martedì 12 novembre 2019

La vita in fiamme - Elizabeth Peredo Beltrán




Oggi ci inondano la rabbia, il dolore e la desolazione. L’Amazzonia brucia, il bosco Chiquitano è ferito a morte e tra le fiamme brucia anche parte delle nostre speranze per la Bolivia e per il mondo. Non so se questi sentimenti si possano trasformare in qualcosa di migliore. Per il momento, fanno solo male e generano un’amarezza liquida che sgorga dagli occhi anche se non si vuole.
Questo sentimento si aggiunge, come un fiume amaro, al malessere quotidiano di respirare un’aria avvelenata nelle città, bere acqua insicura e malsana, mangiare alimenti contaminati con agenti chimici… Questa nozione di vulnerabilità sembra accompagnarci sempre di più e si aggiunge all’orrore dei crimini contro le donne, la tratta di bambini e bambine, il vedere che la violenza e l’ideologia machista stanno guadagnando terreno, e poi il teatro cinico e surreale dei politici che pende come una spada di Damocle dell’assurdo sopra le nostre teste. Ci sentiamo sempre più preda di decisioni ignoranti, stupide e arbitrarie sulle nostre vite e su quelle degli esseri che amiamo.
Siamo diventati vittime di un potere che si impone a forza di decretoni e barzellette maschiliste grottesche; che ci avvolge con discorsi rivendicativi di una nazione che non esiste più, perché si é fusa con la cultura del gran capitale, con il suo desiderio di potere assoluto, con il suo ideale di crescita infinita, con le sue ansie di modernità egolatra e fallocentrica e che traspira una soggettività inondata di ignoranza, ambizione e calunnia.

È un potere che disegna paesaggi di spoliazione dalla comodità di una soffice poltrona e in voli costosi su elicotteri privati. Una realtà “prodotta” nel torpore di questa vita distaccata dalla vitaPerché l’ignoranza e il potere del capitale sono osceni e il loro desiderio è quello della disciplina e del controllo sui corpi, “su tutti i corpi”, come dice Eliane Brum, quelli delle donne, degli uomini, dei bambini, dei fiumi, delle acque, delle foreste, dei loro animali,  della terra.
Vorrei credere che la rabbia e il dolore sono oggi una piccola speranza perché sono nati dall’empatia con questa territorialità estesa e dolorosa che ci arriva dalla Chiquitanía. Migliaia di animali calcinati, migliaia di persone colpite, migliaia di alberi consumati. Quasi un milione di ettari in cenere. La nostra Casa Grande in fiamme.

La distruzione senza rimedio del bosco a causa della deforestazione ci condanna a una morte lenta. Come se non lo sapessero quelli che ci hanno portato a questa situazione limite. Il bosco, il Gran Chaco Chiquitano e l’Amazzonia, sono una fonte di vita perché assicurano i cicli della biodiversità, dell’acqua, della purificazione dell’aria rarefatta del pianeta. L’Amazzonia é una fonte generosa e magica di acqua e umidità per il continente, perché i suoi alberi la producono in forma di vapore nelle nuvole che volano verso altre regioni con il vento, portando pioggia, tenerezza e vita alla terra.  Antonio Nobre, scienziato appassionato dell’Amazzonia, affermava tempo fa che queste “nubi volanti”, prodotto della magia e della generosità degli alberi, potrebbero essere in pericolo per l’effetto della deforestazione e che questo grande polmone di aria e vitalità potrebbe dare inizio a un processo irreversibile, se la misura della deforestazione oltrepassa un certo limite.
Questo dono della terra – invisibile come i popoli indigeni che si prendono cura e proteggono il bosco, invisibile come il lavoro delle donne per prendersi cura della vita, invisibile come la forza e il valore della gente che collabora per spegnere il fuoco – é stato distruttoLe decisioni di Morales e García Linera, nel caso boliviano, hanno condotto a una depredazione del territorio e del tessuto sociale senza precedenti. La loro scommessa a favore dell’etanolo, la loro permissività con i transgenici e la conseguente espansione delle coltivazioni, lo stimolo all’allevamento su larga scala per l’esportazione di carne in Cina, le loro leggi e decreti per ampliare la frontiera agricola di piccoli produttori e coloni, le politiche per ampliare la frontiera del gas e petrolio nella giungla fino a considerare il fracking come alternativa e, come corollario, l’approvazione della Legge 741 e del Decreto 3973 che hanno autorizzato gli “incendi controllati”, sono state azioni critiche che con le loro dinamiche hanno condotto al disastro.

Mai come ora abbiamo vissuto tanta violenza contro la Natura. E i suoi gestori non sono coscienti di questo. É proprio lì che risiede il pericolo maggiore: nell’ignoranza del danno e della distruzione prodotti dalla loro azione; nella mancanza di limiti che viene dalla cultura dell’impunita che sostiene la burocrazia dello Stato Plurinazionale, quello che Hanna Arendt chiamerebbe “la banalità del male”.
Abbiamo vissuto addormentati: “Ci succede qualcosa”, dice la gente, “non reagiamo più”; prima un solo grido fermava gli impostori, faceva cominciare la ribellione. Oggi ci superano i meccanismi di un potere che cresce impune con gli altoparlanti della pompa magna populista. Dopo che tutto è già stato distrutto e il fuoco continua ad assediare i territori, i principali responsabili di questa tragedia elaborano una post-verità in stile hollywoodiano per risistemare le pedine sulla loro scacchiera. Anziché l’incendio, é la la spettacolarizzazione del Supertanker (aereo cisterna, ndt) che arriva a salvare il piccolo villaggio e che diventa il protagonista principale.  Il “cambiamento climatico” comincia a ballare nelle bocche dei negazionisti e non avrà nessuna conseguenza.
Ma la storia può essere implacabile e Morales sarà ricordato, da oggi e per sempre, come il maggior depredatore indigeno dell’Amazzonia e del Chaco. Questa tragedia provocata dall’ambizione politica ed economica autoreferenziale e autoritaria deve essere documentata, spiegata alle generazioni successive. Perché è una politica sui corpi che riproduce il potere patriarcale ed ecocida in tutti i territori, e la Bolivia non é un’eccezione. La distruzione dell’Amazzonia è il risultato dell’alleanza del patriarcato autoritario e violento con il grande capitale che esige vita per costruire i suoi castelli di plastica. Bisogna nominarla per imparare che il poco che resta si deve CURARE, restaurare, proteggere. Per sapere che ciò che conta non é l’intelletto impostore che trucca l’ingiustizia e la distruzione con parole come quelle di García Linera, ma la coscienza dei limiti, il sapere che il fuoco brucia, che la mancanza di acqua uccide, che il machismo denigra, che la violenza distrugge, che l’ambizione e il calcolo politico corrompono, che l’eccesso di permanenza al potere è malsano e può arrivare a essere criminale.
Abbiamo bisogno di limiti, ci dice la teologa ecofemminista brasiliana Ivone Guebara, e credo che la coscienza di questi limiti deve essere costruita con amore, ma anche con ribellione e disubbidienza, con la forza dell’indignazione che nasce da un ethos della cura della vita, oggi assente nei governi della nostra America. Non so se siamo ancora in tempo.
Forse l’unica speranza sta nei nostri corpi, che hanno la qualità della memoria, del movimento, dell’interconnessione auto-riflessiva e relazionale. Oggi l’unica ribellione possibile è quella del corpo in connessione con la natura, un’alleanza con le altre specie e gli esseri che sono nati assieme agli umani e sono diventati prigionieri della razionalità capitalista patriarcale ed ecocida. I nostri corpi hanno sentimenti e questi possono essere trasformati dalla sensazione di oppressione e immobilità a cui conduce la paura ad una sensazione di ribellione e ricerca di nuovi orizzonti dalla terra. Da questa terra dolce che, sebbene bruciata e danneggiata a morte, custodisce i corpi degli alberi e degli animali sacrificati; e contiene le ceneri che – nel dolore profondo del nostro essere – stanno muovendo una connessione vitale nelle nostre acque interne: quelle della mente, dei sentimenti e del cuore.
Si tratta di qualcosa che, ovviamente, i gerarchi del saccheggio non capiranno mai.


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