domenica 7 febbraio 2021

La diseguaglianza più clamorosa - Roberto Ciccarelli

Quando guarderemo indietro al 2020 ricorderemo il mondo organizzato come una piramide. Alla base c’erano 3,8 miliardi di persone poverissime, il cui reddito non superava l’1% della ricchezza planetaria.

Il vertice era stato occupato da un commando di 2.153 super-miliardari che detenevano la stessa ricchezza detenuta da 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione mondiale. Era il tempo in cui il 46% di persone viveva con meno di 5,50 dollari al giorno, mentre chi continuava a lavorare nei paesi del capitalismo occidentale diventava sempre più povero.

C’è un’immagine della miniera inferno scattata da Sebastião Salgado a Serra Pelada in Amazzonia che può dare un’idea più precisa.

Migliaia di minatori lottano contro il fango per risalire il cratere della miseria in cui sono sprofondati. Una moltitudine di miserabili che cercano di risalire dal fango arrampicando scale di fortuna, mentre la vetta si allontana sempre di più. Ricordiamo questa immagine: è il capitalismo del XXI secolo.

È questo il mondo rappresentato in «Time to care – Aver cura di noi», il nuovo rapporto sulle diseguaglianze sociali ed economiche pubblicato ieri da Oxfam alla vigilia del Forum economico mondiale di Davos. È il mondo che sfrutta i molti e mette ricchezze eccessive nelle tasche di pochi ricchi.

È il mondo dove il potere economico è detenuto dagli uomini, la cui ricchezza cresce indipendentemente dal fatto che il valore che aggiungono alla società corrisponde alla ricchezza che accumulano.

Questo capitalismo è «sessista e sfruttatore» si legge nel rapporto. Il dominio di classe e quello patriarcale sono fondati sullo sfruttamento del lavoro di cura non retribuito delle donne alle quali il rapporto Oxfam dedica un significativo approfondimento.

Questo lavoro consiste nel prendersi cura dei bambini, dei malati e degli anziani, svolgere la maggior parte del lavoro domestico, lavorare precariamente ed essere tra l’altro soggette alla violenza sociale e a quella in famiglia. Le donne lavorano ogni giorno 12,5 miliardi e mezzo di ore senza retribuzione o riconoscimento, e dedicano innumerevoli ore in più a un lavoro di assistenza professionale sottopagato.

Oxfam ha provato anche a ipotizzare un valore possibile di queste ore: almeno 10,8 trilioni di dollari all’anno, tre volte le dimensioni dell’industria tecnologica mondiale. Sono approssimazioni, utili per dare l’idea dell’eccesso e della sproporzione del potere attuale.

La situazione può essere descritta in termini marxiani, oggi diffusi anche nelle analisi del lavoro di cura: il lavoro di cura è essenziale alla creazione del valore, ma la forza lavoro che lo produce è invisibile. Inoltre le vite e gli stili di vita dei super-ricchi dipendono dalla sua attività. «Questo lavoro non permette di liberare tempo, energie e risorse per poter accedere ad un lavoro retribuito, incide sul tasso di frequenza scolastica delle donne e delle giovani ragazze», sostiene Misha Maslennikov, policy advisor di Oxfam.

Il rapporto si concentra sul continente africano, soprattutto l’Africa subsahariana, ma è chiaro che si sta parlando di un rapporto di potere costitutivo del capitalismo oggi.

Il rapporto formula una critica del «predominio dell’economia neoliberale» fondata sulla deregolamentazione e sulla riduzione della spesa pubblica, mentre assiste complice e impotente alla creazione di monopoli sempre più grandi nei settori del cibo, della farmaceutica, dei media, finanza e tecnologia. La scelta di campo è netta: «Questi monopoli, e i ricchi azionisti che li sostengono, sono responsabili dell’accelerazione della disuguaglianza economica – si legge – Permettono a queste società, e agli azionisti, di estrarre profitti dal mercato e di condividerli tra loro.

Questo alimenta direttamente l’accumulo di ricchezza per pochi, a spese dei cittadini comuni, rendendo ancora più difficile la riduzione della povertà». Circa un terzo della ricchezza miliardaria proviene dall’eredità. Alcuni individui come il presidente Usa Trump ereditano miliardi di dollari.

La ricchezza ereditaria ha creato una nuova aristocrazia che rafforza un potere tramandato da generazioni. I super-ricchi usano il patrimonio anche per pagare meno tasse, impiegando eserciti di consulenti specializzati nell’elusione e nell’evasione fiscale.

«Un miliardario è un fallimento politico». Costruire una società più giusta, libera dalla povertà estrema, richiede la fine della ricchezza estrema, precisa Oxfam. Dal punto di vista di una critica dell’economia politica, il fallimento per una società coincide con il successo del Capitale. Restiamo nell’esigente attesa del tempo in cui «la parte di redentrice delle generazioni future», di cui parlava Walter Benjamin nelle sue tesi sulla filosofia della storia, sarà di nuovo interpretata dagli sfruttati e dagli oppressi. E sarà più facile immaginare la fine del capitalismo, e non quella del pianeta.

Fonte: il manifesto

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sabato 6 febbraio 2021

La diga “fondamentale” che nessuno vuole - gruppodinterventogiuridicoweb

 

E’ una storia davvero singolare quella della diga Sant’Antonio, nel bel mezzo della più estesa foresta del Mediterraneo, nella vallata di Gutturu Mannu, nei Comuni di Uta e Assemini (CA).

La diga n. 702 dell’archivio nazionale, a gravità ordinaria in calcestruzzo, altezza 20 metri con un invaso di 200 mila metri cubi di acqua, è stata realizzata tra il 1956 ed il 1957, collaudata il 10 gennaio 1958, dalla Società Mineraria Siderurgica Ferromin s.p.a. e successivamente trasferita in proprietà alla Società Vinalcool (atto notarile del 4 agosto1967). Serviva a fornire acqua ed energia elettrica alla vicina miniera di San Leone, chiusa alla metà degli anni ’60 del secolo scorso.

E’ classificata “grande diga” ai sensi della legge n. 584/1994 (invaso di oltre un milione di metri cubi di acqua o altezza superiore a 15 metri) ed è sottoposta ai fini della tutela della pubblica incolumità alla vigilanza, controllo ed approvazione del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti – Ufficio Tecnico per le Dighe di Cagliari.

E’ bene ricordare che “la ditta concessionaria non ha mai ottemperato totalmente, nonostante i ripetuti richiami, alle prescrizioni del disciplinare di concessione ed a quelle contenute nei verbali di visita ispettiva periodica dell’Ufficio Dighe di Cagliari, come è risultato dai sopralluoghi che hanno permesso di constatare il perdurare dello stato di degrado della diga e delle opere accessorie e la mancata osservanza delle disposizioni dell’Ufficio Tecnico per le Dighe e del Servizio del Genio Civile di Cagliari che in data 14.1.2015 ha emesso, nei confronti del concessionario, apposita ordinanza di ingiunzione (n. 1163/28), per l’esecuzione dei suddetti lavori, rimasta disattesa”.

Il Servizio genio civile di Cagliari (amministrazione regionale) ha provveduto ad alcuni, insufficienti, lavori per la messa in sicurezza nel 2015.  Sarebbero stati necessari ulteriori interventi dell’importo complessivo di 800 mila euro.

La concessione idrica in favore della Società privata è scaduta, per cui “la diga … risulterà priva di gestore e conseguentemente priva del soggetto preposto alla realizzazione delle necessarie opere di adeguamento e della necessaria vigilanza e controllo ai fini della pubblica incolumità e sicurezza”.

Fin da 2015, “l’Assessorato dei Lavori Pubblici ha … invitato le amministrazioni territorialmente competenti (Provincia e Comuni) e tutti gli Assessorati della Regione Sardegna perché, qualora interessate alla gestione dell’opera mediante la propria struttura o mediante Ente controllato, facessero pervenire una comunicazione di interesse riferita all’invaso …”.

Silenzio di tomba, nessuna disponibilità manifestata.

Conseguentemente, con deliberazione Giunta regionale n. 36/10 del 14 luglio 2015, l’Amministrazione regionale Pigliaru decise “di disporre per la rimozione della diga ed il ripristino dell’alveo, delle sponde e delle arginature”.

Successivamente, “l’ENAS ha rilevato che nonostante lo stato di abbandono dell’invaso vi è la reale possibilità di conseguire senza particolari criticità il ripristino delle condizioni di sicurezza dello sbarramento, rendendosi disponibile alla realizzazione delle opere necessarie”, mentre il neo-costituito Ente Parco naturale regionale di Gutturu Mannu e il Consorzio di Bonifica della Sardegna meridionale hanno manifestato “interesse alla conservazione e utilizzo dell’invaso sul Rio Gutturu Mannu”, sebbene “non sussistono ancora le condizioni per l’ acquisizione di impegni formali”.

Insomma, tante parole, ma pochi fatti.  Tuttavia, la Giunta regionale (sempre Amministrazione Pigliaru) decise “di sospendere quanto disposto” con la precedente deliberazione del 2015 “in considerazione della possibilità di affidamento in gestione e del mantenimento del bene” (deliberazione Giunta regionale n.8/26 del 19 febbraio 2019).

Passano inutilmente quasi due anni e la nuova Amministrazione regionale Solinas, con deliberazione Giunta regionale n. 64/55 del 18 dicembre 2020, “avendo constatato l’assenza di manifestazioni di interesse da parte dei potenziali gestori pubblici e permanendo una grave situazione di rischio per la pubblica incolumità e sicurezza, considerato che la diga non può proseguire l’esercizio in mancanza di un gestore ovvero del soggetto preposto alla cura e alla vigilanza delle opere”, decide nuovamente “di disporre la dismissione definitiva della diga ‘S.Antonio sul rio Gutturu Mannu’ e il ripristino dell’alveo, delle sponde e delle arginature”.  

Dopo la notizia resa pubblica dal giornalista Angelo Pani, apriti Cielo!

Il sindaco della Città metropolitana di Cagliari Paolo Truzzu e il presidente dell’Ente Parco naturale regionale di Gutturu Mannu (nonché sindaco di Uta) Giacomo Porcu scrivono (8 gennaio 2021) al Presidente della Regione Solinas per evitare la demolizione della diga, il responsabile di Prociv Italia Emilio Garau fa altrettanto, analoga richiesta da parte di Giacomo Porcu, stavolta come sindaco di Uta (14 gennaio 2021) e da parte della sindaca di Assemini Licheri, così come il consigliere comunale sardista di Capoterra (nonché consulente del Presidente della Regione Solinas) Franco Magi, nonché i consiglieri regionali (Riformatori Sardi) Michele Cossa e Sara Canu.

Stavolta mancano certi capipopolo calibro 12, ma il coro è ampio e parte anche una petizione.

Tutta questa passione per la difesa dell’invaso nelle foresta mediterranea del Sulcis è davvero molto bella, ma – per quanto riguarda i rappresentanti degli Enti pubblici territoriali – è credibile quanto una moneta da 3 euro e 33 centesimi.

Ma se davvero tanto ci tenete all’invaso, perché in ben cinque anni non si siete fatti avanti per chiedere di assumerne la gestione, con i doveri che ne discendono?

Città metropolitana, Ente Parco, Comuni di Uta e di Assemini, chi volete prendere in giro?

Tanto fumo e nulla di concreto.

L’invaso di S. Antonio, avente valore di archeologia industriale, ha certamente una rilevante funzione positiva sia perché costituisce una riserva idrica utile per il mantenimento della biodiversità nella più estesa foresta del Mediterraneo (parco naturale regionalesito di importanza comunitaria e zona di protezione speciale “Foresta di Monte Arcosu” – ITB041105) e rappresenta un importante contributo alla campagna antincendio annuale, ma la gestione di una diga e del relativo invaso prevede obblighi di gestione, mantenimento e vigilanza previsti dalla legge.

Meno chiacchiere, meno vestitini stracciati, meno post su Facebook e più fatti concreti.

 

Gruppo d’Intervento Giuridico odv

 

https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2021/02/01/la-diga-fondamentale-che-nessuno-vuole/#more-25553

venerdì 5 febbraio 2021

India nel caos

 

India: precipita nel caos la mobilitazione contadina convocata per Republic Day - Daniela Bezzi

Bilancio assolutamente provvisorio di un 26 gennaio 2021, Festa delle Repubblica Indiana che – come purtroppo si temeva – ha messo a ferro e fuoco per ore la città di Delhi. E ha registrato l’impensabile: la “conquista” del Lal Quila, il Forte Rosso, monumento-simbolo della Capitale non solo perché grondante di storia, ma perché fu proprio da qui, dall’alto di un suo pinnacolo, che allo “scoccare della mezzanotte… all’alba di un risveglio alla vita e alla libertà” Nehru pronunciò quel suo famoso discorso all’India finalmente liberata dal colonialismo britannico, il 15 agosto 1947.

La foto della bandiera del Nishan Sahib (particolarmente sacra per i devoti del Guru Nanak), che sventola dalla sommità di un alto palo, portata fin lassù da un dimostrante sfuggito (chissà come) a ogni controllo, ha segnato il momento culminante di questa drammatica giornata – e purtroppo non a favore del Movimento contadino, la cui leadership si è infatti già dichiarata estranea all’iniziativa.

Ma andiamo con ordine. Dopo il 20 gennaio scorso, data in cui la coalizione delle organizzazioni contadine confermava l’intenzione di inscenare una propria autonoma celebrazione del Republic Day, non in antagonismo ma piuttosto in pacifica successione con la parata ufficiale, è cominciato il palleggio delle responsabilità tra alte sfere del Governo, Corte Suprema e Forze dell’Ordine – per concludere che trattandosi di un problema di Ordine Pubblico, toccava alle Forze dell’Ordine accordare o negare o negoziare un qualche permesso. E per un paio di giorni la situazione è rimasta in apprensivo stand by, fino alla notizia del permesso accordato, ed era il 22 gennaio. Da quel momento si è aperto il più difficile negoziato circa l’itinerario – dibattito non facile anche all’interno della Coalizione contadina, tra chi premeva per un percorso di “massima riconoscibilità” il più possibile centrale; e chi riteneva sufficientemente importante il fatto di sfilare in compatto rombo di trattori subito dopo la Parata ufficiale, lungo un percorso necessariamente largo e quindi periferico, anche per agevolare il confluire delle varie rappresentanze contadine.

Ed ecco l’appello diramato proprio ieri dal Samyukt Kisan Morcha:

«Stiamo per scrivere una pagina storica. Mai prima d’ora la popolazione di questa Repubblica aveva sfilato in una parata di questa natura, dal basso, alla Festa della Repubblica… Ecco le regole che dovreste osservare…»

e seguiva una lunga serie di regole, tra cui al punto 8:

«L’obiettivo è conquistare pacificamente il consenso della popolazione, massimo rispetto dunque per le donne, oltre che per i giornalisti. Quanto ai Poliziotti, molti di loro sono figli di contadini sebbene in divisa, evitare qualsiasi provocazione…». 

E in un tripudio di adesioni da ogni parte dell’India, per segnalare l’arrivo di nuove delegazioni, o per la quantità di simili sfilate contadine in programma in vari altri stati, il fatidico Republic Day è iniziato in mattinata con la solita blindatissima Parata, quest’anno priva di dignitari dall’estero Causa Covid – mentre dalle varie aree periferiche di Delhi si mettevano in moto i trattori.

I primi scontri sono cominciati alle 10 con lo sfondamento delle barricate che la polizia aveva eretto già dal 26 novembre scorso a Singhu: secondo gli accordi sarebbe toccato alle Forze dell’Ordine aprire gli accessi, ma solo dopo la fine della Parata ufficiale. Stessi incidenti poco dopo a Ghazipur, e a macchia d’olio anche al nevralgico incrocio ITO, già dentro Delhi. Lacrimogeni, guerriglia, ci scappa un morto (per una brutta caduta dal suo trattore, così sembra), la situazione è fuori controllo, caos totale.

Sono da poco passate le 13, quando un consistente drappello sfonda ogni barriera e “conquista” il Forte Rosso. Scene impressionanti di dimostranti, alcuni armati di spadoni, che letteralmente assediano un’architettura quanto mai iconica – si dirà poi che ad attizzare i ‘facinorosi’ c’è un certo Deep Sidhu, attore famoso che già da tempo interferiva in vari modi con la leadership consolidatasi unitariamente all’interno del Movimento Contadino.

Tralascio di rievocare nei dettagli il succedersi di una giornata che a un certo punto ha visto persino il black out di Internet in alcuni punti dello sparso assedio tutt’intorno Delhi – mentre i filmati giravano no stop sui canali TV, con la prevedibile ridda delle speculazioni e dei commenti, circa le molto probabili infiltrazioni persino dall’estero (secondo alcune testimonianze), oltre all’ovvia pista delle mai sopite aspirazioni di separatismo.

Di certo in una manciata di ore si è incrinata quell’immagine di formidabile compattezza e unità che in oltre 60 giorni di mobilitazione il Movimento era riuscito a proiettare, guadagnando il favore di ampi strati della popolazione anche tra le classi medie, senz’altro tra gli studenti (che oggi erano in tanti con le loro bandiere in piazza, per manifestare piena solidarietà).

E inevitabilmente, nonostante la netta presa di distanza del Fronte Contadino, il dibattito sarà monopolizzato nei prossimi giorni dagli inquietanti interrogativi circa le identità, gli oscuri obiettivi e i probabili mandanti di quelle “schegge impazzite” che il Movimento ha già disconosciuto.

Tutto questo non potrà che indebolire la richiesta di abrogazione delle famose tre leggi, all’origine di un contenzioso che mirabilmente durava da mesi, che negli ultimi 60 giorni era diventato esemplare manifestazione di chiarezza strategica e fermezza – e da domani in poi si troverà probabilmente a confronto con il dissidio peggiore che un Movimento sociale possa immaginare, quello interno.

A tutto vantaggio di quelle forze che non vedrebbero l’ora di mettere le mani sul ricco agro-business di un intero sub-continente.

da qui



India: due sfilate, due mondi - Elena Camino

 

A Delhi – centro e periferia

Con una popolazione di più di 30 milioni di abitanti (e con un aumento annuale di circa il 3%) Delhi è una sterminata area metropolitana nel nord dell’India, una delle città del mondo abitate da più tempo in modo continuativo, situata lungo le rive del fiume Yamuna. Nuova Delhi, sede del governo e dei maggiori uffici amministrativi, è una piccola porzione situata all’interno della ‘grande’ Delhi.

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Qui, nello stesso giorno, il 26 gennaio 2021, erano previste due grandi sfilate. La prima, organizzata dal governo, era stata preparata per celebrare il 72° anniversario della Repubblica. Era prevista una imponente parata militare e una sfilata di carri in rappresentanza di tutti gli stati dell’India, lungo Raj Path, la grande arteria che porta dal monumento al milite ignoto fino a Rashtrapati Bhavan, dove risiede il Presidente della Repubblica. La seconda sfilata, organizzata da una quarantina di associazioni di agricoltori, aveva ottenuto l’autorizzazione a percorrere con i trattori un percorso più periferico, e sarebbe partita dopo la conclusione della parata ufficiale.

I contadini (arrivati in un numero stimato tra 200mila e 300mila) erano accampati dal 25 novembre 2020 nelle numerose periferie di Delhi. Protestavano contro l’approvazione da parte del governo – avvenuta senza consultarli – di tre leggi agrarie che essi consideravano molto dannose per il loro lavoro e per le loro stesse vite. Ma il governo non aveva finora accettato di ascoltare le loro richieste. Non solo non aveva ritirato le leggi contestate, ma rifiutava di discuterne con i loro rappresentanti per trovare una soluzione soddisfacente per tutti.

L’incidente

Mentre i 40 leaders dei sindacati e delle associazioni di contadini (riuniti nell’associazione temporanea Samyukta Kisan Morcha) portavano avanti, settimana dopo settimana, dei tentativi di negoziazione con i rappresentanti del governo, lo stesso Ministro dell’Agricoltura aveva espresso il suo apprezzamento per la natura disciplinata e pacifica della protesta: i contadini accampati alle porte di Delhi erano educati, rispettosi, si aiutavano tra loro condividendo gli spazi e il cibo. Analoghi apprezzamenti erano stati espressi dalla stampa nazionale e internazionale.

Un altro aspetto positivo che aveva caratterizzato i due mesi di protesta era stato il carattere unitario e laico del movimento. Al di là delle diverse religioni e schieramenti politici, le decine di migliaia di contadini accampati ai margini della città di Delhi trovavano un obiettivo comune condividendo la loro condizione di gente abituata al duro lavoro nei campi.

Secondo una versione dei fatti, durante la sfilata i trattori trovarono molte strade inaspettatamente sbarrate. Polizia e forze paramilitari impedivano l’accesso alle migliaia di persone che erano arrivate per unirsi al corteo, che si trovarono così a vagare per la città senza sapere dove andare.  Secondo la versione del governo invece i contadini che guidavano i trattori forzarono in più punti i blocchi stradali e invasero strade che non erano consentite. La polizia provò a fermarli mettendo dei bus di traverso, ma i trattori li investirono per farsi largo, provocando gravi danni ai mezzi.  

A un certo punto una parte del corteo di trattori deviò dal percorso concordato, e dopo aver sfondato le transenne, raggiunse il Forte Rosso. Ne seguirono scontri tra polizia e manifestanti, con molti feriti in entrambi i gruppi.

Le prime conseguenze

Nei giorni immediatamente successivi il governo ha preso durissimi provvedimenti non solo contro il gruppo responsabile dell’incidente, ma contro tutte le migliaia di contadini che nei mesi precedenti avevano manifestato pacificamente il loro dissenso.  In molte zone della periferia di Delhi i contadini che si erano accampati con tende e cucine durante i due freddi mesi trascorsi sono stati fatti sloggiare con brutalità. Si sta procedendo a centinaia di arresti tra i sostenitori della protesta contadina. Sostenitori del movimento dei contadini, anche se non partecipanti direttamente alle iniziative, sono stati accusati di atti eversivi: persino attivisti – come Medha Paktar – che per tutta la vita hanno manifestato e dimostrato in modo nonviolento.

Bharat Dogra, un autore e giornalista studioso di Gandhi, che in questi giorni sta commentando la situazione, cerca di mettere in guardia il governo: «coloro che sono impegnati in metodi pacifici di protesta hanno un ruolo positivo molto importante in ogni vera democrazia. Come la storia ha dimostrato più volte, la repressione e la soppressione delle proteste pacifiche e disciplinate equivale a un invito a proteste violente e incontrollate, e il governo dovrebbe tenerlo presente prima di intraprendere azioni indebite contro negoziatori pacifici e altri leader. Anche il governo ha la sua parte di responsabilità nel mantenere la pace e nel consentire le condizioni di protesta pacifica in una democrazia».

La storia tragicamente si ripete?

Sia durante il giorno stesso in cui sono avvenute le sfilate e gli incidenti, sia nei giorni successivi, si sono accavallate decine di narrazioni che i mass media – in India e in tutto il mondo – hanno trasmesso agli ascoltatori. Mentre i media schierati con il governo hanno sottolineato il carattere violento e pericoloso degli incidenti avvenuti, nell’opposizione qualcuno ha ricordato con angoscia un episodio avvenuto negli anni 20 del secolo scorso, quando Gandhi lanciò la prima iniziativa Satyagraha, invitando la popolazione alla non collaborazione con gli Inglesi.

Il 4 settembre 1920 Gandhi lanciò il Movimento di non cooperazione – Satyagraha (che includeva il rifiuto di svolgere lavori e attività che potessero sostenere il governo e l’economia inglesi in India), con l’obiettivo di conseguire l’autogoverno e l’indipendenza.

All’inizio di febbraio 1922, a Chauri Chaura, nell’Uttar Pradesh, dove un gruppo di partecipanti al Movimento si era radunata per protestare contro diverse questioni locali, la polizia le picchiò e arrestò i loro leader. Ne seguirono degli scontri e la situazione degenerò: la polizia sparò, e i manifestanti diedero alle fiamme la stazione di polizia, causando la morte di 23 persone, tra poliziotti e funzionari.  Mentre Gandhi iniziava un digiuno di penitenza, sentendosi colpevole di non aver valutato a sufficienza l’immaturità della popolazione rispetto alla lotta nonviolenta, il governo inglese proclamò il coprifuoco, imprigionò 200 persone e ne condannò a morte 172. La sentenza fu confermata per 19 di esse, mentre 110 furono condannate all’ergastolo.

Molti temono che la storia si ripeta. Un movimento che da tempo rivendica in modo nonviolento le proprie ragioni, rischia di essere spazzato via a causa di una mancanza di disciplina, di autocontrollo, di immaturità… Il potere non aspetta altro che un passo falso per riportare nel paese ‘legge e ordine’. Ma in questo modo si rischia un’escalation di violenza difficilmente controllabile.

In queste ore si segnalano centinaia di arresti, e gravi atti di intimidazione contro gli agricoltori ancora presenti a Delhi. Il Coordinamento delle Associazioni indiane per i diritti democratici (CO-ORDINATION OF DEMOCRATIC RIGHTS ORGANISATION -CDRO) ha ufficialmente condannato queste iniziative del governo.

In seguito a ordini comunicati dal governo statale giovedì notte (il 28 gennaio) centinaia di poliziotti in tenuta antisommossa sono scesi in una delle aree periferiche in cui i contadini si erano accampati nei mesi scorsi, per farli sgomberare.  L’acqua e l’elettricità del campo sono state interrotte.

Immagini a confronto

Sono numerosissime le foto e le riprese video disponibili in rete, che documentano le due sfilate che nella stessa giornata – il 26 gennaio 2021 – hanno percorso il centro e la periferia di Delhi. A guardarle con attenzione si trovano i segni che svelano la presenza, non esplicita ma drammaticamente presente e radicata, di una forma di violenza assai più temibile degli scontri intorno al Forte Rosso. Emerge la violenza strutturale di un Paese che ha destinato nel 2019 alle spese militari 71,1 miliardi di dollari, con un incremento dl 6,8% dall’anno precedente. Dai dati del SIPRI risulta che l’India è tra le 5 potenze mondiali che hanno speso di più in armamenti militari. Secondo alcuni esperti le rivalità e le ‘tensioni’ tra l’India e i suoi vicini Pakistan e Cina sono tra le principali cause dell’incremento di spese militari degli ultimi anni.

Mettendo a confronto le riprese televisive che hanno accompagnato le due sfilate. Da un lato si vedono uomini (e qualche donna) orgogliosamente seduti su trattori stracarichi di gente con abiti e turbanti colorati – tra di loro molti anziani. È un corteo disordinato e fantasioso. La parata militare invece è impeccabile. Giovani uomini e donne che marciano in perfetta sincronia di fianco a cannoni, missili, sagome di aerei e di sommergibili. L’orgoglio dell’India si esibisce nelle divise, nelle armi, nei corpi speciali (dalla marina ai cavalleggeri ai corpi speciali antiterroristi), nella sincronia dei passi…

Dai numerosi video e siti si possono vedere immagini, che illustrano questi due mondi, che si sono sfiorati – a pochi km di distanza – nel 72° anniversario della Repubblica Indiana. Di seguito qualche esempio.

https://ruralindiaonline.org/en/articles/i-feel-like-i-am-flying-when-driving-a-tractor/

A conclusione della parata militare si assiste alla sfilata dei carri, che illustrano la varietà delle regioni e delle culture di questo grande Paese. Non poteva mancare Gandhi, con il suo filatoio. Un’icona ormai svuotata di senso nell’India del potere militare e delle multinazionale, ma forse ancora un esempio da seguire nel cuore e nello spirito dell’India rurale, ancora presente a Delhi – mentre scrivo – a rivendicare in modo nonviolento i diritti della componente più preziosa del paese, la gente dei villaggi.     

Va tutto bene

Mentre non si erano ancora placati gli animi, né chiarite le circostanze in cui erano avvenuti gli scontri a New Delhi, il Primo ministro dell’India, Narendra Modi, il 28 gennaio è intervenuto in teleconferenza al World Economic Forum di Davos. Ha informato i ‘presenti’ dei successi ottenuti dall’India nel combattere la pandemia, lanciando il più grande programma di vaccinazione del mondo e salvando l’umanità da una immane tragedia. Egli ha poi sottolineato che l’India ha fatto rapidi progressi in quattro fondamentali aspetti dell’Industria 4.0 (connettività, automazione, intelligenza artificiale ed elaborazione-dati in tempo reale. Rivolgendosi ai partecipanti ha assicurato la comunità globale che il successo dell’India sarà di aiuto per il mondo intero.

Nel frattempo migliaia di contadini, ancora accampati nelle varie periferie di Delhi, rifiutano di andarsene finché le loro richieste non saranno ascoltate, mentre è stato ordinato da squadre di poliziotti in divisa antisommossa di provvedere a far sgombrare le aree da persone, tende, trattori.

da qui


giovedì 4 febbraio 2021

Chiediamoci quanto è verde il Recovery Plan - Stefano Lenzi

Il Piano nazionale per la ripresa e la resilienza (PNRR), che ha assunto il titolo di “Next Generation Italia” si basa, sulla carta, su tre pilastri: Digitalizzazione/Innovazione, Transizione Ecologica, ed Equità/Inclusione, in coerenza con lo strumento europeo (Next Generation EU) proposto per fare uscire il continente dalle secche della gravissima crisi economica, sanitaria ed ecologica legata all’epidemia da Covid-19.

Ormai sappiamo tutti che l’Italia è la maggiore beneficiaria dei Fondi UE (per complessivi 209 miliardi di euro) e che perciò ricade sul nostro Paese la maggiore responsabilità in Europa di essere all’altezza della partita, come del resto è stato nella prima fase dell’emergenza sanitaria.

Il nostro Piano, ribattezzato appunto “Next Generation Italia” dal Consiglio dei ministri del 12 gennaio scorso che lo ha approvato, è dal 15 gennaio all’esame delle commissioni Bilancio e Affari europei dei due rami del Parlamento italiano che dovranno esprimere un parere sui suoi contenuti. Contenuti che, a quanto pare, sono stati al centro del confronto politico che ha portato alla crisi di governo.

Ma, come spesso succede, il confronto tra le forze politiche sembra che sia stato limitato ad alcuni aggiustamenti importanti sull’assegnazione delle quote dei fondi messi a disposizione dall’Europa, senza rivedere e rafforzare i contenuti innovativi e “di sistema” della proposta di Piano. Il Recovery Plan italiano, così viene anche chiamato nella pubblicistica, si articola in 6 diverse “Missioni”: 1. Digitalizzazione, Competitività e Cultura; 2. Rivoluzione Verde e Transizione Ecologica; 3. Infrastrutture per una Mobilità Sostenibile; 4. Istruzione e Ricerca; 5. Inclusione e Coesione; 6. Salute.

C’è voluto prima il Wwf e poi la Campagna Sbilanciamoci! – confortati dalle valutazioni del Servizio studi della Camera e del Senato trasmesse alle Camere il 25 gennaio – per rilevare come le risorse destinate ad uno dei tre pilastri del PNRR, quello della “Missione 2”, risultassero sottostimate, e non di poco. Infatti il Piano votato dal Consiglio dei ministri prevede che a questo fine siano destinati 69,80 miliardi di euro, che costituiscono il 31% delle risorse complessivamente messe in campo dal PNRR italiano (il totale è 223,9 miliardi di euro).

L’Europa chiede che venga destinato almeno il 37% dei PNRR ad azioni per contrastare il cambiamento climatico e alla tutela della biodiversità, a cui si può aggiungere una quota del 3% di fondi destinati a interventi per il clima (come chiariscono le “Linee guida” della Commissione europea per la redazione dei PNRR, risalenti al 22 gennaio scorso). Quindi appare evidente che il governo italiano debba chiarire come abbia intenzione di rispettare formalmente la richiesta dell’Europa e soprattutto cosa voglia fare di sostanziale per sostenere la decarbonizzazione dell’economia e difendere la natura d’Italia.

La Commissione europea vuole un dettaglio degli strumenti messi in campo, vuole sapere ad esempio da quale “mucchio” vengano le risorse allocate per le diverse componenti delle Missioni, Paese per Paese. In questo caso la cifra che “balla” non è irrilevante (il 6% in meno equivale a oltre 13,4 miliardi di euro). Ma la Commissione vuole comprendere anche come i fondi verranno spesi, visto che all’Italia manca, ad esempio, la definizione una long term strategy di decarbonizzazione, che avrebbe dovuto essere presentata nel gennaio 2020 e che dovrebbe servire a verificare la coerenza del Piano. Per non parlare della tutela e valorizzazione della biodiversità, a cui non viene assegnato nel PNRR italiano nemmeno un euro. Mentre sia le “Linee guida” che la “Bozza di Regolamento” chiariscono come si debba specificare quanto viene destinato alla protezione della natura e alla tutela dei siti della “Rete Natura 2000”, che sono siti di pregio tutelati dalla Ue.

Ciò che non appare ancora pervenuto nella percezione del governo italiano è che tutelare e valorizzare la natura d’Italia, significa sostenere uno degli asset portanti del rilancio competitivo del nostro Paese nel mondo, perché le nostre pregiate risorse naturali (l’Italia ha una delle più ricche biodiversità d’Europa), insieme ai beni archeologici, artistici e culturali, fanno parte della ricchezza nazionale.

Continua ad esserci poca convinzione sulle scelte green. Tanto che, mentre ad altre “Missioni” sono state assegnate nel tempo maggiori risorse, alla “Missione 2 – Rivoluzione Verde e Transizione Ecologica”, come ricordato dal Wwf in occasione dell’audizione sul PNRR dell’1 febbraio davanti alla commissione Bilancio della Camera della Campagna Sbilanciamoci!, nel tempo si è avuto un taglio di 4,6 miliardi di euro dei fondi assegnati a questo titolo. Nella prima bozza del PNRR del 6 dicembre 2020, infatti, alla “Missione 2” erano stati assegnati 74,4 miliardi di euro, mentre la proposta di Piano approvata in Consiglio dei ministri il 12 gennaio scorso, come abbiamo visto, assegna 69,8 miliardi di euro, nonostante l’ammontare complessivo delle risorse rese disponibili dal Piano sia cresciuto, passando dai 193 miliardi iniziali ai 223 miliardi di euro attuali.

Anche a proposito di innovazione il governo deve chiarire. La quota di “progetti in essere”, cioè di interventi già finanziati, sull’ammontare complessivo delle risorse messe in campo dal Piano raggiunge la ragguardevole quota del 28% e nel caso specifico della “Missione 2” arriva  addirittura al 45,5%. Non si tratta di una questione di lana caprina, perché, come chiarisce il dossier dei Servizi studi di Camera e Senato, bisogna capire perché il PNRR faccia una distinzione tra questi e i progetti classificati come “nuovi” e, di conseguenza, bisogna avere un dettaglio dei contenuti all’interno dei progetti in essere più rilevanti per rendersi conto se siano coerenti o meno con le finalità dello strumento “Next Generation EU”.

Non finisce qui. Un altro nodo è quello relativo ai fondi destinati, sempre nell’ambito della “Missione 2”, all’efficientamento energetico e alla ristrutturazione degli edifici che pesano per il 42,2% (pari a 29,55 miliardi) dei fondi messi a disposizione per la “Rivoluzione Verde e la Transizione Ecologica”. Di questi il 26,4% (ovvero 18,51 miliardi) vanno al superbonus del 110% per l’efficientamento energetico e sismico destinato all’edilizia residenziale pubblica e privata. Per carità, nobile fine, ma forse si dovrebbe fare un pensiero se destinare una quota così rilevante dei fondi europei per sgravi che potrebbero essere garantiti con risorse nazionali.

Da notare che a interventi di grande rilevanza per il futuro verde e sostenibile del Paese il PNRR dedica incomprensibilmente poche risorse. Alla tutela del territorio dal rischio idrogeologico  – quindi, per far fronte ad una delle maggiori emergenze che assillano la comunità nazionale – vengono destinati solo 3,61 miliardi di euro, pari ad appena l’1,6% dell’ammontare complessivo delle risorse messe in campo dal Piano. Per l’economia circolare, elemento strategico che dovrebbe trainare la riconversione ecologica dell’apparato produttivo, si assegna la magra cifra di 4,5 miliardi, corrispondente al 2% del totale.

Anche in questo caso però non si tratta solo di quantità, quanto di qualità del progetto. Perché non è chiaro, dalle descrizioni contenute nel “Next Generation Italia”, quanti siano i progetti per contrastare il rischio idrogeologico proposti dalle Regioni che giacevano da anni nei cassetti. E neanche quanti di questi progetti abbiano come obiettivo anche il miglioramento dello stato ecologico dei corsi d’acqua (a cui destinare almeno una quota del 20% dei finanziamenti disponibili, come richiesto dal decreto legge n. 133/2014).

Per l’economia circolare, poi, sembra che si punti semplicemente ad intervenire puntando a realizzare impianti per la valorizzazione degli scarti e la chiusura del ciclo dei rifiuti oppure per la costruzione di impianti industriali per ridurre, a valle, l’utilizzo di materie prime. Mentre farebbe la differenza dedicare a questo obiettivo fondamentale le risorse riunite in un Fondo specifico che sostenesse la realizzazione di interventi innovativi quali quelli dedicati alla simbiosi industriale, al riciclo chimico, al riciclaggio dei rifiuti, all’attivazione di sistemi di riutilizzo di prodotti, in coerenza con le azioni indicate nel Piano europeo per l’economia circolare delle 11 marzo 2020.

Farebbe la differenza non solo dedicare almeno una parola, che invece non c’è, alla progressiva cancellazione dei Sussidi Ambientalmente Dannosi (SAD). O addirittura pensare ad una filiera dello smontaggio, del recupero e del riuso dei materiali derivanti dallo smantellamento delle piattaforme per l’estrazione degli idrocarburi liquidi a gassosi. E anche, contemporaneamente, alla messa in sicurezza e bonifica dei siti dove si sono svolte per decenni queste attività, non più compatibili con un Paese che deve emanciparsi dalle energie fossili.

Le commissioni parlamentari stanno lavorando come se la crisi di governo non ci fosse. Qualsiasi governo emerga da questa crisi, di certo non potrà ignorare il lavoro sin qui fatto sul PNRR. Speriamo solo che abbia la piena consapevolezza dei limiti della proposta di Piano sinora elaborata e abbia quel coraggio e quella visione che, coniugate, con un sano realismo, possano davvero garantire un futuro sostenibile ad un Italia capace di innovare il suo affaticato e non dinamico sistema economico e produttivo.

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mercoledì 3 febbraio 2021

Come nella dominazione inglese - Francesco Gesualdi

 

Settimane di colloqui e una sentenza della Corte Suprema non sono bastate a rassicurare gli agricoltori indiani che anzi hanno intensificato le loro proteste fino a prendere d’assedio la capitale proprio il 26 gennaio, anniversario dell’entrata in vigore della Costituzione indiana.  

Gli scontri violenti hanno lasciato dietro di sé un morto e decine di feriti, ma gli agricoltori indiani non ci stanno a subire passivamente dei provvedimenti che al di là delle motivazioni contingenti legate al Covid hanno come effetto di lunga durata quello di abbattere il sistema di salvaguardia dei prezzi agricoli. Un tema estremamente sensibile in un paese dove la popolazione rurale rappresenta ancora il 65% della popolazione totale: 895 milioni di persone che dipendono dalla generosità della terra.

Ma la generosità da sola non basta se la terra è maldistribuita e i prodotti mal pagati. Due aspetti che in India, come in molti altri paesi del mondo, lasciano molto a desiderare.

Secondo gli ultimi dati Fao, in India solo l’1% degli agricoltori possiede appezzamenti che vanno oltre i dieci ettari di terra, per un’estensione totale pari al 13% di tutta la terra agricola.

Per contro l’81% degli agricoltori possiede meno di due ettari di terra che complessivamente rappresentano il 38% di tutta la terra agricola. Appezzamenti del tutto insufficienti a sostenere nuclei familiari che a volte superano i sette componenti. E i risultati si vedono: in India il 30% della popolazione rurale è sottoalimentata.

Da tempi immemorabili l’India è afflitta dall’iniqua distribuzione delle terre che paradossalmente la rivoluzione verde introdotta negli anni sessanta del secolo scorso ha acuito perché  ha reso l’agricoltura più costosa e quindi sempre più presidiata da proprietari facoltosi.

Distribuire la terra in maniera più equa è una scelta non gradita al potere agrario e i politici difficilmente la compiono. Tuttavia negli anni successivi all’indipendenza, sotto la guida di Jawaharlal Nehru, collaboratore di Gandhi, in India vennero intraprese varie misure molto apprezzate dai piccoli coltivatori. Misure che non ampliavano la quantità di terra a loro disposizione, ma che cercavano di porre rimedio a un’altra piaga che aggravava la loro povertà. Il flagello si chiamava sottomissione ai signori locali, che essendo gli unici a poter acquistare i loro prodotti potevano imporre il prezzo che volevano.

Un potere di ricatto accresciuto dal fatto che oltre ad essere l’unico sbocco di vendita erano anche i banchieri o per meglio dire gli usurai della zona, gli unici ai quali i contadini potevano rivolgersi per ottenere un prestito.

E quando la terra è poca e i raccolti magri e malpagati, il debito è l’unico modo per sopravvivere. Ma se chi presta è anche acquirente esclusivo di ciò che si produce, allora l’assoggettamento al suo potere di ricatto diventa totale. E fu proprio per rompere la spirale di strapotere che risucchiava i contadini negli abissi della miseria, se non della schiavitù,  che vennero  assunte due iniziative di particolare importanza.

La prima: l’istituzione di prezzi minimi da garantire agli agricoltori. La seconda: l’allestimento di mercati regolamentati, in cui svolgere le operazioni di compra vendita in maniera controllata. In India tali strutture sono semplicemente chiamate  mandi, termine hindi che significa mercato.

La loro caratteristica è che sono governati da appositi comitati  che oltre a mantenere l’elenco di tutti i soggetti autorizzati ad operare all’interno dei mercati regolamentati,  hanno il compito di   verificare la loro condotta, di incassare le dovute commissioni e di accertarsi che i produttori riscuotano il loro dovuto il giorno stesso della transazione.

Quanto alle modalità di vendita non sono ammesse trattative dirette, ma solo vendite tramite asta, in modo da evitare condizionamenti e ricatti tipici dei rapporti caratterizzati da asimmetria di potere. 

Gli agricoltori consegnano le loro derrate ad agenti autorizzati che  vendono i quantitativi al migliore offerente a partire da una base d’asta corrispondente al prezzo minimo fissato dal governo.

Ma va tenuto presente che l’India è uno stato federale e ciascuno dei 28 paesi che lo compone ha ampia autonomia decisionale. Per questo anche la legislazione relativa ai mandi ha caratteristiche diverse da uno stato all’altro. In certuni è solo un’opportunità offerta ai produttori. In altri è imposto come canale di vendita obbligatorio.  

In generale gli agricoltori apprezzano i mandi, ma c’è chi li critica aspramente ritenendoli  strutture antiquate e ferraginose sovraccariche di burocrati e intermediari che fanno lievitare  i prezzi al consumatore finale. 

Per di più li accusano di ostacolare il commercio fra i diversi stati della federazione indiana perciò ne chiedono l’eliminazione. Neanche l’attuale governo vede di buon occhio i mandi e prendendo spunto dalla necessità di intensificare i commerci via internet, come misura precauzionale anti-covid,   il settembre scorso ha emanato tre decreti che aprono la strada alla morte dei mandi, non tramite la loro chiusura d’impero, bensì una lenta strategia di corrosione.   

In effetti il triplice scopo dei tre decreti è quello di ridare impulso ai rapporti di compravendita condotti fuori dai circuiti controllati,  di fare tornare i prezzi  a fluttuare secondo il gioco della domanda e dell’offerta, di facilitare gli acquisti diretti fra produttori ed acquirenti appartenenti a stati diversi della federazione indiana.

In sintesi la parola d’ordine è liberalizzare ritenendo che mercato deregolamentato faccia sempre rima con efficienza e quindi arricchimento per tutti. Ma i piccoli contadini del Punjab, del Haryana, dell’Uttar Pradesh, temono che lo smantellamento dei mandi li riporti ai tempi  in cui erano alla totale mercé dei mercanti e ovunque sono scoppiate proteste, sfociate in scontri e blocchi stradali. “Senza controlli si torna a catene peggiori di quelle esistenti al tempo della dominazione inglese” hanno scritto sui loro cartelli.  

Eppure tutti riconoscono che oggi i mercati agricoli non sono più dominati da rozzi signorotti locali che vestono i panni degli usurai.

Tutti sanno che  la scena è dominata da  grandi imprese, addirittura di dimensione multinazionale, guidate da raffinati dirigenti di alta cultura ed alta competenza giuridica. Ma non per questo sono meno insidiose. Per sapere di cosa sono capaci   non è necessario andare in Africa o in Asia: basta interrogare   certi piccoli produttori di casa nostra, terzisti di  imprese alimentari o fornitori di supermercati.

Essi testimoniano di rischi climatici buttati interamente sulle loro spalle, di pagamenti dilazionati a 180 giorni, di pomodori pagati 20 centesimi al chilo rimessi sugli scaffali dei supermercati a due euro al chilo. Con inevitabili conseguenze sui lavoratori: il settore agricolo è fra quelli a più alta incidenza di lavoro nero che permette al caporalato di spadroneggiare. Tutti segnali di come la legge del contenimento dei costi sappia essere spietata quando non è mitigata dalla coscienza.

Iniquità, abusi, prepotenze, sono tanto più probabili quanto più ampie sono le asimmetrie di potere. E poiché le asimmetrie sono presenti ovunque, il dibattito su come contenerle e come impedire che sconfinino nel sopruso dovrebbe aprirsi ovunque.

Per questo ciò che si sta discutendo in India non è un affare solo loro, ma anche nostro. In ballo ci sono le gerarchie di valore, la funzione della legge, il ruolo della collettività. In una parola in ballo c’è il ruolo della politica che  Papa  Francesco esorta costantemente a sapersi liberare dalle sudditanze ideologiche e dagli interessi particolari per mettersi al servizio degli ultimi, della dignità umana, del bene comune.

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martedì 2 febbraio 2021

Dominerai le altre forme viventi - Annamaria Rivera


Nel lontano Duemila la casa editrice Dedalo pubblicò un volume, Homo sapiens e mucca pazza. Antropologia del rapporto col mondo animaleche, curato e introdotto da me, conteneva i saggi dell’antropologo Mondher Kilani, dell’etologo Roberto Marchesini, della filosofa Luisella Battaglia, oltre al mio.     

Rileggerlo oggi, al tempo della pandemia da Covid-19, induce a riflettere sull’assenza di lungimiranza dimostrata da politici e intellettuali, perfino da taluni scienziati, rispetto al rischio, del tutto fondato, che alla encefalite spongiforme bovina  (questo è il suo nome scientifico) altre epidemie o pandemie sarebbero susseguite se nulla fosse cambiato nel nostro rapporto con l’ambiente e con gli animali non umani: in particolare con quelli confinati e mercificati negli allevamenti intensivi e nei mattatoi industriali.

La loro reificazione e massificazione – scrivevo in quel volume – il loro confinamento e segregazione, la loro riduzione a macchine per la produzione di carne, latte o uova, si rivelano, infine, distruttivi non solo della vita e della salute degli animali ma anche di quelle degli esseri umani“. E aggiungevo che “la scoperta che l’encefalopatia spongiforme è trasmissibile dal bovino all’uomo non ha decisamente pregiudicato (…) la diffusa propensione occidentale a considerare la carne come un bisogno naturale e irrinunciabile”.

L’ugualmente diffusa abitudine di definire l’encefalopatia come morbo della “mucca pazza” – scriveva dal canto suo Mondher Kilani – era un chiaro indizio della propensione ad attribuire ai soli bovini la responsabilità di una catastrofe provocata dagli umani.

Allora – scriveva lo stesso Kilani – le autorità europee perseguirono “un vasto piano di soppressione dei vitelli nati da qualche giorno“. E oggi un altrettanto crudele quanto inutile olocausto si è ripetuto: a novembre scorso, in Danimarca – per fare un solo esempio – 17 milioni di visoni sono stati massacrati e gettati in enormi, orrende fosse comuni, ritenendo in tal modo di eliminare un ceppo mutato del Covid-19.

Eppure al tempo presente dovrebbe essere del tutto chiaro che a favorire i virus, le epidemie e le pandemie conseguenti è il nostro stesso sistema produttivo, che tuttora perpetua, se non moltiplica, gli allevamenti intensivi, utilizza combustibili fossili quali petrolio e carbone, inquina incessantemente e massivamente, incrementa la deforestazione, riducendo così l’habitat naturale di molte specie. In definitiva, epidemie e pandemie sono l’esito dell’abnorme predominio della specie umana sul resto delle forme viventi e del conseguente sconvolgimento degli equilibri del pianeta. Il che produce la perversa dialettica che induce a praticare costumi e stili di vita i quali, a loro volta, non fanno che avallare e favorire tutto ciò.

Insomma, la coazione a ripetere gli errori del passato sembra caratterizzare il comportamento degli umani anche rispetto a pandemie ed epidemie. Ancor meno c’è da illudersi quanto ai comportamenti della “gente comune”. Per fare un solo esempio, un evento pur così scioccante e doloroso, mortifero e di lunga durata quale la pandemia attuale sembra aver intaccato assai poco perfino il costume di sparare botti, petardi e fuochi d’artificio nel corso della serata-notte dell’ultimo giorno dell’anno: come se in tal modo si potesse esorcizzare i quasi due milioni di vittime di Covid-19 a livello mondiale e la prospettiva, del tutto realistica, di un 2021 che, nonostante i vaccini, sarà egualmente condizionato dal Coronavirus.      

Una tale usanza, già di per sé alquanto detestabile poiché altamente inquinante nonché irrispettosa dell’altrui tranquillità, oltre tutto è foriera, ogni anno, d’incidenti anche mortali: quest’anno a perdere la vita è stato un tredicenne che viveva in un insediamento rom di Asti e altrove ben 79 sono state le persone ferite, alcune gravemente.

Ma, come sempre, a pagare il tributo di vittime più alto sono stati i non-umaniA Roma, com’è noto, la sera-notte del 31 dicembre scorso, in via Cavour e in altre strade del centro, centinaia di storni sono morti a causa di botti, petardi, bombe da tiro e simili, che hanno sconvolto a tal punto quelle povere creature da provocare loro infarti letali, da farli sbattere, soccombendone, contro muri e finestre o addirittura contro cavi d’alta tensione.

Chi tuttora enfatizza il significato propiziatorio e la funzione di rito di passaggio di fuochi e simili – come se oggi coloro che sparano botti, petardi, bombe da tiro fossero consapevoli di un tale significato e di una tale funzione – in fondo perpetua l’idea che tutto ciò che è presuntamente primigenio, tradizionale, ancestrale vada preservato e perpetuato al di là dei contesti storici e sociali, al di là degli stessi gravi danni che il “rito” produce.  L’antropologo Marino Niola, pur riconoscendo che un tale “rituale” sia divenuto ormai “serbatoio di episodi di cronaca nera”, ammette, sì, che sia “sacrosanto fare dei controlli”, ma ritiene che sia “stupido vietare i botti”.

 

Per concludere: la coazione a ripetere, l’aspirazione a tornare al “mondo di prima”, la tendenza a perpetuare, come se nulla fosse accaduto, abitudini e costumi consueti quali il consumo di carne, la caccia, l’uso di pellicce animali, il quotidiano contributo all’inquinamento; insomma, l’incapacità di trarre da questa tragedia qualche lezione etico-politica da tradurre in prassi quotidiana: tutto questo espone noi umani, ma anche gli incolpevoli non umani, a un futuro costellato da epidemie e pandemie.

 

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lunedì 1 febbraio 2021

Della madre della vita si fa merce - Alex Zanotelli

Ritornando dall’Africa, uno dei miei impegni prioritari è stato quello della ripubblicizzazione dell’acqua, perché vivendo nella baraccopoli di Korogocho (Nairobi) e andando tante volte al giorno con la tanica a comprarmi l’acqua, ne ho capito subito il valore e l’importanza, prevedendo che sarebbe diventata l’oro blu. Difatti, con il surriscaldamento del Pianeta, questo bene diventa sempre più scarso, sempre più appetibile e sempre meno accessibile ai poveri.

E’ inaccettabile che l’acqua sarà quotata in borsa a Wall Street: una merce come il petrolio. E’ una notizia scioccante per noi, criminale perché ucciderà soprattutto gli impoveriti nel mondo.

Secondo l’Onu già oggi un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile e dai tre ai quattro miliardi ne dispongono in quantità insufficiente. Per questo già oggi ben otto milioni all’anno di esseri umani muoiono per malattie legate alla carenza di questo bene così prezioso.

Non dimentichiamoci che di tutta l’acqua che c’è sul Pianeta, solo il 3% è potabile e di questo un terzo è direttamente utilizzabile dall’uomo per bere. Il resto è usato dall’agribusiness e dall’industria.

E le previsioni per il 2025 sono drammatiche: due terzi della popolazione mondiale affronterà scarsità d’acqua grazie a temperature sempre più infuocate, a scioglimento dei ghiacciai, a deforestazione… E avremo così sempre meno acqua potabile e a pagarne le conseguenze saranno milioni e milioni di impoveriti.

Ecco perché sono rimasto pietrificato alla notizia che il 7 dicembre scorso l’acqua è diventata in California un ‘future’, un termine tecnico per dire che l’oro blu è entrato nel mercato azionario e ora si può scommettere sul suo valore futuro, come il petrolio e l’oro.

Il dado è tratto! L’Onu ha reagito subito affermando che non si può dare un valore all’acqua come si fa con altri beni commerciali. Nel 2010 l’Onu aveva affermato: «L’accesso all’acqua potabile e servizi igienico-sanitari sono tra i diritti umani universali e fondamentali».

Papa Francesco cinque anni fa nella Laudato Si’ aveva già parlato dell’acqua come «diritto alla vita» (un termine riservato in campo cattolico all’aborto o all’eutanasia). L’acqua è Vita! Tutta la vita che c’è sul Pianeta è nata dall’acqua: è la madre di tutta la vita. Come si fa a privatizzare la Madre? Questa è una bestemmia!

 

E’ da questi principi che è partito il nostro impegno in difesa della gestione pubblica dell’acqua che ci ha portato al Referendum (2011), quando 26 milioni di italiani hanno votato i due quesiti referendari: l’acqua deve uscire dal mercato e non si può fare profitto su questo bene.

E’ l’opposto della direzione attuale del mercato: la Madre della vita diventa merce. Purtroppo dopo dieci anni costellati da ben sette governi, la decisione del popolo italiano non è mai stata tradotta in legge.

Trovo incredibile che i 5S (la loro prima stella è l’acqua pubblica!) non siano riusciti a trasformare il Referendum in legge ,nonostante le dichiarazioni del Presidente della Camera che legava la sua presidenza alla ripubblicizzazione dell’acqua. Mi meraviglio anche del Pd, che come partito di ‘sinistra’, dovrebbe essere in prima linea in difesa dei beni comuni.

Davanti a questa criminale decisione di ‘quotare’ l’acqua in borsa, mi appello al governo perché si affretti a ripubblicizzare l’acqua. Ne basterebbero due miliardi da trarre dal Recovery Fund. Invece il governo ha destinato 2.5 miliardi per infrastrutture idriche di adduzione per le reti territoriali.

Il Sole 24 Ore afferma che questa è la «leva per portare le gestioni idriche industriali nel Meridione». In poche parole i grandi colossi idrici del centro-nord (Iren,A2A,Hera, Acea) gestirebbero le reti idriche del Sud, con i soldi del Recovery Fund. Altro tradimento!

Ma i soldi del Recovery Fund dovrebbero essere usati anche per riparare i 300mila km di reti idriche che perdono il 50% dell’acqua. Questa è una delle Grandi Opere da realizzare, non la Lione-Torino o il Ponte di Messina.

A questo punto sarebbe opportuno un incontro del Forum italiano dei movimenti per l’acqua pubblica con i partiti al governo per discutere sia sulla legge bloccata in Commissione Ambiente che la minaccia alle reti idriche del Sud, nonché l’autorizzazione da parte del nostro governo all’incontro del Consiglio Mondiale (la lobby delle multinazionali dell’acqua!) nel 2024 in Italia.

Dobbiamo muoverci tutti perché azzerare il Referendum, sarebbe cancellare la nostra stessa democrazia. Significherebbe che sovrano non è più il popolo, ma sovrani sono i soldi. “Il denaro deve servire – ci ricorda Papa Francesco- e non governare».

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