giovedì 5 novembre 2020

animalisti d’Egitto - bortocal

nelle prossime settimane in tutti o quasi i siti archeologici dell’Egitto saranno vietate le visite dei turisti con cammelli, cavalli e asini: si useranno soltanto auto elettriche; lo ha deciso il ministro del turismo egiziano, dopo una petizione firmata da quasi 500mila animalisti compassionevoli.

naturalmente cammelli, cavalli e asini diventati improvvisamente improduttivi verranno abbattuti.

questo non impedisce a Peta Asia, organizzazione internazionale no profit a sostegno degli animali, di emettere un comunicato grottesco: Questo annuncio è un’enorme vittoria per tutti i cammelli e i cavalli che sono costretti a trasportare i visitatori sulla schiena o in carrozza nei principali siti turistici dell’Egitto nel caldo torrido, senza accesso a cibo, acqua o ombra. Dopo che la nostra organizzazione ha svelato l’immensa sofferenza di questi animali da lavoro – ad esempio, gli animali scivolavano e cadevano a terra e gli operai venivano ripresi dalla telecamera mentre frustava senza pietà un cavallo dopo che era crollato per l’esaurimento, i nostri rappresentanti si sono incontrati con funzionari governativi per discutere la fine di questo abuso vietando l’uso di animali in questi siti.

comunicato ripreso con entusiasmo interessato dalla Stampa, il quotidiano animalista degli Agnelli.

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se gli animali verranno eliminati a favore delle auto elettriche con un danno ecologico evidente, che cosa succederà dei loro conducenti che si vedono rubare il posto di lavoro e di sopravvivenza da investitori forniti di ben maggiori capitali?

e non parlo del danno di immagine: vedere in futuro le piramidi circondate da auto elettriche significa trasformarne del tutto il senso e farne un fenomeno contemporaneo di baraccone, come del resto sta già avvenendo, ad esempio con i restauri scellerati alla Sfinge che hanno irrimediabilmente compromesso la sua autenticità.

ma il ministro del turismo che proibisce i cammelli attorno alle Piramidi è lo stesso che non trova obiezioni da fare alla costruzione di una autostrada che sfiorerà le Priamidi: meglio, così magari ci faranno anche un casello e i turisti potranno arrivarci direttamente dalla capitale circostante.

I turisti potranno utilizzare auto e autobus elettrici, come raccomandato da PETA Asia.

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già nel 2005 nella Valle dei Re di Luxor, quando ci andai, i turisti che non volevano camminare erano trasportati in trenini disneyani che trasformavano i siti millenari in una specie di Gardaland per minorati mentali.

e mi venne voglia di fuggire a piedi risalendo le alture che circondavano il sito, ma già allora era proibito di farlo: dovetti violare la legge per conquistare quelle vedute indimenticabili ed incontrare dei pastori con le loro capre.

il cammello lo usai attorno ad Assuan, per raggiungere un antico convento bizantino, attraverso 5 chilometri di deserto; non mi sono accorto che l’animale soffrisse, anzi il cammelliere era molto simpatico e, siccome durante l’andata avevo perso la macchina fotografica, caduta nella sabbia (nessuno dei lettori delle mie cronache di viaggio rida, per favore), compì perfino l’incredibile impresa di ritrovarmela, ripercorrendo esattamente lo stesso percorso a rovescio, seguendo le nostre orme nella sabbia senza mai confondersi.

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e se adesso qualcuno mi chiede se non trovo niente di meglio di cui occuparmi, con l’aria che tira, rispondo che anzi trovo incredibilmente significativo questo episodio che potrebbe apparire marginale, ma non lo è poi tanto: da tempo mi sto occupando delle mistificazioni mediatamente propagandate che si possono raccogliere sotto la sigla del politically correct.

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e che cosa vi è di politicamente più corretto della pietà per quei poveri esseri indifesi dalle prepotenze umane che sono gli animali?

naturalmente non sto dicendo che non è giusto farlo, con senso della misura adeguato; però se gli animali che trasportano i turisti sono trattati male, meglio sarebbe punire i loro maltrattamenti che liquidare loro e i poveracci che sopravvivevano grazie a loro.

quindi, se qualcuno voleva qualche altra dimostrazione di come il perbenismo umanitario sta diventando la perfetta e disumana ideologia del capitalismo globalizzato, prego, si accomodi.

PS: è perfino inutile sottolineare che tutto questo avviene nell’Egitto di Al-Sisi, una delle più feroci dittature militari del mondo, ma tanto cara all’Occidente: l’Egitto di Regeni o di Zaky, due vittime di cui sappiamo qualcosa solo perché l’uno italiano e l’altro comunque vissuto in Italia.

https://corpus2020.wordpress.com/2020/10/25/animalisti-degitto-431/

mercoledì 4 novembre 2020

Cambiamento climatico, per la prima volta la formazione del ghiaccio nel mare Artico è in ritardo con gravi effetti sul riscaldamento globale


Ogni anno, quando arriva l’autunno, il mare di Laptev, a nord della Russia, si ghiaccia. Si tratta del principale “vivaio” di ghiaccio marino nell’oceano Artico in Siberia. Quest’anno però, per la prima volta da quando sono disponibili i dati, la banchisa stagionale del mare di Laptev non ha ancora iniziato a gelare, riporta il Guardian. Secondo gli scienziati del clima questo ritardo è dovuto a un caldo prolungato nella Russia settentrionale e all’afflusso delle correnti più calde dell’oceano Atlantico. Una situazione che potrebbe provocare effetti a catena nella regione polare.

Becky Ferreira su Vice News scrive che il ritardo della formazione del ghiaccio marino nel mare di Laptev è solo l'ultima di diverse anomalie climatiche nell'Artico accadute quest'anno: “La regione ha registrato la sua temperatura più calda di sempre, raggiungendo i 100° Fahrenheit (cioè oltre i 37° della scala Celsius) nella città siberiana di Verkhoyansk a giugno”. Zachary Labe, ricercatore PostDoc presso la Colorado State University, ha dichiarato che questo fatto «non ha precedenti nella regione artica siberiana» e rientra tra gli impatti del cambiamento climatico: «Senza una riduzione sistematica dei gas serra, la probabilità della nostra prima estate ‘senza ghiaccio’ continuerà ad aumentare entro la metà del 21° secolo». 

Il cambiamento climatico, continua il Guardian, “sta anche spingendo nell'Artico correnti più miti dell'oceano Atlantico, interrompendo la solita stratificazione tra le acque profonde e calde e la superficie fresca, rendendo anche difficile la formazione del ghiaccio”. 

Walt Meier, direttore di ricerca presso il National Snow and Ice Data Center degli Stati Uniti d’America ha dichiarato che gran parte del vecchio ghiaccio nell'Artico sta ora scomparendo. Rispetto agli anni ‘80, lo spessore medio del ghiaccio è infatti molto più sottile. Secondo Meier è probabile che questa tendenza continuerà fino a quando l’artico non avrà la sua prima estate senza ghiaccio e questo, secondo i modelli, potrebbe accadere tra il 2030 e il 2050: «È una questione di quando, non di se».

Il timore degli esperti è che la formazione ritardata del ghiaccio possa contribuire ad accelerare la riduzione della calotta glaciale. Una calotta di ghiaccio più piccola significa una albedo minore, cioè diminuisce l'area molto bianca e luminosa dei ghiacci in grado di riflettere la luce e l'energia che arriva dal sole e aumenta quella che viene assorbita dalla superficie terrestre con conseguente aumento del riscaldamento del nostro pianeta. 

Inoltre, il ghiaccio che si forma nel mare di Laptev, spostandosi, trasporta, attraverso l’Artico, sostanze nutritive prima di rompersi in primavera nello stretto di Fram tra la Groenlandia e le Svalbard. Ma questo ritardo nella formazione del ghiaccio e il suo essere più sottile può avere come conseguenza il fatto che si sciolga prima di raggiungere lo stretto. Questo risultato potrebbe significare meno nutrienti per il plancton artico, che avrà una capacità ridotta di assorbire l'anidride carbonica dall'atmosfera, si legge sempre sul Guardian

Un quadro nel complesso cupo della situazione del ghiaccio marino che non sorprende Stefan Hendricks, specialista in fisica del ghiaccio marino presso l'Istituto Alfred Wegener: «È più frustrante che scioccante. Questo è stato previsto da molto tempo, ma ci sono state solo piccole risposte sostanziali da parte di chi deve prendere decisioni».

da qui

martedì 3 novembre 2020

Lezioni di vita e morte dal Sahel - Mauro Armanino

Nell’Occidente una volta supposto ‘cristiano’ abbiamo censurato la morte. Arriva come un impiccio, un accidente di percorso, una colpevolezza non contemplata dal programma, un errore di calcolo. E allora si muore di nascosto e né le campane né le veglie funebri nelle case trovano lo spazio di un tempo, quando la morte era un fatto sociale, come la vita. Si muore all’ospedale, spesso nell’isolamento e l’obitorio degli ospedali di ultima generazione è quasi invisibile, come uno sgorbio operato sulle strutture architettoniche di ultima generazione. Si muore come si è vissuto, clandestinamente e in corrispondenza con le ideologie dominanti, basate sul consumo e l’effimero della pubblicità. La morte torna a farsi viva sugli schermi televisivi o delle reti sociali quando è spettacolo. Guerre, assalti, attentati, fatti diversi o bollettini medici nei quali la morte è pura statistica per decidere le prossime misure di contenimento dei contagi legati alle epidemie che assediano la civiltà. I cortei funebri, la precarietà della vita e i cimiteri con i loro simboli, cercavano comunque di dare un senso all’ultimo tramo e transito della vita. Unico, personale e decisivo, nel quale la solitudine della propria morte, inevitabile, mette a nudo la fragilità che era rimasta nascosta, come in agguato, durante tutta la vita. In fondo la morte è il grande momento di verità della vita.

Nel Niger la malaria, ossia il paludismo, ha ucciso, secondo le statistiche probabilmente politicamente lontane dalla realtà, circa 2 500 persone dal primo gennaio al 7 ottobre di quest’anno. Un aumento del 30 per cento rispetto all’anno scorso dove le persone che hanno perso la vita sono state 1930. Questo significa che questa malattia ha ucciso 35 volte di più della quotata e commentata Covid 19. Tutta una questione di notorietà e di messa in scena perché morire di meningite, malaria, diarrea, parto e fame è molto meno importante che morire di Coronavirus, dove a morire sono soprattutto gli occidentali. Qui da noi la vita e morte nascono assieme ed è solo la buona volontà degli antenati e di altri intermediari di Dio che si mettono d’accordo ogni giorno sul da farsi. Sappiamo della naturale fragilità della vita, sabbia e soffio e vento e viaggio nella quotidiana provvisorietà dell’essere nel mondo. Tutto qui, in genere, si prepara all’ultimo momento perché c’è qualcosa che può accadere all’improvviso. Una visita, una malattia inattesa, un ritorno insperato, la corrente elettrica che sparisce, il taxi che non arriva e l’appuntamento dimenticato per inavvertenza. La vita è fragile precaria, effimera, sfuggevole, distratta, affaccendata dalla ricerca del cibo, della salute e del lavoro anch’esso giornaliero. Da noi si sa ancora morire senza vergogna.

C’è stato il coprifuoco, il divieto delle preghiere in comune, l’obbligo delle maschere al coperto e all’aperto, il blocco delle frontiere aeree e terrestri, corsi di perfezionamento nella gestione dell’epidemia, fondi per aiutare l’economia e proposte per annullare il debito. Nulla di tutto questo è stato seriamente seguito per più di qualche giorno, per mancanza di fede nella malattia, noncuranza, impreparazione e soprattutto perché, come la gente diceva, non abbiamo mai visto la famosa Covid passeggiare sulle strade. Talmente vero che la malattia in questione, vistasi messa in disparte e delusa da questa mancanza di considerazione, ha pensato di ritirarsi in buon ordine malgrado gli appelli a restare per avere altri FONDI COVID da gestire. In cambio ci sono state le inondazioni, gli attacchi terroristi, le carestie e le prossime elezioni presidenziali ad accaparrare le prime pagine dei giornali che nessuno legge. Ciò che si evince da tutto ciò è che nel Sahel sappiamo morire con dignità perché non abbiamo paura di vivere la vita come gratuita e inestimabile occasione per camminare assieme. La perdita dei legami sociali è il vero dramma dell’Occidente e della parte del mondo che cerca di imitarlo nella sua perdizione. Solo questo fattore rende sia la vita che la morte entrambi inesplicabili. Vivere significa con-vivere e solo perché siamo assieme possiamo attraversare la vita traghettando la morte come un passeggero tra gli altri. Nessuno libera nessuno, ci si libera assieme e in comunione, insegnava Paulo Freire.

                                                                           Niamey, 25 ottobre 2020

da qui

lunedì 2 novembre 2020

Questa non è la transizione che serve alla Sardegna

 

È ripreso negli ultimi mesi l’assalto dell’isola da parte dei signori del vento e del sole con decine di progetti presentati per la realizzazione di mega impianti di produzione elettrica da fonti rinnovabili (FER).

Si tratta di 8 impianti eolici e 53 impianti fotovoltaici, per un totale di quasi 5.000 ettari di superficie occupata, di cui intorno a 3.000 di suolo agricolo, e 2.240 MW di potenza complessiva, un valore addirittura superiore al totale installato su tutta l’isola fino ad ora.

Oltre a compromettere irreversibilmente il patrimonio ambientale e paesaggistico sardo, se approvati, tali progetti non farebbero altro che accrescere il già confuso quadro energetico, complicando ulteriormente la gestione della produzione e della distribuzione elettrica.

Ad oggi la Sardegna è caratterizzata da un eccesso di potenza installata - suddivisa quasi equamente tra fossile e rinnovabile -, da una rete elettrica obsoleta e un’insufficienza di impianti di accumulo. E l’ingombrante presenza delle centrali di produzione da fossile, oltre a ostacolare una corretta e necessaria transizione rinnovabile, impedisce da un lato di sfruttare adeguatamente le fonti rinnovabili già installate e dall’altro genera una sovraproduzione di energia che arriva a sfiorare il 50% del fabbisogno isolano. Infatti, la sola centrale Sarlux – un impianto alimentato dagli scarti di lavorazione del petrolio, il Tar, equiparato a fonte rinnovabile e grazie al quale usufruisce di sostanziosi incentivi, pari nel solo 2017 a quasi 363 milioni di euro - immette costantemente in rete a pieno regime, arrivando da sola a soddisfare oltre il 40% del nostro fabbisogno elettrico, mentre le altre due centrali a carbone di Portovesme e Fiumesanto, oltre ad essere poco flessibili, svolgono il compito di sopperire alle inevitabili oscillazioni della domanda e della incostante produzione delle rinnovabili non programmabili.

Italia Nostra Sardegna, la Confederazione Italiana Agricoltori della Sardegna, i Cobas Cagliari e l’Unione Sindacale di Base della Sardegna ritengono che le vere priorità riguardano l’ammodernamento della rete, un’attenta programmazione dei consumi, la messa a disposizione di idonei sistemi di accumulo e il taglio drastico dei consumi.

Gli interventi di ammodernamento della rete si rendono indispensabili per una più efficace gestione della produzione da FER. La rete, infatti, si sviluppa attualmente lungo una grande dorsale nord-sud ma, affinché risponda adeguatamente allo sviluppo delle rinnovabili, deve essere modificata profondamente e trasformata in una sorta di ragnatela così da essere adeguata alla produzione distribuita.

Allo stesso modo, per far fronte alle inevitabili variazioni della produzione non programmabile, dipendente dalle condizioni metereologiche (sole e vento), si deve intervenire, laddove possibile, programmando accuratamente e flessibilizzando i consumi - in modo da ridurre i picchi della domanda e, al contempo, sfruttare in maniera ottimale i periodi di massima erogazione della potenza -, e realizzando impianti di accumulo in grado di immagazzinare energia quando vi è eccesso di produzione e di rilasciarla quando la domanda supera la capacità produttiva. Ciò nondimeno, tali interventi devono accompagnarsi ad una terza, e forse ancora ancora più importante azione: il taglio drastico degli sprechi e l’efficientamento dei consumi.

Per questa ragione, come dimostrato nella proposta presentata al MISE, “Sardegna, Isola Zero CO2 – phase out 2025”, gli sforzi devono essere doverosamente indirizzati alla riorganizzazione profonda del presente piuttosto che all’inutile e dannosa proliferazione di grandi impianti di produzione. In questo scenario, infatti, ogni ulteriore aggiunta di impianti di produzione non farebbe altro che andare a peggiorare una situazione


già pesantemente compromessa. Nondimeno, è importante sottolineare come già oggi la maggior parte degli impianti di produzione presenti, siano essi da fonte fossile o rinnovabile, hanno scopo quasi esclusivamente speculativo e i pesanti costi tra incentivi e cattiva gestione ricadono sulle bollette di noi utenti. Ulteriori impianti significherebbero maggiori inefficienze e maggiori costi in bolletta. Paradossalmente, in queste condizioni, l’incremento degli impianti FER non farebbe altro che rendere necessario un ancora maggiore apporto delle centrali fossili.

Come programmare il futuro?

Con l’approvazione della legge n. 8 del 2020, l’Italia, recependo parzialmente la direttiva europea, ha finalmente dato il via alla costituzione delle “comunità energetiche”, consentendo con ciò la produzione rinnovabile e l’autoconsumo energetico all’interno di comunità fino ad un limite di 200kW di potenza installata. È questo un primo importante passo verso la democratizzazione della produzione elettrica che potrebbe consentire in tempi non troppo lontani di coprire buona parte del fabbisogno elettrico civile sfruttando adeguatamente i tetti e le superfici delle aree urbane e industriali.

Restano però irrisolti alcuni nodi, relativi appunto al controllo delle risorse e alle tutele del paesaggio, dell’ambiente e della salute, ai costi delle infrastrutture, oltreché al diritto al lavoro e a vivere in un ambiente bello, confortevole e sano.

Non è più procrastinabile per la Sardegna l’adozione di un articolato piano di programmazione e di buone pratiche, in cui si stabiliscano obiettivi, principi e criteri di sviluppo. Un piano strategico in cui si tenga conto nella reale misura delle esigenze del territorio e dei fabbisogni, e in cui il piano energetico sia una sua logica derivazione e ad esso contemperato, ovvero in cui il settore energetico sia parte integrante e funzionale di una strategia di sviluppo generale del territorio. Così come anche previsto dal decreto semplificazioni del 16 luglio 2020, all’art. 50 comma c, i progetti e le opere necessarie per l'attuazione del Piano Nazionale Integrato per l'Energia e il Clima (PNIEC), devono tenere “conto delle caratteristiche del territorio, sociali, industriali, urbanistiche, paesaggistiche e morfologiche (e delle aree sia a terra che a mare caratterizzate dalla presenza di siti di interesse nazionale da bonificare ovvero limitrofe) con particolare riferimento all'assetto idrogeologico e alle vigenti pianificazioni”. In tale piano di programmazione devono trovare forma concreta, in termini di piani attuativi e finanziamenti, i processi, i cronoprogrammi e gli obbiettivi stabiliti di riduzione delle emissioni e di consumo di combustibili fossili e, allo stesso modo, di bonifica ambientale, sostenibilità, salvaguardia ambientale e sanitaria, tutela del suolo, del paesaggio e del patrimonio. In questi termini, onde evitare di incorrere nella realizzazione di ulteriori, inutili, dannose e insensate opere di grande impatto, i processi di infrastrutturazione da FER, oltre ad essere coerenti col piano generale, e perciò rispettosi dei criteri di cui sopra, devono essere contestualizzati, integrarsi correttamente nel territorio, e tenere conto degli impatti e delle trasformazioni prodotte di tipo territoriale, paesaggistico, economico e sociale.

Tra i progetti di impianti FER attualmente al vaglio delle autorità competenti, ve ne sono diversi fotocopia, e altri che, pur interessando formalmente aree industriali, come anche visibile dalle foto aeree, in realtà ricadono su superfici coltivate e impiegate come suolo agricolo. Si tratta nel complesso di meri progetti speculativi il cui reale scopo è usufruire dei ricchi incentivi pubblici messi a disposizione. Le società proponenti, inoltre, non hanno obblighi di alcun genere in merito ai costi di gestione e regolazione del sistema. Sono privati i profitti e collettivi i costi. Non vi sono, per esempio, obblighi relativamente alla realizzazione di impianti di accumulo da parte degli attori privati o di adeguamento della rete in funzione della realizzazione di nuovi impianti di produzione industriali.

Il piano strategico di programmazione di cui è indispensabile dotarsi trova il suo senso nel rilancio e nella rilocalizzazione delle attività produttive, di concerto con le amministrazioni e le comunità interessate, attraverso un reale ed efficace processo partecipativo, puntando sulla diffusione delle comunità energetiche, su attività a basso consumo energetico e a basso o nullo impatto ambientale, a cominciare proprio


dall’agricoltura in cui la Sardegna, nonostante l’ampia disponibilità di suolo fertile, arriva a importare oltre l’85% di alimenti.

In questo contesto, l’autorizzazione di nuovi impianti di produzione industriale deve prevedere l’addebito per le società proponenti dei costi per i sistemi di accumulo e per l’adeguamento del sistema elettrico e i produttori devono garantire l’erogazione di energia, ciò che significa dare garanzia di fornitura quando realmente necessario e non in dipendenza delle condizioni metereologiche e del prezzo di mercato. L’energia deve essere considerata a tutti gli effetti bene comune, e in questo senso devono essere disincentivate tutte le attività speculative. Gli incentivi nelle loro diverse forme devono pertanto essere gradualmente eliminati e la produzione e la gestione dell’energia devono finire nuovamente sotto il controllo pubblico.

Per quanto sopra esposto, si chiede la sospensione di tutti i progetti in corso per la realizzazione di grandi impianti di produzione da FER, con l’annullamento immediato di tutti i progetti ricadenti in aree agricole comprese quelle che sulla carta risultano aree industriali, e l’avvio di un tavolo di concertazione in cui si mettano le basi per l’elaborazione di un piano strategico generale.


Italia Nostra Sardegna - Confed. Italiana Agricoltori Sardegna - Cobas Cagliari - USB Sardegna

Il tempo dell’impotenza - Paolo Mottana

Questo è il tempo dell’impotenza. Diciamocelo. C’è un gran frastuono di parole, di invettive, di battibecchi ma la sostanza è evidente. Siamo nel buio. Sono nel buio i cosiddetti scienziati, sono nel buio i governi (e non solo il nostro), siamo nel buio tutti. E continuare a pretendere chiarezza, informazioni e dati limpidi, discipline rigorose è abbastanza ridicolo. Finiamola.

La nostra estraneità all’ombra e al buio ci rende ciechi e impauriti ma occorre invece abituarsi a muoversi nell’ombra, ad accettare di esplorare con prudenza e lentezza il tempo dell’oscurità e del dolore.

Mentre si starnazza da una parte contro le restrizioni e dall’altra se ne pretendono di più severe, abbiamo l’occasione di aprire un tempo di riflessività, di depressione, di introversione e di frenare la spinta maniacale del mondo. Abbiamo l’occasione di essere solidali con chi è più colpito e di non cercare soluzioni immediate, quanto di lasciar maturare questo specifico Zeitgeist, quello dell’impotenza, del non venirne a capo, della “capacità negativa” di cui parlava un grande poeta inglese (Keats) dell’800. E di cui si appropriò Wilfred Bion per indicarci la capacità di stare nel dubbio, nell’ansia di non capire e di arrivare, “senza memoria né desiderio” forse a una qualche nuova rivelazione.

Io non giudico la rabbia che circola, nemmeno la mia, è sacrosanta, non si può non essere arrabbiati nell’impotenza, nella perdita di libertà e nel vedere ridursi il nostro spazio vitale, i nostri sogni o le certezze su cui abbiamo fondato le nostre vite fino a quel momento, economiche o affettive che fossero.

Stiamo vedendo un mondo sprofondare, un mondo per molti versi brutto, sbagliato, diseguale, corrotto, avvelenato e avvelenatore. E non possiamo fare nulla. E non possiamo guardare alla Cina o alla Corea portandole ad esempio perché tra noi e loro ci sono abissi culturali e religiosi invalicabili. Restiamo nel nostro pantano, con i nostri “compiti a casa” da fare, quelli di chi per secoli si è lanciato in una corsa sfrenata per fottere la natura, fuori e dentro di noi. Per fottere gli altri, per fottere sé stesso.

Chiedere il silenzio sarebbe troppo, per natura noi siamo chiassosi, chiacchieroni, partigiani.

Ma un poco di astensione dal giudizio, un poco di cautela nel prendere parte ogni giorno su qualsiasi cosa, un poco di compassione per le nostre incapacità, per la nostra impotenza, per la nostra debolezza. Nostra, dei governi, degli scienziati, dei complottisti, tutti portatori di verità parziali e insufficienti di fronte a quello che appare come una grande frana del sistema di civiltà capitalistica arrivata allo stremo dello sfruttamento del suo mondo, delle persone, della natura.

Se proprio dovessi immaginare un futuro, non sono certo di volere quello che c’era prima di questa catastrofe e certo, come per molti, non sono affatto convinto di un mondo più tecnocratico di quanto già non sia questo.

Per ora non so, e credo sia giusto non sapere, dobbiamo imparare a stare nel buio, nel non capire, nel non avere certezze, nel dialogo con la malattia e la morte che si è aperto nostro malgrado, con una malattia che ha sbaragliato tutte le nostre consuetudini ma soprattutto tutta la nostra fiducia in quella scienza che tanto è stata contrabbandata come la panacea di tutti i mali.

Occorre recuperare misura e senso del limite umano, occorre ricordare che la natura è sempre più forte di noi, anche quella interna e che scagliarsi contro un governo fatto di uomini deboli, contro i comitati composti da altri uomini impreparati al buio, o contro la rabbia sociale di altri uomini feriti, è solo incredibilmente presuntuoso.

da qui

domenica 1 novembre 2020

Tempi molto difficili - Emiliano Deiana

La questione, in Italia e in Sardegna, sta assumendo dimensioni drammatiche.

Domani ci saranno nuovi provvedimenti restrittivi che avranno una qualche somiglianza con quelli assunti a marzo.

Non bisognava essere degli scienziati per capire la china che stava prendendo la situazione.

Conta poco dire l’avevo detto. Conta zero.

Conta semmai verificare quali drammatiche responsabilità politiche e comunicative ci sono state in questi mesi.

Hanno vinto i deliri delle “classi digerenti” del nord: politiche e imprenditoriali e delle loro teste di ponte locali.

Hanno preteso la riapertura della movimentazione extraregionale per lo sfizio delle vacanze, delle chiappe a mollo, del dimostrare ancora una volta a cosa serve la Sardegna e il meridione.

Ha vinto - ma perderà drammaticamente a pandemia conclusa - un regionalismo accattone ben rappresentato dai deliri mengeliani di Toti.

Non si salvava l’economia col turismo. Si doveva semplicemente aiutare le attività in difficoltà per una stagione alimentando un mercato interno che, forse, può dare più di quel che si immagina.

C’è, parlo per la Sardegna, un autocolonialismo spaventoso che si è piegato ai desiderata dei potenti del nord con un Governo nazionale incapace di dire no ai Bonomi, ai Briatore e a una serie di predoni di Stato che hanno devastato sanità ed economia.

Alla fine di questo dramma, sperando di uscirne “sani e vivi”, bisognerà fare i conti politicamente con queste complicità locali, con questo autocolonialismo, con questa politichetta col cappello in mano.

Adesso pensiamo a salvarci la pelle.

Per il resto ci sarà tempo dopo.

https://www.facebook.com/emiliano.deiana

La riapertura delle scuole nel mondo suggerisce come contenere il virus - Jennifer Couzin-Frankel, Gretchen Vogel, Meagan Weiland

 

All’inizio della primavera le scuole di tutto il mondo hanno chiuso. Ad aprile 1,5 miliardi di studenti erano ormai costretti a restare in casa in seguito alle restrizioni imposte per proteggere la popolazione dal covid-19. In molti paesi queste misure rigide hanno permesso di rallentare la diffusione del Sars-cov-2, il virus che provoca il covid-19. Tuttavia, con il passare delle settimane e dei mesi, i pediatri e gli insegnanti hanno cominciato a esprimere il timore che la chiusura delle scuole stesse producendo più danni che benefici, soprattutto perché sembrava che raramente i bambini sviluppassero forme gravi della malattia.

In una lettera aperta pubblicata a giugno e firmata da più di 1.500 medici del Royal college of paediatrics and child health del Regno Unito (Rcpch), si legge che una chiusura prolungata delle scuole rischia “di compromettere la crescita di un’intera generazione di ragazzi”. Spesso l’istruzione a distanza è solo un’ombra sbiadita di quella in classe. Inoltre costringe molti genitori a dividersi tra il lavoro e la cura dei figli. Con la chiusura della scuole i bambini delle famiglie più povere, che dipendono dai pasti scolastici, hanno cominciato a patire la fame. E c’è stato anche un aumento degli abusi in famiglia, perché il personale scolastico non era più in grado d’individuare e denunciare i primi segni delle violenze. Così si è allargato il coro di esperti che chiedeva di riportare i bambini a scuola.

All’inizio di giugno più di venti paesi hanno deciso di farlo (altri, tra cui Taiwan, Nicaragua e Svezia, non hanno mai chiuso le scuole). È stato un enorme esperimento. Alcune scuole hanno imposto forti limitazioni al contatto tra i bambini, mentre altre hanno lasciato che gli alunni giocassero liberamente. In alcuni casi le mascherine erano obbligatorie, in altri facoltative. Alcune scuole hanno chiuso temporaneamente ogni volta che uno studente contraeva il covid-19, mentre altre sono rimaste aperte anche dopo il contagio di molti bambini e insegnanti, limitandosi a imporre la quarantena alle persone infette e a chi era entrato in contatto con loro.

I dati sui risultati di questo esperimento sono scarsi. “È frustrante”, ammette Kathryn Edwards, pediatra e infettivologa della facoltà di medicina dell’università di Vanderbilt, negli Stati Uniti, che ha seguito la riapertura delle scuole di Nashville, frequentate da più di 86mila studenti. L’assistente di Edwards ha passato trenta ore alla ricerca di dati (per esempio per capire se gli studenti più giovani trasmettono più difficilmente il virus o se dopo le riaperture ci sono stati dei focolai), ma ha trovato pochi elementi per valutare il rischio di contagio all’interno delle scuole.

Science ha analizzato le strategie per la riapertura – dal Sudafrica alla Finlandia, passando per Israele – e sono emerse alcune tendenze incoraggianti. Nel complesso sembra che la combinazione di obbligo di indossare la mascherina, suddivisione degli studenti in piccoli gruppi e rispetto del distanziamento fisico riesca a garantire la sicurezza delle scuole e delle comunità. È raro che i bambini si contagino tra loro o portino il virus a casa. Tuttavia, riaprire in sicurezza, concordano gli esperti, non dipende solo dalle misure prese nelle scuole, ma anche dalla quantità di virus presente nella comunità, che influenza la probabilità che studenti e personale portino il covid-19 in classe. “I contagi all’interno delle scuole sono inevitabili”, sottolinea Otto Helve, infettivologo e pediatra dell’Istituto per la salute finlandese. “Ma ci sono anche buone notizie”. Per ora, con qualche cambiamento nella routine scolastica, i benefici della frequenza sembrano superare i rischi, almeno dove i tassi di contagio sono bassi e le autorità s’impegnano a individuare e isolare le persone infette e i loro contatti più stretti.

Quant’è probabile che i bambini contraggano e trasmettano il virus?
Diversi studi hanno dimostrato che in generale, rispetto agli adulti, chi ha meno di 18 anni ha la metà o anche un terzo delle probabilità di contrarre il virus. Il rischio è ancora più basso per i più piccoli. Il motivo di questa differenza resta oggetto di studi. I dati raccolti a Crépy-en-Valois, un comune alla periferia di Parigi con 15mila abitanti, confermano che la giovane età riduce il rischio d’infezione e trasmissione.

All’inizio di febbraio, quando due insegnanti delle superiori avevano manifestato disturbi respiratori lievi, nessuno aveva pensato che si trattasse di covid-19. Era la stagione dell’influenza, e le autorità sanitarie erano ancora convinte che il nuovo coronavirus fosse sostanzialmente confinato alla Cina. Solo il 25 febbraio, dopo il ricovero di uno dei loro contatti in un ospedale parigino, i due insegnanti hanno scoperto di aver contratto il Sars-cov-2. Per almeno dodici giorni, prima dell’inizio della pausa invernale (14 febbraio) e prima che il governo francese introducesse alcune misure precauzionali, il virus si era diffuso all’interno della scuola.

Alla fine di marzo Arnaud Fontanet, epidemiologo dell’istituto Pasteur, ha avviato una ricerca insieme ai suoi colleghi a Crépy-en-Valois, per ottenere dati precisi sulla diffusione del virus all’interno delle scuole e del centro abitato. I test sugli anticorpi fatti nella scuola superiore hanno mostrato che il 38 per cento degli alunni, il 43 per cento degli insegnanti e il 59 per cento del personale era entrato in contatto con il virus (a quel punto molte persone legate alla scuola erano state ricoverate con complicanze dovute al covid-19). Su sei scuole elementari esaminate i ricercatori hanno scoperto che tre bambini avevano continuato a frequentare la scuola dopo essere stati contagiati, probabilmente dai familiari. Tuttavia sembrava che non avessero trasmesso il virus a nessuno dei contatti stretti.

Dopo la riapertura, molti istituti hanno imposto il distanziamento

“Ci sono ancora elementi da verificare”, ammette Fontanet, che il 23 aprile ha condiviso i dati raccolti nella scuola superiore e il 29 giugno quelli delle elementari. A quanto pare gli studenti più grandi “devono fare attenzione. Sviluppano forme lievi della malattia, ma sono contagiosi”. I ragazzi di 11 o 12 anni, invece, “probabilmente non trasmettono il virus con grande frequenza. A scuola sono molto vicini tra loro, ma a quanto pare questo non è sufficiente” a diffondere il covid-19. Tuttavia gli scienziati sottolineano che i bambini hanno più contatti rispetto agli adulti, soprattutto a scuola, e questo potrebbe compensare la probabilità più bassa di diffondere la malattia.

Anche altri focolai indicano che gli alunni delle elementari rappresentano una minaccia minore rispetto agli studenti più grandi. Uno dei più gravi in ambiente scolastico è quello del Gymnasium Rehavia, scuola media e superiore di Gerusalemme, dove tra la fine di maggio e l’inizio di giugno sono stati infettati 153 studenti e 25 componenti del personale. Un focolaio in una scuola della Nuova Zelanda prima del lockdown ha provocato il contagio di 96 persone tra studenti, insegnanti e genitori. Una scuola elementare poco lontana, invece, ha registrato solo pochi casi.

Il quadro generale, però, è ancora poco chiaro. In un altro focolaio in Israele, in una scuola elementare di Jaffa, ci sono stati 33 contagiati tra gli alunni e cinque tra il personale. Dall’altra parte del mondo, in una classe elementare di Trois-Rivières, in Canada, nove alunni su undici sono stati infettati dopo che uno di loro aveva portato il virus a scuola.

Ci sono poi i dati degli asili. In molti paesi le scuole dell’infanzia sono rimaste aperte per i figli dei lavoratori essenziali, ma i focolai sono stati rari. Un aumento dei casi in due asili canadesi – uno a Toronto, l’altro alla periferia di Montréal – ha portato a una chiusura temporanea. In Texas, dove il totale dei casi è aumentato vertiginosamente, a inizio luglio almeno 894 dipendenti delle scuole materne e 441 bambini di 883 istituti sono risultati positivi. Poche settimane prima i casi totali erano appena 210.

Analizzare il contagio nelle scuole dovrebbe aiutarci a capire se il virus si diffonde in modo diverso a seconda dell’età dei bambini. Un altro indizio sulla trasmissione in rapporto all’età è arrivato dalla tempistica dei nuovi contagi a Crépy-en-Va-lois. Alla scuola superiore le infezioni sono crollate con la pausa invernale, ma alle elementari il tasso di contagi (di per sé basso) è rimasto invariato. Secondo Fontanet questo suggerisce che gli studenti delle superiori abbiano contratto il virus a scuola, mentre gli alunni più giovani sarebbero stati contagiati dai familiari e non dai compagni.

I bambini possono giocare insieme?
Le scene che osserviamo in questo periodo sono molto diverse da quelle abituali: bambini e bambine dell’asilo da soli all’interno di un quadrato disegnato per terra con il gesso; alunni di seconda elementare a cui è impedito di parlare con i compagni; altri di scuola media costretti a mantenere le distanze quando entrano o escono dalla struttura. Con la riapertura, molti istituti hanno imposto il distanziamento fisico per evitare la diffusione del virus. Si tratta di una strategia efficace, ma un numero crescente di scienziati, pediatri e genitori solleva forti dubbi in merito e chiede un compromesso per proteggere la comunità dal covid-19 e allo stesso tempo tutelare la salute mentale dei ragazzi. “Dobbiamo essere pronti ad accettare un certo livello di rischio per mandare un bambino a scuola”, sottolinea Kate Zinszer, epidemiologa dell’università di Montréal. La scuola è il luogo “in cui i nostri bambini corrono, giocano, ridono e comunicano tra loro. Hanno bisogno di tornare a questa normalità il prima possibile”, ha dichiarato a giugno il presidente dell’Rcpch.

Fin dall’inizio alcuni paesi hanno basato le loro decisioni su ricerche secondo cui i bambini hanno scarse probabilità di diffondere il virus. Nei Paesi Bassi le scuole hanno riaperto ad aprile, con classi dimezzate ma senza l’obbligo del distanziamento fisico tra i minori di 12 anni. Altre scuole hanno adottato un modello “capsula”. La Danimarca, primo paese europeo a riaprire le scuole, ha diviso i bambini in piccoli gruppi che potevano riunirsi durante la ricreazione; ha trovato soluzioni creative per dare a questi gruppi più spazio e aria, arrivando a organizzare lezioni in un cimitero. In Belgio alcune classi si sono riunite all’interno delle chiese, per garantire la distanza tra gli studenti. La Finlandia ha mantenuto le classi com’erano, ma evita di farle interagire.

Con l’avanzare della primavera molti paesi hanno rivalutato il distanziamento all’interno delle scuole. La provincia canadese del Québec ha riaperto gli istituti a maggio imponendo misure severe, ma ha annunciato che in autunno permetterà ai bambini di interagire liberamente in gruppi di sei. Ogni gruppo dovrà mantenere la distanza di un metro dagli altri studenti e di due metri dagli insegnanti. In Francia gli asili che a maggio avevano immortalato i bambini e le bambine all’interno dei loro “quadrati di gesso”, hanno ormai cancellato tutte le regole di distanziamento per i minori di cinque anni. Gli alunni più grandi sono invitati a tenersi a un metro dai compagni dentro la scuola, ma all’esterno possono giocare liberamente. Di recente le autorità olandesi hanno comunicato che chi ha meno di 17 anni non dovrà tenere alcuna distanza.

Questo cambiamento è basato non solo sui consigli dei pediatri, ma anche su considerazioni pratiche. All’interno di una scuola, infatti, non c’è lo spazio per il distanziamento. Il 3 maggio Israele ha scelto una riapertura parziale delle scuole, e questo ha suscitato forti pressioni per far riprendere l’attività ovunque. Due settimane dopo sono stati accolti tutti gli studenti, con la consueta divisione di 30-40 alunni per classe. Il distanziamento, infatti, era impossibile, spiega Efrat Aflalo, del ministero della salute. Le autorità hanno scelto una strategia protettiva alternativa: le mascherine.

I bambini devono indossare le mascherine?
Probabilmente le mascherine hanno ridotto i contagi nelle scuole, ma per i bambini, ancora più che per gli adulti, è scomodo indossarle a lungo. Inoltre i più piccoli non hanno l’autodisciplina che serve per non toccarsi il volto e il naso. La scomodità supera i potenziali benefici sanitari? Secondo Susan Coffin, infettivologa dell’ospedale pediatrico di Filadelfia, negli Stati Uniti, “le mascherine sono parte dell’equazione” che porta al rallentamento dei contagi negli istituti scolastici, soprattutto quando il distanziamento è difficile da attuare. “I droplet respiratori sono uno dei principali veicoli di trasmissione”, spiega Coffin, e le mascherine rappresentano un ostacolo nel percorso dei droplet.

In Cina, Corea del Sud, Giappone e Vietnam, paesi dove le mascherine sono accettate e vengono indossate da molti durante la stagione dell’influenza, le scuole le hanno imposte a quasi tutti gli studenti e insegnanti. Le autorità cinesi permettono agli alunni di rimuovere le mascherine solo durante il pranzo, quando sono separati tra loro da barriere di vetro o plastica. In Israele le mascherine sono obbligatorie dai sette anni in su fuori dalle classi, e durante tutta la giornata per gli alunni dalla quarta elementare in avanti. Secondo Aflalo, madre di due bambini di otto e undici anni, gli alunni rispettano con diligenza queste regole. Sull’autobus che li porta a scuola “tutti i bambini stanno seduti con le mascherine”, racconta. “Non le tolgono mai, eseguono gli ordini”.

In altri paesi il ruolo delle mascherine è meno centrale. In alcune scuole della Germania gli studenti le indossano nei corridoi e nei bagni, ma possono toglierle quando sono seduti ai banchi (adeguatamente distanziati). L’Austria aveva riaperto le scuole seguendo le stesse regole, ma poche settimane dopo, quando è apparso evidente che il contagio negli istituti era minimo, ha eliminato l’obbligo per gli studenti di indossare le mascherine. In Canada, Danimarca, Norvegia, Regno Unito e Svezia l’uso delle mascherine è facoltativo sia per gli alunni sia per il personale. Non tutti i paesi possono permettersi di adottare politiche simili. In Benin le mascherine sono obbligatorie nei luoghi pubblici, ma dato che non tutte le famiglie possono permettersele, le scuole evitano di escludere gli studenti che non le indossano. In Ghana le scuole hanno riaperto a maggio e indossava la mascherina solo chi aveva la possibilità di comprarne una. Il Sudafrica, paese che rischia un’impennata di contagi, sta cercando di fornire rapidamente mascherine gratuite a tutti gli studenti che ne hanno bisogno.

Per Aflalo, in Israele l’utilità delle mascherine è apparsa evidente alla fine di maggio, quando il paese è stato colpito da un’insolita ondata di caldo. Con temperature superiori ai 40 gradi le mascherine erano diventate insopportabili, e così il ministero della salute aveva autorizzato gli studenti e gli insegnanti a farne a meno per alcuni giorni. Per due settimane, il periodo d’incubazione standard del covid-19, la situazione è sembrata sotto controllo, tanto che Aflalo era andata in campeggio con la famiglia. Poi all’improvviso è arrivata la crisi. Mentre era in vacanza, Aflalo ha “cominciato a ricevere chiamate”, racconta parlando dal Gymnasium Rehavia. Non è dimostrato che l’aumento di casi sia stato causato dal mancato uso delle mascherine, ma per lei la coincidenza è indicativa.

Cosa dovrebbero fare le scuole quando qualcuno risulta positivo?
Nessuno lo sa. L’incertezza è dovuta soprattutto alla carenza di dati su quanti casi asintomatici si sviluppano nel momento in cui sono accertati dei contagi. “Come possiamo affrontare l’infezione nel modo migliore?”, si chiede Edwards. “Chiudiamo la classe? O tutta la scuola?”

Alcuni istituti hanno preferito isolare solo i contatti stretti. In Germania, per esempio, vengono mandati a casa per due settimane i compagni di classe e gli insegnanti di un alunno contagiato, ma per gli altri la scuola resta aperta. Fino alla pausa estiva il Québec si è comportato sostanzialmente nello stesso modo. A maggio, dopo la riapertura di molte scuole, almeno 53 tra studenti e professori sono risultati positivi, ma le autorità ritengono che gran parte dei contagi si sia verificata all’interno della comunità, non della scuola.

Altrove i dirigenti mantengono un approccio più prudente. Il governo di Taiwan, paese che ha sostanzialmente sconfitto il virus, ha tenuto aperte le scuole dopo l’emergere di un caso, ma ha dichiarato che chiuderà gli istituti se dovessero essercene altri. Al momento questo scenario non si è verificato. In Israele le scuole sono state chiuse anche per un solo caso positivo. I contatti di tutti gli individui infetti sono stati sottoposti al test e messi in quarantena, riferisce Aflalo. A metà giugno 503 studenti e 167 componenti del personale sono risultati infetti, 355 scuole stono state chiuse temporaneamente.

I test a tappeto nelle scuole, anche sui bambini senza sintomi, potrebbero aiutare le autorità a scegliere la soluzione più efficace. Il governo britannico ha avviato uno studio coinvolgendo il maggior numero possibile di scuole. Il progetto prevede l’analisi ripetuta dei campioni raccolti in scuole materne, elementari e medie per almeno sei mesi. Le analisi permetteranno di verificare la presenza sia del virus sia degli anticorpi. A Berlino i ricercatori dell’ospedale universitario della Charité hanno avviato il 15 giugno, due settimane prima della pausa estiva, uno studio che coinvolge 24 scuole. Analizzeranno i campioni di 20-40 studenti e 5-10 dipendenti per ogni scuola, ogni tre mesi e per almeno un anno. L’obiettivo è rilevare le infezioni attive e gli anticorpi, per valutare la percentuale di casi asintomatici e il rischio che rappresentano per gli studenti e per il personale. Uno studio simile è cominciato a luglio in 138 scuole materne ed elementari della Baviera.

Le scuole favoriscono la diffusione del virus all’esterno?
Dato che i bambini sviluppano raramente forme gravi, gli esperti sottolineano che la riapertura delle scuole può minacciare non tanto gli studenti, quanto gli insegnanti, i familiari e la comunità in generale. Molti insegnanti e altri dipendenti delle scuole sono comprensibilmente nervosi all’idea di tornare in classe. In una serie di studi condotti nei distretti scolastici degli Stati Uniti, fino a un terzo del personale ha dichiarato che preferirebbe restare a casa. Science non ha trovato molti riscontri a proposito di decessi o forme gravi di covid-19 tra il personale scolastico, ma i dati sono carenti. In Svezia, dove le scuole non hanno modificato la composizione delle classi né preso precauzioni rilevanti, diversi insegnanti sono morti a causa di complicanze legate al covid-19.

Molti paesi poveri non hanno le risorse per ridurre il numero di alunni per classe

I primi dati in arrivo dai paesi europei suggeriscono che il rischio per la comunità sia piuttosto basso. La riapertura delle scuole con le dovute precauzioni, almeno nei luoghi dove il tasso di contagio è contenuto, non sembra provocare un consistente aumento delle infezioni all’esterno. Al momento non ci sono certezze, perché in molte aree le scuole hanno riaperto insieme ad altri settori. Tuttavia in Danimarca i casi hanno continuato a ridursi anche dopo la riapertura degli asili e delle elementari, il 15 giugno, e delle scuole superiori a maggio. Nei Paesi Bassi le elementari hanno riaperto l’11 maggio, seguite il 2 giugno dalle superiori: il numero di nuovi contagi è rimasto stabile e poi è calato. Anche in Finlandia, Belgio e Austria non c’è stato un aumento dei casi dopo il ritorno a scuola.

In uno studio più ampio sui focolai a livello mondiale, l’epidemiologa Gwen Knight, della London school of hygiene & tropical medicine, ha raccolto insieme ai colleghi una buona quantità di dati prima della chiusura della maggior parte delle scuole. Secondo Knight, se le scuole fossero state un fattore decisivo nella trasmissione del virus, “avremmo rilevato più focolai legati agli istituti. Ma non è stato cosi”. In ogni caso, senza i test a tappeto sui giovani, che spesso sono asintomatici, non è facile stabilire il ruolo delle scuole.

Allo stesso tempo l’apertura degli istituti può modificare la proporzione dei contagi rispetto all’età, provocando un aumento dei casi tra i bambini. In Germania la percentuale degli infetti tra chi ha meno di 19 anni sul totale dei nuovi casi è passata dal 10 per cento dell’inizio di maggio, quando le scuole hanno riaperto, a quasi il 20 per cento alla fine di giugno. Questo aumento, però, potrebbe essere dovuto anche all’aumento dei test e al calo dei positivi tra gli anziani. In Israele le infezioni tra i bambini sono aumentate costantemente dopo la riapertura delle scuole, e contemporaneamente è aumentato anche il numero complessivo di casi. Non è chiaro se il primo fenomeno abbia influito sul secondo o viceversa. “Cerchiamo di concentrare la ricerca epidemiologica e trovare la causa, ma non è facile”, spiega Aflalo. “Al momento non possiamo dire quale ipotesi sia corretta”.

Cosa ci riserva il futuro
In gran parte del mondo le scuole che hanno interrotto l’attività a marzo sono rimaste chiuse fino alla pausa estiva, e in autunno arriveranno le riaperture. Per milioni di bambini particolarmente vulnerabili, invece, la pausa potrebbe prolungarsi indefinitamente. Molti paesi poveri non hanno le risorse necessarie per ridurre il numero di alunni per classe o fornire a tutti le mascherine, quindi esitano a riaprire le scuole in piena pandemia. A giugno il primo ministro del Bangladesh, Sheikh Hasina, ha dichiarato che probabilmente le scuole resteranno chiuse fino a quando la minaccia del covid-19 non sarà superata. Anche le autorità delle Filippine hanno annunciato che le lezioni in presenza riprenderanno solo quando sarà disponibile un vaccino. In altri paesi, dal Messico all’Afghanistan fino agli Stati Uniti, si lavora per tornare in classe in autunno. Negli Stati Uniti i distretti scolastici stanno mettendo a punto una serie di piani diversificati, spesso basati su modelli ibridi che alternano l’apprendimento a distanza alle lezioni in aula e che prevedano meno alunni per classe.

L’esperimento andrà avanti, ma gli scienziati sottolineano che il processo potrebbe non generare i dati approfonditi di cui c’è bisogno per individuare andamenti e percorsi di trasmissione. “Non esiste una vera cultura della ricerca” all’interno delle scuole, sottolinea Edwards. Raccogliere dati sugli alunni è un’operazione più complicata rispetto alla consueta ricerca pediatrica: oltre a dover ottenere l’autorizzazione dei genitori e dei bambini, infatti, spesso è necessario il contributo degli insegnanti e delle amministrazioni scolastiche, già alle prese con le difficoltà della situazione attuale. Per queste persone partecipare alle ricerche – l’unico modo per valutare il successo delle diverse strategie – potrebbe essere troppo gravoso.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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