mercoledì 14 febbraio 2024

La sconfitta dell'agricoltura mediterranea spacciata per una grande vittoria degli agricoltori

  

Cari trattori, l’agricoltura industriale che difendete è il problema, non la soluzione - Paolo Pileri

Eccesso di zootecnia, consumo di acqua, monocolture a mais, sversamento di liquami, agrofarmaci, pesticidi, emissioni climalteranti, taglio di alberi, consumo di suolo e terre svendute alle grandi aziende dell’energia. Paolo Pileri mette in fila i temi schiacciati da chi non vuol cambiare rotta. Ma una luce (e un’alternativa) si vede

 

È un ritornello: lo abbiamo già visto. Appena qualcuno tenta una riforma della agricoltura di poco diversa dal solco del peggior consumismo, una fetta dell’agricoltura monta sui giganteschi trattori (comprati inutilmente e in parte con finanziamenti pubblici) e cerca di spaventare opinione pubblica e politica. Questa volta la prima non si sta per nulla spaventando e non sta offrendo solidarietà a prescindere, la seconda al solito ci casca.

Credo che gli agricoltori che protestano stiano clamorosamente sbagliando indirizzo: non devono prendersela con l’Unione europea che li finanzia da decenni né con gli Stati che pure li finanziano da decenni e pure quando ci sono calamità e stati di emergenza (non dimentichiamolo). Devono andare a protestare dalle loro associazioni di categoria che non li hanno aiutati quanto occorreva per farli transitare verso un’agricoltura più giusta, più sana, più pulita e verso quelli che si prendono l’80% dei contributi della Politica agricola comune (Pac) senza mai mettere piede in un campo. Se la devono prendere con chi impone loro agrofarmaci in abbondanza e sementi di un certo tipo per colture di un certo tipo (disastrose). Dopodichè è inutile che ci nascondiamo dietro un dito: l’agricoltura convenzionale o industriale, a seconda di come piace chiamarla, è solo e soltanto il prodotto di sacrifici ecologici immensi. Se non ci diciamo questo, non siamo onesti. E piacerebbe sentirlo da quelle facoltà di Agraria che ancora non riescono a scollarsi di dosso il mito della super produzione, costi quel che costi, mentre dovrebbero solo virare verso la sostenibilità a tutti i costi.

Dopodichè visto che i trattori alzano la voce, ricordiamo loro che la coscienza di un bel pezzo di agricoltura ha il colore dei fumi di scarico di quei mezzi. È infatti lunga la serie di fatti che non depongono certo a favore di un’agricoltura che si può autodefinire sostenibile né ecologica. L’eccesso di zootecnia (lo diciamo da tempo) è un problema. Innegabilmente un problema che genera un sacco di problemi all’ambiente e alle persone: eccesso di consumo idrico, monocolture a mais solo per produrre insilati, perdite energetiche in filiera, patologie sanitarie gravi per eccesso di consumo di carne, problemi enormi di spandimento dei liquami, problemi enormi per trattamento degli animali, etc.. A livello mondiale la superficie agricola dedicata alla zootecnia è oltre il 70% della superficie coltivata per produrre solo il 15-20% delle calorie alimentari. Non mi pare difficile commentare questo dato come uno sbilanciamento folle e insostenibile che è assurdo mantenere e che protegge un’industria della carne che si è eccessivamente ingrandita e che ha monopolizzato la dieta alimentare dei cittadini per fare profitto, non certo per migliorare la loro salute.

Non ricordo campagne informative delle associazioni della agricoltura che spingono a ridurre il consumo di carne. In Italia gli eccessi non mancano, la Pianura padana è un “maisificio” unico, inguardabile, disastroso. Vero è che l’agricoltura ci ha dato da mangiare, ma a quale prezzo in termini di salute e ambiente? Sono replicabili nel futuro? No. Può aiutarci l’agricoltura a cambiare in meglio? Sì, ma non con quelle proteste perché sono scentrate rispetto agli urgenti obiettivi di sostenibilità. Possiamo mangiare molta (molta, molta) meno carne e abbiamo il diritto di mangiare meglio e più sano e pulito. Questo è il diritto di noi cittadini. Non quello di abbuffarci di cibo molesto e a basso costo. Aiutateci a mangiare meglio, più sano e tutti.

Veniamo a un altro tema, disastroso: lo sversamento di liquami nei terreni. Sappiamo perfettamente che il settore ha beneficiato di deroghe su deroghe in questi anni, il tutto per tenere in vita un’economia agricola eccessivamente sbilanciata. Sappiamo bene che sulla carta molte aziende agricole vantano superfici di spandimento sufficienti, ma che non utilizzano tutte, finendo per concentrare lo spandimento solo in alcune aree. È falso?

Sappiamo che le quantità di agrofarmaci utilizzati sono eccessive e mal dosate in molti casi. Sappiamo che molta manodopera è ancora mal pagata e sfruttata. Non ricordo le associazioni dell’agricoltura offrire seminari e incontri culturali ai loro iscritti per fargli conoscere le inchieste e i libri di Alessandro Leogrande sul caporalato (per fare un esempio a cui potremmo aggiungerne altri) o le inchieste di Stefano Liberti su temi paralleli. La strada da fare è molto lunga e queste proteste sul trattore non mi pare sollevino questi temi che sono nodali e urgenti, ma preferiscono tenere tutti sul filo del ricatto: “Senza di noi non c’è cibo”. Ma quale cibo?

Oggi il paradigma della quantità a tutti i costi non funziona. Occorre cambiare. È doloroso, mi rendo conto, ma mai come oggi è necessario che la protesta sia sinceramente ecologica e non protezionistica. Ad esempio, nessuno parla di sprechi alimentari. A che cosa serve avere una agricoltura che produce-produce-produce per buttare via un quarto di quello che vende? Certo, fa cassa per chi vende, ma dal punto di vista della sostenibilità è un dramma e pure da quello della equità. Sarebbe meglio produrre meno pur spendendo uguale ma dando più soldi al produttore. E il mondo agricolo e dell’economia alimentare potrebbe fare molto molto molto di più in tal senso.

Proseguiamo con l’elenco. L’agricoltura contribuisce alle emissioni climalteranti per una quota enorme. Non usa le acque in modo sostenibile né evita scarichi inquinanti nei fossi. C’è un problema di rifiuti: tremano le gambe quando si parla di gessi di defecazione. Poi, l’agricoltura convenzionale arriva a tagliare qualsiasi albero dia il minimo fastidio ai nuovi macchinari automatici. I trattori sono diventati pesantissimi sfondano argini (altro che le nutrie, per favore) e strade di campagna e locali. È enorme l’uso di acqua che va sprecato, tanto la si paga poco. E poi quando manca l’acqua, l’agricoltura alza la mano e la politica le concede i soldi dallo Stato invocando emergenze e calamità senza mai porsi i dubbi che tutto quel mais che richiede acqua nelle stagioni dove acqua non ce ne è mai stata, forse richiederebbe di ridurre la produzione di mais e non solo piangere la necessità di acqua a iosa…

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La protesta dei trattori vista da chi fa agricoltura biologica dal 1978 - Maurizio Gritta

Maurizio Gritta della cooperativa Iris è tra i pionieri del bio e conosce bene il disprezzo per il lavoro manuale o lo scarso valore riconosciuto a chi produce. Della mobilitazione in atto non scorge però un obiettivo chiaro e condiviso. “La maggior libertà di utilizzare i pesticidi non implementerà certo i nostri redditi”. La sua analisi

Mi occupo di agricoltura biologica dal 1978. Sono nato in un’azienda agricola a conduzione familiare in provincia di Brescia e, sin da piccolo, mio padre mi ha trasmesso la passione e la professionalità necessarie per la coltivazione agro alimentare e l’allevamento degli animali. “La natura va rispettata -diceva- perché lavorandola ci dà la possibilità di prenderci cura dei nostri figli”. Pur essendo analfabeta, aveva compreso istintivamente la necessità di un rapporto paritario ed equidistante.

La cosiddetta “protesta dei trattori”, oggi, mette in luce alcune problematiche reali ma non sembra avere ancora un obiettivo solido, chiaro e condiviso in modo unanime. Nel momento in cui scrivo la Commissione europea ha ceduto alla pressione delle contestazioni e ha deciso di rinunciare alla normativa che prevedeva una riduzione progressiva dell’uso di pesticidi per proteggere la biodiversità e l’impatto sull’ecosistema. Siamo sicuri che questa concessione, insieme a qualche promessa di ridurre burocrazia e spese carburante, sia davvero un’azione che migliora le nostre condizioni di lavoro?

Non sarà certo la maggior libertà di utilizzare pesticidi o fitofarmaci a implementare il nostro reddito o la qualità della nostra vita personale e lavorativa, anzi, secondo il “Farm worker ministry” negli Stati Uniti, uno dei Paesi con i metodi di coltivazione più avanzati e moderni, la vita media di un agricoltore è di circa 49 anni, ben 29 in meno del resto della nazione, e svuotando di senso e contenuto il “Green deal” europeo rischiamo di intraprendere lo stesso percorso. L’agricoltura biologica sta dimostrando da decenni ormai come sia possibile produrre (e guadagnare) senza rinunciare alla tutela dell’ambiente che ci circonda. Coltiviamo alimenti per circa 12 miliardi di persone in un mondo abitato da otto, non abbiamo bisogno di produrre di più ma meglio, in modo più oculato e intelligente.

Una ricerca dell’Università di Goiàs in Brasile, analizzando i dati dal 2011 al 2020 di oltre 20 nazioni tra cui Francia, Stati Uniti, India, Italia e lo stesso Brasile, ha constatato un aumento parallelo, dal 40% al 60%, tra l’uso intensivo di pesticidi e le malattie cancerogene tra gli addetti ai lavori che ne sono a stretto contatto tutto il giorno nei campi. Come già accaduto per l’Ilva di Taranto crediamo di dover scendere a compromessi con la nostra salute pur di mantenere il lavoro ma la lotta comune dovrebbe concentrarsi sulla produzione di cibo sano nel modo meno inquinante possibile e pretendere che la ricerca e le nuove tecnologie studino metodi più adatti alla tutela dell’ambiente e della salute dei lavoratori aiutandoci a fare dei passi avanti verso un futuro migliore invece di tornare ai metodi intensivi e coercitivi del passato…

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PERCHÈ GLI AGRICOLTORI COMUNQUE PERDERANNO - Daniele Ioannelli

Nei giorni della lotta abbiamo dentro un fuoco che ci pare essere infinito, e crediamo di avere il diritto di vincere per il solo fatto di sentirlo ardere. Ma spesso invece a vincere è chi pianifica con freddo calcolo le proprie mosse.

Il Potere questo lo sa e cominciò a farlo 50 anni fa, quando spostò la dottrina economica dominante dal keynesimo, che promuoveva un benessere diffuso attraverso la formazione della cosiddetta classe media e del welfare, alla scuola austriaca del libero mercato e della globalizzazione, che concentra la ricchezza in poche mani attraverso l’esclusione dello Stato dall’economia e le privatizzazioni di beni e attività strategiche.

Ecco perchè comunque vada, anche fossero accolte il 100% delle loro rivendicazioni, gli Agricoltori hanno comunque già perso.

Gli Agricoltori oggi stanno guardando il dito e non la luna.

Il dito sono le norme imposte, o in procinto di esserlo, dall’Europa in nome di una ideologia green presentata come salvifica ma in verità distruttiva e antisociale. La luna è l’impianto ideologico nel quale queste norme sono prodotte.

Il dito viene puntato sulle politiche del cosiddetto Green Deal (Patto Verde) e della PAC (Politica Comune Europea), che sulla carta promettono sostenibilità e benessere, ma nei fatti stanno rendendo economicamente insostenibile fare agricoltura e allevamento.

Innanzitutto bisogna ricordare che oggi si è persa una consapevolezza molto presente nel passato mondo agricolo, perchè la società dei consumi ci ha abituati ad avere ininterrottamente gli scaffali dei supermercati pieni di merce sempre fresca, e cioè che avere un raccolto da vendere non è così scontato, anzi è una “grazia”, un dono che riceviamo. In quelle passate società ciò che dava la terra era sufficiente al proprio sostentamento o poco più, la resa del terreno era molto più bassa di oggi già in condizioni normali, se poi avvenivano problemi climatici, di salute pubblica o guerre…addio raccolto.

L’agricoltura e in misura minore l’allevamento sono attività di per sè con un grado alto di precarietà ma di fondamentale importanza per la nostra vita, senza cibo non viviamo. Ecco perchè è giusto e doveroso sovvenzionare con soldi pubblici chi pratica tali attività. Gli va garantita una protezione minima per il proprio sostentamento. Equiparare l’agricoltura a un qualsiasi altro settore produttivo, magari industriale, è pensare che il cibo sia un prodotto artificiale come un bullone fabbricabile nelle quantità che vogliamo nel chiuso dei nostri stabilimenti e di cui noi soli deteniamo i diritti di produzione, pena il far valere le leggi anti contraffazione.

Premesso questo, su cosa verte la protesta? Essenzialmente su questo:

  • NO a lasciare una parte del terreno, almeno il 4% per ora, a riposo e una maggiore rotazione delle colture per mantenere il terreno in salute.
  • NO alla riduzione dell’uso dei fertilizzanti e pesticidi.
  • NO alla conversione del 25% dei terreni in agricoltura biologica.
  • NO all’Irpef sui terreni agricoli.
  • NO alla soppressione degli sgravi sul gasolio agricolo.
  • NO all’eccessivo divario dei prezzi tra produttore e consumatore.
  • NO a questa burocrazia eccessivamente complicata.
  • NO al Trattato MercoSur con Unione Europea
  • NO alla zona di libero scambio globale e approfondito (DCFTA) con l’Ucraina.
  • NO all’eccessiva tutela della fauna selvatica che danneggia i raccolti.

Sostanzialmente è una protesta di tipo economico, non ci sono rivendicazioni di principi, diritti o altro. Si dice che il guadagno già ora è talmente basso che le misure in oggetto renderebbero fare agricoltura e anche allevamento insostenibile.

Ed è vero, perchè ridurre del piccolo 4% le terre utilizzabili, destinare ad agricoltura biologica il 25% della terra, utilizzare meno pesticidi e fertilizzanti, significa solo e unicamente produrre di meno e a costi più alti, ma poi dover vendere alla grande distribuzione sempre a prezzi ridicolmente bassi o anche sottocosto – grande distribuzione che però sui propri banchi applica ricarichi del 200-300% – e ritrovarsi a fine anno maggiori tasse da pagare, tra costi burocratici per ottenere gli aiuti previsti e aliquota Irpef calcolata anche sui terreni sinora esclusi dal reddito. In più si è costretti a sostenere anche quella che nei fatti è una concorrenza sleale da parte di Paesi extra-UE che possono produrre con regole più amichevoli, che hanno l’effetto immediato di contrarre ancora di più i prezzi ed erodere fette di mercato importanti, come sta già accadendo con il grano ucraino o con la carne del Sud America.

La sensazione è quella che l’agricoltura sia un settore sgradito in Europa.

Il primo elemento che salta agli occhi è la differenza di metodo tra l’UE e gli Agricoltori. La UE ha definito e porta avanti a tappe una politica ecologia di transizione dal fossile a un sistema più sostenibile. Gli Agricoltori ne fanno una questione meramente economica. Si dice: la UE faccia pure la sua transizione ecologica purchè ci riconosca un indennizzo adeguato per le perdite cui siamo costretti a causa delle sue regolamentazioni. Non c’è una visione politica della propria categoria, al massimo un vago sentimento di patriottismo e giustizia. Si risponde a una mossa della UE, non si cerca di partecipare attivamente alla determinazione delle stesse. Certo, loro devono lavorare non fare politica è vero, è per questo che si demanda questa funzione a dei rappresentanti sia di categoria sia politici. Però per loro stessa ammissione coloro i quali avrebbero dovuto curare i loro interessi non hanno fatto nulla o peggio sono complici della UE, e infatti non li hanno voluti al loro fianco in questa mobilitazione. Allora era importante portare avanti una propria differente visione di ciò che dovrebbe essere il settore agricolo oggi, alternativa, per cui battersi.

La politica UE vuole rendere il mondo sostenibile? Come? Passare dal fossile alle energie rinnovabili cosi da fermare il cambiamento climatico, e rendendo il mondo in generale un ambiente più sano, limitando le sostanze chimiche usate e salvaguardando il territorio e la biodiversità. Per attuare questa politica l’agricoltura e l’allevamento – soprattutto – vanno ridimensionati. L’agricoltura inquina il terreno con i suoi prodotti chimici, l’allevamento il clima con i gas prodotti dagli animali e dai loro liquami. Per fare energia pulita servono i terreni da destinare agli impianti del Fotovoltaico. E, non secondaria, c’è sia la questione dei nuovi cibi, quelli sintetici fatti in laboratorio o in 3D, sia gli insetti ora dichiarati commestibili.

Qui non si capisce se questi nuovi cibi siano promossi al consumo per sopperire alla futura minore produzione dei cibi naturali o se limitare questi ultimi sia propedeutico alla loro diffusione. Fatto sta che se la cornice ideologica che muove le mosse della UE è questa…anche qualora le rivendicazioni degli Agricoltori fossero accettate in toto, la UE dovrà solo correggere il tiro. La visione che promuove le riforme di questo settore è una sola e non può non andare verso la stessa direzione di oggi. Allo stesso risultato, ovvero la chiusura delle aziende agricole, si può arrivare anche solo diminuendo ulteriormente il potere di acquisto della gente, che per forza di cose andrebbe verso quei prodotti a basso costo importati, imponendo una ulteriore contrazione dei guadagni, oppure continuando a non curare il territorio, facendo si che normale pioggia diventi una inondazione distruggendo i raccolti, oppure rendendo ancora più complicato essere in regola con la documentazione per accedere agli aiuti pubblici oppure, ancora, creare un altra epidemia animale etc etc…I modi per ottenere quello che si vuole facendoli passare per la famosa “tempesta perfetta” sono infiniti e la UE ha pensatori di alto livello.

In uno di questi scenari, dove le cose “semplicemente accadono” senza nessuna responsabilità diretta se non dell’uomo e della situazione globale, gli Agricoltori di oggi contro chi potranno protestare? Contro nessuno. Quindi questa mancanza di visione da parte degli Agricoltori e questo semplice opporsi a norme di cui si vuole solo la cancellazione li ha già condannati a perdere, comunque vada la protesta.

Inoltre si dimostra anche di non aver capito il funzionamento legislativo della UE. A che serve protestare entro i propri confini, anche sotto il Parlamento della propria nazione, se a fare le leggi è qualcun altro? Una legge può essere fatta solo dalla Commissione Europea, e i Parlamenti sia Europeo sia nazionali, hanno solo il compito di dare consigli ed eseguire ciò che la Commissione Europea vuole. L’Italia, anche accogliesse il 100% delle lamentele avrebbe al massimo il potere di rimandare la loro attuazione, non di cancellarle. Potrebbe riscriverle, come la PAC prevede, e cioè ogni Paese membro può far presente la sua particolare ed unica situazione e proporre un qualcosa che si adatti alla sua realtà, ma alla fine sempre e comunque sarebbe la Commissione Europea a dire se ciò va bene o meno.

Se la Commissione Europea vuole distruggere il comparto agricolo in favore dei nuovi cibi, farà in modo che accada. A parte la loro del Green e del Sostenibile, quale altra visione del futuro circola tra la gente? La lotta da fare è tutta qui.

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martedì 13 febbraio 2024

Davos e l’attacco verso i Mapuche - Andy Robinson

 Il 19 gennaio si è concluso il World Economic Forum di Davos, pare che i vati dell’economia mondiale di mercato siano piuttosto divisi sulle magnifiche sorti e progressive dell’anno appena cominciato. Mentre si discuteva di come trarre maggiori profitti dagli investimenti e dal piatto forte della cosiddetta intelligenza artificiale, com’è tradizione nell’assise svizzera dei plutocrati, si fingeva anche di preoccuparsi per le crescenti disuguaglianze al fine di “migliorare il mondo”. Così è stato solennemente affermato che “Davos 2024 celebrerà il lancio della rete di conoscenza e leadership delle popolazioni indigene in dieci centri di impatto, uno spazio per promuovere la cooperazione pubblico-privato attraverso la conoscenza indigena”. Non solo, c’è davvero da preoccuparsi se si legge che il Forum pensa che “i popoli indigeni sono i guardiani di un terzo del territorio mondiale e le loro pratiche culturali e spirituali consentono loro di proteggere e coltivare i loro ambienti e comunità”. L’uomo chiave per placare la sete insaziabile di territori da cui estrarre valore e rendere redditizie queste solenni ipocrisie sembra dunque essere il nuovo presidente argentino Javier Milei, ultrà del liberismo sfrenato, destinato a cancellare quel che resta dei diritti nel Paese facendo uso della demagogia e della motosega. Ancor più neri, dopo l’investitura di Davos, sono però gli orizzonti dei popoli indigeni che resistono nella Patagonia. Moira Millan, in questa intervista, sostiene che Milei inventerà presto i pretesti per dar vita a una tremenda escalation della militarizzazione del territorio e della repressione del popolo mapuche già molto violenta oggi. Il nuovo presidente, d’altra parte, non perde occasione per esprimere disprezzo per tutto quel che rappresenta i diritti collettivi, la sostanza della lotta che i Mapuche conducono da secoli

Il World Economic Forum di Davos pretende sempre di conciliare l’inconciliabile. All’insegna del motto di voler “migliorare il mondo”, sostiene di voler difendere la sostenibilità ambientale e l’equità sociale, e il suo fondatore, l’imprenditore svizzero Klaus Schwab, è solito indicare come priorità nei suoi discorsi davanti a un migliaio di amministratori delegati di multinazionali, banchieri e alcune ONG, la “sfida della disuguaglianza”. Il cosiddetto filantrocapitalismo è una parte centrale della formula ideologica di Davos, come ho spiegato nel libro A Reporter on Magic Mountain: How the Davos Economic Elite Sink the World .

Nel frattempo, la priorità degli incontri a porte chiuse di Davos è quella di ottimizzare la redditività degli investimenti della plutocrazia globale, rappresentata da centinaia di membri di banche e fondi di investimento presenti all’incontro nella località sciistica svizzera.

Quest’anno le contraddizioni di Davos sono state ancora più evidenti con la presenza del nuovo presidente dell’Argentina, Javier Milei, ad un incontro che inaugura una nuova iniziativa a sostegno delle popolazioni indigene.

Secondo il World Economic Forum, “Davos 2024 celebrerà il lancio della rete di conoscenza e leadership delle popolazioni indigene in dieci centri di impatto, uno spazio per promuovere la cooperazione pubblico-privato attraverso la conoscenza indigena”.

Fany Kuiru, di etnia Huitoto – Perù, Colombia – è la coordinatrice generale del nuovo progetto indigeno di Davos. Altri ospiti saranno Ayunar Domingo Peas Nampichkai, leader del popolo Achuar nell’Amazzonia ecuadoriana, e Nixiwaka e Outani Yawanawá, degli Yawanawá, nell’Amazzonia brasiliana.

“I popoli indigeni sono i guardiani di un terzo del territorio mondiale e le loro pratiche culturali e spirituali consentono loro di proteggere e coltivare i loro ambienti e comunità”, sostiene il World Economic Forum. Per questo motivo “le voci indigene sono vitali”.

Gli incontri che Milei si proponeva di tenere a Davos con investitori interessati al boom del  fracking petrolifero nel giacimento di Vaca Muerta a Neuquén – una delle ultime frontiere della guerra contro i Mapuche nel XIX secolo – o al turismo di lusso a Bariloche, nella terra mapuche della Patagonia, mostrano l’altro lato, quello oscuro, dell’incontro.

In definitiva, Milei ha alimentato “un discorso violento contro i Mapuche che occupano terre come a Villa Mascardi”, secondo quanto mi ha detto Marcelo Cayumil, membro del gruppo giuridico dell’Assemblea per i diritti umani, in un’intervista fatta a San Carlos de Bariloche. nella Patagonia andina, teatro di un genocidio contro i Mapuche 150 anni fa. 

A Villa Mascardi, 30 chilometri più a sud – un’antica missione dei gesuiti, oggi diventata meta turistica –, un’operazione di polizia militare autorizzata nel 2017 dall’attuale ministra della Sicurezza del governo Milei, Patricia Bullrich, che ricopriva lo stesso incarico nel governo di Mauricio Macri, ha posto fine alla vita di due manifestanti che sostenevano una famiglia mapuche che aveva occupato un appezzamento di terreno nella zona. Il mapuche Rafael Nahuel è morto per un colpo d’arma da fuoco alla schiena. Santiago Maldonado fu invece fatto scomparire e il suo corpo venne ritrovato solo 90 giorni dopo, sulle rive del fiume Neuquén, lo stesso giorno dell’omicidio di Nahuel. 

Milei parla spesso di un’“età dell’oro” liberale alla fine del XIX secolo, quando l’industria della carne trasformò l’Argentina in una potenza di esportazione. Non ha lesinato gli elogi nemmeno per il generale e capo di stato Julio Argentino Roca (1898-1904) citando una dichiarazione del suo primo discorso: “La libertà degli uomini e la grandezza dei popoli” possono essere raggiunti solo con “sforzi supremi e sacrifici dolorosi. “

Nessuno storico serio negherebbe che il più grande sacrificio di quegli anni di gloria fu quello delle 20mila vittime indigene assassinate nella campagna militare di Roca, la Conquista del Desierto, che servì a svuotare l’interno e il sud della popolazione che li abitava, vendendo così 42 milioni di ettari a un prezzo d’occasione a 1.800 proprietari terrieri, soprattutto allevatori. Uno di quelli che ne ha beneficiato di più è stato il presidente della Sociedad Rural, l’associazione dei proprietari terrieri. Migliaia di mapuche furono deportati nel campo di concentramento allestito sull’isola di San Martín. Altri finirono nel Museo de la Plata di Buenos Aires, esposti come animali in uno zoo.

Un secolo e mezzo dopo, in Patagonia l’ultima offensiva avviene ancora contro i Mapuche. La vicepresidente di Milei, Victoria Villarruel – ultraconservatrice e con stretti legami con i militari – ha incoraggiato l’uso del pugno duro contro le occupazioni per il recupero della loro terra dei mapuche, sottolineando che “la stragrande maggioranza delle usurpazioni avviene su terre estremamente produttive”.

Per approfondire questi temi, ho rivolto alcune domande a Moira Millán, una delle voci più note del movimento mapuche, nata nella provincia di Chubut 55 anni fa. Millán verrà in Europa questo mese per tenere conferenze sul concetto da lei ideato di terricidio: l’assassinio della terra e dei suoi abitanti da parte degli investitori multinazionali che partecipano al vertice di Davos. Lei ci parlava da un territorio mapuche liberato a Chubut, in Argentina.

Pensi che la visita di Victoria Villarruel alla scuola militare di Bariloche e le sue dichiarazioni sulle occupazioni “pseudo-mapuche” siano un’indicazione che si vuole militarizzare ancora di più le misure contro le occupazioni di terre e altre attività dei Mapuche nel sud?

La vicepresidente Villarruel ha promesso, durante la sua campagna, alla Sociedad Rural, l’organo del latifondo argentino, che avrebbe posto fine al recupero dei territori da parte del popolo mapuche. Il suo negazionismo (sullo sterminio della Conquista del Desierto, ndt) e il suo razzismo sono in linea con il pensiero di Javier Milei. La sua visita a Bariloche e queste dichiarazioni sono un segnale al settore che rappresenta. Il governo Milei inventerà le scuse necessarie per giustificare l’escalation della militarizzazione e della repressione a Puelmapu – la parte del Wallmapu – o territorio Mapuche – che si trova a est della cordigliera delle Ande – contro il popolo Mapuche.

Diego Frutos, proprietario di un immobile a Villa Mascardi, ha chiesto maggiore durezza alla polizia. Crede che ci saranno presto altre azioni militari?

Frutos fa parte della Sociedad Rural di Bariloche. Insieme ad altri proprietari terrieri, forma una sorta di moderno Ku Klux Klan, a cui viene consentito dalla giustizia di diffamare, minacciare e persino uccidere qualsia si donna o uomo mapuche che cerchi di riaffermare i propri diritti. La sua voce, con un discorso carico di odio razzista, è stata ampiamente diffusa da tutti i media. Non è un caso che sia un fervente seguace di Bullrich, oggi ministra della Sicurezza.

Il governo Milei vuole dunque “intensificare il conflitto con i Mapuche nel sud” per usare la forza militare?

L’escalation di violenza a Puelmapu può avvenire solo da parte e per causa del potere contro di noi. Generare atti criminali da parte del governo e degli amministratori della giustizia per poi incolparne i Mapuche è stata una pratica costante anche nei governi che hanno preceduto quello attuale, quindi non mi sorprenderei certo se queste strategie si intensificassero. 

La Costituzione argentina tutela i diritti di proprietà delle comunità. Milei però parla solo di proprietà privata. Cosa significa questo per le rivendicazioni dei Mapuche?

Milei esprime disprezzo per tutto ciò che rappresenta diritti collettivi e, ovviamente, si oppone al rispetto e al riconoscimento della proprietà collettiva dei popoli indigeni. Questa posizione non solo è contraria alle leggi sui diritti, è criminale e naturalmente viola il diritto costituzionale alla proprietà comune. I rapporti tra lo Stato e i popoli indigeni diventeranno ancora più tesi. Probabilmente alcuni settori indigeni non permetteranno la regressione dei nostri diritti, altri si adatteranno alle circostanze.

E come si potrà rispondere ai piani di Milei, Villarruel e Bullrich?

Penso che la cosa più sensata sia continuare con fermezza e coraggio nell’ampliamento dei nostri diritti e nella costruzione di proposte che rendano tangibile un modello diverso di società. Ora più che mai dobbiamo costruire assemblee per il buen vivir, in ogni territorio, in ogni spazio, pensare a dispositivi di contenimento e di autoprotezione della comunità. Questo governo attacca tutte le vite e tutte le forme di vita.

L’estradizione in Cile del leader mapuche Facundo Jones Huala ha a che fare con il cambio di governo o si tratta di una decisione indipendente?

L’estradizione è stata concordata in anticipo, sia lo Stato argentino che quello cileno ci attaccano dal tempo dell’invasione militare del nostro territorio. Quell’estradizione sarebbe stata concessa lo stesso se Masa o Bullrich avessero vinto le lezioni invece di Milei. Frutos, così come gli altri razzisti, cercheranno un modo per sterminare la mia gente, ma non importa quanto investano nel militarizzarci, reprimerci, spiarci, darci la caccia… Non saranno mai in grado di sconfiggerci, perché Mapu (la Terra) è il nostro principale alleato. Lei ci guida, ci parla e ci protegge, perché lottiamo per proteggere la vita. Questi capitalisti invasori conoscono solo la crudeltà e la morte, le loro ambizioni eccessive e meschine saranno la ragione principale del loro collasso.

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lunedì 12 febbraio 2024

Fermiamo il maltrattamento genetico degli animali - Valentina Coppola e Emanuele De Gasperis

 

Spesso non ci rendiamo conto delle sofferenze che questi animali vivono: molti di loro soffrono di gravi disturbi respiratori rischiando anche il soffocamento e molte patologie correlate che spesso non vengono percepite come tali, ma piuttosto come normali caratteristiche specifiche della razza.


Nel corso della storia gli animali non umani hanno avuto un ruolo fondamentale nella crescita di quella che definiamo umanità. L'interazione con l'ambiente è stata fondamentale, ma la coevoluzione con specie diverse dalla nostra ci ha consentito di vivere. Alcune volte gli animali non umani hanno lavorato per noi, altre volte sono stati e sono fonte di nutrimento, li abbiamo persino utilizzati come vittime sacrificali per l'espiazione delle nostre colpe... Oggi purtroppo assistiamo ad un fenomeno di massa diverso, ad un maltrattamento non necessario, futile, e intriso di (inconsapevole?) crudeltà.

Tutti i giorni osserviamo animali che soffrono a causa dell'insensibilità di noi esseri umani. Si tratta di creature sottoposte a sfruttamento senza alcuna necessità. Un caso particolarmente grave è quello di una selezione orientata ad esasperare alcune caratteristiche senza tenere conto della qualità della vita e del benessere degli animali, portando alla luce caratteri disadattativi e/o invalidanti e/o addirittura mortali.

Il maltrattamento genetico è una condizione particolarmente grave di maltrattamento perché non si limita al singolo individuo, ma va ad incidere sulla qualità di vita di intere generazioni e, a volte, di intere specie. 

Questa selezione estremizzata ha spesso condotto alla creazione di esseri viventi destinati a soffrire in quanto costretti a delle deformazioni invalidanti che non permettono loro di adattarsi all'ambiente in cui vivono: da qui la definizione di “razze sofferenti”. Queste razze nell'ultimo secolo sono state selezionate quasi esclusivamente prediligendo gli aspetti estetici. 

Nonostante vi siano numerose prove scientifiche a dimostrare la sofferenza di questi animali la popolarità di alcune razze brachicefaliche di piccola e media taglia come il Carlino, il Bulldog francese, il Bulldog inglese e il Cavalier King Charles Spaniel ecc. è aumentata negli ultimi dieci anni a livello internazionale. Gli stessi problemi li ritroviamo anche nei gatti come ad esempio lo Scottish Fold e il Persiano.

Spesso non ci rendiamo conto delle sofferenze che questi animali vivono: molti di loro soffrono di gravi disturbi respiratori rischiando anche il soffocamento e molte patologie correlate che spesso non vengono percepite come tali, ma piuttosto come normali caratteristiche specifiche della razza.

Ormai tollerare tale situazione non è più giustificabile in un paese civile e democratico, in una società sensibile al rispetto per la vita.

Chiediamo, pertanto, alle autorità competenti di legiferare in proposito ed auspichiamo che chiunque rivesta cariche istituzionali si impegni per quanto di propria competenza a far fronte a quella che ormai appare un'inadempienza. Assistiamo in questo ambito ad un vuoto normativo che permette di maltrattare intere generazioni di animali con situazioni che sono assimilabili a vere e proprie torture.

Per quanto detto sopra si chiede di:

- vietare l’uso delle razze sofferenti nelle pubblicità come già richiesto da numerose associazioni di veterinari a livello nazionale e/o internazionale e sensibilizzare, richiamando alla propria responsabilità chi riveste un ruolo che lo pone all’attenzione di tutti quale modello sociale;

- istituire l'obbligo di informare, lavorando sulla consapevolezza dell'adottante del pet sulle potenziali patologie e problemi di gestione, una sorta di consenso informato da somministrare al momento dell'adozione/acquisto.

- Vietare la riproduzione di individui e linee di sangue che presentano elevata probabilità di far nascere individui sofferenti e/o regolamentare gli standard di razza prediligendo il benessere degli animali anziché i caratteri estetici.

Firma la petizione cliccando qui


domenica 11 febbraio 2024

La rivoluzione green - Grig

La rivoluzione green è quella cosa affascinante che trasformerà i terreni agricoli, le macchie, i boschi in centrali di produzione energetica da fonte rinnovabile per fornire energia alle industrie che produrranno cibo sintetico.

Sparisce la fauna selvatica, di fatto non si coltiva più.

Non è ancora realtà, ma è proprio un pericolo incombente.

E’ qui che vogliamo finire?

Chi l’ha democraticamente deciso?  Pare nessuno.

Eppure, la Soprintendenza speciale per il PNRR, dopo approfondite valutazioni, ha evidenziato in modo chiaro e netto: “nella regione Sardegna è in atto una complessiva azione per la realizzazione di nuovi impianti da fonte rinnovabile (fotovoltaica/agrivoltaica, eolico onshore ed offshore) tale da superare già oggi di ben 7 volte quanto previsto come obiettivo da raggiungersi al 2030 sulla base del FF55, tanto da prefigurarsi la sostanziale sostituzione del patrimonio culturale e del paesaggio con impianti di taglia industriale per la produzione di energia elettrica oltre il fabbisogno regionale previsto” (nota Sopr. PNRR prot. n. 27154 del 20 novembre 2023).

Altro che la vaneggiata sostituzione etnica di Lollobrigidiana memoria, qui siamo alla reale sostituzione paesaggistica e culturale, alla sostituzione economico-sociale, alla sostituzione identitaria

E questo vale per tutto il territorio nazionale: “tale prospettiva si potrebbe attuare anche a livello nazionale, ove le richieste di connessione alla RTN per nuovi impianti da fonte rinnovabile ha raggiunto il complessivo valore di circa 318 GW rispetto all’obiettivo FF55 al 2030 di 70 GW” (nota Sopr. PNRR prot. n. 27154 del 20 novembre 2023).

Noi del GrIG non siamo per niente d’accordo.

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

da qui


sabato 10 febbraio 2024

Quali sono i pesticidi che continueremo ad avere nel piatto (dopo la vittoria delle proteste degli agricoltori sulla riduzione dell’UE) - Francesca Biagioli

Il dietrofront dell'UE sulla proposta di riduzione dei pesticidi fa esultare agricoltori e lobby, un po' meno gli ambientalisti e i cittadini, preoccupati del fatto che continueranno a portare in tavola cibi contaminati da sostanze chimiche ancora a lungo.

Gli agricoltori esultano per la prima vittoria dopo settimane di proteste, gli ambientalisti e tutti i cittadini europei che hanno a cuore la propria salute e l’ambiente (compresi noi di greenMe) decisamente meno. Ci riferiamo ovviamente a quanto avvenuto ieri, quando Ursula von der Leyen ha annunciato il ritiro della proposta di regolamento Ue sui pesticidi.

Un deciso passo indietro, dunque, per accontentare agricoltori (e lobby annesse). C’è da dire però che l’originale legge sull’uso sostenibile dei pesticidi (SUR) che prevedeva il taglio del 50% entro il 2030 era già stata bocciata al Parlamento europeo e poi fortemente ridimensionata. Quindi questa ulteriore mossa forse non è tanto a sopresa come potrebbe sembrare a prima vista. Leggi anche: Dietrofront sui pesticidi, il Parlamento europeo respinge il taglio del 50% entro il 2030

Fatto sta che la Von Der Leyen, che ha dichiarato: “i nostri agricoltori meritano di essere ascoltati”, ha annunciato il ritiro della proposta di regolamento sui pesticidi che, a detta di molti, avrebbe avuto un impatto devastante sulla produzione agricola europea.

Ma cosa cambia davvero con questo dietrofront?

Cosa cambia

Partiamo dall’inizio, i pesticidi costituiscono una vasta categoria di prodotti fitosanitari utilizzati per proteggere le colture da malattie e infestazioni. Questi includono erbicidi, fungicidi, insetticidi, acaricidi, fitoregolatori e repellenti. Non c’è dubbio che questi prodotti siano utili a mantenere sane le colture e a prevenire la chiusura forzata delle aziende agricole, tuttavia, la questione principale riguarda gli effetti collaterali associati al loro utilizzo eccessivo.

Le controindicazioni legate all’uso di pesticidi comprendono l’inquinamento delle falde acquifere, la riduzione della fertilità del suolo e la minaccia agli insetti impollinatori, preziosi alleati della biodiversità. Ovviamente c’è anche un discorso che riguarda la nostra salute, tracce di pesticidi, infatti, rimangono nel cibo che consumiamo ogni giorno.

Proprio per questo è necessario intervenire, riducendone l’uso il più possibile, scegliendo i meno pericolosi e trovando quanto prima alternative sostenibili. Questo era anche l’obiettivo della Commissione agricoltura del Parlamento europeo che aveva proposto inizialmente una riduzione del 50% dei pesticidi entro il 2030, salvo poi ridimensionare al 30% entro il 2035.

In base al testo, in realtà, ogni Stato avrebbe avuto un personale obiettivo di riduzione in base ai valori calcolati dalla Commissione europea. L’Italia puntava al 62% per il consumo totale dei prodotti fitosanitari e al 54% per quanto riguarda i fitofarmaci più pericolosi (rispetto alla media del triennio 2015-2017).

  • parchi
  • campi di gioco
  • campi sportivi
  • percorsi pubblici
  • aree natura 2000

Ora tutto da rivedere.

Quali pesticidi rischiamo di trovare ancora a lungo sulle nostre tavole

Ovviamente la transizione verso un futuro senza (o con meno) pesticidi tossici sarebbe stata comunque graduale ma ora questo stop non promette nulla di buono.

Ecco quali sono:

  • Acetamiprid: uno degli insetticidi maggiormente rilevati, con presenza evidenziata in diverse colture
  • Fludioxonil: fungicida
  • Boscalid: fungicida
  • Dimethomorph: fungicida

Da notare che, oltre a questi, è stata riscontrata la presenza di residui di neonicotinoidi, sostanze particolarmente pericolose per la salute delle api e degli insetti impollinatori. Alcuni esempi specifici includono:

  • Thiacloprid: trovato in campioni di pesca, pompelmo, ribes nero, semi di cumino e tè verde in polvere, nonostante sia stato vietato dal Reg. CE 2020/23
  • Imidacloprid: presente in un campione di arancia, due campioni di limoni e tre campioni di ocra, nonostante il divieto stabilito dal Reg. CE 2020/1643
  • Thiamethoxam: riscontrato in un campione di caffè, nonostante le restrizioni imposte dal Reg. CE 2022/801

C’è da dire che non tutta la frutta e verdura venduta in Italia è prodotta nel nostro Paese o nei Paesi Ue (e questo spiegherebbe anche la presenza di pesticidi vietati), ma la maggior parte senza dubbio.

Al triste elenco dei pesticidi dobbiamo aggiungere ovviamente anche il glifosato che meriterebbe un discorso a parte, in quanto cittadini e ambientalisti europei hanno cercato in tutti i modi di farlo mettere definitivamente al bando, ma senza successo.

da qui

venerdì 9 febbraio 2024

Salviamo la Sanità pubblica dal disastro dell’autonomia - Nino Cartabellotta

 

Si scrive «autonomia differenziata» ma si legge «frattura del Paese», sicuramente in sanità. Ecco perché, con l’avvio della discussione parlamentare del ddl Calderoli, è cruciale ribadire che la tutela della salute deve essere espunta dalle materie su cui le Regioni possono richiedere maggiori autonomie. Perché in caso contrario si finirebbe per legittimare normativamente il divario tra Nord e Sud, violando il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini nell’esercizio del diritto alla tutela della salute. Ed esistono almeno sei buone ragioni per farlo.

Primo. Il Servizio sanitario nazionale attraversa una gravissima crisi di sostenibilità e il sotto-finanziamento costringe anche le Regioni virtuose del Nord a tagliare i servizi e/o ad aumentare le imposte per scampare al piano di rientro. E guardando alla crescita economica del Paese, all’impatto atteso del nuovo Patto di Stabilità e all’assenza di misure concrete per ridurre evasione fiscale e debito pubblico, non ci sono risorse né per rilanciare il finanziamento pubblico della sanità, né tantomeno per colmare le diseguaglianze regionali. Inoltre, con l’autonomia differenziata le Regioni potranno trattenere il gettito fiscale, che non sarebbe più redistribuito su base nazionale, impoverendo ulteriormente il Mezzogiorno.

Secondo. Il Comitato istituito per definire i livelli essenziali delle prestazioni (Lep) ha ritenuto che non sia necessario assolvere tale compito in materia di salute, perché esistono già i livelli essenziali di assistenza (Lea). Una pericolosa scorciatoia, visto che il ddl Calderoli rimane molto vago sul finanziamento oltreché sulla garanzia dei Lep secondo quanto previsto dalla Carta costituzionale. Ed è evidente che senza definire, finanziare e garantire in maniera uniforme i Lep in tutto il territorio nazionale è impossibile ridurre le diseguaglianze regionali.

Terzo. In sanità il gap tra Nord e Sud è sempre più ampio, al punto da configurare una vera e propria «frattura strutturale», come dimostrano sia i dati sugli adempimenti ai Lea sia quelli sulla mobilità sanitaria. Il monitoraggio 2021 dei Lea documenta infatti che delle 14 Regioni adempienti solo 3 sono del Sud (Abruzzo, Puglia e Basilicata) e tutte a fondo classifica: alla maggior parte dei residenti al Sud non sono dunque garantiti nemmeno i Lea. E queste diseguaglianze alimentano il fenomeno della mobilità sanitaria: nel 2021 4,25 miliardi scorrono prevalentemente dalle Regioni meridionali verso Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto, le Regioni che hanno già sottoscritto i pre-accordi per le maggiori autonomie e che complessivamente raccolgono il 93,3% dei saldi attivi. Di conseguenza, l’attuazione di maggiori autonomie in sanità nelle Regioni con le migliori performance sanitarie e maggior capacità di attrazione inevitabilmente amplificherà le diseguaglianze già esistenti.

Quarto. Le maggiori autonomie già richieste da Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto ne potenzieranno le performance sanitarie e, al tempo stesso, indeboliranno ulteriormente quelle delle Regioni del Sud, incluse quelle a statuto speciale. In tal senso risulta ai limiti del grottesco la posizione dei presidenti delle Regioni meridionali governate dal centrodestra, favorevoli all’autonomia differenziata. Una posizione autolesionistica che dimostra come gli accordi di coalizione partitica prevalgano sulla salute delle persone. Alcuni esempi: la maggiore autonomia in termini di contrattazione del personale provocherà una fuga dei professionisti sanitari verso le Regioni più ricche, in grado di offrire condizioni economiche più vantaggiose, impoverendo ulteriormente quelle del Sud; così come l’autonomia nella determinazione del numero di borse di studio per scuole di specializzazione e medici di medicina generale determinerà una dotazione asimmetrica di specialisti e medici di famiglia. Ancora, le maggiori autonomie sul sistema tariffario, di rimborso, remunerazione e compartecipazione rischiano di rendere i sistemi sanitari regionali delle entità con regole proprie, sganciate anche da un monitoraggio nazionale, agevolando anche l’avanzata del privato.

Quinto. Nonostante gli entusiastici proclami sui vantaggi delle maggiori autonomie anche per le Regioni del Sud, in sanità è certo che non ne esistono affatto per una ragione molto semplice. Essendo tutte, Basilicata a parte, in piano di rientro o addirittura commissariate (Calabria e Molise), non si trovano nelle condizioni di poter avanzare la richiesta, visto che i piani di rientro di fatto «paralizzano» dal punto di vista organizzativo i sistemi sanitari regionali.

Sesto. Il Pnrr, sottoscritto dall’Italia e per il quale abbiamo indebitato le future generazioni, persegue il riequilibrio territoriale e il rilancio del Sud come priorità trasversale a tutte le missioni. Ovvero, l’intero impianto normativo del ddl Calderoli contrasta il fine ultimo del Pnrr, che dovrebbe costituire un’occasione per il rilanciare il Mezzogiorno, accompagnando il processo di convergenza tra Sud e Centro-Nord quale obiettivo di crescita economica, come più volte ribadito nelle raccomandazioni della Commissione europea.

Ecco perché è fondamentale espungere la tutela della salute dalle materie su cui le Regioni possono richiedere maggiori autonomie. Se così non fosse, saremmo di fronte a una legittimazione normativa della «frattura strutturale» Nord-Sud che comprometterebbe l’uguaglianza dei cittadini nell’esercizio del diritto costituzionale alla tutela della salute, rendendo le Regioni meridionali sempre più «clienti» dei servizi prodotti dalle Regioni del Nord e assestando il colpo di grazia al Servizio sanitario nazionale. Un disastro sanitario, economico e sociale senza precedenti, che viene oscurato dallo «scambio di favori» tra i fautori dell’autonomia differenziata e quelli del presidenzialismo.

 

giovedì 8 febbraio 2024

Il mistero dei lavori di ristrutturazione dell’ospedale Marino di Cagliari - Claudia Zuncheddu

L’ospedale Marino, fronte mare, non più per i malati, ma per gli amministrativi. Il cambio d’uso del Marino, da sanitario ad altro, aleggia da una decina di anni nel mondo politico regionale.

Nessuno ha voluto salvare il prestigioso ospedale al servizio di tutta la Sardegna, con le sue eccellenze come la chirurgia della mano e la camera iperbarica. Lo stato di abbandono dell’ospedale, senza alcuna manutenzione ordinaria, era da tempo presagio di chiusura. Uno smantellamento agevolato anche dal blocco del turnover e riduzione del personale sanitario.

La pandemia poi, è stata la manna dal cielo. Il Marino diviene a tutti gli effetti il secondo Covid hospital per Cagliari e il sud Sardegna. La clinica ortopedica si trasferisce al Policlinico universitario e i traumatizzati in parte al Brotzu e in parte al Policlinico. Presidi ospedalieri a loro volta a rischio di implosione per il sovraccarico di servizi e la carenza di personale.

La camera iperbarica che copriva H24 le urgenze emergenze di tutta la Sardegna, con ottimi professionisti dall’Ortopedia alla Chirurgia d’urgenza è ormai un’isola in abbandono nel deserto sanitario. Le ricadute sui pazienti sono pesantissime in tutta l’Isola. Dopo lo smantellamento, il mistero sui recenti lavori di ristrutturazione del Marino è presto svelato. La recente inaugurazione del Centro di Terapia del dolore, trasferito dal Binaghi al nuovo pronto soccorso del Marino, appare come copertura sanitaria per altre destinazioni d’uso dell’ospedale.

Non vorremmo che risorse finanziarie previste dal PNRR per la salute, andassero impegnate in ristrutturazioni di ospedali scientemente smantellati, da non restituire ai malati.
I tre piani dell’ortopedia e della chirurgia della mano dell’ospedale Marino, finemente ristrutturati con vista a mare, non ospitano i malati e il personale sanitario, ma gli amministrativi, dal Direttore generale al suo staff. E’ così che gli ospedali non si chiudono ma si trasformano. Un’anomalia da verificare.

Claudia Zuncheddu è la portavoce della Rete Sarda Difesa Sanità Pubblica

https://www.manifestosardo.org/il-mistero-dei-lavori-di-ristrutturazione-dellospedale-marino-di-cagliari/#more-36407