giovedì 3 marzo 2011

mangiare oggi

per produrre un solo kg di carne destinata al consumo umano sono necessari 100.000 litri di acqua, rispetto ai 600 litri per la stessa quantità di grano e 500 litri per le patate.

Di tutto il terreno che nel mondo viene utilizzato per l’agricoltura, poco meno del 40% è destinato a consumo umano, nel restante 60% le coltivazioni servono per l’alimentazione degli animali da allevamento.

Una disponibilità alimentare molto ampia, ma che giova solo ad una piccola parte degli esseri umani: da fonti FAO del 2004, infatti, risultano circa 840 milioni gli esseri umani, soprattutto bambini (e quasi tutti nel Sud del mondo), che soffrono di denutrizione cronica.

Ma, com’è noto, la fame nel mondo non è un problema causato dalla mancanza di cibo prodotto, ma da una sua distribuzione non omogenea e soprattutto dagli sprechi enormi: 36 dei 40 paesi più poveri del mondo esportano cibo verso gli USA e l’Europa.

Il vecchio continente da solo sarebbe autosufficiente nella produzione agricola pro-uomo, mentre deve importare cereali ecc. per soddisfare il fabbisogno nutrizionale legato agli animali da allevamento. L’Etiopia, anche durante la sua peggiore carestia, produceva semi oleosi che esportava per il consumo animale.

Su scala mondiale il 90% dei cereali e della soia prodotti, sono destinati nutrire gli animali e non gli esseri umani. Con la sola produzione di un anno di cereali per uso animale degli stati uniti, si potrebbe sfamare tutta la popolazione mondiale per un anno. (Fonte: www. scienzavegetariana.it)

Consumare carne o pesce non rappresenta soltanto un impatto a livello socio-ambientale rilevante, causa tra l’altro di una consistente parte dell’effetto serra, anche la scienza oramai ha da tempo confermato che il consumo di carne è responsabile dell’insorgere di patologie cardiocircolatorie e tumorali, che sono la maggior causa di mortalità delle popolazioni del mondo occidentale, per non parlare delle patologie dirette come la encefalopatia spongiforme bovina (mucca pazza), l’influenza aviaria e l’ultima e più attuale influenza suina…

da qui


È un problema di conversione energetica: Frances Moore Lappè, altra autorevole economista, rilevava già nel 1979 come negli Stati Uniti al bestiame venissero somministrate 145 milioni di tonnellate di cereali e soia; di queste solo 21 milioni tornavano ad essere disponibili per l’alimentazione umana, sotto forma di carne e uova.

“Il resto, equivalente a circa 124 milioni di tonnellate di cereali e soia, è stato sottratto al consumo umano”. Lappé ha calcolato che se queste 124 milioni di tonnellate fossero state convertite in denaro avrebbero avuto un valore di circa 20 miliardi di dollari e se fossero state convertite per l’alimentazione umana avrebbero fornito l’equivalente di una ciotola di cibo per ogni essere umano del pianeta per un intero anno.

Anche la FAO – dopo aver incentivato per anni lo sviluppo delle colture per il nutrimento animale – conferma oggi che se una dieta vegetariana mondiale potrebbe nutrire 6,2 miliardi di persone, un’alimentazione che comprenda il 25 % di prodotti animali può sfamarne solo 3,2 miliardi.

Frances Moore Lappé definisce gli allevamenti “fabbriche di proteine alla rovescia”. Significa che serve un chilo di proteine vegetali per produrre 60 grammi di proteine animali. Significa anche – come spiegano Sandro Pignatti e Bruno Trezza, autori di Assalto al Pianeta– che per produrre una bistecca da 500 calorie il manzo deve ricavarne 5000. Il che vuol dire mangiare una quantità d’erba che ne contenga 50 mila. Solo un centesimo di questa energia arriva al nostro organismo, il 99 % viene dissipata…

da qui



Lo studio è stato svolto su una vasta popolazione: hanno partecipato tra 1992 e il 2000 un totale di 103.455 uomini e 270.348 donne tra i 27 e i 70 anni provenienti da dieci diversi stati europei. Il progetto è stato denominato "Indagine prospettica europea sul cancro e la nutrizione, l'attività fisica, l'alcool, l'eliminazione del fumo, il mangiare fuori casa e l'obesità" (EPIC-PANACEA).

Nel corso degli anni è stata valutata la quantità di calorie assunte dalla carne e il cambiamento di peso annuale, tenendo conto nel modello dei prossibili fattori confondenti come età, sesso, calori totali assunte, attività fisica, modelli dietetici e altro.

Il risultato dello studio ha evidenziato come il consumo totale di carne era associato in modo positivo con l'aumento di peso, vale a dire, a maggiori consumi di carne si verificava un maggiore aumento di peseo, sia negli uomini che nelle donne, in persone normopeso o sovrappesso, in fumatori e non fumatori. Un aumento del consumo di carne di 250 al giorno (equivalente a una bistecca) porta a un aumento di peso medio di 2 kg dopo 5 anni. Questo vale per qualsiasi genere di carne: carne rossa (di bovino o suino), pollame, carne lavorata (come insaccati).

Gli autori dello studio concludono affermando che i loro risultati suggeriscono che una diminuzione del consumo di carne può migliorare la gestione del peso corporeo e dichiarando che "I nostri risultati sono peraltro a favore della raccomandazione, per la salute pubblica, di diminuire il consumo di carne per migliorare la propria salute"…

da qui


Molti uomini di scienza e di pensiero hanno creduto che la scelta vegetariana fosse quella giusta per l’armonia del pianeta. Dal genio rinascimentale di Leonardo da Vinci, che non poteva sopportare che i nostri corpi fossero le tombe degli animali, fino ad Albert Einstein, il piu’ grande scienziato del’900 che presagiva che nulla darà la possibilità di sopravvivenza sulla Terra quanto l’evoluzione verso una dieta vegetariana.

Anch’io sono convinto che il vegetarianesimo sia inevitabile, per tre motivi, il primo e’ di ordine ecologico/sociale.
I prodotti agricoli a livello mondiale sarebbero in realtà sufficienti a sfamare i sei miliardi di abitanti, se venissero equamente divisi e sopratutto se non fossero in gran parte utilizzati per alimentare i tre miliardi di animali da allevamento.
Ogni anno 150 milioni di tonnellate di cereali sono destinate a bovini, polli e ovini, con una perdita di oltre l’80% di potenzialità nutritiva: in pratica il 50% dei cereali ed il 75% della soia raccolti nel mondo servono a nutrire gli animali di allevamento.
L’America meridionale, per fare posto agli allevamenti, distrugge ogni anno una parte della foresta amazzonica grande come l’Austria. Trentasei dei quaranta paesi più poveri del mondo esportano cereali negli Stati Uniti, dove il 90% del prodotto importato è utilizzato per nutrire animali destinati al macello.
Viviamo in un mondo dove un miliardo di persone non ha accesso all’acqua pulita e per produrre un chilo di carne di manzo occorrono piu’ di trentamila litri di acqua. Già oggi non riusciamo neppure a contare quante malattie e quante morti potrebbe evitare un minore consumo di carne. Veniamo così indirettamente alla seconda motivazione del vegetarianesimo, che è la tutela della salute. Non ci sono dubbi che un alimentazione povera di carne e ricca di vegetali sia più adatta a mantenerci in buona forma.
Gli alimenti di origine vegetale hanno una funzione protettiva contro l’azione dei radicali liberi, cioè quelle molecole che possono alterare la struttura delle cellule e dei loro geni. Si può quindi pensare che chi segue un alimentazione ricca di alimenti vegetali è meno a rischio di ammalarsi e possa vivere più a lungo.
C’è poi un secondo fattore.
Noi siamo circondati da sostanze inquinanti che possono mettere a rischio la nostra vita. Sono sostanze nocive se le respiriamo, ma lo sono molto di più se le ingeriamo. Consumando carne, ci mettiamo proprio in questa situazione, perché dall’ atmosfera queste sostanze ricadono sul terreno, e quindi sull’erba che, mangiata dal bestiame,(o attraverso i mangimi) introduce le sostanze nocive nei suoi depositi adiposi, e infine nel nostro piatto quando mangiamo la carne. L’accumulo di sostanze tossiche ci predispone a molte malattie cosiddette “del benessere” (diabete non – insulino dipendente, arteriosclerosi, obesità). Anche il rischio oncologico è legato alla quantità di carne che consumiamo. Le sostanze tossiche si accumulano più facilmente nel tessuto adiposo, dove rimangono per molto tempo esponendoci più a lungo ai loro effetti tossici.
Frutta e verdura sono alimenti poverissimi di grassi e ricchi di fibre: queste agevolano il transito del cibo ingerito, riducono il tempo di contatto con la parete intestinale degli eventuali agenti cancerogeni presenti negli alimenti.
I vegetali poi, oltre a contaminarci molto meno degli altrialimenti, sono scrigni preziosi di sostanze come vitamine, antiossidanti edinibitori della cancerogenesi (come gli flavonoidi e gli isoflavoni), che consentono di neutralizzare gli agenti cancerogeni, di “diluirne” la formazione e di ridurne la proliferazione delle cellule malate.
La terza motivazione, ma non l’ultima, è di ordine etico – filosofico ed è quella che ha fatto di me un vegetariano convinto da sempre. Io ero un bambino di campagna, amico degli animali e oggi sono un uomo che ha il massimo rispetto per la vita in tutte le sue forme, specie quando questa non può far valere le proprie ragioni. Il cibo è per me una forma di celebrazione della vita, ma non mi piace celebrare la vita negando la vita stessa ad altri esseri.

Umberto Veronesi da qui

lunedì 28 febbraio 2011

Canapa

Le tele dei dipinti di Rembrandt, Gainsborough, Van Gogh, così come fondamentalmente la maggior parte delle tele dei quadri di un tempo erano fatte di canapa.
* Nel 1916, il governo USA prevedeva che entro gli anni quaranta tutta la carta sarebbe stata prodotta con la canapa e che non ci sarebbe più stato bisogno di tagliare gli alberi. Alcuni studi condotti dal governo riportano che 1 acro di canapa equivale a 4,1 acri di alberi per cui si stava pianificando la realizzazione di questi progetti; Dipartimento dell’Agricoltura.
* Fino al 1937 colori e vernici di buona qualità erano prodotti con olio di semi di canapa. Nel 1935 in America furono usate 58.000 tonnellate di semi di canapa per prodotti da pittura; Sherman Williams Paint Co. Testimonianza di fronte al Congresso contro il MARIUANA Tax Act del 1937.
* Il primo modello-T di Henry Ford carburava ad olio di canapa e L’AUTOMOBILE STESSA ERA COSTRUITA IN CANAPA! Ford è stato fotografato sulle sue vaste proprietà in mezzo ai campi di canapa.
La macchina, ‘cresciuta dalla terra’ aveva pannelli di plastica di canapa, la cui resistenza all’impatto era 10 volte superiore a quella dell’acciaio; Popular Mechanics, 1941…

da qui


La marijuana (spagnolo), o cannabis (latino) o hemp (inglese) è una pianta che si potrebbe definire miracolosa, ed ha una storia lunga almeno quanto quella dell'umanità. Unica pianta che si può coltivare a qualunque latitudine, dall'Equatore alla Scandinavia, ha molteplici proprietà curative, cresce veloce, costa pochissimo da mantenere, offre un olio di ottima qualità (molto digeribile), ed ha fornito, dalle più antiche civiltà fino agli inizi del secolo scorso, circa l'80 per cento di ogni tipo di carta, di fibra tessile, e di combustibile di cui l'umanità abbia mai fatto uso.

E poi, cosa è successo? E' successo che in quel periodo è avvenuto il clamoroso sorpasso dell’industria ai danni dell'agricultura, e di questo sorpasso la cannabis è stata chiaramente la vittima numero uno.

I nascenti gruppi industriali americani puntavano soprattutto allo sfruttamento del petrolio per l’energia (Standard Oil - Rockefeller), delle risorse boschive per la carta (editore Hearst), e delle fibre artificiali per l’abbigliamento (Dupont) – tutti settori nei quali avevano investito grandi quantità di denaro. Ma avevano di fronte, ciascuno sul proprio terreno, questo avversario potentissimo, e si unirono così per formare un'alleanza sufficientemente forte per batterlo…

…Come prodotto tessile, la cannabis è circa quattro volte più morbida del cotone, quattro volte più calda, ne ha tre volte la resistenza allo strappo, dura infinitamente di più, ha proprietà ignifughe, e non necessita di alcun pesticida per la coltivazione. Come carburante, a parità di rendimento, costa circa un quinto, e come supporto per la stampa circa un decimo…

da qui


Torna la canapa, per la carta, i tessuti, la cosmetica. Vietata per alcuni decenni per l'eccessiva vicinanza alla cannabis e persa la concorrenza con il nylon, la canapa italiana, ritenuta la migliore del mondo, è tornata a essere coltivata in Emilia. Si è iniziato nel '98, con una coltivazione sperimentale di 50 ettari, saliti fino a 1.400 e con programmi di espansione che la grande crisi ha rallentato, ma non cancellato. Arturo Malagoli, co-fondatore del Consorzio Canapaitalia con Armani jeans e una cooperativa di agricoltori, spiega: «La canapa è una straordinaria pianta che non ha bisogno di acqua per crescere perché non teme la siccità. Nelle nostre tradizioni era fondamentale per fare tessuti, corde, oli e, anche, farine per l'alimentazione. Per questo abbiamo deciso di ripristinare la coltivazione. E di utilizzarla per prodotti di alta qualità». Malagoli ha fondato Raggio Verde: la società è partita da una base di 150 tonnellate di canapa da trasformare in quaderni, dépliant, cataloghi, gadget, è passata a 400 tonnellate nel 2004 per arrivare a quasi mille nel 2008: «Sono stato il primo, dopo numerosi tentativi e ricerche, a produrre carta di canapa in Europa: ha una resa molto alta nella stampabibilità e un impatto ambientale molto basso grazie all'utilizzo di inchiostri vegetali e a un sistema di stampa senza acqua. Ma soprattutto sono orgoglioso di non dover abbattere neanche un albero per produrre cellulosa»…

da qui

sabato 26 febbraio 2011

L'arrosto amazzonico - Marinella Correggia

Che la filiera della bistecca bovina da animali bradi sia una delle maggiori killer dell'Amazzonia brasiliana è chiaro da tempo ma forse mai era stato illustrato tanto bene come nel rapporto di Greenpeace International «Slaughtering the Amazon» (Macellando l'Amazzonia). Il documentatissimo rapporto fa i nomi delle compagnie internazionali di distribuzione che comprano carne e pelli da fornitori del Brasile, diventato il maggior esportatore di carne bovina al mondo a spese degli alberi, della biodiversità, dell'equilibrio idrico, del clima (il paese sudamericano è il quarto produttore mondiale di gas serra proprio a causa della distruzione della foresta).
Il rapporto è durissimo: l'industria dei bovini provocherebbe l'80% della perdita dell'Amazzonia e il 14% della perdita mondiale delle foreste. L'area totale di Amazzonia brasiliana ridotta a pascolo è oggi di 240.000 miglia quadrate; più di tutta la Francia. La dove c'era la foresta pascolano stabilmente 80 milioni di bovini. Altre superfici sono occupate dalle coltivazioni di soia.
Il rapporto di Greenpeace ha fatto effetto. La Banca mondiale, nientemeno, ha revocato un prestito di 90 miliardi di dollari al gigante brasiliano degli allevamenti Bertin, che nel rapporto degli ambientalisti compare fra gli accusati di deforestazione. Il prestito, garantito dalla International Finance Corporation, sarebbe servito ad ampliare le strutture di trasformazione della carne nell'Amazzonia brasiliana. «Una buona notizia - hanno dichiarato Greenpeace e Friends of the Earth Brasile - e che serva di lezione; peccato che per tanto tempo diverse banche abbiano sostenuto questa compagnia colpevole di attentare al clima». Gli ambientalisti hanno poi chiesto un impegno analogo alla Banca brasiliana per lo sviluppo sociale ed economico (Bndes), che ha garantito nel 2008 prestito a Bertin per circa 1,25 miliardi di dollari. E la pubblica Bndes ha risposto, come riporta la Agenzia Estado: presto esigerà da chi chiede un prestito la tracciabilità dei suoi prodotti, fino al ranch. Un pubblico ministero federale dal canto suo ha avanzato una causa da 1 miliardo di dollari contro l'industria dei bovini per danno ambientale.
Inoltre tre grandi catene di supermercati, Wal-Mart, Carrefour e Pão de Açúcar hanno dichiarato la sospensione dei contratti con fornitori implicati nella deforestazione. Anche l'associazione brasiliana dei supermercati (Abras), ammettendo che «non ci sono garanzie che la carne non provenga dall'Amazzonia», ha annunciato ogni cessazione di rapporto con complici accertati della deforestazione. E non solo: Marfrig, il quarto commerciante mondiale di carne bovina, egualmente nominato nel rapporto di Greenpeace, non comprerà più animali allevati in aree all'interno dell'Amazzonia legale.
Lavaggio verde a buon mercato? Forse, visto che non esiste un sistema di certificazione per i prodotti carnei o conciari brasiliani, tale da garantire che sono prodotti «con responsabilità», o meglio, se non altro fuori dall'Amazzonia. Un'organizzazione chiamata Aliança da Terra sta lavorando proprio a questo sistema. Nell'attesa, il primo gruppo di distribuzione britannico (e terzo al mondo dopo la statunitense Wal-Mart e la francese Carrefour), ha ammesso che è difficile conoscere la fonte ma «si sta attrezzando». Fra le altre «grandi firme» tirate in ballo - per la carne o il cuoio - nel rapporto di Greenpeace: Adidas/Reebok, Nike, Carrefour, Eurostar, Unilever, Johnson & Johnson, Toyota, Honda, Gucci, Louis Vuitton, Prada, Ikea, Kraft, Tesco and Wal-Mart. Che non vendono solo carne e cuoio.

venerdì 25 febbraio 2011

I jeans che uccidono - Marina Forti

I jeans scoloriti sono sempre stati in voga. Più ancora se molto scoloriti, dall'aspetto logoro, «invecchiati», «vintage»: mode, questione di gusti. Dunque da decenni i produttori mettono in commercio jeans già lavati, lavati «a pietra» (stone-washed). La moda vuole però che non siano scoloriti in modo uniforme ma di più in certi punti, come se consumati dall'uso. Per questo, l'ultimo ritrovato della tecnica è la sabbiatura del jeans: consiste nello sparare sabbia ad alta pressione con dei compressori ad aria, in modo da produrre un processo abrasivo che candeggia il tessuto (in inglese si chiama sandblasting, «esplodere sabbia»). Va fatto a mano, per dirigere la sabbia sui punti che si vogliono scolorire. Così però la sabbia vola. E qui non è più questione di gusti ma di diritto alla salute dei lavoratori. La sabbia infatti contiene naturalmente silice, e questa, se inalata, provoca la malattia del polmoni detta silicosi. Per questo la rete «Clean Clothes Campaign», o Campagna abiti puliti (vedi www.abitipuliti.org) ha lanciato un appello ai produttori di jeans e ai governi per eliminare la sabbiatura. L'allarme è partito dalla Turchia, dove un gran numero di fabbrichette e laboratori (caso classico di economia sommersa) producono capi d'abbigliamento per il mercato soprattutto europeo. Qui la sabbiatura si è diffusa dal 2000. Pochi anni dopo, nel 2005, per la prima volta dei medici hanno diagnosticato la silicosi in lavoratori, uomini per lo più giovani, addetti alla sabbiatura dei jeans. I morti accertati finora sono 46. Nel 2008 è nato un Comitato turco di solidarietà con i lavoratori della sabbiatura, che riunisce lavoratori, sindacalisti, medici, giornalisti: la loro campagna ha avuto effetto, perché nel 2009 il ministero della salute di Ankara ha vietato il sandblasting. Non che i problemi siano finiti: si stima che tra 8 e 10mila persone abbiano lavorato alla sabbiatura nell'ultimo decennio e tra 4 e 5.000 siano affetti da silicosi. Molti sono immigrati dall'Europa orientale; anche se turchi, molti lavoravano in nero, così ora il Comitato sta lavorando per risarcimenti e pensioni di invalidità. La silicosi non è una novità. Di solito è associata al lavoro nelle miniere, edilisia, o alla fabbricazione di vetro e ceramica (in cui appunto si usa sabbia). Non esiste una cura nota. Si sa che è causata dall'inalazione di polveri contenenti silice libera o cristallina. E' irreversibile, e continua a progredire anche quando l'esposizione cessa; provoca fibrosi polmonare, enfisema, nella fase finale diventare invalidante e mortale. La cosa impressionante è che nelle miniere la silicosi si manifesta dopo 20 o 30 anni. Ma esposizione più intensa significa periodo di latenza più breve. In altre parole: gli addetti alla sabbiatura dei jeans ne respirano davvero tanta di quella roba, perché gli sono bastati pochi anni, in alcuni casi appena mesi di lavoro per ammalarsi. In Turchia dunque la sabbiatura è illegale. Nell'Unione europea è ammessa solo se gli abrasivi contengono meno dell'0,5% di silice. Ma costa meno (se non si conta la salute del lavoratore) usare la sabbia com'è, con silice attorno all'80%. Tanto la sabbiatura si fa altrove: Egitto, Giordania, Bangladesh, Pakistan, Cina, Messico. Alcune aziende hanno risposto alla campagna Abiti puliti impegnandosi a non vendere jeans sabbiati (Lévi-Strauss, H&M, C&A). Non così Diesel, Dolce & Gabbana e Armani, marche ben note che hanno rifiutato di aprire un dialogo. Il minimo è non comprare i loro jeans.



domenica 20 febbraio 2011

La Cina (e non solo) prende l'Africa in leasing

Da cinque anni a questa parte, colossi economici governativi e non (quali Petrochina, prima impresa di Stato della “People Republic of China”) realizzano enormi investimenti sulle distese agricole dei Paesi in Via di Sviluppo, per garantirsi l’approvvigionamento diretto delle derrate.
L’espressione “neo-colonialismo” - coniata dal Direttore Generale della FAO, Jacques Diouf - è riferita ai terreni ove si realizza circa un quinto della produzione mondiale di cibo, oggetto di conquiste da Paesi più o meno lontani come Cina e Corea del Sud, India, Kuwait, Qatar, Yemen, Arabia Saudita.
La Banca Mondiale stima che gli acquisti e gli affitti internazionali di terre interessino circa 50 milioni di ettari in Africa, Asia e America Latina: una stima prudente in assenza di notizie certe, a causa dell’opacità di contratti spesso non soggetti a obblighi di registrazione.La Cina, per citare qualche esempio, si è aggiudicata proprietà e sfruttamento di latifondi in Camerun, Tanzania e Monzambico (per il riso), Uganda e Zimbabwe (cereali), Filippine, Laos, Kazakhstan, ecc.
Alcuni osservatori parlano di vero e proprio “land grabbing” (appropriazione di terreni), in casi come quello della sud-coreana Daewoo che nel 2008 aveva provato ad acquisire un diritto di utilizzo esclusivo di 1,3 milioni di ettari, il 50% delle terre arabili del Madagascar per la durata di 99 anni (tentativo poi fallito grazie alle proteste internazionali).
Le differenze tra il metodo neo-colonialista e l'approccio europeo alla cooperazione non sono del tutto rascurabili.
1) accesso delle popolazioni locali alle risorse produttive. I “neo-coloni” spesso acquistano le piantagioni direttamente dai governi locali, in assenza di diritti o documenti che riconoscano e attestino la proprietà di molte aree
2) destino delle produzioni. I raccolti sono esclusivamente destinati all’export. Si investe solo sulle monoculture (senza badare alla loro in-sostenibilità), in alcuni casi per produrre bio-carburanti anziché cibo.
Il paradosso? Paesi come il Sudan e l’Etiopia, a dispetto della grave malnutrizione che affligge le loro popolazioni, sono grandi esportatori di derrate agricole delle quali hanno completamente perso il controllo.
Ma il diritto internazionale (OMC, contratti bilaterali di investimento) tuttora non lascia scampo.
da qui



La penetrazione cinese in Africa ha conosciuto una vertiginosa accelerazione negli ultimi due anni. Il commercio tra la Cina e il continente nero, valutato lo scorso anno a 115 miliardi di dollari, è aumentato del 43,5% rispetto al 2009. Gli investimenti cinesi vanno espandendosi rapidamente in 45 Paesi africani, concentrandosi in quelli tradizionalmente sotto influenza francofona o anglofona, come il Kenya, la Tanzania, il Rwanda, la Nigeria, lo Zambia e l’Algeria.
La Cina ha investito 22 milioni di dollari in Kenya per modernizzare gli esistenti porti di Mombasa e Lamu, per la modernizzazione dell’esistente rete ferroviaria e per la costruzione di una colossale autostrada che faciliti il trasporto terrestre tra Kenya, Etiopia, Sud Sudan e Rwanda. L’autostrada faciliterà il trasporto di merci da questi Paesi al porto keniota di Lamu. In Tanzania le aziende cinesi hanno investito 200 milioni di dollari nei settori agricolo, farmaceutico, minerario, edile e nelle infrastrutture stradali. Mentre gli alleati storici e punta di diamante della penetrazione cinese rimangono il Sudan e lo Zimbabwe.
Questa rapida espansione economica, unita al fabbisogno crescente di materie prime per sostenere l’industria nazionale, alla debolezza dell’Europa, al declino americano e alle recenti destabilizzazioni sociali in vari Paesi arabi, sono certamente i fattori principali che hanno spinto il Comitato Centrale di Pechino ad adottare una politica di rottura con l’occidente – la quale potrebbe rappresentare il preambolo per una stagione di guerre indirette tra Cina e Occidente combattute sul suolo africano per decidere la supremazia sulle materie prime per i prossimi vent’anni…
da qui



Accordi economici e promesse di sostegno politico hanno caratterizzato le prime due tappe, in Zimbabwe e Gabon, di un viaggio africano del ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi.
Ad Harare, si legge in una nota del ministero degli Esteri di Pechino, sono state sottoscritte intese in materia di “cooperazione economico-commerciale e tecnologica”. Ma a segnare la visita sono state anche dichiarazioni sull’“amicizia sincera” tra Cina e Zimbabwe rilasciate sia da Yang sia dal presidente Robert Mugabe. Significativo il questo senso il sostegno offerto da Pechino, membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu, a una revoca delle sanzioni economiche e finanziarie applicate a partire dal 2002 da Stati Uniti e Unione Europea (UE) nei confronti di numerosi dirigenti e imprese di Harare.
Cooperazione economico-commerciale e convergenze politiche sono stati i temi dominanti anche in Gabon. Durante l’incontro con Yang, il presidente Ali Bongo Ondimba ha detto di sperare in crescenti contributi della Cina allo sviluppo delle infrastrutture nazionali, dagli assi stradali alla rete elettrica. In settimana la visita di Yang proseguirà in Guinea, Togo e Ciad.
da qui



…E per aggiudicarsi ettari su ettari di terreno fertile non si affidano al fucile, ma a valigette piene di soldi. Il territorio di conquista preferito è, ancora una volta, il Continente africano, con i suoi Stati immensi e i governi logorati dalla corruzione. Ma non disdegnano neppure America Latina, Malesia, Indonesia e perfino gli ex Stati comunisti dell'Europa orientale, Ucraina in testa. Pensare che prima del 2008, l'anno della crisi alimentare globale, l'agricoltura non interessava quasi più a nessuno. A occuparsi dell'utilizzo delle terre dei paesi in via di sviluppo erano rimaste le solite ong e poi la Cina, che ben prima degli altri ha fatto dell'Africa il suo forziere di risorse naturali. Ma la vertiginosa ascesa dei prezzi di materie prime, agricole incluse, ha convinto molti Stati e altrettanti investitori ad aggiudicarsi abbondanti quantità di terreno in casa altrui. Secondo le stime dell'Ifad, oltre 20 milioni di ettari di terra sono stati acquistati negli ultimi due anni da entità straniere, per la maggior parte in Africa e Sud America. In totale oltre 50 milioni di ettari sono stati vittima dell'"accaparramento".
Si tratta di terre utilizzate da secoli dalle popolazioni locali a cui manca però una prova formale di proprietà, elemento che lascia mano libera a chi ne vuole trarre un vantaggio personale. In casi tristemente famosi come quelli dell'Etiopia, del Mali e del Sudan i governi non si sono fatti scrupolo alcuno di vendere quello che considerano suolo pubblico al miglior offerente, incassando personalmente gli introiti. Il risultato è l'ulteriore depauperamento della popolazione di un continente dove tre abitanti poveri su quattro abitano nelle campagne da cui dipendono totalmente per la sussistenza. "L'acquisto delle terre da parte di investitori stranieri distrugge l'agricoltura familiare e costruisce un sistema di proprietà che escluderà per sempre gli abitanti", spiega Antonio Onorati, presidente del Centro internazionale crocevia, che del tema parlerà nell'incontro di quest'anno delle comunità di Terra Madre: "Non a caso del miliardo di affamati che esistono al mondo, 800 milioni sono piccoli produttori di cui 600 milioni sono contadini".
A diventare ricchi sulle loro spalle sono innanzitutto gli accoliti di dittatori come l'etiope Meles Zenawi e il sudanese Omar al-Bashir, poi governi di Stati come il Mozambico e il Mali, dove in vendita è stata messa perfino una zona con tre cimiteri (sistematicamente smantellati, con buona pace delle anime che vi riposavano). Infine, ci sono gli acquirenti che Onorati divide in tre categorie: i governi e le loro istituzioni, gli investitori speculativi privati o semi-privati e gli investitori nazionali, una realtà in rapida crescita.
Tra i governi più attivi vi erano India e Cina, ma quest'ultima, sotto la pressione occidentale, ha annunciato in occasione del G8 dell'Aquila di avere cessato la campagna pubblica di acquisti. Diversa è la posizione di Arabia Saudita e Libia che, consci di avere sì enormi riserve petrolifere, ma di estendersi su territori desertici, si sono prepotentemente gettati nella mischia degli acquisti territoriali. Oggi la Libia di Gheddafi possiede oltre 400 mila ettari di terra in Mali attraverso un braccio del suo fondo d'investimento sovrano, il Libia Africa Investment Portfolio, mentre il King Abdullah Initiative for Saudi Agricultural Investment Abroad aiuta le società saudite in paesi con un grande potenziale agricolo…

da qui

sabato 19 febbraio 2011

attenti al colesterolo!

Le persone col colesterolo alto sono quelle che vivono più a lungo. Avendo subito un lavaggio del cervello, quest'affermazione può sembrarci talmente incredibile da richiedere parecchio tempo per essere assimilata e capirne a pieno l'importanza. Eppure il fatto che gli individui con colesterolo alto vivano di più emerge chiaramente da molti studi scientifici. Si consideri il risultato del 1994 del Dr. Harlan Krumholz del Dipartimento di Medicina Cardiovascolare dell'Università di Yale, in cui si trovò che persone anziane con colesterolo basso hanno una mortalità doppia per attacco di cuore rispetto a persone anziane con colesterolo alto.[1] I sostenitori della campagna per un colesterolo basso, coerentemente con la loro posizione, ignorano questa obiezione o la considerano come una rara eccezione, casualmente prodottasi tra un grande numero di studi a supporto del contrario.
Eppure non si tratta di un'eccezione; ora è disponibile una vasta mole di risultati che contraddicono l'ipotesi lipidica. Scendendo nello specifico, molti studi su persone anziane hanno evidenziato che il colesterolo alto non è un fattore di rischio per le malattie coronariche. Questo è il risultato di una mia ricerca che ho condotto nel database Medline sugli studi rivolti a questo settore.[2] Undici studi su anziani portano a quel risultato e altri sette studi hanno trovato che il colesterolo alto non è nemmeno un fattore predittivo di mortalità onnicomprensivo.
Consideriamo ora che più del 90 % di tutte le malattie cardiovascolari si riscontrano in persone che abbiano superato i 60 anni e che quasi tutti gli studi hanno trovato che il colesterolo alto non è un fattore di rischio per le donne.[2] Ciò implica che il colesterolo alto è un fattore di rischio per meno del 5 % tra coloro che muoiono di un attacco cardiaco.
E c'è un'ulteriore rassicurazione per quelli che hanno il colesterolo alto; sei studi hanno trovato che la mortalità totale è inversamente collegata al colesterolo totale, o al colesterolo-LDL o a entrambi. Ciò significa che se si vuole vivere a lungo in realtà è molto meglio avere un colesterolo alto piuttosto che basso…

continua qui

Un errore comune è credere che tutto il colesterolo provenga dai cibi. In realtà al massimo solo il 20% del colesterolo proviene dall'alimentazione, mentre l'80% è di origine endogena (cioè creato dall'organismo. La produzione è circa di 1-2 g al giorno mentre l'organismo ne assume con la dieta 200-500 mg, per l'uomo occidentale medio circa 340 mg, 220 mg per la donna). Una parte del colesterolo in eccesso viene eliminata dal fegato, cosicché la percentuale esogena (cioè proveniente dall'esterno, dall'alimentazione) massima del 20% sul totale è più che ragionevole. Solo se si mangia "malissimo" si arriva al 20%. Realisticamente è del 10%...

Al di là di informazioni troppo sommarie (come l'affermazione scientificamente errata "si deve avere il colesterolo totale sotto al valore di 200 mg/dl), considerate l'indice di rischio cardiovascolare. Per esempio osservate questa tabella (soggetto maschile).

Colesterolo totale

Colesterolo HDL

Indice di rischio

Valutazione

190

30

6,33

NO - Preoccupante

220

40

5,5

NO - Preoccupante

250

45

5,55

NO - Preoccupante

235

70

3,36

OK

195

50

3,9

OK

300

45

6,67

NO - Preoccupante

245

85

2,88

OK

210

35

6

NO - Preoccupante


Come si vede, il colesterolo totale non è un indice attendibile. Molti medici lo usano perché

danno per scontato (SBAGLIANDO!) che tutti abbiano il colesterolo buono basso…

da qui

Si stabiliscono valori sempre piu' bassi di normalita' per colesterolo e pressione, fattori di rischio cardiovascolare se elavati.
Negli ultimi 30 anni l'obiettivo da raggiungere per il colesterolo e' sceso da 260 a 180. Cosi gran parte dei pazienti e' fuori norma.

Il vero pericolo, che e' anche uno dei limiti della medicina contemporanea, e' di frammentare la complessita' di ogni persona in una serie di malattie potenzialmente curabili, meglio se con farmaci. Con il risultato di trasformarci in una societa' di malati.
Oggi c'e' la tendenza a coniare nuove patologie, come la "preipertensione", pur di vendere medicine a sempre piu' pazienti.

Diventa sempre piu' difficile per un medico resistere al canto delle sirene di Big Pharma: solo negli Stati Uniti i colossi farmaceutici hanno speso nel 2004 oltre 55 miliardi di dollari per promuovere medicinali (la pressione si esercita con viaggi, inviti a congressi, regali, finanziamenti a societa' scientifiche, pubblicita' mascherata da campagne di informazione...) , contro i poco piu' dei 30 miliardi per la ricerca…

da qui