mercoledì 27 novembre 2013

una lettera da Arzachena, dentro la tempesta Ruven

Caro direttore, ho 19 anni, abito ad Arzachena e frequento l’Università di Sassari. Scrivo queste poche righe a lei perché non ho la forza, né il coraggio di rivolgerle alla mia famiglia. Pochi giorni fa è venuta a mancare mia nonna, Anna Ragnedda di 83 anni, travolta dal nubifragio che ha colpito Olbia. Ripenso ancora a due mesi fa, quando mi faceva gli auguri per l’Università e immaginavo la gioia che avrebbe provato nel divenire bisnonna per la terza volta. È morta nella maniera peggiore, da sola, al primo piano del suo condominio, come un topo in gabbia, senza il conforto di una voce amica che potesse rassicurarla, senza che nessuno di noi potesse fare niente. Esprimere il dolore che ho nel cuore è estremamente difficile, perché le parole che fuoriescono dalla mia bocca sono solo inutili, insignificanti suoni che appaiono sempre più distanti, sempre più impotenti, sempre più insensibili. Ogni giorno chiamo mia madre. Il come stai che le rivolgevo qualche settimana fa si è trasformato in un frastornante silenzio inframmezzato da un cosa fai?, state bene?, grazie al cielo qui a Sassari va tutto bene, perché so perfettamente cosa prova, quale stato d’animo si cela dietro la sua voce fioca e tremolante, sempre più ansiosa per la mia stessa incolumità. Mi sento impotente, inutile…

domenica 24 novembre 2013

Urbanistica: avanti il prossimo idiota! - Fabrizio Bottini

Dato che il territorio è il posto su cui tutti, nessuno escluso, appoggiamo i piedi, tutti nessuno escluso hanno pienamente diritto ad esprimersi a proposito di organizzazione del territorio, vista la loro comprovata specifica competenza ed esperienza.   Esiste però, qui come sempre, un certo limite alle legittime espressioni dell’istinto induttivo: non è detto che quanto mi va bene qui e ora possa andar bene a tutti gli altri sempre e comunque. Soprattutto considerando che le trasformazioni del territorio sono per loro natura praticamente irreversibili, nel senso che restano lì per l’eternità, le appioppiamo non solo ai nostri contemporanei, ma a tutte le stirpi della discendenza settanta volte sette eccetera. Quindi andiamoci piano con l’istintiva induzione, mi scappa di fare una cosina e la lascio lì per sempre su tutto l’universo.
Ma andatelo a spiegare a certa politica dal fiato corto, sempre trafelata dietro la ricerca di facili consensi e pronta a tutto pur di aumentarli e orientarli ai fatti propri. In Italia proprio in questi giorni sono esposte agli occhi di tutti le arrampicate (orgogliose e ostentate arrampicate) sugli specchi di un presidente di regione a statuto autonomo che nega l’evidente. Ovvero il disastro di un certo modello di trasformazioni territoriali di fronte agli eventi naturali, solo per compiacere una certa sua committenza di interessi, ritenuti legittimi a prescindere perché dovrebbero (pura fede, e pure un po’ fanatica) contribuire ad arricchire tutti.
Preso dalla foga inciampa anche sul generale e sul particolare, mettendo ben in luce almeno un aspetto: delle cose che dice non glie ne frega niente, i suoi obiettivi sono altri, e nemmeno tanto nascosti. Sono quelli della fede cieca di cui sopra: l’ambiente serve a far quattrini da spendere in consumi voluttuari, se no che ci sta a fare? Il resto è poesia infantile…

sabato 23 novembre 2013

La annunciata tragedia in Sardegna: non deresponsabilizziamo i colpevoli - Giorgia Foddis

Una strana coincidenza quella che sto vivendo, una sarda alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici a Varsavia. L’evento è solenne, vi è assoluta urgenza di agire, occorre sensibilizzare la popolazione, fare pressione sui negoziatori per far si che il riscaldamento globale sia limitato, che i maggiori danni dall’accertato cambiamento climatico siano limitati. Nel mentre un violentissimo nubrifagio colpisce per l’ennesima volta la mia terra, causando morti, feriti, sfollati, distruzione.
Accade quindi che la triste vicenda che sta colpendo la Sardegna riceva la massima attenzione mediatica. Ne ha parlato la BBC, e, mentre pranzavo nella Food Court del National Stadium, pure la CNN mandava in onda un servizio di due minuti con immagini che mi hanno fatto passare l’appetito. In fondo, penso, dovrei essere contenta della pubblicità che sta avendo, almeno la tragedia non passa inosservata.
Eppure…
In tanti scrivono, in tanti provano a spiegare le cause di questo triste avvenimento. E allora ricorrono parole come cambiamento climatico e triste fatalità, a volte accostate a generici e deboli richiami alla necessità di fare prevenzione. L’impressione che si ha è che si sia impotenti, che non sia stato possibile fare nulla per evitare la calamità.
Non c’è ancora spazio per la parola ‘responsabilità’ in questi discorsi, eccetto rarissimi casi a livello regionale.
È vero, le precipitazioni sono state intensissime (circa 500mml, corrispondente alla quantità media di precipitazioni di un semestre). È vero, gli eventi ‘estremi’ sono già più frequenti e sono destinati ad esserlo ancora di più, come sottolineato dal V Rapporto dell’IPCC. È vero, è importante sensibilizzare la popolazione sul tema del cambiamento climatico. Eppure, in tanti usano questo argomento solo per deresponsabilizzarsi, si chiama ‘emergenza’ ciò che ormai è divenuto ordinarietà…

giovedì 21 novembre 2013

Il “Ciclone Cleopatra”, ennesima “calamità innaturale” - Raniero Massoli Novelli

Le immagini purtroppo osservate sui media circa la tragica alluvione in Sardegna dimostrano chiaramente che strade e ponti costruiti negli ultimi decenni nell'isola sono opere realizzate in maniera speculativa e collaudate perlomeno con approssimazione.
Le piogge sempre più forti e concentrate le manda Madre Natura ma le strade, i canali, i fiumi, i loro alvei, i versanti collinari e montani, sono gestiti dall’uomo.
Per tali motivi a mio avviso i 17 morti in Sardegna richiedono da un lato un ben diverso modo di progettare, costruire, collaudare; da un altro che si accertino le responsabilità di chi ha speculato sul territorio.
Sono decenni che i geologi a tutti i livelli denunciano la fragilità idrogeologica di gran parte del territorio sardo ed i rischi connessi con il costruire case e strade negli alvei fluviali od in zone franose. Inutilmente.
I fondi per sanare o limitare il diffuso rischio idrogeologico risultano sempre di meno, mentre al contrario le imprese, gli amministratori locali ed alla fine i politici da essi sollecitati, i fondi per costruire li trovano sempre. Infatti non sono pochi in Sardegna i casi di amministrazioni comunali che hanno premuto continuamente sugli uffici regionali per avere le autorizzazioni a costruire anche laddove è palesemente pericoloso.
Senza dimenticare la piaga degli incendi boschivi, un fenomeno che, assieme alla presenza diffusa di rocce impermeabili come i graniti,  facilita non poco la veloce discesa a valle delle acque meteoriche e rende le alluvioni sempre più pericolose e diffuse.

mercoledì 20 novembre 2013

L'alluvione sarda e i fantocci impiccati - Pino Cabras

Gli hanno dato molti nomi: ciclone, Cleopatra, uragano, bomba d'acqua. La mia terra gli ha dato un tributo di vite umane. Il presidente della regione Ugo Cappellacci, pronto ad aggiornare l'elenco di piaghe descritte nel Libro dell'Esodo, gli ha dato la definizione di "piena millenaria". La tempesta che ha rovesciato sui suoli sardi sei mesi d'acqua in appena mezza giornata ha saputo guadagnarsi così il primo posto nella borsa mediatica delle catastrofi, in Italia e nel mondo, prima di essere inevitabilmente sostituita da altre notizie.
I lutti e i danni, tuttavia, non sono tutti dovuti al meteo cinico e baro. Questa devastazione deriva da un equivoco di fondo che la Sardegna di oggi e l'Italia sin dai tempi del Vajont si portano dietro: avere un suolo prevalentemente montagnoso e collinare, ma percepirsi come un paese di pianura, dove la pianura ha dimenticato per sempre tutta quella inutile materia fangosa e "prevalente" che sta a monte.
È uno spazio addomesticato, quella pianura ideale, segnato da linee d'asfalto, case, scantinati, capannoni, e mille altri segni di "sviluppo" che la separano dal passato rurale e la proiettano in un mondo magico e progressivo che fa a meno della geologia.
Olbia alla fine della seconda guerra mondiale era un borgo di diecimila abitanti, oggi ne ha sei volte di più. E dove ha fatto il nido tutta questa gente nuova? Lo ha fatto là dove volevano gli speculatori e dove la portava la corrente dell'abusivismo: dove un tempo c'erano stagni e dove scorrevano magri torrenti.
Le "piene millenarie", proprio perché hanno memorie lunghissime, ricordano ogni tanto che dove il fiume è già passato tanti anni fa, prima o poi ci ripassa ancora…

venerdì 15 novembre 2013

vicini di casa



Commento di Alberto Contri:

In una notte di luna i vicini di casa di un giovanotto che si esercita alla batteria, si lamentano con lui per il rumore che esce dalla sua finestra disturbando tutto il circondario.
Il ragazzo decide di fare un esperimento, facendo uscire a tutto volume dal suo impianto Hi-Fi la registrazione di una litigata con rumori di botte e urla di una coppia.
Alle grida di aiuto di lei, però, nessuno si presenta alla porta del giovanotto, nemmeno per vedere cosa succede. Un altro bell’esempio di come una associazione che lotta contro la violenza alle donne sia stata capace di usare l’ironìa per sottolineare quanto il problema sia sottovalutato nella vita di tutti i giorni.