martedì 18 luglio 2017
lunedì 17 luglio 2017
Donato, il vigile che vide la mafia a Brescello prima di tutti. E ci ha rimesso il lavoro - Giulio Cavalli
Si
chiama Donato Ungaro e oggi guida bus di linea. Non vive più a Brescello,
"sono stato abbandonato, semplicemente" racconta al telefono nella
pausa veloce tra una corsa e l'altra. Ma non ha rimpianti, quelli no: "sto
scrivendo un libro per mettere in fila tutti i fatti che ho vissuto. Quando li
racconto ho sempre il timore di non essere creduto". E scrivere, per
Donato, è un tarlo a cui non riesce a rinunciare anche se l'ha messo nei guai.
Giornalista giornalista, con tanto di esame di stato. Sul pullman 32.
«Nel
1994 vengo a assunto come vigile urbano a Brescello», mi racconta. La Brescello
di Peppone e Don Camillo, la Brescello che è diventata notizia nazionale quando
un anno fa è stato il primo comune dell'Emilia-Romagna sciolto per mafia:
secondo le carte della Prefettura (poi confermate dal governo) a fare da
padrone sugli appalti e subappalti pubblici erano i tentacoli della cosca di
‘Ndrangheta guidata da Francesco Grande Aracri che l'ex sindaco Marcello
Coffrini non ebbe nessun problema nel descrivere come "una brava
persona" che egli stesso aveva "usato per dei lavori a casa
mia". «Quando sono stato assunto era sindaco Ermes Coffrini, padre dell'ex
sindaco Marcello. Avevo già la passione per il giornalismo e per l'inchiesta e
chiesi di avere l'autorizzazione a collaborare con alcune testate. Furono
entusiasti. L'8 marzo del 2002 scrissi il mio primo articolo per la Gazzetta di
Reggio».
Ma
c'era già sentore di mafia?
Sì.
Auto rovinate dall'acido. Minacce esplicite. Si diceva che fosse diventata
abitudine sparare contro le baracche dei cantieri che non si
"allineavano" al volere dei curtensi. E poi c'era Alfonso Diletto
(nipote di Grande Aracri, attualmente recluso in regime di 41bis
nell’ambito dell’operazione Aemilia nda) che in paese conoscevano tutti per i
suoi atteggiamenti. Ricordo in particolare un episodio: un giorno mi strappò
davanti alla faccia una multa per divieto di sosta che gli feci. Me lo strappò
in faccia, davanti a tutti. Quando poi lo ritrovai a casa sua mi disse che non
erano un problema i soldi della contravvenzione ma che non potevo fargli fare
una figura del genere davanti alla gente. Per loro contava soprattutto il senso
di impunità che dovevano poter esibire. Va detto che, nonostante se ne siano
dimenticati in tanti, Brescello è stata teatro di un omicidio di mafia che si
inserisce nella guerra tra il clan dei Dragone e i Grandi Aracri. Un omicidio
in grande stile, con killer travestiti da carabinieri e addirittura un'auto dei
carabinieri, ovviamente finta.
Ma
le forze dell'ordine cosa dicevano?
I
carabinieri cercavano di convincere la gente a lasciar perdere. Consigliavano
di non denunciare. Nel 1997 prende fuoco il garage del mio vicino di casa:
sento le urla e scendo per spegnere le fiamme. Arrivano anche i carabinieri.
erano evidenti le tracce di cherosene e addirittura anche la strisciata di
fiammifero sulla serranda di zinco. Il maresciallo mi chiede se io avevo avuto
qualche diverbio con i cutresi in paese e gli rispondo che, da vigile, non
tolleravo i loro soprusi. "Allora hanno sbagliato indirizzo, questo era
per lei", mi disse. E tutto finì lì.
Tu
invece avevi denunciato?
Decine
di denunce. Avevo denunciato diverse persone per oltraggio e per minacce. Ma
l'aspetto che più di tutti continua a stupirmi è che avevo fatto anche 5-6
segnalazioni per abusi edilizi e di queste segnalazioni non se n'è mai saputo
niente. Ne quartiere chiamato "Cutrello" (in quegli anni la comunità
vide una forte ondata immigratoria di cittadini cutresi legati all'eccezionale
sviluppo edilizio) mi ero reso conto di una palazzina in cui era stata
autorizzata la costruzione di 4 appartamenti mentre in realtà ne erano stati
fatti il doppio. Il sindaco mi disse di lasciar perdere. Nel 2002 avevo scritto
un articolo, con tanto di foto, in cui mostravo anche l'impresa più grande
della zona (la Bacchi) che estraeva illegalmente sabbia dal Po. Partì anche
un'inchiesta. Qualche settimana dopo mi hanno tagliato le gomme dell'auto. Di
Notte. Per ben due volte.
Quando
sei stato licenziato?
Il
28 novembre del 2002. Ufficialmente perché, secondo il Sindaco, rischiavo di
violare il "segreto d'ufficio". Il mio licenziamento comunque è
legato alla mancata costruzione di una centrale elettrica che avrebbe portato
al comune qualcosa come 50 milioni di euro oltre alle tasse di concessione (si
parlava dai 3 ai 9 miliardi di lire). Scrissi un articolo in cui una dottoressa
spiegava che proprio nella zona di Brescello c'era una concentrazione anomala
di tumori. Il sindaco si arrabbiò moltissimo. Sulla possibilità di costruzione
di quella centrale avevano investito in molti: Claudio Bacchi (titolare della
Bacchi) aveva già comprato i terreni agricoli con la promessa che li avrebbero
convertiti. Poi Bacchi s'è beccato, con la sua impresa, anche un'interdittiva
antimafia dalla Prefettura per contatti con persone di Cosa Nostra e con Grande
Aracri.
Possiamo
dire che i Coffrini non potevano non sapere che le mafie stavano mettendo le
mani sulla città?
Possiamo
dire che i Coffrini, padre e figlio, avevano in mano tutte le carte per capire
e giudicare. Ma bisogna tenere conto che i Grande Aracri sono clienti proprio
dello studio legale Coffrini e abbiamo tutti visto come Marcello Coffrini in
video non si faccia problemi nel difendere il boss. In paese i cittadini,
passato il rischio della centrale per cui si era anche creato un comitato
spontaneo, si sono "dimenticati" del pericolo. ¡E la condizione
tipica della colonizzazione: i figli sono compagni di gioco dei ragazzi di
Brescello. Addirittura alcuni in paese dicevano che Grande Aracri bisognava
lasciarlo in pace perché portava lavoro. E anche il comune godeva di una certa
impunità.
In
che senso?
Ti
racconto un altro episodio: quando sono stato licenziato il mio posto da vigile
è stato preso da un dipendentemente comunale che precedentemente guidava lo
scuolabus. Dopo qualche mese in paese gira la voce che questo sia dotato di
pistola. Per scrupolo vado dai carabinieri e chiedo se gli è stato comunicato
che io non ho più in uso l'arma. Mi rispondono che non ne sapevano nulla.
Allora faccio una segnalazione in Procura: c'era in giro per Brescello una
persona armata che usava una pistola intestata al sindaco e che risultava
essere in uso a me. Una cosa gravissima. Roba da galera. Qualche giorno dopo mi
arriva una raccomandata dal Comune che mi dice che avevano sistemato tutto. E
nessuno è mai stato punito. Nessuno.
Però
poi c'è stato lo scioglimento del comune e gli arresti dell'operazione Aemilia.
Qualcuno ti ha chiesto scusa?
Nessuno.
Tieni conto che io ho perso anche il lavoro con le diverse redazioni con cui
collaboravo, come la Gazzetta di Reggio e TeleReggio. Ma il problema è
soprattutto politico: qui non ci sono gli anticorpi. Inutile dirlo. Io non sono
nemmeno mai stato ascoltato dalla commissione antimafia regionale. Niente. Del
resto a Brescello, lo dicono le carte dell'indagine Aemilia, i cutresi spostano
qualcosa come 400 voti. Decidi le sorti di un sindaco, con 400 voti. Ma anche
fuori da Brescello la musica non è cambiata: quando sono finito a fare
l'autista mi è stata affidata la direzione del giornale del Dopolavoro
dell'Azienda Trasporto Passeggeri Emilia Romagna, "L'Informatore".
Anche qui sono stato licenziato dopo un'intervista a Claudio Fava in cui
denunciava la forza delle mafie nella nostra regione. Si dice che l'ordine di
licenziarmi sia arrivato direttamente dalla presidenza dell'azienda.
Eppure
il tuo licenziamento è stato dichiarato illegittimo, no?
Da
tre sentenze. Tre. La prima nel 2010, poi la Corte d'Appello nel 2013 e infine
la Cassazione nel 2015. Ma il comune ha fatto un reintegro non regolare: il
comune mi ha inviato una raccomandata a mezzogiorno dicendomi che
avrei dovuto presentarmi al lavoro alle 7 del mattino dopo. Una cosa ovviamente
impossibile e che non rispetta i contratti di lavoro che prevedono un preavviso
di almeno 30 giorni. Quando sono arrivati i commissari, dopo lo scioglimento
per mafia, ho sperato che ci mettessero una pezza ma niente. Tieni conto che lo
scioglimento manda a casa i politici ma rimangono ovviamente tutti i funzionari
che quei politici hanno nominato. E anche i sindacati non si sono visti.
L'unica che mi è stata vicina è una consigliera comunale della Lega Nord,
nonostante le posizioni politiche diametralmente opposte rispetto alle mie. Ora
sono qui, ridotto a fare l'autista.
Ma
una speranza di avere giustizia?
Dovrei
intentare una nuova causata ci ho già rimesso 15 anni della mia vita. Basterebbe
annullare il mio licenziamento, come è già avvenuto numerose volte da altre
parti. Ma non c'è la volontà. Alla Camera c'è un'interrogazione di Giovanni
Paglia a cui il ministro non ha mai risposto.
E
quindi?
Quindi
scrivo. Sto scrivendo un libro. Racconterò tutto. Ancora.
Cemento Mori - Paolo Biondani
Paolo Biondani ha scritto per L’Espresso attualmente in
edicola Cemento Mori, un reportage ragionato
e documentato sul nuovo rischio di ulteriore cementificazione che
corrono le coste della Sardegna a
causa della proposta di nuova legge regionale urbanistica presentata
dalla Giunta Pigliaru.
Da leggere, per informarsi.
Nessuno potrà dire che non sapeva…
Gruppo d’Intervento Giuridico onlus
da L’Espresso, 15 luglio 2017
Cemento Mori.
«Assalto al litorale della Sardegna. Addio legge salvacoste. La giunta vara
la controriforma dell’edilizia. Renato Soru insorge:” Il Pd ha tradito”». (Paolo Biondani)
Il Pd di Berlusconi, pardon, il Pdl ha varato nel 2009 il famoso piano
casa: più cemento per tutti, senza regole e senza piani urbanistici, sfruttando
un sistema di aumenti automatici di volume per la massa dei fabbricati
esistenti. Ora la giunta del Pd che governa la Sardegna progetta un inatteso
bis, sotto forma di piano alberghi: via libera con un’apposita legge a nuove
costruzioni turistiche, ecomostri compresi, perfino nella fascia costiera
finora considerata inviolabile, cioè spiagge, pinete, scogliere e oasi verdi a
meno di trecento metri dal mare.
Il programma di questo presunto centrosinistra sardo è di applicare proprio
il sistema berlusconiano degli aumenti di volume in percentuale fissa (che
premia con maggiori quantità di cemento i fabbricati più ingombranti) a tutte
le strutture ricettive, belle o brutte, piccole o enormi, presenti o future,
compresi ipotetici hotel non ancora esistenti. Una deregulation edilizia in
aperto contrasto con la legge salva-coste approvata dieci anni fa dall’allora
governatore Renato Soru e dal suo assessore all’urbanistica Gianvalerio Sanna,
cioè con una riforma targata Pd che nel frattempo è stata presa a modello da
una generazione di studiosi, architetti, urbanisti e amministratori pubblici
non solo italiani.
La contro-riforma odierna è nascosta tra i cavilli del disegno di legge
approvato il 14 marzo scorso dalla giunta regionale presieduta da Francesco
Pigliaru, il professore di economia eletto nel 2014 alla testa del Pd. La
normativa ora è all’esame finale della commissione per il territorio:
l’obiettivo della maggioranza è di portare in consiglio regionale un testo
blindato, da approvare in tempi stretti, senza modifiche, subito dopo l’estate.
Sulla carta avrebbe dovuto trattarsi della nuova legge urbanistica che la Sardegna attendeva da un decennio per completare la riforma di Soru, con impegni precisi: stop all’edilizia speculativa, obbligo per tutti i comuni di rispettare limiti chiari anche fuori dalla fascia costiera, per difendere tutto il territorio, fermare il consumo di suolo e favorire il recupero o la ristrutturazione dei fabbricati già esistenti.
All’articolo 31, però, spunta il colpo di spugna: «al fine di migliorare qualitativamente l’offerta ricettiva», si auto-giustifica il testo di legge, «sono consentiti interventi di ristrutturazione, anche con incremento volumetrico, delle strutture destinate all’esercizio di attività turistico-ricettive». Il concetto chiave è l’incremento volumetrico: la norma approvata dall’attuale giunta di centrosinistra, proprio come il piano-casa del governo Berlusconi, autorizza aumenti di cubatura del 25 cento «anche in deroga agli strumenti urbanistici» in vigore, compresa la legge salvacoste. Insomma, se siete in vacanza in una spiaggia immacolata della Sardegna, fatevi un bel bagno: potrebbe essere l’ultimo.
Sulla carta avrebbe dovuto trattarsi della nuova legge urbanistica che la Sardegna attendeva da un decennio per completare la riforma di Soru, con impegni precisi: stop all’edilizia speculativa, obbligo per tutti i comuni di rispettare limiti chiari anche fuori dalla fascia costiera, per difendere tutto il territorio, fermare il consumo di suolo e favorire il recupero o la ristrutturazione dei fabbricati già esistenti.
All’articolo 31, però, spunta il colpo di spugna: «al fine di migliorare qualitativamente l’offerta ricettiva», si auto-giustifica il testo di legge, «sono consentiti interventi di ristrutturazione, anche con incremento volumetrico, delle strutture destinate all’esercizio di attività turistico-ricettive». Il concetto chiave è l’incremento volumetrico: la norma approvata dall’attuale giunta di centrosinistra, proprio come il piano-casa del governo Berlusconi, autorizza aumenti di cubatura del 25 cento «anche in deroga agli strumenti urbanistici» in vigore, compresa la legge salvacoste. Insomma, se siete in vacanza in una spiaggia immacolata della Sardegna, fatevi un bel bagno: potrebbe essere l’ultimo.
Hotel, alberghi, pensioni, residence, multiproprietà e lottizzazioni
turistiche di ogni tipo vengono infatti autorizzati non solo a gonfiarsi di un
quarto, cementificando nuovi pezzi di costa, ma anche a sdoppiarsi, spostando
gli aumenti di volume in «corpi di fabbrica separati». «In pratica si può
costruire un secondo hotel o residence in aggiunta al primo anche nella fascia
costiera in teoria totalmente inedificabile», denuncia l’avvocato Stefano
Deliperi, presidente del Gruppo d’intervento giuridico (Grig),
che per primo ha lanciato l’allarme. «Ma non basta: i nuovi aumenti di volume
si possono anche sommare agli incrementi autorizzati in passato, ad esempio con
il piano casa o con le famigerate 235 deroghe urbanistiche che furono approvate
tra il 1990 e il 1992 dall’allora giunta sarda», sottolinea il legale, che
esemplifica: «Un hotel di 30 mila metri cubi che deturpa una spiaggia, per
effetto dei due aumenti cumulativi del 25 per cento ciascuno, sale quasi a
quota 50 mila: per l’esattezza, si arriva a 46.875 metri cubi di cemento».
L’ex presidente della Regione, Renato Soru, spiega all’Espresso di essere
«molto preoccupato per la cecità di una classe dirigente che sta mettendo in
pericolo il futuro della Sardegna». «Con l’assessore Sanna eravamo partiti da
una constatazione pratica», ricorda Soru: «Grazie ad anni di studi e ricerche
abbiamo potuto far vedere e dimostrare che più di metà delle coste della
Sardegna, parlo di circa 1.100 chilometri di spiagge, erano già state
urbanizzate e cementificate. Di fronte a una situazione del genere, in una
regione come la nostra, qualsiasi persona di buonsenso dovrebbe capire che i
disastri edilizi del passato non devono più ripetersi.
Oggi tutti noi abbiamo il dovere morale e civile di difendere un territorio straordinario che è la nostra più grande risorsa e la prima attrattiva turistica: le bellissime spiagge della Sardegna sono la nostra vera ricchezza, che va conservata e protetta per le generazioni future. Per questo la nostra legge prevede una cosa molto semplice e logica: nella fascia costiera non si costruisce più niente. Zero cemento, senza deroghe e senza eccezioni per nessuno. E in tutta la Sardegna bisogna invece favorire la riqualificazione dell’edilizia esistente, il rifacimento con nuovi criteri di troppe costruzioni orrende o malfatte. Quindi via libera alle ristrutturazioni, alle demolizioni e ricostruzioni, al risparmio energetico. Con regole certe e uguali per tutti, perché l’edilizia in Italia può uscire veramente dalla crisi solo se viene tolta dalle mani della burocrazia e della politica».
Oggi tutti noi abbiamo il dovere morale e civile di difendere un territorio straordinario che è la nostra più grande risorsa e la prima attrattiva turistica: le bellissime spiagge della Sardegna sono la nostra vera ricchezza, che va conservata e protetta per le generazioni future. Per questo la nostra legge prevede una cosa molto semplice e logica: nella fascia costiera non si costruisce più niente. Zero cemento, senza deroghe e senza eccezioni per nessuno. E in tutta la Sardegna bisogna invece favorire la riqualificazione dell’edilizia esistente, il rifacimento con nuovi criteri di troppe costruzioni orrende o malfatte. Quindi via libera alle ristrutturazioni, alle demolizioni e ricostruzioni, al risparmio energetico. Con regole certe e uguali per tutti, perché l’edilizia in Italia può uscire veramente dalla crisi solo se viene tolta dalle mani della burocrazia e della politica».
A questo punto Soru confessa di essere uscito dai palazzi della regione,
alla fine della sua presidenza, proprio «a causa dei continui scontri
sull’urbanistica». E dall’altra parte della barricata, a tifare per il cemento,
non c’era solo il centrodestra, ma anche «quella parte del Pd che ora è al
potere». Da notare che Soru, per eleganza o per imbarazzo, evita di fare il
nome dell’attuale presidente, anche se sarebbe legittimato ad accusarlo di
tradimento politico, visto che Pigliaru era stato suo assessore ai tempi della
legge salva-coste.
Oggi però lo stop al cemento sulle spiagge più belle d’Italia rischia di trasformarsi in un bel ricordo. Gli avvocati del Grig hanno già catalogato «ben 495 strutture turistico-ricettive della fascia costiera che potrebbero approfittare dell’articolo 31. Stiamo parlando di milioni di metri cubi di cemento in arrivo», rimarca Deliperi, evidenziando che il disegno di legge ha una portata generale, per cui si applica anche, anzi soprattutto alle strutture più contestate, quelle che si sono meritate l’epiteto di ecomostri. Come il residence-alveare “Marmorata” di Santa Teresa di Gallura, l’albergone “Rocce Rosse” a picco sugli scogli di Teulada, la fallimentare maxi-lottizzazione turistica “Bagaglino” a ridosso delle spiagge di Stintino, i turbo-hotel “Capo Caccia” e “Baia di Conte” ad Alghero e troppi altri. Il premio percentuale infatti non dipende dalla qualità del fabbricato, ma dalla cubatura: più l’ecomostro è grande, più è autorizzato a occupare terreno vergine con nuove colate di cemento.
Oggi però lo stop al cemento sulle spiagge più belle d’Italia rischia di trasformarsi in un bel ricordo. Gli avvocati del Grig hanno già catalogato «ben 495 strutture turistico-ricettive della fascia costiera che potrebbero approfittare dell’articolo 31. Stiamo parlando di milioni di metri cubi di cemento in arrivo», rimarca Deliperi, evidenziando che il disegno di legge ha una portata generale, per cui si applica anche, anzi soprattutto alle strutture più contestate, quelle che si sono meritate l’epiteto di ecomostri. Come il residence-alveare “Marmorata” di Santa Teresa di Gallura, l’albergone “Rocce Rosse” a picco sugli scogli di Teulada, la fallimentare maxi-lottizzazione turistica “Bagaglino” a ridosso delle spiagge di Stintino, i turbo-hotel “Capo Caccia” e “Baia di Conte” ad Alghero e troppi altri. Il premio percentuale infatti non dipende dalla qualità del fabbricato, ma dalla cubatura: più l’ecomostro è grande, più è autorizzato a occupare terreno vergine con nuove colate di cemento.
Il progetto di legge, per giunta, equipara agli alberghi da allargare, e
quindi trasforma in volumi gonfiabili di cemento, addirittura le «residenze per
vacanze», sia «esistenti» che ancora «da realizzare», cioè quelle montagne di
seconde case che restano vuote quasi tutto l’anno, arricchiscono solo gli
speculatori edilizi, ma deturpano per sempre il paesaggio. Con la nuova
dirigenza del Pd, insomma, il vecchio piano casa è diventato un piano seconde
case, secondi alberghi e seconde lottizzazioni. E tutto questo in Sardegna, la
regione-gioiello che tra il 2004 e il 2006 aveva saputo cambiare il clima
politico e culturale sull’urbanistica, spingendo decine di amministrazioni
locali di mezza Italia a imitare la legge Soru, fermare il consumo di suolo e
limitare finalmente uno sviluppo edilizio nocivo e insensato.
Gianvalerio Sanna, l’ex assessore regionale oggi relegato a fare politica nel suo comune d’origine, ama parlar chiaro: «Questo disegno di legge è una vera porcata. La giunta del Pd sta facendo quello che non era riuscito a fare il governo di centrodestra. Le nostre norme, ancora in vigore, favoriscono con incentivi e aumenti di volume solo la demolizione e lo spostamento dei fabbricati fuori dalla fascia costiera dei 300 metri. Questo vale già adesso anche per gli alberghi e i campeggi. Per allargarli e rimodernarli con criterio non c’è nessun bisogno di cementificare le spiagge».
Gianvalerio Sanna, l’ex assessore regionale oggi relegato a fare politica nel suo comune d’origine, ama parlar chiaro: «Questo disegno di legge è una vera porcata. La giunta del Pd sta facendo quello che non era riuscito a fare il governo di centrodestra. Le nostre norme, ancora in vigore, favoriscono con incentivi e aumenti di volume solo la demolizione e lo spostamento dei fabbricati fuori dalla fascia costiera dei 300 metri. Questo vale già adesso anche per gli alberghi e i campeggi. Per allargarli e rimodernarli con criterio non c’è nessun bisogno di cementificare le spiagge».
I dati sono allarmanti già oggi. «Le coste della Sardegna sono invase da
oltre 210 mila seconde case: appartamenti sfitti, che mediamente restano
disabitati per 350 giorni all’anno», enumera Sanna: «Il nostro obiettivo,
condiviso da migliaia di cittadini che proprio per questo hanno votato Pd alle
elezioni regionali, era di liberare dal cemento, gradualmente e armonicamente, tutta
la zona a mare, che è la più preziosa. La nuova giunta sta facendo il
contrario. L’edilizia è tornata merce di scambio: il piano casa, che fu
giustificato da Berlusconi come rimedio eccezionale contro la crisi
dell’edilizia, diventa la norma. La deroga diventa la regola. Così la politica
si mette al servizio delle grandi lobby, degli interessi di pochi, a danno
della cittadinanza e di tutte le persone che amano la Sardegna».
Quando allude a scambi, Sanna non usa parole a caso. Nella minoranza del Pd rimasta fedele a Soru sono in molti a evidenziare una singolare coincidenza: la controriforma urbanistica sta nascendo proprio mentre gli sceicchi del Qatar, i nuovi padroni miliardari della Costa Smeralda, annunciano l’ennesima ondata di progetti edilizi per super ricchi, per ora bloccati proprio dalla legge Soru. Per ingraziarsi la classe politica sarda, lo stesso gruppo arabo ha comprato dal crac del San Raffaele anche il cantiere fallimentare del nuovo ospedale di Olbia. E ora gli sceicchi sembrano aspettarsi che i politici, in cambio, aboliscano proprio i vincoli ambientali sulla costa.
Quando allude a scambi, Sanna non usa parole a caso. Nella minoranza del Pd rimasta fedele a Soru sono in molti a evidenziare una singolare coincidenza: la controriforma urbanistica sta nascendo proprio mentre gli sceicchi del Qatar, i nuovi padroni miliardari della Costa Smeralda, annunciano l’ennesima ondata di progetti edilizi per super ricchi, per ora bloccati proprio dalla legge Soru. Per ingraziarsi la classe politica sarda, lo stesso gruppo arabo ha comprato dal crac del San Raffaele anche il cantiere fallimentare del nuovo ospedale di Olbia. E ora gli sceicchi sembrano aspettarsi che i politici, in cambio, aboliscano proprio i vincoli ambientali sulla costa.
«Con questa legge vergognosa il presidente Pigliaru sta contraddicendo
anche se stesso», commenta amaramente Maria Paola Morittu, la combattiva
avvocata di Cagliari che oggi è vicepresidente nazionale di Italia Nostra: «Per
smentire la sua giunta, al professor Pigliaru basterebbe rileggere le proprie
pubblicazioni accademiche, in cui scriveva e dimostrava che il consumo di suolo
è disastroso non solo per l’ambiente, per il paesaggio, ma anche per lo
sviluppo economico».
Carte alla mano, l’avvocata di Italia Nostra e il suo collega Deliperi passano in rassegna la successione di leggi edilizie della Sardegna, per concludere che oggi il Pd sardo sta facendo indietro tutta. La buona urbanistica insegna come e dove costruire case sicure in luoghi vivibili senza distruggere il territorio. In Italia se ne parla solo quando si contano le vittime evitabili di alluvioni, frane, valanghe, terremoti e altri disastri che di naturale hanno solo le cause immediate.
Carte alla mano, l’avvocata di Italia Nostra e il suo collega Deliperi passano in rassegna la successione di leggi edilizie della Sardegna, per concludere che oggi il Pd sardo sta facendo indietro tutta. La buona urbanistica insegna come e dove costruire case sicure in luoghi vivibili senza distruggere il territorio. In Italia se ne parla solo quando si contano le vittime evitabili di alluvioni, frane, valanghe, terremoti e altri disastri che di naturale hanno solo le cause immediate.
In Sardegna, dopo decenni di edilizia selvaggia, la legge Soru e il
conseguente piano paesaggistico regionale – studiato da un comitato
tecnico-scientifico presieduto da Edoardo Salzano, un gigante dell’urbanistica
– hanno fissato per la prima volta due principi fondamentali: basta cemento a
meno di 300 metri dal mare; solo edilizia regolata e limitata in tutta la
restante fascia geografica costiera, che di norma si estende fino a tre
chilometri dalle spiagge. «In campagna elettorale il Pd guidato da Pigliaru
aveva promesso di estendere la legge Soru a tutta la Sardegna, obbligando anche
i comuni interni ad applicare i piani paesaggistici», osservano desolati i due
avvocati. Passate le elezioni, il vento è cambiato.
In Italia, prima della recessione, venivano cementificati a norma di legge oltre 45 milioni di metri quadrati di terra all’anno. Nel 2015, nonostante la crisi, si è continuato a costruire nuovi appartamenti e capannoni per oltre 12 milioni di metri quadrati (dati Istat). «Con la legge salvacoste la Sardegna ha saputo lanciare un nuovo modello di sviluppo sostenibile», rivendica Soru. Ora la grande retromarcia della giunta seduce le lobby dei grandi albergatori, che organizzano convegni esultanti contro «l’ambientalismo che danneggia il turismo». Resta però da capire se, alle prossime elezioni, la maggioranza dei cittadini sardi si fiderà ancora di un Pd che imita il berlusconismo, col rischio di riabilitarlo.
In Italia, prima della recessione, venivano cementificati a norma di legge oltre 45 milioni di metri quadrati di terra all’anno. Nel 2015, nonostante la crisi, si è continuato a costruire nuovi appartamenti e capannoni per oltre 12 milioni di metri quadrati (dati Istat). «Con la legge salvacoste la Sardegna ha saputo lanciare un nuovo modello di sviluppo sostenibile», rivendica Soru. Ora la grande retromarcia della giunta seduce le lobby dei grandi albergatori, che organizzano convegni esultanti contro «l’ambientalismo che danneggia il turismo». Resta però da capire se, alle prossime elezioni, la maggioranza dei cittadini sardi si fiderà ancora di un Pd che imita il berlusconismo, col rischio di riabilitarlo.
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domenica 16 luglio 2017
Basta vivere di speranze smetto con la ricerca per vendere ricambi d'auto - Massimo Piermattei
Pubblichiamo un estratto della lettera con cui Massimo Piermattei, storico
dell'Integrazione europea, ha dato l'addio alla ricerca e all'Università. Alla
lettera è seguito su social network e siti specializzati un dibattito virale,
che ha coinvolto centinaia di studiosi italiani e dall'estero, sullo stato di
salute dell'università italiana e sulle difficoltà che incontra chi ambisce
alla carriera accademica in Italia. (da Repubblica del 12-07-2017)
Ciao, sono Massimo. Ero uno storico dell'Integrazione europea, ho 39 anni e ho deciso di smettere con l'Università. Se partecipassi a un gruppo di auto-aiuto, inizierei così. Ma è solo la mia storia. La racconto, sì, anche a scopo terapeutico. Per me stesso, o forse non solo. Ho iniziato a studiare Storia dell'integrazione europea all'università, e fu un colpo di fulmine. Dopo il dottorato ho iniziato a farmi le ossa: un periodo all'estero, un assegno di ricerca, i contratti. Da allora ho scritto due monografie e più di 25 saggi e articoli in italiano e inglese; ho partecipato a seminari e convegni portando in giro per il mondo il nome dell'università per cui lavoravo. Ma non è di questo che voglio parlare. In questi giorni ho trovato la forza di portare a termine un percorso travagliato in cui mi dibattevo da anni. Ho sempre rinviato, nella speranza che qualcosa cambiasse. Ma la svolta non c'è stata, e la scelta si è fatta improrogabile: restare o andar via?
Ciao, sono Massimo. Ero uno storico dell'Integrazione europea, ho 39 anni e ho deciso di smettere con l'Università. Se partecipassi a un gruppo di auto-aiuto, inizierei così. Ma è solo la mia storia. La racconto, sì, anche a scopo terapeutico. Per me stesso, o forse non solo. Ho iniziato a studiare Storia dell'integrazione europea all'università, e fu un colpo di fulmine. Dopo il dottorato ho iniziato a farmi le ossa: un periodo all'estero, un assegno di ricerca, i contratti. Da allora ho scritto due monografie e più di 25 saggi e articoli in italiano e inglese; ho partecipato a seminari e convegni portando in giro per il mondo il nome dell'università per cui lavoravo. Ma non è di questo che voglio parlare. In questi giorni ho trovato la forza di portare a termine un percorso travagliato in cui mi dibattevo da anni. Ho sempre rinviato, nella speranza che qualcosa cambiasse. Ma la svolta non c'è stata, e la scelta si è fatta improrogabile: restare o andar via?
Noi siamo diversi Chi prova a entrare nell'Accademia conosce già le sue regole, scritte e (soprattutto) non scritte. Perciò nessuno può dire: "Io non sapevo". Si accetta liberamente, sperando che i finali amari riguardino gli altri: perché noi siamo diversi, o perché il merito, alla lunga, viene fuori. È vero, il sistema sa sedurti con mille promesse: contratti, pubblicazioni, convegni. Gli anni passano, e quando la speranza inizia a vacillare, ti ripeti: basta ingoiare ancora un po'. E giù appelli, seminari, lezioni gratuite: così l'ordinario di turno appalta gran parte delle ore che gli spettano e per le quali, tra l'altro, è pagato. Lui, non tu.
La costante riduzione di fondi per l'Università, unita alla crescente chiusura del reclutamento, ha fatto sì che i professori ordinari abbiano visto crescere in modo esponenziale il loro potere. Sono come un imperatore che decide, con un gesto del pollice: tu sì, tu no. Certo, ci sono le "lotterie" dei bandi nazionali ed europei, ma siamo appunto nel mondo del gratta e vinci. Le tante riforme varate per premiare il merito hanno finito per danneggiare solo i più deboli. E anche quello sul merito è un ritornello stucchevole: la scarsità di soldi e di posti scatena la guerra tra chi è dentro e chi è fuori e, ancor peggio, tra poveri.
Maestri e orfani Di fatto, per entrare hai bisogno di un "maestro" che ti aiuti a costruire un curriculum spendibile e di un "tutore" che ti faccia passare i concorsi, o comunque ti garantisca posizioni e risorse: due figure che spesso coincidono. Le eccezioni ci sono, ma confermano la regola, e permettono al sistema di giustificarsi: "Vedete? È tutto trasparente". Se non li hai, un maestro e un tutore, sei orfano, e per gli orfani non c'è futuro. Magari qualcuno ti aiuterà per un po', ma finisce lì. E io, da un po' di tempo a questa parte, ero orfano. Circondato da sorrisi al motto "non aderire e non sabotare", che è poi, alla prova dei fatti, un sabotaggio. Ma pilatesco, perché manca il coraggio di dirti: "Per te non c'è posto, fai altro".
Cosa può fare un orfano testardo che voglia comunque provare a costruirsi una carriera? Si dibatte tra i contratti d'insegnamento e le collaborazioni. I primi, in cambio dell'opportunità di tenere un piede dentro e farti chiamare "professore", garantiscono pochi soldi in cambio di un'enorme mole di lavoro (l'ultimo che ho avuto era di 1.500 euro lordi per 60 ore di lezione e una decina di appelli d'esame). Le seconde, oltre a essere tassate in modo clamoroso, portano via tempo ed energie. A perderci, naturalmente, è la ricerca. Il bisogno di soldi spiega tra l'altro la figura del "marchettaro", il fenomeno per cui uno studioso precario scopre un improvviso interesse per un argomento di cui non gli importa nulla, ma se lo studia gli danno 500 o mille euro. Spesso mesi o anni dopo la consegna del lavoro. Il tutto in un contesto umiliante, in cui si aspetta mesi un appuntamento cruciale. E chi sta dall'altra parte finge di non sapere che un intoppo burocratico può avere per te conseguenze devastanti: "Ti avevo detto che l'assegno non sarà rinnovato?".
La retorica della fuga Conosco il ritornello: si può sempre partire, no? Comprendo bene le ragioni di chi lascia l'Italia per l'estero, ma su questo punto ha preso piede una retorica imbarazzante. È passata l'idea per cui se lavori fuori sei bravo; se hai scelto l'Italia sei, come minimo, complice del sistema. Non c'è spazio per l'ipotesi che tu sia rimasto perché non potevi espatriare o per provare a cambiare le cose. Invece sarebbe bello raccontare anche le storie di chi dedica tempo ed energie alle università italiane. Che, se continuano a popolare il mondo di eccellenze, forse così male non sono. Certo, direte: chi non riesce a entrare può sempre giocarsi le sue competenze fuori.
Peccato che i formulari degli uffici pubblici propongano sempre le stesse laconiche opzioni: diploma, laurea, altro. Ecco cos'è il dottorato di ricerca per il mondo del lavoro e per le istituzioni italiane: altro. Un pezzo di carta. Un errore di gioventù. E cosa succede al "giovane" studioso che a quasi 40 anni non ha ancora una prospettiva? Semplice: si trova a un bivio. Se insiste con la carriera, sa che una famiglia la costruirà, forse, molto più in là. Se privilegia la famiglia, le opportunità di lavoro si riducono drasticamente. I figli, poi, una catastrofe.
Quanti sacrifici hanno fatto mia moglie e i miei due bimbi perché io potessi ancora tentare. Chi si occupa di discipline umanistiche è un orfano tra gli orfani. Nel discorso pubblico, ormai da anni, vale solo la "tecnica", la ricerca "vera". E la Storia? Roba per perditempo. Lo studio del passato è scomodo perché mette a nudo il presente, e poi non è pop, non è fatto di anglicismi, slogan, formule. Lungi da me il denigrare la scienza: viva le macchine! Viva i laboratori! (Da qualche settimana, per vivere, vendo ricambi d'auto). Ma il nostro rifiuto della Storia è vergognoso.
E ciò che soprattutto rimane inaccettabile è lo spreco di risorse di un'intera generazione. Quante persone ho incontrato in dieci anni; quanti talenti. Quanta rabbia nel vederli appassire.Oggi sono uno di loro. Me ne vado per dignità. Non rinnego quel che ho fatto, perché mi ha fatto crescere come persona e come uomo. Non è una resa, ma un issare le vele per tornare in mare aperto. "Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede". Smetto quando voglio.
sabato 15 luglio 2017
venerdì 14 luglio 2017
VACCINISMO DI GUERRA/2 - Alexik
[A questo link il
capitolo precedente]
“Oggi vorrei parlarvi di come si può creare la leadership per
rendere questo decennio la decade dei vaccini…. Paesi donatori, dovete
incrementare i vostri investimenti nei vaccini e nell’immunizzazione, anche se
state affrontando crisi di bilancio….
Tutti voi, 193 stati membri, dovete fare dei vaccini il focus centrale dei vostri sistemi sanitari, per assicurare che tutti i vostri bambini accedano ai vaccini ora esistenti e ai nuovi vaccini nel momento in cui diverranno disponibili”.
Tutti voi, 193 stati membri, dovete fare dei vaccini il focus centrale dei vostri sistemi sanitari, per assicurare che tutti i vostri bambini accedano ai vaccini ora esistenti e ai nuovi vaccini nel momento in cui diverranno disponibili”.
Con queste parole Bill Gates, il 17 maggio 2011, arringava i rappresentanti
dei 193 Stati riuniti a Ginevra per l’assemblea annuale dell’Organizzazione
Mondiale della Sanità.
Il fatto potrebbe sembrare bizzarro, e suscitare domande del tipo:
Ma non si occupava di informatica? Perché all’assemblea generale dell’OMS hanno fatto intervenire lui, e non – ad esempio – un premio Nobel per la medicina
E soprattutto, con quale autorità l’uomo più ricco del mondo detta l’agenda e definisce le priorità sanitarie dell’OMS e degli Stati membri?
Il fatto potrebbe sembrare bizzarro, e suscitare domande del tipo:
Ma non si occupava di informatica? Perché all’assemblea generale dell’OMS hanno fatto intervenire lui, e non – ad esempio – un premio Nobel per la medicina
E soprattutto, con quale autorità l’uomo più ricco del mondo detta l’agenda e definisce le priorità sanitarie dell’OMS e degli Stati membri?
Suppongo che la risposta sia da ricercare in un vecchio articolo del Sole
24 Ore, che spiegava come la quota del bilancio dell’OMS coperta dai contributi
degli Stati membri fosse passata dall’80% del 1970 al 24% del 2010, e come il
restante 76% fosse costituito da donazioni volontarie1.
Nel 2010 la Bill & Melinda Gates Foundation (BMGF) aveva versato donazioni volontarie all’OMS per 219.787.513 $, il 9,6% dell’intero bilancio dell’Organizzazione di quell’anno, posizionandosi come secondo donatore dopo gli Stati Uniti.
Una sua creatura, la GAVI – Global Alliance for Vaccines and Immunisation (una partnership fra pubblico e privato che comprende le principali corporations del settore) – aveva versato all’OMS altri 39.106.302 $.
Ulteriori donazioni, molto più modeste, provenivano direttamente da Sanofi Aventis (4.417.959 $), Glaxosmithkline (523.844 $), Pfizer (200.000 $) e Pfizer /Wyeth pharmaceuticals (1.895.000 $), Novartis (500.000 $), rispettivamente il secondo, terzo, quarto e quinto produttore mondiale di vaccini per fatturato 2013.
Il contributo della Gates Foundation era comunque di gran lunga preponderante, e conferiva alla fondazione un peso superiore a quello della maggior parte degli stati membri, soprattutto dei più poveri.
Del resto la fondazione, con 43,5 miliardi $ di patrimonio, pesa tuttora più dell’intera OMS.
Nel 2010 la Bill & Melinda Gates Foundation (BMGF) aveva versato donazioni volontarie all’OMS per 219.787.513 $, il 9,6% dell’intero bilancio dell’Organizzazione di quell’anno, posizionandosi come secondo donatore dopo gli Stati Uniti.
Una sua creatura, la GAVI – Global Alliance for Vaccines and Immunisation (una partnership fra pubblico e privato che comprende le principali corporations del settore) – aveva versato all’OMS altri 39.106.302 $.
Ulteriori donazioni, molto più modeste, provenivano direttamente da Sanofi Aventis (4.417.959 $), Glaxosmithkline (523.844 $), Pfizer (200.000 $) e Pfizer /Wyeth pharmaceuticals (1.895.000 $), Novartis (500.000 $), rispettivamente il secondo, terzo, quarto e quinto produttore mondiale di vaccini per fatturato 2013.
Il contributo della Gates Foundation era comunque di gran lunga preponderante, e conferiva alla fondazione un peso superiore a quello della maggior parte degli stati membri, soprattutto dei più poveri.
Del resto la fondazione, con 43,5 miliardi $ di patrimonio, pesa tuttora più dell’intera OMS.
E’ da notare come l’OMS non disponga liberamente dei finanziamenti privati,
perché si tratta in genere di fondi finalizzati al sostegno di progetti
specifici scelti dai donatori stessi.
In pratica i donatori finanziano l’OMS giusto perché apponga il suo logo a legittimazione dei loro stessi progetti.
Margaret Chan, ai tempi in cui era Direttrice generale dell’OMS, espresse in modo chiaro il livello di sostanziale privatizzazione e di subalternità della massima autorità mondiale in materia di salute: “il mio budget è altamente destinato, per questo viene diretto verso quelli che io chiamo interessi dei donatori”2.
In pratica i donatori finanziano l’OMS giusto perché apponga il suo logo a legittimazione dei loro stessi progetti.
Margaret Chan, ai tempi in cui era Direttrice generale dell’OMS, espresse in modo chiaro il livello di sostanziale privatizzazione e di subalternità della massima autorità mondiale in materia di salute: “il mio budget è altamente destinato, per questo viene diretto verso quelli che io chiamo interessi dei donatori”2.
Per capire come si è arrivati a questo punto, occorre riavvolgere di una
ventina d’anni il nastro della storia.
Tornare al 1997, anno in cui Bill Gates scoprì di essere buono, e decise di dare origine e sostanze alla William H. Gates Foundation (confluita nel 2000 nella BMGF), votata al ‘miglioramento della salute globale‘.
Era un periodo particolarmente favorevole all’espansione dell’intervento privato nel settore dei cd ‘aiuti allo sviluppo’.
Il muro di Berlino era crollato da qualche anno, e di conseguenza il budget che gli Stati a capitalismo avanzato dedicavano alla cooperazione internazionale si era drasticamente ridotto, dato che non veniva considerato più così necessario acquistare il consenso delle classi dirigenti del cd ‘terzo mondo’ per distoglierle dall’insano proposito di cambiare schieramento.
Erano altresì crollate, sotto i colpi del Fondo Monetario e dalla Banca Mondiale, le velleità di molti paesi di Asia, Africa e America Latina di creare un proprio sistema sanitario pubblico e universalistico.
Vi era dunque ampio spazio per l’introduzione al suo posto di un modello filantroprico privato, che fingesse di portare soccorso alle vittime delle politiche di aggiustamento strutturale mentre, al contempo, ne condivideva in pieno il fondamento ideologico.
Tornare al 1997, anno in cui Bill Gates scoprì di essere buono, e decise di dare origine e sostanze alla William H. Gates Foundation (confluita nel 2000 nella BMGF), votata al ‘miglioramento della salute globale‘.
Era un periodo particolarmente favorevole all’espansione dell’intervento privato nel settore dei cd ‘aiuti allo sviluppo’.
Il muro di Berlino era crollato da qualche anno, e di conseguenza il budget che gli Stati a capitalismo avanzato dedicavano alla cooperazione internazionale si era drasticamente ridotto, dato che non veniva considerato più così necessario acquistare il consenso delle classi dirigenti del cd ‘terzo mondo’ per distoglierle dall’insano proposito di cambiare schieramento.
Erano altresì crollate, sotto i colpi del Fondo Monetario e dalla Banca Mondiale, le velleità di molti paesi di Asia, Africa e America Latina di creare un proprio sistema sanitario pubblico e universalistico.
Vi era dunque ampio spazio per l’introduzione al suo posto di un modello filantroprico privato, che fingesse di portare soccorso alle vittime delle politiche di aggiustamento strutturale mentre, al contempo, ne condivideva in pieno il fondamento ideologico.
Il fondatore della Microsoft si buttò in questa avventura applicando alla
sua fondazione umanitaria le stesse logiche d’impresa sviluppate nell’ impero
del software, sia per quanto riguarda gli aspetti gestionali che gli obiettivi
da raggiungere.
Coinvolse nel suo progetto filantropico nuovi ‘azionisti’, in particolari suoi simili come Warren Buffets, ‘uomo più ricco del mondo 2008’ secondo la classifica di Forbes, amministratore delegato della Berkshire Hathaway (gigante delle assicurazioni) e genio delle speculazioni finanziarie.
Buffets versò alla BMGF un obolo da 30 miliardi di dollari nel 2006. Di altri donatori miliardari si prevede l’arrivo in seguito al “the Giving Pledge”, l’iniziativa lanciata dai Gates per convincere ricchi filantropi (sembra fossero già 141 alla fine del 2015) a devolvere parte delle loro fortune verso cause caritatevoli.
Coinvolse nel suo progetto filantropico nuovi ‘azionisti’, in particolari suoi simili come Warren Buffets, ‘uomo più ricco del mondo 2008’ secondo la classifica di Forbes, amministratore delegato della Berkshire Hathaway (gigante delle assicurazioni) e genio delle speculazioni finanziarie.
Buffets versò alla BMGF un obolo da 30 miliardi di dollari nel 2006. Di altri donatori miliardari si prevede l’arrivo in seguito al “the Giving Pledge”, l’iniziativa lanciata dai Gates per convincere ricchi filantropi (sembra fossero già 141 alla fine del 2015) a devolvere parte delle loro fortune verso cause caritatevoli.
E’ una carità ‘business friendly’, non in contrasto con le dinamiche che
minano la salute dei popoli, come il saccheggio delle loro risorse, i conflitti
istigati da appetiti stranieri, la distruzione delle economie di
autosussistenza ad opera delle multinazionali dell’agroindustria, la fuga dalle
campagne che rigonfia gli immensi slums delle periferie urbane.
E’ una carità che rafforza proprio queste dinamiche, come nel caso del sostegno dei Gates, dei Rockfeller, dei Bono alla Green Revolution 2.0, ovvero la ‘soluzione’ Monsanto alla fame nel mondo.
E’ una carità che si sostituisce al concetto di giustizia sociale, e si abbatte come una bomba finanziaria sulle politiche degli Stati e delle istituzioni internazionali, condizionandone gli obiettivi, deviando la ricerca, indirizzando l’informazione.
E’ una carità che rafforza proprio queste dinamiche, come nel caso del sostegno dei Gates, dei Rockfeller, dei Bono alla Green Revolution 2.0, ovvero la ‘soluzione’ Monsanto alla fame nel mondo.
E’ una carità che si sostituisce al concetto di giustizia sociale, e si abbatte come una bomba finanziaria sulle politiche degli Stati e delle istituzioni internazionali, condizionandone gli obiettivi, deviando la ricerca, indirizzando l’informazione.
Nelle parole di Arundhati Roy,
essa rappresenta solo una piccola percentuale dei profitti, “ma una piccola parte che si misura in miliardi. Sufficiente per
decidere le priorità del mondo, comprare le politiche dei governi, determinare
i programmi universitari, finanziare ONG e attivisti. Quei soldi danno [a
Bill Gates e alla consorte Melinda] il potere di plasmare il
mondo come vogliono”.
E difficilmente i loro voleri possono divergere dagli interessi che
rappresentano, dall’ideologia che li pervade, dalla visione verticistica e
tecnocratica che pretendono di applicare indifferentemente al business dei
computer o alla salute mondiale.
L’ottica tecnocratica agisce per schemi semplificati, come il sistema
binario dei software.
Formula risposte semplicistiche per problematiche complesse, quali la malattia e la cura, che vengono avulse dal loro contesto sociale e ambientale.
Produce ‘soluzioni’ tecniche per obiettivi molto specifici, senza curarsi dell’impatto generale sui sistemi su cui vengono calate (ovviamente dall’alto). Soluzioni tecniche che diventano dogma, escludendo, attraverso strategie fortemente aggressive, ogni possibile alternativa ed obiezione.
Fra le soluzioni tecniche, i vaccini sono una delle principali passioni dei Gates, da utilizzare massivamente nella lotta alle malattie trasmissibili presenti e future, secondo metodologie standardizzate da attuare in ogni paese del mondo, a prescindere da ogni analisi sulla loro necessità o utilità in un determinato contesto.
Formula risposte semplicistiche per problematiche complesse, quali la malattia e la cura, che vengono avulse dal loro contesto sociale e ambientale.
Produce ‘soluzioni’ tecniche per obiettivi molto specifici, senza curarsi dell’impatto generale sui sistemi su cui vengono calate (ovviamente dall’alto). Soluzioni tecniche che diventano dogma, escludendo, attraverso strategie fortemente aggressive, ogni possibile alternativa ed obiezione.
Fra le soluzioni tecniche, i vaccini sono una delle principali passioni dei Gates, da utilizzare massivamente nella lotta alle malattie trasmissibili presenti e future, secondo metodologie standardizzate da attuare in ogni paese del mondo, a prescindere da ogni analisi sulla loro necessità o utilità in un determinato contesto.
“I vaccini sono una tecnologia estremamente elegante. Sono poco
costosi, sono facili da consegnare ed è dimostrato che proteggono i bambini
dalle malattie. Alla Microsoft abbiamo sognato delle tecnologie così potenti e
allo stesso momento così semplici“.
Certo, nell’ambito della lotta alle malattie trasmissibili, è ‘più costosa
e più difficile da consegnare’ l’accessibilità per tutti alle reti di
distribuzione dell’acqua potabile, ai sistemi fognari e di depurazione, ad
abitazioni salubri, a presidi sanitari pubblici e diffusi, in grado di
intervenire sulle priorità dei territori.
Obiettivi possibili solo con un rafforzamento del settore pubblico. Ma sarebbe una contraddizione in termini se il filantrocapitalismo volesse rafforzare ciò che il capitalismo tenta di distruggere.
Obiettivi possibili solo con un rafforzamento del settore pubblico. Ma sarebbe una contraddizione in termini se il filantrocapitalismo volesse rafforzare ciò che il capitalismo tenta di distruggere.
L’idea di partnership fra pubblico e privato promossa dalla BMGF
funziona diversamente, sul modello della Global Alliance for Vaccines and
Immunisation (GAVI).
GAVI è una fondazione di diritto svizzero con sede a Ginevra, nata nel 2000 grazie alla forte volontà dei Gates e ad uno stanziamento da parte della BMGF di 750.000.000 $, a cui si aggiunsero contributi della Federazione Internazionale delle Industrie Farmaceutiche (IFPMA), della Banca Mondiale, della US Agency for International Development (USAID), del Programme for Appropriate Technology in Health (PATH).
La GAVI è partecipata, oltre che dalla BMGF, da paesi donatori e da paesi riceventi aiuto, dalle multinazionali farmaceutiche, dalle istituzioni internazionali (OMS, UNICEF, Banca Mondiale).
GAVI è una fondazione di diritto svizzero con sede a Ginevra, nata nel 2000 grazie alla forte volontà dei Gates e ad uno stanziamento da parte della BMGF di 750.000.000 $, a cui si aggiunsero contributi della Federazione Internazionale delle Industrie Farmaceutiche (IFPMA), della Banca Mondiale, della US Agency for International Development (USAID), del Programme for Appropriate Technology in Health (PATH).
La GAVI è partecipata, oltre che dalla BMGF, da paesi donatori e da paesi riceventi aiuto, dalle multinazionali farmaceutiche, dalle istituzioni internazionali (OMS, UNICEF, Banca Mondiale).
La partnership pubblico/privato all’interno della GAVI funziona così:
Le istituzioni pubbliche mettono la maggior parte dei soldi (19.252.000.000 $ nel 2015).
I donatori privati mettono un’altra parte dei soldi (4.290.000.000 $ nel 2015)3.
Le industrie farmaceutiche li incassano.
Le istituzioni pubbliche mettono la maggior parte dei soldi (19.252.000.000 $ nel 2015).
I donatori privati mettono un’altra parte dei soldi (4.290.000.000 $ nel 2015)3.
Le industrie farmaceutiche li incassano.
Nell’ambito della GAVI i donatori ricchi cofinanziano le campagne di
immunizzazione di un gruppo scelto di paesi poveri.
Sostengono la ricerca delle case farmaceutiche per lo sviluppo di vaccini che non avrebbero una forte domanda sul mercato, garantendo l’acquisto futuro del prodotto.
In cambio, le case farmaceutiche si impegnano ad adeguarsi a determinati standard qualitativi e di prezzo. All’industria produttrice restano i brevetti e i profitti.
L’obiezione secondo cui i donatori potrebbero, con gli stessi soldi, finanziare la ricerca sui vaccini dei centri di ricerca pubblici, per poi metterli a disposizione del mondo a prezzi bassissimi, non trova particolare ascolto4.
Sostengono la ricerca delle case farmaceutiche per lo sviluppo di vaccini che non avrebbero una forte domanda sul mercato, garantendo l’acquisto futuro del prodotto.
In cambio, le case farmaceutiche si impegnano ad adeguarsi a determinati standard qualitativi e di prezzo. All’industria produttrice restano i brevetti e i profitti.
L’obiezione secondo cui i donatori potrebbero, con gli stessi soldi, finanziare la ricerca sui vaccini dei centri di ricerca pubblici, per poi metterli a disposizione del mondo a prezzi bassissimi, non trova particolare ascolto4.
E il prezzo comincia ad essere un problema. Dal 2001 al 2014 i vaccini
previsti dal programma di immunizzazione dell’OMS sono aumentati da 6 a 12, con
un incremento fino a 68 volte del prezzo dell’intero pacchetto per i paesi
esclusi dall’aiuto del GAVI.
Per Médecins Sans Frontières, la causa degli aumenti è da ricercare nella proprietà dei brevetti da parte di un ristretto gruppo di industrie5.
Ma Bill Gates ha liquidato personalmente l’appello di MSF per un abbassamento dei prezzi, dicendo che esso avrebbe potuto dissuadere le aziende farmaceutiche ad impegnarsi nella ricerca e sviluppo sui prodotti salvavita per i paesi poveri6.
Per Médecins Sans Frontières, la causa degli aumenti è da ricercare nella proprietà dei brevetti da parte di un ristretto gruppo di industrie5.
Ma Bill Gates ha liquidato personalmente l’appello di MSF per un abbassamento dei prezzi, dicendo che esso avrebbe potuto dissuadere le aziende farmaceutiche ad impegnarsi nella ricerca e sviluppo sui prodotti salvavita per i paesi poveri6.
Insomma, per il filantrocapitalismo, il prezzo di mercato è un dogma
indiscutibile, impermeabile a qualsiasi considerazione etica.
La GAVI non serve a calmierarlo, ma a garantire alle imprese farmaceutiche mercati di sbocco.
Le mancano, però, gli strumenti per ampliarli a dismisura, sfruttandone tutte le possibilità di espansione.
Per questo ci vuole un’autorità superiore che imponga una forte accelerazione delle coperture vaccinali in tutto il mondo.
Per questo ci vuole l’OMS. (Continua)
La GAVI non serve a calmierarlo, ma a garantire alle imprese farmaceutiche mercati di sbocco.
Le mancano, però, gli strumenti per ampliarli a dismisura, sfruttandone tutte le possibilità di espansione.
Per questo ci vuole un’autorità superiore che imponga una forte accelerazione delle coperture vaccinali in tutto il mondo.
Per questo ci vuole l’OMS. (Continua)
(*) Tratto da Carmillaonline.
1.
Da Bill Gates a Big Pharma una pioggia di aiuto. I
finanziatori? Sempre più «volontari», Il Sole 24 Ore Sanita’ – N.43 – 15
novembre 2011. Articolo riportato a p. 34 della rassegna stampa della
Federazione ordine dei Farmacisti del 16/11/11.
2.
Sheri Fink, W.H.O. Leader describes
Agency’s Ebola Operations, The New York Times, 4/09/14.
Dichiarazione riportata sul dettagliato dossier: Global Justice Now, Gated Development. Is the
Gates Foundation always a force for good?, giugno 2016, p. 48.
3.
Actionaid, L’Italia e
l’Alleanza Globale per le Vaccinazioni. Verso un nuovo approccio per
la partecipazione italiana al GAVI, la partnership pubblico privata per
l’immunizzazione, Aprile 2016, p. 8.
4.
Amit Kumar, Jacob Pulivel, GAVI funding and
assessment of vaccine cost-effectiveness, The Lancet, 20 January
2007.
5.
Médecins Sans Frontières,The Right Shot: bringing
down barriers to affordable and adapted vaccines, gennaio 2015,
p. 6.
6.
Bill Gates dismisses
criticism of high prices for vaccines, The Guardian, 27/01/15
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