venerdì 30 novembre 2018

Alternative reali sul cambio climatico - Silvia Ribeiro



Esistono alternative reali, giuste e salutari per frenare il cambiamento climatico e recenti studi scientifici lo dimostrano, contrariamente a quanti propongono opzioni speculative, teoriche e altamente rischiose come la geo-ingegneria climatica.
Il rapporto Missing Pathways to 1,5 (quanto manca alla soglia di 1,5 gradi), mostra che garantire i diritti degli indigeni e dei contadini, ripristinare i boschi naturali e la transizione verso aree di coltura agro-ecologica, assieme a un passaggio verso diete con meno carne, sono le misure che possono ridurre alla metà le emissioni dei gas a effetto serra entro il 2050. Si stima un potenziale di riduzione di circa 23 giga tonnellate annue di diossido di carbonio o l’equivalente, che elimina la presunta necessità di utilizzare tecniche di geo-ingegneria. Inoltre, sono cambiamenti positivi per la biodiversità, le comunità indigene e contadine e per la salute di tutti.
Il documento si basa su una revisione ampia e dettagliata di recenti documenti scientifici ed è stato pubblicato nell’ottobre 2018 da una coalizione di 38 organizzazioni che lavorano per la giustizia ambientale e sociale, per il diritto alla terra e all’alimentazione e per l’agro-ecologia e la conservazione dei boschi. Gli autori principali sono Kate Dooley e Doreen Stabinsky, con la revisione e la collaborazione dell’alleanza CLARA (Climate Land, Ambition and Rights Alliance).
Lo studio esce nello stesso momento in cui l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC, per le sue iniziali in inglese)  [Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico] pubblica un nuovo rapporto su come limitare il riscaldamento globale a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, un limite che prospettano cruciale per evitare un cambiamento climatico catastrofico. In tre scenari, l’IPCC considera l’uso di tecniche di geo-ingegneria per rimuovere il diossido di carbonio dall’atmosfera, però in un altro segnala che con misure basate sulle funzioni degli ecosistemi -alcune come quelle che lo studio di CLARA individua- , sarebbe altrettanto possibile raggiungere questa meta.
Più della metà delle riduzioni di gas serra prospettate nello studio di CLARA verrebbero dal ripristino e dalla difesa dei boschi naturali e delle torbiere (un tipo di zona umida che trattiene alte quantità di carbonio e di azoto organici). Il resto si può ottenere con cambiamenti nell’agricoltura e zootecnia industriale – che è il principale fattore di deforestazione e distruzione delle zone umide-, con il recupero dei terreni e degli agro-ecosistemi, diminuendo l’uso di fertilizzanti sintetici, appoggiando sistemi agro-ecologici e locali e, da parte dei consumatori, cambiando la dieta.
Il rapporto afferma che “i diritti comunitari sulla terra e i boschi, sono l’azione climatica più efficace, efficiente ed equa che i governi possono esercitare per ridurre la loro impronta di carbonio e proteggere le foreste del mondo” . Sottolinea la necessità di affermare i diritti alla terra e al territorio delle comunità e dei popoli indigeni per raggiungere gli obiettivi fissati. Tutte le foreste del mondo sono abitate da comunità indigene, che sono le principali custodi delle foreste. Su scala globale, il possesso della metà di questi territori è rivendicato dalle comunità, ma solamente il 20 per cento ha un riconoscimento legale.
Missing Pathways to 1,5 mette anche in discussione l’utilizzo del concetto di “emissioni negative”, un termine assurdo che non esiste in alcuna lingua. È stato inventato per giustificare il mantenimento dell’emissione di gas a effetto serra che  verrebbe contrastato, in teoria, con misure tecnologiche per rimuovere il carbonio dall’atmosfera (geo-ingegneria). Un’opzione ad alto rischio che scarica il problema alle generazioni future, facendole dipendere dai padroni delle tecnologie.

Al contrario, questo rapporto presenta modi per evitare le emissioni prima che si generino, e rimuovere l’eccedenza di carbonio già accumulata nell’atmosfera mediante l’espansione dei boschi naturali con specie autoctone e l’aumento dell’agro-forestazione comunitaria, tra le altre misure.
Per quanto riguarda il sistema agroalimentare, che è il fattore di maggiori emissioni di gas a effetto serra, prospetta di ridurre i rifiuti (che la FAO stima fino al 40 per cento di quanto raccolto),  diminuire il trasporto dei prodotti alimentari, aumentare la produzione e il consumo locale, ridurre l’uso dei fertilizzanti sintetici e degli agro-chimici; ridurre e migliorare l’allevamento di bestiame, ponendo fine all’allevamento al chiuso di mucche, suini e volatili e basare la loro alimentazione sui pascoli.  In modo complementare, gli studiosi vedono come essenziale la riduzione del consumo di carne, che è molto diseguale nel mondo e quindi si rivolgono a quelli che ne consumano di più. La grande maggioranza della produzione industriale e del consumo di carne si concentra in solo sei paesi.
Si sottolinea, infine, l’errore di concentrarsi solamente sulla limitazione della temperatura, considerando la crisi climatica come un fenomeno isolato. Abbiamo bisogno di risposte olistiche alle crisi ambientali, sociali, della salute e delle altre e solamente gli approcci molteplici e sinergici forniranno le vere soluzioni, così come dimostra questo studio.
Pubblicato su La Jornada con il titolo Alternativas reales frente al cambio climático
(Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo)

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