mercoledì 21 ottobre 2020
martedì 20 ottobre 2020
Perù. Quando Davide sconfigge Golia - Claudia Fanti
Ogni tanto Davide torna a sconfiggere Golia. La fionda questa volta ha colpito il gigante nelle Ande peruviane, dove Máxima Acuña, premio Goldman per l’ambiente nel 2016, ha vinto una nuova battaglia contro la compagnia mineraria Yanacocha, di proprietà della statunitense Newmont Mining Corporation. Il Tribunale costituzionale ha infatti accolto venerdì scorso la denuncia presentata nel 2016 dalla contadina diventata simbolo mondiale della lotta all’estrattivismo, ordinando all’impresa di rispettare il diritto alla privacy della sua famiglia, rimuovendo la videocamera di sorveglianza collocata a 300 metri dalla sua abitazione e astenendosi dall’uso di droni sul suo appezzamento.
Si tratta dell’ultimo capitolo – ma è probabile che altri ne seguiranno –
di una complessa vicenda giudiziaria che ha inizio già nel 2011, quando, nella
regione di Cajamarca, la Yananocha decide di ampliare l’area di sfruttamento
dell’omonima miniera, la più grande miniera d’oro a cielo aperto dell’America
Latina. Il progetto di espansione, noto come progetto Conga, si scontra però
contro i 24,8 ettari dell’appezzamento di terra a Tragadero Grande, nel
distretto di Sorochuco, ottenuto legittimamente nel 1994 da Máxima Acuña, che
di andarsene da lì non ne vuole proprio sapere. A nessun prezzo.
La Yanacocha le prova tutte, anche mandando due funzionari di polizia, nel
gennaio del 2014, a casa della donna, per ordinarle di lasciare immediatamente
la casa. Facendo leva sull’acquisto di centinaia di ettari direttamente dalla
comunità di Sorochuco, tra cui, a suo dire, anche il terreno di Máxima (che
tuttavia nessuno ha interpellato), la compagnia la denuncia per usurpazione,
finché nel dicembre 2014 la donna viene riconosciuta innocente dal tribunale di
Cajamarca.
Ma la Yanacocha non si arrende. Con un curriculum che vanta imprese come il
devastante sversamento di mercurio a Choropampa, nel 2000, costato la vita a
oltre 70 persone, e rimasto impunito, non può certo farsi fermare da una
contadina alta un metro e mezzo.
Così, mentre il processo sulla titolarità dell’appezzamento va avanti, nel
febbraio del 2015 circa 200 poliziotti fanno irruzione nel suo campo, demolendo
una parte della casa costruita come protezione dalla pioggia. Mentre l’anno
dopo, sempre a febbraio, sono le forze di sicurezza della Yanacocha a
distruggere il raccolto di patate che Máxima e la sua famiglia stavano
coltivando per il proprio sostentamento, sostenendo che le patate erano state
piantate illegalmente. Le pressioni non si interrompono: insieme alla
videocamera e ai droni, la compagnia erige una recinzione metallica intorno al
suo terreno, come una gabbia, e schiera uomini della vigilanza sulla strada
sterrata di Sorochuco, l’unica via a disposizione della famiglia per spostarsi.
Cosicché chiunque voglia farle visita deve passare per un check-point e
attendere un lasciapassare.
A fermare la Yanacocha non è bastata neppure la sentenza con cui, nel
maggio del 2017, la Corte suprema di Giustizia ha riconosciuto alla famiglia
Acuña Chaupe la proprietà dei circa 25 ettari contesi, mentre al di fuori del
Palazzo di Giustizia una moltitudine di persone innalzava cartelli con scritto:
«Máxima no está sola». La compagnia, infatti, non solo ha annunciato di
mantenere aperte altre istanze contro di lei, ma non ha rinunciato neppure ad
aggressioni e intimidazioni. Ancora lo scorso anno, non a caso, suo figlio
Daniel Chaupe ha denunciato l’avvelenamento di più di mille trote allevate
dalla famiglia.
Máxima, tuttavia, non cede, malgrado i pericoli, i sacrifici e i timori
così ben descritti da Mirtha Vásquez – avvocata dell’Associazione Grufides che
ha preso a proprio carico le spese dei vari processi sostenuti contro la
compagnia – all’indomani della sentenza del 2017: «Questi cinque anni sono
stati anni di enorme tensione per loro, tutti i giorni vigilati, tutti i giorni
minacciati, tutti i giorni con la paura che vengano a invadere o che li caccino
o tolgano loro il terreno o che possano perfino ammazzarli. […] E tutto questo
è una lezione di grande valore, non solo per loro, ma anche per tutta la gente
che ha sempre avuto paura di fronte al potere».
Tanto più che la loro lotta non è solo per la tutela dei propri legittimi
beni, ma anche per la difesa dell’intero ecosistema regionale esposto alla
minaccia rappresentata dal progetto Conga. Progetto sospeso nel novembre del
2011 proprio in seguito alle proteste della popolazione, preoccupate per la
prevista distruzione di quattro laghi di montagna, tra cui la Laguna Azul sul
Tragadero Grande, che forniscono ai contadini di cinque vallate l’acqua per
bere, per l’agricoltura e per l’allevamento.
Del resto, in un Paese in cui oltre il 20% del territorio nazionale è
coperto da concessioni minerarie di varia natura e in cui la Defensoria del
Pueblo, nel suo ultimo rapporto del 2019, registra 186 conflitti minerari, il
popolo peruviano ha dovuto ben presto imparare a lottare. E in qualche caso è
riuscito anche a vincere.
L’articolo è tratto da “il manifesto”
del 7 ottobre
domenica 18 ottobre 2020
Mercati globali e la Humane Death - Miguel Martinez
Una piccola lezione sul sistema-mondo.
Il governo danese sta per ordinare l’abbattimento di “almeno” 2,5 milioni
di visoni, perché si sospetta che potrebbero trasmettere il Covid all’uomo.
Io fino a ieri, non sapevo nemmeno che esistessero i visoni in Danimarca.
Anzi, nella mia ingenuità, pensavo che fosse un animaletto raro, di quelli che
se ti capita di vederlo in un bosco ti acquatti in silenzio per osservarlo.
Scopro solo adesso che il 40% dei visoni del mondo vivono in minuscole
gabbie in Danimarca, ma c’è anche l’Olanda, dove ne ammazzano la fatidica cifra
di sei
milioni l’anno.
Il visone in questione non è quello europeo, ma arriva dall’America, però
il governo danese è riuscito a impedire che venisse inserito nella lista
delle specie invasive.
La prima riflessione è che Olanda e Danimarca sono due paesi modello per
quanto riguarda cose tipo andare in giro in bicicletta o nascondere gli
inceneritori sotto i parchi.
Il sito del governo danese ci informa che
“per i danesi, la sostenibilità è un approccio olistico che comprende
l’energia rinnovabile, la gestione dell’acqua, il riclaggio dei rifiuti e il
trasporto verde, compresa la cultura della bicicletta”.
Olisticamente, il sito dei pellicciai danesi ci fa
vedere come trattano le future pellicce, con tanto di piccole Grete che arrivano sicuramente in
bicicletta per ammirare gli animali prima che li ammazzino.
Bene, i danesi hanno portato questi animaletti, potenzialmente invasivi e capaci di sostituire la popolazione di visoni autoctoni, dall’America, via nave, presumo.
Infatti, come c’era da aspettarsi, la Danimarca è uno dei peggiori
inquinatori del pianeta, solo che sta attenta a non darlo a
vedere.
Un sito di
apologeti ci rassicura che i visoni “di solito” vengono eutanizzati soffocandoli con il monossido di
carbonio “nella fattoria dove vivono”. Il prodotto viene somministrato “dalle stesse persone che danno loro da mangiare e se ne prendono
cura tutti i giorni“, così muoiono più felici.
Se vi entusiasmano i ragionamenti politicamente corretti, potete leggere
qui una dettagliata guida a humane
good practices nel campo dell’ammazzamento.
L‘ultima frase riassume l’intera filosofia del sistema in cui viviamo: “per motivi di leggibilità, il termine ‘uccisione in maniera umana’, in questo codice di buone pratiche, viene successivamente abbreviato a ‘uccisione”.
I visoni li gassano cinquanta,
sessanta alla volta.
Ora, se mi guardo attorno, non vedo più molte signore con le pellicce.
Infatti, i visoni americani, allevati e ammazzati e
scuoiati in Danimarca, li vendono alle signore cinesi.
Ma anche ai signori cinesi:
Ora, la Cina ha diverse regioni climatiche: Pechino, che è parecchio a nord, è all’incirca alla latitudine di Cosenza.
Per cui non è difficile capire che i/le signori/e cinesi sfoggino le
pellicce di visoni danesi nelle gelide feste estive con l’aria
condizionata (non ho mai sentito tanto freddo come a Singapore,
che è quasi all’equatore).
Ora, i/le signori/e cinesi come fanno i soldi per comprarsi le pellicce
danesi?
Una risposta la suggerisce una
pagina sul sito di Alibaba: i cinesi fanno i soldi vendendo ai
danesi le gabbie dove tenere i visoni prima di ammazzarli.
Le navi inquinano portando i visoni in Danimarca, le navi inquinano
portando le gabbie cinesi in Danimarca, le navi inquinano portando le pellicce
in Cina.
Ma con gabbie così, a voglia a comprarsi bici e fare gli ecosostenibili.
sabato 17 ottobre 2020
LA MADRE E IL NAUFRAGIO – Mauro Armanino
Una quarantina di migranti sono annegati e uno solo è sopravvissuto. Il naufragio si è verificato in acque internazionali, al largo della Mauritania giovedì 6 agosto. Tra gli scomparsi nel mare c’era anche suo figlio. Jacklyn era partita dalla Costa d’Avorio per cercarlo e farlo tornare da lei. Dalla Guinea era passata nel Senegal e, a causa delle frontiere sbarrate a causa del Covid, non aveva potuto raggiungere la Mauritania.
Suo figlio
Camara avrebbe dovuto trovarsi, secondo le sue informazioni, nella capitale
Nouakchott. Era invece andato probabilmente a Nouadibou, all’altra estremità
del Paese, un tempo meta privilegiata di migranti in cerca di futuro. Il solo superstite
del naufragio sembrava essere un cittadino della Guinea, ha precisato un
responsabile delle Nazioni Unite per i rifugiati. Col tempo Nouadibou è
diventata come una stazione ferroviaria abbandonata da tutti. Le pattuglie marittime, verso le isole
spagnole delle Canarie e i controlli verso il deserto che separa dal Marocco,
hanno reso le due frontiere invalicabili. Nel dicembre dell’anno scorso erano
periti nel mare 60 migranti africani, uno dei peggiori naufragi della costa
atlantica. Jacklyn ha domandato i nomi dei presunti naufraghi e tra
questi c’era quello del figlio.
La sua storia nasce abbracciata a quella
del suo Paese natale, la Liberia della
guerra civile durata quindici anni. Si rifugia nella vicina Guinea e lì, 22 anni fa, nasce
Camara da un padre che partirà poi in Etiopia per motivi di lavoro. Lo affida a sua madre e viaggia
in Algeria dove crea
un ristorante per migranti e algerini. In questo Paese dà alla luce il secondo
figlio che muore poco dopo la nascita. Con lo scopo di raggiungere la Spagna passa un paio d’anni nel
confinante Marocco e,
dopo aver dato inutilmente i soldi della traversata ad un ‘passeur’, è rispedita in Algeria.
Le politiche
di espulsione di questo Paese vanno avanti da tempo ed è così che Jacklyn si è
trovata a Niamey, dove aveva soggiornato e dalla quale era partita anni prima. E’ stata deportata e condotta automaticamente
presso l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, OIM. Dopo
il necessario soggiorno nella casa di transito per le donne, il tempo di
preparare il documento di identità e il biglietto, Jacklyn è tornata in Liberia. Lei e il Paese non si sono più riconosciute, le due erano cambiate per
sempre seppur per motivi differenti. Una a causa della guerra e
delle finte paci che l’hanno seguita e l’altra delle tante frontiere che
l’hanno resa incapace di accontentarsi di orizzonti sbiaditi.
Il
naufragio ha avuto luogo in acque ‘lontane’ dalle rive della costa occidentale
dei Paesi africani situati tra il Senegal e il Sahara occidentale, secondo uno
fonte securitaria della Mauritania. L’unico superstite, ‘trovato per
caso e, secondo lui, di origine guineana’, era sulla spiaggia di Nouadibou,
afferma la stessa fonte coperta di anonimato. Il solo superstite ha affermato
che la maggior parte dei naufraghi veniva dal Marocco con l’idea di raggiungere
le isole Canarie, arcipelago spagnolo.
Sua madre pensava che suo figlio Camara si trovasse ancora nella capitale della Mauritania e per questo aveva viaggiato per farlo tornare indietro. Anche lei, dal Marocco, avrebbe voluto tentare il mare dopo aveva dato inutilmente il denaro al ‘passeur’ per una traversata che non si è mai realizzata. Non voleva che suo figlio provasse, come aveva cercato lei, il mare, specializzato in tradimenti e isolati favori. Si trovavano entrambi ad Abidjan, in Costa d’Avorio, dove lei, dopo aver lasciato la deludente Liberia del presidente pallone d’oro George Weah, aveva iniziato con un nuovo ristorante. Le cose andavano abbastanza bene, malgrado le tensioni crescenti nel paese, fino al giorno che suo figlio, portandole via i soldi, è scappato per raggiungere la Mauritania.
Le ha
comunicato per telefono dove si trovava e lei, la madre, ha pensato di
raggiungerlo perché sentiva come sarebbe andata a finire la vicenda, se solo si
fosse avvicinato al mare. Dall’Atlantico lei era passata al Mediterraneo e
fortuna volle che il ‘passeur’ le avesse rubato i soldi della traversata. Jacklyn voleva che suo figlio tornasse con
lei perché era tutto quanto le restava della sua incerta collezione di
frontiere che mai l’avevano abbandonata. Jacklyn è tornata a Niamey
per riprendere il filo della storia dove l’aveva lasciato. Torna in Liberia a
fine mese e pensa di aprire un piccolo negozio di conchiglie vicino al mare.
Niamey, settembre 020
venerdì 16 ottobre 2020
Lo Student Hotel e il city branding - Alice Diacono
Lì dove è stato sgomberato un palazzo occupato da decine di famiglie e il centro sociale XM24, apre a Bologna lo studentato per ricchi. Uno dei più emblematici processi di vampirizzazione dei quartieri popolari.
Nel 2018 questo volantino del centro sociale XM24 era appeso sui muri delle
strade di Bologna. Parlava di un certo Student Hotel, uno studentato per ricchi
che avrebbero costruito al posto dell’Ex Telecom, in Bolognina, il quartiere
popolare sottoposto negli ultimi anni a un’operazione di riqualificazione
(leggi gentrificazione).
L’edificio è quello dove fino al 2015 vivevano centinaia di famiglie in una
delle occupazioni più grandi e vivaci della città. Una comunità di circa
trecento persone di nazionalità diverse, con bambini, anziani e disabili, che
il 20 ottobre 2015 è stata svegliata dalla polizia e scaraventata in strada
senza troppi complimenti.
Poi in quel palazzo vuoto sono arrivate le guardie giurate a controllare
notte e giorno. Successivamente anche XM24, che si trovava poco più avanti, è
stato sgomberato. Nell’agosto del 2019 un’altra comunità dal basso, punto di
riferimento storico nel tessuto sociale della città, è stata spazzata via dopo decenni di attività e radicamento nel
quartiere. E adesso siamo arrivati alla vigilia dell’apertura dello Student
Hotel.
Come documentato nella dettagliatissima inchiesta di Wolf Bukowski pubblicata su Giap nel
luglio del 2018 e intitolata appunto The Student Hotel, lo studentato
per «creativi» che vampirizza i quartieri popolari, la scelta di
quell’edificio non è stata casuale ma figlia di una precisa volontà politica.
Il fondatore e amministratore delegato Charlie MacGregor infatti, in una
conferenza stampa, ha dichiarato apertamente: «Non solo ne eravamo al
corrente, ma diciamo che questo è quasi il motivo principale per il quale
abbiamo scelto proprio quella location […] conosciamo la brutta
storia [dell’ex-Telecom] ma non ci interessa, ci interessano di più le
potenzialità per il futuro […] L’edificio di per sé è bellissimo, si vede che è
stato occupato e abusato, ma con un buon lavoro di restauro e design certamente
diventerà un importante elemento di riqualificazione dell’intero quartiere».
Della catena olandese di hotel-studentati ha già parlato su Jacobin
Italia nel 2019 Carlotta Caciagli. Nel frattempo la pandemia globale,
l’arresto dei flussi turistici e l’incertezza delle lezioni in presenza
dell’università non hanno impedito di portare a termine il progetto. Con prezzi
decisamente al di sopra della media del quartiere in cui è situato, lo Student
Hotel si appresta ad aprire le sue porte ai giovani ricchi creativi di tutto il
mondo, ma non senza difficoltà e polemiche. Il primo ottobre infatti è stata
indetta dai collettivi Cua, XM24, Noi restiamo e Saperi Naviganti, quella che
doveva essere una contestazione rumorosa per «rovinare la festa»
all’inaugurazione della struttura, inaugurazione che però è stata annullata
all’ultimo momento a causa di «ritardi nelle consegne». Mentre i clienti
che avevano già prenotato sono stati sistemati in alberghi a 4 stelle gratis, i
collettivi hanno deciso di riorganizzare la protesta, secondo lo spirito del
tempo, in una «Fase 1» e una «Fase 2».
La «Fase 1» è stata appunto il primo ottobre, in cui i collettivi si sono
dati appuntamento in piazza dell’Unità, nel cuore della Bolognina, per poi
andare in corteo verso Via Fioravanti, dove sorge lo Student Hotel, esattamente
davanti ai nuovi palazzi del Comune di Bologna. Quando il corteo è arrivato
davanti alla struttura, ci sono stati momenti di tensione con chi dirigeva i
lavori del cantiere e con la Digos, lanci di uova e vernice colorata sui muri
del palazzo grigio. Macchie di vernice che probabilmente faranno piacere ai
giovani creativi e verranno subito inglobate come segno di garanzia underground dall’enorme
macchina da soldi animata da spirito neoliberista che si nutre proprio della
creatività delle stesse comunità che vengono eliminate in suo nome e invita i
suoi clienti a «essere uniti nel nome della ribellione artistica».
Il tardo capitalismo si alimenta di parole, termini, culture degli stessi
luoghi che ha contribuito a far morire per poi rivendicare quei concetti brandizzandoli e
speculandoci sopra. Come ci conferma L., un architetto che ha collaborato
con Rizoma, lo studio che cura gli interni di tutti gli
Student Hotel d’Italia, «l’idea è quella di partire da un concept diverso per
ogni città. Per esempio lo Student Hotel di Firenze aveva come tema il
Rinascimento e sul tetto è stata fatta una piscina con vista su cupola del
Brunelleschi. Per Bologna è stato scelto il tema del punk e del ‘77 proprio perché
la Bolognina è sempre stata il quartiere storico dell’underground e proprio
perché lì vicino una volta sorgevano il Livello 57 e XM24».
Come se non bastasse l’uso del marketing a dir poco imbarazzante (o cringe,
come dicono i giovani) ci sono i prezzi esorbitanti delle stanze che vanno dai
450 euro mensili per una doppia ai 700 euro per una singola. Ciò andrà a
sommarsi alla già enorme crisi abitativa causata dalla crescita sregolata
di Airbnb e dal progetto di city
branding che da anni ormai sta trasformando Bologna nella City
of Food a suon di speculazione edilizia e progetti faraonici fuori
dalla realtà, come Fico, la Fabbrica Italiana Contadina, in questo momento a grosso rischio di
fallimento.
È su questo aspetto che vertono gli slogan dei collettivi durante la
manifestazione, che denunciano come gli studenti in questo momento non hanno
spazi dove trovarsi con l’università sempre più messa alla prova dall’emergenza
sanitaria e ormai dedita solo alla didattica e agli esami, e che continua a
costare troppo alimentando disuguaglianze sistemiche che strutture come lo
Student Hotel non fanno che acuire.
Nel frattempo le famiglie sgomberate nel 2015 sono ancora in emergenza
abitativa, ovvero in alloggi pensati per una fase che doveva essere provvisoria
e durare al massimo 18 mesi. «Dal 2008 – racconta Maria Elena, avvocato
nonché ex abitante della Ex Telecom – questa città ha vissuto un’emergenza
abitativa pesante che non ha mai risolto perché utilizza soluzione palliative.
Nonostante ciò una struttura come questa viene rilevata da un magnate e
riaperta con alloggi di lusso rivolti alla clientela di una certa classe
sociale, mentre ci sono ancora migliaia di soggetti in situazioni di
marginalità quasi estrema che vengono esclusi, un’intera fetta di popolazione
ignorata, a cui non viene data una casa. Inoltre, proprio perché le strutture
in cui sono state sistemate le famiglie sgomberate hanno carattere emergenziale
(come i prefabbricati dati ai terremotati, tanto per capirci) e non hanno
l’abitabilità si creano situazioni burocratiche paradossali per cui chi ci vive
dentro, per esempio, non può richiedere il permesso di soggiorno in quanto vive
in una casa inabitabile. Una situazione illegale approntata dalle stesse
istituzioni».
La «Fase 2» della mobilitazione sarà il 15 ottobre, giorno del taglio del
nastro dello Student Hotel. Ma la cosa che fa più rumore sono le parole della
lettera scritta da una ragazzina di tredici anni che abitava alla Ex-Telecom
insieme alla sua famiglia ed è poi stata sgomberata e trasferita al Galaxy,
ironia della sorte proprio un ex-studentato. L’attore e regista teatrale Nicola
Borghesi l’ha raccolta durante il progetto Comizi d’amore.
Io, prima di venire a vivere al Galaxy stavo a Ex-Telecom, un posto dove le
persone vengono, occupano una casa e ci vivono. È una cosa illegale, ma
altrimenti le persone devono stare in strada. Anche se era un’occupazione
facevamo la vita di una famiglia normale. Solo che per me, la mia famiglia era
composta da 200 persone e c’erano moltissimi altri bambini come me: mi sentivo
una principessa nel suo castello. Giocavamo sempre insieme, c’era una scuola
per persone che non parlavano italiano, a volte si ballava anche. C’era un
giorno in cui si invitavano tutti gli amici e suonavamo insieme, inventavamo
anche degli strumenti. Il primo giorno di Ramadan alle 9 si preparava una festa
in cui venivano anche delle personcine da fuori. C’erano arabi, italiani,
cinesi, indiani, zingari e cubani. Non mi sentivo mai sola.
Il 25 settembre del 2015 alle quattro del mattino vengono a bussare, io
stavo ancora dormendo. Sentivo solo i passi delle persone che correvano. I
bambini urlavano perché si erano appena svegliati. La mamma mi dice di
preparare lo zainetto in fretta e di mettermi qualcosa e uscire fuori con lei.
Io mi sono messa il mio cappellino preferito che mi ero presa il giorno prima
per andare a scuola. E invece c’era uno sgombero. Uno sgombero? Che
cos’è?
Abbiamo chiuso le porte a chiave perché la polizia non entrasse. C’erano
persone in piedi e sedute che parlavano per organizzare la resistenza. Le donne
e i bambini dovevano andare al primo piano, gli uomini sul tetto. Io e mia
madre per sbaglio siamo finite sul tetto. La polizia ha cercato di sfondare la
porta, una signora li ha insultati e l’hanno picchiata. Lo so perché una mia
amica è sua figlia. Lei gli ha sputato e allora hanno picchiato anche lei. Noi
siamo rimasti sul tetto per altre dodici ore. Io era tranquillissima, avevo il
mio peluche. Mi dicevo: vinceremo noi è sicuro, abbiamo ragione. Io mi ero
messa davanti alla finestra col mio orso. Poi ho visto i pompieri che salivano
con le scale. Mi hanno fatta scendere per prima perché ero l’unica bambina. Ho
pensato: non può succedere veramente. I fotografi sotto mi fotografavano e mi
dicevano di sorridere. E io ho sorriso, ero innocente.
È stato il giorno più bello della mia vita, perché mi sentivo forte, come
se stessi combattendo contro qualcosa che dicevano che era illegale, ma secondo
me è legale perché quella è casa mia. Le persone che erano venute lì sotto
stavano con noi, erano orgogliose di noi. Quello è stato il giorno in cui ho
scoperto che cos’è la lotta.
Io ci sono rimasta malissimo, proprio male. Prima di andarmene ho scritto
delle parole molto brutte sul muro della mia casa. Ho scritto anche: mi avete
tolto casa mia ma non mi toglierete… non ricordo cosa ho scritto. Io quando
sono arrivata al Galaxy sono stata zitta per due giorni. Pensavano che non
avrei più parlato.
Riguardando il volantino da cui abbiamo iniziato oggi sale una profonda
rabbia. Adesso che XM24 non c’è più e l’Ex Telecom non c’è più, lo Student
Hotel aprirà. Probabilmente fallirà miseramente, come Fico. O forse no. Forse
contribuirà semplicemente a far alzare ulteriormente i prezzi degli affitti in
una città già allo stremo, a svuotare ancora di più il midollo di un quartiere
già in parte svuotato, come del resto sta succedendo in tutte le città del
mondo. Non sappiamo come andrà. Nel frattempo però The Student Hotel si
porta dietro sofferenza, distruzione e quel «nulla» contro cui si batte Xm24
dal giorno del suo sgombero.
giovedì 15 ottobre 2020
Il loro Recovery Fund - Paolo Cacciari
Avrei una proposta risolutiva per porre fine alla penosa zuffa in corso tra le lobby e le corporazioni economiche per arraffare qualche manciata del gruzzolo di euro che l’Unione europea ha deciso di stampare e distribuire ai vari stati sotto forma di Recovery and Resilience Facility Fund (1.8024 miliardi tra sussidi e prestiti compresi quelli del Next Generation Eu). Suggerisco a governo e parlamento italiano di dare il buono esempio e investire il tesoretto da 270 miliardi che ci spetta nel meraviglioso progetto The Great Green Wall Initiative, la muraglia verde sub-sahariana che attraversa l’intera lunghezza dell’Africa dal Senegal all’Etiopia lunga 8.ooo chilometri, dall’Atlantico a Mar Rosso e larga dai 15 ai 50 chilometri. Il progetto è stato adottato dall’Unione africana nel 2007 allo scopo di fermare l’avanzata della desertificazione, rigenerare cento milioni di ettari e offrire una opportunità di vita e di lavoro a dieci milioni di persone. Ma i paesi dall’Unione degli stati della regione Sahelo-Sahariana non hanno tutti i denari necessari per realizzare l’opera, nonostante vari contributi filantropici e i pochi fondi della cooperazione internazionale. Per i paesi europei rappresenterebbe un intervento riparatorio e un piccolo risarcimento per i danni arrecati all’Africa dalla plurisecolare rapina delle sue risorse naturali. Nonché un modo concreto e strategico per allentare la pressione migratoria. Sono sicuro che gli altri stati europei capirebbero e seguirebbero il buon esempio italiano!
Parrebbe una provocazione, ma in realtà investire
nel ripristino delle foreste primarie e nella rigenerazione degli ecosistemi
dovrebbe essere la più razionale, coerente ed efficace azione di prevenzione
primaria per impedire il diffondersi di pandemie da virus e batteri trasmessi
da animali (malattie zoonotiche). Un’emergenza ecosistemica che rappresenta una
minaccia ai diritti fondamentali della salute. Come hanno dimostrato e avvertito gli scienziati, dall’Aids ad Ebola,
alle varie sindrome respiratorie SARS, i virus sono in natura “creature
insignificanti e tranquille” finché rimangono all’interno delle loro “riserve
virali” (David Quammen, la Repubblica, 2 ottobre 2020), ma pronti a “tracimare”
(spillover) e contagiare altre specie animali, fino a raggiungere gli
allevamenti domestici e le popolazioni umane, quando i loro habitat naturali
vengono perturbati, degradati, distrutti. Gli incendi delle foreste primarie,
dall’Amazzonia all’Australia, come la industrializzazione e la chimicizzazione
dell’agricoltura, creano quelle situazioni in cui “il virus può essere spinto
fuori dalla sua confort zone e catapultato in una nuova situazione: un nuovo
potenziale organismo ospitante”. Le aree
inquinate e degradate spingono i micorganismi altrove. Ma non
basta. Virus latenti e sconosciuti possono tornare in circolazione anche con
lo scioglimento dei
ghiacciai nelle calotte polari e del permafrost nelle regioni
siberiane (vedi di Eliana Lietta e Massimo Clementi, con la supervisione
dell’European Insitute on Economics and Environmentt, La rivolta della
natura, la nave di Teseo, 2020). Una eventualità non improbabile. Nei
ghiacciai dell’Alaska la Nasa ha trovato microbi del Pleistocene. Nella
penisola di Yamal in Siberia il combinato disposto del sovrasfruttamento dei
giacimenti di gas naturale e del surriscaldamento del clima sta creando
“gigantesche voragini [l’Istituto di scienza di Skolkovo ne ha censite
settemila createsi nell’arco degli ultimi dieci anni] che si spalancano
all’improvviso nella tundra” e che la popolazione locale chiama “porte verso
l’inferno” (Vedi l’inchiesta di Antonella Scott su Il Sole 24 Ore di Domenica
20 settembre).
Se non vogliamo vivere per sempre, noi e i nostri figli e i figli dei
nostri figli, con le mascherine (utili,
peraltro, anche per le polveri sottili inalabili generate dalle combustioni),
sarà quindi bene incominciare a pensare a rimuovere le cause fondamentali che favoriscono la
diffusione degli agenti patogeni. Non
potendo sterminare tutti i virus e i batteri (il sogno segreto dei
virologi, ma sarebbe la fine di ogni forma di vita sul pianeta) gli sforzi dovrebbero essere
indirizzati a mantenere il più possibile estesi e integri gli habitat naturali.
Seguendo il principio dell’unità, della complessità, dell’interrelazione e
dell’interdipendenza di tutte le cose e i fenomeni naturali. In pratica bisognerebbe ri-naturalizzare le
aree degradate, consentire la libera espansione delle foreste pluviali,
l’esondazione dei fiumi e la formazione di aree umide ricche di biodiversità;
vietare la caccia, il commercio e la macellazione degli animali selvatici;
impedire la urbanizzazione a ridosso delle aree naturali. In una parola: far arretrare la colonizzazione del mondo.
Considerando che il 75 per cento della superficie terrestre è stato già
intaccato, un buon compromesso potrebbe essere quello di restituire metà della
Terra al libero sviluppo dei sistemi naturali, secondo la proposta Half–Earth del
biologo e naturalista statunitense Edward O.Wilson. Ciò costituirebbe anche la
migliore strategia di lotta al surriscaldamento del clima. É noto infatti che
il sistema più efficiente di cattura, stoccaggio e restituzione al suolo di
carbonio è quello fornito gratuitamente dalla fotosintesi clorofilliana.
Certo, dovremmo fare molto anche in casa in casa nostra. Penso
all’immediato blocco del “consumo
di suolo” con un vincolo di legge generalizzato sulle superfici
agricole. Un’azione concreta a costo zero di “transizione verde” che potrebbe
essere accompagnata da una misura a favore dell’utilizzo delle aree abbandonate
e degradate da parte di giovani imprenditori disposti a usare tecniche di produzione agroecologiche. Anche in
questo caso i benefici sarebbero multiscopo.
L’unica cosa da non fare è utilizzare i
finanziamenti del Next Genertion Eu per “rilanciare” attività economiche non
utili alla rigenerazione degli ecosistemi naturali. Meglio perderli.
mercoledì 14 ottobre 2020
ritorno a casa
Lettera a un amico rapito - Mauro Armanino
Caro Gigi,
quando abbiamo avuto l’incidente d’auto in quel di Padova, siamo stati per
per qualche giorno nello stesso ospedale. Mi avevi fatto pervenire un biglietto
scritto a mano, nella fonetica del ‘nostro’ kulango della
Costa d’Avorio, chiedendo scusa per l’accaduto. Quel camion che ha tagliato la
strada all’auto, l’asfalto bagnato e la macchina schizzata nell’altra corsia,
dove sopraggiungeva un furgone e lo scontro quasi frontale. Eri stato salvato
per un gioco del destino perché guidavi tu e mi stavi accompagnando alla
stazione ferroviaria, con la consueta disponibilità.
Chissà perché mi è tornato in mente questo particolare, a pochi passi dal
secondo anniversario dal tuo sequestro ad opera di sconosciuti, nella notte del
17 settembre. Sarà forse a causa di quel miracolo chirurgico che ha
ricostruito le parti lese del tuo corpo, i ferri nelle ossa e la forzata
immobilità che ti aveva stranamente preparato all’attuale prigionia. Ora i
ferri sono altri e somigliano a chiodi infitti nei polsi e nei piedi, il
costato già era ferito dagli anni passati assieme nella stessa missione a
Bondoukou. Quel giorno mi avei prestato la macchina, una Fiat Panda,
che con malcelata fierezza mantenevi pulita e funzionale. Al ritorno dalla
comunità dove in seguito saresti stato il responsabile, ebbi un incidente che
ti sottrasse l’auto per sempre. Alla vista della rovina dell’auto a cui tenevi
tanto, il tuo unico commento fu nei confronti della mia salute con un ‘se
non mi ero fatto male’.
Chissà perché penso a quest’altro particolare quando ti sono venuto a
cercare all’aeroporto, un atipico sabato pomeriggio di inizio settembre.
Tornavano in contemporanea centinaia di pellegrini dalla Mecca ed è a loro che
si dava la priorità al momento di uscire dall’aeroporto Diori Hamani di Niamey.
Nell’attesa del tuo aereo ripensavo che al mio primo arrivo nel paese, nel mese
di aprile del 2011, eri tu ad accogliermi ed accompagnarmi nella casa dove
abito da allora. La tua camera, i confratelli sorridendo ti prendevano a volte
in giro, era la numero due.
Lì lasciavi le tue cose nell’armadio metallico per le visite quindicinali,
destinate all’acquisto di quanto necessario per vivere con dignità a Bomoanga,
a oltre 130 kilometri da Niamey, in zona semidesertica. Portavi sempre
notizie dal profondo, dai poveri contadini e delle piccole e fragili speranze
che cercaci di condividere attraverso progetti di attento umanesimo integrale.
Avevi dormito in quella camera per l’ultima sera prima di partire per la tua
zona e, assieme ad alcuni amici, avevamo cenato nel ristorante italiano di
Niamey, il noto ‘Pilier’. L’ambasciatore ci aveva offerto quella che,
commentando con con lui ed altri, sarebbe stata l’ultima nostra cena prima del
dramma.
In quella cena c’erano tutti. I poveri, i bambini dei quali ti occupavi, la
piccola deceduta al ‘Bambin Gesù’ di Roma in un disperato tentativo di
salvarla, gli animatori, le famiglie, i giovani che aiutavi, assieme ad altri,
per continuare gli studi o la formazione professionale. Forse c’era tra loro
anche un Giuda. C’è sempre da qualche parte qualcuno che tradisce gli amici,
che avrebbe informato, coscientemente o meno, i rapitori sul tuo ritorno e le
tue abitudini serali. Era notte e coloro che ti avrebbero poi rapito
sapevano che non fermavi subito la porta della camera. Veniva gente per cercare
medicine per le urgenze che, in un villaggio sperduto e senza servizi sociali,
non mancano mai. Sapevano che c’era una luce e una porta che si apriva con il
sorriso di una speranza ormai a portata di mano.
L’ultima notte a Bomoanga, che neppure si trova nelle mappe più sofisticate
di Google, ultimo o quasi di piccoli borghi senza futuro se non quello che lui
e la comunità cristiana cercavano di offrire. Una scuola media, un possibile
convitto e soprattutto la necessità di offrire ragioni di rimanere sul posto
con dignità. Era notte quando ti hanno portato via e da allora sono
passati due anni di tenebre solo interrotte da un breve messaggio video il 24
marzo scorso, primo e per ora unico segno di vita. Ci sono state testimonianze,
racconti, ipotesi, ricerche e forse trattative, sappiamo poco di tutto questo.
Caro Gigi,
sai bene che continuo a mandare le mie lettere settimanali al tuo indirizzo
mail e che in camera si trovano alcune camicie che ti sono state regalate per
la festa della comunità. Sull’altare dove anche tu celebravi c’è da allora il
tipo di stoffa che avevi creato per l’inaugurazione della Basilica dei poveri.
La tua macchina si trova nello stesso garage, pronta per continuare il viaggio.
Niamey 13 settembre 2020
La sabbia e la libertà di Pierluigi - Mauro
Armanino
La sabbia la sa lunga. Ha i suoi tempi che non quadrano con le comuni
attese dei mortali, legati come sono allo scorrere dei giorni e delle
ore. Lei sa quando è il momento di muovere la storia. Un
cambio di governo, i militari al comando, trattative in atto probabilmente in
segreto, un ruolo probabile di regia francese ed ecco che accade lo scambio.
Prigionieri di sabbia per prigionieri di sabbia.
Una libertà che arriva di notte, come il suo rapimento e d’improvviso si
apre un futuro rimasto imbavagliato per anni. Persi, trovati,
abbandonati, arrestati, deportati, coltivati e rimasti sospesi per anni, gli
anni. In cambio di altri prigionieri, innocenti o assassini di altri
per la loro libertà.
C’è sempre un prezzo da pagare. Pierluigi tornerà libero col tempo
e con la sabbia che in questi due anni l’ha fedelmente accompagnato come non
mai nella sua vita. Potrà muoversi, pensare, ‘sguardare’ la sua vita
come non mai prima. Fragile e immensa e vulnerabile come un grembo che si
lascia attraversare da uno sconosciuto. Una vita da imparare di nuovo, come un
alfabeto scritto sulla sabbia le cui lettere il vento sposta danzando.
Scrivere la parola libertà è pur sempre l’avventura più grande che possa
accadere nella storia di un uomo. Poi, in silenzio, le lettere di
questa parola si cancelleranno perché sono anch’esse di sabbia. E allora
Pierluigi, ostinato come sempre, aprirà la sua bocca e gli occhi, ad un
sorriso.
Niamey, 8 ottobre 2020