mercoledì 10 febbraio 2021

La medicalizzazione della vita - Ivan Illich

 

 

Fino a tempi non lontani la medicina si sforzava di valorizzare ciò che avviene in natura: favoriva la tendenza delle ferite a sanarsi, del sangue a coagularsi, dei batteri a farsi sopraffare dall'immunità naturale. Oggi invece essa cerca di materializzare i sogni della ragione. I contraccettivi orali, per esempio, vengono ordinati «per prevenire un evento normale nelle persone sane». Certe terapie inducono l'organismo a interagire con delle molecole o delle macchine in modi che non hanno precedenti nell'evoluzione. I trapianti implicano la completa obliterazione delle difese immunologiche programmate geneticamente. Perciò il collegamento fra il bene del malato e il successo dello specialista non si può dare per presupposto; ormai dev'essere dimostrato, e l'apporto netto della medicina al carico di malattia della collettività va calcolato dall'esterno della professione. Ma qualunque accusa contro la medicina per il danno clinico ch'essa provoca non è che il primo passo nell'incriminazione della medicina patogena. Il segno lasciato nei campi è solo un ricordo del danno ben maggiore procurato dal barone al villaggio devastato dalla sua caccia.

 

Iatrogenesi sociale

La medicina pregiudica la salute non soltanto con la diretta aggressione agli individui, ma anche per l'effetto della sua organizzazione sociale sull'intero ambiente. Quando il danno medico alla salute individuale è prodotto da un modo di trasmissione sociopolitico, parlerò di «iatrogenesi sociale», intendendo con questo termine tutte le menomazioni della salute dovute appunto a quei cambiamenti socioeconomici che sono stati resi desiderabili, possibili o necessari dalla forma istituzionale assunta dalla cura della salute. La iatrogenesi sociale designa una categoria eziologica che abbraccia molteplici manifestazioni. Insorge allorché la burocrazia medica crea cattiva salute aumentando lo stress, moltiplicando rapporti di dipendenza che rendono inabili, generando nuovi bisogni dolorosi, abbassando i livelli di sopportazione del disagio o del dolore, riducendo il margine di tolleranza che si usa concedere all'individuo che soffre, e addirittura abolendo il diritto di autosalvaguardarsi. La iatrogenesi sociale agisce quando la cura della salute si tramuta in un articolo standardizzato, un prodotto industriale; quando ogni sofferenza viene «ospitalizzata» e la case diventano inospitali per le nascite, le malattie e le morti; quando la lingua in cui la gente potrebbe far esperienza del proprio corpo diventa gergo burocratico; o quando il soffrire, il piangere e il guarire al di fuori del ruolo di paziente sono classificati come una forma di devianza.

 

Monopolio medico

Come il suo corrispettivo clinico, la iatrogenesi sociale, da aspetto occasionale, può svilupparsi fino a diventare una caratteristica intrinseca al sistema medico.

Quando l'intensità dell'intervento biomedico supera una soglia critica, la iatrogenesi clinica si trasforma in errore, infortunio o difetto, in una insanabile perversione della pratica medica. Allo stesso modo, quando l'autonomia professionale degenera in un monopolio radicale e la gente è resa incapace di far fronte al proprio ambiente, allora la iatrogenesi sociale diventa il principale prodotto dell'organizzazione medica.

Il monopolio radicale va più in fondo di quello di una ditta o di un governo. Può assumere varie forme. Quando una città viene costruita intorno ai veicoli, toglie valore ai piedi umani; quando la scuola ha la prelazione sull'apprendimento, svaluta l'autodidatta; quando l'ospedale diventa il centro di raccolta obbligato di tutti quelli che si trovano in condizioni critiche, impone alla società una nuova forma di agonia. I monopoli comuni si accaparrano il mercato; i monopoli radicali rendono la gente incapace di fare da sé. Il monopolio commerciale limita il flusso di merci; il monopolio sociale, più insidioso, paralizza la produzione dei valori d'uso non commerciali. I monopoli radicali usurpano ancora di più la libertà e l'indipendenza: rimodellando l'ambiente e «appropriandosi» di quelle sue caratteristiche generali che avevano fin lì permesso alla gente di cavarsela da sola, obbligano un'intera società a sostituire i valori d'uso con delle merci.

L'istruzione intensiva fa dell'autodidatta un candidato alla disoccupazione, l'agricoltura intensiva elimina il contadino autosufficiente, lo spiegamento di polizia sgretola la capacità d'autocontrollo della comunità. La propagazione maligna della medicina ha risultati analoghi: trasforma l'assistenza reciproca e l'automedicazione in atti illeciti o criminosi. Come la iatrogenesi clinica diventa incurabile dai medici quando raggiunge una intensità critica e può allora regredire solo con un ridimensionamento dell'impresa, così la iatrogenesi sociale è reversibile solo mediante un'azione politica che riduca il dominio professionale.

Il monopolio radicale si nutre di se stesso. La medicina iatrogena rafforza una società morbosa nella quale il controllo sociale della popolazione da parte del sistema medico diventa un'attività economica fondamentale; serve a legittimare ordinamenti sociali in cui molti non riescono ad adattarsi; definisce inabili gli handicappati e genera sempre nuove categorie di pazienti. L'individuo che è irritato, nauseato e menomato dal lavoro e dallo svago industriali può trovare scampo solo in una vita sotto vigilanza medica e viene distolto o escluso dalla lotta politica per un mondo più sano.

La iatrogenesi sociale non è ancora accettata come una normale eziologia di stato morboso. Se si ammettesse che la diagnosi spesso serve come mezzo per convertire le lagnanze politiche contro lo stress della crescita in richieste di maggiori terapie che significano solo maggiori quantità dei suoi costosi e stressanti prodotti, il sistema industriale perderebbe una delle sue principali difese. Nello stesso tempo, la consapevolezza della misura in cui la cattiva salute iatrogena è trasmessa politicamente scuoterebbe le basi del potere medico molto di più di qualunque catalogo delle insufficienze tecniche della medicina.

 

Cure indipendenti dai valori?

Il problema della iatrogenesi sociale viene spesso confuso con l'autorità diagnostica del guaritore. Per disinnescare il problema e difendere la propria reputazione, alcuni medici insistono sull'ovvio: e cioè che non si può praticare la medicina senza che si abbia una creazione iatrogena di malattia. La medicina crea sempre la malattia come stato sociale. Il guaritore ufficialmente riconosciuto trasmette agli individui le possibilità sociali di comportarsi da malati. Ogni cultura ha un proprio modo di concepire la malattia e quindi una sua peculiare maschera sanitaria. La malattia prende i suoi caratteri dal medico, il quale assegna agli attori uno dei ruoli disponibili. Rendere la gente legittimamente malata è altrettanto implicito nel potere del medico quanto il potenziale tossico nel rimedio che funziona. Lo stregone padroneggia veleni e incantesimi. L'unico termine che avevano i greci per «medicinale», pharmakon, non faceva distinzioni tra il potere di guarire e il potere di uccidere.

La medicina è un'impresa morale, e inevitabilmente perciò dà contenuto al bene e al male. In ogni società la medicina, al pari del diritto e della religione, definisce ciò che è normale, giusto o desiderabile. La medicina ha l'autorità di etichettare come malattia legittima ciò che lamenta un individuo, di dichiarare malato un altro che non si lamenta, e di rifiutare a un terzo il riconoscimento sociale della sua sofferenza, della sua invalidità e persino della sua morte. È la medicina che autentica un certo dolore come «meramente soggettivo», una determinata infermità come simulazione e certe morti (e non altre) come suicidio. Il giudice stabilisce che cosa è legale e chi è colpevole, il prete dichiara che cosa è sacro e chi ha violato un tabù; il medico decide che cosa è un sintomo e chi è malato. Egli è un imprenditore morale, dotato di poteri inquisitori per scoprire certi torti da raddrizzare. Come tutte le crociate, la medicina crea un nuovo gruppo di diversi ogni volta che fa attecchire una nuova diagnosi. La morale è altrettanto implicita nella malattia quanto nel delitto o nel peccato.

Nelle società primitive è ovvio per tutti che l'esercizio dell'arte medica comporta il riconoscimento di un potere morale: nessuno chiamerebbe lo stregone se non gli riconoscesse l'abilità di discernere gli spiriti maligni da quelli buoni. In una civiltà superiore questo potere si espande. Qui la medicina è esercitata da specialisti a tempo pieno, i quali controllano vaste popolazioni per mezzo di istituzioni burocratiche. Questi specialisti formano professioni le quali esercitano sul loro lavoro un tipo di controllo che è unico nel suo genere. Diversamente dai sindacati, infatti, esse debbono la loro autonomia non alla vittoria conseguita in una lotta, ma a un mandato di fiducia. Diversamente dalle associazioni di mestiere, le quali si limitano a stabilire chi ha il diritto di lavorare e a quali patti, esse stabiliscono anche quale lavoro bisogna fare. Nata spesso da riforme delle facoltà di medicina (negli Stati Uniti, per esempio, alla vigilia della prima guerra mondiale), la professione medica è la manifestazione, in un settore particolare, del controllo sulla struttura del potere di classe acquisito dalle élite di formazione universitaria nel corso dell'ultimo secolo. Soltanto i dottori oggi «sanno» che cosa costituisce una malattia, chi è malato, e che cosa bisogna fare al malato e a quelli che essi considerano «esposti ad uno speciale rischio». Paradossalmente, la medicina occidentale, che ha sempre affermato di voler tenere separato il proprio potere dalle religione e dalla legge, l'ha ormai esteso al di là di ogni precedente. In alcune società industriali la classificazione sociale è stata medicalizzata a tal punto che ogni devianza deve avere un'etichetta medica. L'eclissi della componente esplicitamente morale della diagnosi medica ha così conferito all'autorità asclepiea un potere totalitario.

Si è difeso il divorzio della medicina dalla morale con l'argomento che le categorie mediche, a differenza di quelle giuridiche e religiose, poggiano su fondamenti scientifici non soggetti a giudizio morale. L'etica sanitaria è stata occultata in un reparto specializzato, che aggiorna la teoria alla pratica effettiva. I tribunali e la legge, quando non vengono impiegati per far rispettare il monopolio asclepieo, sono trasformati in portieri dell'ospedale, addetti a selezionare tra i postulanti quelli che rispondono ai criteri stabiliti dai medici. Gli ospedali diventano monumenti di scientismo narcisistico, concretizzazioni dei pregiudizi professionali ch'erano di moda il giorno in cui fu posta la loro prima pietra e che spesso risultano superati il giorno dell'inaugurazione. L'impresa tecnica del medico vanta un potere esente da valori. In un simile contesto, è ovvio, diventa facile schivare il problema della iatrogenesi sociale di cui mi occupo. Il danno medico mediato politicamente viene visto come inerente al mandato della medicina, e chi lo critica è considerato un sofista che cerca di giustificare l'intrusione dei profani nel territorio di competenza del medico. Proprio per questo motivo è urgente un'analisi profana della iatrogenesi sociale. L'affermazione che l'attività terapeutica sarebbe indipendente dai valori è ovviamente un nefasto nonsenso, e i tabù che hanno fatto scudo alla medicina irresponsabile cominciano a crollare.

 

La medicalizzazione del bilancio

La misura più semplice della medicalizzazione della vita è la quota del reddito annuo tipico che viene spesa su ordine del medico. […]

In tutti i paesi la medicalizzazione del bilancio è in rapporto con ben note situazioni di sfruttamento all'interno della struttura di classe. Non c'è dubbio che il dominio delle oligarchie capitalistiche negli Stati Uniti, l'arroganza dei nuovi mandarini in Svezia, la servilità e l'etnocentrismo dei professionisti moscoviti e le manovre di corridoio degli ordini dei medici e dei farmacisti, come pure la nuova ondata di sindacalismo corporativo nel settore sanitario, costituiscono tanti formidabili ostacoli a una distribuzione delle risorse che avvantaggi i malati anziché i loro sedicenti tutori. Ma la ragione fondamentale per cui queste costose burocrazie sono perniciose per la salute non sta nella loro funzione strumentale, bensì nella loro funzione simbolica; esse esaltano tutte quante il concetto di prestazioni di assistenza per la componente umana della megamacchina, e le critiche che rivendicano una prestazione migliore e più equa non fanno che consolidare l'impegno sociale a tener occupata la gente in lavori che la fanno ammalare. La guerra tra i fautori delle mutue e quelli che invece vogliono un servizio sanitario nazionale, come la guerra tra chi difende e chi combatte la libera professione, sposta l'attenzione pubblica dal danno causato dalla medicina che protegge un ordinamento sociale distruttivo, al fatto che i medici fanno meno di quanto ci si aspetta a tutela della società dei consumi.

Al di là di una certa incidenza sul bilancio, il denaro che espande il controllo medico sullo spazio, sugli orari, sull'istruzione, sulla dieta, sul disegno delle macchine e dei beni finisce inevitabilmente per scatenare un «incubo forgiato di buone intenzioni». Il denaro può sempre minacciare la salute; troppo denaro la corrompe. Al di là di un certo punto, ciò che può produrre denaro o ciò che si può comprare col denaro restringe l'ambito della «vita» scelta autonomamente. Non soltanto la produzione ma anche il consumo accentua la scarsità di tempo, di spazio e di scelta. Il prestigio della merce medica non può quindi che insidiare la coltivazione della salute, la quale, all'interno di un ambiente dato, dipende in larga misura dal vigore innato e congenito. Quanto più tempo, fatica e sacrifici vengono spesi per produrre medicina-merce, tanto maggiore sarà il sottoprodotto, cioè la falsa idea che la società abbia una provvista di salute riposta che può essere tirata fuori e messa sul mercato. La funzione negativa del denaro è quella di un indicatore della svalutazione dei beni e servizi che non si possono comprare. Più alto è il prezzo da sborsare per carpire il benessere, tanto maggiore è il prestigio politico d'una espropriazione della salute pubblica.

 

L'invasione farmaceutica

Non occorrono dottori per medicalizzare i farmaci di una società. Anche senza troppi ospedali e facoltà di medicina una cultura può diventare preda di una invasione farmaceutica. Ogni cultura ha i suoi veleni, i sui rimedi, i suoi placebo e i suoi scenari rituali per la loro somministrazione. La maggior parte di essi è destinata ai sani più che ai malati. I potenti farmaci medici distruggono facilmente la struttura, radicata nella storia, che adatta ogni cultura ai suoi veleni; di solito essi procurano più danno che beneficio alla salute, e finiscono con l'instaurare una nuova mentalità per cui il corpo viene visto come una macchina, azionata da manopole e interruttori meccanici.

[…] Ancora 10 anni fa, in Messico, quando la popolazione era povera, i medicinali relativamente scarsi e la maggior parte dei malati era assistita dalla vecchia nonna o dall'erborista, i prodotti farmaceutici erano accompagnati da un foglietto di spiegazioni; oggi che le medicine sono più abbondanti, potenti e pericolose e si vendono per televisione e per radio e la gente che ha fatto le scuole si vergogna della propria residua fede nel guaritore azteco, il foglietto descrittivo è stato sostituito da un'avvertenza sempre uguale che dice: «Da usare secondo prescrizione medica». La finzione intesa a esorcizzare il farmaco medicalizzandolo, in realtà, non fa che confondere l'acquirente: ammonendolo a consultare un medico gli fa credere d'essere incapace di badare a se stesso. Nella maggior parte del mondo i medici non sono abbastanza ben distribuiti per poter prescrivere terapie a doppio taglio ogni volta che occorre, ed essi stessi nella maggioranza dei casi sono impreparati, o troppo ignoranti, per poter prescrivere con la necessaria cautela. Di conseguenza la funzione del medico, specialmente nei Paesi poveri, è diventata banale: il dottore si è trasformato in una volgare macchina da ricette che tutti prendono in giro, e la maggioranza della gente prende ormai le stesse medicine, altrettanto a caso, ma senza il suo benestare.

[…]

 

Lo stigma preventivo

Mentre l'intervento curativo si veniva concentrando sempre su stati per i quali esso è inefficace, costoso e doloroso, la medicina cominciava a smerciare prevenzione. Il concetto di morbosità si è esteso fino ad abbracciare i rischi pronosticati. Dopo la cura delle malattie, anche la cura della salute è diventata una merce, cioè qualcosa che si compra e non che si fa. […] Ci si tramuta in pazienti senza essere malati. La medicalizzazione della prevenzione diventa così un altro grande sintomo di iatrogenesi sociale. Essa tende a trasformare la mia responsabilità personale per il mio futuro in gestione del mio essere da parte di qualche agenzia.

[…]

L'esecuzione sistematica di controlli diagnostici precoci su vaste popolazioni garantisce al medico-ricercatore un'ampia base da cui attingere i casi che meglio si adattano ai sistemi di cura esistenti o che sono più utili per portare avanti le indagini, servano o no le terapie a guarire o a dare sollievo. Ma mentre avviene questo, le persone si rafforzano nell'idea di essere delle macchine la cui durata dipende dalle visite all'officina di manutenzione, e sono così non solo obbligate ma trascinate a pagare perché la corporazione medica possa fare i suoi studi di mercato e sviluppare la sua attività commerciale.

La diagnosi, sempre, aggrava lo stress, stabilisce un'incapacità, impone inattività, concentra i pensieri del soggetto sulla non-guarigione, sull'incertezza e sulla sua dipendenza da futuri ritrovati medici: tutte cose che equivalgono a una perdita di autonomia nella determinazione di sé. Inoltre, isola la persona in un ruolo speciale, la separa dai normali e dai sani ed esige sottomissione all'autorità di un personale specializzato. Quando tutta una società si organizza in funzione di una caccia preventiva alle malattie, la diagnosi assume allora i caratteri di una epidemia. Questo strumento tronfio della cultura terapeutica tramuta l'indipendenza della normale persona sana in una forma intollerabile di devianza. Alla lunga, l'attività principale di una simile società dai sistemi introvertiti porta alla produzione fantomatica di speranza di vita come merce. Identificando l'uomo statistico con gli uomini biologicamente unici, si crea una domanda insaziabile di risorse finite. L'individuo è subordinato alle superiori «esigenze» del tutto, le misure preventive diventano obbligatorie, e il diritto del paziente a negare il consenso alla propria cura si vanifica allorché il medico sostiene ch'egli deve sottoporsi alla diagnosi non potendo la società permettersi il peso d'interventi curativi che sarebbero ancora più costosi.

 

[Nemesi medica, 1976]

da qui

martedì 9 febbraio 2021

Siamo tutti un po’ vegani - Marina Forti

  

Nel carrello si ammucchiano buste di affettati, polpette, burger. Una bistecca sotto vuoto. Wurstel. Poi formaggi, creme, yogurt, latte. Tipica spesa da supermercato, tutto confezionato con cura, marchi e tabelle nutrizionali ben in vista. Tutto pronto per finire in padella, se non direttamente nel piatto. Solo che affettati, burger, formaggi e tutto il resto non sono ciò che il nome suggerisce, ma prodotti al cento per cento di origine vegetale: senza traccia di latte, uova o qualunque ingrediente di origine animale.

Anche in Italia i prodotti “vegan” sono entrati nella grande distribuzione organizzata. Non è più necessario cercarli in negozi specializzati e vagamente alternativi. E non sono più necessariamente cibi della cucina orientale come il tofu e altri derivati della soia, arrivati in occidente trenta o quarant’anni fa con le prime diete vegetariane e macrobiotiche. Sui banchi dei supermercati ormai c’è una nuova generazione di “surrogati”: prodotti che sembrano carne, ma non lo sono, sanno di formaggio, ma non nascono dal latte.

Il cibo vegano è diventato mainstream”, osserva Albino Russo, direttore dell’ufficio studi della Coop. È successo negli ultimi dieci anni. Secondo la società di indagini di mercato Nielsen, che studia i comportamenti dei consumatori incrociandoli con le informazioni riportate sulle etichette dei prodotti che acquistano, nel 2019 l’insieme dei prodotti vegetariani e vegani rappresentava il 5,3 per cento del valore delle vendite della grande distribuzione organizzata, il 4,5 per cento in più rispetto all’anno prima, e la componente principale è quella vegana. Una nicchia, certo, ma significativa. Anche perché “sono i prodotti che crescono più in fretta”, aggiunge il dirigente delle Coop, “e l’industria alimentare se n’è accorta”.

Il paradosso multimiliardario
La corsa a occupare il nuovo mercato dunque è aperta. Le multinazionali agroalimentari, da Nestlè a Unilever, inventano nuove etichette. Anche in Italia, grandi fabbricanti di carne e prodotti caseari hanno cominciato a proporre prodotti surrogati di origine vegetale: in Emilia Romagna c’è addirittura un’azienda che da un lato della strada produce rinomate mortadelle (vere) e dall’altro lato surrogati “vegani” a base di proteine del grano. Intanto si moltiplicano le piccole e medie aziende che lavorano legumi e spezie per trasformarli in cibi pronti di qualità.

In dieci anni abbiamo visto una trasformazione profonda”, osserva Pompea Gualano, fondatrice dell’agenzia di comunicazione Iwy – Ethical Communication, che ha sede a Milano e promuove consumi vegani. “Siamo passati da un unico tipo di burger vegetale, e neppure tanto appetitoso, a interi scaffali nei supermercati. La scelta è sempre più ampia, e il giro d’affari è multimiliardario”.

Chissà se l’avrebbero mai immaginato i fondatori della Vegan Society, che nel 1944 nel Regno unito teorizzarono “un modo di vivere che escluda ogni forma di sfruttamento degli animali”. I fautori di questa filosofia portavano a conseguenze estreme la scelta vegetariana, escludendo uova e derivati del latte, così come il miele (il nome “vegano” nasce dalla contrazione di vegetariano). E non si limitavano al cibo, perché il rispetto per gli animali implica rinunciare anche a lana, seta, pelli: è uno stile di vita.

Allora il veganismo era una corrente di pensiero quasi esoterica, una sorta di setta. Settant’anni più tardi su questa scelta è cresciuta un’industria multimiliardaria. Forse alla deriva commerciale ha contribuito la stessa Vegan Society, che nel 1990 ha registrato il suo marchio (trademark) e da allora ha certificato più di 47mila prodotti alimentari, di cosmetica e di abbigliamento.

Così oggi siamo di fronte a un paradosso. Quella che in origine era una scelta alternativa radicale ha dato luogo a un mercato che riproduce molti dei meccanismi più perversi del sistema alimentare globale: la grande industria che domina il mercato, lo strapotere della grande distribuzione organizzata, e la prevalenza di prodotti di tipo industriale, sempre più lavorati, sempre meno naturali: d’altra parte serve parecchia tecnologia per trasformare cereali e legumi in qualcosa che sembra carne o formaggio.

Eppure, le persone che si definiscono vegane sono una piccolissima minoranza: appena il 2,2 per cento della popolazione italiana, secondo l’ultimo rapporto annuale dell’Eurispes (è una stima, ma si basa sul sondaggio più ampio e continuativo disponibile in Italia). Solo se si aggiungono coloro che si definiscono vegetariani arriviamo all’8,9 per cento (in aumento rispetto agli anni precedenti). Ma questa minoranza ha cominciato a influenzare un mercato più vasto.

Le motivazioni di chi cerca prodotti “senza tracce di ingredienti animali” sono molte e diverse. “Io sono una vegana etica”, spiega Pompea Gualano. “Intendo dire che ho fatto questa scelta per motivi etici, perché mi dissocio da ogni tipo di sfruttamento delle altre specie animali”. Ma “non esiste un solo profilo del consumatore vegano”, aggiunge. “Per alcuni è una scelta filosofica o religiosa. Per altri una decisione dettata da motivi di salute e benessere personale, magari perché cercano una dieta con meno grassi e colesterolo o perché hanno intolleranze alimentari, per esempio al latte”. Poi c’è chi ne fa una questione di ecologia: “La preoccupazione per il cambiamento del clima, l’impatto ambientale degli allevamenti, la sostenibilità ambientale”. Tra i vegani “la sensibilità ecologista è venuta in auge solo di recente” , dice quasi senza nascondere un certo stupore, “mi auguro che le nuove generazioni, sempre più sensibili al tema ambientale, si aggreghino. Il cambiamento di rotta è urgente”.

Dall’osservatorio della Coop, Albino Russo stima che i prodotti vegani rispondano soprattutto una scelta salutista. “Ma anche il rispetto per gli animali è un sentimento sempre più diffuso”.

Chi sceglie di nutrirsi di alimenti esclusivamente vegetali però non ha bisogno di alimenti surrogati, osserva Gualano, che cura i rapporti con la stampa della Società scientifica di nutrizione vegetariana, associazione di medici e specialisti di nutrizione che promuove le diete “basate su cibi vegetali”. “Per una dieta equilibrata bastano cereali, frutta, verdure, legumi, frutta secca e semi oleaginosi”. Spiega che nel pasto vegano ideale c’è tutto il necessario.

Ma è chiaro che non sono frutta e verdura a mobilitare i grandi nomi dell’industria alimentare. “Più la scelta vegana fa tendenza, più la domanda si diversifica. E le persone vogliono anche andare a cena fuori, addentare un burger, trovare del cibo pronto”, spiega Gualano. “Così, tutto ruota attorno ai surrogati. Sono questi il vero affare”.

Tutto vegetale, sangue compreso
“Il problema del futuro sono le proteine”, dice Massimo Santinelli, che nel 1991 ha fondato Biolab, azienda di Gorizia diventata uno dei più rinomati marchi italiani del cibo vegano. “Non potremo produrre proteine animali per dieci miliardi di persone, è una questione di sostenibilità ambientale. Così, è scattata la ricerca di alternative”.

Fino a non molto tempo fa le diete vegane erano basate sulle proteine della soia, riassume Santinelli, che ho raggiunto via Skype nel suo ufficio. Dalla cagliatura della soia si ottiene il tofu, dal processo di fermentazione si ottiene il tempeh. “La soia resta la madre di tutte le proteine vegetali”, la meno costosa e più versatile, adattabile a ogni clima. “Ma ormai è guardata con sospetto”, spiega. La soia coltivata in modo intensivo, spesso in varietà geneticamente modificate (ogm), è alla base dell’industria dei mangimi per animali ed è responsabile di una buona parte della deforestazione della regione amazzonica. “Noi abbiamo le nostre coltivazioni biologiche e non-ogm”, precisa Santinelli. Ma intanto si sono affermati alimenti proteici alternativi alla soia, derivati dal girasole, dal frumento, dalla quinoa, dai piselli. Soprattutto, spiega, “la ricerca si è indirizzata verso prodotti surrogati”.

L’innovazione decisiva in questo senso è venuta dalla California, con due aziende che hanno investito anni di lavoro e milioni di dollari per studiare combinazioni di proteine vegetali da sostituire alla carne. La prima è stata la Beyond meat (oltre la carne), fondata nel 2009 da un imprenditore convinto che per contrastare la crisi climatica fosse necessario trovare fonti proteiche alternative alla carne. Grazie a una squadra di esperti in biotecnologie, e a investimenti per 72 milioni di dollari (a cui ha contribuito tra gli altri il fondatore della Microsoft Bill Gates) nel 2014 la Beyond meat ha messo sul mercato un hamburger molto simile a quelli di manzo per sapore, consistenza e valore nutritivo. Almeno così dice chi l’ha assaggiato: c’è anche il sughetto rosso della carne al sangue, ottenuto dal succo di barbabietola.

Il Beyond burger ha invaso supermercati e catene di fast food negli Stati uniti e in Europa; dal 2019 la Beyond meat è quotata alla Borsa di New York. La concorrente Impossible Food, creata nel 2011 da un biochimico dell’Università di Stanford, afferma di aver raccolto in totale investimenti per un miliardo e mezzo di dollari, a cominciare dai grandi nomi della Silicon Valley (tra cui di nuovo Bill Gates). Il suo Impossible Burger è sul mercato dal 2016; secondo i produttori la novità è che contiene anche l’eme, un complesso chimico ottenuto per sintesi che imita la mioglobina del sangue. Entrambe le aziende hanno anche prodotti che imitano il pollo e la carne di maiale.

Con investimenti miliardari e grande uso di tecnologia, la non-carne che sembra carne ha cambiato il mercato statunitense ed europeo. Sulla scia della novità, in Italia sono entrati in scena altri produttori, aziende medie e piccole e perfino artigianali. Guerre di denominazione come quella scoppiata al Parlamento europeo sulla denominazione dei surrogati con nomi che ricordano la carne sono un semplice corollario.

La Biolab, che con sessanta dipendenti diretti e 9 milioni annui di fatturato è un’impresa di medie dimensioni, oggi produce un burger che Massimo Santinelli definisce “molto carneo, sanguigno”, e in padella si comporta come la carne. “Partivamo da una buona conoscenza degli ingredienti”, spiega, “poi siamo andati per tentativi, abbiamo sperimentato. Finché abbiamo trovato la giusta combinazione di aroma, struttura e impatto visivo”.

Il vegano a tempo parziale
Ma perché una persona che rifiuta la carne dovrebbe cercare qualcosa che le somiglia? In effetti l’industria del cibo surrogato non si rivolge ai vegani. Anzi: “Quei burger che sembrano sanguinare fanno impressione a uno convinto della sua scelta, proprio perché somigliano alla cosa vera”, osserva Natasha Linhart, fondatrice e amministratrice delegata del gruppo Atlante, che esporta alimentari di qualità italiani nel Regno unito, negli Usa e in Asia (non commercia carne, tiene a precisare). Qualche anno fa Linhart ha creato il marchio Vegamo per far produrre e distribuire cibi a base vegetale in alcuni grandi supermercati italiani. Secondo lei quei burger surrogati mandano un messaggio ambiguo, “come dire che rinuncio alla carne ma in realtà la vorrei”.

I surrogati della carne o del formaggio però “sono rivolti a persone che cercano cibo di qualità e buon livello nutritivo ma con meno grassi. Oppure a coloro che rifiutano gli allevamenti intensivi, o che vogliono avere la coscienza a posto circa l’ambiente, senza rinunciare ai sapori abituali”, dice Linhart. Del resto, l’industria dei surrogati usa poco il termine “vegano” e preferisce plant based, a base di piante. Si rivolge ai cosiddetti consumatori flessibili, gli onnivori che preferiscono meno prodotti animali nella loro dieta. Nel mondo anglosassone sono stati definiti flexitarians. Albino Russo parla di “vegani part time”, che alternano prodotti vegani e non.

I produttori di surrogati puntano proprio a loro. “Il nostro target sono i flexi”, dice Roberto Grimoldi, direttore commerciale di Biolab. “Ci siamo limitati a seguire lo sviluppo del mercato”, spiega. “Le multinazionali del burger surrogato hanno creato un mercato nuovo, e noi l’abbiamo seguito. E se sul burger siamo andati al traino, con gli affettati abbiamo innovato”. Si tratta di una combinazione di soia, cereali, semi oleaginosi, addensanti, e aromi naturali, tagliati in modo da ricordare bresaola, carpaccio, roastbeef. L’azienda di Gorizia distribuisce burger e affettati in vaschette pronte in alcuni grandi supermercati italiani e in una catena specializzata in prodotti bio; esporta anche in vari paesi europei, “ma dobbiamo fare a gomitate con le multinazionali”, dice Grimoldi. “Anche in questo non facciamo che seguire il mercato”, spiega Santinelli. “Il consumatore passa sempre meno tempo in cucina, rispetto anche solo a vent’anni fa. Forse la pandemia ha un po’ cambiato le cose, ma sul lungo periodo la tendenza è questa. Il tempo ‘risparmiato’ in cucina lo riempie l’industria alimentare con le confezioni di affettati pronti, i cibi precotti, verdure già lavate, minestre e zuppe da scaldare in pochi minuti”.

Oggi la Biolab occupa il sito di un ex mattatoio chiuso una ventina d’anni fa: “L’abbiamo comprato all’asta fallimentare nel 2016 e ristrutturato”, racconta Santinelli. “Dove prima soffrivano gli animali ora lavoriamo soia e spinaci. Una sorta di riscatto”.

Il paradosso nel mercato rionale
Un etto di mortadella affettata al momento, un paio d’etti di formaggio, macinato per il ragù, ravioli e pasta fresca. Anche qui tutto è rigorosamente di origine vegetale: però non siamo in un supermercato ma in un mercato rionale di Roma. Nel box di Barbara Cullari si trovano i prodotti “surrogati” confezionati, ma il punto forte del suo Vegan Store sono i cibi sfusi venduti a peso. “Non volevo l’ennesimo negozio alternativo. Ho deciso di aprire un banco in un mercato perché volevo creare un paradosso: tra i banchi del pesce e i salumieri ci sono anche io, con i prodotti freschi, l’affettatrice e la bilancia”.

Trovare i prodotti sfusi è stata un’impresa. “In questo settore non era previsto, è tutto preconfezionato. Ho dovuto contattare i produttori e chiedere che mi fornissero pezzi interi che io possa vendere al dettaglio” , spiega Cullari, “credo di aver letteralmente creato un mercato”. Solo alcuni piccoli produttori italiani hanno accettato: “Le ditte più grandi e note vendono per lo più attraverso la grande distribuzione, sia quella generale sia quella specializzata in prodotti biologici. A volte sono vincolati da accordi esclusivi”.

Eppure il suo banco è ben rifornito, perché “sta sorgendo un artigianato vegan”, osserva Cullari. Il tofu fresco è di un produttore della zona dei Castelli Romani. Anche il seitan e il tempeh sono artigianali. Così la pasta, l’imitazione del bacon, i formaggi fatti in Toscana. “Molti produttori locali puntano sui cibi della tradizione italiana”.

Spesso sono piccole o piccolissime aziende a conduzione familiare, sparse dal nord al sud della penisola. Come Natura e Bontà, fondata tre anni fa da Grazia Lorusso e suo marito a Ravenna, che lavorano il tofu e producono seitan (un concentrato di proteine dei cereali) con semi oleaginosi o altri ingredienti per farne crocchette, straccetti, bistecche, cotolette. “Vogliamo conquistare l’onnivoro”, dice. Distribuisce per vendita diretta, in parte online, in pochi negozi a Roma e in Puglia, alcuni punti vendita affiliati a una nota catena di prodotti bio. La sua è una piccola produzione, ogni settimana lavora una cinquantina di chili di ingredienti: “Tutto artigianale, confezionato a mano, sterilizzato al forno, senza conservanti né additivi, tutto biologico certificato”.

È una piccolissima impresa artigianale anche quella fondata ad Aversa da Salvatore Vicario, Dario Ferrara e Raffaele Serpe, rispettivamente laureato in odontoiatria e chef, proprietario di un pub, avvocato. Hanno cominciato a lavorare al loro progetto a marzo 2020, e a settembre hanno cominciato a sfornare un macinato e delle polpettine che sembrano carne rossa. Erano spinti dalla ricerca di “un futuro più pulito” e dal desiderio di innovare, dicono i tre soci, che raggiungo con Skype nelle cucine del pub di Dario Ferrara, diventato il loro stabilimento.

Abbiamo cercato un prodotto valido per consistenza e sapore, ma senza ingredienti di origine animale”, spiega Vicario. È convinto che l’umanità dovrà abituarsi a “un nuovo concetto di alimentazione” per preservare il pianeta. “Ridurre il consumo di carne è una necessità ambientale, oltre che etica. Volevamo innovare e pensiamo di aver dimostrato che si può fare anche in modo artigianale”, aggiunge. Spiega di aver cercato di riprodurre l’umami, termine giapponese che indica uno dei cinque sapori fondamentali percepiti dal palato umano (insieme a dolce, salato, amaro e acido). “È il gusto che persiste quando si mangia carne. Noi siamo riusciti a ricrearlo mescolando alcuni vegetali e spezie in una sorta di concentrato”. Combinato con soia, piselli e aromi debitamente trattati può assumere l’aspetto e il sapore di carne macinata. Dopo mesi di prove e di studio sulle confezioni, i tempi di scadenza, le etichette, oggi i tre soci distribuiscono confezioni di macinato, burger e polpettine in alcuni negozi tra Napoli, Aversa e Roma con il marchio Umamamì. “Vogliamo conquistare anche i non vegani”, aggiunge Ferrara, “ragù e polpettine sono cibi della tradizione campana, sono parte della convivialità”.

Il cibo vegano sta diventando una moda e ci si buttano a capofitto le multinazionali? Ben venga, aprono la strada a consumi alternativi”, dice Raffaele Serpe.

Così siamo tornati al paradosso iniziale. Partiti da motivazioni etiche, animaliste, ecologiche, siamo arrivati a “un’industria alimentare inserita nel circuito di quella convenzionale, e con molta tecnologia”, osserva Pompea Gualano. Piccole produzioni artigianali a parte, è un’industria dominata da pochi marchi “a base vegetale” e dalla grande distribuzione organizzata. “Alcuni puristi storcono il naso di fronte all’imitazione della carne e alla spregiudicatezza di certe aziende che fabbricano da un lato salumi, dall’altro surrogati vegani. Ma gli animalisti sono pragmatici, tutto ciò che sostituisce la carne è visto con favore”. Fosse pure un prodotto tecnologico venduto in vaschetta monodose al supermercato.

 

da qui

lunedì 8 febbraio 2021

Impronte umane sul pianeta Terra - Elena Camino

 

Dagli anni ’80 del secolo scorso a oggi sono stati elaborati numerosi strumenti concettuali per mettere in evidenza il crescente impatto esercitato dalle attività o impronte umane sul pianeta Terra. Questi strumenti sono stati associati a misure quantitative di grandezze fisiche (superficie di un territorio, massa di una sostanza, volume di un gas, ecc.), in modo da renderne più comprensibile il significato. 

Alcuni di questi strumenti concettuali hanno avuto larga diffusione, per la loro chiarezza e adattabilità a varie situazioni. Per esempio, il concetto di impronta ecologica, introdotto nel 1996, viene adesso ampiamente utilizzato sia nelle scuole, sia nelle pubbliche amministrazioni.

Il 22 gennaio 2021 è entrato in vigore il Trattato ONU per la Proibizione delle Armi nucleari (Treaty of Prohibiting Nuclear Weapons – TPNW), che decreta l’illegalità delle armi nucleari: questa decisione storica – anche se di non immediata attuazione – può aiutarci a riflettere su altro strumento concettuale che potrebbe essere molto utile proporre: l’impatto della crescente presenza di sostanze radioattive sul nostro pianeta, che sta rendendo il nostro pianeta sempre meno confortevole per tutti i suoi abitanti: quelli presenti, e quelli che vivranno nei prossimi secoli.

L’IMPRONTA ECOLOGICA

L’idea di misurare in modo quantitativo ma intuitivo  le ‘tracce’ che le società umane – dai singoli individui alle Nazioni, fino alla comunità globale – lasciano sul nostro pianeta, i due Autori canadesi Mathis Wackernagel e William Rees hanno introdotto nel 1996 il concetto di ‘Impronta ecologica’ nel loro libro Our Ecological Footprint: Reducing Human Impact on the Earth.

L’impronta ecologica misura l’area biologicamente produttiva di mare e di terra necessaria a rigenerare le risorse consumate da una popolazione umana e ad assorbire i rifiuti prodotti. Nel 1961 l’umanità usava il 70% della capacità globale della biosfera, ma nel 1999 era arrivata al 120%. Poi, dall’inizio degli anni 2000, stiamo consumando sempre più velocemente le risorse e i servizi che la natura ci offre: stiamo intaccando il ‘capitale naturale’ contraendo dei debiti che renderanno sempre più difficile la vita alle generazioni future.

Attualmente l’umanità – nel suo insieme – sta consumando l’equivalente di 1,6 Terre: da un lato preleviamo troppe risorse rispetto ai tempi necessari alla natura per riprodurle; dall’altra produciamo troppi rifiuti, che si accumulano sul suolo, negli oceani, nell’atmosfera.


L’artificiale supera il naturale!

Nel 2020 alcuni studiosi hanno fornito una nuova informazione per documentare il dilagante impatto umano sul pianeta, pubblicando sulla rivista Nature i risultati di una lunga e complessa serie di misure da cui risulta che la massa globale di ‘cose’ prodotte dall’umanità ha superato la biomassa di tutti i viventi.  Si tratta di materiale edile, plastiche, metalli… insomma, tutto ciò che viene prelevato dalle componenti geologiche e biologiche della natura, e trasformato in infrastrutture e oggetti ‘inanimati’.   


2

 

Questa quantificazione dell’impresa umana offre una caratterizzazione quantitativa, ma anche simbolica, secondo gli Autori dello studio, dell’epoca in cui viviamo: l’Antropocene.

L’era radioattiva

Antropocene è un termine introdotto ufficialmente dalla comunità scientifica il 29 agosto 2016 quando – dopo numerose riunioni e discussioni – il Working Group on the Anthropocene, istituito dalla Commissione Internazionale sulla Stratigrafia, comunicò che l’impatto umano sul pianeta è diventato così esteso e profondo, che richiede di individuare il periodo geologico in cui viviamo come una nuova era: l’Antropocene [1].  

Gli studiosi hanno preso in esame vari eventi che potessero funzionare come ‘marcatori’ dell’inizio di questa nuova epoca, tra cui l’aumento esponenziale del consumo di risorse (segnalato dall’impronta ecologica), oppure l’aumento della concentrazione di CO2 in atmosfera (conseguente alle attività produttive alimentate dai combustibili fossili). Il nuovo traguardo prima citato (la produzione di cose artificiali che supera la massa complessiva dei viventi) non era ancora stato raggiunto. La scelta finale degli scienziati è caduta sugli elementi radioattivi prodotti dalle esplosioni di ordigni nucleari, a partire dal primo test nucleare, il 16 luglio 1945 ad Alamogordo, nel Nuovo Messico. Negli anni successivi, dopo i tragici bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, fino al 1998 furono compiuti test nucleari (con una media di una esplosione ogni 9,6 giorni!) che lasciarono tracce facilmente rilevabili in atmosfera, negli organismi viventi, nelle acque oceaniche.

Barry Commoner (1917-2012), biologo e pacifista statunitense, era già un attivista negli anni della guerra  fredda, nel periodo in cui furono più intense e frequenti le esplosioni di bombe nucleari nell’atmosfera, con una intensa ricaduta, su tutto il pianeta, dei prodotti radioattivi di fissione degli esplosivi nucleari.   Nel 1958 Commoner costituì insieme ad altri un comitato di protesta contro le bombe atomiche e iniziò la pubblicazione di un notiziario, «Nuclear  information», divenuto, nel 1964, «Scientist and Citizen», e trasformato, nel 1969, nella rivista mensile «Environment». 

La biologa Rachel Carson (1907-1964) è nota soprattutto per il suo  libro ‘Primavera silenziosa’, in cui denunciò con forza i rischi legati all’uso indiscriminato di alcune sostanze chimiche usate come insetticidi (come il DDT).  Collaborò anche con Commoner e altri studiosi nel denunciare il pericolo delle emissioni radioattive.  Nel 1964 tenne un discorso a un convegno di 1500 medici in California, in cui spiegò dettagliatamente come i radionuclidi derivanti da depositi di scorie nucleari o da tests svolti in atmosfera si spostavano lungo le catene alimentari e venivano dispersi fino a luoghi remoti come l’Artico, dove danneggiavano i bambini allattati al seno dalle loro mamme Esquimesi.

Radioattività “pacifica” e “sostenibile”?

Come ho ricordato in un articolo di alcuni giorni fa, il 1º luglio 1968 fu sottoscritto da USARegno Unito e Unione Sovietica un Trattato di Non Proliferazione degli Armamenti Nucleari (Treaty on the Nonproliferation of Nuclear Weapons (NPT) che entrò in vigore il 5 marzo 1970Francia e Cina vi aderirono nel 1992.  L’articolo IV del Trattato assicurava tuttavia a ciascuno degli Stati membri il diritto a usi pacifici della tecnologia nucleare: “…tutti gli Stati membri hanno il diritto inalienabile a sviluppare ricerca, produzione e uso dell’energia nucleare per scopi pacifici, senza discriminazioni. […].

Era il periodo in cui si pensava che l’energia atomica avrebbe portato benessere a tutta l’umanità, fornendo una forma di energia economica, ambientalmente pulita, e sicura. Si sottolineò con enfasi l’importanza della cooperazione internazionale per sviluppare nuove applicazioni dell’energia nucleare, specialmente nei aree in cui erano presenti Stati che non possiedono armi nucleari,con la dovuta considerazione per le esigenze delle aree in via di sviluppo del mondo.

Nonostante la complessità della filiera, gli enormi investimenti finanziari, i vincoli di sicurezza richiesti per la costruzione di una centrale nucleare, il moltiplicarsi di incidenti e le segnalazioni dei rischi associati  all’eventuale uso bellico, la produzione di energia da fonte nucleare si è diffusa in molte parti del mondo. Come segnala lo studioso Stephen Herzog in un recente articolo, L’Agenzia Internazionale per l’Energia atomica(International Atomic Energy Agency – IAEA) presenta una lista di 220 reattori attualmente impiegati per la ricerca nucleare in 53 Stati, e 440 reattori per la produzione di energia, presenti in 30 Paesi.

Dalle miniere alle scorie – una tragica eredità per le prossime generazioni

Immaginando di guardare il nostro pianeta da ‘fuori’ e misurare le fonti di radioattività che dalla Terra emettono verso lo spazio, scopriamo che in numerose aree del mondo sono presenti luoghi di emissioni radioattive – alcuni noti, altri segreti o sconosciuti – che contribuiscono a caratterizzare questo periodo geologico come ‘radioattivo’.  Al materiale radioattivo legato alla filiera di produzione militare occorre aggiungere quello che riguarda la costruzione di centrali per la produzione di elettricità: molte di esse sono ormai arrivate a fine vita, e dovrebbero essere dismesse. Questo crea un grave problema del ‘decommissioning’: non basta infatti smantellare gli impianti, ma occorre provvedere alla decontaminazione finale di tutti i materiali radioattivi.   

Se dalla nostra postazione ‘fuori’ dal pianeta volessimo avvicinarci, in molti luoghi scopriremmo altri indizi della presenza di radiazioni: sono i segni delle conseguenze drammatiche che la radioattività ha lasciato sulle popolazioni umane e negli ambienti naturali.

Conseguenze di test nucleari

In un articolo pubblicato pochi mesi fa da due studiosi francesi, Jean Marie Collin e Patrice Bouveret, per conto della Heinrich Böll Foundation e di ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons France), ricordano che le conseguenze delle esplosioni atomiche sperimentali sono ancora presenti oggi in molte parti del mondo, e costituiscono ancora un importante rischio per la salute umana e degli ecosistemi.

Tra gli esempi che citano vi è il caso della Francia, che tra il 1960 e il 1996 eseguì 17 test nucleari in Algeria e 193 nella Polinesia francese. In Algeria, in particolare, la Francia decise di ‘seppellire’ tutti i materiali contaminati nel deserto; ancor oggi non è noto dove e quanto materiale radioattivo vi è stato sepolto. La situazione della Francia non è unica: attualmente sono numerosi i luoghi in cui le aree in cui sono stati eseguiti test nucleari da vari stati sono state malamente o per nulla decontaminate, e non si è mai provveduto a registrare i danni umani, né tantomeno a risarcire le vittime.  

Miniere di uranio e danni alla salute

La pericolosità del lavoro nelle miniere di uranio era ben nota fin dai tempi della 2° guerra mondiale: dal 1944 al 1986 quasi 30 milioni di tonnellate di minerali di uranio sono stati estratti in territori della Nazione  Navajo.  Molte comunità di indiani Navajo lavorarono in queste miniere, e spesso le loro famiglie abitavano in stretta vicinanza con le aree di scavo. Attualmente le miniere sono state chiuse, ma è rimasta una eredità contaminata: più di 500 miniere abbandonate sono ancora radioattive, così come molte abitazioni e fonti d’acqua.  

La miniera di Jaduguda, nello stato del Bihar, in India, ha iniziato le operazioni nel 1967. E’ la prima e più importante delle miniere di uranio di questo Paese. Più di 35.000 persone vivono in vicinanza di questo complesso di scavi e operazioni minerarie, e per molti anni hanno denunciato gli effetti devastanti sulla salute delle persone; numerose sono le testimonianze di deformità congenite, infertilità, problemi respiratori, aborti nei villaggi vicini agli scavi.

Tra le aree in cui in Australia sono stati identificati depositi di uranio, e avviati lavori di scavo per l’estrazione del minerale che lo contiene, molte sono situate in zone che le popolazioni locali considerano sacre.  Ciò non ha impedito alle imprese interessate di avviare le estrazioni, approfittando del fatto che la maggior parte delle comunità indigene non ha diritti di proprietà sulle terre abitate da millenni.

Stati Uniti, India, Australia… sono solo alcuni esempi tra i tantissimi che da decenni denunciano la presenza di gravi problemi sanitari e di danni ambientali nelle aree (molte delle quali in territori abitati da popolazioni indigene) in cui ‘nasce’ la filiera dell’uranio.

Uranio impoverito e poligoni di tiro

Lungo la filiera che porta alla costruzione di centrali nucleari e di materiale bellico viene prodotto un materiale di scarto che contiene varie miscele di isotopi dell’uranio: l’uranio ‘impoverito’ (depleted uranium – DU): essendo un materiale di elevata densità, è stato impiegato sia per uso civile (contrappesi stabilizzatori di aerei) sia per uso militare, per la costruzione di proiettili ad altissimo potere penetrante.

La tragedia dell’uranio ‘impoverito’ inizia molti anni fa. Nel 1978 il Pentagono annuncia la produzione di proiettili con uranio impoverito; da allora questi proiettili sono stati utilizzati in moltissimi campi di battaglia (dall’Irak all’Afganisthan, fino ai Balcani) creando crescente allarme per gli i numerosi e devastanti effetti tardivi, a lungo termine, provocati dall’uso di queste particolari munizioni.

Molti soldati che hanno partecipato ad azioni di guerra utilizzando quei tipi di proiettili hanno manifestato nei mesi e anni successivi gravi patologie, riconducibili alle nanoparticelle generate dalle esplosioni a grandissime temperature dei metalli pesanti presenti nelle munizioni con DU. Numerosi luoghi in cui sono stati usati proiettili di questo tipo sono tuttora fonti di prodotti tossici che continuano a danneggiare l’ambiente e la salute dei residenti.  Anche in zone di pace si sono manifestate patologie collegate all’uso di uranio impoverito. Per esempio in Sardegna, nei poligoni di tiro, cioè nelle aree occupate dall’esercito e dagli alleati NATO per sperimentare nuove forme di armi.

Quali discariche per le scorie radioattive?

Più di un quarto di milione di tonnellate di rifiuti altamente radioattivi si trova immagazzinato nei pressi delle centrali nucleari e dei luoghi di produzione di materiale bellico: 90.000 tonnellate solo negli Stati Uniti. Questi rifiuti, che continuano a emettere radiazioni e danneggiano la salute umana e l’ambiente, sono da anni – molti da decenni – in attesa di essere trasferiti in modo permanente in depositi geologici: ma nessuno finora è pronto ad accoglierli. In questa attesa, i serbatoi di contenimento – acciaio, vetro, altri materiali – sono soggetti a naturale corrosione e degrado, che si sta già manifestando.

Come accennato altrove, la ricerca di luoghi adatti a conservare, lontano dagli umani e dagli ecosistemi, i rifiuti prodotti lungo tutte le tappe delle filiere dell’uranio è ancora irrisolta: per anni ogni luogo che sembrava adatto si è rivelato inadeguato, e solo da qualche anno si intravede qualche soluzione.  L’orientamento attuale è quello di scavare dei buchi profondissimi, raggiungendo zone in cui gli scambi con il mondo esterno siano ridotti al minimo, e stivare lì – in enormi depositi – il ‘pattume’ più pericoloso, quello che continuerà a emettere radiazioni per decine di migliaia di anni. Due siti sono in fase avanzata di costruzione, uno in Finlandia e l’altro in USA: raggiungeranno profondità di 500 – 600 metri, e da qui si accederà a enormi ‘stanze’ in cui verranno accumulati questi rifiuti ‘speciali’.  Un grande recinto di terra battuta circoscriverà l’imboccatura superficiale della struttura di smaltimento sotterranea.

Ma come avvisare le future generazioni che forse popoleranno la Terra tra decine di migliaia di anni, facendo capire che non dovranno assolutamente entrare all’interno di quei siti? Queste persone non parleranno le lingue che usiamo adesso, avranno altri simboli, altri modi di comunicare. Per il sito americano (Waste Isolation Pilot Plant – WIPP) una delle proposte è illustrata qui: Spike Field, in cui minacciose punte di pietra posizionate in modo caotico si slanciano verso l’alto. Una penosa testimonianza della stupidità umana del XXI secolo…

Un traguardo collaterale importante – nel diffondere la notizia dell’approvazione del Trattato ONU, che dichiara illegali le armi atomiche – può essere anche quello di ridurre il tragico lascito radioattivo alle generazioni future, sottolineando l’insostenibilità di tutte le filiere nucleari. 

 

NOTA. Non ho affrontato il tema delle applicazioni della radioattività a settori diversi dalla produzione di energia e dalla costruzione di armamenti. Un articolo divulgativo pubblicato da Enrico Mainardi (Ansaldo Energia) passa in rassegna numerose altre applicazioni che implicano l’uso diretto o indiretto dell’energia nucleare e della radioattività. I più significativi campi di applicazione riguardano l’industria, il settore alimentare e ambientale, la geologia e l’archeologia, la medicina, ecc. In campo medico in particolare sono in pieno sviluppo nuove applicazioni, sia ad uso diagnostico che terapeutico.

Sarebbe interessante e utile capire in che misura questo specifico uso della radioattività incide nella produzione globale di emissioni radioattive, e come sia possibile orientare questo campo di ricerca e di applicazione in modo da minimizzarne l’impatto lungo tutta la filiera.


[1] Nuclear Waste in the Anthropocene. Uncertainties and Unforeseeable Timescales in the Disposal of Nuclear Waste | GAIA 26/2 (2017): 96–99 |

 

da qui