martedì 19 giugno 2018

Cambiamo le regole sui tirocini in Sardegna: Chi controlla il promotore? - Marco Contu


Continua imperterrita l’attività della rete “Cambiamo le regole sui tirocini – Sardegna”, network di tirocinanti sardi nato sei mesi fa su iniziativa dei giovani di Caminera Noa con lo scopo di fare luce sull’abuso dei tirocini extracurriculari in Sardegna, per contrastare le nuove linee guida predisposte dalla RAS e proporre regole più eque e dignitose per i tirocinanti.
Quotidianamente attraverso la nostra pagina facebook pubblichiamo le offerte di tirocinio abusive e raccogliamo testimonianze e diamo assistenza e consigli ai tirocinanti. Grazie alle nostre pressioni e all’aver fatto emergere le contraddizioni nel sistema-tirocini regionale abbiamo ottenuto il primo obiettivo e cioè il congelamento delle nuove Linee Guida regionali – peggiorative rispetto a quelle precedenti del 2013 – che sembravano pronte ad entrare in vigore. Pertanto al momento sono ancora vigenti le Linee Guida del 2013 (le regioni, in forza dell’art.117 c.4 della Costituzione, hanno competenza esclusiva in materia di tirocini poiché questi rientrano nella materia formazione e non nella materia lavoro).
Questo però non diminuisce le nostre preoccupazioni: in questo periodo assistiamo infatti a un incremento di offerte di tirocinio per mansioni a bassa specializzazione e meramente manuali nel settore turistico, della ristorazione e dei pubblici esercizi in generale; offerte di tirocinio che chiaramente vogliono mascherare rapporti di lavoro veri e propri. Offerte che segnaliamo non solo perché le riteniamo ingiuste e indegne ma perché testimoniano una volontà di utilizzo distorta, abusiva e quindi illegaledi uno strumento formativo quale il tirocinio.
Ciò che più ci fa rabbia è che la maggior parte di queste offerte sono promosse dall’ASPAL, un organo tecnico della Regione Sardegna. Ci fa rabbia il fatto che la diffusione del senso di impunità, l’incompetenza, il disprezzo da parte di certa imprenditoria stracciona e dell’ASPAL, è tale che tutto è fatto alla luce del sole, nei siti internet e istituzionali, talvolta con anche i nomi delle attività.
Chi controlla il promotore? L’INL si è accorta della situazione di illegalità diffusa e il 18 Aprile 2018 ha emanato una circolare che annuncia un giro di vite sui tirocini dando indicazioni operative al personale ispettivo: in Sardegna l’INL vuole intervenire anche sul soggetto promotore o non vuole creare conflitti in nome del garbo istituzionale?
Il lavoro estivo rappresenta già di per sé l’unica fonte annuale di reddito per tanti giovani sardi; un lavoro intrinsecamente precario a causa della stagionalità e dalle modalità di svolgimento sempre più flessibili; non possiamo accettare che sia anche il far west dei tirocini, del ricatto occupazionale e del risparmio del costo del lavoro sulla pelle dei lavoratori sardi.
Intanto noi continueremo a monitorare e denunciare. Monitoreremo anche le linee guida al momento congelate che rappresentano comunque un pericolo e per questo abbiamo già scritto al gruppo consiliare “Art.1 – Sinistra per la democrazia e il progresso”, per chiedere loro una mano nel tracciare le suddette linee guida e intervenire nel merito del testo normativo sulla base delle nostre proposte.

Marco Contu è attivista della rete Cambiamo le regole sui tirocini in Sardegna

domenica 17 giugno 2018

No al Mater Olbia. Sì alla sanità pubblica e gratuita




La sanità pubblica è un bene comune che va tutelato, in particolare quando si cerca di minarlo finanziando con denaro pubblico le strutture private come il Mater Olbia a scapito di strutture anche di eccellenza presenti sul territorio sardo. Il soggetto-progetto Caminera Noa propone una mobilitazione, domani, domenica 17 giugno davanti all’ospedale privato di proprietà della Qatar Foundation, sulla strada statale 125 “orientale sarda. Pubblichiamo il loro comunicato.
Il 17 al Mater daremo la parola a tutti, anche a chi ci sta attaccando. Ma intanto chiariamo alcune cose fondamentali. Rispondiamo alle molte critiche che sono arrivate e mezzo stampa e sui social alla nostra mobilitazione “Mancu unu citu in prus a su Mater Olbia e a sa sanidade privada”.
Nonostante si faccia di tutto per evitare di associare la realizzazione del Mater Olbia al ridimensionamento della rete ospedaliera pubblica, la verità è facilmente dimostrabile e tutta contenuta nelle diverse disposizioni che si sono succedute a cominciare dal 2014.
L’accordo stipulato, o meglio sarebbe dire imposto da Renzi a Pigliaru per agevolare “gli investimenti privati nelle strutture ospedaliere” è chiaramente riportato nella legge di stabilità 164 del 2014, nel cap. 16 ai commi 1 e 2. Art.16. Misure di agevolazioni per gli investimenti privati nelle strutture ospedaliere.
Al fine di favorire la partecipazione di investimenti stranieri per la realizzazione di strutture sanitarie, per la regione Sardegna, con riferimento al carattere sperimentale dell’investimento straniero da realizzarsi nell’ospedale di Olbia, ai fini del rispetto dei parametri del numero di posti letto per mille abitanti […], per il periodo 2015-2017 non si tiene conto dei posti letto accreditati in tale struttura. La regione Sardegna, in ogni caso, assicura, mediante la trasmissione della necessaria documentazione al competente Ministero della Salute, l’approvazione di un programma di riorganizzazione della rete ospedaliera che garantisca che, a decorrere dal 1° gennaio 2018, i predetti parametri siano rispettati includendo nel computo dei posti letto anche quelli accreditati nella citata struttura.
Sempre in relazione al carattere sperimentale dell’investimento nell’ospedale di Olbia e nelle more dell’adozione del provvedimento di riorganizzazione della rete ospedaliera di cui al comma 1, la regione Sardegna nel periodo 2015-2017 è autorizzata ad incrementare fino al 6% il tetto di incidenza della spesa per l’acquisto di prestazioni sanitarie da soggetti privati […]. La copertura di tali maggiori oneri avviene annualmente all’interno del bilancio regionale […]”
Soldi pubblici quindi, e posti letto, da sottrarre al resto dell’isola per un’opera, il Mater, che forse mai vedrà la luce, mentre la rete ospedaliera pubblica viene costretta ad annaspare.
In tutta questa vicenda non può non saltare agli occhi che nella riorganizzazione della rete ospedaliera approvata dal Consiglio regionale nella seduta del 25 ottobre 2017 si fa riferimento solo alla prima parte della legge 164, e viene omessa completamente la parte in cui testualmente la Regione Sardegna “assicura l’approvazione di un programma di riorganizzazione della rete ospedaliera che garantisca che, a decorrere dal 1° gennaio 2018” si includano “nel computo dei posti letto anche quelli accreditati nella citata struttura”.
Svista o voluta omissione? Il “punto di riferimento per la Gallura”, costerà caro all’isola: 178 posti letto convenzionati in fase di avvio che diventeranno 242 a regime. Così, mentre la parola d’ordine per gli ospedali pubblici è “riduzione della spesa”, per il Mater, gli euro messi a bilancio ammontano a 55,6 milioni all’anno (Deliberazione di Giunta Regionale n.24/1 del 26/06/2014) e non ci sarà da rallegrarsi per i galluresi: a cambio di quest’opera, che forse mai verrà completata, e barattata per 2 milioni di metri cubi di nuovo cemento lungo la costa, già stanno chiudendo i reparti di Tempio e il presidio di Santa Teresa.
L’efficienza della sanità pubblica non può essere un mero taglio delle spese ma una reale riorganizzazione che garantisca uguali servizi di qualità per tutti, in maniera indistinta a prescindere dalla densità abitativa delle aree di interesse. I galluresi come i restanti cittadini sardi hanno il sacrosanto diritto di curarsi, senza farsi prendere in giro da chi continua a promettere il paradiso a prezzi scontati e non cascare nella trappola di barattare i loro diritti con quelli degli altri sardi.
Detto questo, abbiamo deciso di aprire la nostra manifestazione a chiunque voglia confrontarsi con noi, anche se da posizioni critiche o addirittura antagonistiche. L’unica cosa che esigiamo è il rispetto del nostro diritto democratico alla libertà di opinione che non permetteremo a nessuno di mettere in discussione. Per questo motivo Caminera Noa invita tutti i cittadini di Olbia e Gallura, singoli o associati, a partecipare domenica 17 alla manifestazione contro la privatizzazione della sanità sarda di cui il Mater Olbia è l’emblema, a sostegno della Sanità Pubblica, sempre più impoverita sia di risorse sia di servizi.
Chi è interessato si potrà iscrivere a parlare, a titolo personale o uno in rappresentanza di ogni organizzazione, movimento, associazione, sindacato ecc.; si potrà intervenire per esprimere il proprio parere favorevole o contrario, nel rispetto della pluralità d’opinione. A tutti sarà dato il microfono, ciò a dimostrazione che Una Caminera Noa muove da presupposti sì di lotta, che vuol dire individuare un problema e portarlo all’attenzione del pubblico per informare, ma soprattutto di apertura al dibattito, partendo dall’incontro e non dallo scontro, con i territori che più soffrono di questo impoverimento sanitario pubblico, a differenza di chi sui social ha usato termini violenti e persino minacciosi. Caminera Noa ribadisce, in particolare ai giornalisti abituati ad etichettare a tutti i costi, che il nostro non è un progetto esclusivamente indipendentista, e che si tratta invece di un soggetto-progetto politico aperto e pluralista, nato un anno fa fuori da logiche di aggregazioni pre elettorali, in continua evoluzione, basato sui valori democratici fondamentali e condivisi: l’antifascismo, l’antirazzismo, la necessità di superare il liberismo come modello economico, la sostenibilità e il diritto all’autodeterminazione.

Ancora di donne e animali - Rita



Questa cosa di giudicare e imputare responsabilità alle vittime anziché agli oppressori deve finire. 
Ripetete con me: se una donna viene uccisa, non è colpa sua. Se una donna viene stuprata, non è colpa sua. Se viviamo in una società patriarcale non è colpa delle donne. Se un animale viene portato al macello, non è colpa sua. Se un animale vive dentro un allevamento lurido non è colpa sua, non è perché gli piace così.

Femminismo e maschilismo non sono la stessa cosa: il primo è movimento teorico e pratico di liberazione da una forma di oppressione millenaria, e questa forma di oppressione millenaria è, guarda caso, proprio il secondo. 
Antispecismo e specismo non sono la stessa cosa: il primo è un movimento teorico e pratico di liberazione da una forma di oppressione millenaria e questa forma di oppressione millenaria è, guarda caso, proprio il secondo.

Pensare che un animale schiavizzato stia bene come sta perché non metterebbe in gioco abbastanza risorse per liberarsi è stupido; pensare che alle donne piaccia essere oppresse perché spesso sono le prime ad essere accondiscendenti è altrettanto stupido: significa non tener conto dei danni psicologici che provocano migliaia di anni di oppressione e dei condizionamenti radicati a livello sociale e interiorizzati a livello psicologico che spesso rendono difficile che una vittima sappia di esser tale. Ma, per fortuna, il femminismo e l'antispecismo è questo che fanno, cioè mettono a nudo e rendono comprensibili queste dinamiche di potere e oppressione millenaria: negarli, ostracizzarli, significa essere parte del problema, significa voler mantenere intatte queste strutture e dinamiche di potere.

Siate dalla parte delle donne, siate dalla parte degli altri animali. Abbiate il coraggio di rompere le catene e smettere di essere parte degli anelli che le compongono.

sabato 16 giugno 2018

intervista a Francesco Bachis


(di Francesca Mulas)

“Clandestini”, “Rispediteli a casa”, “Non li vogliamo”, “Prima i sardi, prima gli italiani”, “Non scappano da nessuna guerra, mandateli indietro”: è bastato un commento del sindaco di Cagliari Zedda, seguito poche ore dopo da quello del presidente della Regione Francesco Pigliaru, a proposito del viaggio nave Aquarius con 629 migranti a bordo, per scatenare sui social network una marea di commenti d’odio. Molti utenti hanno riversato simili reazioni anche sulla pagina Facebook di Sardinia Post con frasi feroci contro i migranti (tra cui ci sono 134 bambini e alcune donne incinte) e contro Zedda e Pigliaru. Per diverse ore abbiamo dovuto monitorare i post, cancellare le scritte più offensive e bannare gli autori dalla nostra pagina. Un’onda di odio che non si è ancora fermata. E che lascia una certezza: se per lungo tempo abbiamo coltivato l’illusione che la Sardegna fosse immune dal razzismo oggi sappiamo che non è così. Lo conferma anche Francesco Bachis, antropologo delle Università di Cagliari e Sassari, che per lungo tempo si è occupato di islamofobia e razzismo. La sua ricerca più recente è “Sull’orlo del pregiudizio”, un saggio appena uscito per Aipsa edizioni.
“Le dichiarazioni di Massimo Zedda e Francesco Pigliaru, al di là del significato politico, sono di semplice umanità – ci ha detto a proposito dei commenti d’odio registrati ieri sui social network – e le reazioni così scomposte ci dicono due cose: intanto che la Sardegna non è immune dal razzismo dilagante, e in secondo luogo che la chiusura delle frontiere, il no alle navi dei migranti intercettano parte del sentire comune. Che poi è quello che emerge da tv e social network, mentre le opinioni più umane e di apertura verso l’altro stentano ad alzare la voce”.
Che pericolo c’è che il razzismo virtuale si trasformi in reale?
Quasi nessuno, neanche tra gli odiatori più invasati, direbbe in faccia a un migrante ciò che scrive su Facebook.  Ma è anche vero che passiamo sempre più tempo sui social e lì costruiamo e coltiviamo relazioni e i casi di atti concreti di violenza più recenti non promettono nulla di buono. La cosa che mi colpisce sempre, e che avvicina pericolosamente la parola scritta sul social alla realtà, è che questi insulti vengono ‘firmati’ con la propria faccia. Chi scrive che occorrerebbe ‘buttare i migranti nei forni’ lo fa con il proprio volto, da profili dove condivide le fotografie dei figli, le sue passioni, rappresenta la sua vita. Fortunatamente son più quelli che scrivono di quelli che fanno.
Ci troviamo davanti a nuove forme di razzismo o c’è una continuità con il razzismo nazifascista?
Interrogarsi sulle continuità e discontinuità tra il razzismo nazionalsocialista (o quello di matrice classica coloniale) e il razzismo attuale significa chiedersi quali sono le continuità ideali e quelle pratiche. Se la parola ‘razzismo’ è sempre più diventata nel corso del tempo una parola quasi ‘indicibile’, le forme di misconoscimento dell’altro hanno assunto nuove forme, in parte parenti dirette del razzismo classico, in parte nuove. Se la cultura, la religione sembrano aver sostituito parzialmente la parola ‘razza’ nell’identificazione dell’altro, nel neorazzismo o nel fondamentalismo culturale permangono forme di naturalizzazione che sono dirette parenti di quell’universo ideologico. Anche gli stereotipi ritornano costantemente, magari spostati su altri bersagli: si pensi alle continuità tra antisemitismo e islamofobia. La ‘razza’, purtroppo, funziona ancora e non per una sua supposta efficacia ‘naturale’ nell’identificare la diversità ma perché non si è disimparato a sufficienza il razzismo.
Tra le giustificazioni più frequenti dei nuovi razzismi: “Non ero razzista, mi hanno fatto diventare. Ci obbligano a esserlo. Sono loro razzisti nei confronti degli italiani”. Cosa significano?
‘Razzismo’ e ‘razzista’ hanno ormai largamente un uso contrastivo: razzisti sono sempre gli altri e pochi si proclamano esplicitamente razzisti. Tuttavia la permanenza atteggiamenti, discorsi e pratiche ascrivibili a forme di neorazzismo permangono: non sono semplicemente retaggi del passato ma forme ideologiche di interpretazione dei rapporti sociali, scorciatoie buone per spiegare le proprie condizioni di disagio o semplicemente per giustificare il proprio odio per l’altro. C’è una presa di distanza dovuta alla connotazione negativa che la parola ‘razzista’ ha assunto in larga parte della società occidentale ma le parole che seguono quel ‘ma’ sono spesso esplicite forme di misconoscimento dell’altro la cui matrice nei vari razzismi è facilmente riscontrabile. Basta, appunto, farsi un giro sui social network…
Torniamo alla Sardegna. Com’è successo che la Lega (Nord) oggi sia uno dei partiti più votati, dopo anni di discorsi contro i meridionali e il sud nullafacente?
Il discorso anti-immigrati ha fatto presa spesso tra strati sociali con esperienze di emigrazione, perché gli ultimi, verso i quali rivolgere discorsi di esclusione, oggi sono ancora più in basso di noi, e dunque facile bersaglio per scaricare le tensioni della crisi. Dal Veneto agli Stati Uniti non siamo i primi e, temo, non saremo gli ultimi. Certo qui pesa anche una incapacità di fare i conti con il non detto e il rimosso di ogni orgoglio nazionale. Non ci basta Lussu e la tradizione democratica e progressista della maggioranza della nostra tradizione autonomista e indipendentista. Il fatto è che si può essere orgogliosi di essere sardi ‘con’ qualcuno o ‘contro’ qualcuno. E in questo secondo caso non è detto che sempre questo qualcuno sia ‘su mere coloniale’, il dominatore o lo sfruttatore; talvolta capita che possa essere anche un dannato della terra che sta peggio di noi e che in Sardegna arriva, sempre più spesso per caso e non volontariamente, per cercare di migliorare le proprie condizioni di esistenza o per la curiosità e il sogno di una vita diversa. Qui come altrove, comunque, il punto fondamentale sta nel non cedere alla tentazione di considerare odio e paura come forme ‘naturali’ di rapporto con l’altro, magari da tenere a bada con la ‘tolleranza’. No, non lo sono, se non quanto l’empatia e la cooperazione. Quel tipo particolare di odio e misconoscimento dell’altro che chiamiamo razzismo non è eterno: ha origini storiche, ha avuto un inizio e dunque può avere una fine.

giovedì 14 giugno 2018

Movimenti urbani - Paolo Cacciari



Le città sono implose, fatte a brandelli. In parte gentrificate sotto l’assalto dei fondi speculativi, in parte degradate, abbandonate a sé stesse. Non potrebbe essere altrimenti: le città sono le fedeli concretazioni delle crescenti disuguaglianze sociali e dell’abdicazione dei poteri pubblici. Sull’utilizzo degli spazi urbani si gioca una partita fondamentale dell’assetto dei poteri economici e politiciProtagonisti sono i movimenti urbani di riappropriazione dei luoghi della socialità, a partire dalla residenza e di resistenza alla “messa a reddito” delle aree di pregio (turistiche, residenziali di lusso, commerciali, direzionali di rappresentanza… dove maggiore é la possibilità di estrarre rendite).
I nodi pulsanti di questi movimenti urbani sono i centri autogestiti dalle comunità degli abitanti. “Arche di autonomia”, le definirebbe Raul Zibechi.
Ha scritto l’urbanista Carlo Cellamare:
“Le città sono attraversate da pratiche e processi di riappropriazione in cui gli abitanti, organizzati o meno in comitati e associazioni, ‘producono’ o ‘riproducono’ spazi trasformandoli in ‘luoghi’, anche recuperando e riutilizzando spazi abbandonati, degradati o inutilizzati e rimettendoli nel ‘ciclo di vita’ della città, attraverso azioni di cura, ricostruzione, gestione responsabile, manutenzione, ecc. […] processi di risignificazione dei luoghi […] che ricostruiscono una relazione di significato tra lo spazio e il vissuto” (Autorganizzazione e riqualificazione delle periferie, Ananke, n.82, 2017). 
Aree verdi e immobili liberati e riattivati per dare vita a servizi interculturali, welfare mutualistico, piccole attività economiche cooperatistiche ed ecosolidali, coworking…, insomma, autentica “rigenerazione urbana”. Ogni città è punteggiata da lotte per la conquista di questi spazi pubblici, uniche alternative alla individualizzazione solipsistica delle relazioni umane nell’età dell’iperliberismo. Nelle crepe del lacerato tessuto urbano sono nate esperienze di tutti i tipi: dai centri sociali occupati alle case del popolo, dalle banche del tempo ai comitati di quartiere, fino ai “beni comuni” riconosciuti tramite percorsi partecipativi.
Autogoverno in Chiapas e nel Rojava
A Bologna è stato creato un Comitato per la promozione e la tutela delle esperienze sociali autogestite (Esa) che nei giorni scorsi ha organizzato assieme alla rete dei produttori Fuorimercato un incontro di “autoformazione” presso la casa del popolo Venti pietre allo scopo di consolidare i legami di solidarietà tra le varie realtà autogestite cittadine, aumentare il loro peso contrattuale con le varie controparti proprietarie e studiare gli strumenti giuridici-normativi più idonei per poter resistere e gemmare.
Anche a Bologna ogni esperienza di autogestione ha storie e contesti diversi. Alcune tengono tenacemente il punto della occupazione: centri sociali, come Crash ed XM24. Altre sono riuscite a strappare convenzioni con gli enti pubblici proprietari (è il caso del centro sociale Làbas dopo le imponenti manifestazioni popolari del settembre scorso a seguito dello sgombro forzato dall’ex caserma Masini) o comodati d’uso gratuiti temporanei con i proprietari privati di immobili dismessi (è il caso del Venti pietre nell’ex concessionaria automobilistica di via Marzabotto e dell’associazione Pianificazioni urbane). Altri usano il regolamento dell’Amministrazione condivisa, che prevede la stipula di “patti di collaborazione e sussidiarietà” (art 118 riformato della Costituzione) tra i cittadini e le pubbliche amministrazioni, promosso da Labsus in molte città italiane. Per tutti, i modelli culturali generali di riferimento sono le Giunte del buon governo zapatiste in Chiapas e le esperienze di autogoverno federaliste, ecologiste e femministe nella regione curda del Rojava (vedi il volume di Guido Candela e Antonio Senta, La pratica dell’autogestione, elèuthera, 2017, presentato all’incontro). Ma esistono molte altre esperienze più vicine a noi come quelle intraprese a Barcellona, che sono state raccontate da Lucas Ferro Solè di Podemos Catalugna.
Non esistono modelli unici – è stato detto –, ma il punto sicuramente più avanzato conquistato dai movimenti urbani in Italia è quello di Napoli. Descritti da Maria Francesca Di Tulio e Giuseppe Micciarelli dell’ex Asilo Filangieri, sono oramai una decina gli immobili di proprietà del Comune partenopeo cui è stato conferito lo status di “bene comune” in uso collettivo, autonormato dalle assemblee di gestione e riconosciuti da una serie di delibere comunali.
Favorire forme di riuso degli immobili abbandonati
Da qualche tempo – su proposta del giurista Ugo Mattei, intervenuto in videoconferenza – è stata proposta la stesura di una Carta d’uso civico dei beni comuni urbani e una proposta di legge popolare nazionale che possa favorire le forme di riuso degli immobili abbandonati o mal utilizzati. Anche il Diritto deve diventare un campo di battaglia sociale per la conquista di nuovi strumenti giuridici (per produrre nuova legalità dal basso) per il “diritto alla città”, all’abitare e al vivere degnamente. I temi cruciali in discussione sono l’accesso e la gestione. È necessario liberare le amministrazioni pubbliche dal cappio del “pareggio di bilancio”. La scelta sugli usi del patrimonio immobiliare – ad iniziare da quello pubblico, ma non solo – deve tornare ad essere una decisione discrezionale politica, cioè urbanisticamente, socialmente ed eticamente orientata, non condizionata dai “benefici economici” immediati realizzabili. Al “danno erariale” e ai “mancati introiti”, che la Corte dei Conti, ultimo anello della catena tesa dalla Troika, puntualmente contesta alle amministrazioni pubbliche che si rifiutano di “fare cassa” con la svendita dei beni pubblici, va contrapposto il concetto di “redditività sociale” dei beni comuni. Vanno, cioè, calcolati e misurati gli “impatti positivi” non monetari, extra-finanziari, quali la crescita del “capitale” umano e sociale, la reputazione e la bellezza dei luoghi. Concetti che vanno presi sul serio e fatti uscire dalla retorica corrente. Non serve scomodare premi Nobel (come la economista Elinor Ostrom) per capire che una comunità locale ricca di relazioni sociali solidali e di sistemi di auto-mutuo-aiuto crea più benessere duraturo per la popolazione che non una città privatizzata, attraversata da conflitti classisti, ostile nei confronti delle donne e degli stranieri, produttrice di disagi sociali e psicologici, inaffettività e violenza.
Certo, la condizione preliminare per consolidare e allargare le esperienze di autogestione è la mobilitazione popolare che denuncia lo scandalo dello spreco anche economico degli immobili in disuso (otto milioni di edifici abbandonati in Italia, hanno riportato Isabella Inti e Verther Albertazzi di Temporiuso e Planimetrie culturali). Va poi dimostrato attraverso azioni concrete (creazione di centri polivalenti, sportelli legali e servizi di welfare di prossimità, empori e mercati contadini, sistemi di scambio non monetari e piattaforme tecnologiche collaborative…) quali possono essere i benefici realizzabili se a gestirli sono le comunità locali. “Domini collettivi” (come recita la nuova legge che finalmente riconosce gli usi civici consuetudinari delle antiche comunaze), “Comunità patrimoniali “ (come recita la Convenzione di Faro sui beni colturali, mai ratificata dall’Italia) che adottano, curano e fanno propri luoghi e immobili percepiti come beni utili alla collettività, necessari a rendere effettivi i diritti fondamentali individuali all’abitare dignitosamente. I beni comuni sono quindi una forma di possesso che tutela i beni e socializza i benefici.

Non si tratta di sgravare gli enti proprietari (pubblici o privati) dalle loro responsabilità anche costituzionali (l’Articolo 41 sull’utilità sociale dell’iniziativa economica, privata e pubblica, è l’emblema della “Costituzione inattuata e tradita”), ma al contrario di farli uscire da uno stato di colpevole passività. In concreto: manutenzioni straordinarie, allacciamenti, guardiania e altri servizi onerosi vanno mantenuti in capo all’ente proprietario. Le autogestioni non devono nemmeno essere cavalli di Troia per l’esternalizzazione di servizi al “terzo settore”. Le assegnazioni tramite bandi, gare e concessioni (procedure apparentemente trasparenti e neutrali, che piacciono tanto ai tutori della legalità astratta e dell’equilibrio contabile del bilancio dello stato) in realtà sono trappole ideologiche che mettono in competizione i gruppi socialmente attivi, li obbligano ad aziendalizzarsi e li assoggettano alla logica del clientelismo. Per fare comunità capaci di autogoverno (dotate di capatibilities, direbbe Martha Nussbaum ) è necessario – al contrario – facilitare forme di gestione aperte, dirette, libere, responsabilizzanti. Il modello è quello delle assemblee di gestione ben organizzate in tavoli tematici e gruppi operativi, aperte a tutte e a tutti coloro che hanno qualche progetto da realizzare, la volontà di relazionarsi con l’altro da sé e il desiderio di non smettere di imparare dagli altri.


mercoledì 13 giugno 2018

Ma quanti gasdotti vogliono costruire in Sardegna? - Gruppo d’Intervento Giuridico



La Sardegna è l’unica regione italiana priva di rete di distribuzione del gas naturale e, senza dubbio, nel corso dei decenni è stato un forte elemento negativo sotto il profilo economico-sociale.
Da nessun gasdotto, tramontata fortunatamente l’ipotesi di derivazione dal progetto di gasdotto Galsi, ora in campo vi sono ben quattro progetti di gasdotto per l’Isola.
Che cosa sta accadendo?
A livello europeo è noto come salami slicing, cioè la furbesca divisione di un unico progetto per attenuarne il previsto impatto ambientale.    E’ una prassi vietata, anche secondo la costante giurisprudenza comunitaria e nazionale.
Ed è quello che sta accadendo in Sardegna da un anno a oggi in relazione ai progetti della Società Gasdotti Italia s.p.a. e Snam Rete Gas s.p.a.per la realizzazione della dorsale di trasporto del gas naturale (metano) e delle relative derivazioni.
Le due società hanno furbescamentepresentato istanza[1] per avviare i rispettivi procedimenti di valutazione di impatto ambientale (V.I.A.) prima per il tronco centro-meridionaledell’Isola (Città metropolitana di Cagliari e Province del Sud Sardegna e di Oristano), poi per il tronco centro-settentrionale (Province di Sassari e di Nuoro).
Prima i procedimenti di V.I.A. erano di competenza regionale, poi, in seguito al decreto legislativo n. 104/2017, sono divenuti di competenza nazionale, quindi sono stati riassunti presso il Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare.

Non solo.
Sarebbe necessario valutare gli impatti cumulativi dei due diversi progetti, di fatto alternativi, nonostante gli annunci di accordi finora non formalizzati fra le società energetiche interessate.
In caso diverso, la Sardegna passerebbe da nessuna rete metanifera a ben due reti metanifere concorrenziali.
L’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus ha, pertanto, inviato (11 giugno 2018) un nuovo atto di intervento nei quattro procedimenti di V.I.A. relativi ai rispettivi progetti di gasdotto al Servizio valutazioni ambientali del Ministero dell’Ambiente, chiedendone la dichiarazione di improcedibilità per la mancata valutazione integrale e cumulativa degli impatti ambientali.
Il gas naturale è una fonte di energia di origine fossile, come il carbone e il petrolio, il cui utilizzo comporta l’emissione di gas serra e di altri inquinanti atmosferici, però in misura sensibilmente inferiore rispetto agli altri combustibili fossili.        Infatti, a parità di energia prodotta, la combustione del gas naturale emette circa il 75% dell’anidride carbonica (CO2) prodotta dall’olio combustibile e circa il 50% di quella prodotta dal carbone.
Nell’attuale fase di transizione dal presente sistema energetico mondiale imperniato sulle fonti fossili al futuro sistema basato sulle fonti rinnovabili, il gas naturale rappresenta certo un’utile soluzione temporanea. In tal senso, l’impiego del gas naturale, in sostituzione di altre fonti fossili come derivati petroliferi e carbone, appare senza dubbio auspicabile.
Attualmente (dati piano energetico ambientale regionale) in Sardegnaabbiamo i seguenti dati relativi alle fonti di produzione energetica: 78% termoelettrica, 11% eolica, 5% bioenergie, 5% fotovoltaico, 1% idroelettrico.  Fonte termoelettrica: 42% carbone; 49% derivati dal petrolio; 9% biomasse.    L’utilizzo del gas naturale sarebbe conveniente sul piano ambientale ed economico, qualora sostitutivo del carbone e dei derivati dal petrolio.
Tuttavia, oltre il 46% dell’energia prodotta “non serve” all’Isola e viene esportato.
Quindi, o il metano sostituisce altre fonti fossili più inquinanti (petrolio e derivati, carbone) oppure è semplicemente dannoso.
In ogni caso, la realizzazione di un unico gasdotto deve avere il minimo impatto sull’ambiente e sui contesti economico-sociali interessati.
Di altri scempi ambientali non se ne sente proprio il bisogno.
Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

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[1] Attualmente sul sito web istituzionale delle “Valutazioni Ambientali” del Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare (http://www.va.minambiente.it/it-IT) sono stati pubblicizzati i seguenti procedimenti di valutazione di impatto ambientale in corso:
* progetto “Sistemi di trasporto gas naturale Centro Sud Sardegna” presentato da Gasdotti Italia s.p.a., attualmente in sede di verifica amministrativa (http://www.va.minambiente.it/it-IT/Oggetti/Info/1695);
* progetto “Sistemi di trasporto gas naturale Centro Nord Sardegna” presentato da Gasdotti Italia s.p.a., attualmente in sede di verifica amministrativa (http://www.va.minambiente.it/it-IT/Oggetti/Info/1696);
* progetto “Metanizzazione Sardegna – tratto Nord” presentato dalla Snam Rete Gas s.p.a., attualmente in sede di istruttoria tecnica da parte della Commissione tecnica VIA/VAS (http://www.va.minambiente.it/it-IT/Oggetti/Info/1677);
* progetto “Metanizzazione Sardegna – tratto Sud” presentato dalla Snam Rete Gas s.p.a., attualmente in sede di istruttoria tecnica da parte della Commissione tecnica VIA/VAS (http://www.va.minambiente.it/it-IT/Oggetti/Info/1694).


lunedì 11 giugno 2018

La scomparsa dello sguardo - Paolo Mottana



Guardandomi in giro non trovo più sguardi. Né quelli apatici di chi rotola mesto al lavoro. Né quelli garruli di chi rimugina una qualche fortuna. Né quelli torvi di chi odia il prossimo ( e anche il distante), né quelli curiosi di chi ti esplora con attenzione, né quelli timidi di chi guarda di sfuggita, obliquamente, o, talora, in tralice. La verità è che l’esperienza di guardare ed essere guardati è totalmente tramontata. Non perché si sia diventati ciechi. Assolutamente no. Semmai perché gli occhi sono stati ingoiati da quei prodigiosi apparecchi che sono i moderni cellulari. Piccoli, maneggevoli e potentissimi strumenti di alienazione terminale dello sguardo.
Osservo le persone in auto, dal momento che vi trascorro ahimè molto tempo. Una percentuale altissima è al cellulare, alcuni per parlare (per un tempo incredibilmente interminabile, mi chiedo sempre su quali conti vadano chiamate di tale lunghezza), altri per vedere, digitare, accarezzare per far scivolare le molte finestre e finestrine e finestrinine dell’ingegnoso strumento.
Per strada, sugli autobus, nelle stazioni è anche peggio. Ovunque non si incontrano più sguardi ma corpi immersi nel flusso microscopico e magnetizzante dei loro cellulari. E se per caso si scopre qualcuno che non è adesso all’oggetto, anche se lo tiene quasi sempre comunque in mano, come una specie di fallo sostitutivo (specie le donne, va detto), ecco che, di fronte all’insolenza del mio sguardo, subito la difesa è fuggire nel piccolissimo schermo, l’ultimo di una catena di rimpicciolimenti nel campo della comunicazione (dal grande schermo, il cinema, al piccolo schermo, la tv, allo schermo micro, l’androide o aifono che sia).
Non si veda in ciò un rigurgito si moralismo. A scanso di equivoci anch’io possiedo un cellulare, androide credo, e lo uso, per quanto con una parsimonia tale che certi giorni neppure mi accorgo della sua esistenza. In gran parte parte perché ancora mi rifiuto di leggere la mia posta, i messaggi, le notizie e tutto il resto dentro quel miserabile schermo ma, soprattutto, perché ancora le mie dita non hanno sviluppato l’abilità tutta contemporanea della scrittura su microtasto. Imperciocché perderei tempo e vista a mettere insieme anche poche frasi spesso rischiando, con l’uso del T9, di sbagliare molte parole accorgendomene troppo tardi.

In verità però c’è anche dell’altro. Oso appena mormorarlo: inspiegabilmente, contro ogni evidenza, credo che il mondo là fuori sia più interessante delle per quanto mirabolanti infinite possibilità di acciuffamento di novità, messaggi e chattamenti vari il cellulare possa mai predisporre per me (fatte salve le urgenze). In fin dei conti il mondo del possibile, per quanto brutto possa essere, e spesso lo è, eccome, è quello là fuori. Quello nel microschermo è comunque il mondo piccolo, privato, a uso e consumo della mia petizione, delle mie intenzioni, per quanto lontano si possano spingere. E tutto sommato pur sempre un mondo che fatica molto ahimé, a trasmutarsi da fantasmatica virtualità in concreta e carnale consistenza.
Non essere ri-guardati è un’esperienza che travalica di gran lunga lo shock di cui parlava Walter Benjamin. Non più solo sguardi vuoti o assenti, ora proprio non sguardi. Perché per quanto, negli attriti imprevedibili della folla, di tanto in tanto uno scambio di sguardi, un bagliore di reale impertinente, prima dell’avvento dei microschermi, ancora poteva essere incontrato. Ora non più. Oltre al fatto che il contatto continuo con la parata molteplice delle scene del cellulare, di cui certo non può essere negato il fascino, pari a quello di un moderno caleidoscopio, è comunque un lavoro, un’attività, che non consente mai di riposare, di defluire, di calare nel mondo semplicemente per sostarvi inattivi, passivi, immemori (oppure memori ma di qualcosa che non ci piova addosso dal cellulare).
Insomma il cellulare, anche se certo è anche uno strumento che arricchisce il repertorio delle nostre possibilità comunicative, è l’ultima frontiera dell’annichilimento dell’incontro fortuito nel reale. Oggi l’incontro (fortuito?) si dà solo nell’irreale, con tutte le complicazioni che ciò suscita, naturalmente (presentazioni ingannatrici, fake, raggiri di ogni tipo, come è giusto che sia in un ambiente del tutto virtuale). Trottoliamo nel mondo ignari di tutto, senza più sollevare lo sguardo su ciò che ci circonda (non stupisce allora che l’orrore che ci avvolge possa incrementare ogni giorno la sua proliferazione, in assenza totale di vigilanza…). Ma soprattutto totalmente in opposizione all’altro che non ci viene più incontro, che non più con-è, tanto per dirla un po’ fenomenologica. Perché è del tutto in-line, ben al riparo dall’interlocuzione improvvida tanto quanto da quella provvida.
Chi ha più il coraggio di accendere una comunicazione con qualche compagno di viaggio in treno quando tutti appaiono presi da un altrove illocalizzabile, o comunque affaccendati, con quell’aria compiaciuta di chi può finalmente negare la sua solitudine costitutiva esibendo la parata delle sue gloriose conversazioni (perlopiù imbarazzanti o semplicemente ottuse, come quelle diffusissime con la mamma o il marito/moglie), o peggio, mostrandosi entusiasticamente travolto da una digitazione che appare però più una prestidigitazione (per la incredibile rapidità della tecnica)con un non-si-sa-dove non-si-sa-quando però assolutamente incomparabile con la tenue possibilità di un contatto con chi è lì, magari a pochi centimetri da lui, e che, per colmo della sorte malevola, deve pure sorbirsi le sue chiacchiere o il suo entusiastico diteggiare, a meno di non contrapporre a sua volta la magìa sconfiggi-sfigataggine con un altrettanto roboante tastipestamento orgastico.
Sì è vero prima c’erano i libri a difenderci dal prossimo ma in modo più tenue, più silenzioso e in fin dei conti non del tutto impenetrabile. Dal libro lo sguardo si leva talora, anche solo per rimuginare e riaffiorare al mondo. Dal microschermo non si riemerge più.
L’uomo è finito, diceva un filosofo non proprio di buon umore, un po’ di tempo fa. Ho sempre riluttato a questa sentenza, allevando in me, seppure con una progressiva difficoltà a trovare materia per alimentarla, una sorta di apotropaica speranza nella reversibilità del nulla. Oggi la materia in mio possesso sta scivolando via come l’ultima sabbia di una clessidra, di fronte a questa razza di cellulare-protesizzati che vagano come sonnambuli in un reale definitivamente lasciato a sé stesso e agli ultimi inevitabilmente depressi testimoni del suo abbandono.
È triste non trovare più sguardi con cui scambiare la muta solidarietà dell’essere umani, quella che allude ad un comune destino, magari ingrato, quella di una semplice elemosina di attenzione, o quella più esuberante o intimidita di una seduzione. Nulla di tutto questo è più possibile.
La civiltà dell’ “autos” ha partorito il suo ultimo indefettibile apparecchio di distruzione della “social catena”, quella che sembrava poter magari debolmente contrapporsi allo strapotere di minacce anonime o organizzate, naturali o artificiali che fossero, laggiù nel reale. Oggi c’è una “social catena” in-line, invisibile, imperimetrabile, fondamementalmente autistica. L’hikikimori (quello che si chiude in casa per commerciare con il mondo solo via schermo) è a un passo.
Non so se sia meglio o peggio. Da quello che vedo deve essere meglio. Bisogna che sgomberi i miei dubbi, che smetta di sperare in un ri-guardo che non viene più. Sono proprio un vecchio romantico, credo ancora nel flâneur, nelle derive nel mondo (quello reale), nel sorriso di qualcuno che ti passa accanto o anche semplicemente nel saluto, quello che un tempo (ora quasi più) chi passeggiava si scambiava in montagna (dove però grazie al cielo spesso, ma per quanto? i cellulari non funzionano sempre a dovere).
Basta con questo ciarpame. L’unica è che faccia un corso di microditeggiatura veloce e mi inchiodi anch’io al mio cellulare, giorno e notte, in auto o in metrò, via dalla pazza folla!