lunedì 10 luglio 2017
sabato 8 luglio 2017
giovedì 6 luglio 2017
La materia è utile, perché incenerirla? - A Sud
Quella degli inceneritori è stata una strada sbagliata. Parole di Ida Auken, ex
ministro dell’ambiente danese, dimessosi proprio per la questione inceneritori.
Una
strada sbagliata che ha portato il paese nord europeo verso una crisi sistemica
di gestione. Secondo Eurostat, la produzione di rifiuti urbani della Danimarca
pro capite è la più alta in Europa: 747 kg a persona nel 2013 (rispetto a una
media europea di 481 kg). Circa il 60%per cento di
questi rifiuti domestici, inclusi i rifiuti organici ad alta potenzialità
calorifica, vengono inviati direttamente all’inceneritore più vicino
(ufficialmente, solo il 3 per cento viene inviato alla discarica a livello nazionale,
ma questo numero non include ceneri e scorie da incenerimento che in quanto
“rifiuti speciali” spesso non vengono poi riportati nelle statistiche relative
agli urbani, pur derivando da essi).
Questa dipendenza dagli
inceneritori ha causato l’impossibilità per la Danimarca di raggiungere gli
obiettivi europei fissati dalla direttiva comunitaria per il 2020 (Direttiva
quadro 2008/98) tra cui quello del 50% di recupero di materia visto che il paese incenerisce più del 60% dei rifiuti. Motivo
per il quale alla Danimarca è stato concesso di adottare il calcolo
semplificato, in cui il 50% si computa sulle sole frazioni carta, vetro,
plastica e metallo. Ma ora la UE sta
discutendo obiettivi ancora più ambiziosi (il 65 o 70%) e sul totale del
rifiuto urbano, ossia senza semplificazioni di calcolo, e questo sta mettendo
in forte crisi il sistema danese di gestione dei rifiuti. Per risolvere questa criticità, e riallineare
la gestione anche con gli obiettivi della strategia energetica che prevede il
100% di energia rinnovabile al 2015 (mentre dall’ incenerimento viene prodotta
energia in gran parte di origine fossile, come dalla componente plastica) il
ministero dell’ambiente due anni fa elaborò una nuova Strategia Nazionale
(“Denmark without waste”) per abbandonare progressivamente l’utilizzo degli
inceneritori favorendo e incentivando il riciclo dei materiali.
Con
i suoi 26 inceneritori, il sistema danese dimostra quanto, al di là
dell’impiantistica avanzata e di ultima generazione, skyline e piste da sci
sulle ciminiere, l’incenerimento dei rifiuti resti una pratica insostenibile,
poco redditizia e messa in profonda crisi dagli obiettivi della strategia sulla
Economia Circolare, attualmente in discussione a livello europeo.
Tanto che la stessa
Commissione Europea, a fine Gennaio ha adottato una Comunicazione sulla Energia
da Rifiuto, che mette in guardia contro il ricorso eccessivo all’incenerimento,
raccomanda di disinvestire dallo stesso, e chiede di terminare i sussidi alla
produzione energetica che, ad oggi, costituisce lo strumento fondamentale (e
deteriore, essendo pagato dalla collettività) per garantire l’equilibrio
economico dell’incenerimento.
Inceneritori
italiani, tra processi, infrazioni e traffico illecito di rifiuti.
Dei
40 impianti di incenerimento italiano – che bruciano rifiuti urbani e speciali,
venti sono sotto la lente della magistratura con inchieste in corso per
traffico illecito di rifiuti, violazioni della normativa ambientale, incidenti,
emissioni sopra i limiti di legge di diossine e metalli pesanti. Per
altri 12 impianti sono stati accertati violazioni delle prescrizioni
dell’Autorizzazione integrata ambientale. Alcuni, anche nel recente passato,
vennero chiusi, dopo accertamenti della Magistratura, per avere falsificato i
dati sulle emissioni. C’ è anche da sottolineare che rispettare un limite non
significa comunque rispettare la salute, visto peraltro che alcune sostanze,
come il nanoparticolato, non sono attualmente regolamentate, e che i
monitoraggi generalmente non coprono le fasi di accensione/spegnimento per le
manutenzioni periodiche, in cui si hanno emissioni ben superiori che in
condizioni operative standard.
L’inceneritore di Bolzano non è da meno visto che vanta un processo per emissione di sostanze nocive oltre i limiti di legge dopo l’incendio avvenuto a novembre 2013. La realtà degli inceneritori italiani è costellata di incendi, malagestione, illeciti e costituisce da Nord a Sud del paese, fonte di aumento di ricoveri ospedalieri per gravi patologie.
L’inceneritore di Bolzano non è da meno visto che vanta un processo per emissione di sostanze nocive oltre i limiti di legge dopo l’incendio avvenuto a novembre 2013. La realtà degli inceneritori italiani è costellata di incendi, malagestione, illeciti e costituisce da Nord a Sud del paese, fonte di aumento di ricoveri ospedalieri per gravi patologie.
L’incenerimento dei rifiuti
resta una pratica insostenibile, che sottrae la possibilità di recuperare
materia in favore del recupero di energia e che non consente di incrementare
processi virtuosi di riduzione a monte dei rifiuti secondo i percorsi della
Economia Circolare. Che peraltro, sarebbero quelli più efficienti anche dal
punto di vista della minimizzazione dei costi e della creazione di indotto
occupazionale.
Energia
o materia?
A parità di materiale,
l’energia recuperata con incenerimento è inferiore a quella risparmiata
riciclando lo stesso materiale. Il riciclo è quindi da 2 a 5 volte più
efficiente del recupero energetico e questo fattore determina un vantaggio
economico diretto, oltre a un migliore uso delle risorse e a un vantaggio
ambientale.
Quindi, per motivi energetici
ed economici, è urgente programmare la conversione dei sistemi di raccolta
rifiuti verso il massimo riciclo. Conversione che comprende la riprogettazione
dei prodotti per ridurre i materiali non riciclabili immessi a consumo, oppure
le plastiche miste, difficilmente recuperabili.
Ad esempio, se la media di
produzione di residuo secco indifferenziato si riducesse a 75 kg per abitante
all’anno, un obiettivo già raggiunto da molti Comuni italiani, sarebbe
sufficiente una capacità di smaltimento di 4.5 milioni di tonnellate. I 40
impianti di incenerimento hanno una capacità totale di circa 8 milioni di
tonnellate.
Raggiungere questo obiettivo
consentirebbe un uso razionale delle risorse, riutilizzando le materie per nuovi
prodotti, e un sensibile risparmio di energia.
I
distretti che hanno seguito con coerenza i percorsi Rifiuti Zero, proprio
grazie alla assenza di inceneritori, come la Provincia di Treviso, già oggi
producono solo 50 kg/ab.anno di rifiuto indifferenziato residuo, e si sono
posti l’obiettivo di arrivare a 10 kg nel 2023. Cosa
possibile in quanto non hanno sul loro territorio la rigidità di un
inceneritore da alimentare con i tonnellaggi previsti dal “business plan”.
Pertanto, la materia è più
preziosa dell’energia.
[Nota di
approfondimento a cura di A Sud, Energia per L’Italia, Ugi Colleferro e Zero
Waste Europe]
mercoledì 5 luglio 2017
intervista a Serge Latouche
(di Didier Harpagès)
Una volta lei ha detto al suo
psicoanalista: «Non ero discepolo di nessuno, ma avrò dei discepoli!». Pensava
al mestiere di insegnante che ha fatto in modo singolarmente innovativo?
Eravamo nel «dopo maggio ’68» e lei abbatteva una serie di barriere che molti
suoi colleghi tentavano di rialzare. Ci faceva un corso straordinario che
apriva moltissime porte. Alle parole del «maestro» seguivano dibattiti
ricchi e stimolanti in cui c’era sempre un atteggiamento critico. Insomma lei
non era soporifero! Ha mai fatto una riflessione critica sul ruolo del pedagogo
e più in generale sul posto che l’insegnamento deve avere nella società?
In effetti nel maggio ’68 la questione
della pedagogia veniva sollevata un po’ dovunque nel mondo della scuola. Si
trattava di mettere in discussione il rapporto insegnante-allievo, i corsi
tradizionali e il baronato. Questi problemi mi hanno sempre appassionato. Avevo
fatto già una piccola esperienza di insegnante in Africa e nel Laos e il mio
interesse per la psicoanalisi mi ha portato a
interrogarmi sui rapporti maestro-discepolo e insegnante-allievo. In quel
momento uscivano anche molti testi freudo-marxisti, come quelli di Wilhelm
Reich, o I ragazzi felici di Summerhill [1],
importantissimo all’epoca, che metteva in discussione l’insegnamento
tradizionale. Non sono arrivato a conclusioni definitive né a una teoria
precisa in fatto di pedagogia, ma tutto questo mi ha posto interrogativi che mi
hanno seguito durante tutta la mia vita di insegnante. Il problema del
transfert, ben noto in psicoanalisi, aveva ovviamente richiamato la mia
attenzione. Sono stato sempre colpito da una certa analogia tra il rapporto tra
analista e paziente e quello tra maestro e allievo. Lo vivevo mentre cercavo di
analizzarlo, di tenerne conto e di ricavarne degli orientamenti
nell’insegnamento. Penso d’altronde che nel corso della mia carriera non ho
sempre insegnato allo stesso modo. All’inizio vedevo i miei studenti un po’
come cavie per tentare nuove forme di rapporto insegnante-allievo, sforzandomi
di rompere la relazione classica. Verso la fine sono tornato saggiamente a un
rapporto più tradizionale, avendo capito i limiti delle esperienze innovatrici.
Nel senso che rimetteva in qualche modo
una distanza tra lei e gli studenti.
Sì, una distanza, ma senza arroganza e
senza cercare di abusare del potere che inevitabilmente ha il maestro, il
«soggetto che si suppone sappia» come diceva Lacan, sugli allievi.
Aveva discussioni con i suoi colleghi
sull’argomento?
A Lille, negli anni che hanno seguito il
’68, non ero il solo a cercare delle formule nuove. Ho tenuto per diversi anni
corsi liberi a Paris VIII – eravamo ancora a Vincennes – ed era fuori
discussione fare lezioni tradizionali. L’insegnante doveva ascoltare gli
studenti e la cosa a volte creava delle derive. È vero che il maestro è nella
posizione del «soggetto che si suppone sappia». Dunque si deve prendere sul
serio, credere nel suo ruolo, sapere che si trova in una posizione gerarchica
dominante, ma non considerarsi onnipotente perché è a sua volta qualcuno che
impara. Invece, l’idea che sia lo studente a dettar legge a lezione non ha
senso. A Vincennes alcune lezioni si trasformavano in discussioni da bar. Dopo
un po’ la cosa non interessava più nessuno.
Il corso di epistemologia che lei teneva
all’Università di Lille negli anni settanta era incentrato sulla critica
dell’economia. Per meglio fustigare l’insieme del discorso economico, lei
si appoggiava alla psicoanalisi e all’antropologia, ma criticava anche le
diverse teorie chiamate in causa. L’economia politica classica era messa in
discussione dal marxismo, di cui però lei cominciò rapidamente a segnalare la
perversa tendenza economicistica, distinguendo tra il giovane Marx e il Marx
maturo. E questa messa in discussione costante portava a un discorso coerente e
strutturato. Pensa di essere dotato di una predisposizione psicologica
all’esercizio della critica oppure pensa semplicemente che il suo lavoro
intellettuale, la sua riflessione filosofica, siano le uniche fonti del
percorso libertario da cui deriva il suo pensiero critico?
È difficile stabilire quale sia la parte
giocata dalla personalità e quale quella giocata dalla riflessione
intellettuale nel risultato finale. Un mio libro di cui si è parlato poco e che
non ha avuto un grande successo, Le Procès de la science sociale,
per me è stato una tappa importante[2]. È in qualche modo il mio «discorso sul
metodo». Sono stato molto influenzato dalla psicoanalisi. La psicoanalisi ci
dice, secondo la formula di Lacan, che il reale è l’impossibile. Non si accede
direttamente al reale, si accede ai sintomi, e la loro analisi permette di
smascherare qualcosa del reale. Questo in qualche modo coincide con la
concezione della teoria critica della Scuola di Francoforte, secondo la quale
la conoscenza del reale si raggiunge attraverso la critica dell’ideologia.
L’ideologia fa costantemente da schermo tra noi e l’accesso al reale. Gli
uomini, come diceva Pareto, costruiscono dei discorsi giustificatori, delle
derivazioni, che sono il risultato della loro realtà ma che al tempo stesso la
mascherano. Io credo che si acceda alla realtà con la critica del discorso
giustificatorio e che questa critica permetta di avere un effetto di
disvelamento della realtà. Ho tentato di sistematizzare questo approccio in
quel piccolo libro, giocando sulla parola «processo», al tempo stesso messa in
discussione e movimento. Il discorso dell’economia politica è il
discorso dell’ideologia della borghesia dominante. Rivela qualcosa del
capitalismo ma contemporaneamente lo maschera. La sua critica non può essere soltanto
una critica logica, come quella che Marx ha tentato di fare. La
psicoanalisi e l’antropologia forniscono una dimensione estremamente importante
per il disvelamento e permettono di non ricadere, come ha fatto Marx, nella trappola
di quello che aveva denunciato (leggi anche Decrescita con Marx,
ndr). […]
Alcuni esperti scientifici fanno un lavoro
prezioso denunciando gli effetti del degrado dell’ambiente sulla nostra salute.
Ma molto spesso non collocano questa problematica all’interno di un
contesto economico e sociale, come se in qualche modo volessero rinunciare alla
critica.
Probabilmente ciò è dovuto alla
specializzazione del ricercatore, che si concentra su un campo specifico e di
conseguenza non ha una visione globale. Gli scienziati spesso sono così, non
vogliono vedere quello che succede al di fuori del loro settore. Ma se si pensa
al fatto sociale totale di Marcel Mauss non si può dire che lo stesso avvenga
nella stessa misura nelle scienze sociali. Invece la specializzazione degli
economisti permette di oscurare il resto e di trascurare le interdipendenze.
Vorrei tornare su una questione importante
ma delicata affrontata nella conversazione con Daniele Pepino. Su temi come
l’uscita dall’euro, la rilocalizzazione, la difesa dell’attività contadina, il
ritorno a un certo protezionismo – temi che una sinistra antiliberale,
antiproduttivista e anticapitalistica potrebbe ragionevolmente fare propri – si
nota che convergono i punti di vista di forze politiche xenofobe,
conservatrici e reazionarie di estrema destra, che hanno inserito quei
contenuti nei loro programmi. Sicuramente da parte di tali forze c’è
parecchio opportunismo e la loro è una strategia soltanto di bassa politica ed
elettoralistica. Ma come ha detto Frédéric Lordon: «A forza di farci rubare le
idee dal Front National ci ritroveremo senza niente!». Che cosa devono
fare gli obiettori di crescita su questi argomenti per evitare la confusione e
il discredito? Non è indispensabile una certa pedagogia per distinguere, ad
esempio, la sovranità delle nazioni e dei loro capi dalla sovranità del popolo?
Oppure, non è necessario chiarire che una moneta comune sarebbe preferibile, in
nome di questa sovranità, alla moneta unica?
La frase di Frédéric Lordon è divertente
e rivelatrice. Sì, lui si ritroverà senza niente, ma noi no. Il problema sta
nel fatto che il programma dei neokeynesiani viene ripreso dal Front National.
Il nostro invece esprime soprattutto il rifiuto della crescita e dunque va
molto più lontano, in quanto presuppone un cambiamento di paradigma. Senza dubbio la
destra riprende alcune nostre idee, e si può capire, perché la cosa
risponde ad aspirazioni reali. Del tipo: bisogna uscire dalla disoccupazione!
Ma dalla disoccupazione non si uscirà con le ricette neoclassiche o
neokeynesiane tradizionali. C’è bisogno di una rottura, ma non per far
ripartire la macchina crescita-occupazione, bensì per promuovere un’economia più o
meno stazionaria che separi la creazione di posti di lavoro dalla crescita del
PIL. Noi
abbiamo sempre detto che l’obiettivo non è di impadronirsi dello Stato così
com’è, nazionalista, chiuso, ma di procedere sulla strada dell’autogoverno, e
questo di certo non è l’obiettivo del Front National. D’altra parte, noi
possiamo essere favorevoli alla riappropriazione del mercato interno, ma non
per ripiegamento nazionalista, estremamente pericoloso, ma al contrario per
distruggere la concezione dello Stato-nazione come luogo esclusivo del rifugio
e dell’identità. Allo stesso modo, la riappropriazione della moneta per noi non
vuol dire riproporre una moneta nazionale con tanto di Banca centrale. Si
tratta al contrario di riappropriarsi della moneta in quanto bene comune del
popolo, di cui il popolo controlla la creazione e l’utilizzazione. La
riappropriazione indubbiamente pone problemi enormi, ad esempio quello del
rapporto tra generazioni. In quanto riserva di valori, la moneta permette agli
anziani di vivere grazie ai contributi sociali dei giovani. È evidente che
questioni del genere non possono essere risolte con meccanismi finanziari ma
devono basarsi su decisioni democratiche.
Personalmente sono convinto però che la
riappropriazione della moneta non debba tradursi in una rottura dei legami
culturali con i nostri vicini europei. Uscire dall’euro non sarebbe abbandonare
l’Europa?
Affatto! Perché se rifiutiamo questa
Europa economica e monetaria rifiutiamo anche la Francia del nazionalismo.
Vogliamo ritrovare le regioni, ma non per farne degli Stati-nazione in
miniatura, che sarebbe riprodurre in peggio i difetti del nazionalismo, come
sfortunatamente fanno i nostri amici baschi e catalani. Sarebbe peggio perché
il nazionalismo di minuscoli Stati non avrebbe la forza di uno Stato
potente in grado in qualche modo di resistere alle multinazionali, e perché la
cosa non risolverebbe in nessun modo il problema della distruzione dello Stato.
Dunque è
necessario uscire dal paradigma dello Stato e riappropriarsi dell’autogoverno, il quale in un certo
senso non ha limiti. Intendiamoci, la democrazia deve essere locale ma al tempo
stesso senza frontiere: non c’è nessuna ragione di mettere barriere identitarie
alle frontiere della Bretagna, della Francia, della Germania e anche dell’Europa.
Esiste un’identità culturale europea così come esiste un’identità culturale
bretone o francese: bisogna concepire un meccanismo di osmosi. Al contrario, se
c’è una cosa che non bisogna abolire è la frontiera monetaria, che bisogna
invece moltiplicare. Le monete locali sono indispensabili, perché una moneta
europea in presenza di leggi sociali, ambientali e culturali diverse distrugge
le specificità. E le specificità sono essenziali, perché permettono il dialogo
e l’arricchimento reciproco. L’omologazione distrugge ogni forma di
diversità e di dialogo. L’ultima cosa da fare è creare una moneta unica. Si
possono utilizzare monete di conto comuni per facilitare gli scambi, ma la
moneta unica è la volpe nel pollaio, è la concorrenza di tutti contro tutti.
[…]
Ho notato un’ambivalenza di alcune sue
analisi, dovuta molto probabilmente alla complessità della realtà sociale. Ad
esempio, lei ritiene che nella situazione attuale si debba sostenere lo
Stato, sperando al tempo stesso che emergano nuove iniziative che vadano nel
senso del suo superamento e della sua eliminazione. Insomma lei sostiene
che non bisogna rinunciare alla democrazia rappresentativa, anche se la
creazione di un contropotere sarebbe la benvenuta. La tradizione non deve essere rifiutata ma modernizzata. Bisogna combattere il potere ma non prenderlo. La pensa così
per prudenza, per rifiuto del manicheismo? Equesto approccio non la porta in
fin dei conti ad adottare un metodo dialettico che vuole
superare le contraddizioni apparenti?
La risposta sta nella domanda. Bisogna
tenere presente che la tradizione occidentale è fondamentalmente basata sulla
logica formale aristotelica, che spinge in certo qual modo verso una forma di
pensiero manicheo. Io penso che la realtà sia complessa, come lei dice, e che
soprattutto nell’azione concreta dobbiamo tenere conto di questa complessità. Le cose non sono
bianche o nere, e con la realtà bisogna giocare d’astuzia. L’esempio dello Stato è molto
interessante perché non si può essere totalmente contro lo Stato, non si
possono prendere i propri desideri per la realtà, bisogna conviverci. Oggi abbiamo un nemico
temibile che è l’oligarchia mondiale, e questo nemico è talmente potente che il
male (lo Stato) che può difenderci contro di esso diventa un bene. Anche se lo
Stato-nazione è condannato e condannabile, è ancora in una certa misura un
bastione contro la privatizzazione totale e la distruzione di quello che resta
dello Stato sociale. Da questo punto di vista, pur combattendolo e puntando a
superarlo, bisogna appoggiarvisi. Bisogna combattere su due fronti e non irrigidirsi
in una posizione dogmatica. Dobbiamo usare il male per ricavarne del bene, ed è
per questo che la tematica del contropotere è importante. Quello che ha
prodotto il movimento amerindiano in America Latina è una rivoluzione nella
rivoluzione. Le parole del subcomandante Marcos il 1° gennaio 1994 furono: «Noi
non vogliamo prendere il potere, perché sappiamo per esperienza che se
prendessimo il potere saremmo catturati dal potere. Non vogliamo prendere il
potere, ma vogliamo che il potere ci ascolti e agisca secondo i nostri
interessi». Certo si deve sperare che il potere sia più democratico e più
sensibile alle rivendicazioni, ma anche di fronte a un potere fascista non
bisogna rinunciare. Così è stato in Bolivia, dove nella guerra dell’acqua dell’aprile 2001
i manifestanti hanno fatto pressione su un governo di destra e hanno ottenuto
l’annullamento di un contratto di privatizzazione dell’acqua. Non si ha mai un
potere ideale, una cosa del genere non esiste. Pensiamo all’autogoverno. Una
delle poche esperienze storiche che abbiamo è quella dell’Atene del v secolo a.
C., che ha sempre fatto sognare Castoriadis. Eppure non era l’ideale.
Funzionava più o meno perché Pericle aveva confiscato buona parte del potere a
proprio vantaggio. E poi le cose sono precipitate.
Ma l’esercizio di un contropotere non è
ancora più esaltante dell’esercizio del potere? La gente di San Cristóbal non
si è trovata in una situazione del genere?
In realtà i membri dell’esercito
neozapatista hanno il potere a livello locale e si trovano in una duplice
condizione, perché il potere locale è al tempo stesso un contropotere rispetto
al potere nazionale. L’autogoverno implica che si sia contemporaneamente
potere e contropotere, in modo che le persone che prendono le decisioni siano nel mirino di
quelle che le controllano. A San Cristóbal si applica la formula «comandiamo
ubbidendo». In realtà il potere è sempre tentato dall’abuso di potere. «Ogni
potere corrompe e il potere assoluto corrompe assoltamente», diceva
Montesquieu. Il problema deriva dal fatto che quelli che sono al potere si
prendono troppo sul serio, si appropriano di ciò che deve essere soltanto una
funzione. Invece di esercitare il potere lo possiedono. […]
[1] Cfr. Alexander
Sutherland Neill, I ragazzi felici di Summerhill. Il piacere di educare e di
essere educati, Red, Milano 1990 (ed. or. 1960).
[2] Cfr. Serge
Latouche, Le Procès de la science sociale. Introduction à une théorie critique
de la connaissance, Anthropos, Paris 1984.
[3] Cfr. «Revue
Francophone du développement durable».
In questo articolo, stralci di una
conversazione di Didier Harpagès con Serge Latouche, la cui versione completa è
raccolta in L’economia è una menzogna,
edito Bollati Boringhieri (che ringraziamo). Il libro contiene altre due
conversazioni con Latouche, una di Thierry Paquot e una di Daniele Pepino.
Altri articoli di Latouche sono leggibili qui.
© 2012 Serge Latouche e © 2014 Bollati
Boringhieri editore
martedì 4 luglio 2017
Un milione di bottiglie di plastica - Maria Rita D'Orsogna
È questo il nostro consumo mondiale di bottigliette di acqua, Coca Cola,
e tutto quello che beviamo-e-gettiamo. Ogni giorno, in media, che sia estate, che sia inverno.
I numeri sono in constante aumento e non se ne vede la fine, specie con
l’avanzare della voglia di “moderno” in “paesi in via di sviluppo” e fra i nouveau riche, primi fra tutti in
Cina.
Cosa
vuol dire un milione al minuto? Un miliardo e quattrocentoquaranta al giorno.
Mezzo trilione all’anno. Per vederlo con tutti gli zeri sono 525.600.000.000. Se le mettessimo tutte di fila
sarebbero metà della distanza dalla terra al sole.
Ogni
tanto compaiono immagini di isole remote coperte dalla plastica, di uccelli con tappi nello stomaco, di delfini e balene e altre creature del mare soffocate
dalla plastica. Non va bene, e la colpa siamo tutti noi.
Ora
uno dirà va bene, le ricicliamo. E in effetti il PET delle bottigliette di
plastica è riciclabile. Si chiama polyethylene terephthalate, e non è difficile, in
principio, trovare altri usi a bottigliette usate. Ma le percentuali di riciclaggio
sono bassissime. Nel 2016
meno della metà delle bottigliette di plastica è stata raccolta con lo scopo di
essere riciclata, e alla fine solo il 7 per cento è finito veramente con l’essere trasformato in
bottiglie nuove. Il resto è
finito in discarica, o peggio, in mare, o peggio ancora a pezzettini negli
stomaci degli esseri marini.
Ogni
anno, fra bottiglie di plastica e altra roba fra i 5 e i 13 milioni di
tonnellate di plastica finiscono direttamente nelle pance di uccelli, pesci e
altri organismi del mare. Come si può non pensare che presto la plastica non arriverà anche nei
nostri corpi? Siamo un
ciclo chiuso. Non è che plastica e pesci e mare tutti assieme, e l’uomo
no. Prima o poi succederà.
E infatti alcuni ricercatori belgi
dell’Università di Ghent hanno stimato che fra i consumatori di pesce, la media
è circa 11mila pezzettini di microplastica l’anno ingeriti. Spesso non ce ne accorgiamo perché
sono piccolissimi. Allo
stesso modo, uno studio dell’Università di Plymouth riporta che di tutti i
pesci catturati nel Regno Unito, un terzo hanno plastica in corpo, e questo
include merluzzi, sgombri e altri pesci del mare del Nord. Sono pesci destinati
al consumo umano. Ancora, nel 2016, la European Food Safety Authority che si
occupa di dare linee guida per il consumo di pesce in Europa riporta che
esistono i rischi del consumo di microplastica da parte dell’uomo a causa del
pesce contaminato da pezzetti di plastica e consiglia vivamente che ci siano
studi adeguati e sensibilizzazione fra le persone.
Ovviamente
la plastica non si può in nessun modo mangiare.
Cosa fare? Le risposte sono semplici, e urgenti in questi mesi
estivi, cioè usarne di meno di bottiglie di plastica, riutilizzarle, essere
sicuri di sapere dove vanno a finire, una volta che non si usano più, e se si
vede plastica in mare o in spiaggia non vergognarsi a raccoglierla e a
smaltirla correttamente. Magari mettere le tasse per il vuoto a rendere, come
fanno già in alcune parti del mondo.
Si
stima che il consumo di plastica raddoppierà in venti anni.
Gli
sforzi per il riciclo e il riuso non sono in nessun modo adeguati su questo
pianeta. Le prime bottigliette
di plastica sono comparse sulla scena mondiale negli anni Quaranta. Quelle che
sono finite in mare da allora, sono ancora pressoché intatte. E cosi pure tutte quelle successive. La plastica
è cosi dappertutto nei nostri mari. A parte le enormi isole di rifiuti nel
Pacifico, i Great Garbage Patch, cumuli di plastica arrivati in Artico, alle
Maldive, e in isole disabitate e remote.
Di
chi è la colpa? Beh, il principale tipo di plastica che finisce in mare è proprio la
bottiglietta di plastica per l’acqua. Dalla Cina ne arrivano sempre di più: un quarto delle
bottiglie consumate sul pianeta arriva da li. Basti solo dire che nel 2015 sono
stati usati 68 miliardi di bottiglie in Cina. Nel 2016 siamo arrivati a 74. E
questo perché fa chic, ma anche perché man mano che ci si sposta a vivere in
zone sempre più urbanizzate l’acqua di bottiglia è percepita essere più sana
dell’acqua di rubinetto, e forse lo è realmente. Grandi aumenti anche in India
e in Indonesia.
sabato 1 luglio 2017
i nostri cugini muriqui
The Muriqui: Brazil’s
critically endangered “hippie monkey” hangs tough
·
Less than 2,000 northern and southern muriqui
live on in the remaining fragments of Brazil’s Atlantic forest.
·
Karen Strier and other researchers — many of them
her former students — have taken up the cause of protecting these unique
primates, with a good deal of success.
·
For $150,000 US, “the equivalent of a few SCUD
missiles, we could save the largest population of northern muriquis for
posterity,” says Strier. Another $300,000 would protect critical habitat for
the southern species.
Northern
muriqui monkeys from the wild population in RPPN Feliciano Miguel Abdala,
previously known as the Estação Biológica de Caratinga. This privately owned
ranch is the site of the longest-running large mammal research project in
Brazil, led by University of Wisconsin-Madison anthropologist Karen Strier for
33 years. Photo courtesy of Carla B. Possamai/Universidade Federal de Espirito
Santo
Muriquis often start their day by
hugging one another. The Brazilian monkeys can become so entwined in lanky arms
and prehensile tails, around tree limbs and each other, that it’s hard to tell
them apart. Their sociability doesn’t end there. These primates don’t fight
over food, sex or sleeping arrangements — an easygoing lifestyle that earned
them the moniker “hippie monkeys.”
However,
such peaceful ways belie the muriqui’s fight for survival…
C'è una
scimmia, sull'orlo dell'estinzione, che parla quasi
come gli uomini e che vive in gruppi organizzati non sulla predominanza del più forte ma del più amato: tra i muriquì - brachyteles arachnoides
il nome scientifico - fratellanza e amore libero hanno estromesso
aggressività e litigi. Lo hanno rivelato in questi giorni ricercatori
brasiliani che hanno studiato per la prima volta il comportamento di
questa loquace «scimmia della pace». Ne restano meno di mille esemplari nella Mata Atlantica (la giungla costiera brasiliana) di Minas Gerais, a nord-ovest di Rio de Janeiro.
Alto un metro e mezzo coda compresa, con un pelame beige a contrastare col viso nero che gli ha procurato il nome popolare di scimmia carbonaia, il muriquì è il maggior primate del nuovo continente, ma nessuno aveva fino ad oggi scoperto le sue caratteristiche eccezionali.
come gli uomini e che vive in gruppi organizzati non sulla predominanza del più forte ma del più amato: tra i muriquì - brachyteles arachnoides
il nome scientifico - fratellanza e amore libero hanno estromesso
aggressività e litigi. Lo hanno rivelato in questi giorni ricercatori
brasiliani che hanno studiato per la prima volta il comportamento di
questa loquace «scimmia della pace». Ne restano meno di mille esemplari nella Mata Atlantica (la giungla costiera brasiliana) di Minas Gerais, a nord-ovest di Rio de Janeiro.
Alto un metro e mezzo coda compresa, con un pelame beige a contrastare col viso nero che gli ha procurato il nome popolare di scimmia carbonaia, il muriquì è il maggior primate del nuovo continente, ma nessuno aveva fino ad oggi scoperto le sue caratteristiche eccezionali.
LINGUAGGIO
EVOLUTO - «Non esiste nessun'altra specie di
scimmia al
mondo che arrivi ad un linguaggio così simile al nostro - spiega Eleonora Cavalcante Albano, ricercatrice della Unicamp di
Campinas (presso San Paolo), la più prestigiosa università brasiliana - Il muriquì è ben superiore allo scimpanzè africano. Quasi 140 ore di registrazioni hanno rivelato che il muriquì, al di là delle normali espressioni vocali usate da altre specie per situazioni di pericolo, soddisfazione, richiamo e così via, adopera almeno 534 sequenze foniche differenti per «chiacchierare» con i suoi simili. E lo fa specialmente al mattino appena svegliato, o sul far della sera prima di addormentarsi. Sono una serie di anomali nitriti e di suoni staccati, con un'inventiva sonora mai registrata in altri primati.
Campinas (presso San Paolo), la più prestigiosa università brasiliana - Il muriquì è ben superiore allo scimpanzè africano. Quasi 140 ore di registrazioni hanno rivelato che il muriquì, al di là delle normali espressioni vocali usate da altre specie per situazioni di pericolo, soddisfazione, richiamo e così via, adopera almeno 534 sequenze foniche differenti per «chiacchierare» con i suoi simili. E lo fa specialmente al mattino appena svegliato, o sul far della sera prima di addormentarsi. Sono una serie di anomali nitriti e di suoni staccati, con un'inventiva sonora mai registrata in altri primati.
I DIALOGHI -
Le scimmie dialogano fra loro, lasciando parlare
l'interlocutore e rispondendo ordinatamente dopo una pausa che può arrivare ai dieci secondi: si tratta di una comunicazione vocale
raffinata dove nessuno ripete mai lo stesso suono che l'altro ha
pronunciato. La straordinaria scoperta scientifica, annunciata
nell'ultimo numero della rivista «Pesquisa», equivalente brasiliano di «Nature».
l'interlocutore e rispondendo ordinatamente dopo una pausa che può arrivare ai dieci secondi: si tratta di una comunicazione vocale
raffinata dove nessuno ripete mai lo stesso suono che l'altro ha
pronunciato. La straordinaria scoperta scientifica, annunciata
nell'ultimo numero della rivista «Pesquisa», equivalente brasiliano di «Nature».
AMORE E PACE
ALLA BASE DELLA VITA SOCIALE - Un'altra caratteristica
che rende unici i muriquì, è legata alla loro vita sociale. «I gruppi di muriquì, formati in genere da 15 a 50 scimmie, sono organizzati in base al contatto amoroso e non su gerarchie di potere - spiega Francisco Cardoso Mendes, ricercatore capo dell'Università di Goias, che ha studiato per due anni gli ultimi muriquì nella fitta foresta pluviale della riserva biologica di
Caratinga - A capo del gruppo non sono i più forti ma i più amati,
coloro che ottengono più abbracci dai compagni».
coloro che ottengono più abbracci dai compagni».
LA PRATICA
DEGLI ABBRACCI - Abbracciarsi è una specialità di questa scimmia della pace che non conosce lotte per aggiudicarsi le femmine o competizione per distribuire il cibo: i muriquì si abbracciano anche per molti minuti di seguito, in media una volta ogni due ore e mezza. Spesso restano in cinque o sei ad
abbracciarsi lungamente, in un solo groviglio appeso a un ramo con le lunghe e robuste code. I ricercatori brasiliani, appoggiati da colleghi americani dell'Università del Wisconsin, spiegano
in parte il fenomeno col fatto che le femmine di muriquì, quando sono in calore, emettono continui trilli di richiamo concedendosi a tutti i maschi, senza esclusioni. Il fatto poi che nessun muriquì sappia in pratica di che padre sia figlio non sembra creare problemi al branco, retto da un'inedita fraternità collettiva. Anzi potrebbe addirittura rafforzarne l'affettuosa coesione attraverso i prolungati abbracci della prole giovane e adulta con tutti i possibili papà.
11 marzo 2003
in parte il fenomeno col fatto che le femmine di muriquì, quando sono in calore, emettono continui trilli di richiamo concedendosi a tutti i maschi, senza esclusioni. Il fatto poi che nessun muriquì sappia in pratica di che padre sia figlio non sembra creare problemi al branco, retto da un'inedita fraternità collettiva. Anzi potrebbe addirittura rafforzarne l'affettuosa coesione attraverso i prolungati abbracci della prole giovane e adulta con tutti i possibili papà.
11 marzo 2003
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