delle azioni di recovery da questa, ma non il clima né il Pianeta. Di sicuro il professore non ambisce a tanto, anche perché saggio e dotato di buona dose di realismo.

Il “debito buono” del Recovery fund, come lo definisce Draghi, riguarderà principalmente investimenti di lungo termine e questa è l’opportunità per l’Italia, vero. Ma quali investimenti saranno davvero trasformativi nella transizione ecologica che dobbiamo navigare? E quali in realtà, anche se porteranno maggiore sostenibilità ambientale nel lungo termine, invece non cambieranno affatto la struttura sociale e democratica che ha marcato un modello alquanto fallimentare che ci ha portato alla crisi ecologica e climatica negli ultimi decenni e probabilmente ci porterà a nuove crisi sociali e ambientali? In breve, il “debito buono” esso stesso si divide in “trasformativo” e da “business as usual”, ossia che non altera gli equilibri di potere e i cicli economici in maniera profonda. Senza modificare questi, poche grandi multinazionali e pochi attori gestiranno la transizione, le energie pulite o presunte tali, decidendo chi vince e chi perde, non la politica, come avvenuto nell’economia fossile fino ad oggi.

E queste risposte non la darà la super-struttura di un ministero, ma il quadro di politiche ecologico-industriali del governo che dovranno decidere quale coerenza nelle politiche si vuole proporre e realizzare: una transizione che non altera i piani per una globalizzazione centrata sull’accelerazione del commercio mondiale, mega infrastrutture ed una riscrittura della geo-economia -quella che Goldman Sachs nel 2008 ha modestamente definito “building the world”, costruire il mondo- oppure un’altra transizione centrata sulla resilienza dei territori, anche sulla riduzione dei consumi e sulla creazione di lavoro in altre forme? 

Insomma Draghi, e chi oggi lo sostiene, ritiene che mammut quali Eni, Snam e altre corporation a stelle e strisce che a oggi hanno intralciato la transizione in Italia, la dovranno di fatto guidare sulla base di una presunta, quanto improbabile ed in ogni caso ipocrita riconversione, oppure queste vedranno finalmente ridotto il loro potere lasciando spazio a nuovi attori di un più profondo cambiamento? E il governo italiano, che controlla il 30 per cento di questi giganti, interferirà con forza nelle loro politiche ed operazioni, o aspetterà in silenzio la loro conversione sulla strada della COP26 sul clima di Glasgow?

E se pure volessimo dare credito al fatto che la struttura di un super-ministero per la transizione ecologica farà da volano a questo conversione, chiediamoci però se poi la nuova struttura includerà davvero le parti dell’amministrazione che contano, ossia, e Draghi lo sa bene, la finanza pubblica. Chi deciderà in ultima istanza le priorità di spesa nel Recovery Plan? Ma non solo: quanto l’operato di tutti i bracci finanziari dello Stato -da Cassa depositi e presititi a Sace, enti che il presidente Draghi ben conosce- saranno davvero soggetti di una trasformazione profonda e non di una transizione di facciata. Sace che oggi finanzia a piene mani progetti a combustibili fossili nel mondo, smetterà di farlo subito o no? E così per altri gangli della finanza pubblica italiana. Ed infine, cambieranno anche i vertici delle potenti partecipate di Stato, a partire da Eni, che da sempre dettano la politica “fossile” energetica, estera e di fatto industriale italiana?

Che la società civile italiana, prima di facili entusiasmi, rifletta. Il clima, così come la giustizia sociale, vanno salvati “Whatever it takes”, Draghi o non Draghi, e che ci si organizzi da subito in solidarietà con le comunità di base che continuano a resistere in tanti angoli di Italia in tal senso e che potrebbero aiutare a definire cosa è davvero trasformativo, per una volta, nella tanto chiacchierata transizione ecologica.

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martedì 16 febbraio 2021

Se una manina collegata via internet all’impianto dell’acqua aumenta la soda caustica - Carola Frediani

 


Quando si dice lunedì nero. Lunedì 8 febbraio Bob Gualtieri, sceriffo di Oldsmar, piccola cittadina di 13mila anime della contea di Pinellas, Florida, a 15 miglia da Tampa, ha l’ingrato compito, da dietro un leggio e un microfono, di gestire una conferenza stampa (VIDEO) cui assistono media nazionali e internazionali. Un evento a dir poco insolito, che ha portato in città anche l’Fbi e i Secret services. In piedi accanto a lui, con aria dimessa e un po’ spaesata, anche il sindaco e il city manager. Pochi giri di parole, lo sceriffo va subito al dunque.

Cosa è successo

“Venerdì 5 febbraio c’è stata un’intrusione illegale nei sistemi informatici dell’impianto di trattamento dell’acqua di Oldsmar”, esordisce. Si tratta di un impianto che rifornisce di acqua i residenti della cittadina, dopo un trattamento con sostanze chimiche per renderla potabile. Questo genere di impianti  - continua Gualtieri - fanno parte delle infrastrutture critiche del Paese e possono diventare un target per chi voglia colpire la sicurezza pubblica. Dopo questa premessa poco rassicurante, lo sceriffo prosegue fornendo i dettagli di quanto accaduto.

L’intrusione e la modifica dei parametri
Alle 8 del mattino di venerdì 5 febbraio un dipendente della struttura di trattamento dell’acqua ha notato che qualcuno aveva avuto accesso da remoto ai sistemi informatici che stava monitorando, sistemi che controllano le sostanze chimiche e altre operazioni dell’impianto. L’accesso era avvenuto attraverso un software di assistenza da remoto usato alcune volte dal suo stesso capo per svolgere delle attività, per cui a un primo momento il dipendente non ci ha prestato attenzione. Ma quando l’evento si è ripetuto di nuovo nel pomeriggio, l’uomo ha notato che chi era collegato, muovendo il mouse proprio davanti ai suoi occhi, stava in realtà aumentando la quantità di soda caustica nell’acqua, “un importante e potenzialmente pericoloso incremento”, ha specificato lo sceriffo. Per la precisione: da 100 parti per milione a 11.100 parti per milione. Un incremento che se avesse raggiunto la popolazione “avrebbe potuto provocare seri malesseri o fatalità”, 
scrive Ars technica.
L’operatore ha subito ripristinato i valori modificati da colui che ormai era evidentemente un pericoloso intruso e lanciato l’allarme. Poche ore dopo partiva un’indagine di Fbi e Secret Services. Lo sceriffo ha precisato che comunque nell’impianto erano presenti dei meccanismi di controllo, delle ridondanze che avrebbero individuato l’eventuale incremento nell’acqua anche qualora l’operatore non se ne ne fosse accorto in tempo reale.

Un attacco che ha sfruttato gravi vulnerabilità
Questa storia dalla contea di Pinellas ha fatto il giro del mondo, perché quel tipo di intrusione, in quel tipo di infrastruttura critica, con quelle possibili conseguenze (un aumento importante di una sostanza usata per regolare il ph ma che, superate certe soglie, diventa pericolosa), è l’incubo di molti esperti di cybersicurezza. Va subito detto però, alla luce di quanto emerso nelle ore successive, che l’attacco appare assai meno sofisticato di quanto si possa pensare. Una precisazione forse poco tranquillizzante ma importante.
Il problema è che la possibilità di intrusione sembra sia stata servita su un piatto di argento.

Come ha infatti spiegato un avviso sulla sicurezza emesso dallo Stato del Massachusetts sul caso specifico e le misure da adottare, “soggetti non identificati hanno avuto accesso ai controlli SCADA (sistemi informatici utilizzati per il controllo e il monitoraggio di processi industriali e sistemi infrastrutturali, ndr) dell’impianto di trattamento dell’acqua attraverso un software per l’accesso da remoto, TeamViewer, che era installato su uno dei diversi computer usati dal personale dell’impianto per condurre controlli sullo stato del sistema e rispondere ad allarmi o altre questioni che possono emergere”.
L’avviso prosegue spiegando che tutti i computer usati dal personale erano connessi ai sistemi SCADA e usavano Windows 7. E che “tutti i computer condividevano la stessa password per l’accesso da remoto e apparentemente erano connessi direttamente a internet senza alcun tipo di firewall”.

Ipotesi di un insider

Cosa vuol dire tutto ciò? Che la struttura aveva pratiche di sicurezza che lasciavano alquanto a desiderare (assenza di firewall, stessa password, uso di un sistema operativo per cui Microsoft non fornisce più aggiornamenti di sicurezza, ecc). E che in questo scenario non è da scartare la possibilità che si tratti di un ex dipendente, come 
ipotizzato ad esempio da Christopher Krebs, ex capo della CISA, l’agenzia federale per la sicurezza delle infrastrutture critiche e la cybersicurezza. Altri hanno pensato a un atto di “vandalismo”, ovvero il gesto inconsulto di qualcuno che sia riuscito ad ottenere un accesso.

Un problema annoso, specie per tante piccole infrastrutture locali
In realtà, come ha 
notato su Twitter la giornalista Kim Zetter, non sorprende che queste infrastrutture siano accessibili online, è anzi una questione annosa (vedi questa sua storia del 2012). E, come nota Brian Hogan del SANS Institute, molte organizzazioni usano soluzioni di accesso da remoto per permettere a staff e fornitori di lavorare da lontano, un fenomeno per altro incrementato dalla pandemia. Per questo, aggiunge, è tempo di rivedere le varie soluzioni per assicurarsi che siano configurate correttamente e che abbiano l’autenticazione multifattore.

Secondo vari osservatori, quello che fino ad oggi ha tenuto protette alcune di queste infrastrutture così esposte è il fatto che attaccanti di basso livello farebbero comunque fatica a districarsi nella complessità di quei sistemi interni. D’altro canto, attaccanti di alto livello (Stati) sanno fin troppo bene il rischio cui andrebbero incontro in operazioni di questo tipo (un’azione del genere, diversamente da campagne di spionaggio, e al di là del suo esito effettivo, potrebbe essere considerata un atto di terrorismo). Il che però non li esclude del tutto dallo scenario.

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lunedì 15 febbraio 2021

L’affaire du siècle per il clima - Francesco Gesualdi

Hanno citato lo stato in giudizio per inazione e hanno vinto. E’ successo in Francia ed ha avuto come protagonisti quattro associazioni: Notre Affaire à Tous, la Fondation Nicolas Hulot pour la Nature et l’Homme, Greenpeace France, Oxfam France.

Motivo del ricorso: danni ad ambiente e  persone provocati dai cambiamenti climatici per il mancato rispetto degli impegni assunti  dal governo.

Tutto comincia nel dicembre 2018 quando le quattro organizzazioni  scrivono al governo francese per elencargli i danni provocati dai cambiamenti climatici sul territorio francese e chiedergli di arginarli  non solo attraverso interventi di tipo riparativo, ma anche preventivo, prendendo tutti i provvedimenti legislativi, fiscali e finanziari  necessari a ridurre le  emissioni di gas serra.

Nel documento le associazioni precisano che la Francia è il paese europeo più colpito dai cambiamenti climatici come mostrano inondazioni, tempeste, siccità, canicole estive sempre più frequenti e devastanti.

Negli ultimi 12 anni i ghiacciai delle Alpi hanno perso il 25% della loro superficie.  E mentre la Nuova Caledonia e la Polinesia, le isole d’oltre mare che la Francia ha nel Pacifico, rischiano di essere sommerse, un quarto delle coste francesi presentano segni d’erosione.

Il governo stesso stima che il 62% della popolazione francese sia fortemente esposta ai rischi climatici come confermano i 1120 decessi dovuti a questa causa dal 1998 al 2017.

 

Guasti sociali e ambientali che, hanno sottolineato le quattro organizzazioni, chiamano in causa   la corresponsabilità del governo che non ha mantenuto fede agli innumerevoli impegni che si era assunto per limitare le emissioni di gas serra, per attuare la riconversione e l’efficienza energetica, per dotare il paese di servizi pubblici sostenibili capaci di ridurre la circolazione di auto private. Impegni che ora il governo è invitato ad assumere senza ulteriori indugi.

E in attesa di ricevere una risposta, le associazioni decidono di rafforzare la propria posizione organizzando una campagna di raccolta firme che battezzano “L’affaire du siècle”, l’affare del secolo.

Nel paese si alimenta la discussione, ne parlano i media, se ne discute nelle scuole e in breve le firme raccolte raggiungono i due milioni. Il governo non può ignorarle e il 15 febbraio 2019 fa arrivare la propria risposta che però respinge le accuse al mittente.

Dettagliando tutto quello che ha fatto, rigetta l’accusa di inazione e dichiara che se la situazione continua a peggiorare   non è colpa del governo, ma della cittadinanza che non adotta nuovi stili di vita.

Il comitato organizzatore della campagna giudica la risposta inadeguata  e decide di ricorrere alla magistratura affinché sia lei a stabilire se lo stato è colpevole di inazione e in caso affermativo venga obbligato a fare ciò che gli compete.

Il ricorso viene presentato il 14 marzo 2019 ed è indirizzato al Tribunale Amministrativo di Parigi che il 3 febbraio 2021 emette un verdetto totalmente favorevole alle associazioni ricorrenti. In particolare stabilisce tre punti. Primo: l’aumento della temperatura terrestre costituisce un danno ambientale che deve essere riparato.

Secondo: esiste un nesso di casualità fra l’aumento della temperatura terrestre e le manchevolezze dello stato francese.

Terzo:  lo stato deve essere ritenuto responsabile di parte dei danni intervenuti perché non ha rispettato tutti i suoi impegni rispetto alla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra.

Pertanto i giudici hanno ritenuto fondata la richiesta delle associazioni di ordinare allo stato interventi riparativi e non potendoli precisare sul momento, la corte si è presa due mesi di tempo per dettagliarli. 

Infine la corte ha riconosciuto legittima la richiesta di indennizzo morale da parte della associazioni che pertanto riceveranno dallo stato la somma simbolica di un euro ciascuna, come  avevano richiesto esse stesse.

 

Ovviamente siamo solo al primo grado di giudizio e con tutta probabilità lo stato ricorrerà   in appello, dove tutto è possibile.

Ma comunque vada a finire, da questa vicenda si traggono tre insegnamenti. La prima, che di fronte alle situazioni drammatiche  vanno tentate tutte le strade per trovare rimedio. Seconda e terza che la perseveranza premia sempre e che nessuna battaglia può essere vinta senza coinvolgimento popolare.

Ed è proprio su quest’ultimo punto che la campagna continua la propria attività cercando di creare consenso attorno a sei impegni da imporre allo stato: la trasformazione del settore elettrico verso le rinnovabili, la ristrutturazione degli alloggi verso forme energetiche più efficienti,  l’offerta di un buon servizio di trasporto pubblico per limitare l’uso dell’auto privata, iniziative per permettere a tutti di alimentarsi in maniera sana e sostenibile, soppressione delle sovvenzioni ai combustibili fossili, riforma fiscale in chiave ambientale all’insegna dell’equità.

Un modo per dire che la conversione ecologica o sarà socialmente soddisfacente o non sarà.

Articolo pubblicato anche sul quotidiano l’Avvenire

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sabato 13 febbraio 2021

Il ritorno dei piccioni viaggiatori: colombofilia nel Sahel - Mauro Armanino

Non hanno l’ambizione di rivaleggiare coi droni, coi satelliti della comunicazione messi in orbita, con la rete del NET o tanto meno con gli  aquiloni. I colombi o i piccioni, dall’arca di Noè in poi, sono stati fedeli alla missione loro affidata. Nel loro piccolo i piccioni viaggiatori hanno dato buona prova di loro, da millenni, nella storia civile e militare del mondo.

Utilizzati per portare messaggi fino a mille kilometri di distanza in un giorno, andata e ritorno, hanno talvolta cambiato le sorti delle battaglie. Altre volte, a loro insaputa, hanno saputo giocare brutti tiri alle diplomazie con falsi messaggi presi per veri. La colombofilia, l’amicizia coi colombi, ha trovato nel Senegal, in Africa occidentale, una nuova generazione di giovani che si è lanciata nell’allevamento dei piccioni viaggiatori.

Tanto che essi, con malcelata fierezza, vorrebbero rivaleggiare con i più quotati campioni piccioni europei, belgi e francesi in particolare. E’ l’Agence France Presse, AFP, a dare la notizia di agenzia in poche e laconiche righe del dispaccio. La colombofilia, nuova passione dei giovani senegalesi, così sentenzia il messaggio. Nel Sahel è presi come a tenaglia tra la Covid che impedisce alle poste di funzionare correttamente, una guerra condotta da armi ogni volta più sofisticate e l’azione di dissuasione di mercenari o militari a servizio delle geopolitiche del potere.

L’idea di rilanciare, allevare e usare i colombi viaggiatori appare dunque poco meno che provvidenziale. La diffusione a scala nazionale, regionale e continentale potrebbe rappresentare una lusinghiera alternativa alla guerra totale che così tanto ha marcato gli altri continenti e l’Africa.

Già, l’Africa è il continente che in questi ultimi cinquant’anni ha conosciuto il numero più elevato di guerre, con un bilancio che viene stimato a oltre 10 milioni di morti. Il nostro Sahel, a modo suo, contribuisce ad arricchire il numero di conflitti armati e il consueto retaggio di sfollati, profughi e infine migranti ‘economici’ a sfidare le frontiere. Taluni dicono che la colpa è loro. Le frontiere della colonizzazione o la colonizzazione delle frontiere.

Etniche, inventate, costruite, reali, manipolate, economiche, militari, occasionali, esterne, interne, progressive, di religione, di culture e di classe. Ad ogni continente le frontiere che si merita o che altri hanno deciso meritasse. Le guerre passano dalle frontiere per giustificarsi e allora capiamo come i piccioni viaggiatori, volando, rendono le frontiere un mero oggetto paesaggistico.

L’allevamento di colombe e piccioni potrebbe rappresentare un serio passo in avanti per la costruzione di una pace durabile ‘oltre’, o meglio, ‘sopra’ le frontiere. I piccioni viaggiatori, invece di pallottole o mine antipersona, potrebbero trasportare SMS di pace, concordia, fratellanza e soprattutto giustizia. L’introduzione mirata e capillare di questi nobili uccelli rappresenterebbe un passo in avanti, forse decisivo per ricreare spazi di diplomazia alla portata dei cittadini più consapevoli e responsabili.

Immaginiamo l’edificio delle Poste Centrali di Niamey, che già ospita migliaia di caselle postali, facilmente trasformabili in piccionaie numerate secondo le classi di età e il sesso dei colombi. Il nuovo hotel a cinque stelle della capitale, il Radisson Blu, il nuovo grattacielo del Ministero delle Finanze e altri simili palazzi, sarebbero l’ideale per favorire l’insediamento di colonie di colombe della pace. Senza contare le prossime elezioni.

Tutto più facile affidare loro la pubblicità elettorale, con fiocchi colorati secondo i partiti governativi e di opposizione senza distinzione di numero. Persino le elezioni sarebbero facilitate. Perché spostarsi presso i seggi elettorali, fare la coda, rischiare di sbagliarsi di scheda, rincorrere i candidati e i loro doni monetari, quando coi piccioni viaggiatori il voto sarebbe democraticamente lasciato alla valutazione oculata delle colombe. Solo i canditati sinceramente interessati a creare condizioni di pace godrebbero il favore dei volatili.

Nelle capitali del Sahel non solo gli hotel o i palazzi sarebbero luoghi di allevamento ma soprattutto le case comuni. Ognuna i suoi piccioni viaggiatori che porterebbero in giro, senza distinzione alcuna, messaggi restauratori di fiducia e di nuovi legami basati sulla verità delle parole. La nuova compagnia delle colombe avrebbe il suo statuto ed escluderebbe ogni tipo di lucro. La gratuità sarebbe l’unica condizione ammessa per la federazione degli allevatori di piccioni. La priorità di volo si darebbe ai bambini portati dalle cicogne.

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giovedì 11 febbraio 2021

L’agroecologia spazzatura - Mauro Conti

La trasformazione del modo in cui produciamo il cibo è una questione politica e sociale posta dai movimenti contadini e ambientalisti, ma qualcuno cerca di tramutarla in nuova occasione di business

Negli ultimi anni, l’aggravarsi della crisi climatica e ambientale ha reso sempre più evidente la necessità di trasformare il modo in cui produciamo e consumiamo il cibo. In questo contesto, l’agroecologia, scienza che utilizza i principi e gli strumenti dell’ecologia per disegnare sistemi alimentari sostenibili, pratica che lavora con i processi naturali e la biodiversità, e movimento sociale che costruisce sistemi alimentari attraverso filiere corte, ha occupato un posto centrale nel dibattito internazionale volto a trasformare il sistema agroalimentare.  

Il temine agroecologia, pur essendo riconducibile agli agronomi di inizio secolo scorso, viene ripreso in America Latina alla fine degli anni Settanta da una serie di correnti intellettuali che agli elementi agronomici ed ecologici aggiungono fattori legati all’antropologia, all’etno-ecologia, alla sociologia rurale e agli studi sullo sviluppo, con il risultato di mettere i saperi pratici dei contadini, connotati dagli orizzonti culturali locali, al centro del processo di sviluppo di un’agricoltura sostenibile. 

Questa centralità dei saperi contadini, della loro capacità di innovazione e adattamento legata alle condizioni agronomiche, sociali e culturali a livello locale, diventa lo strumento centrale di trasformazione del sistema agroalimentare ripreso dalle organizzazioni internazionali di contadini, pescatori, pastori, indigeni che difendono un modello di produzione agricolo non capitalistico. Infatti, il movimento internazionale per la sovranità alimentare, che nasce a Roma nel 1996 intorno all’elaborazione della sovranità alimentare proposta da la Via Campesina durante il Forum parallelo al World Food Summit della Fao, assume l’agroecologia come strumento centrale di lotta all’interno del sistema produttivo. 

La crisi globale legata alla speculazione sui prezzi del cibo evidenzia la necessità di trasformare il sistema agroalimentare, tanto da portare alla riforma del Comitato Mondiale per la Sicurezza Alimentare nel 2009. Le stesse negoziazioni sul cambiamento climatico, soprattutto in preparazione della Cop 21 di Parigi, la Conferenza delle Nazioni unite sul cambiamento climatico, hanno evidenziato come l’agricoltura industriale basata su pesticidi, sementi ibride e fertilizzanti risultante dalla «Rivoluzione verde» degli anni Sessanta, non fosse più sostenibile.

I movimenti agrari transnazionali per la sovranità alimentare, organizzati in convergenze globali come il Forum di Nyeleni 2015, sono riusciti ad affermare all’interno della Fao la centralità dell’agroecologia come pratica e modello produttivo di riferimento delle politiche pubbliche per trasformare il sistema agroalimentare mettendo in risalto come la natura politica dell’agroecologia richieda di trasformare le strutture di potere nella società.

Questo riconoscimento dell’agroecologia come elemento centrale per la trasformazione del sistema agroalimentare nel contesto delle negoziazioni sul cambiamento climatico, ha portato una vasta gamma di attori a utilizzare il termine agroecologia in modi molto diversi tra loro, cercando di appropriarsi del concetto per depotenziarne la sua portata trasformativa. In particolare, le grandi imprese, insieme ad alcuni stati e alle organizzazioni intergovernative che le sostengono, hanno spinto per una concezione annacquata dell’agroecologia, riducendola a un insieme di tecniche agricole volte a mitigare i danni ambientali associati all’agricoltura industriale. Il risultato è la limitazione del potenziale trasformativo dell’agroecologia senza mettere in discussione le disuguaglianze, lo sfruttamento e la distribuzione di valore dietro l’attuale sistema agroalimentare. 

Spesso questi attori, nel proporre una trasformazione del sistema agroalimentare, utilizzano i termini «agroecologia» e «intensificazione agricola sostenibile» in modo intercambiabile, oscurando le molteplici e importanti differenze tra questi approcci. 

Infatti, l’intensificazione agricola sostenibile è fondamentalmente incentrata sull’aumento di produttività agricola cercando di ridurre gli impatti negativi sull’ambiente e sulla salute, senza occuparsi delle questioni di governance, proprietà, potere o controllo sulle risorse necessarie a produrre, trasformare e distribuire il cibo. L’agroecologia, invece, pone l’accento sulla riduzione degli input esterni, una maggiore biodiversità, giustizia sociale e trasformazione politica attraverso un cambiamento profondo delle strutture e dei sistemi socioeconomici che danno forma al nostro sistema agroalimentare. Chi oscura le differenze tra i termini cerca di spogliare l’agroecologia di questo significato più profondo e del suo potenziale di trasformazione.

Il nuovo report del Centro Internazionale Crocevia su Agroecologia spazzatura: la finta transizione ecologica senza giustizia sociale, scritto insieme a Friends of the Earth International e il Transnational Institute si concentra su tre importanti iniziative internazionali di collaborazione pubblico-privato particolarmente importanti ed esemplificative di questo tentativo: (i) L’Iniziativa per un’Agricoltura Sostenibile (Sai), (ii) La Nuova Visione dell’Agricoltura (Nva) e (iii) La Nuova Coalizione per l’Economia Alimentare e l’Uso del Territorio (Folu). 

Sebbene vi siano differenze tra queste iniziative, operano secondo logiche simili con l’obiettivo di trasformare i piccoli proprietari terrieri in imprese agroalimentari sostenibili e con una visione politica comune di come i peggiori mali dell’attuale sistema agroalimentare possano essere mitigati senza alcuna redistribuzione fondamentale di valore, potere e/o controllo. 

Queste iniziative si avvalgono di sfumature agro-ecologiche – in particolare di alcuni strumenti e tecniche – ma mirano a preservare le attuali strutture sociali, politiche ed economiche che consentono di trarre enormi profitti dalle catene di valore globali di prodotti agricoli, e a garantire che i costi sociali e ambientali di questo sistema agroalimentare dominante siano sostenuti da altri, senza mettere in discussione le ingiuste relazioni socioeconomiche, politiche ed ecologiche su cui si basa.

Il report evidenzia la concezione di agroecologia, e del sistema agroalimentare, che viene portata avanti dalle multinazionali agroalimentari sia attraverso la Sai, la Nva e la Folu e altre iniziative simili multi-stakeholder, identificando tre principi comuni che le caratterizzano:

§  L’ossessione tecnologica-produttivista: le tre iniziative sono orientate dall’idea di poter aumentare (all’infinito) la produzione alimentare, come se questo fosse l’unico modo per affrontare la sfida di nutrire la popolazione in crescita con risorse limitate, ignorando che fame e malnutrizione a oggi sono causate dalle molte forme di disuguaglianza, esclusione, emarginazione ed espropriazione proprie dell’attuale sistema agroalimentare. La ricerca di un incremento della produzione alimentare all’infinito, utilizzando meno terra e meno lavoro, si affida acriticamente alla tecnologia per trovare soluzioni ai problemi dell’attuale sistema agroalimentare, nonostante la diffusa evidenza che la tecnologia da sola non è in grado di affrontare i complessi problemi sociali, politici, economici e culturali che sono all’origine della povertà, della fame e della malnutrizione, con il rischio di approfondire ulteriormente disuguaglianze ed esclusione. I veri promotori dell’agroecologia difendono invece un approccio più sfumato alla tecnologia, che valuta le singole tecnologie nel loro contesto sociale ed ecologico, e adotta solo quelle che possono avere un ruolo nell’affrontare le disuguaglianze sistemiche più profonde. In altri termini, l’agroecologia non si concentra solo sull’incremento della produttività, ma mira alla redistribuzione, alla diversità e al cibo come diritto umano, piuttosto che come merce per un profitto sempre maggiore.

§  L’ossessione per le nuove opportunità di business: le società impegnate nelle iniziative Sai, Nva e Folu hanno costruito le loro attività intorno all’attuale sistema agroalimentare. Il loro apparente abbraccio dell’agroecologia – nella sua forma riduzionista – si è verificato perché vedono la possibilità di nuove opportunità di business e profitti. Da un lato cercano di trarre profitto dalla «green economy», vedendo opportunità per maggiori profitti nel riciclaggio, la conservazione e le nuove «efficienze» nell’uso delle risorse. Allo stesso tempo, usando il linguaggio dei «modelli di business inclusivi», spingono agricoltori, pescatori e pastori a integrarsi nelle «catene del valore» globali sotto il loro controllo. Le imprese agroalimentari transnazionali traggono vantaggio quando i piccoli agricoltori, pescatori o pastori adottano la loro tecnologia brevettata – o i modelli di agricoltura intensiva con input «verdi» – o quando passano dalla produzione per il proprio consumo personale e i mercati locali alla vendita dei loro prodotti a giganteschi commercianti di materie prime globali. La pressione esercitata sui piccoli agricoltori, pescatori e pastori affinché entrino nelle catene globali del valore, sia come produttori che come consumatori, viene giustificata in primo luogo dal primato del «libero mercato» nel generare ricchezza e, in secondo luogo, dal fatto che la povertà dei contadini e degli altri produttori alimentari è il risultato della loro «esclusione» da quei mercati (piuttosto che dai termini contrattuali e dal potere negoziale in base ai quali possono accedere a questi mercati). Ecco perché la Sai, la Nva e la Folu si concentrano sul principio di «inclusione», ma non su quello di «redistribuzione».

§  L’ossessione per un nuovo modello di governance pubblico-privato: dalle crisi finanziarie e ambientali del 2008, il multilateralismo tra stati ha perso terreno a favore del «multistakeholderism»: un sistema di governance in cui le decisioni sono modellate da consultazioni con ampi gruppi di stakeholder (portatori di interessi), come governi, imprese, associazioni, dove le grandi imprese hanno il sopravvento. In teoria, la governance dei processi multi-stakeholder metterebbe sullo stesso piano diversi attori sociali, aziendali e statali dandogli stessi poteri di voto. Ma, in realtà, i diversi attori si trovano in posizioni di potere diverse, e hanno diverse capacità di far progredire i propri interessi e visioni. Il settore agroalimentare cerca attivamente di influenzare le Ong, i governi e le organizzazioni sociali, cercando di convincerli che le imprese debbano giocare un ruolo chiave nel plasmare e governare il nostro futuro collettivo globale, a partire dai sistemi agroalimentari

Il grande capitale agroalimentare è un attore chiave dietro la Sai, la Nva e la Folu. Oltre alle ben note multinazionali agroalimentari, anche molte aziende chimiche, imprese finanziarie, governi, le grandi Ong e fondazioni filantropiche sono impegnate nel sostenere queste iniziative a guida aziendale, e spesso promuovono l’«agroecologia spazzatura» cara agli attori industriali. 

Attraverso queste iniziative, le grandi aziende propongono possibili riforme per affrontare alcuni dei peggiori impatti delle loro attività. L’obiettivo finale, tuttavia, è quello di garantire che le grandi imprese possano continuare a trarre profitto, senza trasformare radicalmente né le ingiuste relazioni socioeconomiche, politiche ed ecologiche su cui si basa l’attuale sistema agroalimentare, né l’ideologia escludente e miope che lo legittima. Per «cambiare tutto, affinché nulla cambi» le grandi aziende hanno integrato selettivamente alcuni obiettivi, discorsi e pratiche chiave dell’agroecologia. Utilizzano significative risorse politiche, finanziarie, mediatiche e di pubbliche relazioni per far avanzare la loro visione riduzionista dell’agroecologia, con l’obiettivo di assicurare che concezioni più trasformative non mettano radici e non minaccino i loro profitti.

Tuttavia, secondo la dichiarazione dei movimenti agrari transnazionali che hanno organizzato il Forum internazionale per l’agroecologia del 2015 a Nyéléni, Mali, l’agroecologia rimane una questione profondamente politica. Una vera transizione agroecologica deve quindi andare di pari passo con politiche pubbliche che: i) garantiscano un ruolo centrale nella loro progettazione e attuazione a contadini, pescatori, pastori, altri produttori di cibo su piccola scala e ai lavoratori rurali e urbani; ii) siano coerenti con gli strumenti nazionali e internazionali in materia di diritti umani, tra cui la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei contadini e delle altre persone che lavorano nelle aree rurali; iii) favoriscano un’agroecologia fedele alla sua visione di sostenibilità dell’ecosistema e che affondi le sue radici nella giustizia sociale e ambientale. 

Le sfide che abbiamo davanti nell’attuale sistema agroalimentare devono anche essere affrontate a un livello profondo, non solo attraverso un migliore accesso ai mercati o alla tecnologia. Al contrario, la promozione di iniziative di «agroecologia spazzatura» apre la possibilità di un maggiore green washing delle forme di produzione socialmente ed ecologicamente distruttive, e radica più profondamente le dinamiche ingiuste che hanno portato alle crisi attuali.

*Mauro Conti ha conseguito un dottorato in Scienze Politiche e Sociologia presso l’Università della Calabria e l’International Institute of Social Studies -Erasmus University of Rotterdam. Ha lavorato come segretariato dell’International Planning Committee for Food Sovereignty dal 2011 al 2020 e ha ricoperto la carica di presidente del Centro Internazionale Crocevia dal 2016 al 2020. Attualmente è assegnista di ricerca presso l’Università della Calabria e consulente su agricoltura familiare presso la Fao. 

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