mercoledì 11 maggio 2016

L’inferno di Fort Mc Murray - Maria Rita D'Orsogna



“The fire will likely burn for weeks and weeks”
Chad Morrison, Alberta Wildfire

Fort Mc Murray, Canada. L’epicentro delle estrazioni di bitume del paese. La capitale delle Tar Sands dello stato dell’Alberta. La località con maggiore concentrazione di raffinerie e di impianti emissivi di CO2. Fort Mc Murray è vittima del suo stesso trivellare. La città è infatti sommersa da fiamme devastanti che hanno lasciato dietro ceneri, devastazione e paura, dovute principalmente ai cambiamenti climatici. È il cerchio che si chiude. In questo inizio di maggio 2016 a Fort Mc Murray le temperature sono più elevate del normale, la vegetazione è secca, non piove da tanto, e così il numero di incendi aumenta a dismisura. Sono 330 per quest’anno, il doppio del normale. In più, la stagione calda in cui aspettarsi incendi si è allungata di molto, dal 1 maggio di ogni anno, come era nel 1979, al 1 marzo, come è stato quest’anno.
Già nel 2015 ci fu una lunga e inaspettata siccità. Lo Stato dovette dichiarare lo stato di “emergenza agricola” perché mancava l’acqua per le irrigazioni. Anchel’inverno in Alberta è stato caldo come non mai, con basse precipitazioni nevose. Al tutto va ad aggiungersi la perturbazione El Nino che ha accentuato l’aridità. Ai primi di maggio la temperatura è stata anche di 33 gradi centigradi, mentre in media è di 14 gradi centigradi. Il professor Mike Flannigan, dell’Università dell’Alberta, conferma che in larga parte gli incendi sono dovuti ai cambiamenti climatici. “This is consistent with what we expect from human-caused climate change affecting our fire regime” ha detto.
E non sono falò di poca durata, è una settimana e più che la situazione è fuori controllo. La città di Fort McMurray ha quasi 90.000 abitanti, una superficie di circa 850 chilometri quadrati ed è stata interamente evacutata. La maggior parte dei residenti ha trovato riparo ad Edmonton, la capitale dello stato. Le fiamme si sono propagate in fretta e la gente non ha avuto il tempo di prepararsi per abbandonare la città. A un certo punto anche l’autostrada era avvolta da fiammate, giunte anche ad ottanta metri di altezza. Alcune persone sono state portate via in elicottero. Si teme adesso che le fiamme possano anche arrivare all’infrastruttura petrolifera alla periferita della città. Intanto sono andate distrutte 1.600 case. Interi quartieri sono stati rasi al suolo. La foresta arde. Il cielo è arancione, nero, grigio. Non più azzurro. L’aeroporto è stato messo in salvo solo grazie a una massiccia presenza di vigili del fuoco. Il fuoco ha divorato più di mille chilometri quadrati.
I residenti parlano di scene di guerra. Le autorità sanno però che senza l’aiuto di madre natura, le fiamme saranno inarrestabili: semplicemente l’estensione territoriale dell’incendio è troppo grande e i venti troppo forti. Le fiamme continuano a mangiare tutto ciò che trovano, anzi sono riuscite a saltare fiumi, strade e altre barriere. Se non arriva la pioggia ci sarà ben poco da fare: i centocinquanta elicotteri e velivoli usati finora sono assolutamente insufficienti. Non piove da due mesi a Fort Mc Murray. Secondo le autorità ci vorranno mesi per completamente estinguere il fuoco. Intanto la Nasa parla di un marzo 2016 di caldo record, dopo un 2014, un 2015 e un gennaio e febbraio 2016 da caldo record.
Che dire. È evidente che è tutto parte della stessa narrativa. Quello che succede a Fort Mc Murray è soltanto l’antipasto di quello che ci aspetta: eventi naturali che diventano estremi a causa dei cambiamenti climatici dovuti principalmente all’uso di fonti fossili. In questo caso sono incendi, ma sono stati e saranno uragani, allagamenti, piogge torrenziali, scioglimenti di ghiacciai. È la natura che segue le sue leggi. Noi le diamo le condizioni iniziali, lei fa quello che deve fare. È solo che qui è ironico perché questa devastazione accade proprio nel cuore del problema: nella culla del petrolio canadese.
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lunedì 9 maggio 2016

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si deposita

Aumentano i pesticidi nei punti monitorati delle acque italiane, sia in quelle superficiali (più 20% tra il 2003 e il 2014) sia in quelle sotterranee (più 10%). Lo afferma l'Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) nell'edizione 2016 del Rapporto Nazionale Pesticidi nelle Acque, relativa al 2013-2014.

Secondo le analisi dell'Istituto, le acque superficiali (fiumi, laghi, torrenti) contengono pesticidi nel 64% dei 1.284 punti monitorati (nel 2012 erano il 57%), quelle sotterranee nel 32% dei 2.463 punti studiati (erano il 31% nel 2012). Un campione superficiale su cinque in Italia non è solo contaminato, ma supera anche il livello di qualità ambientale. L'inquinamento è più diffuso nella pianura padano-veneta, anche perché lì sono più frequenti i monitoraggi. Fra le sostanze rilevate più spesso c'è il glifosato, insieme al suo prodotto di decadimento, l'Ampa…

domenica 8 maggio 2016

Saremo salvati dai fichi - Paolo Cacciari

A Cisternino, nel cuore della Valla d’Itria (Brindisi), è sorto un conservatorio botanico a pieno campo che è assieme un centro di studi scientifici, un laboratorio didattico, un centro culturale, un museo etnografico, un’arca di dieci ettari per cultivar antiche e rare. Si chiama I giardini di Pomona, in onore della dea romana dei frutti. È una onlus (www.igiardinidipomona.it), fa parte dell’associazione nazionale per la valorizzazione della biodiversità, della Rete delle masserie didattiche della Puglia e della Rete mediterranea delle città del fico.
L’ha creata più di dieci anni fa Paolo Belloni, un ricercatore del Nord che si è trasferito qui per trovare un sito idoneo per la sua missione: salvare il patrimonio genetico delle specie coltivabili eroso dalla perdita di fertilità dei suoli, dalla salinizzazione delle falde, dall’impoverimento microbiologico, dalla chimicizzazione dell’agricoltura industriale, oltre che dalla perdita di cultura contadina.
Vorrei che immaginaste cosa sono in questi giorni di primavera I giardini di Pomona. Colori, profumi, fragranze, canti di uccelli e insetti che si sprigionano da oltre mille varietà di piante fruttifere arboree messe a dimora. Una, fra tutte, è la più amata da Belloni: Ficus carica (il fico), perché – mi dice – “oltre a produrre un frutto squisito, è la pianta più parsimoniosa e generosa che ci sia”. La sua collezione ha raggiunto le cinquecentosessanta varietà di fichi afghani, bosniaci, francesi, portoghesi, albanesi, israeliani e naturalmente italiani. Si tratta di una delle più importanti del mondo. Assieme a colleghi in Francia, Danimarca, Malesia ne studia i comportamenti in condizioni diverse.
Il fico è un piccolo scrigno di tesori di elementi organolettici utili all’alimentazione e alla salute. Contiene più potassio delle banane, più vitamina A dei kiwi, più fibre, calcio e minerali vari. Soprattutto, l’albero è rustico, resistente ai cambiamenti climatici, ai venti salini, cresce nei terreni pietrosi, non ha necessità di essere impollinato dalle api, è facile da riprodurre. Quando l’essere umano avrà distrutto ogni forma di vita intorno a se, il fico (anche essiccato e conservato) ci salverà.

Ma a Pomona c’è anche una collezione del melograno (Punica granatum), una di melo e pero, una di agrumi protetti da muretti a secco. Sta prendendo corpo un progetto di Foresta alimentare in aridocoltura (permacoltura in condizioni estreme). I giardini di Pomona sono meta di visite guidate ed attività pratiche delle scuole e di visitatori che possono così vedere una sorta di catalogo delle buone pratiche e delle tecnologie attualmente disponibili per la conservazione della vita sul pianeta. Per questo al centro di un labirinto di lavanda è stato messo a dimora un simbolo universale della pace: il cachi di Nagasaki, figlio di una piantina scampata alla bomba e ritrovata fra le macerie. Era il 9 agosto del 1945.
da qui

lunedì 2 maggio 2016

un'intervista con il professor Nakamura


Professor Nakamura, perché una lampadina può fare la differenza tra il risparmiare e lo sprecare energia?
"Un quarto dell'elettricità prodotta, in alcuni Paesi addirittura un terzo, viene usata per accendere luci artificiali. Le lampade a Led hanno una efficienza molto alta: per irradiare la stessa luce consumano un decimo di elettricità rispetto alle lampadine a incandescenza e la metà rispetto alle lampade fluorescenti. Per questo usare i Led al posto dei sistemi tradizionali permette di risparmiare tanta energia. Negli Stati Uniti è stato calcolato che entro il 2030 si potrà ridurre del 46% il consumo di elettricità, l'equivalente di 30mila mega-Watt di potenza, con un taglio alle emissioni pari a 185milioni di tonnellate di CO 2 . A livello globale si potrebbe rinunciare entro il 2020 a sessanta centrali nucleari"

Le lampade a Led sono state inventate nel 1993. Qual è la loro diffusione nel mondo 23 anni dopo?
"Varia molto a seconda dei Paesi: in Giappone il 50% della luce è prodotto con i Led, negli Stati Uniti, invece, oscilla tra il 20 e il 30%, e in Europa è intorno al 10%, una percentuale ancora molto bassa. Credo sia soprattutto una ragione economica. Se si può scegliere tra una lampada a Led che costa cinque dollari e una a incandescenza da 50 centesimi, a istinto la gente normale opta per la più economica, senza valutare l'impatto che questa decisione ha sui consumi di energia... E anche senza considerare che una lampada a Led dura cinquant'anni mentre una a incandescenza si fulmina dopo un migliaio di ore".…
da qui