mercoledì 13 settembre 2017
martedì 12 settembre 2017
Per riscoprire la magia spegnete Netflix, mollate il telefono e uscite - Oliver Burkeman
“Uscite
subito fuori”, sono le prime tre parole di Outside lies
magic (La magia è lì fuori), un libro pubblicato
quasi 20 anni fa dal sociologo di Harvard John Stilgoe,
ma che in questa meschina epoca di Trump, Brexit, messaggi ingiuriosi su
internet e capacità di attenzione ridotta al minimo sembrano più importanti che
mai.
È un
consiglio piuttosto banale: ci hanno sempre detto che dovremmo fare più
esercizio fisico e stare meno seduti, che un buon sistema per combattere la
depressione è andare a correre e che una passeggiata sulle colline è ideale per
la nostra salute mentale. Ma Stilgoe è inorridito da questi consigli. “Non fate
jogging”, dice. “Non correte. Dimenticatevi la pressione sanguigna”.
E non
suggerisce neanche di andare in cerca di luoghi selvaggi e maestosi. Outside lies magic parla dell’ambiente che ci
circonda: gli idranti, i pali del telegrafo, le centraline elettriche e i
ciuffi d’erba che sbucano dai marciapiedi fuori della nostra porta (l’ho
scoperto grazie alla newsletter di
Austin Kleon). Ci invita a “esplorare con curiosità lo spazio
intorno a noi”.
Abbandonare gli obiettivi
Secondo Stilgoe, ci siamo dimenticati di come si osserva il mondo, e abbiamo bisogno di “essere rieducati a fare una semplice passeggiata”.
Secondo Stilgoe, ci siamo dimenticati di come si osserva il mondo, e abbiamo bisogno di “essere rieducati a fare una semplice passeggiata”.
Nel senso
più ovvio, se passiamo tutto il weekend a guardare Netflix o incollati al
telefono, rinforzando la convinzione che il divertimento è sempre altrove, ci
perdiamo la magia di quello che c’è fuori. Ma in un senso meno ovvio, spesso
quella magia ci sfugge anche quando siamo all’aperto. Se ci alleniamo per una
maratona, andiamo al lavoro in bicicletta o controlliamo il contapassi per
sapere quanto abbiamo camminato, stiamo usando l’ambiente per i nostri scopi,
osservando solo quello che ci serve per raggiungere un determinato obiettivo.
Nei suoi
corsi sull’arte dell’esplorazione, Stilgoe lascia esterrefatti gli studenti di
Harvard rifiutandosi di dargli una serie di scadenze. “Messi davanti a un
professore che sostiene che le scadenze provocano il desiderio, a volte
l’ossessione, di ‘finire il lavoro prima possibile’, si sentono a disagio.
Adorano finire il lavoro prima possibile”.
Stilgoe, al
contrario, vuole che assimilino il materiale. Che osservino attentamente,
sollevino i vari strati della storia di una città ispezionando la vernice
scrostata sulle facciate dei negozi o le impronte lasciate dai binari
ferroviari rimossi. C’è un intero capitolo sulle staccionate. “L’ambiente
costruito dall’uomo è… un documento in cui ogni strato del testo è stato
cancellato per applicarcene sopra un altro”, ma in cui si possono ritrovare le
tracce del passato.
La disposizione d’animo
Stilgoe inveisce contro la nostra “era elettronica programmata”, ma il suo messaggio non è antitecnologico. Non sono neanche tanto sicuro che per lui quello che conta sia l’ambiente esterno. Quello che conta è la disposizione d’animo a guardare, a lasciare che la nostra attenzione sia guidata da quello che ci circonda.
Stilgoe inveisce contro la nostra “era elettronica programmata”, ma il suo messaggio non è antitecnologico. Non sono neanche tanto sicuro che per lui quello che conta sia l’ambiente esterno. Quello che conta è la disposizione d’animo a guardare, a lasciare che la nostra attenzione sia guidata da quello che ci circonda.
C’è un
aspetto sovversivo in questo, osserva, perché scardina l’interpretazione del
mondo che vogliono imporci i politici e le multinazionali per affermare i loro
interessi. Prestate attenzione, scrive, “a tutto quello che costeggia le strade
di campagna, le vie cittadine, i viali delle periferie. Camminate. Passeggiate.
Gironzolate” (oggi probabilmente si direbbe “prendete coscienza”. Stilgoe, per
fortuna evita questa espressione).
Presto vi
sentirete irrequieti e comincerete a chiedervi che senso ha. Ma il senso sta
proprio nel gironzolare in sé. Sta nel non sottomettersi all’idea che tutto
deve avere un senso.
(Traduzione di Bruna Tortorella)
Non diventate vegani!
No, non sono impazzita!
Ho invece il piacere di pubblicare una bellissima
lettera aperta scritta da un mio contatto su Facebook. In mezzo al mare magnum delle
notizie fake, dei selfie, dei post autoreferenziali, ogni tanto si trova anche
qualche riflessione su cui vale la pena soffermarsi.
Vi invito a leggerla perché trovo che sia il giusto
modo per approcciarsi agli "altri", ossia tutti coloro che per abitudine,
ignoranza, pregiudizi o altro ancora mangiano gli animali.
Di Maria Campo
Lettera aperta agli "altri".
Non diventate vegani.
Non diventate niente. Non datevi etichette, siate solo
voi stessi come persone e individui. Togliete agli altri le etichette che gli
vedete addosso. Se avete incontrato vegani antipatici dimenticateli e basta.
Non fareste un dispetto a loro facendo torto agli animali.
Informatevi, leggete, osservate, controllate,
confrontate, pensate... Ascoltate il vostro cuore e fate ciò che sentite
giusto.
Non diventate neanche vegetariani.
Solo smettete di mangiare carne perché gli animali non
vogliono morire. E lo capiscono. Guardateli, conosceteli. Guardate i video dove
possono giocare e accorgetevi che non c'è differenza tra un cane, un vitello,
un maiale. E guardate i video dove gli viene imposto il destino di diventare
ingredienti, non vi piaceranno, vi faranno stare male. Pensate cosa dev'essere
per loro che lo vivono, se qualcosa vi ferisce solo a vederlo. Guardate che
cosa passano nella loro breve vita (sono cuccioli quelli che finiscono nel
frigo), immaginate cosa vivono durante il trasporto, la paura che hanno al
macello.
Non diventate vegani. Però smettete di mangiare
derivati: lo sfruttamento di loro che sono come bambini non è mai una
leggerezza come forse pensate. Non è colpa vostra, è quel che vi hanno
insegnato perché a loro volta è stato insegnato: nessuno è cattivo o una
persona malvagia per aver creduto a questa cultura. Perdonate e perdonatevi. È
stato così, ma ora datevi la possibilità di cambiare. Non date nulla per
scontato, approfondite, tenete la mente aperta. Cercate informazioni, chiedete
come e perché. Per ogni "mucca da latte" c'è un vitello ucciso. Per
ogni "gallina ovaiola" c'è un pulcino ucciso. Quando avete obiezioni
e dubbi, cercate la risposta vera e non accontentatevi di quella che vi
rassicura: è un mercato che muove troppi soldi per dirvi la verità, le
pubblicità vogliono vendervi qualcosa, le aziende vi vogliono consumatori, i
giornali e tv e i media in generale sono foraggiati e non si mettono contro gli
sponsor. La politica si preoccupa dell'economia. Ma non abbiate paura per il
mercato e l'economia, quelli se la caveranno eccome. Pensate ai deboli, pensate
agli ultimi, pensate a chi non ha voce: è perché sono indifesi che vengono
schiavizzati e sfruttati. Non potranno mai difendersi perciò dobbiamo essere
noi umani a chiedere pietà per loro: la prima cosa è interrompere gli acquisti
di ciò che fa loro del male. Per riconvertire il commercio in uno più etico
abbiate fiducia nell'intelligenza umana, si troverà una soluzione che vada bene
a tutti anche smettendo la schiavitù.
Il nostro piacere e comodità non devono essere al
prezzo della vita altrui.
Nemmeno la nostra vanità di bellezza. Non diventate vegani,
ma smettete di comprare prodotti testati su animali. Scoprite le aziende
cruelty free.
Dite basta alla sperimentazione animale: siamo tutti
animali, ma tra specie diverse non siamo identici, i nostri corpi hanno
differenze che rendono vano, per curarci, sapere cosa faccia bene o male agli
altri... È inutile torturarli e terrorizzarli e imprigionarli per fare
esperimenti che non ci daranno benefici. E comunque nessun risultato varrebbe
l'infliggere loro tutto quel male: loro provano dolore e paura come noi, ci
assomigliano precisamente in questo.
Non vi piacerebbe sapere cosa succede nei laboratori.
Probabilmente non verrete neanche a saperlo fino in fondo, ma se avete il
coraggio cercate di scoprirlo. Se non ne avete il coraggio avete già la vostra
risposta: non potete far finta di niente.
Non diventate vegani, non c'è bisogno di esserlo per
smettere di comprare pellicce e indumenti con gli inserti. Guardate gli animali
nelle gabbie e il modo orrendo in cui gli viene rubata la pelliccia per
venderla a voi. Voi non ne avete bisogno, loro sì.
Smettete di comprare cose in pelle, smettete di
comprare lana e seta. Ma se ne avete, non dovete per forza buttare via nulla:
adoperate tutto ciò che avete in guardaroba e scarpiera, portatelo fino alla
fine, evitate lo shopping non necessario, fregatevene delle mode. Aggiustate,
riparate, personalizzate, abbellite quel che avete e riutilizzatelo prima di
buttarlo.
Non andate al circo, non andate allo zoo, non andate
ai delfinari, evitate gli acquari: la sofferenza non può mai essere divertente.
Tanto meno istruttiva.
Se state leggendo fin qui, probabilmente non vi è mai
passato per la testa di andare a caccia o a pesca. Ma se così fosse, imparate
invece l'arte della fotografia e andate a "caccia" armati solo di
macchina fotografica. Fate un corso di sub e incontrate i pesci senza fargli
del male. Starete nella natura e ci starete con la pace nell'anima. Se quel che
cercate è adrenalina, valutate i videogiochi; se è solo per gioco e
divertimento che avete voglia di sparare provate il softair! L'Italia ripudia
la guerra ma vende armi, i cacciatori sono dei clienti... Non cascateci quando
vi racconteranno la storia del buon cacciatore amante della natura: chi ama non
uccide così alla leggera.
Se osservate la natura, vi accorgete che la vita di
qualsiasi animale è già abbastanza difficile anche senza incontrare la crudeltà
umana. Non possiamo e non dobbiamo infierire.
Nelle tragedie naturali, in terremoti e alluvioni,
ricordatevi anche delle vittime non umane.
Continuate a vivere la vostra vita, ma ricordatevi
degli animali. Quando ci sarà una festa, accorgetevi se hanno messo musica a
volume impossibile sotto un nido di rondinini. Accorgetevi se hanno portato un
cane in mezzo al casino infernale. Se il volume è alto per noi figuratevi per
loro. E dite qualcosa: gli animali non possono parlare e chi sta pensando solo
a divertirsi probabilmente in quel momento si è dimenticato della loro
esistenza e dei loro bisogni. Quando verrà capodanno, dite no a botti e
petardi: pensate al terrore che provano gli animali domestici e selvatici. Ho
visto piccioni impazzire di paura. Loro sono invisibili, vivono accanto a noi
e vengono schifati per pregiudizio. Conosceteli, scoprite quanto sono
intelligenti. Tutti gli animali meritano rispetto.
Con quel che avrete risparmiato sulla spesa (mangiare
vegetale costa meno) e dallo shopping, aiutate un rifugio: c'è sempre bisogno
di tutto e dell'aiuto di tutti.
Fintanto che vengono considerati come oggetti ci sono
abbandoni e randagismo e ancora e ancora cucciolate... Non comprate! Adottate.
Se potete, adottate un animale e conoscetelo davvero,
trattatelo come una personcina: no, non è umano, ma scoprirete che non serve
esserlo per avere personalità. Adottate un cane o un gatto tra chi ha più
bisogno, un coniglio, una gallina, un maiale, un ratto... adottate col cuore!
Quando fate la spesa state solo un po' attenti:
evitate i derivati animali, sì, e pensate anche agli umani e all'ambiente.
Preferite il bio quando l'opzione è possibile. Preferite il fair trade. Non
spenderete di più, fate la prova e tenete un registro delle spese se volete.
Non comprate tofu e seitan se non vi piacciono, oppure comprate tofu e seitan
se vi piacciono. Scoprite sapori nuovi se ne avete voglia, ma sappiate che non
servono ingredienti che non conoscete per mangiare vegetale, equilibrato e
vario: legumi, cereali, frutta, verdura, frutta secca, semi, alghe, funghi...
Ricordatevi che non c'è nessun sacrificio e non dovete obbligatoriamente
diventare salutisti. Non rinunciate ai vostri cibi preferiti, scoprite come
avere gli stessi gusti con ingredienti vegetali. Quando andate in giro chiedete
l'opzione più buona, quella buona per davvero che non fa male a nessuno: ormai
si trova ovunque, e comunque dappertutto possono proporre qualcosa.
Certo, bisogna che tutti vivano così per cambiare le
cose. Vi sentite una goccia nel mare? Non abbiate paura di fare quel che potete
per paura che sia poco: bisogna solo che ognuno faccia la propria parte, senza
aspettare di controllare che gli altri la stiano facendo. Cosa state
aspettando? Cominciate subito, perché non ci sarà uno start per partire tutti
assieme. Strada facendo vi accorgerete che altri stanno facendo il vostro
percorso.
Vivete con coscienza, vivete con giustizia, senza
darvi etichette. E quando qualcuno vi chiederà qualcosa non etichettatevi
ancora e non etichettate nessuno. Spiegate ciò che sapete e ciò che avete
imparato. La vostra testimonianza di umani che vivono nel rispetto degli
animali tutti, varrà moltissimo: e allora parlatene, raccontate la compassione,
spiegate il vostro senso di giustizia. Se ciascuno vivrà con rispetto il mondo
sarà un posto migliore, senza più bisogno di dirsi vegani e animalisti.
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lunedì 11 settembre 2017
Airbnb riempie Matera di turisti ma la svuota di abitanti - Giada Zampano
Nicola Frangione comprò la sua casa nei Sassi di Matera per 80 milioni di
lire. Era il 1981 ed era un prezzo carissimo per quegli anni. Ora ha messo un
cartello con l’annuncio per la vendita a 1,7 milioni di euro. Professore di
inglese in pensione, a settant’anni ha deciso che è tempo di lasciare quel
palazzetto a quattro piani in cui ha ricavato, al piano terra, un appartamento
per affittarlo ai turisti su Airbnb.
La decisione di abbandonare la casa è sofferta, ma il professor Frangione
non riconosce più quel rione quasi disabitato in cui si trasferì più di
trent’anni fa e dove sua moglie Anna Grazia, alla fine degli anni ottanta, era
ancora l’unica donna.
“Sono stato uno dei primi a comprare nei Sassi”, dice orgoglioso, indicando
la casa di tufo immersa nel centro storico della città lucana, ormai famosa in
tutto il mondo per le sue abitazioni scavate nella pietra e abbarbicate lungo i
pendii del profondo canyon della Gravina. Da una finestra ci si affaccia sul
rione Malve, da un’altra si vede la chiesa della madonna dell’Idris, scavata
nello sperone roccioso della rupe Monterrone.
“Di questa casa amavo il fatto che fosse tutta aperta, tante finestre e
poche barriere”, racconta Frangione. “Quando nel quartiere eravamo in pochi,
c’era un forte senso del vicinato, condividevamo il cortile e durante le feste
mangiavamo spesso insieme. Ci parlavamo dai balconi, senza neanche dover alzare
la voce. Amavo sedermi sulla sedia a dondolo nel mio studio, tra i libri
antichi, ascoltare un po’ di musica e qualche voce che veniva dall’esterno”.
Ora dalla finestra guarda scoraggiato gli sciami di turisti che passeggiano
lungo la strada bianca, una delle principali e delle poche in cui possono
circolare anche le automobili. “Da negozi e ristoranti fischiano tutto il
giorno per attirare l’attenzione dei visitatori. Si è persa l’anima di questo
posto”, dice Frangione. “Gli abitanti sono ormai pochi, il resto sono tutti bed
& breakfast”.
A Matera, il 25 per cento delle case nel centro storico è affittato ai
turisti con Airbnb. Una percentuale che esemplifica l’impatto
dell’azienda sulle città studiato da tre ricercatori del laboratorio dati economici, storici, territoriali
dell’università di Siena (Ladest). Stefano Picascia, Antonello
Romano e Michela Teobaldi sono partiti da dati raccolti
tra il 2015 e il 2016 su 13 città italiane, da nord a sud. “Il
quadro generale è quello di una progressiva trasformazione dei centri storici
in hotel, con il rischio che vengano progressivamente abbandonati dai residenti
e si trasformino in spazi usati quasi esclusivamente dai turisti, finendo per
perdere la loro autenticità”, dice Romano.
Matera non è l’unico esempio di centro storico colonizzato dall’azienda. A
Firenze, le case del centro storico affittate su Airbnb sono il 18 per cento
del totale, mentre nel centro storico di Roma sono l’8 per cento.
“In molte città l’offerta è concentrata dentro e intorno ai centri
storici”, commenta Romano. “Ma in altre, come Siena per esempio, abbiamo
osservato un aumento dell’offerta al di fuori del centro storico, e a questo
aumento è corrisposto un aumento della domanda”.
Airbnb, azienda fondata a San Francisco nel 2008 sull’idea degli
affitti peer-to-peer, si è sviluppata in tutto il mondo, con
particolare successo anche nel nostro paese. L’Italia nel 2015 era al terzo
posto per numero di annunci nel mondo, con 83mila host (utenti della piattaforma che condividono le
proprie abitazioni) e 3,6 milioni di visitatori all’anno, secondo i dati resi noti dall’azienda.
Chi guadagna davvero
La diffusione di Airbnb nelle città italiane è correlata all’evoluzione dei flussi turistici. Quello che succede a Matera ne è un esempio lampante. Dopo l’iscrizione nella lista dell’Unesco come patrimonio mondiale dell’umanità nel 1993 e la sua nomina a capitale europea della cultura per il 2019, la città ha registrato un picco di visite senza precedenti: 152 per cento in più rispetto a sette anni fa, secondo i dati elaborati dal centro studi turistici di Firenze. Questa crescita ha avuto dei costi sociali e umani.
La diffusione di Airbnb nelle città italiane è correlata all’evoluzione dei flussi turistici. Quello che succede a Matera ne è un esempio lampante. Dopo l’iscrizione nella lista dell’Unesco come patrimonio mondiale dell’umanità nel 1993 e la sua nomina a capitale europea della cultura per il 2019, la città ha registrato un picco di visite senza precedenti: 152 per cento in più rispetto a sette anni fa, secondo i dati elaborati dal centro studi turistici di Firenze. Questa crescita ha avuto dei costi sociali e umani.
“Anch’io rimpiango la vita del vicinato”, dice Chiara Paolicelli, maestra
elementare di 64 anni, spiegandomi che nel lessico familiare di chi ha vissuto
nei Sassi a partire dalla loro riqualificazione, alla fine degli anni ottanta,
quella parola indica ancora il centro vitale di una vita quotidiana basata
sulla solidarietà e sul mutuo soccorso.
La signora Paolicelli ha comprato la sua casa nel 1990 e resiste
faticosamente tra i pochissimi abitanti del centro storico. Anche lei affitta
su Airbnb quella che chiama “la grotta” al piano terra della casa in cui vive:
una camera da letto, un cucinotto e un salottino scavati nella roccia, con
piccoli lucernari al livello della strada.
“Siamo invasi dai turisti e in parte
è una cosa buona”, dice. “Ma si tratta di un turismo mordi e fuggi, che non
capisce le potenzialità di questa città”, aggiunge, annunciando con un sorriso
l’arrivo di una famiglia che resterà per due settimane, usando Matera come base
per visitare i dintorni.
“Affittare la grotta come casa-vacanze è l’unico modo per tenerla in vita”,
spiega, aggiungendo che in origine era una cantinetta e che l’umidità l’avrebbe
rovinata. L’affitto su Airbnb le frutta circa 3-4mila euro in un anno, e a
volte pensa che non ne valga la pena. Anche suo figlio Nando affitta un
appartamento ai turisti per periodi brevi. Si è trasferito poco fuori dei Sassi
quando è nata la sua seconda figlia.
“La gestione è molto faticosa. Bisogna preparare tutto, fare le pulizie, e
poi gli ospiti arrivano e ripartono a tutte le ore”, dice la signora
Paolicelli, che sta pensando di lasciare il suo appartamento a una persona che
si occupa di più case in affitto, una nuova figura professionale nata con
Airbnb.
Il paradosso
Il caso di Chiara Paolicelli mostra bene gli effetti di quello che i ricercatori del Ladest di Siena hanno indicato come il paradosso di Airbnb: l’azienda è diventata uno dei pilastri della sharing economy, ma con il passare del tempo ha finito per generare guadagni sempre meno condivisi e li concentra nelle mani di pochi.
Il caso di Chiara Paolicelli mostra bene gli effetti di quello che i ricercatori del Ladest di Siena hanno indicato come il paradosso di Airbnb: l’azienda è diventata uno dei pilastri della sharing economy, ma con il passare del tempo ha finito per generare guadagni sempre meno condivisi e li concentra nelle mani di pochi.
Secondo la ricerca, la fetta maggiore dei ricavi se la aggiudicano pochi
inserzionisti multipli che affittano più appartamenti, oppure mediatori e
agenzie immobiliari specializzate. A Firenze, gli host in media guadagnano 5.314 euro all’anno, ma
secondo i dati elaborati dai ricercatori uno solo ne ha incassato oltre
700mila. A Milano il divario è ancora più elevato: gli oltre quattromila
proprietari di appartamenti messi in affitto guadagnano in media 1.600 euro
all’anno, ma uno solo supera il mezzo milione.
La normativa
introdotta dal governo come primo tentativo di regolare Airbnb
in Italia, impone il pagamento di una cedolare secca del 21 per cento sugli
affitti realizzati tramite piattaforme di condivisione. Secondo i tre
ricercatori del Ladest, questa tassa potrebbe far aumentare il divario tra
gli host: “I piccoli, quelli con un solo annuncio,
potrebbero cancellarsi dal sito, perché non lo troverebbero abbastanza
vantaggioso”.
Per il professor Nicola Frangione il valore aggiunto nell’affittare parte
della propria casa non è economico, visto che non si guadagnano cifre
altissime. “L’aspetto più bello è che si finisce per conoscere gente molto
diversa. Molti si fermano a mangiare con noi, ad assaggiare i prodotti della
nostra terra”, dice. “Si stabilisce un’amicizia, si instaura un dialogo, e
questo è gratificante”, dice. Ma aggiunge: “A cosa rinunciamo per avere questo?
Il costo sociale è elevato. Se continuiamo così, qui si creerà un deserto”.
Carlo Pozzi, che ha vissuto a Matera per diciotto anni e che negli anni
settanta partecipò a un progetto sperimentale per ripopolare i Sassi, non cede
invece alla nostalgia per la “città dei vicinati” – “una realtà legata
all’estrema indigenza dei suoi abitanti”, dice – né alla colpevolizzazione dei
residenti che affittano su Airbnb.
“Prima di Airbnb, negli anni novanta, ci fu la proliferazione dei pub.
Anche quella fu un po’ goffa, pasticciata”, racconta, “ma non possiamo guardare
al turismo di massa solo come a un elemento negativo. È senza dubbio
un’importante occasione di lavoro per i giovani materani”.
Secondo Pozzi, che insegna composizione architettonica e urbana
all’università di Pescara, la questione cruciale è che “ci sia una gestione
culturale di questo fenomeno, che si riesca a connettere cultura ed economia”.
Pozzi ricorda com’è cambiata l’immagine dei Sassi, a partire dal 1964, anno
in cui Pier Paolo Pasolini vi girò Il vangelo secondo Matteo:
“Li aveva tenuti rovinati, sporchi, a espressione del pauperismo che voleva
raccontare”. Negli anni successivi, con le grandi produzioni cinematografiche
hollywoodiane (King Davidcon Richard Gere nel
1985, e La passione di Cristo di Mel Gibson nel 2004), i
Sassi cominciano a essere abbelliti.
“È un cambiamento importante”, dice Pozzi. “Ora, però, bisogna evitare che
b&b e hotel diffusi si sovrappongano ai Sassi. Altrimenti il centro storico
di Matera diventerebbe una qualsiasi Ibiza, di grande successo turistico, ma
senza più una sua identità”.
Un equilibrio difficile
In questo centro storico, intanto, non sembra esserci molto spazio per le librerie. La Mondadori che da 17 anni si affacciava su via del Corso deve traslocare perché l’affitto è più che raddoppiato. Una storia simile era successa due anni fa alla libreria dell’Arco, che si è spostata in una sede più lontana dal centro proprio per risparmiare. Al suo posto ora c’è un ristorante.
In questo centro storico, intanto, non sembra esserci molto spazio per le librerie. La Mondadori che da 17 anni si affacciava su via del Corso deve traslocare perché l’affitto è più che raddoppiato. Una storia simile era successa due anni fa alla libreria dell’Arco, che si è spostata in una sede più lontana dal centro proprio per risparmiare. Al suo posto ora c’è un ristorante.
“Quello che mi preoccupa di più è che i materani si stiano tutti
improvvisando imprenditori, ma senza un vero piano, un disegno che vada oltre
il profitto immediato”, dice Antonio Sacco, 49 anni, titolare della libreria
Mondadori. “Il risultato”, aggiunge, “è un’offerta eccessiva di b&b, bar e
ristoranti, che ha snaturato la città e stride in modo paradossale con il titolo
di capitale della cultura nel 2019. Si rischia di sprecare una grande occasione
per far prevalere la logica del tutto e subito”.
Giovanni Semi, professore di sociologia delle culture urbane all’università
di Torino, ha esplorato il fenomeno dell’omologazione delle città nel suo Gentrification. Tutte le città come
Disneyland?.
Il turismo come punta di diamante dell’economia ha cambiato la faccia delle
città, sostiene Semi. “Turisti e viaggiatori visitano sempre più città. È molto
più facile spostarsi e sempre meno costoso, e gli shock culturali sono sempre
meno forti”, spiega. “Quello che i turisti non vedono è lo svuotamento dei
centri storici e la loro omogeneizzazione. È come se fosse stata passata una
mano di bianco sulle città, rendendole tutte uguali”.
Matera è in questo momento quello che era Venezia vent’anni fa. In quel
caso il dibattito sulla trasformazione della città in pura meta turistica c’è
stato, ma non ha prodotto politiche efficaci in grado di regolare il turismo di
massa e preservare la sua identità.
“Tra qualche anno saremo ancora patrimonio dell’umanità?”, si chiede il
professor Frangione. Al calare della sera, sotto la sua casa di tufo, tra i
vicoli stretti dei Sassi, ritorna il silenzio. I turisti sono ormai seduti ai
tavolini dei bar e dei ristoranti che si alternano ai banchetti di souvenir,
tutti uguali.
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Cedi strada agli alberi, ogni giorno - Franco Arminio
Non ti affannare a seminare noie e malanni nelle tue giornate e in quelle degli altri, non chiedere altro che una gioia solenne. Non aspettarti niente da nessuno e se vuoi aspettarti qualcosa, aspettati l’immenso, l’inaudito. Trovati uno scalino, riposati con la faccia al sole. Se c’è qualcuno che parla ascoltalo. Per tornare a casa aspetta che sia sera. Usa il buio come un fiocco per chiudere la giornata e fanne dono a chi ti vuole bene.
Prendi un angolo del tuo paese e fallo sacro. Vai a fargli visita prima di partire e quando torni. Stai all’aria aperta almeno due ore al giorno. Ascolta gli anziani, lascia che parlino della loro vita. Fatti delle piccole preghiere personali e usale. Esprimi almeno una volta al giorno ammirazione per qualcuno. Dai attenzione a chi cade. Leggi poesie ad alta voce. Fai cantare chi ama cantare. Prova a sentire il mondo con gli occhi di una mosca, con le zampe di un cane.
Il bene quando c’è dura assai poco, in genere svanisce il giorno dopo. Girati verso il muro, verso il sole che illumina una faccia qualsiasi. Festeggia appena puoi il minuto più inutile della tua vita.
Spesso gli uomini si ammalano per essere aiutati. Allora bisogna aiutarli prima che si ammalino. Salutare un vecchio non è gentilezza, è un progetto di sviluppo locale. Camminare all’aperto non è seguire il consiglio del medico, è vedere le cose che stanno fuori, ogni cosa ha bisogno di essere vista, anche una vecchia conca piena di terra, una piccola catasta di legna davanti alla porta, un cane zoppo. Quando guardiamo con clemenza facciamo piccole feste silenziose, come se fosse il compleanno di un balcone, l’onomastico di una rosa.
Mai vista una primavera così bella, la luce sembra impazzita, è un diamante la testa del serpente, il silenzio concima le ginestre, sono quieti i paesi da lontano. Non insistere a dolerti, ogni albero è tranquillo e felice di vederti.
Camminare, guardare gli alberi, non dire e non fare nient’altro che un giro nei dintorni, uscire perché fra poco esce il sole, perché una giornata qualsiasi è il tuo splendore. Pensa, hanno già spezzato una zampa a un cane, una foglia è caduta. Fatti girare la testa velocemente e poi fermala, apri gli occhi a caso: davanti a te c’è una scena del mondo una qualunque, vedi quanto è preziosa, vedila bene, con calma, tieni la testa ferma, rallenta il giro del sangue. Che meraviglia che sia mattina, che abbia smesso di piovere.
C’è solo il respiro, forse ce n’è uno solo per tutti e per tutto. Spartirsi serenamente questo respiro è l’arte della vita. La faccenda è teologica. Abbiamo bisogno di politica e di economia, ma ci vuole una politica e un’economia del sacro. Ci vuole la poesia.
Molte albe, molte gentilezze, festeggiare molto spesso la luce, poco avere, scarsi indugi, minare il rancore, farlo saltare, meglio il silenzio, la carezza, il fiore.
Per stare bene non ci vogliono i medici, ci vuole una passione senza fine. Abbiamo bisogno di cose profonde e invece zampettiamo in superficie. Chi è chiuso nella grandi malattie lo sa bene quanta vita sprechiamo noi che stiamo bene.
Sento che siamo arrivati ai giorni semplici. Ora si può credere a quello che ci accade,
credere all’aria che ci accoglie quando usciamo e al saluto di chi incontriamo, alla notte che viene, alla luce che rimane, credere che non c’è malattia fino a quando parliamo con la nostra voce, fino a quando lottiamo con gioia. Attraversiamo con fiducia ogni scena del vivere e del morire, facciamo di ogni fatica una fortuna, andiamo dentro le ore senza saltarne una.
credere all’aria che ci accoglie quando usciamo e al saluto di chi incontriamo, alla notte che viene, alla luce che rimane, credere che non c’è malattia fino a quando parliamo con la nostra voce, fino a quando lottiamo con gioia. Attraversiamo con fiducia ogni scena del vivere e del morire, facciamo di ogni fatica una fortuna, andiamo dentro le ore senza saltarne una.
Punta sulla nuvola e su altre cose mute, non tue, non vicine, non addestrate a compiacerti, punta sulla morte, anche sulla morte, sulla sua decenza, sul fatto che non ritratta niente, punta sulla luce, cercala sempre, infine punta sulla tua follia, se ce l’hai, se non te l’hanno rubata da piccolo.
La notte scorsa nel mondo sono morte tante persone. Noi no. È bene ricordarsi ogni tanto il miracolo di stare nella luce del giorno, davanti a un albero, a un volto.
Non so quando è accaduto il massacro di ciò che è lieve, lento, sacro, inerme. Adesso per tornare a casa, per tornare assieme nella casa del mondo, non serve la rabbia, non serve lo sgomento, basta sentire che ogni attimo è un testamento.
Concedetevi una vacanza intorno a un filo d’erba, dove non c’è il troppo di ogni cosa, dove il poco ancora ti festeggia con il pane e la luce, con la muta lussuria di una rosa.
Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento. Più che l’anno della crescita, ci vorrebbe l’anno dell’attenzione. Attenzione a chi cade, al sole che nasce e che muore, ai ragazzi che crescono, attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza.
domenica 10 settembre 2017
La posta in gioco? Il bene comune - Nicolò Migheli
Rilevante interesse economico e sociale. Espressione che compare
costantemente in progetti, leggi, disegni di legge e delibere che prevedono
interventi, spesso pesanti, sull’esistente. Questa estate Sardegna Soprattutto
ed altri luoghi hanno animato una discussione civile ed ordinata sugli ultimi
provvedimenti della Giunta Regionale in materia urbanistica e degli usi civici.
Molte personalità con competenza hanno mostrato i limiti e le
contraddizioni di quei disegni di legge e delibere sia sulla loro coerenza
costituzionale e statutaria, che su quella prettamente tecnica.
Non è il caso di ripeterle. Chi è interessato le troverà tutte su questa
rivista. Rilevante interesse economico e sociale, per chi? È
la prima domanda che bisognerebbe porsi. Quella espressione non a caso antepone
l’interesse economico- la vera rilevanza- a quello sociale, specie quando
l’investimento è ad opera di grandi gruppi finanziari o di fondi sovrani come
il Qatar.
L’interesse sociale, se vi è, è limitato ai posti di lavoro. In una regione
come la nostra con tassi di disoccupazione stellari e la continua emigrazione
di personale qualificato, il lavoro è la scusa per le peggiori aggressioni al
nostro territorio. È stato così con le miniere, la grande industria, l’edilizia
sulle coste, le stesse basi militari. Il risultato è davanti ai nostri occhi
tutti i giorni.
Una privatizzazione del valore ed una esternalizzazione dei costi in
termini di terra sottratta, impermeabilizzazione dei suoli, inquinamento,
mutamento in peggio di paesaggio e qualità della vita per i residenti. L’unico
controvalore pochi stipendi in balia dei cicli economici ed usati per
giustificare, in caso di crisi, ulteriori finanziamenti pubblici per essere
ancora erogati.
Il dizionario Treccani così definisce i beni comuni: Commons. Si
tratta di beni di interesse comune, fruibili senza restrizioni – aspetto che ne
muterebbe automaticamente lo status – dai membri di una comunità, che li
gestisce, facendo in modo che il ‘consumo’ da parte di uno dei soggetti non
renda meno accessibile il bene stesso agli altri soggetti interessati.
La privatizzazione di queste risorse è ormai un fenomeno mondiale. Si va
dalle terre fertili da cui viene scacciata la piccola economia contadina per
essere date alle grandi multinazionali del cibo, ai semi che sono diventati, in
maggioranza, proprietà di poche industrie sementiere. Beni materiali e
immateriali che vengono sottratti al godimento di tutti. Una caso emblematico è
la medicina.
Sabin quando sintetizzò il vaccino per la poliomelite non lo sottopose a
brevetto perché voleva che tutta l’umanità ne potesse godere. Oggi si assiste
al paradosso di una ricerca medica realizzata con fondi pubblici, brevettata e
divenuta proprietà dell’industria farmaceutica.
Il risultato sono medicine che costano migliaia di dollari a confezione e
che spesso non possono permettersi neanche i servizi sanitari pubblici. Se sei
ricco puoi curarti, se non lo sei no.La privatizzazione dei beni comuni ha come
conseguenza una ineguaglianza senza pari tra cittadini; sancisce la legge del
più forte, agisce da disgregatore delle comunità e dell’ordine sociale.
I rigurgiti fascisti e xenofobi di questa estate trovano spiegazione, in
parte, nel disagio percepito da una maggioranza di popolazione che sempre più
sente di essere esclusa, messa ai margini.
La xenofobia, a questo punto, è il moto dell’animo che identifica nel
migrante la causa del proprio impoverimento, ne fa il capro espiatorio.Tutto
questo ai privatizzatori va più che bene, non si sentono
oggetto di conflitto ma agiscono per spostare la rabbia sui più deboli.
Atteggiamento che rientra perfettamente nella loro teorizzazione: non
esiste società ma un insieme di individui concorrenti e di conseguenza nessun
bene comune, ma uno spazio materiale e immateriale che aspetta solo di
essere valorizzato a vantaggio del più forte. Può reggere una
società o una comunità concepita in questo modo?
Certo che può e non a caso agli spazi di democrazia che si riducono,
consegue un aumento delle forza di polizia e la sicurezza diventa
il valore dominante ed universalmente accettato; finché dura però. La Sardegna
non fa eccezione. Eppure la protezione del bene comune nella nostra isola
comincia con Eleonora D’Arborea e la Carta de Logu, dove spazi
pubblici ed interesse privato sono rigidamente regolati.
Oggi assistiamo al paradosso di una Giunta Regionale che si racconta sovranista che
critica lo Stato italiano perché gli impedisce di vendere beni
indisponibili ai fondi sovrani, ovvero ad uno stato straniero come il Qatar.
Eppure il PPR è legge voluta dai sardi.
Misteri teologali della permanenza al potere.
sabato 9 settembre 2017
La plastica dentro di noi
Dan Morrison e Chris
Tyree (https://orbmedia.org/stories/Invisibles_plastics)
Dai rubinetti di casa di tutto il mondo, da New
York a Nuova Delhi, sgorgano fibre di plastica microscopiche, secondo una
ricerca originale di Orb Media, un sito di informazione non profit di Washington.
Lavorando insieme ai ricercatori dell’Università statale di New York e dell’Università del Minnesota, la Orb Media ha testato 159 campioni di acqua potabile di città grandi e piccole nei cinque continenti. L’ottantatré per cento di questi campioni, compresa l’acqua che esce dai rubinetti del Congresso degli Stati Uniti e della sede dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente, a Washington, e quella del ristorante Trump Grill nella Trump Tower, a New York, conteneva microscopiche fibre di plastica. E se ci sono nell’acqua di rubinetto probabilmente ci sono anche nei cibi preparati con l’acqua, come pane, pasta, zuppe e latte artificiale, dicono i ricercatori.
«È una notizia che dovrebbe scuoterci», ha scritto Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace 2006. «Sapevamo che questa plastica tornava da noi attraverso la catena alimentare. Ora scopriamo che torna da noi attraverso l’acqua potabile. Abbiamo una via d’uscita?». Yunus, il fondatore della banca di microcredito Grameen Bank, progetta di lanciare un’iniziativa contro lo spreco di plastica nei prossimi mesi.
Sono sempre più numerose le ricerche che dimostrano la presenza di microscopiche fibre di plastica negli oceani, nelle acque dolci, nel suolo e nell’aria, in tutto il mondo. Questo studio è il primo a provare l’esistenza di una contaminazione da plastica nell’acqua corrente di tutto il mondo.
Gli scienziati non sanno in che modo le fibre di plastica arrivino nell’acqua di rubinetto, o quali possano essere le implicazioni per la salute. Qualcuno sospetta che possano venire dai vestiti sintetici, come gli indumenti sportivi, o dai tessuti usati per tappeti e tappezzeria. Il timore è che queste fibre possano veicolare sostanze chimiche tossiche, come una sorta di navetta che trasporta sostanze pericolose dall’acqua dolce al corpo umano…
Lavorando insieme ai ricercatori dell’Università statale di New York e dell’Università del Minnesota, la Orb Media ha testato 159 campioni di acqua potabile di città grandi e piccole nei cinque continenti. L’ottantatré per cento di questi campioni, compresa l’acqua che esce dai rubinetti del Congresso degli Stati Uniti e della sede dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente, a Washington, e quella del ristorante Trump Grill nella Trump Tower, a New York, conteneva microscopiche fibre di plastica. E se ci sono nell’acqua di rubinetto probabilmente ci sono anche nei cibi preparati con l’acqua, come pane, pasta, zuppe e latte artificiale, dicono i ricercatori.
«È una notizia che dovrebbe scuoterci», ha scritto Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace 2006. «Sapevamo che questa plastica tornava da noi attraverso la catena alimentare. Ora scopriamo che torna da noi attraverso l’acqua potabile. Abbiamo una via d’uscita?». Yunus, il fondatore della banca di microcredito Grameen Bank, progetta di lanciare un’iniziativa contro lo spreco di plastica nei prossimi mesi.
Sono sempre più numerose le ricerche che dimostrano la presenza di microscopiche fibre di plastica negli oceani, nelle acque dolci, nel suolo e nell’aria, in tutto il mondo. Questo studio è il primo a provare l’esistenza di una contaminazione da plastica nell’acqua corrente di tutto il mondo.
Gli scienziati non sanno in che modo le fibre di plastica arrivino nell’acqua di rubinetto, o quali possano essere le implicazioni per la salute. Qualcuno sospetta che possano venire dai vestiti sintetici, come gli indumenti sportivi, o dai tessuti usati per tappeti e tappezzeria. Il timore è che queste fibre possano veicolare sostanze chimiche tossiche, come una sorta di navetta che trasporta sostanze pericolose dall’acqua dolce al corpo umano…
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