sabato 20 ottobre 2012

Solo la zappa potrà salvare questo mondo - Carlo Petrini

C’è la pancia di Fiorito intasata di ostriche e quella dei contadini africani svuotata dalle grandi multinazionali, che come la Nestlè e la Danone, hanno confiscato loro ottanta milioni di ettari. C’è questo mondo e quell’altro negli occhi e nell’esperienza di Carlin Petrini, fondatore di Slow Food. “Guardo l’Italia dall’Africa e mi sento disperato. L’umore non cambia se la miro dalle finestre della mia casa di Bra. Resisto allo sconforto rileggendo Edgard Morin, il più lucido pensatore del Novecento e anche di questo nuovo secolo: “Quando credi che sia impossibile uscirne nota i rivoli di energie che come un fiume carsico spuntano di qua e di là. Sono forze liberatrici anarcoidi, gente che in tutto il mondo si allerta e smuove il mondo”. Questa gente è a mani nude e si trova di fronte eserciti insuperabili. Ma il mondo si cambia a mani nude!

L’intelligenza può dove l’ingordigia non riesce a infilarsi.
E in Italia accadrà lo stesso: la terra è il centro del problema, come la accudiamo, come la consumiamo, cosa ci facciamo con la terra. La terra è la questione capitale, non la legge elettorale. Tu campi solo se mangi. Per avere un chilo di carne c’è bisogno di 15 mila litri di acqua: lo capisci o no che non è pensabile continuare così...

venerdì 19 ottobre 2012

Ecuador 1 e 2

Di notte a Quito, che sta a 2800 metri, il freddo ti investe appena si spalanca la porta automatica dell'aeroporto. Ma se la mattina dopo di buon'ora, assieme all'incaricato di Oxfam Italia , señor Jesus, si percorrono un centinaio di chilometri verso nord sulla Panamericana, si arriva nella provincia andina dell'Imbabura, a Cotacachi, dove il sole alle 8 picchia già forte, mentre si arrampica su un cielo di un azzurro accecante e irraggiungibile, senza rendere mai l'aria torrida. Neanche a mezzogiorno. 

"Perché siamo qui".
 Lungo il percorso, Jesus con voce garbata, la sua faccia antica e gentile da indigeno radicato serenamente nella sua terra, anticipa con parole semplici il lavoro di 
Oxfam Italia qui in Ecuador. Dove i difficili progetti di cooperazione sono ispirati al grande tema della sovranità alimentare. Il diritto cioè dei popoli della Terra, sempre meno rispettato, che ha molto a che fare con il cibo quotidiano, che si vorrebbe salubre, compatibile con le tradizioni, i gusti maturati attraverso millenarie abitudini gastronomiche. Ma soprattutto è un diritto che afferma il potere inalienabile di produrre cibo con i propri sistemi agricoli, senza le imposizioni e le pressioni dell'oligopolio del sistema alimentare, che orientano la qualità, la quantità e il commercio dei prodotti. Pressioni e imposizioni che, qui in Ecuador, sembrano addirittura incoraggiate dal governo di  Rafael Correa, il giovane presidente ecuatoriano che nella campagna elettorale del 2009 aveva invece promesso tutt'altro, e cioè di voler favorire il ritorno all'agricoltura familiare, oltre che il recupero e la tutela delle colture tradizionali…
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Chevron vuole gabbare l'Ecuador - Paola Desai

Una nuova sconfitta legale per Chevron: la Corte suprema degli Stati uniti ha rifiutato di considerare il suo ricorso contro il giudizio emesso la scorsa settimana da un tribunale di New York, che a sua volta respingeva un ricorso presentato dalla compagnia petrolifera. Quello che Chevron sta cercando (finora invano) di ottenere è che sia bloccata la condanna a suo carico emessa nel febbraio scorso dal tribunale di Lago Agrio, cittadina dell'Ecuador: dopo un processo durato ben 8 anni, i giudici ecuadoriani hanno infatti ritenuto la multinazionale americana responsabile di aver provocato gravi danni ambientali, condannandola a pagare un sostanzioso risarcimento - 18,2 miliardi di dollari - alle popolazioni danneggiate. Da quando la sentenza è stata emessa Chevron le ha tentate tutte. Il suo primo ricorso è stato respinto dalla Corte d'appello di Lago Agrio, che ha ratificato il giudizio di primo grado «in tutte le sue parti, inclusa la sentenza per risarcimenti morali», ovvero quei 18 miliardi di dollari. Allora, urlando che la decisione del tribunale ecuadoriano è un «chiaro esempio della politicizzazione e corruzione della magistratura dell'Ecuador», Chevron si è rivolta alla magistratura degli Stati uniti. Qui però una corte d'appello di New York ha obiettato che «imputati delusi da un giudizio emesso all'estero» non possono chiedere alla giustizia americana di «delegittimare il sistema legale» di un altro paese. 

Il caso Chevron versus la popolazione del distretto di Lago Agrio, nell'amazzonia ecuadoriana, è una battaglia cominciata ormai vent'anni fa, nel 1993, quando circa trentamila abitanti dei villaggi di quella regione amazzonica, sostenuti da alcune organizzazioni ambientaliste, hanno fatto causa contro Texaco al tribunale di New York. L'accusavano di aver scaricato nella foresta 18,5 milioni di galloni di rifiuti oleosi (circa 68 milioni di litri), buttati in centinaia di fosse aperte nella zona di sua concessione, oltre a 16 milioni di galloni (64 milioni di litri) dispersi da pozzi e oleodotti…
  

mercoledì 17 ottobre 2012

Il latte della Mauritania - Marina Forti

Una «favoletta» che viene dalla Mauritania: illustra come i sussidi agricoli, concessi con larghezza dall'Unione europea ai suoi produttori, siano una concorrenza sleale che soffoca le economie locali altrui. Nel villaggio di Ari Hara, nella Mauritania meridionale, una cooperativa formata da donne ha avviato con successo una produzione di latte e prodotti caseari: trasformano il latte in yoghurt dolce che poi vendono nella vicina città, Boghé, 350 chilometri a sud-est della capitale Nouakchott. Quella è sempre stata una zona di pastori e coltivatori, e da quando le donne hanno formato la cooperativa nel 2009 hanno garantito alle loro famiglie un piccolo reddito stabile e cibo assicurato anche nei periodi di siccità, riferisce Irin news, il notiziario on-line dell'Ufficio Onu per gli affari umanitari (in un dispaccio del 1 ottobre). Certo, la cooperativa potrebbe aumentare la rete di vendita se avesse la possibilità di raggiungere mercati più distanti, ma per questo servirebbero strade migliori e furgoni frigorifero. Un'organizzazione non governativa locale, l'Association mauritanienne pour l'auto-développement (Associazione mauritana per l'auto-sviluppo, Amad) aveva aiutato la cooperativa nella fase di avvio con 30mila dollari di finanziamento, ma non ha fondi per aiutarle a espandersi. 
Strade e furgoni però sono solo una parte del problema. C'è un ostacolo ancora più insormontabile, per le donne di Ari Hara: è che il mercato della Mauritania è invaso da latte e latticini importati a basso costo dall'Europa. Pensate: il 60% della popolazione mauritana vive direttamente o indirettamente dell'allevamento (inclusa la produzione casearia), settore che contribuisce circa il 13% del Prodotto interno lordo del paese. Eppure la Mauritania importa il 65% del latte che consuma, sottolinea un rapporto congiunto dell'Associazione mauritana Amad, Oxfam e Acord. In parte è un retaggio del passato recente: ancora negli anni '80 nei mercati delle città mauritane era impossibile trovare latte fresco, c'era solo quello in polvere o a lunga conservazione importato (di solito dall'Europa). Poi però si è sviluppata anche in Mauritania un'industria casearia, che distribuisce latte Uht, yoghurt, panna e così via. Irin ricorda Tiviski, la prima azienda casearia avviata a Noouakchott nel 1987 da una britannica sposata con un mauritano: aveva cominciato a comprare il latte di cammello da produttori delle campagne circostanti, buon latte fresco che poi pasteurizzava e distribuiva in città...

domenica 14 ottobre 2012

ricordo di Thomas Sankara - Marinella Correggia


Ecologia, femminismo, fame e povertà zero, cultura, altermondialismo, il credito e non il debito dell'Africa. A 25 anni dall'assassinio di Thomas Sankara, la rivoluzione del giovane presidente del Burkina Faso è ancora più che attuale «Lo supplicavo di proteggersi la vita, gli dicevo che un eroe morto non serve a niente. Adesso però penso che un eroe morto serva da riferimento». Così il giornalista malgascio Sennen Andriamirado, nella biografia postuma Il s'appelait Sankara sottolineava il lascito di quel Che Guevara africano diventato nel 1983 presidente rivoluzionario del poverissimo Alto Volta, rinominato Burkina Faso ovvero «paese degli integri». Una vicenda luminosa e breve come un lampo. Sankara fu ucciso a soli 38 anni in un colpo di stato cruento. Interessi interni di risicati ceti privilegiati saldati a quelli di poteri regionali e internazionali ebbero la meglio su un'esperienza scomoda e potenzialmente contagiosa, ma al tempo stesso ancora solitaria, perciò debole. Era il 15 ottobre 1987: venti anni e una settimana dopo l'assassinio del Che. Come una parola d'ordine Quattro anni sono troppo pochi perché una rivoluzione sopravviva alla scomparsa violenta della sua guida, soprattutto se di tutta la testa superiore agli altri politici. E tuttavia Sankara, eroe senza corona e senza privilegi, rimane un mot de passe , una specie di parola d'ordine. Un richiamo a ideale e pratiche locali e internazionali adatti al futuro. «Se ci fosse ancora Sankara», si intitolò un convegno a Torino, nel 2007. Non c'è angolo che la rivoluzione burkinabè al tempo di Sankara non abbia esplorato: «Vogliamo essere gli eredi di tutte le rivoluzioni del mondo». Una sfida enorme, in quel «concentrato di tutte le disgrazie del mondo» (aspettativa di vita di 40 anni, 98% di analfabetismo, poca acqua, tanta fatica) nel quale però «donne, bambini e uomini hanno deciso di prendere in mano il proprio destino« (dal discorso all'Assemblea dell'Onu nel 1984, v. Thomas Sankara, i discorsi e le idee , edizioni Sankara). Ma ecco un popolo, fatto al 90% di contadini e donne oppresse, tentare la fuoriuscita dalla miseria, sulla via di uno sviluppo autonomo, partecipato, egualitario, ecologico per necessità. Il paradigma sociale e culturale della rivoluzione sankarista era proiettato nel futuro. Cos'è infatti il buen vivir (o vivir bien ) ora rivendicato da diversi paesi latinoamericani se non la ricerca di un semplice benessere per tutti, nel rispetto della natura e dei beni comuni, da raggiungere con strumenti quali democrazia diretta, economia popolare, risorse endogene? «La nostra rivoluzione avrà valore solo se, guardando intorno a noi, potremo dire che i burkinabè sono un po' più felici grazie ad essa», disse il presidente a Bobo Dioulasso il 2 ottobre 1987. Sovranità alimentare nel Sahel L'obiettivo era immenso e immane in quel contesto. La prova del nove fu superata: risultati materiali inauditi in poco tempo e quasi senza mezzi. Tutto all'insegna del motto di Sankara: «Contare sulle proprie forze». Coltivare e irrigare con poche risorse per garantire due pasti e dieci litri d'acqua al giorno a ognuno. La sovranità alimentare: «Produrre e consumare burkinabè». «Operazioni commando di alfabetizzazione» degli adulti. I progetti «un villaggio un bosco, un villaggio un ambulatorio, un villaggio una scuola». Le «tre lotte contro il deserto» per un commovente Burkina verde. Il faso dan fani , abito di cotone locale lavorato artigianalmente. La «battaglia per la ferrovia». L'informazione partecipata con la «radio entrate e parlate». I lavori comunitari anche per i funzionari (un tentativo di redistribuzione della fatica). La cultura, inventare il Festival del cinema africano, le proiezioni nei villaggi, lo sport di massa per la salute... E i soggetti. La mobilitazione tentata a tutti i livelli nei comitati rivoluzionari. Al centro di tutto, i contadini e le donne, anche contro i capi villaggio e gli sfruttatori della tradizione. Presidente femminista, un otto marzo dichiarò: «Se perdiamo la lotta per la liberazione della donna avremo perso il diritto di sperare in una trasformazione positiva. (...) Una società come la nostra deve lottare contro l'escissione e ridurre anche i lunghi tragitti che la donna percorre per andare a cercare l'acqua, la legna . Non possiamo parlare di liberazione della donna senza parlare del mulino per macinare il grano, dell'orto, del potere economico» (da Thomas Sankara. I discorsi e le idee , edizioni Sankara). Un presidente senza privilegi Per investire tutto nei bisogni di base Sankara impose una spending review all'osso: «Non possiamo essere i dirigenti ricchi di un paese povero». Senza accettare imposizioni dal Fondo Monetario internazionale (che «va oltre il controllo di bilancio e persegue un controllo politico»), l'austerità fu autogestita: stipendi modestissimi a presidente e ministri, niente sprechi di rappresentanza, vendute le auto blu, aboliti gli eventi di lusso, rimpicciolita ogni spesa amministrativa. Ma non riuscì a Thomas Sankara la lotta contro la corruzione, e contro gli abusi di potere nei Comitati rivoluzionari. L'impegno antimperialista fra i non allineati e a fianco delle esperienze rivoluzionarie. La lotta contro il debito estero e per il disarmo. Nel suo discorso di fronte ai capi di stato africani, alla Conferenza dell'allora Organizzazione per l'Unità Africana (Oua) ad Addis Abeba, 29 luglio 1987, Sankara ripeteva l'invito fatto al Movimento dei paesi non allineati tre anni prima a New Delhi: «Non possiamo rimborsare il debito perché non abbiamo di che pagare. Non possiamo rimborsare il debito perché non ne siamo responsabili. (...) Abbiamo il dovere di creare il Fronte unito contro il debito». Ma al tempo stesso tutta l'Africa doveva farla finita con la corruzione, i privilegi e le spese per le armi. Le risorse liberate erano necessarie alla fuoriuscita dalla miseria e all'integrazione regionale (sul modello dell'attuale Alleanza bolivariana Alba in America Latina): «Facciamo sì che il mercato africano sia davvero il mercato degli africani. Produrre in Africa, trasformare in Africa e consumare in Africa (...) È per noi il solo modo di vivere liberamente e degnamente».