lunedì 20 dicembre 2021

Accordi che non cambiano il clima - Alberto Castagnola

 

Terminato l’incontro di 195 Stati e di alcune organizzazioni internazionali, spentosi l’interesse mediatico, e soprattutto finito il dibattito  sul valore positivo o negativo di un evento apparentemente di grande portata, può essere utile mettere ordine tra informazioni e dati e valutare quali effetti reali possiamo attenderci nell’immediato futuro.

In primo luogo, non si possono dimenticare almeno tre accordi, (accuratamente non citati nel documento conclusivo ma che sono stati siglati in occasione dei lavori della COP26), la cui capacità di diventare operativi  e di incidere sui comportamenti di un numero così elevato di Stati è sicuramente tutta da dimostrare. Però è interessante che oltre cento paesi, oltre all’Unione Europea e agli Stati Uniti, abbiano deciso di ridurre del 30% le emissioni di metano entro questo decennio.

Si tratta di circa la metà dei trenta maggiori emettitori, ma non sono presenti Cina, India e Russia, ai primi posti tra gli inquinatori principali.  Inoltre lo stesso gruppo di paesi sembra abbiano deciso di fermare la deforestazione entro il 2030  con uno stanziamento di circa 18 miliardi di dollari per il recupero dei territori danneggiati da incendi o da tagli abusivi.

Di questo gruppo di paesi, che hanno reso noto le loro decisioni proprio all’inizio della conferenza, fanno parte anche Brasile e Cina e sui loro territori crescono l’85% delle superfici boscate. Per il metano, sarà importante analizzare la lista dei paesi per capire se le rispettive emissioni dipendono dalle industrie o dal traffico, dai pozzi petroliferi esausti lasciati senza bonifiche oppure dal permafrost lasciato scoperto dai ghiacciai, oltre poi a controllare se si verifica l’avvio di piani concreti di intervento e i tempi previsti per il loro completamento. Per le foreste saranno necessarie analoghe verifiche di piani di azione e soprattutto dei metodi adottati per il rimboschimento e per la salvaguardia delle giovani piante.

Un secondo accordo è emerso il 4 novembre, quando l’Inghilterra ha presentato la sua iniziativa volta ad interrompere i finanziamenti pubblici internazionali a progetti per l’estrazione e la produzione di combustibili fossili, alla quale avevano già aderito paesi come Stati Uniti, Canada e Danimarca, ai quali si sono aggiunti parecchi altri paesi come Mali, Costarica e Zambia nonchè la Banca Europea per gli Investimenti, la Commissione Europea e la Banca dell’Africa Orientale per lo Sviluppo.

L’adesione dell’Italia si è fatta attendere, pur in presenza di un “piano” che non è vincolante e che permette delle esenzioni e delle salvaguardie per imprese straniere, ma poi è stata resa nota.

Il motivo della esitazione ha due nomi, Sace ed Eni. La prima, l’agenzia pubblica per le esportazioni, ha garantito nel periodo 2016-2020 miliardi di dollari per nuovi progetti relativi ai combustibili fossili, la seconda  ha avviato un progetto di estrazione in Mozambico ed è presente in numerosi paesi dell’Africa.  

Un terzo accordo, annunciato prima della prima bozza di documento finale, è stato concluso a sorpresa da Stati Uniti e Cina, che hanno elencato alcuni temi ambientali per i quali intendono collaborare. Hanno anche precisato che questa iniziativa è stata preceduta da quaranta incontri, che sono evidentemente serviti a smussare i conflitti e ad agevolare le intese.

Il testo non dice molto, ma si possono immaginare molti campi di reciproco interesse economico, ad esempio un aumento delle forniture di terre rare da parte della Cina  che esercità un forte controllo su molte di esse e che dispone di gran parte degli impianti per la loro prima trasformazione, oppure una fornitura di tecnologie avanzate americane per gli impianti alimentati a carbone, oltre 120 già esistenti e oltre cinquanta in via di realizzazione in Cina.

Questa intesa, che non sembra essere una pura manovra tattica, dovrà essere seguita con molta attenzione per i suoi potenziali effetti sui tempi e sulle modalità della riduzione delle emissioni climalteranti.

Infine. non si può dimenticare che il terzo giorno della COP il Cancelliere dello Scacchiere del paese ospite, Rishi Sunak, ha annunciato che 450 istituti finanziari (banche, assicurazioni, gestori di patrimoni, ecc.) con sedi in 45 paesi si sono impegnati a rispettare i termini dell’Accordo di Parigi dal 2023.

Altri interventi hanno ricordato l’entità dei flussi finanziari internazionali e la possibilità di orientarne una parte crescente a iniziative climatiche positive. Ovviamente le organizzazioni non governative presenti hanno mostrato molto scetticismo riguardo alla proposta, ed è difficile assumere una posizione diversa, se si tiene conto della complessità e della pervasività della sfera finanziaria internazionale e della possibilità di considerare “verdi” moltissime iniziative che continuano ad avere un forte impatto climalterante.

D’altra parte, la realtà economica è ben diversa. Ad esempio, negli ultimi cinque anni, cioè da quando fu definito l’Accordo di Parigi sul clima, cinque banche internazionali – Jp Morgan Chase, Hsbc, Bank of America, Pnb Paribas, Industrial and Commercial Bank of China – e alcuni fondi di gestione patrimoniale hanno aumentato fino fino a 119 miliardi di dollari il loro impegno finanziario a favore di venti aziende agroalimentari, tra cui il colosso brasiliano della carne Jbs, legate alla attività di deforestazione, scrive il Financial Times. Lo sostiene una ricerca realizzata dall’organizzazione umanitaria Global Witness.

Dati e previsioni sulla crisi climatica

Nel periodo in cui si è svolta la prima COP dopo l’interruzione dovuta alla pandemia, diverse fonti hanno messo in circolazione dati interessanti sull’andamento del clima e soprattutto sull’andamento delle emissioni più dannose per il pianeta.

I risultati dell’evento dovrebbero infatti essere inseriti in un quadro sempre aggionato della situazione attuale e prevedibile della Terra, nel suo complesso e nei territori maggiormente colpiti. Più in particolare, gli obiettivi che dovrebbero essere perseguiti da tutti gli Stati dovrebbero in realtà essere continuamente modificati in base ai risultati ottenuti e ai peggioramenti della situazione globale che emergono continuamente.

In primo luogo, il limite di 1,5° C indicato anche dalla recente Conferenza come invalicabile, secondo il parere di molti esperti sarà superato intorno al 2040, anche se si adottassero misure molto drastiche a causa dell’inerzia dei fenomeni climalteranti. Inoltre si dovrebbe  tenere presente che a livello ufficiale si parla sempre di “medie planetarie”, il che significa che in certi territori le temperature, specie a causa degli aumenti verificatisi negli ultimi mesi e anni, hanno raggiunto o superato anche i 3° C,  mentre gli aumenti del livello dei mari hanno gia sommerso alcune isole ed eroso fasce costiere.

Nel periodo 2010-2019, il carbonio di origine antropica è aumentato di 39,6 gigatonnellate di Co2 ogni anno (33,8 causato da energie fossili, industrie e agricoltura, 5,8 da cambio di destinazione nell’uso dei terreni) 12,2 gigatonnellate sono  state assorbite dalla terra, e 9 dai mari, in totale 21,2 e quindi ciò significa che  18,4 (su 39,6) è stato accumulato nell’atmosfera. Quali Stati hanno prodotto questo fenomeno di accumulazione nell’atmosfera nel periodo tra il 1850 e il 2018? Sempre espresso in gigatonnellate di Co2:

Stati Uniti 401.230 (di cui il 73,2% prima del 2000)

Unione Europea (28 membri nel 2018) 352.390 (di cui il 78,8 prima del 2000)

Cina 219.449 (di cui 31,1% prima del 2000)

Russia 113.860 (di cui 72% prima del 2000)

Germania 90.070 (di cui 82,5% prima del 2000)

Inghilterra 73.313 (di cui 82,5% prima del 2000)

Giappone 59.349 (dicui 31,1 prima del 2000)

India 53.058 (di cui 72% prima del 2000)

Altro fenomeno le ondate di caldo estremoin sintesi, qualora gli Stati riuscissero a rispettare l’obiettivo di non superare un grado e mezzo della temperatura media planetaria, le grandi ondate di caldo che in passato si producevano una ogni cinquanta anni, oggi si produrrebbero una volta ogni dieci anni. Qualora lasciassimo che la temperatura media arrivasse a 4°C, tali eventi si verificherebbero quattro anni su cinque. Forse quando avremo a disposizione i dati dell’estate scorsa 2021 queste previsioni andranno riviste al rialzo.

E poi una citazione testuale di un esperto: “Ma qualsiasi cosa si faccia ormai, tenendo conto della durata di vita dei gas nell’atmosfera, le perturbazioni climatiche previste per i prossimi trenta anni sono diventate ampiamente inevitabili” Può sembrare una affermazione forte, ma i dati più recenti sembrano confermare questa valutazione complessiva .

Le 887 società che operano nel settore fossile a livello mondiale e che totalizzano il 95% della produzione degli idrocarburi (2) negli ultimi tre anni hanno investito 168 miliardi di dollari nella ricerca di nuovi giacimenti e tanti altri miliardi  nella costruzione di oleodotti e gasdotti. L’ENI, in particolare, che è tra le venti imprese maggiori del settore petrolifero, è presente nell’Artico, dove estrae centomila barili di greggio al giorno. Ma la sua attività è in espansione anche in Africa. In Mozambico ha un progetto al largo delle coste di Cabo Delgado.  Il piano strategico del gruppo sembra quindi procedere verso l’obiettivo di un aumento di idrocarburi del 4% all’anno.

Il rapporto Ar6 degli scienziati dell’IPCC, distribuito alla fine del mese di agosto 2021, per fornire informazioni utili sulla situazione climatica alla successiva COP26, dedicava uno spazio insolitamente ampio ai metodi di cattura del carbonio direttamente dall’aria, forse l’uica tecnologia al momento disponibile,  anche se in fase sperimentale, per contenere la concentrazione di emissioni.

Pur essendo praticamente in fase di prima sperimentazione, molti grandi gruppi petroliferi sembrano essere interessati, in particolare l’ENI diffonde l’immagine della sua iniziativa a Ravenna. Si tratta ovviamente di una tecnologia molto costosa, e per questo ogni dato in materia è di difficile reperimento.

In questi giorni, però, un articolo del Corriere della Sera fornisce due dati, non documentati, che però costituiscono una qualche indicazione sugli eventuali costi a regime. Parla di circa 1000 dollari a tonnellata di carbonio, e poi riporta una cifra fornita dalla Agenzia Internazionale dell’Energia, che afferma che questo approccio tecnologico non potrebbe in ogni caso ridurre il carbonio già in atmosfera in misura superiore al 10% entro il 2050., intervento quindi non certo risolutivo. 

E’ poi interessante un intervento di uno degli scienziati che lavorano per l’IPCC, Filippo Giorgi , che afferma: “Una riduzione immediata e costante del 3% porterebbe a comprimere della metà rispetto ai volumi attuali la Co2 nel 2050 e a portarla a soli tre miliardi ditonnellate nel 2100”.

Invece tutti spostano in là il momento di inizio e quindi il traguardo, l’India addirittura chiede il 2070. L’esperto sottolinea che in questo modo la C02  emessa  oggi rimarrà in atmosfera per un secolo, accumulandosi come una coperta sempre più spessa che surriscalda il pianeta. Nel  testo sono contenute molte altre informazioni interessanti, che se confermate getterebbero una ulteriore luce negativa sulle strategie perseguite finora dalle Conferenze delle Parti.

Sempre un supplemento del Corriere della Sera riporta un grafico di grande interesse, anche se basato su ipotesi di larga massima e non su delle rilevazioi dirette che sarebbero necessarie. E’ intitolato “Fiumi di plastica” e contiene un elenco dei 40 fiumi più importanti del pianeta, che ricevono frammenti di plastica e li riversano negli oceani.

Nel mondo si producono ogni anno due miliardi di tonnellate di rifiuti, di questi il 35% è generato in Europa e nel Nord America, il 40% della parte che resta si origina in Asia meridionale e orientale e l’11% in America latina, metre il resto proviene dall’Africa e l’America Latina. Globalmente circa un terzo non viene in alcun modo trattato e si sparge in qualunque spazio o finisce in mare.

Circa il 12% di tutti i rifiuti è formato da plastica, che quando arriva al mare forma le famigerate isole di plastica (ormai sono più di cinque) e, degradandosi, inquina il fondo degli oceani o viene ingerita dagli animali marini che poi, in parte rilevante, arrivano nelle catene alimentari degli esseri umani.

Infine, riportiamo parte di un testo intitolato “I rischi finanziari del clima“. Il 22 settembre la Banca Centrale Europea ha reso pubblici i risultati dei vari scenari presi in esame per misurare gli effetti del cambiamento climatico sull’economia europea. La banca analizza regolarmente ipotesi di crisi finanziaria per valutare la resistenza del settore bancario L’idea di questi stress test è ipotizzare il peggio per prevenirlo meglio. Inserire l’ambiente tra i fattori di rischio per l’economia aiuta a capire la gravità dellaa crisi climatica.

L’assenza di misure per decarbonizzare l’economia potrebbe provocare una riduzione del 10 per cento del Pil dell’Unione Europea entro il 2100. La Bce evoca una crescita dell’insolvenza sui prestiti concessi ai  progetti più esposti ai rischi climatici. Continuare a finanziarli mentre i regolamenti a favore dell’ambiente li renderanno obsoleti diventerà sempre più rischioso. L’allarme non è solo teorico. Anche se i protagonisti della finanza dicono di voler aiutare a decarbonizzare l’economia, la realtà è meno idilliaca.

L’aumento delle perforazioni di giacimenti di petrolio e gas nell’estremo nord è significativo. Grazie a regole farraginose, le situazioni finanziarie aggirano le restrizioni che dovrebbero proteggere l’Artico, una regione che contribuisce a regolare il clima del pianeta

Le energie fossili rappresentano l’80 per cento delle emissiono globali di Co2, causa principale del riscaldamento. La finanza è uno strumento principale per contenere il fenomeno, ma la normativa attuale è permissiva e accorda facilmente finanziamenti bancari a progetti che ritardano il raggiungimento degli obiettivi dell’accordo di Parigi.

La Banca Centrale fa bene a lanciare l’allarme, ma deve anche interpretare il ruolo di regolatore. E’ già pronta a selezionare, anche in base a criteri climatici, i titoli che è disposta a comprare nei suoi programmi di acquisto , ma l’efficacia della misura dipenderà da come questi saranno definiti nel 2022.

Continuare a estrarre energie fossili al ritmo attuale è un suicidio sul piano ambientale. Bisogna prendere coscienza che lo è anche sul piano economico.

Questo testo è molto preoccupante, chi lo ha scritto conosce bene la realtà attuale e le prospettive che si stanno delineando, ma dovrebbe essere molto più radicale nel suggerire interventi e modifiche alle logiche ancora dominanti.

Considerazioni generali

Cerchiamo ora di formulare alcune valutazioni che possano alimentare il dibattito in corso e soprattutto aprire la strada ad azioni di carattere risolutiva, poichè i tempi sono sempre più stringenti

In primo luogo, è sempre opportuno ricordare che tutta l’impostazione politica ed economica dell’Accordo di Parigi e quindi di tutti i comportamenti dell’IPCC e delle Conferenze della Parti non fanno alcuna concessione a delle modifiche strutturali dei sistema economico dominante, assolutamente capitalistico e in larga misura di ispirazione liberista.

Quindi le modalità degli incontri dei 195 paesi e della selezione dei temi e delle misure da adottare hanno sempre come obiettivo delle situazioni di sostenibilità ed escludono sempre qualunque alternativa, anche di piccola entità, che sembra comportare  anche in prospettiva una qualche mutazione radicale del sistema esistente.

Di conseguenza, tutte le misure poste sul tavolo sono sempre degli aggiustamenti al margine delle economie esistenti, per renderle meno esposte agli effetti più pesanti dei mutamenti climatici in corso ormai da molti anni e in fase di accelerazione quanto a diffusione ed effetti. In realtà quindi non si prendono in pratica in considerazione delle mutazioni delle cause stesse di gran parte dei fenomeni in corso. Inoltre si parla sempre e soltanto di mitigare i danni arrecati dal sistema economico dominante, evitando accuratamente ogni ipotesi di modifica strutturale.

E ancora, si parla di adeguamenti, cioè di rendere le condizioni di vita, produttive e sociali adattandole ai mutamenti climatici in corso, senza pensare di fatto a intervenire sulle cause reali che li hanno causati, e che continuano a farle peggiorare giorno dopo giorno.

Purtroppo anche i numerosi scienziati che collaborano a questa esperienze di fatto accettano questa impostazione di fondo, anche quando sembrano documentare correttamente gli andamenti del clima e i principali effetti di tali processi. Inoltre, almeno finora, la logica iniziale viene rispettata e riproposta, pur in presenza di peggioramenti e mutazioni dei meccanismi di danno per il pianeta, ormai ben noti e documentati, perfino da fonti ufficiali.

Un secondo aspetto merita di essere evidenziato. Fin dall’inizio dell’interesse mostrato verso questi fenomeni climatici (quindi anche molti anni prima dell’Accordo di Parigi) l’IPCC  aveva adottato un atteggiamento verso gli Stati membri improntato alla massima autonomia dei singoli paesi.

In altre parole, qualunque decisione presa era lasciata alla buona volontà dei governi sul se, come e quando realizzarla. Il principio ispiratore, senz’altro condivisibile, era quello della massima salvaguardia dei poteri statuali, che però avrebbe richiesto il massimo impegno, per ognuno di loro, per attuare nei tempi previsti qualunque iniziativa fosse stata approvata da tutti.

In realtà, per una serie di motivi, questa dinamica ottimale non si è realizzata, il conseguimento della totale partecipazione ad ogni decisione da prendere e soprattutto il rispetto di norme e tempi di attuazione è stato raggiunto spesso solo per circa la metà dei partecipanti, metre per gli altri si accumulavano ritardi o sostanziale sottrazione agli impegni.

Tenendo conto della gravità della situazione climatica da affrontare e del continuo peggioramento delle condizioni ambientali, sarebbe forse opportuno, salvaguardando il principio ispiratore, adottare dei metodi più efficaci per garantire le massima partecipazione e il rispetto dei termini stabiliti, pena la sostanziale inutilità o inefficacia degli interventi previsti, un lusso che gli abitanti della Terra non si possono certo permettere.

Ad esempio, si potrebbero far conoscere con molti dettagli gli adempimenti dei paesi virtuosi, sperando che dai buoni esempi tutti possano trarre benefici. Oppure, si potrebbero mettere a disposizione delle situazioni più difficili, gruppi di scienziati e di specialisti con esperienze di governo. Idee di questo tipo si possono moltiplicare e rendere massimamente efficaci, poichè non si possono perdere anni preziosi senza reagire.

Anche senza effettuare interventi di controllo molto pesanti, iniziative di sostegno nelle situazioni più di difficili o in ritardo eccessivo potrebbero essere messe a disposizione senza intaccare principi di autonomia o suscettibilità particolari in nome del comune interesse a effettuare in tempi brevi un miglioramento delle condizioni ambientali.

Gli accordi tra gruppi di paesi come quelli indicati nella prima parte di questo testo, possono essere interpretati come desiderio di collaborazioni più estese o come interessi specifici o meccanismo di danno di particolare interesse, ma potrebbero anche essere letti come segnali di allarme da parte di Paesi che, per motivi anche diversi, sentono l’esigenza di accelerare o rendere più efficaci gli interventi discussi nelle plenarie.

Ma potrebbero anche indicare un qualche disagio di singoli o di gruppi di paesi nel dover attendere, talvolta per anni, ad effettuare interventi di interesse vitale e comune a tutti. La tematica è sicuramente delicata, ma trascurarla completamente aumenterebbe i rischi di tutti.

Veniamo al ruolo svolto in  questo periodo di infiniti confronti da una personalità che nelle precedenti scadenze si era molto spesa per la tutela degli interessi comuni. Parliamo di Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite. A pochi giorni dall’inizio della COP 26 ha presentato un rapporto diffuso dall’UNEP, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente che metteva in evidenza il fatto che allo stato attuale gli sforzi dei singoli paesi porterebbero a una riduzione delle emissioni di gas serra del 7,5 % entro il 2030.

Impegno insufficiente secondo le Nazioni Unite poichè avremmo bisogno di una riduzione del 55% per limitare l’aumento del riscaldamento globale a 1,5° C. E quindi abbiamo solo 8 anni per dimezzare le emissioni di gas serra, cioè di tagliare 28 gigatonnellate di anidride carbonica equivalente. Solo otto anni per decidere gli interventi, fare i piani di riduzione, realizzare tutte le azioni necessarie.

Negli anni scorsi Guterres ha ripetuto più volte che ogni anno, a partire da subito, avremmo dovuto ridurre le emissioni del 6,5%. Ciò significava anche che se un anno non si raggiugeva l’obiettivo, l’anno successivo avremmo dovuto raddoppiare questa cifra. Nell’ultima dichiarazione questa percentuale è diventata del 7%.

Guterres, sempre prima della Conferenza aveva inoltre fatto delle proposte. “Tutti i paesi devono capire che il vecchio modello di sviluppo fondato sul carbone costituisce una sentenza di condanna a morte per le loro economie e per il nostro pianeta. Dobbiamo decarbonizzare adesso, in tutti i settori e in tutti gli Stati. Dobbiamo dirottare i sussidi dai combustibili fossili alle energie rinnovabil, e tassare l’inquinamento, non le persone.

Dobbiamo mettere un prezzo al carbonio, e indirizzare queste somme verso lavori e infrastrutture resilienti. Occorre uscire gradualmente dal carbone, entro il 2030 nei paesi Ocse e entro il 2040 in tutti gli altri. Sempre più governi si  sono impegnati a smettere di finanziare il carbone e i gruppi finanzari privati devono urgentemente fare lo stesso. 

La gente si aspetta giustamente che i propri governi guidino questo processo. Ma tutti abbiamo la responsabilità di salvaguardare il nostro futuro collettivo. Occorre che le imprese riducano il proprio impatto climatico e indirizzino i propri flussi finanziari e operativi verso un futuro a emissioni zero. Basta con le scuse e con strategie che nascondono impatti ambientali negativi.

Gli investitori, pubblici e privati, dovrebbero fare lo stesso, unendosi ad apripista quali l’Alleanza di investitori istituzionali internazionali, che si è impegnata a trasferire i propri portafogli verso investimenti a emissioni zero , e il Fondo Pensioni delle Nazioni Unite, che ha raggiunto in anticipo e oltre le previsioni gli obiettivi di investimento 2021 fondati sulla riduzione di carbonio globale, in una percentuale del 32% quest’anno”. Come si vede, i suggerimenti e le esperienze  erano già sul tavolo, ma praticamente nulla è stato deciso in questa direzione.

da qui

sabato 18 dicembre 2021

La discussione che non si è mai fatta - Guido Viale

 

che punto è la notte? Due notizie, comparse su pagine diverse dei giornali dell’11 dicembre, ma tra loro connesse, ce lo fanno capire. Una serie di uragani ha investito il Kentucky e quattro Stati adiacenti, con venti a 350 chilometri l’ora, polverizzando una fabbrica con dentro i suoi operai e devastando diverse città, mentre a pochi Stati di distanza (Nord e Sud Dakota) la siccità costringeva gli allevatori, principale “industria” dell’area, a svendere il bestiame per mancanza di acqua e scarsità di foraggio. Lo stesso giorno, in Italia, Confindustria, sindacati e associazioni varie di categoria si opponevano a fissare al 2035 (data indicata dalla COP26 di Glasgow, ma non sottoscritta dall’Italia) la cessazione di produzione e vendita – non certo della circolazione – delle auto a combustione. “Troppo presto!”, gridano: se proprio si deve fare, ci occorre “molto più tempo”.

Ma che cosa lega queste due notizie? Il disastro del Kentucky illustra “dal vero” le condizioni in cui si troveranno a vivere non generiche “future generazioni”, ma già la prossima (next); e non solo in Kentucky e Dakota, ma, con alterne varianti, ovunque. Il tira-e-molla tra Confindustria e governo illustra “dal vero” l’irresponsabilità nei confronti della crisi climatica e ambientale, ormai in pieno corso, di tutto l’establishment (sindacati compresi) non solo italiano, ma del mondo intero; nell’indifferenza per l’incombente catastrofe denunciata, tra gli altri, da papa Francesco.

Indifferenza che nasce da una visione – o “non visione” – della transizione che vede il futuro scorrere nelle stesse forme del presente e del recente passato: niente dovrà cambiare veramente: l’energia, sempre più abbondante per soddisfare i “crescenti bisogni”, verrà dalle fonti rinnovabili e, siccome non bastano, dal nucleare (fissione o fusione) e dal gas, che si continuerà a usare (moltiplicando gli impianti), ma anche a cercare in nuovi giacimenti e a trasportare con nuovi gasdotti. Le emissioni? Le manderemo sottoterra con il CCS (Carbon Capture and Storage, tecnologia che punta alla cattura e al sequestro – o stoccaggio – del diossido di carbonio), anche se il principale impianto di CCS del mondo, della Chevron in Australia, è appena stato chiuso perché non funziona. Il territorio? Lo renderemo più bello moltiplicando autostrade e linee ad alta velocità, anche se continuerà a franare da tutte le parti. L’alimentazione? Ci penseranno gli OGM (pardon!, il Genoma Editing) e la bistecca sintetica.

Ovvio che rinunciare a un’auto posteggiata ventidue ore di media sotto casa o al lavoro – e che per le restanti due intasa la circolazione – è impensabile. Anzi, se oggi nel mondo ce ne è quasi un miliardo e mezzo, lo “sviluppo sostenibile” esige che al 2035 ce ne sia il doppio e al 2050 una ogni due abitanti della Terra. O vogliamo lasciare a piedi il “Terzo mondo”? Elettriche? Ma nel 2035 si sarà trovato sicuramente il modo per ridurne ancora le emissioni, anche se i territori da attraversare saranno ormai come nel Kentucky.

All’origine di questa “discrasia” tra ciò che vediamo già oggi, in Kentucky e un po’ ovunque, e quello che non vedono – e non vogliono vedere – i drogati della crescita e della motorizzazione di massa (elettrica o a combustione? poco importa: congestione, particolato prodotto da freni e pneumatici, devastazione del territorio, saccheggio delle risorse e spirito proprietario li producono entrambe; a gara) c’è l’equivoco dello sviluppo sostenibile: un ossimoro, perché quella presunta “sostenibilità” non contempla e non contemplava fin dall’inizio la necessità di una svolta a U rispetto a tutto quanto ha caratterizzato stili di vita e sistema produttivo nel corso degli ormai tanti anni in cui vizi ed esiti mortiferi della loro perpetuazione si sono resi chiari (anche se ben nascosti dalla pubblicità, da una cultura asservita, da una ignoranza promossa dai pochi – sempre meno – che tengono in mano le redini del mondo globalizzato).

È mancata e manca alla base di ogni proposito – vero o millantato – di conversione ecologica una discussione che coinvolga la generalità dei cittadini e delle cittadine – territorio per territorio, categoria per categoria, scuola per scuola, azienda per azienda, casa per casa – su quello che ci aspetta veramente se lasciamo che le cose procedano come ora, o con poche varianti, e quello che occorre veramente fare – e quello, soprattutto, che occorre non fare assolutamente più; e da subito – per evitare di trascinare l’umanità in un disastro irreversibile. Di promuoverlo, prima ancora di definire programmi e progetti – anzi contestualmente alla loro individuazione – dovrebbe occuparsi innanzitutto il ministero della Transizione Ecologica se rispettasse il mandato contenuto nel suo stesso nome. La conversione ecologica non si può fare senza coinvolgere i suoi destinatari, che sono anche i suoi attori; e non possiamo non esserlo tutti: non oggetto passivo di questo processo, ma suoi protagonisti insostituibili. Solo così le istanze irrinunciabili di giustizia sociale che esso comporta possono emergere e affermarsi in tutta la loro valenza e potenza. Non lo fanno “loro”? Dobbiamo farlo noi.

da qui

venerdì 17 dicembre 2021

Benvenuti - Marco Calabria, Gianluca Carmosino e Riccardo Troisi

 

 

Benvenuti 2021Download

 

Viviamo anni in cui sempre più parole perdono di significato e il loro portato di idee. Una di queste parole, un verbo, è proteggere. Possiamo davvero continuare a pensare che siano i governi e gli Stati, come appaiono oggi, così poco amati e in declino, a proteggerci dalle grandi minacce del nostro tempo? Quello a essere protetta, in qualunque contesto, è un diritto fondamentale per ogni vita. Possiamo cominciare a immaginare espressioni organizzate della politica – magari comunitarie, cittadine, rurali, più vicine alle realtà locali di ogni giorno – potenzialmente capaci di farlo? Possiamo smettere di aggirarci come sonnambuli, l’espressione metaforica è di Arundhaty Roy, nei meandri dell’architettura di un capitalismo della sorveglianza che, una volta preso il controllo del nostro tempo e di ogni comportamento non assimilabile alla sua riproduzione, ci chiede anche di esserne felici? Possiamo provare a proteggerci l’una con l’altro da quell’architettura?

 

Libertà di movimento

Gli anni che passano si portano via una cosa dopo l’altra. Quello che si avvia a conclusione mostra in prima pagina, sul territorio italiano, certamente ancora il segno della pandemia e delle sue molteplici conseguenze, anche sul piano delle restrizioni delle libertà di movimento. Per quel che riguarda i migranti e i rifugiati (la distinzione è arbitraria, può avere senso solo in specifici contesti normativi), le persone limitate nei movimenti per eccellenza nel mondo contemporaneo, è stato un anno durissimo. Lo hanno segnato le vite stroncate in mare ma anche, in misura certo diversa, le detenzioni nei luoghi di concentrazione, su entrambe le sponde del Mediterraneo. Le detenzioni amministrative di persone che non hanno commesso reati sono state introdotte in Italia alla fine del secolo scorso, con una mostruosità giuridica. L’istituzione dei Centri di permanenza “temporanea”, con la legge Turco-Napolitano (1998), venne dettata, tra le altre cose, dal prevalere delle retoriche dell’invasione e dell’emergenza, generate in buona parte da scelte irresponsabili dei grandi mezzi d’informazione.

 

Logiche di emergenza

Oltre vent’anni dopo, il sistema di accoglienza italiano, ricucite solo in superficie le ferite prodotte dalla furia devastante dei decreti sicurezza introdotti dal primo governo Conte, è ancora largamente dominato dalle logiche di emergenza. Dal punto di vista giuridico, il concetto di emergenza non può essere disgiunto da eventi contingenti, dall’insorgere di particolari situazioni estreme che non ne permettono la gestione con leggi ordinarie. Dal punto di vista politico, in genere, le logiche di emergenza sono solite ostacolare o rendere impossibile il riconoscimento delle ragioni sociali e culturali che generano le crisi, le responsabilità ad esse connesse e gli interessi in gioco. Concentrano l’attenzione sugli effetti immediati di quel che accade, o si presume che accada. Poi tutto scivola via, nel rumore di fondo della palude mediatica.

 

Un paese di transito

Negli anni più recenti, la costruzione dell’emergenza è stata quasi sempre utilizzata dai poteri dominanti per introdurre logiche di controllo, segregazione e contenimento al fine di tutelare presunti interessi generali, leggasi nazionali. L’apporto mediatico a quella costruzione ha scandito spesso i tempi della costruzione dell’emergenza in modo intermittente, con periodi di sovraesposizione mediatica seguiti da lunghe pause di silenzio. Fino alla successiva emergenza. Ne consegue, con ogni evidenza, l’enorme difficoltà nella proposizione di interventi risolutivi o “strutturali”, capaci di produrre reali cambiamenti in profondità e alternative politiche che esulino dal contesto emergenziale. Non si tratta di errori di valutazione, sono strategie e consapevoli scelte politiche. L’Italia viene considerata un “paese di transito” incapace di accogliere ma soprattutto di includere (azione che, a differenza dell’integrare, comporta un cambiamento culturale profondo e non la “normalizzazione” dell’altro) nuovi cittadini soltanto perché sceglie di esserlo. Lo scelgono i suoi governi. Ogni giorno.

 

Benvenuti Ovunque

Nelle pagine che seguono, in questo nostro secondo Rapporto sull’accoglienza diffusa in Italia, intitolato con ostinazione “Benvenuti” – questa volta anche in dialogo vivo con i versi di Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura nel 1986, che trovate in controcopertina – c’è soprattutto una declinazione dettagliata, limitata per lo più ai problemi dell’accoglienza, della pervasività nefasta delle inossidabili logiche emergenziali. Quell’influenza malefica proviamo a raccontarla, giorno per giorno, settimana dopo settimana, nelle centinaia di articoli pubblicati ogni anno su “Benvenuti Ovunque”, la testata interna a Comune-info in cui raccogliamo l’informazione dedicata ai migranti, ai rifugiati e ai richiedenti asilo. E la raccontiamo qui, nei diversi approfondimenti sulle difficoltà cronicizzate che ostacolano anche solo il riavvio (dopo lo smantellamento salviniano) di un sistema pubblico marcato in profondità dal dominio del controllo delle prefetture e dall’impronta emergenziale.

 

L’accoglienza diffusa

L’intervista a Gianfranco Schiavone traccia un quadro molto preciso di un sistema che la legge indica come binario e la realtà delle volontà politiche fa pendere decisamente da una parte, la solita. Roberta Ferruti ci racconta invece le potenzialità e le capacità di resistenza di straordinarie esperienze di accoglienza diffusa, messe tenacemente in rete, malgrado cresca la criminalizzazione della solidarietà. È avvenuto a Riace, com’è a tutti noto, ma lo si vede anche al confine con la Slovenia, come spiega Gian Andrea Franchi nella conversazione con Rossella Marvulli. La registrazione video di un incontro molto ricco di sguardi plurali, che insieme compongono la trama della restituzione di dignità alla parola accoglienza, allarga lo sguardo della critica dell’emergenza sostenendolo con proposte puntuali, praticabili e ambiziose. Sono state raccolte intorno al tavolo “Lo Sai?” a conclusione di un lungo e partecipato percorso di incontri territoriali che è andato avanti per mesi. Di quell’incontro trovate anche una sintesi scritta.

 

L’Europa dei fili spinati

Non poteva certo mancare, in questo nostro resoconto annuale sullo stato delle cose dell’accoglienza, un punto di vista rigoroso sull’esternalizzazione delle frontiere e sui silenzi, le responsabilità e le complicità dell’Unione Europa sulla tragedia di persone inermi, strumentalizzate e respinte. Bambine e bambini compresi, naturalmente, quelli che magari si preferisce chiamare “minori stranieri non accompagnati”, privandoli – spiega Lavinia Bianchi – della condizione di soggetto di diritto per poi collocarli all’interno di strutture. Ingranaggi di un apparato. Di quell’Europa lì, perché sappiamo bene che ce n’è anche un’altra, meno visibile e meno raccontata, si occupano Filippo Miraglia, a partire dallo scandaloso doppio ricatto esercitato sui rifugiati ammassati al confine tra Bielorussia e Polonia, e Fulvio Vassallo Paleologo, soprattutto dal punto di vista giuridico, con una lunga analisi del quadro normativo sulla protezione internazionale e una breve storia ignobile di Frontex, l’agenzia del divieto d’entrata.

 

Settant’anni di pace

Accanto all’Europa abbiamo messo la guerra. In questo piccolo angolo del mondo, si continua a credere che non esista solo perché non si combatte dentro i confini continentali: nei settant’anni di “pace” seguiti al secondo conflitto mondiale, almeno duecento milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case. Lo ricorda l’ottimo articolo di Fabio Alberti. Molte di quelle persone sono nate in Afghanistan. Fanno parte di un esodo che dura da oltre venticinque anni, ne scrivono Paolo Moroni e Orlando Di Gregorio del Laboratorio Percorsi di secondo welfare. Un esodo condannato a un’eterna dimensione emergenziale che suscita una pietà effimera quanto surreale anche in Italia. La denuncia dell’Asgi è netta e non afferma certo una novità. Eppure ogni volta pare si debba ricominciare da capo. Mancanza di memoria? Il tema della rimozione del passato anche recente, per quel che riguarda le donne e gli uomini in fuga da Kabul, è estenuante quanto scandaloso. Per fortuna, sulla memoria c’è anche chi lavora in tutt’altra direzione creando comunità narrative e coinvolgendo da molti anni i soggetti della migrazione nella raccolta di storie e testimonianze. È l’Archivio delle memorie migranti di cui si è preso cura Alessandro Triulzi.

 

Il razzismo di ogni giorno

Ci sono almeno altri due temi, pur limitando il discorso all’accoglienza, che ci sembrava essenziale sottolineare. Il primo è che il razzismo si combatte, con qualche speranza di successo, non solo con le normative e sui gommoni ma se lo si affronta nella vita di ogni giorno. Per questo siamo andati a cercarne la profondità nei supermercati delle province basche, con la straordinaria indagine raccontata magistralmente da June Fernández. Ne fanno le spese le donne discriminate per antonomasia, le zingare, che in Spagna si chiamane gitane, una popolazione che in quel paese riesce almeno a vivere, per il 92 per cento, in case o appartamenti veri. Un’utopia realizzata, se la si guarda dalle periferie delle città italiane. La seconda immersione nella vita quotidiana, a far da contraltare al razzismo antizigano, è la bella esperienza del mondo di Coloriage, la sartoria abbiamo scelto per “arredare” tutte le nostre pagine con il prezioso reportage fotografico bianconero di Leonora Marzullo e Manuel Grande. Andate poi sul sito del laboratorio romano di saperi e pratiche artigianali a inondarvi di tonalità brillanti e di meraviglie del colore.

 

Aprire i concetti

Il secondo tema che ritenevamo impossibile trascurare è quello del linguaggio. L’articolo di Laura Morreale è forse il più importante, dal punto di vista del grande racconto contenuto in questo quaderno, perché prova ad aprire il concetto stesso di accoglienza e a guardare nelle sue profondità meno scontate, visibili e discusse. È solo così che si sfugge alla falsa rappresentazione dei salvatori e dei salvati e si rivela quanto il lessico che utilizziamo generalmente, anche tra chi si batte strenuamente per l’affermazione dei diritti delle persone migranti, sottintenda e riproduca un rapporto di disuguaglianza. Aprire i concetti è la cosa più ambiziosa e importante che tentiamo di fare, con alterne fortune, dal 2012 sulle pagine di Comune-info. Non abbiamo molta compagnia in questa disperata impresa, ma non ci siamo ancora stancati, teniamo duro. O almeno ci proviamo, perché vogliamo arrivare in un mondo che non esiste, come quello del sogno dei migranti. I migranti abolito le frontiere tra il mondo che esiste e quello che desiderano. Rifiutano di pensare che ogni speranza sia un’illusione.

 

Bussare alle porte

In uno splendido articolo uscito su Doppio Zero un paio di anni fa e intitolato “Derrida a Riace”, Gianluca Solla ricorda come il filosofo francese avesse visto già negli anni ‘90 del secolo scorso l’incombente ricchezza di questioni che le migrazioni avrebbero portato all’interno dell’orizzonte europeo: “Nel momento in cui si pretende di abolire le frontiere interne, si procede a un blocco ancora più stretto delle frontiere esterne della cosiddetta Unione Europea. Coloro che chiedono asilo bussano successivamente alle porte di ciascuno degli Stati dell’Unione europea e finiscono per essere respinti a tutte le frontiere. Con il pretesto di lottare contro un’immigrazione travestita da esilio o in fuga dalla persecuzione politica, gli Stati respingono sempre più spesso le domande di diritto d’asilo… lasciano che sia la polizia a fare la legge”.

 

Illegalità e terrorismo

L’unica istanza diventa così quella della polizia, come un altro acuto osservatore del Novecento, Walter Benjamin, aveva a suo tempo prontamente profetizzato, sottolinea Solla, aggiungendo poi che “senza invenzione politica, senza il coraggio che serve perché la polis sia qualcosa in più di una semplice espressione territoriale, non si evita che le città perdano vitalità propositiva per chi ci vive, per esempio musealizzandosi. Giocoforza allora soccombere alle istanze poliziesco-securitarie della nostra Società: la polizia finisce per sostituire la politica, diventa la vera erede della polis, ossia ne decreta la morte ad oltranza. Da qui sorge quella equiparazione di illegalità e terrorismo, che è il vero sintomo della brutalità linguistica e politica della nostra epoca”.

 

Il controllo del territorio

Le frontiere sono state inventate per dividere le persone. Una falsa rappresentazione della realtà che dura da troppo tempo. Così come l’accoglienza prigioniera delle logiche emergenziali finge di dividerne la gestione in un sistema binario per affermarne in realtà soltanto una, quella dello Stato e delle questure. Ancora una falsa rappresentazione della realtà. A noi le frontiere piace guardarle dalla parte di chi non ha l’ossessione del controllo del territorio in nome di una presunta identità nazionale. Fino a farle via via scomparire.


Scarica il rapporto gratuitamente:

Benvenuti 2021Download


da qui

giovedì 16 dicembre 2021

L’illanguidimento, il tempo e le Cose Che Contano - Annamaria Testa

 

Piove. Fra freddo. Anche oggi il cielo ha l’inconfondibile sfumatura biancoverdastra di una mozzarella andata a male. A metà pomeriggio, cioè praticamente subito, sarà buio. E l’unica cosa che vorrei davvero fare adesso è infilarmi sotto un piumone con una scorta di libri gialli. E riemergere solo dopo aver sciolto ogni enigma e scovato tutti gli assassini. 
Chissà, magari dopo Pasqua. O almeno dopodomani.
Intanto cincischio sul computer. E, cincischiando, mi imbatto nell’illanguidimento e nei suoi correlati. Compreso un video piuttosto pregevole.

L’EMOZIONE DOMINANTE. L’illanguidimento (languishing) è l’emozione dominante del 2021, 
scrive lo psicologo Adam Grant sul New York Times il 19 aprile di quest’anno. Cita gli amici che lamentano di avere difficoltà a concentrarsi, i colleghi che non riescono a entusiasmarsi nemmeno di fronte alle prospettive aperte dal vaccino. E il familiare che tira tardi la notte riguardando per l’ennesima volta un film che conosce a memoria.

Nel suo articolo, Grant sottolinea che non è questione di esaurimento (burnout), perché le persone hanno ancora energie. E non è depressione, perché non si sentono disperate. Insomma, non si tratta di un vero disagio psichico ma, piuttosto, di un – assai diffuso – senso di stagnazione e di fatica.
È, ne più né meno, assenza di benessere: come guardare la propria vita attraverso un parabrezza appannato. Una condizione che rimanda a quel grande piano indistinto che si colloca giusto a metà tra le vette dell’entusiasmo e della focalizzazione e le voragini del malessere. 

CONTRASTARE L’ILLANGUIDIMENTO. Grant dà due suggerimenti per contrastare l’illanguidimento. Il primo riguarda il provare a immergersi nel flusso (flow), cioè in quella speciale condizione di attenzione totale e concentrata che è stata teorizzata da Mihaly Csikszentmihalyi, e che è tipica del lavoro creativo. In sostanza, chi si immerge in un’attività che sa fare bene, e specie in un’attività creativa, può, in certi casi, lasciarsene trasportare, fino a dimenticarsi completamente di se stesso.
È una sensazione non frequentissima, ma entusiasmante.

Il secondo suggerimento riguarda lo scegliere, per potersi concentrare e abbandonare al flow, attività sfidanti ma non impossibili. Quindi: né noiose perché troppo facili, né frustranti perché troppo impegnative. 
Nei mesi seguenti l’articolo viene 
ampiamente ripreso e citato, anche qui in Italia. Ma, forse, i benintenzionati suggerimenti di Grant non bastano a contrastare la pervasività del languore.

LA COSA PIÙ CORAGGIOSA. Il New York Times torna sul tema a ottobre, con un video che esordisce ricordando la rinuncia della ginnasta Simone Biles a competere durante le Olimpiadi. E che subito dopo mette in discussione l’assunto “chi vince non molla e chi molla non vince”, assai radicato in un paese che, come gli Stati Uniti, massimamente valorizza la perseveranza. Il mettercela tutta. E che a lungo ha promosso l’imperativo di essere “vincenti” a ogni costo, stigmatizzando qualsiasi propensione a rinunciare.

Qualche volta, invece, la cosa più coraggiosa che si può fare è esattamente questa: smettere, mollare. E, soprattutto, smettere con le cose che in teoria bisognerebbe amare, ma che (ormai, segretamente) ci risultano insopportabili. 

EQUILIBRI MIGLIORI. È la Great Resignation: quella che negli Stati Uniti sta coinvolgendo lavori e matrimoni, social media e abitazioni urbane. Le persone, semplicemente, ripensano alle proprie carriere, alle proprie condizioni di lavoro, alla propria situazione affettiva, agli obiettivi a lungo termine. E tirano i remi in barca, con l’intenzione di andare alla ricerca di equilibri diversi e migliori. 

Il video del New York Times merita di essere visto per le immagini, per la grafica e il montaggio eccellenti, per la pregevole sintesi. E anche perché suggerisce che il fenomeno della Great Resignation nasca dal superamento collettivo e (complice la pandemia) piuttosto improvviso, di due bias. Cioè di due fallacie cognitive, che di norma disorientano le nostre decisioni in modo assai insidioso. 

COSTI CHE NON SI RECUPERANO. Il primo è il bias dei costi irrecuperabili (sunk cost bias): l’idea che, siccome si è già sostenuto un costo (non necessariamente un costo in danaro, ma anche in tempo, in attenzione, in emozioni) per ottenere qualcosa, quel qualcosa vada preservato anche se non va più bene, o se non è più soddisfacente, proprio perché il costo pregresso non può essere recuperato. 

Per esempio: potrei scegliere di andare a vedere uno spettacolo che non mi interessa solo perché ho già pagato il biglietto. Tuttavia, facendo questo, comunque non recupero il costo del biglietto, e in più spreco malamente il mio tempo. Sarebbe invece molto meglio, e più sano, resistere al bias, non rammaricarsi per il biglietto e concedersi il gran sollievo di fare tutt’altro. 

OPPORTUNITÀ A CUI SI RINUNCIA. Il secondo è il bias, simmetrico, del costo opportunità (opportunity cost bias). La scarsa percezione del fatto che qualsiasi scelta attuata (per esempio, andare in ufficio) implica sempre e in ogni caso anche un costo. Il quale corrisponde al valore (o al beneficio) che potrebbe essere conseguito compiendo una scelta alternativa (per esempio, fare una passeggiata). 

Dunque, se scegliere qualcosa coincide sempre col rinunciare a qualcos’altro, abbandonare quel qualcosa può coincidere con il procurarsi qualcos’altro, che potrebbe anche avere un valore maggiore per noi. Specie se consideriamo che anche il nostro tempo è una risorsa scarsa.
Giusto per fare un esempio: l’immagine che segue mostra il numero di settimane di vita media di un essere umano. Non sono poi così tante, no? Ecco perché la variabile-tempo andrebbe considerata attentamente in tutte le scelte che si compiono.

 

L’immagine è tratta dalla piattaforma British Columbia - Yukon

LE COSE CHE CONTANO. In sostanza: il New York Times sostiene (e come dargli torto?) che la scelta di perseverare va compiuta solo nei confronti delle Cose Che Contano Davvero. 
Non dev’essere, cioè, un automatismo dipendente dall’approvazione sociale. O dall’abitudine. O dal timore di affrontare l’incertezza e la dose di rischio che sono fatalmente connesse con il cambiamento.

Intanto, il cielo è diventato grigio topo, e poi grigio piombo, e poi nerofumo. Se i miei umori sono – lievemente – migliorati è solo perché, cincischiando tra schermo e tastiera, ho avuto la ventura di imbattermi in un paio di idee interessanti, che forse sono perfino riuscita a raccontare. 
Amen. 

Ora, forse mi intratterrò per un po’ con l’idea che raccontare possa essere una fra le non molte Cose Che Contano Davvero.  E che, alla faccia dell’illanguidimento, vanno preservate.
O forse andrò a spiaggiarmi su un divano guardando una serie, da adesso e ancora e ancora, fino a domattina. 

https://nuovoeutile.it/lillanguidimento-tempo-cose-che-contano/

mercoledì 15 dicembre 2021

L’assalto dei biopirati - Stefano Mori

 

Cinque deputati del Movimento 5 Stelle, membri della Commissione Agricoltura della Camera, stanno per avanzare una Proposta di Legge sul rilascio in ambiente dei nuovi OGM. Il partito guidato da Giuseppe Conte, che ha sempre fatto della contrarietà alla manipolazione genetica del cibo una delle sue bandiere, sta dunque per voltare le spalle al principio di precauzione e a una politica basata sulla sicurezza alimentare e i diritti dei contadini.

La PdL, che Crocevia e Associazione Rurale Italiana hanno potuto leggere, è firmata dal presidente della Commissione Agricoltura Filippo Gallinella e dai deputati Chiara Gagnarli, Giuseppe L’Abbate, Luciano Cadeddu e Luciano Cillis. Con una modifica del decreto legislativo 8 luglio 2003, n.224, si propone di accelerare le procedure per l’emissione in pieno campo di varietà vegetali ottenute in laboratorio con tecniche di genome editing e cisgenesi. Un fatto mai avvenuto finora per la ferma opposizione dei consumatori, degli agricoltori e delle organizzazioni ambientaliste. Questa mossa rischia di esporre l’agricoltura di piccola scala alla contaminazione da OGM e alla biopirateria, danneggiando gli agricoltori e la qualità del cibo in un paese che ha sempre visto una forte opposizione pubblica ai prodotti della manipolazione genetica.

L’editing del genoma fa parte di una serie di biotecnologie definite “di seconda generazione”, anche se si studiano ormai da una quindicina d’anni. I promotori le ritengono più precise e sicure nella loro capacità di modificare il DNA, oltre a chiedere che vengano esentate a livello europeo dagli obblighi della direttiva sugli OGM. Questi nuovi prodotti biotecnologici vengono propagandati come non OGM solo perché ingegnerizzano organismi della stessa specie, invece di incrociare specie diverse. Le varietà ottenute con queste cosiddette New Genomic Techniques (denominate NGT, NBT o TEA), che il Movimento 5 Stelle cerca di sdoganare, nell’introduzione alla proposta di legge vengono addirittura equiparate a piante mutate naturalmenteUn falso scientifico che ha fini meramente politici ed economici, curiosamente sovrapponibili a quelli grandi gruppi multinazionali e di parte dell’accademia, interessati a ottenere il via libera per la coltivazione di questi nuovi OGM per sfruttarne i diritti di proprietà intellettuale.

Non è un caso che la maggior parte degli argomenti che i deputati pentastellati portano a sostegno della necessità di deregolamentare i nuovi OGM si ritrovino nella comunicazione diffusa dall’International Seed Federation (ISF): la campagna di comunicazione “Building on Success”, portata avanti negli ultimi cinque anni dall’industria sementiera, batte infatti su alcuni punti chiave, uno su tutti il tentativo di equiparare manipolazione di laboratorio e mutazioni spontanee che avvengono in natura. L’altro è che queste biotecnologie contribuiranno a creare piante capaci di adattarsi al cambiamento climatico.

Si tratta di affermazioni tutte da dimostrare, quando non palesemente false. L’editing del genoma, infatti – in modo molto più irrituale rispetto alle mutazioni che avvengono in natura – può generare molteplici cambiamenti del DNA con un unico intervento. Di qui i preoccupanti effetti collaterali di queste biotecnologie: mutazioni fuori target, cancellazioni, riarrangiamenti e inserzioni non desiderate di DNA non sono l’eccezione, ma la regola del genome editing. Il fatto, denunciato da più parti, è che gli effetti fuori bersaglio non vengono studiati né cercati con rigore scientifico per la fretta di brevettare i prodotti o i processi di creazione di questi nuovi OGM. Ci troviamo di fronte a una scienza che rinuncia al rigore e al metodo, che salta passaggi doverosi per aprire all’industria nuovi spazi di profitto attraverso brevetti e privative.

Non valutare questi rischi ambientali, sanitari ed economici prima della commercializzazione significherebbe utilizzare i contadini e i cittadini consumatori come cavie di queste manipolazioni della vita e dimostrerebbe un disprezzo del principio di precauzione sancito dai trattati europei.

Nonostante la pressione per deregolamentare il genome editing da parte di diversi governi europei, del mondo dell’agroindustria e delle ditte sementiere, nel 2018 la Corte di Giustizia Europea ha sentenziato che anche ai prodotti di queste “nuove” biotecnologie si deve applicare la Direttiva 2001/18 sugli OGM. Una sentenza storica, che equipara le NGT agli OGM, e che costringe i prodotti delle “nuove” biotecnologiealla tracciabilità e all’etichettatura, nonché a una rigorosa valutazione del rischio.

Il pronunciamento della Corte è stato accolto come una iattura dal settore privato, perché i consumatori europei sono radicalmente contrari agli OGM e difficilmente acquisterebbero questi prodotti se venisse riportata la dicitura in etichetta. Di qui il tentativo che la Commissione europea sta portando avanti di riscrivere le regole sulla manipolazione genetica, liberando i prodotti dell’editing genomico dalle pastoie della legge.

Senza neanche aspettare l’esito sia delle consultazioni europee (la prima terminata ad ottobre con oltre 70 mila risposte in grandissima parte contrarie) che del piano UE che prevede un nuovo quadro normativo per il 2024, l’Italia sta preparando il terreno per una deregolamentazione con la proposta di legge del M5S. Il nostro paese rischia quindi a breve, senza una opposizione decisa dei suoi cittadini e dei suoi agricoltori, di perdere lo status di paese libero da OGM, con un danno economico incalcolabile oltre alla perdita di sicurezza alimentare. Non possiamo permetterlo.

 

*Stefano Mori, Coordinatore delle attività del Centro Internazionale Crocevia

da qui

martedì 14 dicembre 2021

La vita dipende dal suolo - Miguel Martinez


Come sanno ormai anche i proprietari di fuoristrada, è in corso un pericoloso cambiamento climatico, strettamente legato alle emissioni di CO2 nell’atmosfera. Finché il Covid non li ha rimandati tutti a scambiarsi messaggi su Whatsapp, qualche milione di giovani ha protestato per le strade del mondo al grido, “Fate qualcosa!”. Non ne fate una colpa a nessuno, la nostra specie è così: l’ultima manifestazione per il clima a cui ho assistito, pioveva, era il Black Friday, e mentre una decina di attivisti megafonavano in Piazza della Repubblica, qualche migliaio di ragazzi che avevano fatto forca a scuola sono entrati nel negozio della Apple per vedere l’ultimo modello di smartofono. Le buone intenzioni sono indubbie, e infatti l’Inferno, essendone lastricato, gode di modernissime infrastrutture.

“Fare qualcosa” significa fare la guerra, la guerra significa immense quantità di soldi pubblici versati in tasche private in condizioni di controllo minimo (“che stai a cincischiare, è un’emergenza!”). I più entusiasti statalisti, appassionati di novità rivoluzionarie, sono da sempre i grandi capitalisti.

Una serie di proposte riguarda la geoingegneria, con soluzioni creative quanto la bomba su Hiroshima. Ad esempio, visto che il bianco riflette, rendiamo più candido il mondo abbattendo tutti i boschi nelle zone nevose, oppure riempiamo i campi di grano modificato geneticamente per renderlo albino. Un’altra proposta consiste nell’oscurare letteralmente il cielo, riempiendo l’atmosfera di particelle di anidride solforosa sparate con i cannoni o lanciate da aerei militari. Progetti lontani per ora dal realizzarsi, ma che rivelano un atteggiamento mentale che si riconosce subito.

Ora, esiste già un dispositivo in grado di affrontare la questione delle emissioni di CO2: anzi lo ha risolto eoni fa, trasformando completamente l’atmosfera in cui viviamo.

Si chiama rete fungina micorrizica, funziona da mezzo miliardo di anni, assorbe ogni anno tanto CO2 quanto ne producono gli Stati Uniti e non costa nulla.

Ne parla un bell’articolo di Toby Kiers e Merlin Sheldrake su The Guardian.

Confesso una cosa: anche se a scuola ci hanno insegnato che i funghi sono un regno a parte, io almeno quando sento natura penso a un alberello dalle foglie tutte verdi.

Con magari sotto qualche piccolo funghetto colorato.

Invece, i funghi non sono piante e non sono nemmeno verdi, e vivono quasi totalmente sottoterra, per cui li ignoriamo totalmente. Non sono sicuro che mi ricorderò domani il termine rete fungina micorrizica, che indica l’intima associazione tra funghi (mykos) e le radici delle piante, da cui dipende praticamente tutto.

Quindi apprendo a bocca aperta che nei dieci centimetri superiori del suolo, questa rete è lunga quanto la metà della nostra galassia. E assorbe incessantemente carbonio, nutrendo l’intero sistema di vita dell’unico pianeta nell’universo in cui sappiamo esserci (per ora) vita.

Il nostro pianeta sembra molto grande, ma la vita dipende dal suoloe il suolo è una crosta sottilissima, e di cui non sappiamo quasi nulla.

Tranne che lo stesso tecnosistema che si propone di bombardare il cielo lo sta avvelenando con pesticidi, fertilizzanti e fungicidi, lo sta cementificando, sta eliminando le innumerevoli varietà di piante che interagiscono con la rete fungina.

E se salta la rete fungina micorrizica, tutto ciò che vi cresce sopra è destinato a finire male, compresi OGM superproduttivi o foreste di alberi-soldatino rigorosamente identici piantati a milioni.

La maggior parte dei suoli del mondo è oggi profondamente degradato; e il rilascio dello 0,1% del carbonio immagazzinato dal suolo europeo equivale alle emissioni di cento milioni di automobili.

A quel punto comprendiamo che è assurdo bombardare il cielo e annientare i boschi siberiani, o al contrario piantare un trilione di alberi, come propone quacuno; è assurdo anche pensare di affrontare la questione partendo dalla sola riduzione delle emissioni delle auto.

E’ assurda tutta la logica della Guerra.

Riprendo qui una cosa che raccontai in un altro contesto.

Mi viene in mente un giorno, nelle campagne vicino a Siracusa, che c’era un pastore che faceva la ricotta.

Che è una faccenda lunga e complessa; e un uomo di città cercò di aiutarlo.

Allora il pastore gli disse,

“lassa u munnu com’è.”

 

http://kelebeklerblog.com/2021/12/02/la-guerra-e-i-funghi/