giovedì 6 luglio 2017

La materia è utile, perché incenerirla? - A Sud

Quella degli inceneritori è stata una strada sbagliataParole di Ida Auken, ex ministro dell’ambiente danese, dimessosi proprio per la questione inceneritori.
Una strada sbagliata che ha portato il paese nord europeo verso una crisi sistemica di gestione. Secondo Eurostat, la produzione di rifiuti urbani della Danimarca pro capite è la più alta in Europa: 747 kg a persona nel 2013 (rispetto a una media europea di 481 kg). Circa il 60%per cento di questi rifiuti domestici, inclusi i rifiuti organici ad alta potenzialità calorifica, vengono inviati direttamente all’inceneritore più vicino (ufficialmente, solo il 3 per cento viene inviato alla discarica a livello nazionale, ma questo numero non include ceneri e scorie da incenerimento che in quanto “rifiuti speciali” spesso non vengono poi riportati nelle statistiche relative agli urbani, pur derivando da essi).
Questa dipendenza dagli inceneritori ha causato l’impossibilità per la Danimarca di raggiungere gli obiettivi europei fissati dalla direttiva comunitaria per il 2020 (Direttiva quadro 2008/98) tra cui quello del 50% di recupero di materia visto che il paese incenerisce più del 60% dei rifiuti. Motivo per il quale alla Danimarca è stato concesso di adottare il calcolo semplificato, in cui il 50% si computa sulle sole frazioni carta, vetro, plastica e metallo. Ma ora la UE sta discutendo obiettivi ancora più ambiziosi (il 65 o 70%)  e sul totale del rifiuto urbano, ossia senza semplificazioni di calcolo, e questo sta mettendo in forte crisi il sistema danese di gestione dei rifiuti. Per risolvere questa criticità, e riallineare la gestione anche con gli obiettivi della strategia energetica che prevede il 100% di energia rinnovabile al 2015 (mentre dall’ incenerimento viene prodotta energia in gran parte di origine fossile, come dalla componente plastica) il ministero dell’ambiente due anni fa elaborò una nuova Strategia Nazionale (“Denmark without waste”) per abbandonare progressivamente l’utilizzo degli inceneritori favorendo e incentivando il riciclo dei materiali.

Con i suoi 26 inceneritori, il sistema danese dimostra quanto, al di là dell’impiantistica avanzata e di ultima generazione, skyline e piste da sci sulle ciminiere, l’incenerimento dei rifiuti resti una pratica insostenibile, poco redditizia e messa in profonda crisi dagli obiettivi della strategia sulla Economia Circolare, attualmente in discussione a livello europeo.
Tanto che la stessa Commissione Europea, a fine Gennaio ha adottato una Comunicazione sulla Energia da Rifiuto, che mette in guardia contro il ricorso eccessivo all’incenerimento, raccomanda di disinvestire dallo stesso, e chiede di terminare i sussidi alla produzione energetica che, ad oggi, costituisce lo strumento fondamentale (e deteriore, essendo pagato dalla collettività) per garantire l’equilibrio economico dell’incenerimento.
Inceneritori italiani, tra processi, infrazioni e traffico illecito di rifiuti.
Dei 40 impianti di incenerimento italiano – che bruciano rifiuti urbani e speciali, venti sono sotto la lente della magistratura con inchieste in corso per traffico illecito di rifiuti, violazioni della normativa ambientale, incidenti, emissioni sopra i limiti di legge di diossine e metalli pesanti. Per altri 12 impianti sono stati accertati violazioni delle prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale. Alcuni, anche nel recente passato, vennero chiusi, dopo accertamenti della Magistratura, per avere falsificato i dati sulle emissioni. C’ è anche da sottolineare che rispettare un limite non significa comunque rispettare la salute, visto peraltro che alcune sostanze, come il nanoparticolato, non sono attualmente regolamentate,  e che i monitoraggi generalmente non coprono le fasi di accensione/spegnimento per le manutenzioni periodiche, in cui si hanno emissioni ben superiori che in condizioni operative standard.
L’inceneritore di Bolzano non è da meno visto che vanta un processo per emissione di sostanze nocive oltre i limiti di legge dopo l’incendio avvenuto a novembre 2013. La realtà degli inceneritori italiani è costellata di incendi, malagestione, illeciti e costituisce da Nord a Sud del paese, fonte di aumento di ricoveri ospedalieri per gravi patologie.
L’incenerimento dei rifiuti resta una pratica insostenibile, che sottrae la possibilità di recuperare materia in favore del recupero di energia e che non consente di incrementare processi virtuosi di riduzione a monte dei rifiuti secondo i percorsi della Economia Circolare. Che peraltro, sarebbero quelli più efficienti anche dal punto di vista della minimizzazione dei costi e della creazione di indotto occupazionale.

Energia o materia?
A parità di materiale, l’energia recuperata con incenerimento è inferiore a quella risparmiata riciclando lo stesso materiale. Il riciclo è quindi da 2 a 5 volte più efficiente del recupero energetico e questo fattore determina un vantaggio economico diretto, oltre a un migliore uso delle risorse e a un vantaggio ambientale.
Quindi, per motivi energetici ed economici, è urgente programmare la conversione dei sistemi di raccolta rifiuti verso il massimo riciclo. Conversione che comprende la riprogettazione dei prodotti per ridurre i materiali non riciclabili immessi a consumo, oppure le plastiche miste, difficilmente recuperabili.
Ad esempio, se la media di produzione di residuo secco indifferenziato si riducesse a 75 kg per abitante all’anno, un obiettivo già raggiunto da molti Comuni italiani, sarebbe sufficiente una capacità di smaltimento di 4.5 milioni di tonnellate. I 40 impianti di incenerimento hanno una capacità totale di circa 8 milioni di tonnellate.
Raggiungere questo obiettivo consentirebbe un uso razionale delle risorse, riutilizzando le materie per nuovi prodotti, e un sensibile risparmio di energia.
I distretti che hanno seguito con coerenza i percorsi Rifiuti Zero, proprio grazie alla assenza di inceneritori, come la Provincia di Treviso, già oggi producono solo 50 kg/ab.anno di rifiuto indifferenziato residuo, e si sono posti l’obiettivo di arrivare a 10 kg nel 2023. Cosa possibile in quanto non hanno sul loro territorio la rigidità di un inceneritore da alimentare con i tonnellaggi previsti dal “business plan”.
Pertanto, la materia è più preziosa dell’energia.

[Nota di approfondimento a cura di A Sud, Energia per L’Italia, Ugi Colleferro e Zero Waste Europe] 


mercoledì 5 luglio 2017

intervista a Serge Latouche


(di Didier Harpagès)

Una volta lei ha detto al suo psicoanalista: «Non ero discepolo di nessuno, ma avrò dei discepoli!». Pensava al mestiere di insegnante che ha fatto in modo singolarmente innovativo? Eravamo nel «dopo maggio ’68» e lei abbatteva una serie di barriere che molti suoi colleghi tentavano di rialzare. Ci faceva un corso straordinario che apriva moltissime porte. Alle parole del «maestro» seguivano dibattiti ricchi e stimolanti in cui c’era sempre un atteggiamento critico. Insomma lei non era soporifero! Ha mai fatto una riflessione critica sul ruolo del pedagogo e più in generale sul posto che l’insegnamento deve avere nella società?
In effetti nel maggio ’68 la questione della pedagogia veniva sollevata un po’ dovunque nel mondo della scuola. Si trattava di mettere in discussione il rapporto insegnante-allievo, i corsi tradizionali e il baronato. Questi problemi mi hanno sempre appassionato. Avevo fatto già una piccola esperienza di insegnante in Africa e nel Laos e il mio interesse per la psicoanalisi mi ha portato a interrogarmi sui rapporti maestro-discepolo e insegnante-allievo. In quel momento uscivano anche molti testi freudo-marxisti, come quelli di Wilhelm Reich, o I ragazzi felici di Summerhill [1], importantissimo all’epoca, che metteva in discussione l’insegnamento tradizionale. Non sono arrivato a conclusioni definitive né a una teoria precisa in fatto di pedagogia, ma tutto questo mi ha posto interrogativi che mi hanno seguito durante tutta la mia vita di insegnante. Il problema del transfert, ben noto in psicoanalisi, aveva ovviamente richiamato la mia attenzione. Sono stato sempre colpito da una certa analogia tra il rapporto tra analista e paziente e quello tra maestro e allievo. Lo vivevo mentre cercavo di analizzarlo, di tenerne conto e di ricavarne degli orientamenti nell’insegnamento. Penso d’altronde che nel corso della mia carriera non ho sempre insegnato allo stesso modo. All’inizio vedevo i miei studenti un po’ come cavie per tentare nuove forme di rapporto insegnante-allievo, sforzandomi di rompere la relazione classica. Verso la fine sono tornato saggiamente a un rapporto più tradizionale, avendo capito i limiti delle esperienze innovatrici.
Nel senso che rimetteva in qualche modo una distanza tra lei e gli studenti.
Sì, una distanza, ma senza arroganza e senza cercare di abusare del potere che inevitabilmente ha il maestro, il «soggetto che si suppone sappia» come diceva Lacan, sugli allievi.
Aveva discussioni con i suoi colleghi sull’argomento?
A Lille, negli anni che hanno seguito il ’68, non ero il solo a cercare delle formule nuove. Ho tenuto per diversi anni corsi liberi a Paris VIII – eravamo ancora a Vincennes – ed era fuori discussione fare lezioni tradizionali. L’insegnante doveva ascoltare gli studenti e la cosa a volte creava delle derive. È vero che il maestro è nella posizione del «soggetto che si suppone sappia». Dunque si deve prendere sul serio, credere nel suo ruolo, sapere che si trova in una posizione gerarchica dominante, ma non considerarsi onnipotente perché è a sua volta qualcuno che impara. Invece, l’idea che sia lo studente a dettar legge a lezione non ha senso. A Vincennes alcune lezioni si trasformavano in discussioni da bar. Dopo un po’ la cosa non interessava più nessuno.
Il corso di epistemologia che lei teneva all’Università di Lille negli anni settanta era incentrato sulla critica dell’economia. Per meglio fustigare l’insieme del discorso economico, lei si appoggiava alla psicoanalisi e all’antropologia, ma criticava anche le diverse teorie chiamate in causa. L’economia politica classica era messa in discussione dal marxismo, di cui però lei cominciò rapidamente a segnalare la perversa tendenza economicistica, distinguendo tra il giovane Marx e il Marx maturo. E questa messa in discussione costante portava a un discorso coerente e strutturato. Pensa di essere dotato di una predisposizione psicologica all’esercizio della critica oppure pensa semplicemente che il suo lavoro intellettuale, la sua riflessione filosofica, siano le uniche fonti del percorso libertario da cui deriva il suo pensiero critico?
È difficile stabilire quale sia la parte giocata dalla personalità e quale quella giocata dalla riflessione intellettuale nel risultato finale. Un mio libro di cui si è parlato poco e che non ha avuto un grande successo, Le Procès de la science sociale, per me è stato una tappa importante[2]. È in qualche modo il mio «discorso sul metodo». Sono stato molto influenzato dalla psicoanalisi. La psicoanalisi ci dice, secondo la formula di Lacan, che il reale è l’impossibile. Non si accede direttamente al reale, si accede ai sintomi, e la loro analisi permette di smascherare qualcosa del reale. Questo in qualche modo coincide con la concezione della teoria critica della Scuola di Francoforte, secondo la quale la conoscenza del reale si raggiunge attraverso la critica dell’ideologia. L’ideologia fa costantemente da schermo tra noi e l’accesso al reale. Gli uomini, come diceva Pareto, costruiscono dei discorsi giustificatori, delle derivazioni, che sono il risultato della loro realtà ma che al tempo stesso la mascherano. Io credo che si acceda alla realtà con la critica del discorso giustificatorio e che questa critica permetta di avere un effetto di disvelamento della realtà. Ho tentato di sistematizzare questo approccio in quel piccolo libro, giocando sulla parola «processo», al tempo stesso messa in discussione e movimento. Il discorso dell’economia politica è il discorso dell’ideologia della borghesia dominante. Rivela qualcosa del capitalismo ma contemporaneamente lo maschera. La sua critica non può essere soltanto una critica logica, come quella che Marx ha tentato di fare. La psicoanalisi e l’antropologia forniscono una dimensione estremamente importante per il disvelamento e permettono di non ricadere, come ha fatto Marx, nella trappola di quello che aveva denunciato (leggi anche Decrescita con Marx, ndr). […]
Alcuni esperti scientifici fanno un lavoro prezioso denunciando gli effetti del degrado dell’ambiente sulla nostra salute. Ma molto spesso non collocano questa problematica all’interno di un contesto economico e sociale, come se in qualche modo volessero rinunciare alla critica.
Probabilmente ciò è dovuto alla specializzazione del ricercatore, che si concentra su un campo specifico e di conseguenza non ha una visione globale. Gli scienziati spesso sono così, non vogliono vedere quello che succede al di fuori del loro settore. Ma se si pensa al fatto sociale totale di Marcel Mauss non si può dire che lo stesso avvenga nella stessa misura nelle scienze sociali. Invece la specializzazione degli economisti permette di oscurare il resto e di trascurare le interdipendenze.

Vorrei tornare su una questione importante ma delicata affrontata nella conversazione con Daniele Pepino. Su temi come l’uscita dall’euro, la rilocalizzazione, la difesa dell’attività contadina, il ritorno a un certo protezionismo – temi che una sinistra antiliberale, antiproduttivista e anticapitalistica potrebbe ragionevolmente fare propri – si nota che convergono i punti di vista di forze politiche xenofobe, conservatrici e reazionarie di estrema destra, che hanno inserito quei contenuti nei loro programmi. Sicuramente da parte di tali forze c’è parecchio opportunismo e la loro è una strategia soltanto di bassa politica ed elettoralistica. Ma come ha detto Frédéric Lordon: «A forza di farci rubare le idee dal Front National ci ritroveremo senza niente!». Che cosa devono fare gli obiettori di crescita su questi argomenti per evitare la confusione e il discredito? Non è indispensabile una certa pedagogia per distinguere, ad esempio, la sovranità delle nazioni e dei loro capi dalla sovranità del popolo? Oppure, non è necessario chiarire che una moneta comune sarebbe preferibile, in nome di questa sovranità, alla moneta unica?
La frase di Frédéric Lordon è divertente e rivelatrice. Sì, lui si ritroverà senza niente, ma noi no. Il problema sta nel fatto che il programma dei neokeynesiani viene ripreso dal Front National. Il nostro invece esprime soprattutto il rifiuto della crescita e dunque va molto più lontano, in quanto presuppone un cambiamento di paradigma. Senza dubbio la destra riprende alcune nostre idee, e si può capire, perché la cosa risponde ad aspirazioni reali. Del tipo: bisogna uscire dalla disoccupazione! Ma dalla disoccupazione non si uscirà con le ricette neoclassiche o neokeynesiane tradizionali. C’è bisogno di una rottura, ma non per far ripartire la macchina crescita-occupazione, bensì per promuovere un’economia più o meno stazionaria che separi la creazione di posti di lavoro dalla crescita del PIL. Noi abbiamo sempre detto che l’obiettivo non è di impadronirsi dello Stato così com’è, nazionalista, chiuso, ma di procedere sulla strada dell’autogoverno, e questo di certo non è l’obiettivo del Front National. D’altra parte, noi possiamo essere favorevoli alla riappropriazione del mercato interno, ma non per ripiegamento nazionalista, estremamente pericoloso, ma al contrario per distruggere la concezione dello Stato-nazione come luogo esclusivo del rifugio e dell’identità. Allo stesso modo, la riappropriazione della moneta per noi non vuol dire riproporre una moneta nazionale con tanto di Banca centrale. Si tratta al contrario di riappropriarsi della moneta in quanto bene comune del popolo, di cui il popolo controlla la creazione e l’utilizzazione. La riappropriazione indubbiamente pone problemi enormi, ad esempio quello del rapporto tra generazioni. In quanto riserva di valori, la moneta permette agli anziani di vivere grazie ai contributi sociali dei giovani. È evidente che questioni del genere non possono essere risolte con meccanismi finanziari ma devono basarsi su decisioni democratiche.
Personalmente sono convinto però che la riappropriazione della moneta non debba tradursi in una rottura dei legami culturali con i nostri vicini europei. Uscire dall’euro non sarebbe abbandonare l’Europa?
Affatto! Perché se rifiutiamo questa Europa economica e monetaria rifiutiamo anche la Francia del nazionalismo. Vogliamo ritrovare le regioni, ma non per farne degli Stati-nazione in miniatura, che sarebbe riprodurre in peggio i difetti del nazionalismo, come sfortunatamente fanno i nostri amici baschi e catalani. Sarebbe peggio perché il  nazionalismo di minuscoli Stati non avrebbe la forza di uno Stato potente in grado in qualche modo di resistere alle multinazionali, e perché la cosa non risolverebbe in nessun modo il problema della distruzione dello Stato. Dunque è necessario uscire dal paradigma dello Stato e riappropriarsi dell’autogoverno, il quale in un certo senso non ha limiti. Intendiamoci, la democrazia deve essere locale ma al tempo stesso senza frontiere: non c’è nessuna ragione di mettere barriere identitarie alle frontiere della Bretagna, della Francia, della Germania e anche dell’Europa. Esiste un’identità culturale europea così come esiste un’identità culturale bretone o francese: bisogna concepire un meccanismo di osmosi. Al contrario, se c’è una cosa che non bisogna abolire è la frontiera monetaria, che bisogna invece moltiplicare. Le monete locali sono indispensabili, perché una moneta europea in presenza di leggi sociali, ambientali e culturali diverse distrugge le specificità. E le specificità sono essenziali, perché permettono il dialogo e l’arricchimento reciproco. L’omologazione distrugge ogni forma di diversità e di dialogo. L’ultima cosa da fare è creare una moneta unica. Si possono utilizzare monete di conto comuni per facilitare gli scambi, ma la moneta unica è la volpe nel pollaio, è la concorrenza di tutti contro tutti. […]
Ho notato un’ambivalenza di alcune sue analisi, dovuta molto probabilmente alla complessità della realtà sociale. Ad esempio, lei ritiene che nella situazione attuale si debba sostenere lo Stato, sperando al tempo stesso che emergano nuove iniziative che vadano nel senso del suo superamento e della sua eliminazione. Insomma lei sostiene che non bisogna rinunciare alla democrazia rappresentativa, anche se la creazione di un contropotere sarebbe la benvenuta. La tradizione non deve essere rifiutata ma modernizzata. Bisogna combattere il potere ma non prenderlo. La pensa così per prudenza, per rifiuto del manicheismo? Equesto approccio non la porta in fin dei conti ad adottare un metodo dialettico che vuole superare le contraddizioni apparenti?
La risposta sta nella domanda. Bisogna tenere presente che la tradizione occidentale è fondamentalmente basata sulla logica formale aristotelica, che spinge in certo qual modo verso una forma di pensiero manicheo. Io penso che la realtà sia complessa, come lei dice, e che soprattutto nell’azione concreta dobbiamo tenere conto di questa complessità. Le cose non sono bianche o nere, e con la realtà bisogna giocare d’astuzia. L’esempio dello Stato è molto interessante perché non si può essere totalmente contro lo Stato, non si possono prendere i propri desideri per la realtà, bisogna conviverci. Oggi abbiamo un nemico temibile che è l’oligarchia mondiale, e questo nemico è talmente potente che il male (lo Stato) che può difenderci contro di esso diventa un bene. Anche se lo Stato-nazione è condannato e condannabile, è ancora in una certa misura un bastione contro la privatizzazione totale e la distruzione di quello che resta dello Stato sociale. Da questo punto di vista, pur combattendolo e puntando a superarlo, bisogna appoggiarvisi. Bisogna combattere su due fronti e non irrigidirsi in una posizione dogmatica. Dobbiamo usare il male per ricavarne del bene, ed è per questo che la tematica del contropotere è importante. Quello che ha prodotto il movimento amerindiano in America Latina è una rivoluzione nella rivoluzione. Le parole del subcomandante Marcos il 1° gennaio 1994 furono: «Noi non vogliamo prendere il potere, perché sappiamo per esperienza che se prendessimo il potere saremmo catturati dal potere. Non vogliamo prendere il potere, ma vogliamo che il potere ci ascolti e agisca secondo i nostri interessi». Certo si deve sperare che il potere sia più democratico e più sensibile alle rivendicazioni, ma anche di fronte a un potere fascista non bisogna rinunciare. Così è stato in Bolivia, dove nella guerra dell’acqua dell’aprile 2001 i manifestanti hanno fatto pressione su un governo di destra e hanno ottenuto l’annullamento di un contratto di privatizzazione dell’acqua. Non si ha mai un potere ideale, una cosa del genere non esiste. Pensiamo all’autogoverno. Una delle poche esperienze storiche che abbiamo è quella dell’Atene del v secolo a. C., che ha sempre fatto sognare Castoriadis. Eppure non era l’ideale. Funzionava più o meno perché Pericle aveva confiscato buona parte del potere a proprio vantaggio. E poi le cose sono precipitate.
Ma l’esercizio di un contropotere non è ancora più esaltante dell’esercizio del potere? La gente di San Cristóbal non si è trovata in una situazione del genere?
In realtà i membri dell’esercito neozapatista hanno il potere a livello locale e si trovano in una duplice condizione, perché il potere locale è al tempo stesso un contropotere rispetto al potere nazionale. L’autogoverno implica che si sia contemporaneamente potere e contropotere, in modo che le persone che prendono le decisioni siano nel mirino di quelle che le controllano. A San Cristóbal si applica la formula «comandiamo ubbidendo». In realtà il potere è sempre tentato dall’abuso di potere. «Ogni potere corrompe e il potere assoluto corrompe assoltamente», diceva Montesquieu. Il problema deriva dal fatto che quelli che sono al potere si prendono troppo sul serio, si appropriano di ciò che deve essere soltanto una funzione. Invece di esercitare il potere lo possiedono. […]

[1] Cfr. Alexander Sutherland Neill, I ragazzi felici di Summerhill. Il piacere di educare e di essere educati, Red, Milano 1990 (ed. or. 1960).
[2] Cfr. Serge Latouche, Le Procès de la science sociale. Introduction à une théorie critique de la connaissance, Anthropos, Paris 1984.
[3] Cfr. «Revue Francophone du développement durable».

In questo articolo, stralci di una conversazione di Didier Harpagès con Serge Latouche, la cui versione completa è raccolta in L’economia è una menzogna, edito Bollati Boringhieri (che ringraziamo). Il libro contiene altre due conversazioni con Latouche, una di Thierry Paquot e una di Daniele Pepino. Altri articoli di Latouche sono leggibili qui.
© 2012 Serge Latouche e © 2014 Bollati Boringhieri editore

martedì 4 luglio 2017

Un milione di bottiglie di plastica - Maria Rita D'Orsogna

È questo il nostro consumo mondiale di bottigliette di acqua, Coca Cola, e tutto quello che beviamo-e-gettiamo. Ogni giorno, in media, che sia estate, che sia inverno. I numeri sono in constante aumento e non se ne vede la fine, specie con l’avanzare della voglia di “moderno” in “paesi in via di sviluppo” e fra i nouveau riche, primi fra tutti in Cina.
Cosa vuol dire un milione al minuto? Un miliardo e quattrocentoquaranta al giorno. Mezzo trilione all’anno. Per vederlo con tutti gli zeri sono 525.600.000.000. Se le mettessimo tutte di fila sarebbero metà della distanza dalla terra al sole.
Ogni tanto compaiono immagini di isole remote coperte dalla plastica, di uccelli con tappi nello stomaco, di delfini e balene e altre creature del mare soffocate dalla plastica. Non va bene, e la colpa siamo tutti noi.

Ora uno dirà va bene, le ricicliamo. E in effetti il PET delle bottigliette di plastica è riciclabile. Si chiama polyethylene terephthalate, e non è difficile, in principio, trovare altri usi a bottigliette usate. Ma le percentuali di riciclaggio sono bassissime. Nel 2016 meno della metà delle bottigliette di plastica è stata raccolta con lo scopo di essere riciclata, e alla fine solo il 7 per cento è finito veramente con l’essere trasformato in bottiglie nuove. Il resto è finito in discarica, o peggio, in mare, o peggio ancora a pezzettini negli stomaci degli esseri marini. 
Ogni anno, fra bottiglie di plastica e altra roba fra i 5 e i 13 milioni di tonnellate di plastica finiscono direttamente nelle pance di uccelli, pesci e altri organismi del mare. Come si può non pensare che presto la plastica non arriverà anche nei nostri corpi? Siamo un ciclo chiuso. Non è che plastica e pesci e mare tutti assieme, e l’uomo no.  Prima o poi succederà.
E infatti alcuni ricercatori belgi dell’Università di Ghent hanno stimato che fra i consumatori di pesce, la media è circa 11mila pezzettini di microplastica l’anno ingeriti.  Spesso non ce ne accorgiamo perché sono piccolissimi. Allo stesso modo, uno studio dell’Università di Plymouth riporta che di tutti i pesci catturati nel Regno Unito, un terzo hanno plastica in corpo, e questo include merluzzi, sgombri e altri pesci del mare del Nord. Sono pesci destinati al consumo umano. Ancora, nel 2016, la European Food Safety Authority che si occupa di dare linee guida per il consumo di pesce in Europa riporta che esistono i rischi del consumo di microplastica da parte dell’uomo a causa del pesce contaminato da pezzetti di plastica e consiglia vivamente che ci siano studi adeguati e sensibilizzazione fra le persone.
Ovviamente la plastica non si può in nessun modo mangiare.
Cosa fare? Le risposte sono semplici, e urgenti in questi mesi estivi, cioè usarne di meno di bottiglie di plastica, riutilizzarle, essere sicuri di sapere dove vanno a finire, una volta che non si usano più, e se si vede plastica in mare o in spiaggia non vergognarsi a raccoglierla e a smaltirla correttamente. Magari mettere le tasse per il vuoto a rendere, come fanno già in alcune parti del mondo.



Si stima che il consumo di plastica raddoppierà in venti anni.
Gli sforzi per il riciclo e il riuso non sono in nessun modo adeguati su questo pianeta. Le prime bottigliette di plastica sono comparse sulla scena mondiale negli anni Quaranta. Quelle che sono finite in mare da allora, sono ancora pressoché intatte.  E cosi pure tutte quelle successive. La plastica è cosi dappertutto nei nostri mari. A parte le enormi isole di rifiuti nel Pacifico, i Great Garbage Patch, cumuli di plastica arrivati in Artico, alle Maldive, e in isole disabitate e  remote.
Di chi è la colpa? Beh, il principale tipo di plastica che finisce in mare è proprio la bottiglietta di plastica per l’acqua. Dalla Cina ne arrivano sempre di più: un quarto delle bottiglie consumate sul pianeta arriva da li. Basti solo dire che nel 2015 sono stati usati 68 miliardi di bottiglie in Cina. Nel 2016 siamo arrivati a 74. E questo perché fa chic, ma anche perché man mano che ci si sposta a vivere in zone sempre più urbanizzate l’acqua di bottiglia è percepita essere più sana dell’acqua di rubinetto, e forse lo è realmente. Grandi aumenti anche in India e in Indonesia.

sabato 1 luglio 2017

i nostri cugini muriqui



The Muriqui: Brazil’s critically endangered “hippie monkey” hangs tough
·         Less than 2,000 northern and southern muriqui live on in the remaining fragments of Brazil’s Atlantic forest.
·         Karen Strier and other researchers — many of them her former students — have taken up the cause of protecting these unique primates, with a good deal of success.
·         For $150,000 US, “the equivalent of a few SCUD missiles, we could save the largest population of northern muriquis for posterity,” says Strier. Another $300,000 would protect critical habitat for the southern species.
Northern muriqui monkeys from the wild population in RPPN Feliciano Miguel Abdala, previously known as the Estação Biológica de Caratinga. This privately owned ranch is the site of the longest-running large mammal research project in Brazil, led by University of Wisconsin-Madison anthropologist Karen Strier for 33 years. Photo courtesy of Carla B. Possamai/Universidade Federal de Espirito Santo
Muriquis often start their day by hugging one another. The Brazilian monkeys can become so entwined in lanky arms and prehensile tails, around tree limbs and each other, that it’s hard to tell them apart. Their sociability doesn’t end there. These primates don’t fight over food, sex or sleeping arrangements — an easygoing lifestyle that earned them the moniker “hippie monkeys.”
However, such peaceful ways belie the muriqui’s fight for survival…



C'è una scimmia, sull'orlo dell'estinzione, che parla quasi
come gli uomini e che vive in gruppi organizzati non sulla predominanza del più forte ma del più amato: tra i muriquì - brachyteles arachnoides
il nome scientifico - fratellanza e amore libero hanno estromesso
aggressività e litigi. Lo hanno rivelato in questi giorni ricercatori
brasiliani che hanno studiato per la prima volta il comportamento di
questa loquace «scimmia della pace». Ne restano meno di mille esemplari nella Mata Atlantica (la giungla costiera brasiliana) di Minas Gerais, a nord-ovest di Rio de Janeiro.
Alto un metro e mezzo coda compresa, con un pelame beige a contrastare col viso nero che gli ha procurato il nome popolare di scimmia carbonaia, il muriquì è il maggior primate del nuovo continente, ma nessuno aveva fino ad oggi scoperto le sue caratteristiche eccezionali.
LINGUAGGIO EVOLUTO - «Non esiste nessun'altra specie di
scimmia al mondo che arrivi ad un linguaggio così simile al nostro - spiega Eleonora Cavalcante Albano, ricercatrice della Unicamp di
Campinas (presso San Paolo), la più prestigiosa università brasiliana - Il muriquì è ben superiore allo scimpanzè africano. Quasi 140 ore di registrazioni hanno rivelato che il muriquì, al di là delle normali espressioni vocali usate da altre specie per situazioni di pericolo, soddisfazione, richiamo e così via, adopera almeno 534 sequenze foniche differenti per «chiacchierare» con i suoi simili. E lo fa specialmente al mattino appena svegliato, o sul far della sera prima di 
addormentarsi. Sono una serie di anomali nitriti e di suoni staccati, con un'inventiva sonora mai registrata in altri primati.
I DIALOGHI - Le scimmie dialogano fra loro, lasciando parlare
l'interlocutore e rispondendo ordinatamente dopo una pausa che può arrivare ai dieci secondi: si tratta di una comunicazione vocale
raffinata dove nessuno ripete mai lo stesso suono che l'altro ha
pronunciato. La straordinaria scoperta scientifica, annunciata
nell'ultimo numero della rivista «Pesquisa», equivalente brasiliano di «Nature».
AMORE E PACE ALLA BASE DELLA VITA SOCIALE - Un'altra caratteristica che rende unici i muriquì, è legata alla loro vita sociale. «I gruppi di muriquì, formati in genere da 15 a 50 scimmie, sono organizzati in base al contatto amoroso e non su gerarchie di potere - spiega Francisco Cardoso Mendes, ricercatore capo dell'Università di Goias, che ha studiato per due anni gli ultimi muriquì nella fitta foresta pluviale della riserva biologica di
Caratinga - A capo del gruppo non sono i più forti ma i più amati,
coloro che ottengono più abbracci dai compagni».
LA PRATICA DEGLI ABBRACCI - Abbracciarsi è una specialità di questa scimmia della pace che non conosce lotte per aggiudicarsi le femmine o competizione per distribuire il cibo: i muriquì si abbracciano anche per molti minuti di seguito, in media una volta ogni due ore e mezza. Spesso restano in cinque o sei ad 
abbracciarsi lungamente, in un solo groviglio appeso a un ramo con le lunghe e robuste code. I ricercatori brasiliani, appoggiati da colleghi americani dell'Università del Wisconsin, spiegano
in parte il fenomeno col fatto che le femmine di muriquì, quando sono in calore, emettono continui trilli di richiamo concedendosi a tutti i maschi, senza esclusioni. Il fatto poi che nessun muriquì sappia in pratica di che padre sia figlio non sembra creare problemi al branco, retto da un'inedita fraternità collettiva. Anzi potrebbe addirittura rafforzarne l'affettuosa coesione attraverso i prolungati abbracci della prole giovane e adulta con tutti i possibili papà.
11 marzo 2003

musica per cani