domenica 24 gennaio 2021

“Il governo fa ciò che vogliono Eni ed Enel”

 

(Intervista di Andrea Turco al chimico Vincenzo Balzani)


Il professor Vincenzo Balzani è coordinatore del gruppo di lavoro Energie per l’Italia. Da tempo si mostra critico sulla strategia italiana per l’idrogeno e soprattutto sui progetti per lo stoccaggio e la cattura di carbonio. “Meglio puntare subito su energia elettrica rinnovabile”

Nel 2016 sfiorò addirittura il premio Nobel per la Chimica grazie alla ricerca pionieristica sulle macchine molecolari. Recentemente ha partecipato agli Stati Generali del premier Giuseppe Conte, dove ha espresso le proprie idee sul futuro energetico dell’Italia. Ora Vincenzo Balzani, professore emerito all’università di Bologna e coordinatore del gruppo di lavoro Energia per l’Italia, racconta ad EconomiaCircolare.com le sue perplessità in merito alle azioni italiane sull’idrogeno, sia da parte del governo che della grande industria. Sotto la lente di ingrandimento del noto chimico italiano c’è soprattutto il progetto di Eni al largo della costa adriatica, con il quale il cane a sei zampe intende catturare e stoccare l’anidride carbonica.

Che ne pensa della corsa all’idrogeno da parte della grande industria italiana? Eni ed Enel sembrano voler sviluppare diversi tipi di idrogeno (verde per Enel, blu per Eni), anche se recentemente hanno firmato un accordo in tandem. Più simili ai progetti di Eni appaiono quelli di Snam, che parla di gas verde, cioè di miscela tra idrogeno e metano. Lei che valutazione ne dà?

Incomincio dal gas verde, una cosa che non ha senso, una pura trovata pubblicitaria. Come fa ad essere verde, se per verde si intende, come si dovrebbe, energia che non produce CO2 e neppure inquinamento? Il metano produce sia CO2 che inquinamento.

Per ottenere i fondi europei, Eni ed Enel hanno pensato che sia meglio mettersi d’accordo. Eni è interessato a produrre idrogeno blu, un idrogeno più o meno sporco, ottenuto dai combustibili fossili, ma catturando la CO2 che si produce nel processo. Come è noto, Eni vuole realizzare a Ravenna un mega impianto Ccs, con i fondi del Next Generation Eu, che invece dovrebbero servire per sviluppare le energie rinnovabili. Il metodo Ccs, cioè produrre CO2 per poi riprenderla, dal punto di vista logico è un assurdo rispetto a non produrre CO2, dove al posto dei combustibili fossili si usano le energie rinnovabili. Enel è invece più orientata a produrre idrogeno verde, cioè puro, da elettrolisi dell’acqua. Fino a poco tempo  fa Enel, per bocca del suo ceo, aveva dichiarato che chi era interessato a produrre idrogeno blu lo avrebbe dovuto fare senza sussidi. E si riferiva evidentemente a Eni. Ora, in vista dell’arrivo dei 209 miliardi dall’Europa, le due aziende si sono messe d’accordo, a quanto pare.

Come giudica la strategia italiana del governo sull’idrogeno? In passato lei ha criticato il Piano dell’Italia per l’Energia e il Clima: le sembra che in questo senso la strategia sull’idrogeno faccia comunque dei passi in avanti?

Secondo me il governo non ha una sua strategia, come dimostra il Piano dell’Italia per l’Energia e il Clima. Ha firmato l’accordo di Parigi per l’uscita dai combustibili fossili entro il 2050, ma è “costretto” a fare ciò che vogliono Eni ed Enel. Le compagnie petrolifere contano di riuscire a fare utilizzare combustibili fossili anche oltre il 2050, promettendo che la CO2 prodotta sarà catturata e sequestrata. Anziché portare avanti l’uso di idrogeno, che all’inizio sarà in gran parte grigio, sarebbe meglio puntare decisamente alla produzione di energia elettrica rinnovabile mediante fotovoltaico e eolico, per poi usarla per generare idrogeno verde.

È così lontano nel tempo l’utilizzo esclusivo dell’idrogeno verde, davvero al momento non è un processo economicamente conveniente? E quanto è energivoro il processo che porta alla sua produzione?

L’idrogeno verde per ora è più costoso dell’idrogeno grigio. Nulla si può dire al momento riguardo al costo dell’idrogeno blu. La tecnologia per produrre idrogeno verde è però in rapida evoluzione e non è che poi serva subito. È più importante produrre energia elettrica rinnovabile.

Sarà possibile vedere mezzi alimentati a idrogeno, o si sta andando verso un’elettrificazione degli stessi? E in questa partita, l’idrogeno che ruolo gioca?

Ci sono già auto a idrogeno, dove l’idrogeno viene convertito in elettricità per alimentare un motore elettrico, esattamente come nelle auto elettriche l’energia per far andare la macchina viene presa da una batteria. Forse la soluzione da preferire per un uso ad ampio raggio dell’idrogeno sarà quella privilegiata per mezzi di trasporto pesanti (autocarri, navi e anche aerei).

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venerdì 22 gennaio 2021

La scoria siamo noi – Benigno Moi

 


“Questo è il mondo che il padrone ha costruito e in cui ci costringe a vivere. E’ un mondo in cui una sporca scienza, fatta tutta a misura del suo potere, non assicura meno lavoro, una vita migliore per tutti, ma solo metodi di controllo, di repressione, di massacro. Il mondo del padrone va in rovina, e allora ecco l’imbroglio ecologico: il tentativo di far credere che siamo tutti nella stessa barca e quindi dobbiamo unirci tutti per salvarla.”

Iniziava così l’editoriale del numero 0 in attesa di autorizzazione della rivista rosso vivo, creata e diretta da Dario Paccino (vedi nota finale). Era il marzo del 1974. Il mondo è nel pieno della crisi petrolifera e i fautori dell’energia nucleare pensano sia il momento giusto per dare la spinta definitiva alla produzione di energia dall’atomo, decantandone pregi e nascondendo difetti e pericoli, e creando l’illusione di lì a poco si sarebbe arrivati alla produzione di energia da fusione nucleare, ancora oggi lontana dall’arrivare.

In Italia, nel 1974, sono in funzione 3 centrali elettronucleari (Latina, Sessa Aurunca e Trino Vercellese), una in costruzione (Caorso), e si stava studiano il primo Piano Energetico Nazionale che avrebbe proposto la costruzione di varie nuove centrali (a inizio anni 80 sarebbe iniziata la costruzione della centrale di Montalto di Castro).

Il movimento contro il nucleare civile (da sempre indissolubilmente legato a doppio filo al nucleare militare) era una roba quasi di nicchia, limitata a qualche ambientalista più o meno illuminato e agli epigoni dei movimenti per il disarmo nucleare (Manifesto di Russell-Einstein), e agli ambienti della sinistra extraparlamentare, in particolare dell’area di Lotta Continua e dell’Autonomia Operaia. In questo clima nasce il movimento antinucleare italiano, in sintonia con le lotte che si andavano diffondendo soprattutto negli USA, nei Paesi Baschi, in Francia e Germania.

Questa lunga premessa per dire che se oggi (dopo oltre 30 anni dal referendum che mise fine alla produzione di energia nucleare in Italia) ci troviamo a discutere sul come e dove sistemare le scorie nucleari è perché sono stati in molti a credere nella bontà della produzione di energia in quella maniera. Molti lo sono ancora, ma “si indignano” quando si parla di scorie. Alcuni, ovvio, in maniera ipocrita, populista e strumentale; altri proprio perché stupidamente non riescono a collegare le due cose: la produzione di scorie e la necessità di smaltirle. La questione riguarda molte altre produzioni, ma nel caso del nucleare la dissociazione appare lampante ed abnorme.

Ecco perché sono più che diffidente contro la piega che stanno prendendo le battaglie contro le scorie, non solo caratterizzate dal classico “non nel mio cortile” ma apparentemente ecumeniche, o addirittura guidate da forze politiche che non hanno mai ripudiato il nucleare. Pur non avendo per principio pregiudiziali contro le alleanze tattiche, in questo caso mi è difficile superare la diffidenza.

In Sardegna, dove sto io e dove dieci anni ci fu un vittorioso referendum regionale in proposito, lo schieramento sembra quasi universale; e l’argomento principale è che “non possiamo prenderci anche le scorie perché abbiamo un sacco di servitù militari“.

Ecco, provocatoriamente, penso che farei benissimo cambio.

Se può avere un qualche senso che venga cercato (e trovato) un sito sicuro per le scorie nucleari che abbiamo prodotto 40 anni fa, e che ancora produciamo per scopi sanitari e diagnostici (sperando di poter fare a meno anche di queste); e se può essere che quello più sicuro sia proprio in Sardegna (non lo credo, non fosse altro per i problemi legati al trasporto, ma non è per “principio” che lo escludo); ecco, se tutto questo può essere, so che invece non ha alcun senso tenerci le basi militari (a prescindere dal fatto che vi si utilizzano prodotti ugualmente micidiali, e con ancor meno controlli).

Non ha senso né qui né da altre parti. Il mondo non ci perderebbe niente (anzi) se venissero smantellate (senza scordare che bisogna smaltire, anche da lì, un bel po’ di scorie, e che le bonifiche non vengono mai fatte, né in campo civile né in campo militare). Quindi non mi convince il rifiuto delle scorie da parte di chi accetta le basi, di chi fino ieri (oggi è domani non so) auspicava la ripresa della produzione di energia elettrica dal nucleare.

Se la mobilitazione ecumenica e trasversale che vediamo sulla questione scorie ci fosse contro le servitù militari, magari le battaglie contro le basi avrebbero un peso diverso e vincente.

Invece, vediamo molti degli oppositori alle scorie inchinarsi ancora oggi ai nuovi progetti dei vari poteri militari, o degli inquinatori e devastatori “civili” di vario genere (vedi proprio questi giorni Decimomannu e Portoscuso).

Ho fatto parte di un comitato antinucleare oltre 40 anni fa, prima che l’incidente di Chernobyl rendesse evidente a tutti l’illusione della sicurezza della produzione di energia dalla fissione dell’atomo. E siamo sempre stati convinti non fosse una battaglia locale, ma internazionalista e anticapitalista. Agire localmente senza pensare globalmente è, non solo disdicevole dal punto di vista etico, ma poco efficace dal punto di vista pratico.

Ho già espresso da qualche parte il sospetto abbiano voluto rivelare la mappa delle “aree potenzialmente idonee” in maniera e tempi da accentuare la contrapposizione fra le varie aree indicate, dividendo e indebolendo il movimento contro il nucleare. Magari col rischio di portare la situazione ad uno stallo che “giustifichi” l’intervento dall’alto o la “sparizione” delle scorie in qualche luogo fuori dall’Italia o in fondo al mare. Penso che la battaglia da fare ora (questa si unificante), sia proprio quella di rifiutare le scadenze date, e permettere un reale e consapevole dibattito.

In bottega sull’argomento:

http://www.labottegadelbarbieri.org/scorie-e-fossili-per-una-visione-alternativa/

http://www.labottegadelbarbieri.org/realizzazione-del-sito-unico-delle-scorie-radioattive-a-che-punto-e-il-programma/

http://www.labottegadelbarbieri.org/toh-chi-si-rivede-il-nucleare-incivile/

Nota Su Dario Paccino e le sue battaglie può raccontarci molto il tenutario di questo Blog, che lo ha conosciuto quando ha fatto parte del gruppo, dentro Lotta Continua, che si occupava di scienza. E che, mentre sempre a Roma c’era chi “mangiava tristemente pane e cicoria… lui, appassionato di Jazz, cresceva a “pane e Chick Corea”  e a “pane e no-scoria”.

 In Bottega, di Dario Paccino, se n’è parlato qui:

http://www.labottegadelbarbieri.org/dario-paccino-un-ecologo-inquieto/

http://www.labottegadelbarbieri.org/un-ricordo-di-dario-paccino/

http://www.labottegadelbarbieri.org/ricordando-dario-paccino-2/

http://www.labottegadelbarbieri.org/ricordando-dario-paccino-3/

 

Su quanto accennato a proposito di Decimomannu: 

http://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/Scuola_Volo_Internazionale_Decimomannu_Guerini_importanti_investimenti_in_Sardegna.aspx

http://www.unionesarda.it/articolo/economia/2021/01/20/strutture-per-la-scuola-di-volo-a-decimomannu-i-lavori-affidati-a-2-1106268.html

e di Portoscuso/Portovesme: https://www.cagliaripad.it/517003/giganti-banca-sos-alimentare-e-culturale-contro-fabbrica-portovesme-tumori-in-aumento-a-causa-dei-fumi-nocivi/

Ancora su Paccino: 

https://lautoradio.net/www/la-nicchia-ecologica-2×01-dario-paccino-pt-2/

http://www.poliscritture.it/2020/10/27/inseguimenti-di-realta/#more-11339

 

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giovedì 21 gennaio 2021

Le bugie di Blackrock sulla lotta ai cambiamenti climatici

 

Un grande spreco di fanfare. Così appare, un anno dopo il suo annuncio, l’impegno di BlackRock di operare all’insegna della sostenibilità e della lotta ai cambiamenti climatici.

Il più grande fondo di investimenti del Pianeta, quote rilevanti in Intesa Sanpaolo, Telecom Italia, Eni ed Enel, è stato sbugiardato dal partner di Re:Common Reclaim Finance, che ha appena rilanciato uno studio in cui si evidenzia come BlackRock abbia “piazzato” ben 85 miliardi di dollari nel settore del carbone, il più inquinante dei combustibili fossili.

Eppure Larry Fink, grande capo e fondatore di BlackRock, nella lettera della svolta ambientalista aveva scritto che “con l’accelerazione della transizione energetica globale, non crediamo che la logica economica o di investimento a lungo termine giustifichi continui investimenti nel comparto del carbone”.

Ma il “trucco” c’era e si vedeva pure. Il fondo aveva spiegato che avrebbe tolto entro la metà del 2020 dai suoi portafogli di investimento attivo le obbligazioni e le azioni di società che ricavano almeno il 25% del loro fatturato dalla produzione di carbone. Il diavolo è nei dettagli, perché con il criterio del 25% si “salvano” ben 333 società del settore dei combustibili fossili, come denuncia Reclaim Finance. E così BlackRock continua tranquillamente a investire 6 miliardi nella società mineraria anglo-australiana Bhp Group, 2,5 nella tedesca Rwe e quasi un miliardo in Glencore, che, tanto per gradire, è il più grande produttore di carbone al mondo. Dei famigerati 85 miliardi, 24 sono investiti su società che non solo lavorano con il carbone, ma hanno progetti per espandere queste loro attività.

Ma non finisce qui. Il punto di forza di BlackRock si trova negli investimenti “passivi”, cioè nei fondi che replicano l’andamento di un mercato e di una Borsa comprando un proporzionale portafoglio di azioni. Un elemento importante quello degli investimenti passivi, che contraddistingue circa due terzi dei ricavi della società e che è escluso dal piano di uscita dal carbone. Con il risultato, fa notare Reclaim Finance, che “BlackRock può continuare a investire in ogni singola azienda del carbone attraverso i fondi indicizzati”.

Insomma, come purtroppo spesso accade quando in ballo ci sono affari miliardari, alle belle parole non hanno fatto seguito degli atti concreti.

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Cartoni per bevande, le difficoltà nella catena del riciclo - Antonio Carnevale

 

Il riciclo e la circolarità sono requisiti indispensabili per l’imballaggio ma, nonostante le aziende produttrici di alimenti sembrano impegnate con sempre crescente consapevolezza nell’utilizzo di un packaging sostenibile – parliamo di involucri, scatole e imballaggi facili da riciclare – i numeri non sembrano riservare buone notizie.

Un’economia circolare dipende da catene del valore del riciclo sostenibile, che assicurano che i cartoni vengano raccolti, smistati e riciclati nella pratica e su vasta scala. Una ricerca commissionata da Zero Waste Europe a Eunomia Research & Consulting ha rivelato però che il tasso effettivo di riciclaggio del cartone per bevande in quattro Paesi europei è purtroppo molto inferiore a quello attualmente riportato.

I tassi di riciclaggio dei cartoni per bevande multistrato nel 2020 nel Regno Unito, Germania, Spagna e Svezia – calcolato utilizzando la nuova metodologia di calcolo dell’Unione europea – mostrano infatti che questi materiali plastic free (o quasi), come i cartoni delle bevande, non si dimostrano così sostenibili come promesso.

“Sebbene la plastica sia stata sotto i riflettori per i suoi bassi tassi di raccolta e riciclaggio, questo studio mostra che altri materiali complessi come i cartoni non stanno andando molto meglio”, ha spiegato Joan Marc Simon , direttore di Zero Waste Europe.

Si stima che il tasso di riciclaggio effettivo della Germania sia del 47,8%. Estremamente più basso rispetto a quello attualmente riportato  dall’Alliance for Beverage Cartons and the Environment (ACE) del 75% e del tasso di raccolta dell’87,4% comunicato sempre dall’ACE. Il tasso di riciclaggio stimato del cartone della Spagna è significativamente inferiore al 21,5%, in calo rispetto alla stima di ACE dell’80% contro un tasso di raccolta del 51,2%. Si stima invece che Svezia e Regno Unito abbiano riciclato il 21,9% e il 29,5% dei loro cartoni, meno rispetto alle stime di ACE rispettivamente del 33% e del 36%.

I cartoni per bevande sono particolarmente difficili da riciclare a causa della loro composizione. Sebbene infatti i materiali utilizzati nella realizzazione di un cartone siano tecnicamente riciclabili, la presenza di vari strati, tra cartone, polimeri plastici e alluminio, rende difficile una loro separazione per il riciclaggio e il ritrattamento.

Il rapporto ha anche rilevato altri fattori che hanno avuto un impatto negativo sul tasso di riciclaggio: la difficoltà nell’individuare e separare i cartoni per bevande negli impianti di smistamento dei materiali e la mancanza di impianti idonei per riciclarli al meglio (in Italia sono solamente due), per via delle carenti capacità di elaborazione presso gli impianti di riciclaggio specializzati.

La riciclabilità e la prevenzione della dispersione degli imballaggi nell’ambiente è diventata il principale requisito di sostenibilità per gli imballaggi e sta definendo quali tipi di imballaggi verranno utilizzati nei prossimi decenni. Ma, secondo Simon, “l’UE dovrà sviluppare linee guida e metodologie chiare per garantire una reale riciclabilità”. Cosa fare dunque?

Secondo il direttore di Zero Waste Europe bisognerà muoversi lungo quattro direttive principali. Innanzitutto, “garantire che i produttori di imballaggi complessi pongano la circolarità al centro del processo di progettazione”. Sarà poi necessario mobilitare gli investimenti verso il riutilizzo e il riciclaggio delle infrastrutture e implementare sistemi di raccolta e smistamento efficaci. Infine, spiega Simon, bisognerà “disporre di un’unica etichetta di riciclabilità, affidabile e ampiamente riconosciuta, con attribuzione dipendente dalle caratteristiche del prodotto e dalle tecnologie di raccolta e riciclo attualmente disponibili su scala industriale”.

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mercoledì 20 gennaio 2021

L’avanzata della geoingegneria - Silvia Ribeiro

Il 15 dicembre 2020, SCoPEx [Stratospheric Controlled Perturbation Experiment – Esperimento di Perturbazione Stratosferica Controllata], un progetto avviato dall’Università di Harvard per fare dei passi avanti nella manipolazione del clima per mezzo della geoingegneria solare e finanziato da miliardari e fondazioni private statunitensi, ha annunciato la pianificazione di un esperimento a cielo aperto in Svezia, nonostante l’opposizione globale a questa tecnologia da parte di ambientalisti, popoli indigeni e sostenitori della giustizia climatica. Hanno intenzione di farlo a Kiruna, nel territorio indigeno del popolo Sami.

SCoPEx è uno dei progetti a cui si oppone la campagna globale contro la geoingegneria «Giù le mani dalla Madre Terra!», che ha raccolto l’adesione di 200 organizzazioni di cinque continenti, fra le quali ci sono reti internazionali come La Via Campesina, la Rete Ambientale Indigena, l’Alleanza per la Giustizia Climatica, Amici della Terra International, la Marcia Mondiale delle Donne e l’Alleanza per la Biodiversità in America Latina.

La geoingegneria è un insieme di tecnologie che comportano forti impatti collaterali, ambientali e sociali. Per questo la Convenzione delle Nazioni Unite sulla Diversità Biologica [CBD, dall’inglese Convention on Biological Diversity] ha stabilito nel 2010 una moratoria contro il loro rilascio, con il consenso dei suoi 196 paesi membri. Vengono permessi esperimenti di piccola scala a determinate condizioni, che finora nessun progetto ha soddisfatto. Gli Stati Uniti non fanno parte della CBD. Come SCoPEx, la maggior parte della promozione e della ricerca nel campo della geoingegneria proviene per l’appunto da questo paese.

La geoingegneria solare si propone di riflettere o bloccare parte dei raggi solari che raggiungono la terra, per abbassare la temperatura. Si vuole ad esempio imitare l’effetto delle eruzioni vulcaniche iniettando solfati in nuvole artificiali nella stratosfera. Alla scala che sarebbe necessaria per abbassare la temperatura globale, ciò provocherebbe perturbazione dei monsoni in Asia e siccità in Africa e in America Latina, mettendo a rischio le fonti di acqua e di cibo di due miliardi di persone.[1]

I ricercatori di SCoPex dicono che ora si tratta solo di apparecchiature sperimentali – un grande pallone aerostatico che salirà nella stratosfera, con una sonda che, in esperimenti futuri, sarà in grado di disseminare materiali riflettenti. Il pallone verrebbe fatto salire sopra i cieli del popolo Sami dalla Corporazione Svedese per lo Spazio. Secondo SCoPEx, si è deciso di trasferire in Svezia questo progetto di geoingegneria a causa delle restrizioni legate alla pandemia di Covid-19 negli Stati Uniti.

I ricaercatori affermano che in futuro sperimenteranno con questa apparecchiatura la disseminazione di carbonato di calcio, anche se nel progetto originale prevedono di utilizzare altri materiali come i solfati, che sono la cosa più vicina alla composizione delle nuvole vulcaniche. L’iniezione di solfati nella stratosfera distrugge lo strato di ozono.

La suddivisione degli esperimenti in fasi è una tattica che è stata utilizzata per lo sviluppo di tecnologie ad alto rischio, fra cui le armi e le tecnologie nucleari. In questo modo si sviluppano le componenti necessarie di progetti rischiosi, evitando le normative, la critica e il controllo pubblico finché ogni parte non è pronta. È degno di nota il fatto che anche negli Stati Uniti SCoPEx prevedeva di utilizzare territori indigeni, come per le sperimentazioni di armi atomiche e per altri cosiddetti esperimenti scientifici.

Niclas Hallström, dell’organizzazio­ne svedese «What Next?», ha dichiarato alla Reuters: «Questo esperimento non ha significato se non per consentire il passo successivo. È come se sperimentassero il detonatore di una bomba [separato da essa] e dicessero che non può fare nessun danno».[2]

In effetti, l’esperimento in Svezia non ha senso senza la continuazione che lo stesso SCoPEx ammette: nuovi passi avanti per rendere possibile la messa in atto della geoingegneria solare. Più che di un esperimento tecnico, si tratta di una mossa politica per legittimare gli esperimenti di geoingegneria a cielo aperto, come hanno segnalato altri scienziati che conoscono bene la questione, come Raymond Pierrehumbert.[3]

SCoPEx ha costituito anche il proprio comitato consultivo, con accademici statunitensi (sebbene il progetto comporti impatti globali) per simulare che viene consultata la società. 80 organizzazioni hanno denunciato questo comitato come una farsa.[4]

Hallström segnala inoltre che la società svedese chiede cambiamenti reali per affrontare il cambiamento climatico, ma che il progetto di Harvard si colloca al polo opposto, dando l’impressione che con le tecnologie si possa gestire il cambiamento climatico e sia possibile continuare ad utilizzare i combustibili fossili.

Questo è un altro dei problemi della geoingegneria: che funzioni o meno, diventa un alibi per la continuazione del caos climatico e dell’attività delle industrie più inquinanti, che possono persino fare nuovi affari con la geoingegneria.

David Keith, direttore del Programma di Geoingegneria Solare dell’Università di Harvard, ideatore e principale portavoce di SCoPEx, è uno dei più attivi promotori della geoingegneria su scala globale. Parallelamente ha fondato, con finanziamenti di Bill Gates, l’impresa commerciale di geoingegneria Carbon Engineering (per vendere tecnologia di cattura diretta del carbonio dall’aria), i cui principali azionisti sono le imprese petrolifere Chevron, BP e la mega-impresa mineraria BHP Billiton.

Questo è il vero contesto. Dobbiamo fermare gli esperimenti di geoingegneria solare in qualsiasi modo vengano mascherati.

Fonte: «Geoingenieros avanzan sobre territorio indígena», in La Jornada, 19/12/2020.

Traduzione a cura di Camminardomandando.


[1] Si veda «Stratospheric Aerosol Injection (technology factsheetin Geoengineering Monitor, 11 giugno 2018.

[2] Alister Doyle, «Planned Harvard balloon test in Sweden stirs solar geoengineering unease», Reuters, 18 dicembre 2020.

[3] Raymond Pierrehumbert, «The trouble with geoengineers “hacking the planet”», Bulletin of the Atomic Scientist, 23 giugno 2017.

[4] «¡No a la geoingeniería solar y a la participación sin sentido!». Declaración sobre el Experimento de Geoingeniería Solar propuesto y el Comité Asesor del ScoPExin Monitor de Geoingeniería, 31 luglio 2020.

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martedì 19 gennaio 2021

Verso il collasso del petrolio - Nicola Nosengo

 

Lo abbiamo capito tutti, e già scritto in tanti. Non è una crisi passeggera questa, e quando sarà finita ci restituirà a un mondo diverso da quello che abbiamo chiuso fuori dalla porta all’inizio del lockdown. Tra i molti modi in cui la pandemia da COVID-19 sta cambiando il mondo c’è anche la crisi senza precedenti che ha contribuito a creare sul mercato del petrolio. E vale la pena seguirla, quella crisi, anche se le nostre attenzioni sono comprensibilmente monopolizzate dall’emergenza sanitaria e il prezzo della benzina non può essere, oggi, la nostra maggiore preoccupazione. Perché in un modo o nell’altro deciderà gli assetti geopolitici del mondo che verrà, segnerà una svolta nel percorso verso la transizione energetica, e influirà in modo determinante sugli sforzi per limitare il riscaldamento globale (che, ricordiamolo, è anche un fattore che contribuisce a rendere pandemie come questa sempre più probabili). 

Da settimane, i principali indici dei prezzi del petrolio, quelli basati sui contratti di acquisto di Brent (il greggio estratto nel Mare del Nord), e il West Texas Intermediate (dai giacimenti dello stato americano), oscillano tra i 20 e i 30 dollari al barile. Oscillano anche molto da un giorno all’altro, con brusche cadute e risalite. Negli ultimi giorni sono cresciuti di qualche punto grazie all’intervento del presidente USA Donald Trump che prova – per ora con scarsa efficacia – a prendere in mano la crisi. Ma nel complesso siamo ai livelli più bassi toccati dal 1998, quando il prezzo precipitò per qualche mese a causa del tracollo delle economie asiatiche. 

Nemmeno durante la grande crisi finanziaria del 2008 e 2009 aveva sfiorato i 20 dollari al barile, come ora. E quei prezzi, quelli che trovate citati come riferimento sui giornali, riguardano i futures, cioè prodotti finanziari che impegnano a comprare una certa quantità di petrolio entro una scadenza. Per quanto legata a filo doppio alla realtà dei pozzi e delle pompe di benzina, è finanza. Sul mercato reale, fisico, i prezzi sono più bassi, in alcuni casi già a cifra singola. Negli scambi reali tra produttori e raffinatori, il petrolio nordamericano si vende a cifre che vanno da 13 o 14 dollari al barile giù fino a 5 dollari per il greggio di qualità minore. Pochi giorni fa Bloomberg, titolando “Il mercato del petrolio è in pezzi”, raccontava che negli Stati Uniti, per qualche produttore dai costi di produzione particolarmente alti il prezzo è ormai negativo: in pratica pagano i clienti perché si portino via il petrolio che non sanno più letteralmente dove mettere.

La crisi del mercato del petrolio deciderà gli assetti geopolitici del mondo che verrà, segnerà una svolta nel percorso verso la transizione energetica e influirà in modo determinante sugli sforzi per limitare il riscaldamento globale.

La crisi è innescata da due fattori che, secondo quanto i libri di economia insegnano su domanda e offerta, non dovrebbero coesistere. Da una parte, crollo della domanda senza precedenti, perché la pandemia di COVID-19 tiene ferme le economie di mezzo mondo. Dall’altra, eccesso smodato di offerta causato da una guerra di nervi tra i grandi produttori, in particolare Arabia Saudita e Russia. Il risultato è che il mercato è inondato di petrolio che in questo momento nessuno vuole. “Il mondo del petrolio ha conosciuto molti shock in passato, ma nessuno ha colpito l’industria con la ferocia a cui assistiamo oggi” ha scritto l’Agenzia Internazionale dell’Energia. “I paragoni con crisi passate sono inevitabili, ma fuori luogo”. 

Secondo Giuliano Garavini, docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università Roma Tre, e autore lo scorso anno del libro The rise and fall of OPEC in the 20th century, “il precedente più simile è il controshock petrolifero dei primi anni Ottanta. Allora, dopo un decennio di prezzi alti, la domanda calò a causa della recessione negli Stati Uniti, mentre l’offerta aumentò per l’arrivo del nuovo petrolio del Mare del Nord, estratto soprattutto da Gran Bretagna e Norvegia. A quel punto l’Arabia Saudita, stanca di limitare la produzione per stabilizzare i prezzi, decise di inondare il mercato di petrolio e offrire forti sconti”. 

Da lì in poi il prezzo del greggio resta mediamente basso fino alla metà degli anni 2000, quando torna a impennarsi. “Per certi versi somiglia a quello che vediamo ora” continua Garavini. “Siamo in recessione globale e pesante, c’è un nuovo petrolio sul mercato (lo shale prodotto negli stati uniti con la tecnica del fracking), e c’è il rifiuto dell’Arabia Saudita di sobbarcarsi da sola il compito di tenere su i prezzi. Quello che è veramente diverso è che il calo del prezzo degli anni Ottanta ha portato poi a un’enorme espansione della domanda mondiale, si può dire che è stato la benzina della seconda globalizzazione. Oggi è difficile pensare che succeda lo stesso”. 

A causa del crollo della domanda senza precedenti e dell’eccesso smodato di offerta, il mercato è inondato di petrolio che in questo momento nessuno vuole.

Ci arriveremo, ma prima serve capire l’origine della crisi. La tempesta covava sotto le ceneri da mesi, ma è esplosa nel corso di un fine settimana, drammaticamente accelerata dalla diffusione mondiale del nuovo coronavirus. È venerdì 6 marzo quando, a Vienna, si incontrano Alexander Novak, ministro dell’energia della confederazione russa e il suo omologo saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, fratello di quel Mohammed bin Salman (MBS) che di fatto ha in pugno l’Arabia Saudita. Si incontrano alla sede dell’OPEC, l’associazione che riunisce la maggior parte dei paesi produttori di petrolio in Medio Oriente, Africa e Sud America. 

Da tre anni l’OPEC, di cui l’Arabia Saudita è di gran lunga il membro più influente, mantiene una faticosa alleanza con la Russia (ribattezzata OPEC+). L’interesse comune – contrastare la concorrenza dei produttori statunitensi di shale oil – li ha tenuti finora attorno allo stesso tavolo, impegnati a limitare ad arte la produzione in modo da mantenere i prezzi del greggio abbastanza alti da alimentare le rispettive economie. L’obiettivo dell’incontro viennese era decidere cosa fare di fronte alla crisi economica innescata dal nuovo coronavirus. L’Arabia Saudita si presenta al tavolo con la proposta di continuare, anzi inasprire il piano di tagli progressivi alla produzione, in modo da sostenere il prezzo del petrolio anche nel periodo di recessione che si sta aprendo. 

La Russia però non ci sta. Ha l’impressione che i prezzi alti degli ultimi anni abbiano favorito più che altro i produttori americani di shale oil, e vuole provare una strategia diversa: usare la recessione per metterli fuori mercato, forte del fatto che negli ultimi anni Putin ha fatto cassa, e può permettersi di vendere petrolio a prezzo scontato per un anno o due senza battere ciglio. D’accordo con Putin, Novak abbandona la riunione e annuncia che la Russia aumenterà la propria produzione. Ma a sorpresa, l’Arabia Saudita vede e rilancia, anzi fa saltare il tavolo. Nel fine settimana che segue al vertice fallito di Vienna, il regno saudita annuncia che aumenterà la produzione di 2,5 milioni di barili al giorno, il 2 per cento dell’intera produzione mondiale. I maggiori analisti si dividono sul senso della mossa saudita: per alcuni è un chicken game tra due produttori che giocano a chi cede per primo – già che ci sono, mettendo in ginocchio il rivale comune, lo shale oil statunitense, troppo costoso da estrarre per reggere in questo mercato. Per altri, il regno saudita sta invece prendendo atto che il mondo è cambiato. Che la spinta politica per la transizione verso le energie alternative combinata al cigno nero del coronavirus rende il greggio una risorsa destinata a perdere valore nei prossimi decenni. Tanto vale vendere tutto il vendibile prima possibile, e investire i proventi in qualcos’altro. 

Che fosse tattica (guerra di nervi per riaprire la trattativa) o strategia (nuovo approccio di lungo termine al mercato), è possibile che né sauditi né russi avessero del tutto previsto quello che sarebbe venuto da lì a poco. Un grande paese dietro l’altro che entra in lockdown più o meno rigido, compresi giganti economici come gli Usa e giganti demografici come l’India e il Pakistan. Auto ferme e fabbriche chiuse. Le compagnie aeree che, una dietro l’altra, annunciano lo stop dei voli. Nel giro di 15 giorni insomma, come ha scritto il corrispondente di Bloomberg Javier Blas, la guerra dei prezzi tra Arabia e Russia comincia a sembrare il gruppo di supporto in un concerto: famoso per 15 minuti, ma subito messo in ombra da un evento più importante.

La tempesta covava sotto le ceneri da mesi, ma è esplosa con la pandemia, sotto forma di guerra tattica tra Arabia Saudita, Russia e Stati Uniti.

Difficile fare i conti in tempo reale, ma secondo Goldman Sachs la domanda mondiale di greggio, che nel 2019 è stata in media attorno ai 100 milioni di barili al giorno, scenderà almeno per aprile di 20, forse 25 milioni di barili al giorno – e continuerà così finché dureranno i lockdown delle maggiori economie. Per raffronto, dal 1985 si sono registrati solo tre anni in cui la domanda mondiale di greggio è calata, e persino nel 2009, all’apice della Grande Crisi, calò di “appena” 1 milione di barili al giorno. 

I contraccolpi si iniziano a vedere ovunque. I produttori americani di shale, estremamente costoso da estrarre, vanno immediatamente in sofferenza: a quei prezzi lavorano in perdita, e grossa. Per ora continuano a estrarre petrolio, perché poco fatturato è sempre meglio che niente fatturato. Ma vendono a prezzi pericolosamente vicini allo zero e in qualche caso addirittura inferiori, come nel caso del produttore del Wyoming di cui raccontava Bloomberg

Intanto, grandi compagnie petrolifere annunciano lo stop a nuovi investimenti, ovvero alla ricerca e sfruttamento di nuovi giacimenti. Le più grandi raffinerie indiane rimandano indietro parte del greggio che aveva ordinato per questi mesi, e che al momento non vale la pena di trasformare in benzina. 

Manca solo un tassello per completare il collasso del mercato petrolifero: tra poco non si saprà più dove mettere il greggio in eccesso. Entro due o tre mesi si riempiranno le riserve strategiche degli Stati, così come i grandi serbatoi commerciali per l’immagazzinamento di petrolio, concentrati nei grandi porti e comunque accessibili solo ai grandi produttori. Per i più piccoli, i guai arriveranno già tra pochi giorni, tanto che i produttori americani stanno esplorando soluzioni di pura emergenza, come trasformare in serbatori i treni cisterna parcheggiati nelle stazioni. Quando tutti i serbatori saranno pieni, molti dovranno per forza fermare i pozzi e falliranno. E qui si apre un altro problema, perché un impianto petrolifero non è un negozio di cui si può semplicemente tirare giù la saracinesca: fermarlo è una complessa e costosa operazione che può avere un forte impatto ambientale. 

Quando tutti i serbatori saranno pieni, molti dovranno per forza fermare i pozzi e falliranno. E qui si apre un altro problema, perché fermare un impianto petrolifero è una complessa e costosa operazione che può avere un forte impatto ambientale.

Alla fine della scorsa settimana il prezzo del greggio è tornato a salire un po’, grazie alla Cina che inizia ad acquistare grandi quantità per le sue riserve strategiche, e all’inevitabile tweet di Trump che annuncia di aver parlato con Putin e Bin Salman e di aspettarsi da loro un imponente taglio della produzione. Ma come spesso capita per le dichiarazioni a effetto del presidente americano, la realtà appare subito diversa: i sauditi in particolare si limitano ad auspicare un incontro che metta tutti attorno a un tavolo (OPEC, Russia, Stati Uniti e tutti gli altri) in cerca di una soluzione “equa”: ovvero, o tagliano tutti o non taglia nessuno. Una riunione virtuale aperta a tutti i produttori mondiali è stata annunciata per il 6 Aprile, e subito rimandata al 9 per manifesta impossibilità di trovare un terreno comune da cui partire: russi e sauditi continuano ad accusarsi reciprocamente, Trump definisce l’OPEC “illegale” e minaccia di ricorrere ai buoni vecchi dazi, gli stessi produttori americani non sono tutti d’accordo sull’idea di un taglio globale alla produzione. Intanto, per non sbagliare, il regno saudita continua a caricare a man bassa la flotta di superpetroliere che ha noleggiato a inizio marzo, e che usa come serbatoi galleggianti. E nel frattempo manda milioni di barili in Egitto, dove sono immagazzinati pronti a invadere il mercato europeo. 

Presto o tardi l’eccesso di offerta verrà comunque frenato, o perché Arabia e Russia sospenderanno il braccio di ferro o perché altri paesi saranno semplicemente costretti a smettere di pompare greggio. Il prezzo salirà un po’ ma il crollo della domanda, ormai vero protagonista di questa storia, sarà ancora lì. E l’industria del greggio ne uscirà trasformata. 

Come finirà, e che strada prenderà il mercato dell’energia dopo questa crisi? In questi giorni può capitare di leggere analisi che sostengono, con altrettanta convinzione, che la tempesta sul mercato del petrolio segnerà una brusca battuta d’arresto per la lotta al riscaldamento globale e per la riduzione delle emissioni, o che al contrario porterà un’accelerazione verso la transizione alle fonti rinnovabili

La tempesta sul mercato del petrolio segnerà una brusca battuta d’arresto per la lotta al riscaldamento globale e per la riduzione delle emissioni, o porterà un’accelerazione verso la transizione alle fonti rinnovabili?

La sfera di cristallo non ce l’ha nessuno, ma è vero che questa crisi scatena forze altrettanto potenti in opposte direzioni. Quando l’economia ripartirà e troverà ad attenderla tutto quel petrolio a basso prezzo, molti correranno ad approfittarne. Energia a buon mercato in un momento in cui ci si troverà sul groppone il salatissimo conto della recessione: una tentazione quasi irresistibile, anche per paesi che si erano impegnati sulla riduzione delle emissioni (figuriamoci per gli altri). Lo stesso vale per i consumatori. “Oggi la benzina all’ingrosso in alcuni mercati americani costa 15 centesimi al gallone” segnala Garavini. “Difficile pensare che questo prezzo non generi, alla ripresa, un incentivo a usare auto”. Anche convincere gli automobilisti a lasciare il motore a scoppio per l’elettrico potrebbe rivelarsi, dopo la crisi, ancora più difficile di quanto già non fosse. 

D’altro canto il prezzo basso del greggio, e più ancora l’estrema volatilità che il suo mercato sta mostrando, sono un potente disincentivo a investire in ricerca, estrazione, commercializzazione. Molto semplicemente, a questi prezzi non vale la pena tirar fuori il petrolio dal terreno – giusto Arabia Saudita e Russia possono farlo per un po’, perché hanno abbastanza soldi in cassa e costi di estrazione più bassi. Molti governi e grandi imprese potrebbero convincersi a guardare oltre il breve termine, ad altre fonti di energia che possono garantire ritorni migliori sugli investimenti, e di programmare a lungo termine senza preoccuparsi degli umori dell’autocrate di turno. 

Per guardare in casa nostra, forse non è una sorpresa che la modesta attività italiana di estrazione di petrolio sia stata inserita tra le “attività essenziali” che restano attive anche durante il lockdown. Ma è più che mai lecito chiedersi che senso avrà mantenerla, in un mercato su cui di fatto lavora in perdita. “Per uscire da questa crisi si dovranno investire ovunque grandi risorse” sintetizza Garavini. “Se andranno a pioggia a sostenere il modello attuale, lo stato delle cose subito dopo la pandemia non cambierà molto, ma se andranno in modo mirato su fonti rinnovabili, batterie e reti intelligenti, la transizione energetica potrebbe accelerare molto rispetto a quanto si prevedeva”.

Quando l’economia ripartirà e troverà ad attenderla tutto quel petrolio a basso prezzo, molti correranno ad approfittarne. D’altro canto il prezzo basso e volatilità del greggio sono un potente disincentivo a investire in ricerca, estrazione, commercializzazione.

Qui si apre una lunga serie di “dipende”. Dipende da quanto durerà il lockdown e la recessione che ne seguirà, da come ne usciremo, da quali paesi ne usciranno per primi. Una ripartenza ci sarà, e riporterà vero l’alto sia la domanda di energia sia, almeno un po’, i prezzi del greggio. Ma chi sarà rimasto a venderlo? Quanti governi saranno contenti di dipendere così tanto da Arabia Saudita e Russi? Ce la farà il governo USA a tenere in piedi i produttori di shale? Come ne usciranno Venezuela, Iraq, Iran, Libia, paesi produttori che contano sul petrolio per mantenere la macchina statale e tenere in piedi economie sull’orlo della crisi o già oltre l’orlo? 

Il più importante di tutti i “dipende”, però, riguarda ciò che succederà alla domanda di greggio dopo la pandemia. “Per decenni”, ricorda Garavini, “chi studiava il mercato del petrolio si è preoccupato soprattutto di prevedere il peak oil”, ovvero il momento in cui la produzione avrebbe toccato il massimo per poi iniziare a diminuire, per l’impossibilità di trovare nuove riserve e i rendimenti sempre minori nello sfruttamento di quelle esistenti. Un termine sempre rimandato dalla scoperta di nuovi giacimenti, e recentemente dalla comparsa del fracking. Tanto che a un certo punto si è capito che sarebbe arrivato prima il peak demand, il momento in cui la domanda mondiale toccherà il massimo e poi comincerà a calare, per la spinta generale verso efficienza energetica, riduzione delle emissioni, conversione alle rinnovabili. 

Dopo quella data si continueranno a sfruttare le riserve disponibili, ma gli investimenti si sposterebbero rapidamente su altre fonti di energia. I principali analisti collocavano il peak demand negli anni 30 del secolo, ma il coronavirus potrebbe averla anticipata. “Lo capiremo solo dopo, ma il picco potrebbe essere stato proprio nei due mesi del 2020 prima della pandemia” suggerisce Garavini. La ripresa ci sarà, ma probabilmente graduale. Qualche limitazione agli spostamenti potrebbe restare in piedi per molto tempo o diventare addirittura strutturale. Settori particolarmente assetati di petrolio, come il trasporto aereo, potrebbero impiegare anni a tornare ai livelli pre-coronavirus. E dopo il lockdown ritroveremo intatti tutti i fattori che, già prima della pandemia, facevano intravedere dietro l’angolo una recessione: rallentamento della crescita cinese, Brexit, effetti della guerra commerciale tra USA e Cina. 

Ci si è preoccupati soprattutto di prevedere il peak oil, il momento in cui la produzione avrebbe toccato il massimo per poi iniziare a diminuire; a un certo punto si è capito che sarebbe arrivato prima il peak demand, il momento in cui la domanda mondiale comincerà a calare.

Secondo Garavini, conteranno molto le previsioni del futuro che in questo momento stanno formulando le grandi banche o dall’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), quei ponderosi rapporti annuali in cui si ipotizzano gli scenari del mercato energetico da qui a 50 anni. “In passato si sono spesso rivelate sbagliate, ma hanno lo stesso orientato le scelte, in una certa misura si autoavverano. Se ora quegli scenari smettono di descrivere una domanda di greggio in crescita fino al 2030, tutti dovranno modificare le loro politiche. Un mondo in cui la domanda di greggio cala strutturalmente è un mondo diverso da quello che abbiamo conosciuto finora”. I prossimi mesi diranno se siamo già in quel mondo, e quanto sarà diverso.  

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