lunedì 3 gennaio 2022

Basta allevamenti per pellicce, una vittoria storica. Intervista a Grazia Parolari

 

 (foto LAV)


In tempi bui finalmente una vittoria: da gennaio in Italia finalmente non saranno più allevati animali per ricavarne la pelliccia: una vittoria storica avvenuta grazie all’approvazione della Legge di divieto di allevamento in Italia che la Lega Anti-Vivisezione (LAV) ha proposto dal 2011, ripresa nell’emendamento numero 157.04 alla Legge di Bilancio, a firma della senatrice Loredana De Petris e altri 9 senatori e senatrici.

Con il voto di fiducia del 24 dicembre dell’Aula del Senato al maxiemendamento del Governo al Disegno di Legge di Bilancio 2022, finalmente è ufficiale: l’articolo 1 commi 980, 981, 982, 983 e 9841 decreta la fine dell’allevamento e dell’uccisione degli animali per pellicce in Italia!

Di questo ne abbiamo parlato con Grazia Parolari, attivista vegana ed antispecista intersezionale molto presente nelle lotte ambientaliste locali sui territori bresciano e bergamasco, Responsabile Area Fauna Selvatica di LAV Bergamo, nonché attivista filopalestinese ed ex-rappresentante nazionale di Palestinian Animal League Solidariety Italy (PAL).

A quanto risalgono le prime proteste contro gli allevamenti intensivi per le pellicce?

Azioni e proteste contro gli allevamenti di animali da pelliccia sono iniziate in Italia negli anni 80 con campagne, presidi e volantinaggi da parte di associazioni, collettivi associazioni e gruppi estemporanei

Il 3 ottobre 1992 ci fu l’occupazione (la prima del genere in Italia) di un allevamento di volpi artiche sito in provincia di Viterbo da parte di 22 attivisti Lav. L’allevamento fu poi chiuso. In Italia allora esistevano oltre 200 allevamenti che annualmente uccidevano almeno 800mila visoni, volpi, puzzole, procioni e altri animali.

Il “bisogno” delle pellicce nasce anche dall’assunto antropocentrico che gli animali sono ad uso e consumo umano. Fino a che punto si sono spinte le nostre opulente società occidentali? Quale crudeltà vivevano i visoni in quegli allevamenti?

Ricordiamo innanzitutto che il visone è un animale selvatico che, come tutti gli animali selvatici, tale rimane anche dopo generazioni allevate in cattività.

Sono animali molto attivi che in natura coprono vaste aree, utilizzano molti rifugi, nuotano, cacciano ed esplorano il loro ambiente. I visoni adulti sono per lo più solitari ed evitano la vista e l’odore di altri visoni. Pattugliano regolarmente il loro territorio, che può avere un’estensione da 1,1 a 7,5 km, e marcano accuratamente i confini. Il nuoto e le immersioni sono suoi tipici pattern comportamentali e possono percorrere nuotando fino a 20 km al giorno.

Di contro, negli allevamenti i visoni sono detenuti in gabbie “legali” larghe 30 cm, lunghe 70 cm e alte 45 cm. Spesso gli animali sono stabulati in gabbie sovrapposte intercomunicanti e quindi (secondo l’interpretazione normativa dell’allevatore), con una superficie maggiore di quella minima prevista, ma con più animali nella stessa gabbia condizione, considerando la sua natura solitaria, particolarmente stressante già quando le singole gabbie sono ammassate l’una accanto all’altra. I visoni d’allevamento manifestano spesso comportamenti innaturali e per periodi prolungati nel corso della giornata, come il succhiarsi o mordersi la coda o altre parti del corpo sino a procurarsi automutilazioni o gravi lesioni. La mortalità entro l’anno di vita è del 20% per i cuccioli e fino al 5% per gli adulti. Comuni sono i problemi di salute quali l’ulcera gastrica, problemi renali e la caduta dei denti.

Tutti gli animali presenti in ogni singola gabbia vengono nutriti attraverso le maglie di metallo della gabbia e da un unico blocco di cibo posto in alto sopra la gabbia stessa. Questa prassi è potenziale fonte di criticità quali ferite a denti e bocca per il rischio di mordere la gabbia; episodi di aggressione tra gli animali presenti nella stessa gabbia per l’insorgere di comportamenti competitivi nella ricerca del cibo (il visone è un carnivoro e predatore e in natura non vive in branco). Gli animali possono inoltre trovare difficoltà ad alimentarsi.

Se in natura il visone può vivere fino a 11 anni, in cattività i cuccioli vengono uccisi a 7-8 mesi, mentre quelli usati per la riproduzione arrivano a 4-5 anni.

Il metodo più usato per l’uccisione è l’asfissia tramite il gas, monossido o biossido di carbonio. Camere di decompressione e rottura del collo, elettrocuzione e iniezione letale intraperitoneale di tricloroacetaldeide monoidrato o pentabarbitone sono altri comuni metodi di macellazione, tutti tesi a mantenere intatta la pelliccia. Non è raro che un visone venga scuoiato quando è ancora vivo.

Nel 2001 il Comitato Scientifico per la Salute e il Benessere Animale della Commissione Europea elaborò il report “The welfare of animals kept for fur production”. In base alle evidenze osservate in decine di allevamenti di visoni, volpi, cincillà, cane procione, nutrie, furetti, il Comitato Scientifico concluse che i sistemi di allevamento in gabbia di questi animali (ed in particolare per visoni e volpi) erano gravemente lesivi del benessere animale ed elaborò poi una serie di indicazioni che non trovarono mai riscontro né a livello legislativo, né a livello produttivo anzi….A partire dal 1 gennaio 2008 gli allevamenti in Italia avrebbero dovuto diventare «a terra», cioè senza gabbie e con pozze d’acqua per bere (come prevede a legge 17/2007). Secondo molti allevatori questo avrebbe però reso «anti-economico» e sostanzialmente impossibile allevare animali da pelliccia. Il Ministero della Salute intervenne con una circolare datata 18 gennaio 2008 in cui lasciava agli allevatori la facoltà di scegliere tra allevamento tradizionale in gabbia e quello a terra. Ovvio quale opzione venne scelta dagli allevatori.

Quale costo hanno in termini di impatto ambientale?

Come tutti gli allevamenti, gli allevamenti di visone producono una grande quantità di letame e scarti della lavorazione che, se non gestiti correttamente, hanno un significativo impatto al livello di inquinamento del suolo e dell’acqua con elevati livelli di emissione di CO2, eutrofizzazione delle acque, erosione del suolo e desertificazione, competizione con altre specie (selvatiche) nell’accesso alle risorse, oltre a tutto lo spreco di risorse vegetali destinate alla sua alimentazione invece che a quella umana.

L’impronta di carbonio per la produzione della pelliccia di visone è la più elevata tra i tessuti, superiore di 5 volte a quella della lana, che è comunque molto elevata.

Anche la concia e la tintura hanno un grande impatto sull’ambiente, infatti la pelliccia viene trattata con una miscela di sostanze chimiche come diversi tipi di cloruro di sodio, ammoniaca, formaldeide, perossido di idrogeno ed altri cromati e agenti sbiancanti, sostanze che possono avere un impatto negativo anche sulla salute umana, considerando oltretutto che nel settore della moda non esistono leggi che regolamentano i livelli di prodotti chimici ammessi nella produzione.

Gli allevamenti intensivi hanno avuto un forte impatto zoonotico nella diffusione del Covid. Come si è diffuso il virus?

Il 26 aprile 2020, in attuazione del Codice di Sanità per gli Animali Terrestri che impone l’obbligo di condividere informazioni inerenti la rilevazione di malattie emergenti negli animali, il Ministro dell’Agricoltura dell’Olanda trasmette all’Organizzazione Mondiale per la Sanità Animale una notifica per comunicare il documentato contagio da SARS-CoV-2 di visoni allevati per la produzione di pellicce.

L’informativa fa riferimento ad un anomalo incremento di mortalità, documentato il 23 aprile, in un allevamento olandese di visoni e agli esiti di positività rilevati in alcuni animali morti. Nella stessa comunicazione viene segnalato un secondo allevamento con aumento di mortalità e animali con sintomi ascrivibili ad infezione da coronavirus. Oltre ai visoni, almeno anche due lavoratori in questi allevamenti sono risultati malati di Covid-19.

Il 19 maggio 2020, il Ministro dell’Agricoltura olandese riferisce in Parlamento degli esiti degli accertamenti diagnostici condotti ed emerge che il ceppo del virus isolato nei lavoratori è lo stesso individuato nei visoni, e che ciò rende probabile che l’animale sia stato la fonte dell’infezione.

Si tratta del primo caso documentato al mondo di trasmissione di coronavirus SARS-CoV-2 da animale (visone) a uomo. Da allora, il coronavirus ha avuto una rapida diffusione in centinaia di allevamenti di visoni in Europa e Nord America; in questi allevamenti intensivi il virus pandemico introdotto dall’uomo ha potuto replicarsi infinite volte, dando origine a specifiche mutazioni poi ritrovate nuovamente nell’uomo anche mettendo a forte rischio la salute pubblica mondiale.

La catena di contagio uomo-visone-uomo è l’unico documentato spillover al mondo di SARS-CoV-2, non essendo ad oggi disponibili evidenze scientifiche che identificano altro animale ospite intermedio nel salto di specie dal pipistrello all’uomo.

Quale è stata l’azione della Lav in questi mesi?

Negli ultimi 10 anni LAV ha avviato 4 mobilitazioni nazionali (nel 2011, 2013, 2016, 2021) raccogliendo ogni volta un crescente consenso da parte della cittadinanza, e facendo presentare ad ogni inizio di nuova Legislatura proprie proposte di legge per la chiusura degli allevamenti di pellicce.

A ottobre 2021, LAV ha lanciato #VoceaiVisoni, una campagna di raccolta firme per chiedere la chiusura definitiva degli allevamenti da pelliccia in Italia. #VoceaiVisoni è il seguito della campagna #EmergenzaVisoni lanciata a metà 2020 quando, con il primo focolaio di coronavirus in un allevamento di visoni in Olanda, la LAV ha avviato un sistematico monitoraggio della evoluzione dell’epidemia tra questi allevamenti nel mondo (Europa e Nord America) e in Italia.

Risultati della campagna #EmergenzaVisoni della LAV (maggio 2020 – settembre 2021)

o abbiamo scoperto e dato notizia del primo allevamento italiano di visoni focolaio del coronavirus (Capralba, Cremona); o abbiamo documentato violazioni in allevamenti italiani alle minime norme di biosicurezza finalizzate ad evitare l’introduzione del coronavirus in questi allevamenti (a Cremona, Brescia, Padova); o abbiamo pubblicato il rapporto Fashion Spillover, con una puntuale descrizione della evoluzione della epidemia tra gli allevamenti di visoni (evidenze scientifiche, risk assessment per la salute pubblica, dati sui test nei visoni, provvedimenti adottati dai governi di diversi paesi, ecc.); o abbiamo ottenuto uno screening diagnostico obbligatorio (dato che da subito era emerso che i visoni sono prevalentemente asintomatici nella infezione da SARS-CoV-2); o abbiamo ottenuto un divieto (temporaneo) di riproduzione sino al 28 febbraio 2021; o abbiamo ottenuto la proroga a tutto il 2021 del divieto di riproduzione (evitando così la nascita di 40mila cuccioli di visone altrimenti destinati a diventare pellicce e, contestualmente anche nell’interesse della Salute Pubblica, abbiamo ridotto in modo significativo il rischio di formazione di nuovi focolai); o abbiamo documentato e dato notizia del secondo focolaio allevamento italiano (Padova); o abbiamo ottenuto in sede di Consiglio Europeo dell’Agricoltura (AGRIFISH del 28 giugno 2021) l’impegno formale dell’Italia per un divieto europeo agli allevamenti di pellicce.

Risultati della campagna #VoceaiVisoni della LAV (settembre – dicembre 2021)

o Abbiamo documentato l’abbattimento dei 3.000 visoni presenti nel secondo allevamento focolaio (di Padova) e intercettato già da febbraio; o abbiamo raccolto, nuovamente, il consenso e il supporto di decine di migliaia di italiani che hanno firmato la nuova petizione per chiedere la definitiva chiusura degli allevamenti di pellicce in Italia, raggiungendo quasi 50.000 firme in meno di due mesi; o abbiamo fatto presentare emendamenti, ai Decreti con misure anti-Covid prima ed alla Legge di bilancio poi, per accompagnare alla definitiva dismissione gli ultimi 5 allevamenti italiani di visoni e vietare, per sempre, l’allevamento di animali per la produzione di pellicce in Italia.

Dall’1 gennaio 2022, in Italia, la crudeltà degli allevamenti intensivi per pellicce finirà. In cosa consiste questa vittoria?

DIVIETO dal 1° gennaio 2022 è vietato allevare, fare riprodurre in cattività, detenere, catturare o uccidere animali, di qualsiasi specie (non solo visoni), per il principale scopo di ricavarne pellicce.

SMANTELLAMENTO Entro il 30 giugno 2022 i 5 allevamenti che attualmente detengo visoni ed altre 5 strutture che però sono senza animali, dovranno essere smantellate.

ANIMALI Con Decreto del Ministero della Transizione Ecologica e dei Ministeri di Agricoltura e Salute, da emanare entro il 31 gennaio, saranno regolate le modalità di eventuale cessione, sterilizzazione e detenzione dei visoni in strutture preferibilmente gestite direttamente o in collaborazione con associazioni animaliste riconosciute.

Con questa legge ci associamo così quindicina di Paesi europei che già avevano deciso negli anni e nei mesi scorsi la chiusura di questa tipologia di allevamenti.

Ovviamente questo è solo un tassello. Come Lav quali lotte state continuando a condurre su questi temi?

LAV da tempo si confronta con il mondo delle aziende della moda nell’ambito delle politiche di Responsabilità Sociale di Impresa ed ha contribuito al raggiungimento di policy fur-free adottate da aziende moda come Armani, Gucci, Prada e retailer come Ynap Group.

Questa attività si inserisce nel progetto Animal Free Fashion, lanciato nel 2015 e che propone un Primo Rating etico (LAV) per la valorizzazione delle aziende Moda “Animal Free”, suddiviso in 4 livelli: sostituzione della “pelliccia animale” (livello di Rating: V); “piume” (VV); “seta e pelle” (VVV); “lana” (VVV+). Più materiali animali un’azienda s’impegna a non utilizzare, migliore sarà il livello di rating raggiunto. Si tratta dunque di un rating premiante, in quanto tutte le aziende che saranno valutate si sono dotate di almeno una politica aziendale “senza pellicce”.

https://www.lav.it/aree-di-intervento/pellicce/allevamenti-di-visoni

https://www.lav.it/campagne/covid-visoni

https://www.lav.it/news/animal-free-moda-etica

1 https://www.senato.it/leg/18/BGT/Testi/Allegati/00000359.pdf

da qui

domenica 2 gennaio 2022

Se non puoi cambiare il mondo, cambia i tuoi sentimenti - Arthur C. Brooks

 

 

Tutti, anche i più privilegiati tra noi, hanno delle situazioni che vorrebbero cambiare. Agli inizi del sesto secolo il filosofo romano Boezio scriveva: “Uno ha denaro in abbondanza, ma si deve vergognare della umiltà dei natali; quest’altro è famoso per la sua stirpe, però, incarcerato dall’angustia dei suoi mezzi, preferirebbe essere meno famoso, ma più ricco. Quell’altro ancora è circondato dall’uno e dall’altro di questi beni, ma trascorre una vita senza moglie”.

Pensa alla tua vita e a qualcosa che ti provoca disagio, preoccupazione o tristezza. Per esempio, trovi difficile provare interesse o soddisfazione per il tuo lavoro. O magari le tue amicizie non ti danno molto e ti senti solo o sola. Come fare per migliorare la situazione? Potresti rispondere: “Dovrei darmi una mossa, cercare un altro lavoro e incontrare gente nuova”. In altri termini, dovresti cambiare il mondo esterno e renderlo un posto migliore per te.

Non è facile però, vero? Darsi una mossa, cambiare lavoro e farsi nuovi amici può essere irrealizzabile in questa fase della tua vita. E poi avresti sempre il dubbio di portarti dietro i tuoi problemi perché, insomma, non puoi mica allontanarti da te.

 

Margine di libertà
Adesso ti rivelerò un segreto che può esserti d’aiuto. Tra le condizioni che ti circondano e il tuo modo di reagirvi c’è uno spazio. In questo spazio hai un margine di libertà. Puoi scegliere di provare a rimodellare il mondo o puoi cominciare cambiando il tuo modo di reagire a esso.

A volte uscire da situazioni in cui ci si trova è difficile ma assolutamente necessario. È il caso di situazioni di abuso o violenza. Altre volte è abbastanza facile: se ogni mattina muori di sonno, comincia andando a dormire prima la sera.

Nella zona grigia tra questi estremi, però, lottare contro la realtà può essere impossibile o incredibilmente poco efficace. Magari ti hanno diagnosticato una malattia cronica per la quale non esistono cure promettenti. Forse il tuo partner ti ha lasciato contro la tua volontà e non puoi convincerlo a tornare indietro. O ancora, il tuo lavoro ti piace ma il tuo capo no e nessuno ti darà un nuovo capo.
In questo genere di situazioni cambiare il modo in cui ti senti può in realtà essere molto più facile che cambiare la realtà concreta, anche se questo può sembrarti innaturale.

Le tue emozioni possono sembrarti nel migliore dei casi fuori controllo, e questa sensazione peggiora in momenti di crisi, ossia esattamente quando cambiare quelle emozioni potrebbe farti davvero bene. La colpa potrebbe essere in parte della biologia. Emozioni negative come rabbia e paura attivano l’amigdala, che fa aumentare il livello di attenzione alle minacce e migliora la tua capacità di identificare ed evitare i pericoli. In altri termini, lo stress ti induce a lottare, scappare o paralizzarti, non a pensare. Quale sarebbe una reazione prudente in questi momenti? Consideriamo le varie opzioni a disposizione. Si tratta di una cosa piuttosto sensata dal punto di vista evolutivo: mezzo milione di anni fa prenderti del tempo per gestire le tue emozioni ti avrebbe trasformato nel pranzetto di una tigre.

 

Strategie dannose
Nel mondo moderno però stress e ansia di solito sono condizioni croniche, non episodiche. È probabile che non sia più necessario che l’amigdala ti aiuti a sconfiggere la tigre senza chiedere il permesso al tuo cervello cosciente. Anzi, la usi per gestire i problemi non letali che ti infastidiscono per tutto il giorno. Anche se non hai tigri da sconfiggere, non riesci a rilassarti nella tua caverna perché le email continuano ad accumularsi.

Non c’è da stupirsi quindi del fatto che lo stress spesso induca strategie di adattamento disadattive nella vita moderna: per esempio abusare di droghe e alcol, rimuginare sulle origini dello stress, farsi del male o colpevolizzarsi. Queste risposte non solo non danno sollievo nel lungo periodo, ma possono aggravare i nostri problemi con la dipendenza, la depressione o un’ansia crescente. Quando questo genere di strategie di adattamento non è d’aiuto, una persona può rinunciare a gestire le sue emozioni negative e provare a cambiare il mondo esterno.

I pensatori dell’antichità riconoscevano questa difficoltà ma erano convinti che con gli strumenti giusti possiamo essere in grado di gestire le nostre reazioni in modo efficace. Il buddismo postula che le nostre menti sono solitamente ma non intrinsecamente sbilanciate; tutto sta a costruire nuove abitudini di pensiero. Analogamente, gli stoici ritenevano che la ragione umana, praticata con assiduità, può avere la meglio sulle emozioni impulsive. Queste idee (soprattutto l’ultima) hanno ispirato le moderne scuole di psicoterapia come la terapia comportamentale razionale-emotiva e la terapia comportamentale cognitiva, che puntano a creare strategie pratiche per cambiare le nostre reazioni alle situazioni negative nella nostra vita, e quindi a essere più felici.

 

Quattro passi
Se hai valutato ciò che ti preoccupa e hai deciso che gestire le tue emozioni negative è una strategia migliore rispetto a cercare di cambiare il mondo che ti circonda, puoi seguire quattro passi per raggiungere uno stato d’animo più felice.

 

Presta attenzione ai tuoi sentimenti

Se osservi le tue emozioni come se appartenessero a un’altra persona, riesci a darti dei consigli migliori. Dopotutto non consiglieresti mai a un amico che aspetta con ansia l’esito di un esame medico di stare tutto il giorno a rimuginarci su e poi ubriacarsi. Per autosservarsi è necessario fare caso a ciò che si prova in quel determinato momento e avvicinarsi alle proprie emozioni con una curiosità distaccata.

Poniamo il caso che non ne puoi più di lavorare da casa tutto il giorno, con infinite riunioni su Zoom e nessun vero contatto umano. Invece di fantasticare sulle tue possibili dimissioni, dedica un po’ di tempo a sezionare la tua noia e il tuo disagio. In quale momento della giornata peggiorano? Dopo quanto tempo dall’inizio di una riunione il tuo desiderio di fuggire via urlando trabocca? Annota su un diario le situazioni in cui ti senti giù, facendo caso al momento della giornata e all’attività che stai svolgendo. Poi valuta come potresti alterare piccoli aspetti della tua routine per migliorare il tuo umore. Seguendo questa procedura durante le chiusure conseguenti alla pandemia di coronavirus ho cominciato a fissare riunioni virtuali mentre ero fuori a fare una passeggiata. Questo ha fatto una grande differenza.

 

Accetta i tuoi sentimenti

L’idea che tu debba cambiare le circostanze in cui ti trovi se sei triste si basa sul presupposto che i tuoi sentimenti negativi debbano essere sradicati. In molti casi le emozioni negative possono essere debilitanti e richiedere perciò una cura, come nel caso della depressione o dell’ansia clinica. Nella maggior parte dei casi però i sentimenti negativi sono parte integrante di una piena esperienza umana; cancellarle significherebbe rendere la vita più grigia. Le ricerche dimostrano inoltre che le emozioni e le esperienze negative possono aiutarti a trovare un significato e uno scopo nella vita.

Nel diario di cui abbiamo parlato al passo uno, valuta le cose che non puoi realisticamente alterare e le emozioni che ti provocano. Chiediti cosa stai imparando di te stessa da ciascuno di quei sentimenti e come questo potrebbe farti crescere.

 

Abbassa le aspettative

Una volta, da giovane, durante una telefonata ho detto a mio padre che stavo pensando di lasciare il lavoro. “Perché?”, mi ha chiesto. “Perché non mi rende felice”, gli ho risposto. Lui ha fatto una lunga pausa e alla fine mi ha detto: “Cosa ti rende così speciale?”. Il mio problema – ma è un problema piuttosto comune – era che avevo fissato delle aspettative del tutto irragionevoli su quanto il mondo avrebbe dovuto rendermi felice.

Chiediti con tranquillità se stai chiedendo al mondo qualcosa che il mondo non può o non vuole darti. Se è così, forse stai cercando nel posto sbagliato la tua beatitudine. Per esempio, io credo moltissimo nella necessità di creare dei posti di lavoro più felici, ma consiglio di continuo alle persone di non basare la propria felicità su un particolare lavoro. Nemmeno tu dovresti presumere che tutta la tua felicità possa derivare da una sola storia d’amore, un solo oggetto materiale, una sola attività. Ti serve un approccio “portfolio”, mantenendo in equilibrio fede o filosofia, famiglia, amicizie e lavoro per ricavare i tuoi successi e metterti al servizio degli altri.

 

Dai di più

Uno studio dell’Insead, una scuola di business francese, dimostra che le persone che si considerano vittime delle circostanze non sentono di avere alcuna responsabilità per queste ultime. È anche più probabile che diventino a loro volta degli aguzzini, facendo del male alle persone che cercano di aiutarle. Un modo per spezzare questo circolo vizioso è aiutare gli altri volontariamente e senza un ritorno economico. Mettersi al servizio degli altri è uno dei modi più efficaci per aumentare la propria felicità. Non solo: è molto difficile tenere in piedi contemporaneamente l’idea di essere una vittima e una persona che aiuta.

Se ti senti sola al lavoro, cerca qualcuno che probabilmente sta soffrendo come te e fagli compagnia. Se hai problemi di salute, cerca altre persone nelle tue stesse condizioni e offri loro un po’ di ascolto o di aiuto. Aiutando gli altri aiuterai anche te.

Boezio, che ci ha ricordato come tutti soffrano, la sapeva lunga sui problemi. In effetti ha scritto le parole che ho citato sopra dalla cella di un carcere in attesa di essere messo a morte nel 524 dopo Cristo, accusato di tradimento dal re ostrogoto Teodorico. Un reato di cui probabilmente non era colpevole ma per il quale alla fine è stato effettivamente ucciso.

Boezio non poteva modificare le sue condizioni spaventose. Poteva però cambiare il suo atteggiamento nei loro confronti, ed è proprio ciò che ha fatto. “È così vero, dunque, che niente è triste, se non lo consideri tale, e viceversa, ogni sorte è felice per coloro che la sopportano di buon animo”. Fare proprio questo insegnamento e agire di conseguenza è uno dei più grandi segreti per aumentare il benessere, ma non deve per forza essere un segreto. Se ce l’ha fatta Boezio, puoi farcela anche tu.

 

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è uscito sul sito del mensile statunitense The Atlantic.

 

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sabato 1 gennaio 2022

Il mondo malato e quelli di sotto - Sergio Segio

 

(Prefazione a «Stato dell’impunità nel mondo», il rapporto annuale sui «diritti globali»)

 

1. Il pianeta che brucia

Il disastro ambientale è davvero ormai sotto gli occhi di tutti: di chi drammaticamente e in prima persona ha la propria vita o l’abitazione messe a rischio o addirittura distrutte, ma anche della maggioranza della popolazione che vede le immagini della catastrofe al telegiornale, sotto forma di incendi indomabili, di alluvioni e di frane altrettanto devastanti. Situazioni sempre più frequenti negli ultimi anni, ampiamente previste dagli scienziati, regolarmente ignorate dai decisori politici, prontamente scordate da chi non le ha vissute direttamente su di sé. È rimasta latitante ogni seria politica di prevenzione, manutenzione e gestione oculata del territorio. È stata ricorrente – anno dopo anno, incendio dopo incendio – la constatazione dell’insufficiente dotazione di aerei Canadair per spegnere i roghi, regolarmente dimenticata il giorno dopo dell’emergenza. Si tratta di catastrofi sempre meno definibili “naturali”.

Così, di omissione in omissione a livello locale e a livello globale, si è arrivati all’estate 2021, con il mese di luglio più caldo di sempre, in un’escalation che dura ormai da tempo: dicono i meteorologi che l’ultima volta che il globo ha avuto un luglio più fresco della media del XX secolo è stato nel 1976 e che quello del 2021 è stato il mese più caldo in 142 anni di registrazione (Borenstein, 2021). Ma già il 2020, documenta la World Meteorological Organization, era stato uno dei tre anni più caldi mai registrati, con una temperatura media globale di circa 1,2 °C al di sopra del livello preindustriale. Circostanza che è andata a cumularsi alla pandemia da Covid-19 in corso, con i relativi effetti moltiplicati sulla salute e, per una parte del mondo, sull’insicurezza alimentare. La pandemia ha, inoltre, complicato gli sforzi di riduzione del rischio di catastrofi (WMO, 2021).

Per quanto del tutto prevedibile e previsto, ancorché irresponsabilmente ignorato, il disastro è arrivato inesorabile, con un quotidiano bollettino di guerra estivo: inondazioni in Germania; piogge torrenziali nella regione cinese dell’Hubei; alluvioni in Turchia; terremoto ad Haiti; immani roghi in Grecia e Cipro; sud dell’Italia in fiamme e tromba d’aria a Pantelleria con morti e feriti; inondazioni nel nord-est della Spagna, con gravi danni e stagione turistica compromessa, e poi incendi con migliaia di evacuati; alluvioni nel sud-est dell’Inghilterra con stato di calamità in ospedali londinesi; incendi in Cabilia e nelle altre regioni del nord dell’Algeria; il Dixie Fire, il secondo maggiore incendio nella storia dello Stato, che ha incenerito oltre 200.000 ettari in California; l’uragano Ida nel nord-est degli Stati Uniti con almeno 46 morti e New York allagata; inondazioni e fiumi esondati in India, con interi villaggi sommersi dall’acqua; alluvioni e fiumi straripati in Giappone con morti, dispersi e cinque milioni di sfollati; un’area di quasi seimila chilometri quadrati interessata da roghi in Canada.

Sino all’incendio più grande, nella Siberia nord-orientale, con una linea del fuoco lunga duemila chilometri, che potrebbe risultare il maggiore della storia. E il più devastante: non solo per la perdita di 13 milioni e mezzo di ettari bruciati registrati ad agosto 2021 a livello nazionale, ma per la produzione di un record di 505 megatoni di anidride carbonica, ad aggravare la già drammatica situazione del riscaldamento globale che non a caso vede nell’Artico temperature medie che stanno aumentando oltre tre volte più velocemente del resto del mondo (The Moscow Times, 2021).

Migliaia i morti (2.200 solo ad Haiti, nell’agosto 2021 martoriata da un terremoto di magnitudo 7,2 e contemporaneamente da una tempesta tropicale dal nome ferocemente beffardo, Grace), decine di migliaia i feriti, centinaia di migliaia i senza casa, milioni gli sfollati; sono le prime cifre delle catastrofi dell’estate 2021. Bilanci provvisori che quasi sempre dimenticano di citare le centinaia di milioni di animali, selvatici e domestici, uccisi dai disastri, a loro volta indice di una tragedia che non si esaurisce nella contingenza dell’emergenza ma si ripercuoterà nella distruzione degli habitat, condizionando il futuro. E c’è stato anche chi in Italia, nonostante le distruzioni degli incendi con almeno venti milioni di animali morti, ha disposto l’inizio anticipato della stagione venatoria. A dimostrazione che alla pulsione ecocida talvolta non esiste davvero limite. Un campo nel quale, per la verità, anche nel 2021 è apparsa ineguagliata la politica del presidente del Brasile, dove al sostegno del sistema dell’agribusiness e delle attività estrattive, alla devastazione amazzonica e di millenari ecosistemi si accompagnano la repressione delle comunità indigene, le violenze e gli omicidi contro i difensori dei diritti umani e dell’ambiente.

2. Ecocidio ed etnocidio nel Brasile di Bolsonaro

«L’ecocidio da cui derivano i megaincendi è anche un etnocidio. Distruggere la foresta, compartimentalizzarla, privatizzarla, sfruttarla o disboscarla su aree immense a beneficio dell’estrazione mineraria, degli allevamenti, delle coltivazioni di soia transgenica o di palma da olio, significa, allo stesso tempo e con altrettanta violenza, distruggere culturalmente i popoli che la abitano» (Zask, 2021). Con Bolsonaro, presidente dal gennaio 2019, la distruzione della foresta amazzonica, il principale polmone verde del globo, si è fortemente intensificata. Nonostante ciò, gli appetiti della lobby Bancada ruralista non sono ancora soddisfatti: a maggio 2021 una forte mobilitazione popolare e dell’opposizione parlamentare è riuscita a bloccare, almeno temporaneamente, l’ennesimo tentativo di fare passare un disegno di legge (n. 490/2007) sul “Marco Temporal” che vuole introdurre limiti temporali alla demarcazione delle terre dei popoli indigeni, modificando i diritti acquisiti e sanciti a livello costituzionale, in base ai quali vi sono terre loro riservate – complessivamente 440.000 ettari con una popolazione di 70.000 persone. Ma sono circa 900.000 gli indigeni che vivono in Brasile in 305 tribù. […]

3. L’estrattivismo assassino e suicida

In America Latina il sistema dell’agribusiness e dell’allevamento intensivo, della monocultura e del settore minerario e in generale il modello estrattivista sono particolarmente concentrati e sviluppati, oltre che favoriti da classi politiche locali spesso espressione del latifondismo e permeate da fenomeni di corruzione. Come già – e tuttora – per l’Africa, la ricchezza di risorse naturali e minerali diventa una dannazione, poiché calamita gli interessi devastatori delle grandi corporation e dei fondi di investimento, nonché dei governi dediti al land e water grabbing, in cui latita ogni responsabilità sociale ed ecologica. Il Cile, ad esempio, possiede circa il 40 per cento delle riserve mondiali di litio, un metallo strategico fondamentale nell’elettronica e nelle nuove tecnologie il cui già intenso sfruttamento è destinato a lievitare nell’attuale fase di transizione ecologica con la necessità di produzione di energia da fonti rinnovabili. Uno dei giacimenti maggiori di litio, forse il più grande al mondo, è però in Afghanistan. La stima comprensiva di altri metalli e terre rare presenti nel sottosuolo afghano arriva al valore di tremila miliardi di dollari. Il pluridecennale stato di guerra, prima con l’Unione Sovietica poi con gli Stati Uniti e la NATO, ne hanno sinora impedito lo sfruttamento che potrebbe però cominciare nel prossimo futuro, anche per sopperire alle necessità economiche del regime talebano tornato al potere e per dare ristoro allo stato di prostrazione del paese e della sua popolazione dopo una guerra così lunga. E di questo si avvantaggerebbe probabilmente la Cina, abilmente posizionatasi per tempo. La questione riguarda anche l’Unione Europea, come rimarcato dalla coalizione di 180 associazioni e accademici che ha denunciato i piani sulle materie prime contenuti nel Green Deal europeo, basati su un’idea contraddittoria e incoerente di “crescita verde”, che porterà «a un drammatico aumento della domanda di minerali e metalli che la Commissione Europea prevede di soddisfare attraverso un gran numero di nuovi progetti di estrazione mineraria, sia all’interno che all’esterno dell’Unione». Tra questi metalli vi è, appunto, anche il litio. Pure qui, come per le fonti fossili, oltre al danno ambientale che colpisce tutti per favorire il profitto privato, vi è la beffa dei sussidi pubblici europei di cui beneficiano le compagnie minerarie e i loro azionisti, nonostante il Green Deal, che anzi diventa occasione per nuovi fronti di saccheggio di beni comuni e nuovi guadagni da parte di grandi gruppi, lobby e corporation.

A tutto discapito e con precise responsabilità anche riguardo i diritti umani: «La domanda della UE di minerali e metalli dall’estero porta a conflitti sociali, uccisioni di difensori dell’ambiente e dei diritti umani, distruzione ambientale ed emissioni di carbonio in tutto il mondo. L’attuale politica commerciale della UE ha come unico obiettivo la liberalizzazione del settore delle materie prime senza riguardo per i diritti umani, l’ambiente e la sovranità dei paesi del Sud globale, intrappolando queste nazioni in un ciclo di estrattivismo e dipendenza cronica» (AA.VV., 2021).

Il paradigma della crescita infinita, pur se tinta di verde e di dichiarata transizione verso fonti rinnovabili, rimane pratica che distrugge ogni equilibrio e dunque suicida. Come già emerge in tutta evidenza dai dati relativi all’ultimo mezzo secolo: dagli anni Settanta del secolo scorso la popolazione mondiale è raddoppiata (e anche quella demografica è questione trascurata e rimossa), ma il prodotto interno lordo globale è quadruplicato.

In quel paradigma gli appetiti e i profitti crescono, autoalimentati dalle dinamiche speculative della finanza, e con essi aumentano la violenza contro chi difende territori e popolazioni e i conflitti ambientali: 3.516 quelli sinora registrati (Environmental Justice Atlas, 2021).

Il modello estrattivista contraddistingue il processo di accumulazione per spossessamento, a sua volta caratteristico del dominio del capitale finanziario; il suo principale strumento

«è la violenza, e i suoi agenti sono, indistintamente, poteri statali, parastatali e privati, che spesso lavorano insieme perché condividono gli stessi obiettivi…. La violenza e la militarizzazione dei territori sono la regola, sono una parte inseparabile dal modello; i morti, i feriti e le persone seviziate non sono il risultato di eccessi accidentali dei controlli polizieschi o militari. È il modo “normale” di agire dell’estrattivismo nella zona del non-essere. Il terrorismo di Stato praticato dalle dittature militari distrusse i gruppi di ribelli e spianò la strada all’avvio delle miniere a cielo aperto e delle monocolture transgeniche. Successivamente, le democrazie – conservatrici e/o progressiste – approfittarono delle condizioni create dai regimi autoritari per approfondire l’accumulazione per spossessamento» (Zibechi, 2016).

Non è, insomma, un caso se la gran parte delle uccisioni di difensori dei diritti umani è concentrata in quella parte del globo dove questi processi sono più intensi, ma anche maggiormente contrastati da collettività e popolazioni. Secondo Front Line Defenders, nel 2020 ne sono stati assassinati 331, la gran parte (69 per cento) impegnati nella difesa della terra, delle comunità indigene e dei diritti ambientali. Ben 264 degli omicidi sono avvenuti nelle Americhe […] (Global Witness, 2021).

Naturalmente e purtroppo, la dimensione complessiva della violenza, della repressione e della violazione dei diritti umani e anche degli omicidi sociali e politici in quei paesi è assai più vasta (ne riferiamo qui nei capitoli Diritti Globali e Osservatorio sulle impunità) e indubbiamente la Colombia vede un terribile e storico primato negativo, che ha spinto il Tribunale Permanente dei Popoli a dedicarvi nel 2021 una Sessione sul genocidio politico, impunità e crimini contro la pace. La sentenza, emessa il 17 giugno 2021, ha riconosciuto lo Stato colombiano colpevole del crimine di genocidio, portato avanti nel corso dei decenni (Tribunal Permanente de los Pueblos, 2021). Un genocidio che continua, a opera degli stessi poteri e governi collusi con gli interessi economici che ne devastano i territori, con 115 difensori e leader sociali e 36 ex guerriglieri uccisi nel 2021 (al 28 agosto). Un genocidio che non riesce però a fermare la protesta popolare che ha segnato il 2021, con il paro nacional, una rivolta cominciata il 28 aprile contro il governo Duque e la sua riforma tributaria e per un pacchetto di misure sociali su reddito, istruzione e salute. Dall’inizio della protesta al 26 giugno si sono registrati 4.687 casi di violenza da parte della polizia, 2.005 detenzioni arbitrarie, 82 feriti gravemente agli occhi, 75 uccisi nel corso delle manifestazioni, già saliti a 80 al 23 di luglio (INDEPAZ, 2021; Temblores, 2021). […]

5. Senza giustizia ambientale non c’è pace

Come tutte le guerre, anche questa è un piano inclinato, troppo facile da cominciare e complicata da frenare e interrompere. Come tutte le guerre, il carburante che la tiene in vita è la religione del profitto, l’interesse dei pochi contro i diritti dei molti. Per fare la pace con la Terra – e con la maggioranza di coloro che la abitano – bisogna cambiare l’attuale sistema, che, con la potenza dell’informazione condizionata e del dominio culturale e grazie al vassallaggio e passività di gran parte della classe politica, fa apparire il suo tramonto e superamento un trauma impensabile, un cambiamento impossibile.

Certo, quella trasformazione radicale sarebbe un fatto enorme e ciò sembra fare ritenere questo sistema economico e sociale insuperabile, magari non il migliore ma senza alternative. Invece, ogni alternativa è preferibile all’apocalisse ambientale e all’estinzione di massa che si profila. L’alternativa c’è, è sul tavolo, peraltro così netta ed evidente da sembrare persino troppo semplice. Invece è quella giusta. È la riconversione ecologica dell’economia. La indicano da decenni gli scienziati non asserviti, le associazioni ambientaliste e, più di recente, le poche voci alte e libere come quella di papa Francesco e quella di una ragazzina molto determinata e capace di stimolare un movimento mondiale di giovani che rivendicano futuro, per sé e per tutti. «Abbiamo già la soluzione per la crisi climatica. Sappiamo esattamente cosa dobbiamo fare. L’unica cosa che manca è che ci decidiamo. Economia o ecologia? Dobbiamo scegliere» (Thunberg, 2019).

Il 20 agosto 2018 Greta Thunberg iniziava la sua protesta solitaria davanti al parlamento svedese. Un sassolino che è divenuto valanga: Fridays For Future, un movimento che ha mobilitato milioni di persone in tutto il mondo, non per niente indirizzato a riconquistare quel futuro e quei diritti confiscati dai padroni del clima e dai distruttori dell’ambiente. Pochi mesi dopo, nell’ottobre di quello stesso anno, a Londra faceva la sua comparsa nelle piazze per la prima volta un altro movimento, Extinction Rebellion, che pure si mobilitava con decisione per la giustizia ambientale. Quei movimenti e quella radicalità, divenuti globali, rappresentano le gambe, la testa e il cuore del cambiamento necessario e drammaticamente urgente. Hanno dimostrato e dimostrano che l’impossibile è a portata di mano, che la salvezza del mondo che brucia e dell’umanità che lo abita non risiedono nella fede in tecnologie salvifiche di là da venire, né tanto meno nel greenwashing, ma in un soprassalto di volontà e lucidità politica, sino a oggi sacrificata ai dogmi della crescita e subordinata ai sacerdoti del mercato globalizzato.

La giustizia climatica impone di ripensare l’economia e di riconvertirla, questo è il punto ineludibile. Proprio come – purtroppo sinora in pochi casi – si è fatto con le industrie belliche. Interrompere le produzioni di morte e spostare investimenti e lavoro in quelle ecologicamente, eticamente e socialmente compatibili: non è impossibile, basta un cambio di prospettiva nello sguardo e nelle coscienze che faccia comprendere come le produzioni fossili comportino disastri, e dunque genocidio ambientale, in modo diverso ma con gli stessi effetti delle fabbriche di mine antiuomo o di missili. Basta che ci decidiamo, come scrive Greta. O – forse più esattamente – basta che chi sta in basso e paga i costi maggiori della distruttività del sistema costruisca la forza politica per imporre la decisione a chi può e deve prenderla, ma non lo vuole fare e non lo sta facendo. Quanto meno con l’urgenza e la determinazione necessarie.

Una riflessione, quella della decrescita, che si era affacciata una quindicina di anni fa è stata forse troppo sbrigativamente tolta dal tavolo e archiviata. Per quanto controversa, poneva la questione ineludibile sui limiti allo e dello sviluppo. Il drammatizzarsi dell’emergenza climatica dovrebbe riaprire interrogativi cruciali e capaci di prospettiva, a cominciare da quello se unico o determinante metro di misura possa continuare a essere quello del PIL.

6. Alle radici del Covid-19

In modo simile, ed egualmente non innocente, in questi due anni di pandemia, dal dibattito politico e nei luoghi della riflessione pubblica, dai media e dai social è rapidamente scomparso un vocabolo che aveva fatto capolino: zoonosi. Un altro, sindemia, non è mai riuscito neppure ad affacciarsiNon è un caso. Attraverso di essi avrebbero potuto farsi strada gli interrogativi sulle cause – e sugli effetti diseguali – della pandemia, invece appunto prontamente rimossi e occultati, che a loro volta rimandano al sistema in cui l’intera umanità è immersa e costretta a vivere nel tempo della globalizzazione, quello del capitalismo fossile e finanziario. E a quel suo segmento che ha trasformato anche l’agricoltura e l’allevamento animale in sistema industriale di iper-sfruttamento, indifferente alle ricadute su ecosistemi ed equilibri tra specie. Un sistema predatorio e distruttivo, come ormai ci mostrano tutti gli indicatori sociali, economici e ambientali.

Un sistema gravemente malato che ha fatto ammalare il mondo. In questo caso, provocando e producendo una pandemia che non ha precedenti, quanto a diffusione e gravità, e che dimostra specificità assenti in quelle del passato, non solo per i processi di globalizzazione che hanno annullato le distanze geografiche e favorito l’estrema mobilità umana (sempre che non si sia poveri e migranti), ma semmai per quei processi – anch’essi connessi alla globalizzazione – relativi alle modalità di produzione di merci e di cibo, di accaparramento di materie prime, di sfruttamento delle risorse naturali ed energetiche. Modalità che, nelle loro sinergie distruttive, hanno progressivamente portato il pianeta, e chi lo abita, sull’orlo del tracollo. Nel caso di specie, causa scatenante è stata… il salto di specie, vale a dire lo spillover secondo la definizione anglosassone. Che per l’attuale pandemia è stato il passaggio del coronavirus dal pipistrello all’uomo, attraverso un passaggio intermedio, probabilmente il pangolino, facilitato dai mercati cinesi di animali vivi, dalle abitudini alimentari locali e dagli allevamenti intensivi di maiali installati ai margini delle foreste in cui vivono questi animali. Allevamenti industriali che sottraggono spazio agli habitat di specie selvatiche e costringono alla coabitazione forzata e ravvicinata animali selvatici, quelli allevati e l’uomo. Da qui la zoonosi, ovvero la malattia infettiva trasmessa dall’animale vertebrato all’uomo. I cambiamenti climatici e l’inquinamento atmosferico hanno reso quest’ultimo più vulnerabile alle infezioni respiratorie, potendosi così parlare di sindemia, che è l’interazione sinergica di due o più malattie trasmissibili e non trasmissibili, che colpisce particolarmente le fasce di popolazione svantaggiata, implicando una correlazione tra quelle malattie e le condizioni ambientali e socio-economiche.

Riscaldamento climatico e pandemia da Covid-19 richiamano i medesimi problemi e rimandano alle stesse cause: prima di tutte lo scellerato e intensivo sfruttamento ambientale, umano e animale. Quest’ultimo rimane peraltro invisibile e nascosto nelle sue forme, drammatizzate dall’industrializzazione degli allevamenti, giganteschi lager e catene di montaggio dell’orrore, che se rivelate e conosciute diverrebbero intollerabili per la sensibilità comune. Sono questi temi e aspetti quasi totalmente assenti dalla riflessione e informazione pubblica, confinati nei ristrettissimi recinti di gruppi animalisti e di sparuti scienziati e filosofi antispecisti. Eppure, sono fondamentali e costituenti per una prospettiva di cambiamento, necessariamente radicale.

C’è, allora, da mettere in discussione e convertire il sistema economico ma c’è anche una questione di stili di vita e di culture del consumo da ripensare, cui anche la pandemia dovrebbe sollecitare.

«Il dolore, l’incertezza, il timore e la consapevolezza dei propri limiti che la pandemia ha suscitato, fanno risuonare l’appello a ripensare i nostri stili di vita, le nostre relazioni, l’organizzazione delle nostre società e soprattutto il senso della nostra esistenza» (Bergoglio, 2020). Di nuovo lo ha detto bene papa Francesco, spesso capace di parole di verità, di denunce e di proposte in materia sociale e ambientale che, dato il pulpito, ci si aspetterebbe fossero in grado di indurre mutamenti o almeno un dibattito incisivo e che invece rimangono inascoltate dai decisori politici, ma pure dallo stesso popolo della chiesa al cui vertice siede il pontefice: perché il cambiamento fa paura, perché permane come un fossato lo scarto tra ciò che si sa essere giusto e ciò che si mette in opera, essendo rara e costosa la capacità di coerenza e di conseguenza. E perché, alla fine e in misura sempre maggiore, nell’epoca della comunicazione globale ogni parola, anche la più giusta e autorevole, rimane smarrita nell’oceano indistinto e nel frastuono perpetuo che confonde e rende meno distinguibile ciò che è vero e vitale. Questo vale anche per la parola e l’evidenza scientifica, durante la pandemia messe in discussione da aree non ristrette di popolazione sia riguardo le cause, sia riguardo i rimedi.

Ciò che è successo – il passaggio di un coronavirus dal pipistrello all’uomo – era peraltro stato esattamente previsto già nel 2012 (Quammen, 2014). Del resto, nel corso dell’ultimo secolo le zoonosi sono state un centinaio e hanno avuto un’accelerazione negli ultimi due decenni. Vale a dire nel periodo storico che ha visto un deciso peggioramento delle complessive condizioni ambientali. Se, dunque, il Covid-19 è una zoonosi, «la pandemia è stata causata dai danni ambientali che l’umanità provoca per procurarsi le quantità sempre maggiori di risorse necessarie ad alimentare la crescita economica, i profitti e i consumi» (Pallante, 2021).

Ecco perché è sbagliato ricercare la causa che ha dato origine alla pandemia, tanto più se si cerca di attribuirla alle ipotesi di fuga del virus da un laboratorio di Wuhan, come ha insistentemente e strumentalmente provato a fare Donald Trump senza che ve ne fossero gli elementi. Considerando, oltretutto, che se è vero che in quel laboratorio in Cina erano in corso ricerche sul coronavirus dei pipistrelli, queste erano finanziate da EcoHealth Alliance, un’organizzazione sanitaria con sede negli Stati Uniti (Lerner, Hvistendahl, 2021). […]

9. La causa paga: cittadini e movimenti si organizzano

All’inerzia o – alla meglio – lentezza dei decisori politici, alla disinformazione truffaldina dei negazionisti climatici, al camaleontismo del greenwashing e a cosmetici e ingannevoli rebranding (come quello della compagnia petrolifera francese Total che nel maggio 2021 ha deciso di cambiare nome e logo: si chiamerà TotalEnergies e il marchio diventa di un’ecologica tinta arcobaleno) e al potere di condizionamento delle lobby dell’industria fossile tentano di fare fronte i movimenti globali che hanno invaso la scena negli ultimi anni, mettendo in gioco i propri corpi per conquistare il futuro che viene loro sottratto giorno dopo giorno, proponendo cambiamenti radicali di paradigma e lottando per la giustizia climatica.

Su altri piani e con altri strumenti, negli anni recenti sta crescendo anche un significativo fenomeno: quello dei contenziosi legali connessi ai cambiamenti climatici, con numeri importanti. Le controversie sono quasi raddoppiate in quattro anni, passando da 884 casi in 24 paesi nel 2017 a oltre 1.550 in 38 paesi nel 2020. Maggiormente concentrati nelle nazioni ad alto reddito, stanno comunque interessando anche aree del sud del mondo come Colombia, India, Pakistan, Perù, Filippine e Sudafrica. I querelanti sono ONG, gruppi di cittadini e di attivisti, comunità indigene. Sono chiamate in cause le aziende ma anche i governi incapaci di fare rispettare norme e impegni o inattivi rispetto a cambiamenti climatici e a eventi meteorologici estremi (UNEP, 2021).

Quando i cittadini si organizzano e gli attivisti si mobilitano i risultati arrivano, come comprova, ad esempio, la sentenza della Corte costituzionale tedesca dell’aprile 2021, che ha imposto al legislatore di cambiare la norma esistente per regolamentare in modo dettagliato e più rigidamente gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra per il periodo successivo al 2030. O come dimostra il risarcimento di 111 milioni di dollari stabilito dalla Corte Suprema del Regno Unito nel maggio 2021 – a termine di una battaglia legale durata ben 13 anni – nei confronti di un gruppo di 42.500 agricoltori e pescatori nigeriani che hanno citato in giudizio la Royal Dutch Shell per anni di fuoriuscite di petrolio nel delta del Niger, con contaminazione di terreni e acque sotterranee. Sempre la Shell ha perso la causa intentata contro di lei da Friends of the Earth Netherlands e da altre sei ONG insieme a circa 17.000 singoli cittadini: il 26 maggio 2021, il Tribunale distrettuale dell’Aia ha ordinato alla compagnia di ridurre le proprie emissioni mondiali di CO2 del 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2019.

In attesa – e nella sollecitazione – di una capacità di governi e legislatori di far fronte in modo adeguato e generalizzato all’emergenza climatica e ai disastri ambientali, imponendo limiti e regole allo strapotere delle multinazionali, l’iniziativa dal basso dimostra una fondamentale volontà di rivendicare e anche di conquistare quei diritti ambientali troppo a lungo violati. […]

12. Il vaccino diseguale

Pandemia che, a sua volta, per quella logica e per quel sistema economico è stata utilizzata quale occasione di immensi profitti.

Al colorito universo del negazionismo No-vax, insostenibile dal punto di vista scientifico, un robusto argomento arriva dalla innegabile, enorme, valenza economica legata ai vaccini, ai condizionamenti e allo strapotere di Big Pharma.

Se il green pass diventa strumento e pretesto per licenziamenti, discriminazioni e disciplinamento dei dipendenti o costo da riversare, al solito, sui cittadini costretti a pagarsi i tamponi – di nuovo alimentando il business sanitario privato – è arduo pretendere che da parte dei lavoratori e dei sindacati vi possa essere un’acritica adesione alla misura e alle modalità imposte. Se la salute, anziché essere affermata come diritto, viene gestita come un grande business, diventa più difficile convincere i cittadini della responsabilità individuale e sociale del vaccinarsi. Se il vaccino, anziché quale bene pubblico globale viene gestito come privilegio per la solita parte del mondo, quella più ricca e sviluppata, diventa meno credibile un discorso di sanità pubblica, per giunta articolata per decreti, imposizioni e misure d’eccezione.

Se venisse dai governi affermato – e tradotto in scelte conseguenti – un vaccino per la popolazione, anziché un vaccino per il profitto, le obiezioni svanirebbero rapidamente e in gran parte. Ma questo si traduce in un solo modo: un vaccino esente da brevetti. Che è la richiesta sin dall’inizio venuta da paesi come India e Sudafrica, sotto forma di moratoria temporanea su brevetti vaccinali e terapie anti Covid-19, così come dalle ONG, da reti associative, da innumerevoli personalità. Appelli rimasti però privi di risposte. […]

Invece, le scelte globali in materia di vaccino anti Covid-19 stanno abbandonando la maggior parte della popolazione mondiale al proprio destino. Scelte sciagurate che rivelano la profonda inconsapevolezza e indifferenza al fatto che, proprio come per la questione climatica, la grande e tragica lezione che arriva da questa pandemia è che il destino del mondo è comune e che nessuno si salva da solo. […

21. Il discusso guardiano dei confini: il caso Frontex

Si conferma dunque anche per l’Afghanistan la politica pilatesca messa in atto dall’Europa nel 2015 per fronteggiare la crisi dei profughi siriani: esternalizzare le proprie frontiere o, detta più crudamente, appaltare il lavoro sporco ad altri. Con l’ulteriore paradosso che allora i miliardi di euro vennero dati al sultano Erdogan, vale a dire al presidente autoritario di un paese comunque aderente alla NATO e a suo tempo richiedente l’ingresso nell’Unione Europea, mentre ora le risorse finiranno a Pakistan, Tagikistan e Iran; quest’ultimo è un paese già sottoposto a sanzioni anche da parte europea e nel quale i diritti umani sono forse ancor meno tutelati che non in Afghanistan, mentre il Pakistan è sempre stato protettore e ispiratore dei talebani, oltre che protettivo rifugio per Osama bin Laden.

Paradosso nel paradosso, viene richiamato anche in questa evenienza il «sostegno di Frontex nel proteggere le frontiere», vale a dire di una Agenzia da più parti accusata di violare i diritti umani e di respingimenti illegali, tanto che nel 2021 la Commissione Libertà civili del Parlamento Europeo ha istituito un gruppo di lavoro per approfondire la questione. Il report dell’indagine conoscitiva svolta, pubblicato solo un mese prima, afferma che, pur in assenza di prove conclusive sull’esecuzione diretta da parte di Frontex di respingimenti o espulsioni collettive, dunque illegittime, l’Agenzia, pur avendo prove a sostegno delle accuse di violazioni dei diritti fondamentali negli Stati membri con cui aveva un’operazione congiunta, «non ha affrontato e seguito queste violazioni in modo tempestivo, vigile ed efficace». Sull’attività di Frontex, peraltro, ha aperto un’inchiesta anche l’European Anti-Fraud Office (OLAF), l’organismo di vigilanza antifrode dell’UE (European Parliament – LIBE, 2021). […]

22. Partire è sempre più morire

Quando si parla di rifugiati e migranti, però, sono molti quelli che non si salvano. Dal 1993 al 1° giugno 2021 sono stati oltre 44.764 i migranti morti mentre cercavano di entrare in Europa. Almeno quelli riscontrati, in questo caso dal network UNITED for Intercultural Action, perché non pochi sfuggono a ogni rilevamento. Molte altre morti sono avvenute nel Mediterraneo, da tempo propriamente definibile un “cimitero marino”: dal 1° gennaio al 30 agosto 2021 i decessi di migranti registrati sono stati 1.311, più del doppio del corrispondente periodo dell’anno precedente, quando erano stati 625, con una forte riduzione dovuta alle minori partenze nel periodo più intenso della pandemia, ma anche inferiori alle 1.094 dei primi otto mesi del 2019. Anche in questo caso una cifra sicuramente meno elevata rispetto alla realtà, dato il minor numero di navi umanitarie presenti nel Mediterraneo e allestite dalle ONG, osteggiate da istituzioni nazionali e comunitarie in quanto testimoni non graditi degli effetti letali delle politiche disumane di chiusura delle frontiere e dei porti.

Politiche che non riguardano solo l’Europa, anche se il Mediterraneo rimane l’area più micidiale. A livello mondiale, nello stesso periodo dei primi otto mesi del 2021, le vittime sono state in totale 2.727 (erano state 2.079 l’anno precedente e 3.326 nel 2019). Oltre ai 1.311 morti nel Mediterraneo, le aree più letali sono state le Americhe, con 572 vittime, e l’Africa, con 513 (UNITED for Intercultural Action, 2021; IOM, 2021).

Quali che siano il continente e i governi, si tratta sempre di morti impunite a causa di scelte di “realismo” e di convenienza che quotidianamente fanno carta straccia delle Convenzioni internazionali in materia di diritti umani e di rifugiati e del principio di non-refoulement, a ulteriore dimostrazione che anche il diritto internazionale risponde prioritariamente e quasi sempre alla legge del più forte.

Se molte morti sfuggono a ogni rilevazione e sono impossibili da quantificare, anche su quelle decine di migliaia corredate di date, fonti, modalità, quando possibile nomi e provenienza, il silenzio è assoluto. Tombale, verrebbe da dire.

È una guerra anche questa, non dichiarata ma con i medesimi devastanti effetti, che colpiscono la parte più debole e bisognosa delle popolazioni a livello mondiale. Chi pure sopravvive non ha comunque vita facile nel tempo dei populismi e della pandemia.

A fine 2020 gli sfollati forzati in tutto il mondo erano 82,4 milioni, 48 milioni all’interno del loro stesso paese, persone private di tutto e in balia di politiche sempre più restrittive, costrette a lasciare le loro case a causa di guerre e violenze, persecuzioni e violazioni dei diritti umani, crisi politiche e sociali. E, sempre più e in misura preponderante, a causa di disastri ambientali e degli effetti del riscaldamento globale (UNHCR, 2021 a; UNHCR, 2021 b; IDMC, 2021).

Con questo Rapporto annuale, la nostra costitutiva scelta è di provare a leggere il mondo – con i suoi tanti, intrecciati e spesso drammatici problemi, aggravati e approfonditi durante la pandemia del Covid-19 – anche con i loro occhi di rifiutati e sommersi, di annegati e torturati, di rinchiusi in campi di concentramento dopo essere stati costretti dalle bombe o dalla carestia a fuggire dalle proprie case.

Più in generale, anno dopo anno, cerchiamo di analizzare ciò che succede a livello globale dall’angolatura visiva di quelli di sotto. Con lo sforzo di fare scaturire dal ragionamento e dalla denuncia proposte costruttive, nella prospettiva della giustizia ambientale, economica e sociale, della democrazia integrale e dello Stato di diritto. In una parola, dei diritti globali. Una scelta che è, a un tempo, politica, culturale ed etica. Che ci pare necessitata dalla parzialità interessata attraverso cui vengono invece rappresentati dal mainstream la realtà e i suoi problemi. Cercare di capire la prima, per poter affrontare i secondi, significa allora allargare lo sguardo e l’analisi, o meglio abbassarli. Perché è solo dal basso della piramide sociale, dalle ragioni di chi quotidianamente paga i costi di un sistema ingiusto e diseguale che si possono mettere in moto le dinamiche del cambiamento.

 

 

(*) Questi sono estratti della prefazione al «Rapporto Diritti globali 2021 Stato dell’impunità nel mondo». Noi la riprendiamo da Comune-info che la presenta così: «Il disastro ambientale non può essere più nascosto. La violenza e la militarizzazione dei territori sono ormai la regola che accompagna, dalle Ande alla Val Susa, l’estrattivismo. Intanto riscaldamento climatico e pandemia da Covid-19 richiamano i medesimi problemi e rimandano alle stesse cause, prima di tutte lo scellerato e intensivo sfruttamento ambientale, umano e animale. In questo grigio panorama – nel quale cresce la guerra non dichiarata contro i migranti – nuovi movimenti globali come Fridays For Future ed Extinction Rebellion hanno cominciato a dimostrare che l’impossibile è a portata di mano, che la salvezza del mondo che brucia e dell’umanità che lo abita non risiede nella fede in tecnologie salvifiche né tanto meno nel greenwashing. Occorre allargare in tanti modi diversi lo sguardo e l’analisi, “o meglio abbassarli, perché è solo dal basso della piramide sociale, dalle ragioni di chi quotidianamente paga i costi di un sistema ingiusto e diseguale – scrive Sergio Segio, curatore del Rapporto Diritti globali 2021 Stato dell’impunità nel mondo – che si possono mettere in moto le dinamiche del cambiamento…».

https://www.labottegadelbarbieri.org/il-mondo-malato-e-quelli-di-sotto/