sabato 19 marzo 2011

Mc Donald risarcisce i vegetariani – Marinella Correggia

«Mc Donald's dona 10 milioni di dollari ai gruppi induisti e vegetariani le cui attività di beneficienza ed educative sono strettamente legate alle preoccupazioni di quei consumatori che seguono restrizioni alimentari». Così termina l'ultimo, recente e tortuoso comunicato stampa della nota multinazionale dell'hamburger, che così spiega: «Ci scusiamo con gli induisti, i vegetariani e altri clienti per non aver fornito le informazioni complete di cui avevano bisogno al fine di compiere scelte dietetiche informate nei nostri ristoranti». In soldoni, «riconosciamo di aver sbagliato nel definire `vegetariane' le patatine vendute nei nostri ristoranti negli Usa». Al di là della fraseologia utilizzata (l'alimentazione vegetariana è definita una «restrizione alimentare»!), lo scivolone non è da poco. Agli inizi degli anni `90 la multinazionale aveva annunciato con fanfara il passaggio dal grasso bovino all'olio vegetale per la cottura delle patatine, rendendole quindi accettabili ai vegetariani e agli induisti, per i quali ultimi la vacca è sacra. Peccato che la prima fase della cottura preveda un passaggio aromatizzante in grasso di bue; pudicamente chiamato «agente aromatizzante».

Harish Bharti, avvocato di origine indiana e religione indù ha scoperto la cosa e ha intentato una causa alla multinazionale, chiedendo un congruo risarcimento danni a nome di alcuni suoi correligionari e di vegetariani di Seattle. A causa in corso sono arrivate prima le scuse, ritenute non sufficienti, e poi l'accordo (che Mc Donald's fa passare per «dono») sulla cifra milionaria in dollari: sarà anche interessante capire come verranno utilizzati. La comunità induista statunitense, peraltro, è divisa; alcuni dicono: «Ma non si è sempre saputo che Mc Donald's è sinonimo di carne bovina»?

In India l'affaire patatine è stato preso male, con i fast food inondati di telefonate preoccupate, visto che gli imballaggi delle patatine contengono la scritta «made in New Zealand». Mc Donald's India ha categoricamente smentito di usare qualunque ingrediente bovino e spiegato che le patate arrivano crude dal lontano paese australe (non ci sono patate in India?) e sono poi cotte in olio vegetale. Le classi medie del paese, pressole quali il fast food è diventato una moda, possono stare tranquille...

In India, ovviamente, Mc Donald si è sempre guardata dal vendere hamburger di bovino. Ma i fast food non sono stati risparmiati da azioni dirette, per via non solo della tradizione induitsa ma anche di quella gandhiana, benché totalmente ignorata dall'attuale governo - che anzi sottobanco sovvenziona la costruzione di moderni macelli per l'export. Qualche anno fa, agricoltori del movimento Krss dello stato del Karnataka lanciarono una campagna di boicottaggio della Kentucky Fried Chicken, catena statunitense specializzata in polli fritti. In India, i fast food Mc Donald's sono solo 30…


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sabato 12 marzo 2011

Il programma bioeconomico minimale - Nicholas Georgescu Roegen

…Le innovazioni tecnologiche avranno certamente un ruolo in questo senso, ma è il momento di smettere di dare importanza esclusivamente all'aumento dell'offerta.

Anche la domanda può fare la sua parte, una anche più importante e di maggior efficienza in ultima analisi. Sarebbe stupido proporre la rinuncia completa al comfort industriale dell'evoluzione esosomatica. L'umanità non tornerà nelle caverne, o, piuttosto, agli alberi. Ma vi sono alcuni punti che potrebbero essere inclusi in un programma minimo bioeconomico.

1 - La produzione di tutti gli strumenti di guerra, non solo la guerra stessa, dovrebbe essere proibita completamente. È del tutto assurdo (ed anche ipocrita) continuare a coltivare tabacco se, nelle dichiarazioni, nessuno vuole più fumare. Le nazioni che sono tanto sviluppate da essere i principali produttori di armamenti dovrebbe essere capaci di raggiungere un ampio consenso su questo divieto senza alcuna difficoltà se, come affermano, possiedono anche la saggezza per guidare l'umanità. Interrompere per sempre la produzione di questi strumenti di guerra non solo la farà finita con gli assassini di massa per mezzo di armi ingegnose ma libererà anche grandissime forze produttive che potranno essere impiegate per l'aiuto internazionale senza pregiudizio del livello di vita nei rispettivi paesi.

2 - Grazie all'uso di queste forze produttive, e per mezzo di misure aggiuntive ben pianficate e oneste, bisogna aiutare le nazioni in via di sviluppo a raggiungere il più rapidamente possibile tenore di vita buono (non lussuoso). Tanto i paesi ricchi quanto quelli poveri devono effettivamente partecipare agli sforzi richiesti da questa trasformazione e accettare la necessità di un cambiamento radicale nelle loro visioni polarizzate della vita.

3 - Il genere umano dovrebbe gradualmente ridurre la sua popolazione fino ad un livello in cui l'alimentazione possa essere adeguatamente fornita dalla sola agricoltura organica. Naturalmente, le nazioni che stanno conoscendo un'alta crescita demografica dovranno impegnarsi duramente per ottenere i risultati più rapidi possibili in questa direzione.

4 - Fino a che non sia diventato comune l'uso diretto di energia solare o sia ottenuta la fusione controllata, ogni spreco di energia per surriscaldamento, superraffreddamento, superaccelerazione, superilluminazione, ecc. - dovrebbe essere attentamente evitato e, se necessario, rigidamente regolamentato.

5 - Dobbiamo curarci dalla passione morbosa per i congegni stravaganti, splendidamente illustrata da un oggetto contradditorio come l'automobilina per il golf, e per splendori pachidermici come le automobili che non entrano nei garage. Se ci riusciremo, i produttori smetteranno di produrre simili "beni".

6 - Dobbiamo liberarci anche della moda, quella "malattia mentale umana", come la chiamò l'abate Fernando Galliani nel suo celebre Della Moneta (1750). E' veramente una malattia della mente gettar via una giacca o un mobile quando possono ancora servire al loro scopo specifico. Comprare un'automobile "nuova" ogni anno e arredare la casa ogni due è un crimine bioeconomico. E' stato già proposto di fabbricare gli oggetti in modo che durino più a lungo. Ma è ancor più importante che i consumatori si rieduchino da sè così da disprezzare la moda. I produttori dovranno allora concentrarsi sulla durabilità.

7 - e strettamente legato al precedente, è la necessità che i beni devono essere resi più durevoli tramite una progettazione che consenta poi di ripararli.

8 - Dovremmo liberarci dalla "sindrome circolare del rasoio elettrico", che consiste nel radersi più in fretta per avere più tempo per lavorare ad un rasoio che permetta di radersi più rapidamente ancora, in maniera da avere ancora più tempo per progettare un rasoio ancora più veloce, e così via all'infinito. Questo cambiamento richiederà una buona dose di autocritica e un gran numero di ripudi da parte di tutti quegli ambienti professionali che hanno attirato l'uomo in questa vuota regressione senza limiti. Dobbiamo renderci conto che un prerequisito importante per una buona vita è una quantità considerevole di tempo libero trascorso in modo intelligente.

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mercoledì 9 marzo 2011

Un’industria alimentare che produce affamati - Marino Ruzzenenti

La moderna industria degli alimenti distrugge la natura, minaccia la salute umana e produce affamati. Il problema dell’energia appare nelle preoccupazioni dei governanti ma anche delle nostre popolazioni l’aspetto più inquietante della crisi ecologica. Il timore di doversi privare dell’auto in un prossimo futuro è così dirompente da indurre alla rimozione: sì, potrà anche accadere, ma chissà quando. Intanto, finché c’è il carburante la grande giostra continua a girare…
Ma, se il timore di rimanere a piedi, pur confusamente, viene percepito, del tutto assente nella parte opulenta del mondo è l’altra conseguenza ben più devastante della fine del petrolio, la crisi alimentare. Come è emerso con chiarezza nel convegno di Missioneoggi del 2007, il problema della sovranità alimentare è sollevato soprattutto dai contadini del Sud del mondo, alle prese con le distorsioni del mercato globale dei prodotti agricoli che tendono a mortificare un’agricoltura locale virtuosa, attenta alla fertilità dei propri terreni ed a produrre innanzitutto ciò che serve a sfamare le proprie popolazioni.
Nel Nord ricco del Pianeta, nessuno è sfiorato da un possibile futuro di penuria alimentare. Inondati come siamo da una sovrabbondanza di prodotti, di carne di ogni tipo, di pane, di formaggi, di frutta e di verdura… I nostri bimbi crescono ormai con la convinzione che siano i supermercati a fornirci di ogni bene. È la magia dell’industria agroalimentare, esplosa anche in Italia negli ultimi decenni, in parallelo al “miracolo economico” che ci regalò le straordinarie comodità delle automobili e degli elettrodomestici. Questa “magia” si può così rappresentare: negli anni Trenta, il nostro Paese vedeva una maggioranza di addetti all’agricoltura (52%) che con fatica riusciva a sfamare poco più di 40 milioni di abitanti, per i quali, se non ricchi, comunque la carne era un lusso da riservare alle grandi festività; ora, un’esigua minoranza della popolazione attiva (5,5%) riesce a produrre derrate sovrabbondanti, con problemi di eccedenze sanzionate dall’Unione Europea (l’infinita diatriba sulle quote latte), offrendo a 60 milioni di italiani un’enormità di carne che ne mina addirittura la salute, come regolarmente avvertono i dietologi; e nel frattempo la superficie dei terreni coltivabili si è drasticamente ridotta a causa della dissennata cementificazione che, come una sorta di pervasiva metastasi, ha occupato suoli fertili e naturalizzati al ritmo di oltre 244.000 ettari l’anno, cosicché negli ultimi quindici anni abbiamo consumato altri 3 milioni 663 mila ettari, cioè una regione grande più del Lazio e dell’Abruzzo messi assieme, dal 1950 una regione più grande dell’intera Italia Settentrionale. Com’è possibile questo prodigio?...

martedì 8 marzo 2011

i dolori degli pneumatici

…Il pneumatico, sopportando il peso di un veicolo, si frantuma sull’asfalto, producendo piccoli frammenti di gomma, conosciuti come polvere di pneumatico o particolato (PM). Questo va nell’aria o si deposita sulla strada, secondo il peso, vento ecc. Fino agli anni 80 si è pensato che il particolato dei pneumatici non entrasse nei polmoni (studi, tra gli altri, dell’Environment Protection Agency americana). Ma ora si ritiene che il 60% del PM prodotto dai pneumatici possa entrare nei polmoni.

Forse perché adesso si possono misurare i PM “piccoli”?

Le particelle che destano maggiore preoccupazione più grande sono quelle che misurano 10 micron o meno. Per capire le dimensioni, un capello umano è spesso 70 micron circa, mentre i fili di polvere che svolazzano al sole sono circa 10 micron.

La polvere microscopica che si stacca i pneumatici contiene una miscela “unica” di sostanze che hanno un effetto più potente sul corpo umano della polvere naturale. Per formare la gomma nei pneumatici dei veicolo viene usata, una vasta gamma di prodotti chimici, quali lo xilene, il benzene, la nafta, solventi clorati (per esempio il tricloroetano), idrocarburi policiclici aromatici , antracene, fenantrene, benzoirene, fenoli, ammine, petrolio, acidi ed alcali (per esempio idrossido del sodio), difenili policlorati, cianoalcani alogenati e plastificanti…

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Ottocento campi da calcio. Sei milioni di metri quadrati di pneumatici usati che si accumulano da anni su tutto il territorio italiano e ci sono costati negli ultimi cinque anni più di 2 miliardi di euro. Il traffico dei PFU (Pneumatici Fuori Uso) in Italia è uno dei più redditizi nell'ambito del commercio illegale dei rifiuti.
Secondo il rapporto elaborato da Legambiente “Copertone Selvaggio”, ogni anno in Italia oltre 100 mila tonnellate di PFU spariscono nel nulla, o, meglio, prendono la via del commercio illegale. Dei 33 milioni di pneumatici che vengono venduti ogni anno, 350 mila diventano “vecchi” e prendono la perigliosa via dello smaltimento. Circa la metà di questi è destinata al "recupero energetico" (direttamente in Italia o inviati all'estero): vengono bruciati, al posto di combustibili fossili come carbone e coke, nei cementifici e negli impianti che producono calce.

Un quarto viene recuperato: frantumati finiscono nelle barriere insonorizzanti, nelle pavimentazioni stradali, nelle piste di atletica o nei pendii da stabilizzare. Ed infine di un ultimo altro quarto di tutti i pneumatici fuori uso non si conosce la destinazione. Questi PFU finiscono nelle oltre mille discariche illegali sparse su tutto il territorio italiano, pronti per essere incendiati o, peggio, rimessi in commercio, dopo essere stati rivenduti “in nero” ai commercianti. Secondo il D.lgs 152/2006 sono i produttori che si dovrebbero occupare della raccolta e delle smaltimento di questo tipo di rifiuti, che, secondo una direttiva europea, non possono più essere accumulati in discariche.
Per questo scopo è nata nel 2009 Ecopneus, una società consortile che raggruppa tutti i principali produttori di pneumatici (fra cui Bridgestone, Goodyear Dunlop, Michelin e Pirelli). Ecopneus si occuperà di raccogliere e smaltire a norma di legge i PFU, non appena sarà formulato il decreto ministeriale che darà avvio al sistema di gestione a livello nazionale. In attesa del decreto, però, sembra che in Italia ad occuparsi dei rifiuti siano principalmente le organizzazioni criminali. Il business illegale dei PFU poggia su una fitta rete di discariche illegali, la maggior parte concentrate al sud, fra Campania, Calabria, Sicilia e Puglia. Ma nemmeno il nord (ad esclusione della pulita Valle d'Aosta) è immune dal traffico di pneumatici: in Piemonte si concentrano oltre il 3,5% delle discariche illegali (37 in tutto), e guardando dal satellite la Lombardia, vicino a Pavia, si possono contare 20 “colline” di pneumatici abbandonati.

Nella zona fra Caserta e Napoli (una zona chiamata non a caso “la terra dei fuochi”), a gestire il traffico è principalmente la camorra, che si avvale della collaborazione di gruppi di rom, che, per 50-100 euro al carico, raccolgono ed incendiano i PFU ai bordi delle strade, nelle cave o nei campi.

Fino ad oggi le forze dell'ordine hanno portato a termine 19 inchieste che hanno coinvolto 122 aziende.

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Gli Pneumatici Fuori Uso (d’ora in avanti PFU) “rotolano” – anche quando vengono dismessi e diventano rifiuti – non sempre in maniera legale.

Secondo le stime elaborate da Ecopneus, incrociando i dati dell’intero settore, ogni anno spariscono nel nulla – o si disperdono in canali poco chiari – fino a 100mila tonnellate di PFU, circa 1/4 degli pneumatici immessi in commercio nello stesso arco di tempo.

Con ogni probabilità finiscono nelle maglie del mercato illegale, oggetto di traffici nazionali e internazionali o abbandonati in discariche abusive.

Secondo il censimento di Legambiente, realizzato sulla base delle informazioni raccolte dai Circoli Locali dell’associazione, delle operazioni di polizia giudiziaria e delle notizie pubblicate dalle agenzie e organi di stampa, dal 2005 a oggi sono state individuate ben 1.049 discariche illegali, per un’estensione che supera ampiamente i 6 milioni di metri quadrati (per l’esattezza 6.170.537).

Si va dalle discariche di ridotte dimensioni, frutto della smania di risparmiare qualche spicciolo da parte di piccoli operatori (gommisti, officine, trasportatori, intermediari), a quelle più grandi, dove appare evidente la presenza di attività organizzate per il traffico illecito, svolte sia in Italia che all’estero…

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domenica 6 marzo 2011

La truffa dei CIP 6

Il CIP6 è una delibera del Comitato Interministeriale Prezzi adottata il 29 aprile 1992 (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n°109 del 12 maggio 1992) a seguito della legge n. 9 del 1991, con cui sono stabiliti prezzi incentivati per l'energia elettrica prodotta con impianti alimentati da fonti rinnovabili e "assimilate".

La dizione "assimilate" fu aggiunta alla previsione originaria in sede di approvazione del provvedimento per includere fonti di vario tipo, non previste espressamente dalla normativa europea in materia.

In conseguenza della delibera "CIP6", chi produce energia elettrica da fonti rinnovabili o assimilate ha diritto a rivenderla al Gestore dei Servizi Energetici a un prezzo superiore a quello di mercato.

I costi di tale incentivo vengono finanziati mediante un sovrapprezzo del 6-7% del costo dell'energia elettrica, che viene addebitato direttamente ai consumatori finali nel conteggio di tutte le bollette (componente A3 degli oneri di sistema). Il valore dell'incentivo CIP6 viene aggiornato trimestralmente e i valori (in €/MWh) sono pubblicati sul sito del GSE (Gestore dei Servizi Energetici). Per il 4º trimestre 2010 l'importo è pari a 69,96 €/MWh…

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La truffa dei CIP 6 è ormai ben nota a tutti, anche se periodicamente, sia gli italiani che le istituzioni europee sembrano dimenticarsene. In breve tutto comincia nel 1992 con la delibera n. 6 del Comitato Interministeriale Prezzi che stabilisce un incentivo per la produzione di energia provenienti da fonti rinnovabili. I fondi per tale operazioni provengono da unaumento del 7% delle bollette energetiche di tutti gli italiani che, da circa 20 anni, finanziano in questa maniera la promozione delle energie rinnovabili. O almeno pensano. Perché la delibera CIP6 fa riferimento ad una legge preparata ad hoc per fregare gli italiani a favore di industriali e affaristi che si spacciano per grandi imprenditori ma che costruiscono i loro profitti distraendo in maniera inopportuna risorse pubbliche.

Con l’espressione “rinnovabili e assimilate”, infatti, sono state finanziate per decenni forme di energia che nulla hanno a che fare con la definizione di rinnovabili fornita dalla Direttiva 2001/77/CE. Un caso su tutti, gli inceneritori, costruiti in Italia non perché, come vogliono farci credere, sono la soluzione al problema dei rifiuti ma per il semplice fatto che costruirli e gestirli rappresenta un grosso affare per pochi, pagato dai contribuenti.

Nel 2004 la Commissione Europea apre a tal proposito ben due procedure di infrazione contro l’Italia, giudicando inammissibile il finanziamento pubblico per l’incenerimento come fonte di energia rinnovabile

Sonia Alfano continua qui

…in piena emergenza petrolifera il Paese del Sole è agli ultimi posti nell’utilizzo dell’energia solare, battuto perfino da Norvegia e Finlandia.

Le cause principali sono due: l’ostruzionismo dell’Enel, che tratterò se mai un’altra volta, e il “regime Cip6” o meglio il “raggiro Cip6” perchè di una mega-truffa, in sostanza, si tratta: 30 miliardi di Euro, secondo una stima della X^ Commissione della Camera. Nel 1992, per apparenti scopi ambientali, il Comitato Interministeriale Prezzi, con delibera n. 6 (oggi nota appunto come “Cip6”) stabilì che gli italiani pagassero l’elettricità il 6-7% in più e che il gettito del nuovo balzello – denominato “componente tariffaria A3” - fosse impiegato per sostenere quella prodotta da fonti rinnovabili, pagandola a prezzi superiori a quelli di mercato. Purtroppo però in quel testo alle parole “fonti rinnovabili” fu aggiunto “o assimilate” e in seguito non furono mai fissati criteri certi con cui decidere se una fonte di energia fosse “assimilabile” alle rinnovabili.

Fra le “fonti assimilate” fu quindi fatto passare di tutto e soprattutto scarti di raffineria petrolifera e rifiuti non biodegradabili, che sono fonti non rinnovabili e molto inquinanti. Col risultato che la maggior parte dei fondi Cip6 sono sempre andati alle fonti “assimilate” anziché alle rinnovabili vere; e anche da qui il grave gap italiano in quel settore. Il commentatore economico del Corriere della Sera Massimo Mucchetti, nel suo libro“Licenziare i padroni?” (Feltrinelli 2003) , sostiene che scopo principale del trucco fosse il salvataggio della Edison, uscita malconcia dal crak Montedison. Sta di fatto che, almeno nel 2003 e 2004 , Edison incassò oltre metà dei fondi Cip6 pagati per elettricità da “fonti assimilate” e i suoi bilanci di quegli anni dimostrano che quegli incassi costituirono oltre il 50% dei suoi ricavi complessivi…

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La stessa Autorità per l’energia elettrica e il gas (Aeeg) ha più volte espresso la sua preoccupazione per il crescente peso degli incentivi sulla bolletta energetica dei consumatori.

In realtà, la spesa pubblica sostenuta per favorire lo sviluppo delle rinnovabili comprende anche una quota riconosciuta agli impianti inclusi nel controverso provvedimento Cip 6/92 alimentati dalle cosiddette fonti “assimilate” (cogenerazione, calore recuperabile dai fumi di scarico e da impianti termici, elettrici o da processi industriali, impianti che usano gli scarti di lavorazione o di processi e che utilizzano fonti fossili prodotte solo da giacimenti minori isolati) e in particolare ai termovalorizzatori. Proprio quello degli inceneritori di rifiuti rappresenta l’aspetto più controverso della “questione Cip 6”, per i quali l’Italia è incappata anche in un paio di procedure di infrazione da parte della Comunità europea. Attualmente, la legge 210/2008 prevede che gli incentivi vengano concessi solo ai termovalorizzatori entrati in esercizio entro il dicembre 2009(è proprio questo provvedimento che ha consentito al governo di risolvere almeno formalmente le procedure d’infrazione), ma pone una deroga completa per tutti gli impianti di incenerimento previsti per far fronte a “situazioni di emergenza”, come quella campana o quella siciliana. In ogni caso, nel decennio 2000/2009, gli incentivi concessi a tutte queste categorie di impianti hanno raggiunto complessivamente la cifra di circa 33 miliardi di euro(Fonte: Gse, Rapporto delle attività svolte nel corso del 2009, pubblicato a luglio 2010), pari a più del doppio dell’ammontare destinato nello stesso periodo alle “vere” rinnovabili, ovvero 13,5 miliardi…

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Il Gestore dei servizi energetici, meglio noto con la sigla di Gse, ha pubblicato l’elenco delle societàche si sono aggiudicate la gara 2010 per lo spartimento dei diritti di produzione dei 3.403 MWgiornalieri incentivati con la tariffa Cip6.

Mi sono limitato a fare il copia e incolla dei dati dal sito del Gse, premurandomi di metterli in ordine per quantità di diritti assegnati.

In pratica, da Enel in giù, qui trovate tutte le aziende che si dividono gli incentivi nati per lerinnovabili e, quasi sempre, distribuiti agli impianti “assimilati”.

Vi voglio solo ricordare che, a differenza di quanto qualcuno ha affermato, gli incentivi Cip6 restano anche per i termovalorizzatori.

Mi sono permesso, infine, di inserire qualche link per le aziende di cui ho già avuto il piacere di parlare…

eccole

giovedì 3 marzo 2011

mangiare oggi

per produrre un solo kg di carne destinata al consumo umano sono necessari 100.000 litri di acqua, rispetto ai 600 litri per la stessa quantità di grano e 500 litri per le patate.

Di tutto il terreno che nel mondo viene utilizzato per l’agricoltura, poco meno del 40% è destinato a consumo umano, nel restante 60% le coltivazioni servono per l’alimentazione degli animali da allevamento.

Una disponibilità alimentare molto ampia, ma che giova solo ad una piccola parte degli esseri umani: da fonti FAO del 2004, infatti, risultano circa 840 milioni gli esseri umani, soprattutto bambini (e quasi tutti nel Sud del mondo), che soffrono di denutrizione cronica.

Ma, com’è noto, la fame nel mondo non è un problema causato dalla mancanza di cibo prodotto, ma da una sua distribuzione non omogenea e soprattutto dagli sprechi enormi: 36 dei 40 paesi più poveri del mondo esportano cibo verso gli USA e l’Europa.

Il vecchio continente da solo sarebbe autosufficiente nella produzione agricola pro-uomo, mentre deve importare cereali ecc. per soddisfare il fabbisogno nutrizionale legato agli animali da allevamento. L’Etiopia, anche durante la sua peggiore carestia, produceva semi oleosi che esportava per il consumo animale.

Su scala mondiale il 90% dei cereali e della soia prodotti, sono destinati nutrire gli animali e non gli esseri umani. Con la sola produzione di un anno di cereali per uso animale degli stati uniti, si potrebbe sfamare tutta la popolazione mondiale per un anno. (Fonte: www. scienzavegetariana.it)

Consumare carne o pesce non rappresenta soltanto un impatto a livello socio-ambientale rilevante, causa tra l’altro di una consistente parte dell’effetto serra, anche la scienza oramai ha da tempo confermato che il consumo di carne è responsabile dell’insorgere di patologie cardiocircolatorie e tumorali, che sono la maggior causa di mortalità delle popolazioni del mondo occidentale, per non parlare delle patologie dirette come la encefalopatia spongiforme bovina (mucca pazza), l’influenza aviaria e l’ultima e più attuale influenza suina…

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È un problema di conversione energetica: Frances Moore Lappè, altra autorevole economista, rilevava già nel 1979 come negli Stati Uniti al bestiame venissero somministrate 145 milioni di tonnellate di cereali e soia; di queste solo 21 milioni tornavano ad essere disponibili per l’alimentazione umana, sotto forma di carne e uova.

“Il resto, equivalente a circa 124 milioni di tonnellate di cereali e soia, è stato sottratto al consumo umano”. Lappé ha calcolato che se queste 124 milioni di tonnellate fossero state convertite in denaro avrebbero avuto un valore di circa 20 miliardi di dollari e se fossero state convertite per l’alimentazione umana avrebbero fornito l’equivalente di una ciotola di cibo per ogni essere umano del pianeta per un intero anno.

Anche la FAO – dopo aver incentivato per anni lo sviluppo delle colture per il nutrimento animale – conferma oggi che se una dieta vegetariana mondiale potrebbe nutrire 6,2 miliardi di persone, un’alimentazione che comprenda il 25 % di prodotti animali può sfamarne solo 3,2 miliardi.

Frances Moore Lappé definisce gli allevamenti “fabbriche di proteine alla rovescia”. Significa che serve un chilo di proteine vegetali per produrre 60 grammi di proteine animali. Significa anche – come spiegano Sandro Pignatti e Bruno Trezza, autori di Assalto al Pianeta– che per produrre una bistecca da 500 calorie il manzo deve ricavarne 5000. Il che vuol dire mangiare una quantità d’erba che ne contenga 50 mila. Solo un centesimo di questa energia arriva al nostro organismo, il 99 % viene dissipata…

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Lo studio è stato svolto su una vasta popolazione: hanno partecipato tra 1992 e il 2000 un totale di 103.455 uomini e 270.348 donne tra i 27 e i 70 anni provenienti da dieci diversi stati europei. Il progetto è stato denominato "Indagine prospettica europea sul cancro e la nutrizione, l'attività fisica, l'alcool, l'eliminazione del fumo, il mangiare fuori casa e l'obesità" (EPIC-PANACEA).

Nel corso degli anni è stata valutata la quantità di calorie assunte dalla carne e il cambiamento di peso annuale, tenendo conto nel modello dei prossibili fattori confondenti come età, sesso, calori totali assunte, attività fisica, modelli dietetici e altro.

Il risultato dello studio ha evidenziato come il consumo totale di carne era associato in modo positivo con l'aumento di peso, vale a dire, a maggiori consumi di carne si verificava un maggiore aumento di peseo, sia negli uomini che nelle donne, in persone normopeso o sovrappesso, in fumatori e non fumatori. Un aumento del consumo di carne di 250 al giorno (equivalente a una bistecca) porta a un aumento di peso medio di 2 kg dopo 5 anni. Questo vale per qualsiasi genere di carne: carne rossa (di bovino o suino), pollame, carne lavorata (come insaccati).

Gli autori dello studio concludono affermando che i loro risultati suggeriscono che una diminuzione del consumo di carne può migliorare la gestione del peso corporeo e dichiarando che "I nostri risultati sono peraltro a favore della raccomandazione, per la salute pubblica, di diminuire il consumo di carne per migliorare la propria salute"…

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Molti uomini di scienza e di pensiero hanno creduto che la scelta vegetariana fosse quella giusta per l’armonia del pianeta. Dal genio rinascimentale di Leonardo da Vinci, che non poteva sopportare che i nostri corpi fossero le tombe degli animali, fino ad Albert Einstein, il piu’ grande scienziato del’900 che presagiva che nulla darà la possibilità di sopravvivenza sulla Terra quanto l’evoluzione verso una dieta vegetariana.

Anch’io sono convinto che il vegetarianesimo sia inevitabile, per tre motivi, il primo e’ di ordine ecologico/sociale.
I prodotti agricoli a livello mondiale sarebbero in realtà sufficienti a sfamare i sei miliardi di abitanti, se venissero equamente divisi e sopratutto se non fossero in gran parte utilizzati per alimentare i tre miliardi di animali da allevamento.
Ogni anno 150 milioni di tonnellate di cereali sono destinate a bovini, polli e ovini, con una perdita di oltre l’80% di potenzialità nutritiva: in pratica il 50% dei cereali ed il 75% della soia raccolti nel mondo servono a nutrire gli animali di allevamento.
L’America meridionale, per fare posto agli allevamenti, distrugge ogni anno una parte della foresta amazzonica grande come l’Austria. Trentasei dei quaranta paesi più poveri del mondo esportano cereali negli Stati Uniti, dove il 90% del prodotto importato è utilizzato per nutrire animali destinati al macello.
Viviamo in un mondo dove un miliardo di persone non ha accesso all’acqua pulita e per produrre un chilo di carne di manzo occorrono piu’ di trentamila litri di acqua. Già oggi non riusciamo neppure a contare quante malattie e quante morti potrebbe evitare un minore consumo di carne. Veniamo così indirettamente alla seconda motivazione del vegetarianesimo, che è la tutela della salute. Non ci sono dubbi che un alimentazione povera di carne e ricca di vegetali sia più adatta a mantenerci in buona forma.
Gli alimenti di origine vegetale hanno una funzione protettiva contro l’azione dei radicali liberi, cioè quelle molecole che possono alterare la struttura delle cellule e dei loro geni. Si può quindi pensare che chi segue un alimentazione ricca di alimenti vegetali è meno a rischio di ammalarsi e possa vivere più a lungo.
C’è poi un secondo fattore.
Noi siamo circondati da sostanze inquinanti che possono mettere a rischio la nostra vita. Sono sostanze nocive se le respiriamo, ma lo sono molto di più se le ingeriamo. Consumando carne, ci mettiamo proprio in questa situazione, perché dall’ atmosfera queste sostanze ricadono sul terreno, e quindi sull’erba che, mangiata dal bestiame,(o attraverso i mangimi) introduce le sostanze nocive nei suoi depositi adiposi, e infine nel nostro piatto quando mangiamo la carne. L’accumulo di sostanze tossiche ci predispone a molte malattie cosiddette “del benessere” (diabete non – insulino dipendente, arteriosclerosi, obesità). Anche il rischio oncologico è legato alla quantità di carne che consumiamo. Le sostanze tossiche si accumulano più facilmente nel tessuto adiposo, dove rimangono per molto tempo esponendoci più a lungo ai loro effetti tossici.
Frutta e verdura sono alimenti poverissimi di grassi e ricchi di fibre: queste agevolano il transito del cibo ingerito, riducono il tempo di contatto con la parete intestinale degli eventuali agenti cancerogeni presenti negli alimenti.
I vegetali poi, oltre a contaminarci molto meno degli altrialimenti, sono scrigni preziosi di sostanze come vitamine, antiossidanti edinibitori della cancerogenesi (come gli flavonoidi e gli isoflavoni), che consentono di neutralizzare gli agenti cancerogeni, di “diluirne” la formazione e di ridurne la proliferazione delle cellule malate.
La terza motivazione, ma non l’ultima, è di ordine etico – filosofico ed è quella che ha fatto di me un vegetariano convinto da sempre. Io ero un bambino di campagna, amico degli animali e oggi sono un uomo che ha il massimo rispetto per la vita in tutte le sue forme, specie quando questa non può far valere le proprie ragioni. Il cibo è per me una forma di celebrazione della vita, ma non mi piace celebrare la vita negando la vita stessa ad altri esseri.

Umberto Veronesi da qui