domenica 26 dicembre 2021

Siamo l’ultima generazione - Extinction Rebellion Italia

 

Immaginate di essere seduti a terra in tangenziale, con di fronte file di automobilisti bloccati in una lunga colonna soltanto dal vostro corpo; a difendervi nulla, fra voi e le auto solo un enorme striscione fucsia con la scritta “Emergenza climatica ed ecologica” e il simbolo di Extinction Rebellion.

Accanto a voi, altre cinque persone a voi care, con i gilet fluorescenti simili al vostro, reggono uno striscione giallo con la scritta “Assemblee Cittadine Ora”. Il rumore dei clacson è assordante, le urla degli automobilisti accigliati che hanno iniziato a scendere dalle auto vi rimbombano nelle orecchie.

Questa è la scena che alcune attiviste e attivisti di Extinction Rebellion stanno vivendo ogni giorno da più di una settimana ormai: stanno prendendo parte a una campagna di disobbedienza civile nonviolenta che è stata intitolata “Ultima Generazione- Assemblee Cittadine Ora”.

La prima parte del nome della campagna allude alla drammatica consapevolezza che le persone che sono al mondo ora, indipendentemente dalla loro età, sono le ultime che hanno la possibilità di cambiare il corso degli eventi riguardo alla crisi ecologica e climatica.

Tutte le persone che sono in strada hanno letto la prima parte del sesto rapporto dell’IPCC, uscito in agosto, scritta e revisionata da scienziati di tutto il mondo, che con parole forti e inequivocabili e dati ormai misurabili (non più solamente basati su modelli) ha certificato che siamo di fronte al collasso climatico.

Un mondo a + 1,5°C rispetto all’era pre-industriale è ormai inevitabile; di più, se non si agisce subito, azzerando le emissioni climalteranti, entro il prossimo decennio supereremo i +2°C. Gli scienziati dichiarano che un mondo a +2°C equivale a una catastrofe.

Un mondo di morte, di estinzione di massa delle specie animali e vegetali, dove anche le vittime umane si conteranno prima a milioni e poi, esponenzialmente, a centinaia di milioni, a miliardi. A novembre, dopo il fallimentare G20 di Roma, si è conclusa l’ennesima farsa della COP 26, con le lacrime di chi la presiedeva, con l’abbandono anticipato del Segretario Generale dell’ONU, col drammatico messaggio del Papa, che è arrivato ad invocare il giudizio divino per l’incapacità di chi è chiamato ad amministrare il mondo che ci è stato affidato.

Sulla spinta della paura e dell’indignazione, questo gruppo di persone ha deciso di portare alle estreme conseguenze l’uso della disobbedienza civile nonviolenta per fare pressione alle istituzioni, perché considerino le loro richieste.

Stanno bloccando il traffico sulle strade principali della Capitale, a partire dal G.R.A. che è stato bloccato per due lunedì di fila, fino ad arrivare alle tangenziali, usando solamente i loro corpi, perché non hanno trovato altro modo per farsi ascoltare. Sono persone di tutte le età e tutte le appartenenze sociali, che hanno perso fiducia nella possibilità di cambiare le cose con manifestazioni, marce, petizioni, campagne di sensibilizzazione…

 

La disobbedienza civile nonviolenta, fatta di azioni che infrangono una legge per mettere in luce l’ingiustizia sistemica, è apparsa a questo gruppo di persone come l’unica via per portare un cambiamento radicale e veloce. 

Gli attivisti e le attiviste sapevano a cosa andavano incontro, ne avevano parlato alle loro famiglie e si erano preparati/e ad affrontare gravi conseguenze per le loro azioni: in effetti fin dai primi giorni la questura sta comminando due denunce ciascuno al giorno, sanzioni amministrative molto salate ed ha emesso nei confronti di chiunque si sia seduto in strada, già dal primo giorno, un foglio di via dalla capitale, che loro hanno violato.

Tuttavia il morale degli attivisti e delle attiviste rimane alto, hanno deciso di continuare ad oltranza fino a quando almeno una delle due richieste della campagna saranno soddisfatte. Infatti la seconda parte del nome della campagna si concentra concretamente sullo strumento che potrebbe permettere un reale cambiamento, tenendo conto della giustizia sociale: le Assemblee dei Cittadini. Si tratta di uno strumento di Democrazia partecipativa e deliberativagià in uso in altri paesi, dove cittadini estratti a sorte vengono chiamati a deliberare su temi precisi.

La richiesta di attiviste e attivisti che stanno scendendo in strada è che queste Assemblee vengano istituite, anche in Italia, entro la fine del 2022, sul tema di quali soluzioni prendere per affrontare la crisi ecologica e climatica senza lasciare indietro gli ultimi, senza far pagare loro il carissimo prezzo delle decisioni che non si stanno prendendo.

L’altra richiesta della campagna, che è cruciale perché gli attivisti e le attiviste smettano di mandare in tilt il traffico della capitale, è rivolta a rappresentanti del governo, affinché Mario Draghi , Roberto Cingolani, Stefano Patuanelli, Giancarlo Giorgetti, Andrea Orlando e Maria Rosaria Carfagna accettino un incontro pubblico con le persone scese in strada sul tema “Siamo l’Ultima Generazione di cittadini e cittadine?”. Verrà chiesto loro di dibattere apertamente sul futuro dell’Italia e sulla necessità della partecipazione diretta della cittadinanza per fermare l’ecocidio in corso. 

Le azioni di disobbedienza civile nonviolenta, che hanno obiettivi ambiziosi, vogliono innescare una spinta alla partecipazione popolare e necessitano del supporto di tutti e tutte; gli attivisti e le attiviste di Extinction Rebellion chiedono il sostegno da parte di coloro che credono nella partecipazione popolare, di coloro che credono che è necessario fare azioni radicali per attivare un cambiamento radicale.

Per conoscere meglio la strategia e la campagna tutti i venerdì e le domeniche di dicembre e gennaio alle 21 il gruppo propone una presentazione su zoom alla quale ci si può iscrivere tramite questo link.

 

Sir David Anthony King, chimico, accademico e capo del Climate Crisis Advisory Group ha dichiarato: “Dobbiamo muoverci rapidamente. Io credo che i prossimi 3-4 anni determineranno il destino dell’umanità”. Scendere in strada a fare disobbedienza civile nonviolenta è un modo per rispondere a questo appello.


Video di lancio della campagna

 

sabato 25 dicembre 2021

Vaccini in Africa: i pericoli del nuovo colonialismo medico - Chiara Cogliati

La pandemia da Covid-19 continua a non lasciare tregua e protagonista della nuova ondata è il continente africano che, senza troppe sorprese, si trova in difficoltà per incremento di contagi, mancanza di vaccini e risorse.


Il neocolonialismo medico

La distribuzione dei vaccini in Africa ha riportato alla luce dinamiche neocoloniali dove i Paesi in via di sviluppo sono esclusi dal tavolo dei “grandi” che nel distribuire i vaccini lasciano loro soltanto le briciole. E parlare di colonialismo non è un’esagerazione: si pensi allo svantaggio economico dei Paesi africani, costretti a soccombere sotto l’influenza dei potenti che dominano la scena globale. 

Ma il colonialismo medico dei giorni nostri è visibile anche dalla qualità dei vaccini ricevuti in Africa: se Pfizer e Moderna faticano a rispettare le consegne, a colmare il vuoto ci pensano Johnson & Johnson e AstraZeneca che, tuttavia, in termini di sicurezza e copertura, non si possono definire alternative ambivalenti.

E dietro alle stime della rivista scientifica BMJ Global Health – che riportano l’’1,6% di popolazione completamente vaccinata nel continente africano – si nasconde una riluttanza – comprensibile – della  popolazione nel somministrarsi tali vaccini, che anche nei Paesi più sviluppati hanno causato scetticismo e preoccupazione

Una questione (anche) geopolitica

Un attore fondamentale nella distribuzione dei vaccini in Africa è la Cina, il cui presidente Xi Jinping ha annunciato lo scorso novembre la donazione di un miliardo di vaccini Sinopharm e Sinovac. La mossa cinese deriva da una strategia geopolitica: portare aiuto dove i giganti occidentali non arrivano e, di conseguenza, espandere contatti e creare alleanze. Ma il problema resta. I vaccini cinesi hanno una protezione di circa il 50% dal contagio e recenti studi mostrano che potrebbero non essere abbastanza efficaci contro la variante Omicron. 

Gli Stati africani durante la pandemia sono stati trattati più da asset geopolitico che attore bisognoso di risorse, infrastrutture e finanziamenti. La pandemia non ha fatto altro che peggiorare un trend già esistente e che vede l’abolizione della povertà come obiettivo dell’Agenda 2030 ancora più irraggiungibile.

Se dunque la Cina ha mostrato un fervido interesse per le vaccinazioni nel continente africano, d’altra parte gli Stati occidentali hanno agito su un fronte pressoché opposto. Fa scalpore infatti il “no” di Germania e Stati Uniti – che ospitano le sedi delle case farmaceutiche –  alla richiesta dell’OMS e di circa ottanta paesi guidati da Sudafrica e India di liberalizzazione dei brevetti sui vaccini, il che consisterebbe di istituire sedi di produzione locale  e dunque incrementare la quantità dei vaccini disponibili per i Paesi in via di sviluppo.

Vaccini o varianti

Il respingimento di tale richiesta non va che a confermare la tesi secondo cui la pandemia non abbia che contribuito al rafforzamento di politiche neocoloniali. 

I “Grandi”, però, starebbero commettendo un passo falso, soprattutto ora che quello che molti epidemiologici avevano preannunciato: una mancata copertura globale rende la comparsa di altre varianti del virus molto più probabile. Ed è così che ci troviamo ora alle prese con la variante Omicron. 

Il continente africano necessita dunque di aiuti ingenti per poter continuare la campagna vaccinale con successo. C’è bisogno di una strategia solida di distribuzione, identificando le categorie a cui dare priorità. Ma in primis c’è bisogno di vaccini. Le disuguaglianze nell’arena globale sono ancor più evidenti quando in Occidente c’è chi si prepara alla terza dose, mentre in Africa somministrarne una seconda ad almeno il 10% della popolazione è considerato un obiettivo notevole – raggiunto al momento solo da 14 Paesi.

Rispondere all’esigenze dei Paesi africani non dev’essere in conseguenza a strategie geopolitiche, ma dovrebbe trattarsi di un obbligo morale che giovi non solo ai diretti interessati, ma all’intera arena globale che da quasi due anni convive con la pandemia e i suoi disastrosi effetti. 

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venerdì 24 dicembre 2021

Più grande, migliore, più veloce. Il paradosso ecologico delle economie digitali - Paz Peña

 

Il potere di avanzamento della tecnologia e la riduzione dei suoi costi di produzione hanno creato un ecosistema di tecnologie digitali interdipendenti che sostengono la trasformazione digitale.

Secondo l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE)i, questo ecosistema si evolverà e, in futuro, continuerà a guidare il cambiamento economico e sociale. Attualmente l'ecosistema è sostenuto dall'internet delle cose (IoT nell'acronimo inglese), dalle reti wireless di prossima generazione (5G), dal cloud computing, dall'analisi dei big data, dall'intelligenza artificiale, dalla blockchain (o catene di blocchi) e dal calcolo ad alte prestazioni, anche se le tecnologie che modellano l'evoluzione dell'ecosistema sono destinate a cambiare nel tempo.

Si dice che davanti a noi abbiamo una rivoluzione. Tuttavia, è altrettanto facile sostenere che sembra una nuova evoluzione della stessa cosa: il capitalismo ha trovato una nuova vita con le tecnologie digitali. In una continuazione delle pratiche estrattive e colonialiste, questa volta le tecnologie digitali rivendicano l'esperienza umana come materia prima gratuita da tradurre in dati comportamentali. La nuova “rivoluzione” si chiama Quarta Rivoluzione Industriale e, per le aziende che ne beneficiano, suona come una rivolta felice.
Le aziende possono ora sfruttare ogni nostro passo quotidiano senza nemmeno fare affidamento sul fatto che accendiamo o meno i nostri dispositivi: le “città intelligenti” e tutti i nostri comportamenti mediati da “dispositivi intelligenti” (IoT) possono essere trasformati in dati, elaborati da più aziende e venduti nei mercati dei futuri comportamenti che, al di là degli annunci online mirati, si estendono a molti altri settori.

Ma le rivoluzioni richiedono velocità. Un senso di urgenza sta contagiando gli Stati dormienti che mancano di idee a favore del benessere sociale di massa. L'iniziativa nelle politiche pubbliche è ora dettata dal settore privato che, con un respiro di sollievo, chiede ai governi di facilitare la “trasformazione digitale”.
È una situazione vantaggiosa per entrambi: le aziende private avranno infinite miniere di dati (di ognuno e ognuna di noi) e gli stati potranno avere una maggiore produzione e quindi migliori quote di crescita.
 

Il cambiamento climatico come opportunità di fare affari

La trasformazione digitale ha ricevuto una spinta inaspettata e drammatica poco più di cinque anni fa. Il 12 dicembre 2015, nella Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici di Parigi (COP21), le parti della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) hanno raggiunto un accordo storico per combattere l'emergenza climatica e per accelerare e intensificare le azioni e gli investimenti necessari per un futuro sostenibile e a basse emissioni di carbonio. Mitigare il cambiamento climatico significa ridurre il consumo di energia, principalmente attraverso la creazione di un sistema di energia rinnovabile.

L'Accordo di Parigi si riferisce esplicitamente all'innovazione nell'articolo 10, paragrafo 5.
Inoltre, per sfruttare appieno il potenziale delle tecnologie per il clima, l'UNFCCC afferma che è cruciale innovare e usare “tecnologie rivoluzionarie” in altri ambiti per migliorare le nostre vite “come la nanotecnologia, le catene di blocchi (o blockchain), l'internet delle cose e altre tecnologie di comunicazione e informazione.” ii

L'UNFCCC (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici) ci ricorda anche che l'innovazione tecnologica deve essere inclusiva ed equa per ottenere il massimo impatto.

Secondo Riegeriii, ci sono teoricamente tre modi in cui le tecnologie dell'informazione e della comunicazione (ICT) conducono alla dematerializzazione (intesa come diminuzione dell'uso delle risorse). Da un lato le ICT porterebbero alla dematerializzazione sostituendo i beni materiali con quelli virtuali, per esempio sostituendo le copie fisiche degli album musicali con copie digitali.
D'altra parte, il settore delle ICT ha un impatto ambientale minore rispetto a molti altri ambiti. A seconda dei settori economici che sostituisce, la sua crescita potrebbe ridurre le emissioni totali dell'economia nel suo insieme. Infatti, la sostenibilità è stata identificata come uno dei principali benefici dell'economia digitale, specialmente nei processi di produzione, dove l'allocazione delle risorse (prodotti, materiali, energia e acqua) può essere resa più efficiente attraverso una gestione intelligente che utilizza varie tecnologie. Infine, l'uso diffuso di queste tecnologie aumenterebbe l'efficienza energetica e delle risorse.

Secondo un rapporto commissionato alla società privata Accenture dalla Global e-Sustainability Initiative (GeSi), le ICT possono permettere una riduzione del 20% delle emissioni globali di CO2 entro il 2030, mantenendole ai livelli del 2015: “Questo significa che possiamo potenzialmente evitare il dilemma tra prosperità economica e protezione ambientale”.iv
 

Il paradosso ecologico dell'economia digitale

È tuttavia essenziale capire che gli effetti benefici delle ICT - ridurre il consumo di energia e facilitare il passaggio alle energie rinnovabili - devono essere valutati rispetto agli effetti dannosi diretti del nostro passaggio a un'economia digitale. Tra questi ci sono le emissioni dovute all'aumento della produzione, dell'uso e dell'eliminazione delle ICT. In altre parole, dobbiamo considerare il costo materiale dell'immaginario etereo della digitalizzazione.

Si riconosce che l'evoluzione dell'ecosistema tecnologico che sostiene l'economia digitale va accompagnata da un insolito aumento del consumo di energia. Tuttavia, questa relazione positiva tra digitalizzazione e consumo di energia non esiste in tutti i paesi e in tutti i settori energetici. Per affrontare queste criticità fondamentali nei sistemi e nei dispositivi di telecomunicazione, è stata sviluppata una visione olistica chiamata “comunicazione verde”, che mira ad aumentare l'efficienza energetica su tutta la scala delle reti di comunicazione e informatica.v
Per esempio, tra le altre tecnologie, ci sono sforzi per diminuire il consumo di energia nella diffusione del 5G e nei data center. Anche se l'efficienza energetica è in aumento da decenni nel settore delle ICT, le promesse di ridurre il consumo di energia attraverso la digitalizzazione non sono ancora state comprovate. Secondo un recente studio di Lange et al., “la digitalizzazione demolisce il suo stesso potenziale” per ridurre la domanda di energia.

Inoltre, come mostrano recenti risultati sulla dematerializzazione e le ICT in Europa:

"Sebbene la dematerializzazione si sia probabilmente verificata in specifici settori dell'economia - ne sono esempi la digitalizzazione di musica, libri e film, così come l'aumento del telelavoro, delle teleconferenze e la diffusione del commercio online - si tratta ancora di un cambiamento limitato e non ha avuto un impatto sul consumo nel suo complesso".vi

Questo paradosso prodotto dall'aumento della produzione, dell'uso e dello smaltimento delle ITC ha anche un impatto diretto sulla gestione dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE), o rifiuti elettronici.
La miniaturizzazione, l'obsolescenza dei dispositivi e la maggiore versatilità dei dispositivi (ad esempio con la nuova generazione di dispositivi compatibili 5G) hanno contribuito alla ridondanza dei dispositivi più vecchi. Secondo Forti et al.vii , il peso totale del consumo globale di apparecchiature elettriche ed elettroniche aumenta in media di 2,5 milioni di tonnellate ogni anno, anche escludendo i pannelli fotovoltaici. Inoltre, nel 2019, il mondo ha generato una quantità impressionante - 53,6 milioni di tonnellate - di rifiuti elettronici, una media di 7,3 kg pro capite.

Si stima che 57 miliardi di dollari di materie prime secondarie fossero presenti nei RAEE generati nel 2019. L'estrattivismo urbano cerca di recuperare materiali secondari e di ridurre l'esaurimento delle materie prime primarie. Tuttavia questo non è sempre fattibile, soprattutto perché produce inquinamento dell'aria, dell'acqua e del suolo a causa degli effluenti provenienti da attività di riciclaggio spesso informali. Inoltre, la progettazione dei dispositivi per facilitare il loro successivo riciclaggio rimane una scommessa.

C'è anche da tenere in considerazione i costi ecologici dell'estrazione di materie prime per fabbricare la nuova generazione di dispositivi tecnologici, tecnologie verdi comprese. I conflitti politici, ambientali e culturali creati dall' “estrattivismo verde”, che non fa che approfondire il divario economico tra paesi sviluppati e non sviluppati, dovrebbero essere un serio indicatore dei costi reali dell'innovazione e, soprattutto, di chi finisce per pagarne il prezzo.

Anche l'essere umano fa parte del paradosso ecologico in questa catena estrattiva. Più le tecnologie diventano efficienti più gli esseri umani saranno sfruttati come materia prima, poiché siamo le fonti del surplus del capitalismo di sorveglianza. I costi materiali della digitalizzazione vanno oltre l'uso delle risorse naturali, includendo anche l'estrattivismo umano. Tuttavia, le conseguenze di ciò sull'ambiente devono ancora essere esaminate. Per ora si può sostenere che, come parte del ciclo del capitalismo, lo sfruttamento dei nostri dati è in parte motivato dalla promozione del consumo infinito nelle economie digitali.


Tecnologia per una trasformazione socioecologica egualitaria

In linea con i concetti egemonici dell'economia digitale, l'emergenza climatica è, piuttosto che una crisi senza precedenti prodotta dal Capitalocene, un'opportunità di business. Questo ha portato a una visione neoliberale depoliticizzata che domina le attuali tecnologie. Il loro progetto e il loro impiego cercano di risolvere problemi strutturali di sostenibilità con la mera efficienza e produttività, allineandole con politiche di austerità. La logica dell'estrattivismo puro applicata alle tecnologie è contraria a qualsiasi norma etica post-umana e apre la strada a orrori come l'“apartheid climatica”.

In tempi urgenti del Capitalocene è imperativo creare tecnologie alternative; ma invece di concepire gli hackerspaces o le imprese open source come tentativi degni ma individuali che galleggiano in assenza di un orizzonte politico, la sfida è che le tecnologie digitali siano impiegate in una configurazione socio-economica e socio-ambientale qualitativamente diversa, che non sia solo “meno delle stesse cose”. In questo contesto è forse il momento di esplorare criticamente il progetto di decrescita.

La decrescita è un progetto di trasformazione socio-ecologica radicale ed egualitaria che mira a decolonizzare l'immaginario sociale della ricerca della crescita senza fine.
Come affermano Mastini et al., la decrescita cerca una riduzione equa della produzione con una conseguente garanzia di benessere.viii

La loro ipotesi è che il PIL possa diminuire e che, tuttavia, la qualità della vita possa migliorare. Da questo punto di vista, il capitalismo e il suo paradigma di crescita economica ci hanno portato a un limite planetario in cui non è possibile ridurre le emissioni di carbonio alla velocità necessaria. Inoltre, basandosi sulla storia, la decrescita rifiuta l'idea che il solo dispiegamento di energie rinnovabili sia sufficiente a sostituire i combustibili fossili nella produzione di energia dato che, per esempio, la scoperta del petrolio come fonte di energia non ha sostituito il carbone.

Il paradigma della decrescita è ancora agli inizi e molto resta da fare, compreso il ruolo fondamentale che le tecnologie devono avere in esso. Inoltre, la transizione alla decrescita deve essere pianificata come uno sforzo planetario e partecipativo per evitare disuguaglianze strutturali. Con tutte le sue infinite sfide, la decrescita può essere uno stimolo per i tecnologi, la società civile, il mondo accademico, i governi e le imprese ad allontanarsi dalla logica estrattivista e dare forma a un'economia digitale sostenibile.

L'umanità non ha tempo da perdere. Se vogliamo sopravvivere come specie, abbiamo bisogno di una innovazione strutturale. Abbiamo bisogno di situarci su una soglia diversa dove umani e non umani, comprese le macchine intelligenti, possano coesistere in modo solidale di fronte alle sfide di un pianeta che, ci piaccia o no, è già irrimediabilmente diverso.
 

Paz Peña è una consulente indipendente e un'attivista nell'intersezione tra tecnologia, femminismo e giustizia sociale.
** Traduzione in italiano di Marina Zenobio per Ecor.Network


Articolo tratto dalla rivista America Latina en Movimiento, n. 554, novembre 2021, pp. 2/6.
Il numero è intitolato "Tecnologia e Medio Ambiente. Respuestas desde el Sur".

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giovedì 23 dicembre 2021

scrive Silvia Pareschi

La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stata convincere il mondo che abbandonare i combustibili fossili ci porterà tutti alla rovina.

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mercoledì 22 dicembre 2021

Il debito per il clima - Antonio De Lellis

 

Esiste un rapporto tra sindemia, debito e cambiamenti climatici? Il rapporto e le interconnessioni sono dovute, ad esempio, al fatto che l’aumento del debito pubblico e in generale il peggioramento dei conti pubblici è stato necessario per sostenere i lockdown e la ripresa delle attività. Ma lo stesso sarà necessario per attivare politiche di contrasto ai cambiamenti climatici. Cosa accadrà ai nostri conti pubblici peggiorati in balia della finanza speculativa? Quali scenari geopolitici avremo di fronte? È possibile neutralizzare gli effetti della finanza ed è possibile non dipendere da essa?

Quanto è costato a ciascun italiano la sindemia? Calo del Pil nominale pro-capite: 2.371 euro. Aumento del debito pro-capite 3.049 euro. È costato dunque ad ogni italiano in media 5.420 euro. Gli aiuti statali sono stati 1.858 euro, inferiore di 513 euro alla perdita del Pil pro-capite. In Germania abbiamo avuto una differenza positiva tra aiuti statali e perdita del Pil pari a +1.841 euro, in Francia -120 euro.

Al 31 dicembre del 2020 il debito delle amministrazioni pubbliche era pari a 2.569,3 miliardi (155,6 per cento del Pil); a fine 2019 il debito ammontava a 2.409,9 miliardi (134,7 per cento del Pil). Il debito elevato sembrerebbe non necessariamente un problema o un limite (il costo del debito si annulla per effetto delle politiche delle banche centrali), ma non c’è nessuna garanzia sul fatto che non torneremo all’austerità. Il sistema pensa di evitarla sperando nella crescita, ma la crescita oltre a essere nemica della sostenibilità dipende da troppe variabili anche di tipo internazionale e non c’è nessuna certezza al riguardo. La prospettiva meno affascinante è che l’Italia continua a muoversi con richieste di scostamento confermando il piano di rientro decennale basato su Austerity e sull’efficacia del PNRR che però si basa su un saldo netto minimo e su stime sempre fragili.

Ampliando lo sguardo, come valutare ciò che accade in Africa? Lì si vorrebbe far ricorso a modelli come quello dei debt-for-climate-swaps: il condono del debito in cambio di impegni finanziari sulla transizione ecologica. Per uscirne, stima la Banca mondiale, avrebbe bisogno di 30-50 miliardi di dollari all’anno fino al 2030. Lo stesso meccanismo dei debt-for-climate swaps resta una soluzione minoritaria e di difficile esecuzione, come testimonia il naufragio di una proposta in loro favore che avrebbe dovuto essere pubblicata da Fondo monetario internazionale e Banca mondiale. Il rischio è che la via principale resti quella dei prestiti, gonfiando ancora di più l’esposizione debitoria. Se fai tutto questo ricorso al debito, devi avere una buona affidabilità creditizia. Ma le economie africane sono state affossate dal Covid.

Se attraverso il debito la finanza speculativa incide profondamente, determinando prima caos climatico (banche fossili), conflitti armati (finanziamento nucleare) e migrazioni forzate epocali, come possiamo neutralizzare l’effetto dei padroni del clima? Se la finanza entra nel grande mercato dei prestiti per il contrasto al cambiamento climatico, non otterremo l’effetto opposto? Ovvero i Padroni del Clima non diventeranno sempre di più i padroni del mondo? Per questo gli indigeni in Sudafrica sono in rivolta contro gli accordi della Cop26 di Glasgow: «È ingiusta e causerà un ulteriore sfruttamento delle risorse naturali», «Nella sua forma attuale l’accordo è subdolo e non etico. Da un lato il mondo sviluppato si rifiuta di raggiungere l’obiettivo di ridurre le emissioni di carbonio di 1,5 gradi, dall’altro finanzia progetti di innovazione verde in Sudafrica». «Questo approccio sosterrà lo sfruttamento delle nostre risorse naturali e minerarie per il loro guadagno a lungo termine a scapito dei diritti delle popolazioni indigene, escluse dall’accordo. La Cop26 non può violare i diritti sanciti dalla dichiarazione delle Nazioni Unite».

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martedì 21 dicembre 2021

La decrescita necessaria - Jason Hickel

 

Introduzione e definizione alla decrescita

La civiltà umana attualmente sta superando una serie di limiti planetari critici e affronta una crisi multidimensionale di disgregazione ecologica, che comprende pericolosi cambiamenti climatici, acidificazione degli oceani, deforestazione e collasso della biodiversità (Lenton et al., 2020; Rockström et al., 2009; Steffen et al., 2015; Steffen et al., 2018). Contrariamente alla narrazione generale sull’Antropocene, questa crisi non è causata dagli esseri umani in quanto tali, ma da un particolare sistema economico: un sistema che è predestinato all’espansione perpetua, sproporzionatamente a beneficio di una piccola minoranza di ricchi (Moore, 2015).

La relazione tra crescita economica e disgregazione ecologica è ormai ben dimostrata dalla ricerca empirica. Nell’economia mainstream, l’affermazione dominante è che dobbiamo continuare a perseguire la crescita perpetua (vedi Hickel, 2018a), e quindi dobbiamo cercare di disaccoppiare il PIL dagli impatti ecologici e rendere la crescita “verde”. Sfortunatamente, le speranze di una crescita verde hanno poco fondamento. Non ci sono prove storiche di disaccoppiamento a lungo termine del PIL dall’uso delle risorse (come misurato dall’impronta materiale), e tutti i modelli esistenti prevedono che ciò non possa essere raggiunto nemmeno in condizioni ottimistiche (Hickel & Kallis, 2020; Vadén, Lähde, Majava, Järvensivu, Toivanen, & Eronen 2020; Vadén et al. 2020b). Il disaccoppiamento assoluto del PIL dalle emissioni può essere raggiunto semplicemente sostituendo i combustibili fossili con l’energia rinnovabile; ma questo non può essere fatto abbastanza velocemente per rispettare i bilanci del carbonio per 1,5°C e 2°C se l’economia continua a crescere ai tassi abituali. Più crescita significa più domanda di energia, e più domanda di energia rende ancora più difficile coprirla con le rinnovabili nel breve tempo che ci rimane (Hickel & Kallis, 2020; Raftery et al., 2017; Schroder & Storm, 2020).

Alla luce di queste prove, gli scienziati e gli economisti ecologici chiedono sempre più un passaggio a strategie di “post-crescita” e “decrescita”. Il rapporto speciale del 2018 dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) indica che, in assenza di tecnologie speculative a emissioni negative, l’unico modo fattibile per rimanere entro il budget di carbonio sicuri è che le nazioni ad alto reddito rallentino attivamente il ritmo della produzione e del consumo di materiali (Grubler et al., 2018; IPCC, 2018). La riduzione del flusso di materiali riduce la domanda di energia, il che rende più facile realizzare una rapida transizione alle rinnovabili. Questo approccio è anche ecologicamente coerente: ridurre il flusso di materiale non solo ci aiuta ad affrontare il cambiamento climatico, ma rimuove anche la pressione su altri limiti planetari.

Questo è noto come “decrescita”. La decrescita è una riduzione pianificata della produzione di energia e risorse progettata per riportare l’economia in equilibrio con il mondo vivente in un modo che riduca la disuguaglianza e migliori il benessere umano (Kallis, 2018; Latouche, 2009). È importante chiarire che la decrescita non riguarda la riduzione del PIL, ma piuttosto la riduzione della quantità di risorse. Da una prospettiva ecologica, questo è ciò che conta. Naturalmente, è importante accettare il fatto che questa riduzione porterà probabilmente a una diminuzione del tasso di crescita del PIL, o addirittura a un declino del PIL stesso, e dobbiamo essere pronti a gestire questo risultato in modo sicuro e giusto. Questo è ciò che la decrescita si propone di fare.

Mentre la teoria della decrescita sta attirando una crescente attenzione tra gli accademici e i movimenti sociali, per le persone che si avvicinano per la prima volta all’idea, ciò solleva una serie di domande. Qui mi propongo di affrontare diverse questioni riguardanti la terminologia, la recessione economica e l’economia politica internazionale, nonché il divario Nord-Sud.

 

Il linguaggio della decrescita

Molte delle obiezioni alla decrescita hanno a che fare con il termine stesso. Alcune persone si preoccupano che la decrescita introduca confusione perché non è, di fatto, l’opposto della crescita. Quando la gente dice “crescita” normalmente intende la crescita del PIL, quindi si potrebbe ragionevolmente supporre che la decrescita sia allo stesso modo focalizzata sulla riduzione del PIL. I sostenitori della decrescita sono quindi condannati a chiarire perennemente che la decrescita non riguarda la riduzione del PIL, ma piuttosto la riduzione del flusso di materiale ed energia. Sembrerebbe che questo crei problemi inutili.

Ma, in realtà, il problema qui nasce dalla parola crescita, non dalla decrescita. In realtà, le persone perseguono la crescita non per aumentare un numero astratto (il PIL), ma perché vogliono consumare o fare di più, il che ovviamente richiede l’uso di più materiali ed energia. Così, quando gli economisti e i politici parlano di crescita, in realtà intendono un aumento dei materiali e dell’energia (e in particolare un aumento dei materiali e dell’energia mercificati), anche se questo non è dichiarato apertamente. La preoccupazione per il PIL è un feticcio che oscura questo fatto; fa sembrare che la crescita sia immateriale quando in realtà non lo è. Se la crescita del PIL non fosse accompagnata da un aumento dei consumi materiali, la gente non la perseguirebbe (che senso ha avere un reddito più alto se non ti permette di espandere le spese militari, comprare case più grandi e macchine più veloci, o pagare persone che facciano cose per te?). In questo senso la decrescita, con la sua attenzione alla riduzione dell’uso di materiali ed energia (e alla riduzione dei modelli di mercificazione), è in effetti un opposto appropriato alla crescita, e chiarisce infatti ciò che la crescita stessa è in realtà.

Ora, ci si potrebbe chiedere, perché usare il termine decrescita, quando si potrebbe semplicemente dire “vogliamo ridurre il consumo di energia e materiali” ed evitare la confusione? Ci sono alcune ragioni per questo. In primo luogo, la maggior parte degli economisti sarebbero d’accordo sul fatto che ridurre il consumo di energia e di materiali è importante, ma presumono che questo possa essere realizzato continuando a perseguire la crescita economica allo stesso tempo (anzi, potrebbero anche credere che una maggiore crescita alla fine porterà a una riduzione del consumo). Abbiamo bisogno di un modo per distinguere la posizione della decrescita da questa ipotesi standard di “crescita verde”. Se accettiamo l’evidenza empirica che la crescita verde è improbabile da raggiungere, allora dobbiamo accettare che la riduzione della produzione avrà un impatto sul PIL stesso e dobbiamo concentrarci su come ristrutturare l’economia in modo che questo possa essere gestito in modo sicuro e giusto. Per questo, “decrescita” è un termine semplice e comodo che ci permette di chiarire cosa è in gioco, e concentra la mente su ciò che è necessario.

I sostenitori della decrescita spesso sostengono che la parola decrescita è utile come parola ‘missile’. Per un numero crescente di persone è ovvio che la crescita perpetua è un problema; per loro, la decrescita sembra intuitivamente corretta come risposta alla crisi ecologica, e possono salire a bordo immediatamente. Altre persone hanno una reazione iniziale negativa alla parola, ma è comunque utile in questi casi nella misura in cui sfida e sconvolge i presupposti delle persone su come l’economia dovrebbe funzionare, mettendo in discussione qualcosa che è generalmente dato per scontato come naturale e buono. In molti casi, le reazioni iniziali negative lasciano il posto alla contemplazione (i paesi ad alto reddito hanno davvero bisogno di più crescita?), poi alla curiosità (forse possiamo davvero prosperare con meno produzione, e anche meno output?) e poi all’indagine (quali sono le prove empiriche rilevanti?) che alla fine porta le persone a cambiare le loro opinioni. Questo tipo di trasformazione intellettuale è permesso, non inibito, dall’uso di un termine provocatorio. Cercare di evitare la provocazione, o cercare di essere agnostici sulla crescita, crea un ambiente in cui gli assunti problematici rimangono non identificati e non esaminati in favore di una conversazione educata e dell’accordo. Questo non è un modo efficace per far progredire la conoscenza, specialmente quando la posta in gioco è così alta.

Alcune persone si preoccupano di usare la decrescita perché è un termine “negativo”, piuttosto che positivo. Ma è negativo solo se partiamo dal presupposto che più crescita è buona e desiderabile. Se vogliamo sfidare questo presupposto, e sostenere il contrario (che più crescita è inutile e dannosa, e che sarebbe meglio se rallentassimo), allora decrescita è un termine positivo. Prendiamo le parole colonizzazione e decolonizzazione, per esempio. Sappiamo che coloro che si impegnarono nella colonizzazione pensavano che fosse una buona cosa. Dalla loro prospettiva – che è stata la prospettiva dominante in Europa per la maggior parte degli ultimi 500 anni – la decolonizzazione sembrerebbe quindi negativa. Ma il punto è proprio quello di sfidare la prospettiva dominante, perché la prospettiva dominante è sbagliata. Infatti, oggi possiamo essere d’accordo che questa posizione – una posizione contro la colonizzazione – è corretta e preziosa: siamo contro la colonizzazione, e crediamo che il mondo sarebbe migliore senza di essa. Questa non è una visione negativa, ma positiva; una visione intorno alla quale vale la pena riunirsi. Allo stesso modo, possiamo e dobbiamo aspirare a un’economia senza crescita così come aspiriamo a un mondo senza colonizzazione.

Possiamo portare questa osservazione un passo avanti. È importante riconoscere che la parola ‘crescita’ è diventata una specie di termine propagandistico. In realtà, ciò che sta accadendo è un processo di accumulazione da parte delle élite, la mercificazione dei beni comuni e l’appropriazione del lavoro umano e delle risorse naturali – un processo che è molto spesso di carattere coloniale. Questo processo, che è generalmente distruttivo per le comunità umane e per l’ecologia, viene presentato come crescita. La crescita suona naturale e positiva (chi potrebbe mai essere contro la crescita?) così le persone sono facilmente persuase a comprarla e a sostenere politiche che ne genereranno di più, quando altrimenti non potrebbero. La crescita è l’ideologia del capitalismo, nel senso gramsciano del termine. È il principio fondamentale dell’egemonia culturale del capitalismo. La parola decrescita è potente ed efficace perché identifica questo trucco e lo rifiuta. La decrescita chiede l’inversione dei processi che stanno dietro la crescita: chiede la disaccumulazione, la decommodificazione e la decolonizzazione.

 

Decrescita vs. Recessione

Un’altra domanda comune sulla decrescita ha a che fare con le recessioni. Infatti, quando la recessione COVID-19 ha colpito, alcuni detrattori della decrescita l’hanno indicata come un esempio del perché la decrescita sarebbe un disastro. Per la maggior parte, questo non è un argomento in buona fede, ma piuttosto un tentativo intenzionale di fuorviare, perché è impossibile fare questo errore con una lettura anche sommaria della letteratura reale sulla decrescita. Infatti, la decrescita è in tutto e per tutto l’opposto di una recessione. Abbiamo parole diverse per loro perché sono cose diverse. Ecco sei differenze chiave che vale la pena notare:

§  La decrescita è una politica pianificata e coerente per ridurre l’impatto ecologico, ridurre la disuguaglianza e migliorare il benessere. Le recessioni non sono pianificate e non mirano a nessuno di questi risultati. Non sono destinate a ridurre l’impatto ecologico (anche se questo potrebbe in alcuni casi essere un risultato non voluto), e certamente non sono destinate a ridurre la disuguaglianza e a migliorare il benessere – anzi, fanno il contrario.

§  La decrescita ha un approccio discriminante alla riduzione dell’attività economica. Cerca di ridimensionare la produzione ecologicamente distruttiva e socialmente meno necessaria (cioè la produzione di SUV, armi, carne di manzo, trasporto privato, pubblicità e obsolescenza pianificata), mentre espande settori socialmente importanti come la sanità, l’istruzione, l’assistenza e la convivialità. Le recessioni, al contrario, non discriminano così saggiamente. Infatti, molto spesso distruggono settori socialmente importanti mentre potenziano settori socialmente meno necessari. Nell’attuale crisi della COVID, per esempio, le scuole, le strutture ricreative e i trasporti pubblici sono colpiti negativamente, mentre Amazon si espande e le azioni si riprendono.

§  La decrescita introduce politiche per prevenire la disoccupazione, e in effetti anche per migliorare l’occupazione, ad esempio tramite la riduzione della settimana lavorativa, l’introduzione di garanzie di lavoro con un salario di sussistenza e la promozione di programmi di riqualificazione per spostare le persone dai settori in declino. La decrescita è esplicitamente focalizzata sul mantenimento e sul miglioramento dei mezzi di sussistenza delle persone nonostante la riduzione dell’attività economica aggregata. Le recessioni, al contrario, si traducono in disoccupazione di massa e la gente comune soffre la perdita dei mezzi di sussistenza.

§  La decrescita cerca di ridurre l’ineguaglianza e di condividere il reddito nazionale e globale in modo più equo, ad esempio con una tassazione progressiva e politiche di salari minimi. Le recessioni, al contrario, tendono a peggiorare la disuguaglianza. Di nuovo, la crisi COVID presenta un esempio di questo, dove i pacchetti di risposta (QE, salvataggi aziendali, ecc.) hanno reso i ricchi più ricchi (specificamente i proprietari di beni) e i miliardari hanno aggiunto miliardi alla loro ricchezza, a differenza di tutti gli altri: il 50% più povero dell’umanità ha perso 4,4 miliardi di dollari al giorno (Sumner et al., 2020).

§  La decrescita cerca di espandere i beni e i servizi pubblici universali, come la salute, l’istruzione, i trasporti e gli alloggi, al fine di decommodificare i beni fondamentali di cui le persone hanno bisogno per condurre una vita dignitosa. Le recessioni, al contrario, generalmente comportano misure di austerità che tagliano la spesa per i servizi pubblici.

§  La decrescita è parte di un piano per realizzare una rapida transizione alle energie rinnovabili, ripristinare i suoli e la biodiversità, e invertire il declino ecologico. Durante le recessioni, al contrario, i governi tipicamente abbandonano questi obiettivi per concentrarsi invece su come far ripartire la crescita, qualunque sia il costo ecologico.

Abbiamo parole diverse per recessione e decrescita perché sono cose diverse. Le recessioni avvengono quando le economie dipendenti dalla crescita smettono di crescere: è un disastro che rovina la vita delle persone ed esacerba le ingiustizie. La decrescita richiede un diverso tipo di economia: un’economia che non richiede la crescita come priorità, e che può fornire giustizia e benessere anche mentre la produzione diminuisce.

 

La decrescita e il Sud globale

Alcune persone si preoccupano che i sostenitori della decrescita vogliano vedere la decrescita applicata universalmente, in tutti i paesi. Questo sarebbe problematico, perché chiaramente molti paesi poveri hanno di fatto bisogno di aumentare l’uso di risorse ed energia per soddisfare i bisogni umani. In realtà, i sostenitori della decrescita sono chiari sul fatto che sono specificamente i paesi ad alto reddito che hanno bisogno di decrescere (o, più specificamente, i paesi che superano con un margine significativo la quota equa pro capite dei confini del pianeta; vedi Hickel, 2019), non il resto del mondo. Di nuovo, poiché la decrescita si concentra sulla riduzione dell’uso di risorse ed energia in eccesso, non si applica alle economie che non sono caratterizzate da un uso eccessivo di risorse ed energia.

Questo ci porta a un’importante implicazione della politica di decrescita. La stragrande maggioranza dei problemi ecologici è guidata da un eccesso di consumo nel Nord globale, e tuttavia ha conseguenze che danneggiano in modo sproporzionato il Sud. Possiamo vedere questo sia in termini di emissioni che di estrazione di materiale: (1) Il Nord è responsabile del 92% delle emissioni globali di CO2 in eccesso rispetto al limite planetario di sicurezza (Hickel, 2020a), eppure il Sud soffre la maggior parte dei danni legati al cambiamento climatico (sia in termini di costi monetari che di perdita di vite umane); (2) I paesi ad alto reddito dipendono da una grande appropriazione netta di risorse dal resto del mondo (equivalente al 50% del loro consumo totale). In altre parole, il consumo di risorse nel Nord ha un impatto ecologico che si registra in gran parte nel Sud (Dorninger et al., 2020).

In termini sia di emissioni che di uso delle risorse, quindi, l’eccesso di consumo nel Nord si basa su modelli di colonizzazione: l’appropriazione della giusta quota di beni comuni atmosferici del Sud, e il saccheggio degli ecosistemi del Sud. Da questa prospettiva, la decrescita nel Nord rappresenta un processo di decolonizzazione nel Sud, nella misura in cui libera le comunità del Sud dalle pressioni della colonizzazione atmosferica e dell’estrattivismo materiale.

Eppure, alcuni si preoccupano che la decrescita nel Nord possa avere un impatto negativo sulle economie del Sud. Dopo tutto, molte economie del Sud globale dipendono pesantemente dalle esportazioni di materie prime e manufatti leggeri verso il Nord. Se la domanda del Nord diminuisce, dove prenderanno le loro entrate? Questa potrebbe sembrare una domanda ragionevole a prima vista, ma poggia su una logica problematica, vale a dire, che l’eccesso di consumo nel Nord deve continuare a crescere, anche se causa una rottura ecologica che danneggia in modo sproporzionato il Sud, perché è necessario per lo sviluppo del Sud ed è in definitiva per il bene del Sud stesso. Questo argomento riecheggia la logica del colonialismo, vale a dire che l’operato che il colonizzatore fa a suo beneficio, come l’estrazione e lo sfruttamento delle risorse in loco, è in definitiva un bene per il colonizzato. Per esempio, Nicholas Kristof, in una colonna del New York Times intitolata “Tre urrà per le fabbriche del sudore” ha sostenuto che le fabbriche del sudore sono il modo migliore per far uscire la gente dalla povertà, quindi ne abbiamo bisogno di più: se ci preoccupiamo dei poveri, non dovremmo boicottare i prodotti delle fabbriche del sudore ma piuttosto consumarne di più.

La fallacia di questo argomento non dovrebbe aver bisogno di essere sottolineata. Ovviamente, il modo migliore per ridurre la povertà non è più sfruttamento, ma più giustizia economica: il Sud dovrebbe ricevere prezzi equi per il lavoro e le risorse che rende all’economia globale. Nessuno suggerirebbe mai che un’azienda americana che paga i lavoratori americani 2 dollari al giorno sia un buon modo per ridurre la povertà in America; insisteremmo sul fatto che per ridurre la povertà è necessario pagare un salario adeguato. Ma per qualche ragione questa logica non viene applicata ai lavoratori del Sud, probabilmente perché ridurrebbe il tasso di accumulazione del surplus tra le aziende del Nord e i paesi che dipendono dal lavoro e dalle risorse del Sud. In altre parole, la giustizia per il Sud (salari equi per il lavoro e prezzi equi per le risorse) comporterebbe la decrescita nel Nord. Dovremmo abbracciare questo risultato. Infatti, abbandonare il perseguimento della crescita nel Nord sarebbe vantaggioso nella misura in cui eliminerebbe la pressione costante applicata dai governi e dalle imprese del Nord per deprimere i costi del lavoro e delle risorse nel Sud.

Questo ci porta a un altro punto correlato. La decrescita nel Nord crea spazio per le economie del Sud per allontanarsi dal loro ruolo forzato di esportatori di manodopera a basso costo e di materie prime, e per concentrarsi invece sulle riforme sociali: costruire economie incentrate sulla sovranità, l’autosufficienza e il benessere umano. Questo è stato l’approccio perseguito dalla maggior parte dei governi del Sud globale nei decenni immediatamente post-coloniali, durante gli anni ’60 e ’70, prima dell’imposizione dell’aggiustamento strutturale neoliberale dagli anni ’80 in poi (Hickel, 2018b). L’aggiustamento strutturale ha cercato di smantellare le riforme sociali in tutto il Sud per creare nuove frontiere per l’accumulazione del Nord. In uno scenario di decrescita la pressione per questo “aggiustamento” sarebbe attenuata, e i governi del Sud si troverebbero più liberi di perseguire un’economia più incentrata sull’uomo (Hickel, 2020b; Nirmal & Rocheleau, 2019). Anche qui, diventa chiaro che la decrescita nel Nord rappresenta la decolonizzazione nel Sud.

Naturalmente, il Sud globale non ha bisogno e non dovrebbe aspettare la decolonizzazione; può liberarsi delle catene da solo. Qui ho in mente la nozione di “delinking” di Samir Amin: il rifiuto di sottomettere la politica di sviluppo nazionale agli imperativi del capitale del Nord. Per esempio, i governi del Sud globale potrebbero organizzarsi collettivamente per aumentare i prezzi del loro lavoro e delle loro risorse, e potrebbero mobilitarsi per chiedere termini di commercio e finanza più equi, e una rappresentanza più democratica nella governance globale (come hanno fatto con il Nuovo Ordine Economico Internazionale nei primi anni ’70). Queste idee sono oggi rappresentate nel discorso del post-sviluppo. Oltre a rifiutare i principi della globalizzazione neoliberale, il pensiero del post-sviluppo rifiuta anche la nozione (introdotta dai colonizzatori e dalle istituzioni finanziarie internazionali) che la crescita del PIL debba essere perseguita per se stessa, preferendo invece un focus sul benessere umano (Escobar, 2015; Kothari et al., 2019).

In entrambi i casi, la decolonizzazione nel Sud secondo queste linee causerebbe probabilmente la decrescita nel Nord. Questo è vero in un senso molto concreto. In questo momento, le nazioni ad alto reddito mantengono alti livelli di reddito e di consumo attraverso un continuo processo di appropriazione netta (di terra, lavoro, risorse ed energia) dal Sud, attraverso uno scambio ineguale: in altre parole, cercano di deprimere i prezzi del lavoro e delle risorse al di sotto del prezzo medio globale (Dorninger et al., 2020). Questa è una continuazione dei principi di base del rapporto coloniale, anche se (nella maggior parte dei casi) senza l’occupazione. Porre fine a questa relazione di sfruttamento significherebbe porre fine al modello di appropriazione netta o porre fine allo scambio ineguale, entrambi i quali risulterebbero probabilmente in una riduzione del tasso di accumulazione del surplus da parte delle élite economiche, e in una riduzione della crescita guidata da questa accumulazione nel Nord, ma a beneficio delle comunità e delle ecologie nel Sud globale.

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Testo originale: Jason Hickel (2020): What does degrowth mean? A few points of clarification, Globalizations, DOI: 10.1080/14747731.2020.1812222. Traduzione di Mario Sassi e Olga Abbiani.

 

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