lunedì 10 gennaio 2022

Il sistema alimentare globale: uno spreco di energia – GRAIN

  

Tratto da:
Revista Soberanía Alimentaria. Biodiversidad y culturas
"Ruralismo frente a capitalismo energético"
N°41, Verano 2021 - 56 pp.



La diffusione delle energie rinnovabili è accompagnata da una narrativa che la pone come la formula per raggiungere le emissioni zero, come il meglio che possiamo fare per fermare la crisi climatica. Se non affrontiamo il rapporto tra i combustibili fossili e l'attuale modo di mangiare, quello che ci stanno presentando è un miraggio.
 

Dal sole al petrolio

Secondo la FAO, circa il 30% di tutta l'energia utilizzata nel mondo è usata per sostenere il sistema alimentare globale e quasi tutta quell'energia proviene da combustibili fossili. Chi di noi pensava che l'agricoltura consistesse semplicemente nel convertire l'energia del sole in cibo si chiederà: come è possibile? È possibile perché negli ultimi 50 anni, in molte parti del mondo il sistema alimentare si è industrializzato, guidato dalle gigantesche corporazioni alimentari e agrochimiche.

Per sfruttare appieno la terra e forzare i cicli naturali, il petrolio è fondamentale. Se ci mettiamo a pensare senza andare troppo in profondità, vediamo che con macchinari alimentati a petrolio - e costruiti su base di petrolio – si deforestano i boschi per installare monocolture e lavorare in seguito quella terra. Molti pesticidi e fertilizzanti inorganici sono derivati del petrolio e gli stessi alimenti confezionati con petrolio trasformati in plastica vengono esportati via terra, mare e aria, in mezzi di trasporto completamente dipendenti dai combustibili derivati dal petrolio. Sembrerebbe tutto standardizzato, ma senza tutto questo la rivoluzione verde e la globalizzazione del sistema alimentare non sarebbero state possibili.

E così anche nel caso dei contadini che producono per il consumo domestico o per la vendita nei mercati locali, l'agricoltura rimane in gran parte dipendente solo dall'energia sostenibile e infinita del sole e, naturalmente, dall'energia derivata dal loro lavoro.
 

Si può mangiare senza petrolio?

Uno dei dati più eclatanti è che il 70% dell'energia utilizzata nel sistema alimentare globale viene consumata dopo che il cibo ha lasciato l'azienda agricola. Lo si comprende meglio se si guarda al Paese in cui forse questo processo di trasformazione si è evoluto nel modo più estremo: gli Stati Uniti. Il grafico seguente mostra come il consumo energetico del sistema alimentare americano è distribuito nelle sue diverse fasi.

 

L'agricoltura stessa è responsabile di poco più di un quinto dell'energia utilizzata, il 21%. La maggior parte proviene dall'energia necessaria per produrre fertilizzanti chimici e pesticidi (40% dell'energia utilizzata in azienda) e dall'utilizzo del gasolio richiesto dalle macchine agricole (25% dell'energia utilizzata in azienda).

Quando il cibo è stato raccolto è quando viene consumato il restante 79% dell'energia. Il trasporto è un grande divoratore di energia, con il 14% della torta, principalmente petrolio. Questo dato non sorprende, poiché, ad esempio, il 90% di tutte le verdure fresche consumate negli Stati Uniti proviene dallo stato della California.

Potrebbero essere distribuiti da camion elettrici e quindi ridurre l'uso di combustibili fossili? Forse in questo caso sì, in quanto si tratta di una distribuzione interna al Paese; ma sarebbe aneddotico, dal momento che il cibo globalizzato è in realtà un andirivieni di importazioni ed esportazioni di cibo in container, via nave o aereo, che richiedono enormi quantità di petrolio.

È importante sottolineare l'enorme quantità di energia utilizzata nel processo industriale di preparazione e confezionamento degli alimenti, il 23%. È qui che le grandi aziende alimentari come Nestlé, Unilever e Pepsi realizzano la maggior parte dei loro profitti, vendendoci confezioni di alimenti altamente trasformati che non solo richiedono enormi quantità di energia per la loro produzione o di plastica derivata dal petrolio per il suo confezionamento, ma creano anche cumuli di rifiuti difficili da riciclare.

In Spagna, l'11% in peso degli alimenti è costituito da imballaggi usa e getta. Alimenti e bevande generano l'80-90% dei rifiuti di imballaggio, solo il 26% viene riciclato. Questi materiali e processi possono essere sostituiti con altri? Possiamo fare a meno di tutto questo?

La situazione in Europa e in Spagna non è molto diversa. Uno studio del Centro Comune di Ricerca della Commissione Europea (meglio noto come JRC, per le sue sigle in inglese) ha stimato che il sistema alimentare dell'Unione Europea ha rappresentato il 26% di tutto il consumo di energia dell'Unione nel 2013. L'Universidad Pablo de Olavide, a Siviglia, ha calcolato per la Spagna il 30%. Come negli Stati Uniti, gran parte di essa proviene dal trasporto, dalla lavorazione e dalla produzione di fertilizzanti e prodotti agrochimici. Che Murcia e l'Andalusia producano la maggior parte delle verdure per il resto d'Europa in inverno dice tutto. Un altro esempio che mostra che ogni anno la Spagna importa 80.000 tonnellate di patate dal Regno Unito mentre ne esporta 26.000 nello stesso paese nello stesso anno, forse lo spiega ancora meglio.

Alimenti industriali a base di rinnovabili

Che si può fare a tal proposito? Le aziende agroalimentari stanno rapidamente indirizzando i loro sforzi per produrre macchinari più efficienti nei loro impianti di produzione, iniziare a utilizzare veicoli e strumenti elettrici e passare all'energia rinnovabile. Anche la digitalizzazione in agricoltura, dicono, vuole contribuire alla lotta alla crisi climatica. Ma, come abbiamo visto in precedenza, ci sono almeno due barriere che appaiono insormontabili per l'alimentazione globalizzata.


Bilanci energetici

Un livello più elevato di complessità tecnica non è sempre associato a una maggiore efficacia nell'uso dell'energia degli ecosistemi. La mancanza di efficienza che comporta il progresso ha fatto salire alle stelle la domanda energetica pro capite a livello globale dal 1860 fino ad oggi, la quale si è moltiplicata per 20. Se andiamo ancora più indietro nel tempo e confrontiamo l'energia necessaria pro capite nelle economie industrializzate con quelle dei sistemi di sussistenza cacciatori-raccoglitori, la domanda della prima è 125 volte quella della seconda. Il bilancio del consumo energetico nel settore agricolo mostra che il numero di calorie necessarie per ottenere una caloria dal cibo è triplicato con l'industrializzazione rispetto ai sistemi tradizionali [...]. Nel 1970 il bilancio aveva bisogno di 8 calorie di carburante per ottenere una caloria di cibo. [...] L'energia necessaria per produrre una caloria di cibo è triplicata dal 1970 al 2000. In termini di efficienza energetica, preoccupa il fatto che sia necessario investire 30 calorie nel processo per ottenere una caloria di cibo.

Fonte: M.ª Luisa Roqueta Buj, Analisi input-output energetico dei diversi sistemi energetici alimentari.

Disponibile su https://aries.aibr.org/storage/pdfs/2058/2018.AR0025010.pdf


Da un lato, l'utilizzo di macchinari pesanti nell'odierna agricoltura e allevamento intensivo è, dal punto di vista fisico, impossibile da elettrificare e continuerà a richiedere il diesel, così come non si può fare a meno, nei suoli impoveriti, dell'uso di fertilizzanti e prodotti agrochimici che richiedono petrolio. In secondo luogo, l'uso di macchinari è solo una parte minore del consumo energetico nel sistema alimentare industriale. Il vero problema risiede nell'energia necessaria per spostare in massa i prodotti in giro per il mondo, la lavorazione industriale e il confezionamento alimentare.

Per uscire dall'attuale crisi climatica, sembra chiaro che dobbiamo allargare la prospettiva. L'elettricità rappresenta solo il 20-25% dell'attuale consumo energetico e, come abbiamo visto nel caso del settore alimentare, dell'energia residua solo una piccola parte può essere elettrificata. E, nonostante sia possibile la chimera di usare motoseghe elettriche per continuare a deforestare, trattori elettrici per spargere fertilizzanti o aerei elettrici per continuare a irrorare i prodotti agrochimici, domandiamoci se vogliamo mantenere questo modello.

È chiaro che, se vogliamo un modello più sostenibile, il sistema alimentare mondiale deve compiere un'inversione totale. Dobbiamo muoverci verso metodi di produzione agroecologici che utilizzino pochi fattori esterni e mettano fine al cibo spazzatura altamente trasformato e divoratore di energia. Dobbiamo smettere di spostare materie prime e cibo nel mondo come se il sistema alimentare fosse un'agenzia di viaggi globale e passare alla produzione e al consumo localizzati.
 

* Traduzione di Giorgio Tinelli per Ecor.Network

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domenica 9 gennaio 2022

Agricoltura e futuro, intervista al giovane Andrea Livini

  

(intervista di Andrea De Lotto)


Da anni si parla dell’importanza del tornare alla campagna, del ridare vita a luoghi che rischiano l’abbandono, del ritrovare qualità nell’esistenza, a partire da ciò che consumiamo. Ho la possibilità di intervistare il giovane Andrea Livini, da poco 24 anni, che da due anni ha fatto questa scelta, con grande coraggio e determinazione.

Raccontaci come sei arrivato nella piccola frazione montana di Pietra Gavina (nei pressi di Varzi, provincia di Pavia)

La casa dove sono venuto a vivere è la casa dove è nata mia nonna, è il posto dove trascorrevamo le vacanze. Io con la mia famiglia ho vissuto a Mantova, Londra, Milano, Pavia. Ho sempre provato questa passione per l’agricoltura, quando ero bimbo andavo sul seggiolino della bici di mio nonno a visitare le aziende agricole locali.

Quando avevo 12 anni mio padre comprò il primo campo, che in realtà era un bosco. Disboscammo e piantammo alberi da frutta, sperimentavamo, io ero entusiasta, mi emozionavo. Finito il liceo mi sono iscritto ad agraria a Milano, ma proprio in quel periodo mio padre è stato licenziato, sono stati 3 anni difficili. Forse anche da questo però è nata l’idea di venire qui e provare a lavorare più seriamente la terra. Ora mio padre lavora a Genova, ma io con mia madre, mio fratello e i miei nonni abitiamo qui, nella vecchia casa. Dell’azienda mi occupo di fatto solo io, non è facile, ci sono alti e bassi, ma per ora ce la faccio.

Cosa ricordi di Londra?

Lì ho fatto i primi anni di elementari, all’International School, avevo compagni di mezzo mondo, ho dei bei ricordi e con diversi di loro sono rimasto in contatto. Londra è davvero speciale, ci sono tornato più volte. Milano mi manca molto meno.

Quando hai aperto la tua azienda agricola?

Di fatto due anni e mezzo fa. Faccio tutto da solo, ogni tanto mi aiutano mia mamma o mio nonno, a sbucciare i fagioli… Mio fratello ha altri interessi. Il problema è che sono partito con pochissima terra, ho iniziato con due ettari e mezzo e la prima problematica è stata proprio quella, con poca terra non riesci, a livello di burocrazia, ad aprire un’azienda agricola.

Coltivo patate, zafferano, mele e poi l’anno scorso ho iniziato con le api. Vendo attraverso i social e passa parola. Vengono qua oppure consegno.

La mia speranza è dare un contributo alla ripartenza di Pietra Gavina e dell’Oltrepò Pavese. Ho imparato tutto da solo, guardando dal vivo, ma molto anche su internet. La facoltà di agraria mi ha aiutato, ma lì la pratica è ridottissima.

Quante ore lavori in media al giorno?

Certo cambia molto a seconda dei periodi, ma potrei dirti una media di 6-7 o forse 8 ore al giorno. Su otto ore di lavoro sei sono fuori e due in casa.

Sei riuscito ad ottenere finanziamenti, agevolazioni, sostegni all’imprenditoria giovanile?

Sto ricevendo dei finanziamenti come giovane imprenditore, nel frattempo cerco di prendere altri terreni in affitto, piano piano…

Ti senti una mosca bianca o parte di un “movimento”, di qualcosa che sta crescendo tra i giovani?

Non lo so, al di là di quello che si dice tanto, io non vedo molti giovani che intraprendono questa strada, non vedo questo grande ritorno all’agricoltura. Vedo che le nuove generazioni che ci provano fanno fatica e vedo aziende che chiudono perché non c’è ricambio generazionale.

Ti sei sentito “accolto” dalla comunità locale?

Non è facile, gli attaccamenti alle tradizioni sono forti e anche solo ottenere dei nuovi campi in affitto non è stato facile, molti addirittura preferiscono vederli incolti che farli lavorare a qualcuno. Parlandone con altri giovani, pare che questo problema ci sia un po’ in tutta Italia, il ricambio generazionale fatica ad avvenire. Da un po’ ho aperto un canale YouTube dove racconto la mia storia, da lì ho conosciuto altri che cercano di avventurarsi in questa impresa. Ho conosciuto un paio di loro quest’estate in Sardegna, è stato molto bello e interessante. Mi raccontavano che da loro, come altrove in Sud Italia, hanno temperature così miti che riescono a fare due raccolti all’anno di patate.

So che coltivi una varietà particolare di patate…

Ho avuto un’altra fortuna, collaborando con l’Università di Pavia, ho avuto in “custodia” dei semi di una varietà antica di patate, della zona, unica al mondo. È una qualità che veniva proprio coltivata qui in montagna e recentemente ho scoperto che la coltivava un mio trisnonno! Mi diedero una decina di queste patate e io piano piano sto riuscendo a moltiplicarle. Ho avuto la certificazione di “prodotto di montagna”, con alcuni accorgimenti particolari: i terreni non vengono irrigati, non sono sfruttati, sono patate completamente diverse da quelli che trovi in commercio.

A quanto le vendi?

A due euro al chilo. Prima facevo tutto a mano, un anno fa ho comperato una macchina che si attacca al trattore, per seminarle in modo automatico. Le vendo sia ad agriturismi e ristoranti che a privati. Non riesco a soddisfare tutte le richieste. Ho anche avviato il percorso perché sia riconosciuta come biologica la mia produzione.

Per quanto riguarda le mele, invece, il fatto che lavori con piante “antiche” comporta che queste sono in gran parte più resistenti di quelle commerciali. Le mele che produco sono le antiche “pomelle genovesi”, chiamate così perché venivano portate a Genova tramite l’antica via del sale, che parte proprio da Varzi.

Con gli studi all’Università come sei messo?

Sto finendo la triennale a Milano, sono un po’ in ritardo, unire il tutto non è stato facile. A Milano vado solo per gli esami. L’Università mi è servita comunque: per esempio, sto facendo una semina di “copertura” che qui non faceva nessuno. Vuol dire che in inverno non lascio i campi arati, nudi, ma vi semino un miscuglio di varie leguminose che servono solo ad arricchire il terreno con potassio, azoto, fosforo. In fondo, in natura, un terreno non è mai nudo, arato, pulito, come di solito si lascia in agricoltura. Una terra scoperta in montagna rischia di essere erosa dalle piogge. Inoltre, il terreno fa in fretta a degradarsi, ma ci vuole molto tempo per riformarsi. Sto facendo questa sperimentazione, tutto a mie spese. Questa “copertura” verrà lavorata e integrata nel terreno prima della vera e propria semina.

Come va con tutta la parte burocratica dell’attività?

Non è stato affatto facile, ho avuto dei momenti di vera crisi. Non ci capivo proprio niente e c’è da dire che a scuola non si impara nulla di tutto ciò. Né al liceo né all’Università nessuno ti spiega che cosa è l’IVA, come funzionano le tasse, come pagarle, eccetera. Inoltre, c’è da dire che in Inghilterra, se vuoi avviare un’impresa, nel giro di un’ora e spendendo 50 euro hai fatto tutto, qui no. Meno male che mi hanno aiutato due ragazzi che lavorano alla sede di Confagricoltura, sono stati fondamentali.

Raccontaci dello zafferano…

Lo chiamano l’oro rosso, in effetti un grammo vale tanto. Anche qui, trovi di tutto. Io lo vendo in vasetti di vetro sigillati, così si mantiene davvero. Se lo compri in polvere non sai che cosa c’è dentro, oltre al fatto che grandi ditte lo fanno arrivare da lontano. Sta di fatto che lo puoi trovare a prezzi relativamente bassi, ma dubito che sia buono davvero. Io non lo vendo certo in polvere, ma in stimmi, cioè la parte finale del fiore, quello che è considerato lo zafferano vero e proprio, per esempio la parte basale che vira al giallo e al bianco, va tolta, per una questione di qualità della spezia. Anche il venderlo “in nero” danneggia gli altri, come qualsiasi vendita in nero. In sostanza, per rientrare dalle spese, dall’acquisto dei bulbi fino al confezionamento nei vasetti, il prezzo equo e giusto va dai 40 agli 80 euro al grammo, in base alla sua qualità. Io ho iniziato a venderlo a 30, perché stavo cominciando.

Ho intenzione, l’anno prossimo, di farlo analizzare per capire se sto coltivando nel modo giusto e per un’ulteriore garanzia al consumatore.

In generale credo che dobbiamo essere disposti a spendere qualcosa in più per avere del cibo di qualità, riuscire così a sostenere aziende che producono in modo etico e sostenibile, che effettivamente ha dei costi maggiori. I consumatori devono avere coscienza di quello che comprano e consumano, avere pazienza e voglia di informarsi, di capire.

Sei orgoglioso di quello che sei riuscito a fare?

Diciamo che sono contento, altre persone a me care (mia madre, la mia fidanzata…) sono orgogliose. Io non ancora. Non posso fermarmi, devo andare avanti. C’è molto da fare, sia in questa mia azienda appena nata, che nel territorio in generale. Pietra Gavina è una delle tante frazioni, tra l’altro piuttosto distanti ed isolate, del comune di Varzi. Diciamo che le amministrazioni si occupano soprattutto di Varzi, rischiando di trascurare questi luoghi decentrati, senza favorirne il ripopolamento e la ripartenza.

Sei forse troppo giovane per dire qualcosa sui “cambiamenti climatici”?

Posso dire che questa estate è stata secchissima, in tutto il nord Italia, qui da noi da maggio a settembre non è caduta una goccia d’acqua. Venendo tutte le estati fin da bimbo, non ricordo nulla di simile. I cambiamenti climatici ci sono eccome, comunque. Nella zona di Casteggio stanno piantando ulivi, è una novità assoluta.

Che consigli ti senti di dare dopo questi tuoi due anni di esperienza?

Credo che sia importante per i giovani fare anche diversi tipi di esperienze, lavori, tutto poi ti può venire utile. Ho fatto il bagnino per esempio. Una cosa di cui mi rendo conto sempre più è che è importante saper parlare con le persone, e invece la mia generazione lo sa fare sempre meno, sempre connessa, abile col telefonino e i social e poi fatica ad alzare gli occhi e a relazionarsi di persona. Vedo inoltre che durante gli studi non si va a vedere “il mondo del lavoro”, questo rimane troppo distante.

In questi mesi, compatibilmente col covid, ho accolto alcuni gruppi di ragazzini di una colonia: siamo andati a raccogliere lo zafferano, a vedere le api, ma era davvero difficile coinvolgerli, distrarli dal cellulare al quale sembravano aggrappati e disinteressati al resto. Sembravano soprattutto pronti a criticare o a prendere in giro. Credo che su questo ci sia molto da lavorare, tutti e tutte.

Ti sembra in conclusione di avere “attecchito”?

Non è stato facile e non lo è, io sono tendenzialmente una persona positiva, ma momenti di crisi ne ho avuti diversi, momenti in cui dicevo: “Ma chi te lo fa fare?” C’è da dire che da ognuno di questi momenti ho imparato, aggiustando il tiro, modificando qualcosa, imparando. Si va avanti, nulla è scontato, ma sono fiducioso.

da qui

sabato 8 gennaio 2022

Le fabbriche di neonati: l’orrore viaggia dal Kenya alla Nigeria

 

 

È una piaga sempre più diffusa in Africa quella delle fabbriche di neonati e dei rapimenti di bambini, l’ultimo caso in Nigeria, dove la polizia ha scoperto una clinica clandestina dove si trafficava in neonati.

 

Le fabbriche di neonati

Sono chiamate così, fabbriche di neonati, quei luoghi di pura disperazione sociale, dove giovani donne partoriscono in cambio di pochi denari per poi cedere immediatamente i loro bambini al mercato nero dei trafficanti.

Si tratta di un traffico molto redditizio che prolifera in molti Stati del continente africano in cui i corpi sono pura merce di scambio al pari di altre risorse. Spesso sono l’unica cosa che hanno da vendere, specialmente donne (e bambini), i più deboli come sempre, a chi ha la possibilità di comprare.

Una prima sconvolgente inchiesta risale al 2014, quando un’indagine congiunta portata a termine della polizia di Nigeria, Niger e Benin portò a diversi arresti per rapimenti e traffico di neonati. Tra gli arrestati ci furono una delle mogli di Hama Amadou, all’epoca presidente del parlamento ed ex-primo ministro del Niger, e la moglie del ministro all’agricoltura, Abdou Labo.

Purtroppo il processo ha poi lasciato cadere tutte le accuse e la Corte giudicante si è dichiarata incompetente per giudicare un caso del genere. L’impunità in paesi dove regna un altissimo grado di corruzione è imbarazzante.

 

Un altro caso è scoppiato grazie a un’inchiesta giornalistica della BBC che ha portato all’arresto di tre medici a Nairobi, in Kenya, coinvolti in nuovo traffico di neonati, rubati a madri vulnerabili, senza fissa dimora, che spesso vivevano per strada nella capitale keniota.

I bambini venivano portati via senza autorizzazione da cliniche clandestine e da un ospedale pubblico di Nairobi per essere poi vendute a coppie in Europa o Stati Uniti per soli 400 dollari.

Non esistono statistiche ufficiali sul traffico di bambini nel Paese, ma la ONG Missing Child Kenya parla di almeno almeno 600 bambini rapiti dai trafficanti nell’arco degli ultimi 3 anni.

 

Uno degli ultimi casi è avvenuto in Nigeria: la polizia dello stato dell’Ogun,  grazie alla segnalazione di una giovane donna riuscita a scappare dalla banda di criminali che la teneva segregata, ha smantellato l’ennesima rete di trafficanti.

In un edificio situato nell’area di Mowe, gli agenti hanno trovato una clinica ostetrica clandestina improvvisata, e liberato le dieci persone presenti: quattro neonati e sei donne, quattro delle quali in stato interessante.

Le giovani venivano messe incinte da un membro della banda, come pratica abituale nella clinica, e una volta nati i piccoli venivano venduti per poco meno di 550 euro se maschio, 430 se femmina.

È il mercato asimmetrico del nord del mondo con il sud: persone ricche che possono comprare quello che vogliono e persone senza nulla, il cui unico valore commerciale è la propria carne.

da qui

venerdì 7 gennaio 2022

Spagna 2021: l'eolico prima fonte energetica - Maria Rita D'Orsogna

  

La principale fonte di energia elettrica in Spagna per il 2021 e’ stata quella eolica. Per la prima dal 2013 volta Eolo ha sconfitto l’atomo e gli idrocarburi.

In realta’ questo era gia’ successo nel 2013, ma quello fu un anno particolare in cui una delle centrali nucleari del paese, Garoña nella citta’ di Burgos, venne fermata per manutenzione.

Da allora il vento ha fatto passi da gigante, e ci si aspetta che questo continuera’ negli anni a venire, anzi ci si aspetta che il vento dominera’ lo scenario energetico del paese per il futuro prossimo.

Tutto questo non nasce dal nulla, nasce invece da una forte programmazione e da un vero intento politico, cosa completamente assente dall’agenda di Draghi-Cingolani.

Il Programma Nazionale Integrato di Energia e Clima di Spagna, il cosiddetto PNIEC, prevede il raddoppio dell’energia prodotta dalle turbine eoliche entro 2030, mentre l’energia da fotovoltaico quadruplichera’. Nel frattempo l’energia generata dal nucleare sara’ dimezzata. Restera’ invece uguale quella prodotta dall’idroelettrico.

Questo e’ il programma ma ci si aspetta che tutti questi obiettivi saranno raggiunti molto molto prima del 2030.

Il 2021 e’ stato un anno difficile per i costi energetici in tutto il mondo. La Spagna pero’ ha potuto in parte attutire il colpo perche’ ha deciso di generarsela per il piu’ possibile in casa. Quest’anno, in totale sole e vento made in Espana hanno generato il 47% del fabbisogno nazionale secondo il gestore della rete elettrica Red Eléctrica de España (REE).

Dieci anni fa le rinnovabili costituivano meno del 30% dell’elettricita’ consumata nel paese.

E non e’ sempre e solo questione di cambiamenti climatici o di nobili ideali. In questo momento sono le rinnovabili che portano i maggiori ritorni economici, specie perche’ i costi per installare impianti solari e/o eolici sono bassissimi rispetto a qualsiasi altro tipo di infrastruttura. I costi continueranno a calare come pure quelli per le batterie di stoccaggio.

Di sotto un estratto dal rapporto annuale della Red Electrica Espana per il 2020. Il rapporto per il 2021 uscira’ a Febbraio 2022, ma gia’ qui si puo’ vedere che la produzione di energia da rinnovabili continua a crescere. Per esempio, in Spagna siamo passati dal 38.9% del 2019 al 45.5% nel 2020…

 

E appunto, le stime per il 2021 sono di un ulteriore aumento al 47%.

E l’Italia?

Nei primi 11 mesi del 2021 secondo dati di Qual Energia.it abbiamo usato un po’ meno del 37% di energia rinnovabile in Italia. Tutto il resto e’ stato fossile.

 

Dunque: Spagna 47, Italia 37.

Considerato da dove eravamo partiti, siamo molto indietro.

E infatti eravamo partiti benissimo, specie con il solare, ma a un certo punto abbiamo perso la strada. Colpa dei monopoli elettrici fossili? Colpa del governo Renzi che ha tolto gli incentivi? Colpa di tutti gli altri politici? Colpa della burocrazia? Degli italiani? Non so…

…Il risultato è che siamo fermi con le rinnovabili a cifre che restano sotto il 40% del fabbisogno nazionale da anni. Per un’idea nel 2014 eravamo al 39%, oggi siamo un po sotto. Cioe’ non siamo cresciuti per niente.

 

E’ bene ricordare che l’obiettivo di Draghi (e di Cingolani?) e’ di arrivare al 72% di rinnovabili nel 2030.

Ma davvero? Ma dove li trovano questi numeri? E con quale bacchetta magica succedera’ tutto questo, visto che negli scorsi anni siamo cresciuti come le formiche? E poi con l’accoppiata Cingolani e Franceschini che approvano centrali a gas, trivelle, e che portano avanti inutili discussioni sul nucleare, dove crediamo di andare in questa nazione?

Ma e’ cosi difficile sedersi e davvero per una volta essere ambiziosi e volerlo?

Povera Italia.

da qui

giovedì 6 gennaio 2022

Il paradosso ecologico delle economie digitali - Paz Peña

 

Il potere di avanzamento della tecnologia e la riduzione dei suoi costi di produzione hanno creato un ecosistema di tecnologie digitali interdipendenti che sostengono la trasformazione digitale.

Secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE)i, questo ecosistema si evolverà e, in futuro, continuerà a guidare il cambiamento economico e sociale. Attualmente l’ecosistema è sostenuto dall’internet delle cose (IoT nell’acronimo inglese), dalle reti wireless di prossima generazione (5G), dal cloud computing, dall’analisi dei big data, dall’intelligenza artificiale, dalla blockchain (o catene di blocchi) e dal calcolo ad alte prestazioni, anche se le tecnologie che modellano l’evoluzione dell’ecosistema sono destinate a cambiare nel tempo.

Si dice che davanti a noi abbiamo una rivoluzione. Tuttavia, è altrettanto facile sostenere che sembra una nuova evoluzione della stessa cosa: il capitalismo ha trovato una nuova vita con le tecnologie digitali. In una continuazione delle pratiche estrattive e colonialiste, questa volta le tecnologie digitali rivendicano l’esperienza umana come materia prima gratuita da tradurre in dati comportamentali. La nuova “rivoluzione” si chiama Quarta Rivoluzione Industriale e, per le aziende che ne beneficiano, suona come una rivolta felice.
Le aziende possono ora sfruttare ogni nostro passo quotidiano senza nemmeno fare affidamento sul fatto che accendiamo o meno i nostri dispositivi: le “città intelligenti” e tutti i nostri comportamenti mediati da “dispositivi intelligenti” (IoT) possono essere trasformati in dati, elaborati da più aziende e venduti nei mercati dei futuri comportamenti che, al di là degli annunci online mirati, si estendono a molti altri settori.

Ma le rivoluzioni richiedono velocità. Un senso di urgenza sta contagiando gli Stati dormienti che mancano di idee a favore del benessere sociale di massa. L’iniziativa nelle politiche pubbliche è ora dettata dal settore privato che, con un respiro di sollievo, chiede ai governi di facilitare la “trasformazione digitale”.
È una situazione vantaggiosa per entrambi: le aziende private avranno infinite miniere di dati (di ognuno e ognuna di noi) e gli stati potranno avere una maggiore produzione e quindi migliori quote di crescita.

 

Il cambiamento climatico come opportunità di fare affari

La trasformazione digitale ha ricevuto una spinta inaspettata e drammatica poco più di cinque anni fa. Il 12 dicembre 2015, nella Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici di Parigi (COP21), le parti della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) hanno raggiunto un accordo storico per combattere l’emergenza climatica e per accelerare e intensificare le azioni e gli investimenti necessari per un futuro sostenibile e a basse emissioni di carbonio. Mitigare il cambiamento climatico significa ridurre il consumo di energia, principalmente attraverso la creazione di un sistema di energia rinnovabile.

L’Accordo di Parigi si riferisce esplicitamente all’innovazione nell’articolo 10, paragrafo 5.
Inoltre, per sfruttare appieno il potenziale delle tecnologie per il clima, l’UNFCCC afferma che è cruciale innovare e usare “tecnologie rivoluzionarie” in altri ambiti per migliorare le nostre vite “come la nanotecnologia, le catene di blocchi (o blockchain), l’internet delle cose e altre tecnologie di comunicazione e informazione.” ii
L’UNFCCC (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici) ci ricorda anche che l’innovazione tecnologica deve essere inclusiva ed equa per ottenere il massimo impatto.

Secondo Riegeriii, ci sono teoricamente tre modi in cui le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) conducono alla dematerializzazione (intesa come diminuzione dell’uso delle risorse). Da un lato le ICT porterebbero alla dematerializzazione sostituendo i beni materiali con quelli virtuali, per esempio sostituendo le copie fisiche degli album musicali con copie digitali.
D’altra parte, il settore delle ICT ha un impatto ambientale minore rispetto a molti altri ambiti. A seconda dei settori economici che sostituisce, la sua crescita potrebbe ridurre le emissioni totali dell’economia nel suo insieme. Infatti, la sostenibilità è stata identificata come uno dei principali benefici dell’economia digitale, specialmente nei processi di produzione, dove l’allocazione delle risorse (prodotti, materiali, energia e acqua) può essere resa più efficiente attraverso una gestione intelligente che utilizza varie tecnologie. Infine, l’uso diffuso di queste tecnologie aumenterebbe l’efficienza energetica e delle risorse.

Secondo un rapporto commissionato alla società privata Accenture dalla Global e-Sustainability Initiative (GeSi), le ICT possono permettere una riduzione del 20% delle emissioni globali di CO2 entro il 2030, mantenendole ai livelli del 2015: “Questo significa che possiamo potenzialmente evitare il dilemma tra prosperità economica e protezione ambientale”.iv

 

Il paradosso ecologico dell’economia digitale

È tuttavia essenziale capire che gli effetti benefici delle ICT – ridurre il consumo di energia e facilitare il passaggio alle energie rinnovabili – devono essere valutati rispetto agli effetti dannosi diretti del nostro passaggio a un’economia digitale. Tra questi ci sono le emissioni dovute all’aumento della produzione, dell’uso e dell’eliminazione delle ICT. In altre parole, dobbiamo considerare il costo materiale dell’immaginario etereo della digitalizzazione.

Si riconosce che l’evoluzione dell’ecosistema tecnologico che sostiene l’economia digitale va accompagnata da un insolito aumento del consumo di energia. Tuttavia, questa relazione positiva tra digitalizzazione e consumo di energia non esiste in tutti i paesi e in tutti i settori energetici. Per affrontare queste criticità fondamentali nei sistemi e nei dispositivi di telecomunicazione, è stata sviluppata una visione olistica chiamata “comunicazione verde”, che mira ad aumentare l’efficienza energetica su tutta la scala delle reti di comunicazione e informatica.v
Per esempio, tra le altre tecnologie, ci sono sforzi per diminuire il consumo di energia nella diffusione del 5G e nei data center. Anche se l’efficienza energetica è in aumento da decenni nel settore delle ICT, le promesse di ridurre il consumo di energia attraverso la digitalizzazione non sono ancora state comprovate. Secondo un recente studio di Lange et al., “la digitalizzazione demolisce il suo stesso potenziale” per ridurre la domanda di energia.

Inoltre, come mostrano recenti risultati sulla dematerializzazione e le ICT in Europa:

“Sebbene la dematerializzazione si sia probabilmente verificata in specifici settori dell’economia – ne sono esempi la digitalizzazione di musica, libri e film, così come l’aumento del telelavoro, delle teleconferenze e la diffusione del commercio online – si tratta ancora di un cambiamento limitato e non ha avuto un impatto sul consumo nel suo complesso”.vi

Questo paradosso prodotto dall’aumento della produzione, dell’uso e dello smaltimento delle ITC ha anche un impatto diretto sulla gestione dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE), o rifiuti elettronici.
La miniaturizzazione, l’obsolescenza dei dispositivi e la maggiore versatilità dei dispositivi (ad esempio con la nuova generazione di dispositivi compatibili 5G) hanno contribuito alla ridondanza dei dispositivi più vecchi. Secondo Forti et al.vii , il peso totale del consumo globale di apparecchiature elettriche ed elettroniche aumenta in media di 2,5 milioni di tonnellate ogni anno, anche escludendo i pannelli fotovoltaici. Inoltre, nel 2019, il mondo ha generato una quantità impressionante – 53,6 milioni di tonnellate – di rifiuti elettronici, una media di 7,3 kg pro capite.

Si stima che 57 miliardi di dollari di materie prime secondarie fossero presenti nei RAEE generati nel 2019. L’estrattivismo urbano cerca di recuperare materiali secondari e di ridurre l’esaurimento delle materie prime primarie. Tuttavia questo non è sempre fattibile, soprattutto perché produce inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo a causa degli effluenti provenienti da attività di riciclaggio spesso informali. Inoltre, la progettazione dei dispositivi per facilitare il loro successivo riciclaggio rimane una scommessa.

C’è anche da tenere in considerazione i costi ecologici dell’estrazione di materie prime per fabbricare la nuova generazione di dispositivi tecnologici, tecnologie verdi comprese. I conflitti politici, ambientali e culturali creati dall’ “estrattivismo verde”, che non fa che approfondire il divario economico tra paesi sviluppati e non sviluppati, dovrebbero essere un serio indicatore dei costi reali dell’innovazione e, soprattutto, di chi finisce per pagarne il prezzo.

Anche l’essere umano fa parte del paradosso ecologico in questa catena estrattiva. Più le tecnologie diventano efficienti più gli esseri umani saranno sfruttati come materia prima, poiché siamo le fonti del surplus del capitalismo di sorveglianza. I costi materiali della digitalizzazione vanno oltre l’uso delle risorse naturali, includendo anche l’estrattivismo umano. Tuttavia, le conseguenze di ciò sull’ambiente devono ancora essere esaminate. Per ora si può sostenere che, come parte del ciclo del capitalismo, lo sfruttamento dei nostri dati è in parte motivato dalla promozione del consumo infinito nelle economie digitali.

 

Tecnologia per una trasformazione socioecologica egualitaria

In linea con i concetti egemonici dell’economia digitale, l’emergenza climatica è, piuttosto che una crisi senza precedenti prodotta dal Capitalocene, un’opportunità di business. Questo ha portato a una visione neoliberale depoliticizzata che domina le attuali tecnologie. Il loro progetto e il loro impiego cercano di risolvere problemi strutturali di sostenibilità con la mera efficienza e produttività, allineandole con politiche di austerità. La logica dell’estrattivismo puro applicata alle tecnologie è contraria a qualsiasi norma etica post-umana e apre la strada a orrori come l’“apartheid climatica”.

In tempi urgenti del Capitalocene è imperativo creare tecnologie alternative; ma invece di concepire gli hackerspaces o le imprese open source come tentativi degni ma individuali che galleggiano in assenza di un orizzonte politico, la sfida è che le tecnologie digitali siano impiegate in una configurazione socio-economica e socio-ambientale qualitativamente diversa, che non sia solo “meno delle stesse cose”. In questo contesto è forse il momento di esplorare criticamente il progetto di decrescita.

La decrescita è un progetto di trasformazione socio-ecologica radicale ed egualitaria che mira a decolonizzare l’immaginario sociale della ricerca della crescita senza fine.
Come affermano Mastini et al., la decrescita cerca una riduzione equa della produzione con una conseguente garanzia di benessere.viii

La loro ipotesi è che il PIL possa diminuire e che, tuttavia, la qualità della vita possa migliorare. Da questo punto di vista, il capitalismo e il suo paradigma di crescita economica ci hanno portato a un limite planetario in cui non è possibile ridurre le emissioni di carbonio alla velocità necessaria. Inoltre, basandosi sulla storia, la decrescita rifiuta l’idea che il solo dispiegamento di energie rinnovabili sia sufficiente a sostituire i combustibili fossili nella produzione di energia dato che, per esempio, la scoperta del petrolio come fonte di energia non ha sostituito il carbone.

Il paradigma della decrescita è ancora agli inizi e molto resta da fare, compreso il ruolo fondamentale che le tecnologie devono avere in esso. Inoltre, la transizione alla decrescita deve essere pianificata come uno sforzo planetario e partecipativo per evitare disuguaglianze strutturali. Con tutte le sue infinite sfide, la decrescita può essere uno stimolo per i tecnologi, la società civile, il mondo accademico, i governi e le imprese ad allontanarsi dalla logica estrattivista e dare forma a un’economia digitale sostenibile.

L’umanità non ha tempo da perdere. Se vogliamo sopravvivere come specie, abbiamo bisogno di una innovazione strutturale. Abbiamo bisogno di situarci su una soglia diversa dove umani e non umani, comprese le macchine intelligenti, possano coesistere in modo solidale di fronte alle sfide di un pianeta che, ci piaccia o no, è già irrimediabilmente diverso.

 

Tratto da America Latina en Movimiento, “Tecnologia e Medio Ambiente. Respuestas desde el Sur”, n. 554, novembre 2021, pp. 2/6.
Traduzione in italiano di Marina Zenobio per Ecor.Network.

Paz Peña è una consulente indipendente e un’attivista nell’intersezione tra tecnologia, femminismo e giustizia sociale.

 

 

 

NOTE:

i OECD Going Digital: Shaping Policies, Improving Lives. OECD Publishing, 2019.

ii UNFCCC, Technological Innovation for the Paris Agreement: Implementing nationally determined contributions, national adaptation plans and mid-century strategies, 2017.

iii Rieger, A., Does ICT result in dematerialization? The case of Europe, 2005-2017, Environmental Sociology, 7(1), 64-75, 2020.

iv GeSI, #SMARTer2030: ICT Solutions for 21st Century Challenges, 2015.

v Lange, S., Pohl, J., & Santarius, T. , Digitalization and energy consumption. Does ICT reduce energy demand? Ecological Economics, 176, 2020.

vi Rieger, A. (2020). Op. cit.

vii Forti, V., Baldé, C. P., Kuehr, R., & Bel, G., The Global E-waste Monitor 2020: Quantities, flows and the circular economy potential, UNU/ UNITAR – co-hosted SCYCLE Programme, ITU & ISWA, 2020.

viii Mastini, R., Kallis, G., & Hickel, J. , A Green New Deal without growth?, Ecological Economics, 179, 2021.

 

da qui

mercoledì 5 gennaio 2022

Verde nucleare - Salvatore Palidda

  

Nel Consiglio europeo del 21 e 22 ottobre, i capi di Stato e dei governi europei avevano fatto pressione sulla Commissione per decidere, a fine novembre, della sorte che si sarebbe riservata al nucleare e al gas nella tassonomia, cioè nella classificazione delle attività economiche in funzione delle loro emissioni di CO2 e delle loro conseguenze sull’ambiente. Ursula von der Leyen, la presidente dell’esecutivo comunitario, aveva promesso che sarebbe stata cosa fatta prima del successivo incontro del 16 dicembre. Invece non è stato così; Angela Merkel, che aveva gestito il dossier dopo che i Ventisette l’hanno criticata non ha smesso di rimandare il suo arbitraggio, e ormai si deve aspettare gennaio. Se tutto va come previsto, la Commissione presenterà il suo progetto il 18 gennaio.

Ricordiamo che i paesi europei hanno deciso il raggiungimento dalla neutralità carbone nel 2050, mentre la dipendenza dal gas russo inquieta e i prezzi dell’energia esplodono; si tratta di una posta in gioco cruciale.

«Noi siamo assai vicini alla finalizzazione del nostro lavoro sulla tassonomia, che includerà sia il gas che il nucleare», ha detto il commissario al mercato interno, Thierry Breton, in una intervista al quotidiano tedesco Die Welt, il 17 dicembre. A grandi linee, «l’arbitraggio politico è concluso», abbonda un diplomatico. Sembra, in effetti, acquisito che l’atomo sarà considerato come una energia verde e il gas come energia di transizione. Ma a certe condizioni, che, restano ancora a precisare e che si apparentano a un vero e proprio rompicapo cinese per Ursula von der Leyen.

Un affare strategico per la Francia

Come scrive Le Monde il 9 novembre 2021, il presidente Macron ha precisato la finalità della sua transizione energetica annunciando la decisa volontà di rilanciare il programma nucleare francese, facendone anche uno dei punti chiave per la sua rielezione a presidente della Francia. Questo paese vanta di essere il paese europeo più de-carbonizzato d’Europa poiché ha 56 centrali nucleari e 70 per cento d’elettricità è d’origine nucleare. Secondo la sua concezione di energia verde, che è la stessa che prevale in tutti i governi europei, il nucleare sarebbe per eccellenza energia verde (SIC!). E questo nonostante il parco dei reattori francesi sia assai vecchio e ad alto rischio, rischio che ovviamente riguarda anche tutta l’Europa. Si tratta infatti di centrali costruite fra il ‘70 e il ‘90, il secondo parco nucleare del mondo dopo quello degli Stati-Uniti, ma con un’età media di trentasei anni. I rischi di incidenti, cioè di esplosioni e fuoruscite di radioattività sono sempre più alti nonostante le autorità francesi li minimizzano e cercano sempre di occultarli come uno dei più importanti segreti di stato. Ricordiamo anche che l’annoso e irrisolvibile problema dello smaltimento delle scorie radioattive prodotte dalle centrali diventa gravissimo per la Francai e per tutta l’Europa (e persino per l’Italia dove non ci facciamo mancare anche lo scandalo Sogin). E poiché quasi tutte le centrali francesi dovranno essere chiuse prima della metà di questo secolo, Macron ne propone appunto un rinnovo e rilancio che vorrebbe essere anche modello trainante per tutta l’Europa. Ricordiamo fra l’altro che la Francia non ha mai cessato di accumulare uranio facendo ricorso anche al traffico di quello estratto persino da ragazzini al soldo di criminali in Congo e altrove, non lesinando i suoi interventi militari neocoloniali nell’Africa subsahariana come in Libia a caccia delle cosiddette “terre rare” – fra cui l’uranio – in concorrenza con l’Italia e altri paesi. L’opera di madame Anne Lauvergeon, chiamata madame Areva (la società del nucleare creata da Mitterrand nel 2001) è stata ed è ancora scandalosamente impressionante (questa Madame già nel 2009 si vantava che la France era diventata il primo produttore mondiale di uranio e di averne accumulato abbastanza da poter costruire almeno 250 nuove centrali nucleari per … tutta l’Europa).

Ecco quindi perché la Francia è il paese che ha fatto più pressioni sulla Commissione europea per sancire il principio che “il nucleare è energia verde”. Ed ecco anche la solerzia di Macron nel firmare il nuovo trattato con l’Italia, cioè con Draghi e Cingolani che sono ferventi sostenitori di tale “energia verde” come tutti parlamentari (Pd in testa, tranne forse qualche decina) e quindi potenziali partner del nucleare francese classificato come verde per tutta l’Europa.

La Germania rosa-verde-arancione ci salverà dal nucleare «verde»?

Per evitare il conflitto con la Francia ma anche dentro la sua coalizione di governo con i verdi, Olaf Scholz, che ha da poco preso il posto della Merkel, ha detto che “la tassonomia è un argomento piccolissimo” (alla conferenza stampa congiunta con Emmanuel Macron, dopo il Consiglio europeo del 16 dicembre). Ma la Germania ha scelto di uscire dal nucleare e Olaf Scholz rischia perché i Verdi sono contro il nucleare e anche contro il gas. La Spd – il partito di Olaf Scholz – dice che si può vivere di gas, ma che è molto contraria all’atomo … Durante la riunione del consiglio del 16 dicembre Olaf Scholz è stato molto fermo sul suo rifiuto di includere l’energia nucleare nella tassonomia. Per soddisfare la sua maggioranza Olaf Scholz vuole che la parola transizione sia in qualche modo collegata al nucleare nel senso di definire il nucleare energia di transizione riferendosi agli impianti di terza generazione che sono una tecnologia di transizione. Così suggeriscono alcuni euroburocrati. Ma resta da stabilire sino a quando gli investimenti in questo tipo di impianto saranno ammissibili: per alcuni il 2040, per i francesi il 2050 che è la scadenza entro la quale l’Unione Europea s’è impegnata per la neutralità carbonio. La Commissione sta anche cercando di regolamentare la questione del trattamento delle scorie nucleari. I francesi dicono di riciclare già parte delle scorie nucleari presso l’impianto di La Hague. Ma resta alto il dubbio sulla possibilità di uno smaltimento effettivo ed efficace. Intanto il gas è definito «energia di transizione» e «rimpiazzo del carbone nel rispetto di certe norme tecniche». Si tratta quindi di definire, per le centrali, una soglia massima d’emissioni di COe un numero massimo di ore d’attività e anche a cominciare da quando il gas non sarà più usato.

Un compromesso difficile

Oltre al dibattito in seno al governo tedesco e fra questo e gli altri, la classificazione del gas come energia di transizione suscita l’ostilità di diversi Stati membri dell’UE, in particolare fra i paesi dell’Europa dell’Est, Polonia e Ungheria in testa, perché pensano di sostituire le centrali a carbone con quelle a gas e vorrebbero un’Europa meno dipendente dal gas russo.

Ecco perché il compromesso appare molto difficile e la celebre promessa del Green Deal da parte di Ursula von der Leyen, quando si insediò come presidente della Commissione, sembra quasi del tutto scomparsa. Sicuramente la Germania voterà contro il testo che la Commissione presenterà il 18 gennaio e lo stesso faranno l’Austria e il Lussemburgo. Ma «l’idea è che Berlino avrà quantomeno implicitamente validato la copia di Bruxelles. In altre parole Berlino continuerà a sostenere Ursula von der Leyen e la coalizione non sarà in pericolo».


Fonti: Le Monde (innanzitutto questo), France Afrique e riferimenti al libro Resistenze ai disastri sanitari ambientali ed economici nel Mediterraneo.

https://comune-info.net/verde-nucleare/

martedì 4 gennaio 2022

Per farla finita con la paura - Franco Arminio

 Ne abbiamo dette tante, ne abbiamo sentite tante. Ora è arrivato il momento di prendere una decisione planetaria: passare dallo spavento all’apprendimento, apprendere a convivere con una malattia che è molto grave, ma non è l’unica malattia. Dobbiamo anche ricordarci che non esiste solo la malattia, nella vita degli esseri umani ci sono tante altre cose assai belle, esiste l’amore, esiste la poesia e sono cose che meritano premure come la salute.

I vaccini sono un grande affare per chi li ha messi in commercio. Il presidente della nazione più ricca e potente del mondo ha provato a ragionare sulla proprietà dei brevetti, ma non se ne è fatto nulla: risultato il mondo sta vaccinando solo i ricchi.

Una persona ha diritto a introdurre nel proprio corpo le sostanze che ritiene più utili e a rifiutare quelle che ritiene dannose. Bene. La società ha il diritto di stabilire alcune regole se ritiene che non vaccinarsi sia un comportamento socialmente rischioso. Bene. La società è ingiusta, è in mano a pochi ricconi. Discutiamone, combattiamo, ma non confondiamo i piani. Io personalmente sono contrario alla medicalizzazione completa della vita umana, ritengo che questo approccio rischi di diventare una malattia assai grave. D’altra parte non mi convince chi continua a credere che il covid sia una semplice influenza: sono morte tante persone, da sole e con sofferenze orrende. Praticamente le terapie intensive è come se fossero un mare con soccorritori che a volte diventano impotenti: si muore come affogati in un oceano e invece si sta dentro un letto.

Vero: esiste anche il cancro, sarebbe il caso di discutere anche le terapie che si fanno sul cancro, sarebbe il caso di discutere tante cose, è vero che uno Stato tanto solerte a diffondere la vaccinazione non è altrettanto attento su altri fronti, tipo la qualità dell’aria. Vero che nessuno si sta preoccupando veramente di affrontare i temi di fondo che ci porta il virus: decongestionare le zone più affollate. Il punto che stiamo assistendo da due anni a una continua confusione dei piani. Io che mi vaccino non posso essere considerato un complice delle multinazionali. Sto semplicemente facendo una scelta che mi sembra la meno peggio nelle condizioni date e la sto facendo partendo dalla consapevolezza che sono ipocondriaco e che faccio un lavoro che mi porta a vedere molta gente. D’altra parte non posso accettare di essere considerato un no vax se dico che i virologi che vediamo in televisione sono quasi sempre delle persone a cui abbiamo fatto troppe domande e a cui hanno risposto troppo spesso badando più alla vanità che alla scienza. Detto altrimenti: hanno lavorato di fatto a creare una dittatura della paura e questo in parte vanifica il lavoro già fragile che fanno i vaccini.

Conclusione: è stupido usare il covid per litigare. In ogni sventura collettiva c’è chi ne approfitta per fare soldi. Da qui a pensare che qualcuno abbia programmato di controllare la nostra vita iniettandoci un vaccino mi pare che il passo sia lungo. So anche che potrebbe essere breve se non vigiliamo, se non abbiamo la forza di contestare la deriva delle disuguaglianze: allora noi tutti avremmo dovuto dire: mi vaccino se date una dose a me e una a un abitante dei paesi poveri, questo sarebbe stato un comportamento veramente etico. E dire questo non significa dire che stiamo prendendo una pozione magica che ci libera dalla pandemia. Stiamo semplicemente usando lo strumento che per ora siamo riusciti ad approntare, stiamo usando uno strumento che non ci dà il diritto di fare la vita che facevamo prima. Noi abbiamo il diritto di giocare alla roulette russa, non abbiamo il diritto di imporre questo gioco anche agli altri. Lo so che non vaccinarsi non è che automaticamente impone qualcosa agli altri, ma non si può negare che non stiamo parlando di una malattia che ognuno prende per conto suo, tipo il diabete, stiamo parlando di una malattia che si prende per le cose che facciamo tra di noi.

I vaccinatori a oltranza è certo che hanno più interesse a darci il loro prodotto che a cambiare il nostro modo di stare al mondo. Questo è un lavoro che dobbiamo fare insieme, noi semplici cittadini, vax o non vax che ci vogliano orrendamente definire. Buon anno a tutti.


Franco Arminio, paesologo. Il suo ultimo libro è Lettera a chi non c’era. Parola dalle terre mosse (Bompiani).

da qui