lunedì 30 settembre 2019

“L’esercito più vegano del mondo”: come Israele coopta il veganismo per giustificare l’oppressione palestinese - Sarah Doyel


Dai cesti del mercato fuoriescono frutti lucidi e colorati. Mazzetti di erbe fresche sono posizionati su di una foglia di palma, una fattoria biologica sullo sfondo. Un tavolo traboccante di piatti multicolori ha in primo piano un boccone di pane caldo che si tuffa in una ciotola di tahin e olio d’oliva. Volti giovani e attraenti sorridono alla telecamera, mentre cuccioli di animali saltellano sullo sfondo. Se sei vegano, Israele sembra il paradiso. Almeno, questo è quello che Vibe Israel e i suoi partner della Israel Brand Alliance vogliono che tu pensi. Il loro tour Vibe Vegan per food blogger è solo un piccolo elemento della campagna di veganwashing sponsorizzata dal governo israeliano che mira a sostituire le notizie sulle sue ricorrenti violazioni dei diritti umani con la compassione e l’amore per la pace solitamente associata al veganismo e quindi a  rivalutare la sua immagine sulla scena globale . Non lasciatevi ingannare: Israele sta usando il veganismo come una calcolata facciata per giustificare il suo programma militare di terrore,sorvolare sull’occupazione della Palestina e appropriarsi di una cultura e di tradizioni regionali che precedono Israele di centinaia se non migliaia di anni.
Lungi dall’essere uno “stile di vita politicamente neutro”, il vero veganismo è una radicale filosofia anti-oppressione, eppure uno dei governi più oppressivi al mondo sta cooptando il veganismo per i propri fini.
Il veganismo è essenzialmente una posizione politica, nonostante il fatto che molte persone che si identificano come vegane lo vedano solo come un insieme di scelte di consumo . La mia definizione preferita di veganismo è “un quadro ideologico che cerca di abolire lo status di merce degli animali e che sostiene la liberazione degli animali”. Indipendentemente dalle motivazioni individuali che portano all’adozione del veganismo, la scelta è inestricabile dall’impegno di cancellare  i danni agli esseri viventi. Sareste quindi perdonati per aver pensato che tutte le persone che dichiarano di essere vegane siano convinte sostenitrici dei diritti umani. Dopotutto, una persona impegnata nella liberazione animale è impegnata anche nella liberazione umana. Giusto?
Sbagliato.
In parole povere, il  veganwashing è l’atto di usare il veganismo per creare associazioni di immagini positive o apparire più compassionevoli di quanto qualcuno non lo sia realmente. Un esempio classico è la linea di gelati non caseari di Ben & Jerry, che usano etichettare l’azienda come vegan-friendly senza mai ridurre il loro contributo allo sfruttamento degli animali. Il Veganwashing fa appello a un ethos di nonviolenza e quindi è una strategia particolarmente utile per  coloro che hanno un interesse acquisito nel nascondere gli atti di violenza in corso, come, per esempio, un governo coloniale.
“Non è un segreto che da decenni lo Stato di Israele sta sottoponendo la Palestina a una brutale occupazione, impegnandosi in una serie ben documentata di omicidi e distruzioni. Nel tentativo di nascondere queste violazioni dei diritti umani e definirsi “l’unica democrazia in Medio Oriente”, Israele ha usato una serie di tattiche per fare appello ai valori progressivi, passando dal greenwashing al pinkwashing.
Il veganwashing di Israele, tuttavia, è particolarmente insidioso. Questo perché il veganwashing promuove l’idea che Israele, in quanto paese che sostiene di avere il 5% di popolazione vegana, sia una società necessariamente meno violenta e più compassionevole di altre. Israele è l’unico stato che ho visto investire così tante risorse nel promuovere su scala globale l’immagine di Paese “vegan friendly”. Gli israeliani chiamano orgogliosamente Tel Aviv la capitale vegana del mondo.
La campagna israeliana di veganwashing si compone di molti elementi, di cui parlerò più in dettaglio di seguito. Non c’è niente di più scandaloso, tuttavia, dei suoi tentativi di ritrarre le forze armate israeliane, chiamate forze di difesa israeliane o IDF, come un’istituzione compassionevole”.

“L’esercito più vegano del mondo”
Ahmad Safi, direttore esecutivo di Palestinian Animal League, riesce ad evidenziare l’incredibile ipocrisia dell’IDF sul veganismo nel suo pezzo “Sui guerrieri vegani dell’IDF : una prospettiva vegana palestinese “. Nel descrivere uno speciale della BBC sui “guerrieri vegani” dell’IDF, Safi afferma:  “Sono  rimasto sconcertato da un particolare passaggio del servizio, tratto da un’intervista radiofonica che diceva, riferendosi a una soldatessa vegana : “La sua dieta è per lei così importante che se l’esercito non fosse stato in grado di fornirle  prodotti che non avevano danneggiato nessuna creatura vivente,  si sarebbe rifiutata di arruolarsi in un’unità di combattimento” “L’unico modo in cui posso interpretare questo passaggio, è che la  soldatessa in questione non considera i palestinesi come ” creature viventi “. L’IDF non disumanizza solo i palestinesi, fa un passo ulteriore per oggettivarli e posizionarli al di fuori della sfera degli esseri viventi, animali umani e animali non umani, che meritano considerazione morale. Un simile atto è terribile, ma non dovrebbe sorprendere che provenga da un’istituzione il cui capo di stato maggiore è un “filosofo vegano” noto soprattutto per aver personalmente distrutto le case dei campi profughi con un martello.
Safi prosegue , arrivando al cuore del problema di un esercito che si definisce compassionevole, morale o, nel caso dell’IDF, “l’esercito più vegano del mondo”. L’esercito israeliano non fa solo del male e uccide i palestinesi in modi specifici e mirati, l’idea di un “esercito vegano” è di per sé assurda e smentisce un fondamentale fraintendimento (o errata e intenzionale caratterizzazione) di cosa significhi veganismo. Cercate di ricordate la definizione di veganismo  data all’inizio dell’articolo  e tenetela  a mente mentre leggete le parole di Safi: “Se il veganismo riguarda davvero il non danneggiare un altro essere  vivente al meglio delle nostre capacità, e concordiamo sul fatto che le persone sono animali, è logico che un soldato “vegano” impegnato in combattimenti armati contro una popolazione civile non sia solo privo di senso, ma semplicemente non può essere definito vegano “. Il governo e le forze armate israeliane o non capiscono la filosofia alla base del veganismo o hanno interiorizzato così tanto il loro  veganwashing che non riescono a riconoscere la perversione dietro l’affermazione che, poiché i loro stivali non sono fatti di pelle, in qualche modo non stanno causando danni quando con quegli stivali prendono qualcuno a calci in faccia.
La colpa non è esclusivamente dell’IDF; anche le principali organizzazioni del movimento vegano al di fuori di Israele hanno abboccato. PETA ha  espresso l’incredibile auspicio che forze militari di altri Paesi cerchino di essere  maggiormente simili all’IDF, e l’importante sito web vegano VegNews ha recentemente pubblicato un articolo che elogia un membro della Knesset per aver richiesto che il suo scranno in pelle venga sostituito con materiale vegano  in quanto la pelle simboleggia un’inutile sofferenza. Il pezzo cita anche il Primo Ministro israeliano e criminale di guerra Benjamin Netanyahu il quale proclama che i diritti degli animali sono un problema “che è diventato gradualmente più vicino al mio cuore”. Se solo i politici israeliani si preoccupassero così tanto delle inutili sofferenze dei loro vicini palestinesi!

Rendere fantastica l’occupazione
Man mano che il veganismo è diventato sempre più mainstream, la percezione generale dello stile di vita vegano si è drasticamente allontanata dai trancianti stereotipi che erano soliti dominare il veganismo nell’immaginario popolare. Ora, il veganismo è fantastico. Lo stanno  sposando tutti, da Ariana Grande a Zac Efron, e gli influencer dei social media con un vasto seguito fanno sembrare l’essere vegan  sfolgorante e chic come qualsiasi altra tendenza di Instagram. YouTube in particolare è la piattaforma preferita degli influencer vegani. In effetti, una delle blogger più seguite  quando nel 2016 diventai vegana, era una donna israeliana che postava video su “cosa mangio  oggi”  nei numerosi ristoranti vegani di Tel Aviv.
Restando al passo con i tempi, la campagna di veganwashing di Israele si è fortemente concentrata verso i millennial che  navigano sulle  pagine e sui siti di questi influencer. L’organizzazione no profit Vibe Israel ha invitato eminenti blogger e YouTuber vegani a ciò che equivaleva a una vacanza di veganwashing, interamente pagata, per conoscere la cultura vegana israeliana. La missione dichiarata di Vibe Israel è quella di migliorare la reputazione globale di Israele, e sulla home page del  suo sito Web l’organizzazione afferma in modo  chiaro che sta “sfruttando il potere dei social media e delle strategie di branding del Paese” per convincere il mondo che Israele è un luogo alla moda e di successo. Birthright Israel, un programma governativo che offre viaggi gratuiti in Israele per ebrei dai 18 ai 26 anni provenienti da tutto il mondo, (ignorando completamente il fatto che la maggior parte dei palestinesi non può tornare a casa), ora ha un’opzione vegana per adolescenti e ventenni che vogliono “un’ esperienza senza crudeltà ”nei Territori Occupati.
Guardando il video del tour di Vibe Vegan, non si ha la minima idea che a pochi chilometri dagli scatti gioiosi delle lezioni di cucina e dei prodotti freschi si possano verificare brutali violazioni dei diritti umani. E questo è, ovviamente, il punto. Alcuni degli influencer dei social media che hanno partecipato al viaggio hanno ricevuto critiche nella loro sezione commenti per aver promosso il  Brand vegano israeliano, ma non è stato sufficiente per indurli a uscire dalla bolla del Brand Israel.  Palestinian Animal League ha anche invitato uno dei You Tuber coinvolti, The Buddhist Chef, a visitare i Territori Palestinesi durante il viaggio, ma questi ha rifiutato a causa di un “programma serrato”. Dato che era ospite di Israele, probabilmente non gli sarebbe stato comunque permesso di attraversare il checkpoint in Palestina.

Appropriazione culturale e islamofobia
L’ultimo aspetto della campagna di veganwashing di Israele si basa sull’appropriazione della cucina palestinese e sulla contemporanea cancellazione della tradizione vegetale nella storia culinaria palestinese. Sia il governo israeliano che gli stessi vegani israeliani reclamano spesso cibi palestinesi che esistono da centinaia di anni e li riconfezionano come “cucina israeliana”, indipendentemente dal fatto che  lo Stato Israele esista solo dal 1948. Gli chef israeliani pubblicizzano piatti a base vegetale come falafel, hummus, tabbouleh e baba ghanoush come prova che il cibo israeliano è particolarmente adatto ai vegani. Quello che non menzionano è che ciascuno di questi piatti è in realtà un piatto palestinese e levantino che da secoli precede la presenza di Israele nella regione.
I ristoranti  accanto alla mia attuale casa di Washington, DC si impegnano sempre in questo tipo di appropriazione culturale, che potrebbe essere leggermente meno inquietante per me, se non riscuotesse così tanto successo. Quando i residenti del distretto scoprono che sono vegana, mi chiedono sempre se sono stata ai ristoranti di proprietà israeliana Shouk e Little Sesame. Questi  ristoranti sono rapidamente diventati i preferiti di vegani e non vegani che non si rendono conto di quanto sia problematico mangiare in un posto che  definisce la sua cucina “moderno cibo di strada israeliano” (Shouk). Ho anche appena saputo che la catena di falafel “Tel Aviv style ” Taïm, con sede a New York, aprirà la sua prima sede a Washington il prossimo autunno. Nel caso in cui i potenziali commensali siano preoccupati per il furto delle tradizioni culinarie, sul sito web di Taïm una pagina soprannominata “Lezione di storia” recita: “Ricorda che stiamo parlando di cibo, non di religione o di politica”.
Il problema, tuttavia, è che non possiamo separare il cibo dalla politica così facilmente, e soprattutto non nel caso di Israele e Palestina. Questi ristoranti hanno approfittato della loro appropriazione dei piatti palestinesi per diventare punti di riferimento popolari nella scena vegana, frequentati da vegani ignari (e soprattutto bianchi) che non sono a conoscenza o non si preoccupano di quanto sia ingiusto rubare in questo modo  un  patrimonio culturale. Giustamente critichiamo molti altri ristoratori  coinvolti in palesi appropriazioni culturali, ma questi ristoranti israeliani sono rimasti in qualche modo esenti dai giudizi. La verità è che la maggior parte dei deliziosi piatti a base vegetale che attirano i vegani in questi  luoghi sono  di origine palestinesi.
Un altro aspetto della cancellazione degli elementi vegetali della cucina palestinese è la promozione dell’idea che le culture musulmane nel loro insieme non siano favorevoli ai vegani, un concetto che nella migliore delle ipotesi non è corretto e nella peggiore è razzista e islamofobo. Numerosi blogger e giornalisti israeliani hanno affermato che la festa musulmana di Eid al-Adha, che tradizionalmente comporta il sacrificio di un agnello, significa che le culture musulmane sono meno compassionevoli  verso gli animali. Gli israeliani diffondono anche stereotipi orribilmente distruttivi, in particolare sui palestinesi, sostenendo che la cultura palestinese abbraccia la violenza e usano questi tropi per giustificare la propria violenza contro i civili palestinesi.
La sfortunata realtà è che la maggior parte, se non tutte le culture umane, hanno tradizioni che implicano il consumo di animali. Anche se vorrei che non fosse così, credo che nulla dica di più di una cultura quanto il tipo di relazioni tra umani e animali non umani in generale. Inoltre, Israele è tra i primi tre paesi che consumano carne al mondo, un fatto che i suoi sostenitori vegani opportunamente omettono.
Veganismo intersezionale
Non possiamo pretendere che le nostre scelte, come fare un viaggio sponsorizzato in Israele o patrocinare un determinato ristorante, siano prive di conseguenze. Per essere chiari: come vegana, sono felice di vedere le persone diventare più sensibili sul come trattiamo gli animali. Sono anche sicura che ci sono molti israeliani vegani che si impegnano a porre fine all’occupazione della Palestina, motivo per cui mi sono concentrata deliberatamente sul veganwashing propagandato dal governo israeliano, dalle corporazioni e da personaggi pubblici come blogger e imprenditori, piuttosto che su privati cittadini di Israele. Detto questo, non accolgo con favore la promozione del veganismo ad ogni costo, perché un veganismo che non si occupa di questioni intersezionali di oppressione umana è logicamente incoerente e non mi interessa.
Una critica sulla complicità della comunità vegana nella campagna di veganwashing di Israele è stata fatta in uno dei miei episodi preferiti del podcast di Vegan Vanguard: se i vegani non fossero stati così rapidi nel commercializzare il veganismo come una semplice scelta di stile di consumo, il veganismo non sarebbe stato così facilmente co-optato per scopi ingannevoli. Un movimento vegano anticapitalista esplicitamente intersezionale non potrebbe mai fornire una giustificazione coerente per le violazioni dei diritti umani, anche a livello superficiale. Nel nostro desiderio di rendere il veganismo più attraente per le masse, noi vegani abbiamo  svenduto la nostra politica. E le persone sbagliate l’hanno acquistata, insieme all’hummus preferito dell’IDF.
Sebbene ci troviamo di fronte a potenti sistemi industriali e militari, possiamo ancora procedere verso la giustizia. Rifiutare una visione consumistica del veganismo, conoscere la cucina e la cultura palestinese e unirsi al movimento palestinese della società civile del BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) sono solo alcune delle azioni che possiamo intraprendere. Non solo possiamo impegnarci simultaneamente nella liberazione umana e animale, ma dovremmo farlo, perché le due si rafforzano reciprocamente. I legislatori che chiedono seggi in ecopelle da cui approvare  leggi sull’apartheid o i soldati che richiedono berretti senza lana da indossare mentre terrorizzano le persone non sono vegane e non rappresentano il veganismo. Il veganismo è libertà, benessere e liberazione per tutti. O almeno dovrebbe esserlo. Ma solo se c’è giustizia per la Palestina.

(Sarah Doyel è una scrittrice e blogger, sostenitrice dei diritti della salute,  con sede a Washington, DC. -
Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” –Invictapalestina.org)


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