domenica 8 luglio 2018

SESSO E VACANZE: KENYA AL TOP PER GLI ITALIANI - Bruna Sironi




Tempo di vacanze. E, a quanto dicono le organizzazioni specializzate in materia, tempo di turismo sessuale, anche, anzi soprattutto, con minorenni. Secondo gli ultimi dati di Ecpat Italia Onlus (organizzazione contro lo sfruttamento sessuale dei bambini) i maschi italiani sono al primo posto in questa squallida pratica, seguiti da tedeschi, giapponesi, francesi, americani, inglesi e cinesi.
Nel folto gruppo, i pedofili sarebbero ‘solo’ il 5%. Tutti gli altri sarebbero insospettabili padri di famiglia, vicini premurosi, professionisti affermati in cerca di trasgressione e di emozioni diverse, e probabilmente anche di occasioni di cui vantarsi con gli amici, com’è uso tra molti di noi.
Tra le mete preferite dai nostri connazionali, il Kenya si trova al primo posto. Località turistiche molto conosciute nel nostro paese, quali Malindi, Diani, Kilifi e perfino Mombasa, la seconda città del paese, sono frequentate per le spiagge infinite e bianchissime, per il mare limpido e turchese, e per la possibilità di pagare un dollaro o poco più per un rapporto sessuale con una ragazzina, molto spesso al di sotto dei 14 anni. La prostituzione minorile è una vera e propria piaga in tutta la zona costiera del Kenya, a causa della grande povertà delle comunità che vi risiedono e della richiesta dei turisti senza scrupoli che la frequentano.
Secondo gli ultimi dati disponibili - un rapporto dell’Unicef risalente al 2006 -, una ragazzina di età tra i 12 e i 18 anni su tre vive di sfruttamento sessuale nella contea di Kwale, quella in cui si trovano la maggior parte delle località turistiche della costa. E quella dove la gran parte della gente vive ben al di sotto della soglia di povertà e la disoccupazione giovanile è generalizzata. Si tratta di almeno 15.000 minorenni coinvolte nel traffico.
I dati, certamente vecchi, sono però confermati dalle autorità locali. Secondo, Athuman Jiti, un funzionario della contea di Kwale recentemente intervistato dal settimanale The East African, la situazione da allora, sarebbe addirittura peggiorata. “Nei nostri villaggi si può trovare almeno una minorenne vittima di sfruttamento sessuale in circa il 90% delle famiglie”.
Secondo le sue dichiarazioni, spesso sono i genitori stessi a spingere le ragazzine alla prostituzione, in modo che possano procurare il cibo per se stesse e anche per gli altri membri della famiglia. Il problema più grande, prosegue il funzionario, è che la situazione è ormai percepita come normale.
Lo sfruttamento sessuale delle minorenni, spessissimo poco più che bambine, è talmente diffuso e radicato da essere stato accettato socialmente. Anche perché le donne, in queste comunità, sono molto vulnerabili, stante le discriminazioni di cui sono giornalmente oggetto, la diffusa poligamia e la pratica dei matrimoni precoci.
Secondo Dorcas Wanjiru, dell’associazione Coalition on Violence Against Women, che opera nei villaggi costieri del Kenya, l’avvio alla prostituzione delle minorenni avviene in modi diversi. “Spesso gli amici o gli stessi familiari sono coinvolti nella loro iniziazione precoce; oppure sono avvicinate da un uomo che dà loro attenzione e poche centinaia di scellini (pochi dollari) dopo il sesso”.
Molte ragazzine sono coscienti dei rischi che corrono - violenze, gravidanze malattie come l’hiv/aids, estremamente diffuso nel paese - ma non hanno altra scelta se non quella di prostituirsi. “Alla fine, prosegue Dorcas Wanjiru, tutti traggono vantaggio dal loro sfruttamento: le famiglie qualche soldo; i night club e i bar, clienti; i taxisti corse per portare i turisti dalle ragazzine o viceversa” e dunque nessuno ha interesse a denunciare, o a lavorare per cambiare la situazione.
Certo i turisti di casa nostra trovano un contesto particolarmente favorevole, ma questo non diminuisce le loro responsabilità, anzi, le aggrava. Non si deve dimenticare, infatti, che il degrado è originato da un’economia turistica spregiudicata che si è ben guardata dall’essere il volano per lo sviluppo della zona ma ha anzi aggravato il suo sfruttamento, in tutti campi e in tutti i modi possibili.
La situazione è ora ad un punto tale che, spesso, in molte località turistiche keniane, ci si vergogna di essere riconosciuti come italiani e si cammina con gli occhi bassi per non vedere scene pubbliche che, a casa nostra, sarebbero inconcepibili.
da qui

venerdì 6 luglio 2018

Obsolescenza programmata, in Francia le prime etichette - Pino Bruno



In Francia si continua a fare sul serio contro l'obsolescenza programmata. Dal 1 gennaio 2020 elettrodomestici e prodotti elettronici dovranno avere un'etichetta obbligatoria con l'indice di riparabilità calcolato in base a 10 parametri. Il governo vuole così ridurre il consumo di materie prime e ridurre l'impatto ambientale favorendo le buone pratiche di riutilizzo dei materiali. E il gruppo Fnac-Darty, terza piattaforma francese di commercio elettronico, con centinaia di negozi fisici, ha deciso di giocare in anticipo introducendo il "bollino" già quest'anno.  
Il piano di azione del governo francese - Feuille de route économie circulaire (FREC) - è stato pubblicato a maggio e il suo obiettivo è l'allungamento della durata degli oggetti di uso quotidiano. Secondo la ministra per la transizione ecologica e solidale, Brune Poirson, il modello economico attuale induce i consumatori a "sostituire rapidamente numerosi servizi e dispositivi di uso quotidiano a favore dei nuovi prodotti, anche se molti di essi sono ancora funzionanti".
Così, secondo la ricerca di ADEME (Agenzia per l'ambiente e la gestione dell'energia), l'88% dei francesi sostituisce il telefono cellulare solo perché un po' datato mentre se lo tenesse con sé per quattro anni anziché due, per ogni utente ci sarebbe un risparmio di 37 chili di gas serra immessi nell'atmosfera. E lo stesso vale per molti prodotti elettronici ed elettrodomestici.
E dunque il gruppo Fnac-Darty ha cominciato con i computer portatiliin vendita online e nei negozi. Sui notebook è stata affissa un'etichetta di riparabilità basata su 100 punti per aiutare il consumatore nella sua scelta di acquisto. D'altronde - ha dichiarato il direttore generale, Enrique Martinez, "noi siamo già i primi riparatori di Francia, con 2,5 milioni di prodotti aggiustati ogni anno nei nostri laboratori di assistenza".
"Ed è solo l'inizio", ha aggiunto Martinez, "perché puntiamo ad un'ulteriore trasparenza e vogliamo collaborare in tal senso con produttori e partner industriali per allungare la durata dei prodotti".
Plaude all'iniziativa di Fnac-Darty l'associazione HOP//Halte à l'obsolescence programmée, che con i suoi esposti in questi anni ha indotto la magistratura francese ad avviare inchieste nei confronti di alcuni big del mondo digitale. "È un buon inizio", dicono gli attivisti di HOP "va bene, ma non ci viene ancora detto nulla sull'affidabilità dei prodotti. Dobbiamo andare oltre per combattere veramente l'obsolescenza programmata".
Ricordiamo che in Francia la legge - in vigore dal 1 luglio 2016 - punisce il reato di obsolescenza programmata. In caso di condanna sono previste pene fino a due anni di reclusione e un'ammenda di 300mila euro, che può aumentare fino al 5 percento del volume d'affari dell'azienda. 


È il momento giusto per leggere e rileggere il gustosissimo e grande classico: "Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta", di Robert M. Pirsig.

da qui

(grazie a Pino per la segnalazione)

giovedì 5 luglio 2018

Il Mar Mediterraneo: il più inquinato dalla plastica del mondo - Maria Rita D'Orsogna



Il mar Mediterraneo, una volta il centro del mondo è ora il centro del mare alla plastica.

E come potrebbe essere altrimenti, visto che l'uomo continua a produrre, usare e gettare via plastica non biodegradabile a ritmi insostenibili, e visto che il nostro è un mare essenzialmente chiuso, con in aggiunta 200 milioni di turisti l'anno. Spesso sia visitatori che residenti pensano che il mare sia una sorta di pattumiera.

La non felice situazione emerge da un rapporto stilato dal WWF internazionale chiamato “Out of the Plastic Trap: Saving the Mediterranean from Plastic Pollution.”

Da questo rapporto emerge che la plastica rappresenta il 95% dell'inquinamento del mare, fondo marino e lungo le spiagge del Mediterraneo.

I paesi più inquinati e inquinanti?

Turchia e Spagna,  in primis seguiti da Italia, Egitto e Francia.
Il resto dell'Europa, che non si affaccia sul Mediterraneo non e' che stia troppo meglio.  

L'arrivo di turisti aumenta la monnezza del 40%.

La plastica causa bruttura, sporcizia, danni alla vita marina che mangia o si ferisce con questi pezzi di plastica o ne resta soffocata. Le microplastiche invece accumulano silenziose, entrano nella catena alimentare e diventano parte dell'ecosistema di tutti. E di queste ultime purtroppo il Mar Mediterraneo è campione.  Il 7% delle microplastiche del mondo si trova nel Mediterraneo

La concentrazione di microplastica e' piu' alta in Mediterraneo che nella Great Garbage Patch dell'oceano pacifico. 

Una persona media che mangia pesce nel corso dell'anno mangia pure 11,000 pezzetti di microplastiche che non vede. 

E' una emergenza globale.

Ci sono 150 milioni di tonnellate di plastica nell'oceano.

In Europa produciamo ogni anno 27 milioni tonnellate di immondizia da plastica.

Solo un terzo viene riciclato.

Metà dell'immondizia urbana da plastica in Italia, Francia e Spagna non viene riciclata.

Cosa fare?

Non lasciare monnezza al mare, dalle cicche di sigaretta ai piatti di plastica. Usare prodotti biodegradabili, non usare ciò che non serve, usare il vetro, educare i ragazzi, mettere pressione ai politici e non lamentarsi se evitare la plastica costa fatica.

In Svezia invece hanno inventato un nuovo sport che si chiama plogging (un misto di plocka – raccogliere – e jogging). Cioè raccogliere la monnezza di plastica mentre si corre o si passeggia
Soprattutto e' importante essere coscienti e sapere che tutte le nostre azioni, piccole o grandi che siano, hanno delle conseguenze.

da qui

mercoledì 4 luglio 2018

In 15 anni dimezzato il numero di cerealicoltori


In cinque anni il prezzo del grano si è abbassato di circa il 50%, dai 30 euro al quintale del 2014 ai 15-16 euro del 2018. I costi di produzione, 24 euro al quintale, sono più alti di quelli incassati dalla vendita. Non solo: l’umidità persistente e gli sbalzi di temperatura hanno creato l’ambiente ideale per lo sviluppo dei parassiti. Questo ha abbassato la qualità, con un peso specifico passato da una media di 81-82 a 72-73.
È lo spaccato che emerge dal dossier sul grano illustrato oggi a Sanluri da Coldiretti Cagliari, in occasione di un’assemblea dei cerealicoltori del territorio. Focus anche sui numeri che riguardano il passaggio dal campo alla pasta, dove si registra un aumento del prezzo di circa il 500%, e dal grano al pane (+1400%). Secondo l’associazione, “lungo la filiera c’è qualcuno che perde e qualche altro che intasca lauti compensi. Chi perde, come al solito, è chi lavora la terra”. In un contesto simile c’è il rischio che i cerealicoltori spariscano. Da un’indagine di Laore risulta che nel quindicennio che va dal 2000 al 2015 i contadini che coltivavano grano si sono dimezzati (da 12.395 a 6.190, -50,1%), mentre negli ultimi 3 anni se ne è perso un ulteriore 10-12%. Impressionanti anche i numeri sulle superfici coltivate a grano duro: la Sardegna, tra la fine dell’800 e inizi ‘900, era la seconda regione con 158mila ettari su 1,29 milioni totali.
Oggi gli ettari coltivati sono appena 30.584. Come scongiurare il fallimento totale di un settore storico per l’agricoltura sarda? Di certo – fa sapere Coldiretti – la conquista dell’etichettatura di origine nella pasta è stato un fatto storico, ma non basta. Bisogna togliere il segreto sulle importazioni: “Spesso l’importato è grano vecchio di oltre 4 anni che viaggia in condizioni igienico sanitarie discutibili. Per questo ci deve essere il blocco delle importazioni a dazio zero e controlli sul 100% del grano importato”. “Chiederemo conto ai nostri rappresentanti nel Parlamento perché si mettano in pratica i 5 punti che abbiamo presentato in campagna elettorale”, dice il direttore di Coldiretti Cagliari, Luca Saba.

martedì 3 luglio 2018

Il calciatore rimosso (e la merda scoperchiata) - Marco Acciari



La storia di Maurizio Montesi campione d’Italia primavera nel 1975-1976 e militante dell’estrema sinistra romana

Quello del calcio è un mondo chiuso e vendicativo, che se può te la fa pagare. Alcuni pagano più di altri, non solo con la damnatio memoriae, ma anche a causa delle pieghe che poi prende la vita. Maurizio Montesi è un centrocampista di quantità, minuto, ma con una resistenza fisica e atletica fuori dal comune. Cresce nelle giovanili della Lazio e nella stagione 1975/76 è campione d’Italia primavera, insieme ad Agostinelli, Di Chiara, Giordano, Manfredonia. Intanto, assoluta pecora nera, milita nell’estrema sinistra romana. Va ad Avellino, dove contribuisce da titolare alla promozione in A del 1978 e viene confermato per il campionato maggiore nella stagione successiva. Durante il campionato però esce una sua intervista a Lotta Continua, la prima di altre interviste ai giornali, in tutto saranno tre, che ne segneranno la carriera calcistica e la vita. In questa da una parte definisce la dirigenza collusa con la malavita e la accusa di gestire la società per ragioni clientelari, dall’altra chiama i tifosi “stronzi” perché soggiacciono a questo ed in più mentre sono pronti a mobilitarsi per la squadra non si curano per esempio dell’ospedale cittadino con pochi posti letto e popolato da scarafaggi.
Termina in qualche modo la stagione (ci sarà anche chi in curva proverà a portare uno striscione rosso con scritto “hasta Montesi siempre”) ma il rinnovo è fuori discussione. Lo riaccoglie la Lazio, in cui trova vecchi reduci dagli anni d’oro come Garlaschelli e il capitano e camerata Pino Wilson e suoi ex compagni di giovanili come l’altro camerata Manfredonia, Mauro Tassotti e Bruno Giordano. Sarà una stagione cruciale quella 1979/80, per Montesi, per la Lazio e per il calcio italiano. Intanto è fra i titolari, maglia numero otto nel derby del 28 ottobre 1979, quello della morte di Vincenzo Paparelli. Non ne vuole sapere di giocare la partita, i compagni alla fine lo convincono che il suo gesto isolato avrebbe poco valore e lo costringono a scendere in campo. Ma pochi giorni dopo ecco la seconda intervista pesante di Maurizio Montesi, questa volta a Panorama. Stavolta in un clima nervoso e in un momento in cui forse per la prima volta in Italia si puntano i riflettori (alla maniera della stampa italiana, of course) sul mondo delle curve, è il primo a rivelare i rapporti tra società e ultras, i pacchetti di biglietti gratuiti, i soldi per le trasferte, i favori. Alcune società e alcuni gruppi ultras, sappiamo ormai, ma al tempo la distinzione non viene fatta. In più torna a colpire i presidenti, colpevoli per lui di avere snaturato lo sport popolare per eccellenza, corrompendolo con lo show business, e sfruttandolo come macchina crea consenso. L’aria intorno a Montesi comincia a farsi pesante e arriviamo alla notte tra il cinque e il sei gennaio ottanta, a raccontarla le sue parole:
La sera del 5-1-1980, all’hotel Jolly di Milano, ci eravamo già ritirati in camera. Il mio compagno Avagliano dormiva o comunque sonnecchiava, e io guardavo un film alla televisione, quando si affacciò alla porta della camera Wilson e mi fece cenno di uscire fuori. Si svolse un breve colloquio in corridoio; Wilson innanzitutto fece un discorso generico sulla difficoltà della partita dell’indomani, sull’arbitraggio che si prevedeva favorevole al Milan e poi propose, poiché la nostra sconfitta era probabile, che la si favorisse e parlò di un compenso in denaro che per me doveva essere intorno ai 6-7.000.000 di lire. lo rimasi sconvolto. Era la prima volta che mi veniva fatta una proposta del genere. Dissi che non ci stavo e me ne tornai in camera; Wilson da parte sua disse che non se ne faceva niente. La mattina dopo, da cenni, sguardi e mezze parole di Wilson ebbi la sensazione che la decisione di falsare l’incontro non era stata affatto revocata. E decisi allora di non giocare.

Il suo non starci non è piaciuto agli altri, capitano in testa, forse si pensa di fargliela pagare. Fatto sta che si arriva a Cagliari-Lazio del 24 febbraio e un intervento di Bellini gli procura la frattura di tibia e perone. Nei giorni e nelle settimane successive in ospedale non si vedono compagni di squadra o dirigenti. Il 4 marzo Montesi riceve la visita di un giovane giornalista di un giovane giornale, Oliviero Beha della Repubblica, e a lui concede la terza intervista chiave della sua vita. Scoperchierà quello che mai si era visto in Italia e che passa alla storia come Calcioscommesse. Giocatori verranno arrestati in campo al termine delle partite, si arriverà a radiazioni, tra queste quella di Albertosi, retrocessioni, la Lazio ed il Milan, penalizzazioni, squalifiche. Nella squadra di Montesi Cacciatori, Wilson, Zucchini, Manfredonia e Giordano. Lui stesso sconterà quattro mesi di squalifica per omessa denuncia. Ripresosi dall’infortunio Montesi prova a rientrare e per descrivere questo tragitto di fine carriera prendiamo in prestito le parole di una pagina tra quelle che si occupano di Lazio:
Maurizio riceve continue minacce, va in giro scortato dai “compagni” del quartiere e da qualche amico che lo protegge quando gira per la città, ma quando scende in campo per gli allenamenti a Tor di Quinto è solo e dalle tribune gli piove addosso di tutto, con i tifosi che lo insultano attaccati alle reti urlandogli “infame, spia comunista”. Nella stagione 1980-1981, Montesi non mette mai piede in campo. Nelle due successive, colleziona solo 11 spezzoni di partita, poi si infortuna sempre alla gamba destra e quell’incidente mette la parola fine al suo matrimonio con la Lazio e alla sua carriera, perché il suo nome è finito sulla lista nera e nessuno in Italia gli fa più un contratto da calciatore.
Maurizio Montesi sparisce dal mondo del calcio, seppure ancora per un po’ figura nell’organico della S.S. Lazio come osservatore. Ricompare in realtà nel 1984 a Londra ma per tutt’altri motivi, lo arrestano per detenzione di stupefacenti. E poi dieci anni dopo a seguito di una vicenda del 1992, quando a largo di Fiumicino affonda una barca con a bordo tre tonnellate e mezza di hashish viene condannato per traffico internazionale di stupefacenti a quattro anni. Scontati i quali sparisce per davvero e la chiusa la affidiamo ancora a un pagina biancoceleste: “Scontata la pena, Maurizio Montesi esce dal carcere e di lui si perde ogni traccia. L’unica cosa certa è che ha lasciato l’Italia: secondo molti per trasferirsi in Francia, mentre altri sostengono che si sia trasferito in Asia e che ora viva in India. L’altra cosa altrettanto certa è che, nel mondo Lazio, nessuno o quasi in questi anni ha mai sofferto per l’uscita di scena del “compagno Montesi”.

(articolo tratto da Minuto Settantotto)

lunedì 2 luglio 2018

Un condannato alla guida del Corpo forestale. Ecco il “trionfo dell’antipolitica” - Pablo Sole






Uno dei migliori spunti per spiegare le ragioni del cosiddetto “trionfo dell’antipolitica” l’ha fornito in questi giorni la giunta regionale, con un atto tanto semplice nella forma quanto dirompente nella sostanza: la nomina di un condannato per reati ambientali alla guida del Corpo forestale. Non occorre scomodare Giovanni Sartori per immaginare le reazioni degli elettori che quattro anni fa portarono in Regione una compagine, di centrosinistra, che aveva fatto della trasparenza e della meritocrazia il leit motiv della campagna elettorale.
Fatto sta che ora la Sardegna si trova al comando del Corpo forestale Antonio Casula, già direttore generale di Forestascondannato pochi mesi fa per i tagli abusivi nel complesso forestale del Marganai – 35 ettari di lecceta tagliata a raso senza la vincolante autorizzazione paesaggistica – e tuttora a processo per frode nelle pubbliche forniture e turbativa d’asta, vale a dire reati contro la pubblica amministrazione. La prossima udienza è prevista a settembre e la prescrizione, alla quale si può sempre rinunciare, è dietro l’angolo. Fatta salva la presunzione di non colpevolezza, una nomina del genere non pare proprio ispirata ai principi enunciati quattro anni fa, tralasciando un ulteriore aspetto che si chiama opportunità politica. Anche perché nel medesimo giorno in cui la giunta procedeva con la nomina, si sono accesi i riflettori sul concorso dirigenti indetto dalla Dg di Forestas, tuttora in corso. In particolare, sono emersi rapporti molto stretti tra la commissione esaminatrice e i candidati. Una vicenda sulla quale il consigliere regionale di maggioranza Francesco Agus ha preannunciato un’interrogazione in Aula.
Peraltro, la condanna per i tagli nel Marganai non è arrivata per un mero errore materiale, per un incidente di percorso, ma perché il comportamento di Casula, firmatario del progetto, è stato caratterizzato da chiaro dolo, dice il decreto penale di condanna. Lascia quindi quantomeno perplessi leggere nella nota stampa della Regione che per la nomina, portata in giunta dall’assessore all’Ambiente, Donatella Spano, fuori sacco, ovvero senza essere inserita nell’ordine del giorno, siano state “determinanti le competenze” di Casula “in materia forestale, con particolare riferimento […] alla tutela e conservazione del patrimonio forestale […] alla promozione della cultura forestale e all’educazione ambientale”.
Lascia poi stupiti il modo in cui tutta la vicenda ha subito un’accelerata: la delibera fuori sacco; l’assenza alla riunione, coordinata dal vice Raffaele Paci, del presidente Francesco Pigliaru; “gli auguri di buon lavoro di tutta la giunta” a Casula, frase certo di circostanza ma che testimonia come nessun assessore si sia interrogato sull’opportunità della nomina appena approvata.
Certo, è vero: la cosiddetta “antipolitica” spesso e volentieri gioca a strumentalizzare e generalizzare, vedendo il “marciume” ovunque. Ed è pure vero che,  in particolare per le nomine apicali a ruoli di grande responsabilità, la politica deve avere dei margini di discrezionalità. Ma in questo caso abbiamo un provvedimento della magistratura che, a quanto pare, è stato del tutto ignorato. Col risultato di rafforzare l’idea (molto “antipolitica”) che la discrezionalità possa tradursi in arbitrio. Tutto questo nel silenzio, imbarazzante e forse anche imbarazzato, del consiglio regionale. Un silenzio che ricorda un po’ la doppia morale per cui gli scandali sono tali solo quando avvengono in casa d’altri.
E se la “politica” tace, a far la voce grossa è stato un neoparlamentare del Movimento 5 Stelle, un rappresentante della cosiddetta “antipolitica”, insomma. In perfetta solitudine, eccezion fatta per Stefano Deliperi, che però è un ambientalista e non un politico, il deputato Alberto Manca ha buttato giù una documentata nota stampa per ribadire una cosa che a qualsiasi amministratore della res publica dovrebbe apparire lampante: l’oggettiva inopportunità di quella nomina e il messaggio avvilente che ad essa si accompagna. Ma questa è “antipolitica” o non è forse quella cosa antica, che mai dovrebbe mancare nelle scelte politiche? Quella cosa piccola e fondamentale che si chiama buonsenso.

Le parole giuste - Claudio Rossi Marcelli



Ho saputo che nel campo estivo che frequenterà mio figlio di sette anni ci sarà anche un bambino down. Come posso prepararlo a giocare con lui? –Giada

La prima cosa da fare è non definirlo un bambino down. “Papà, che vuol dire handicappato?”, mi ha chiesto mio figlio pochi giorni dopo il nostro trasloco in Italia. “È un modo antiquato e poco rispettoso di dire bambino con disabilità”. “Ma è anche un insulto?”, ha continuato. “Certa gente purtroppo lo usa per insultare gli altri, sì, per dirgli che sono poco intelligenti. Ed è un modo profondamente violento di parlare”. Questo breve scambio di battute è diventato l’occasione per spiegare a mio figlio l’importanza delle parole che scegliamo quando parliamo degli altri.
Gli ho insegnato che dire “un bambino down” non è corretto, perché bisogna dire “un bambino con la sindrome di down”. “Una disabilità non definisce una persona. Non si dice un bambino gamba-rotta, ma un bambino con la gamba rotta, no? E allora non bisogna dire neanche un bambino autistico, ma un bambino con l’autismo”. È una semplice parolina in più, che però fa una grande differenza.
Me ne sono reso conto quando anni fa ho sentito una mamma dire che in classe di sua figlia c’era un down. Non un bambino, quindi, ma un essere di natura diversa, identificato dalla sua malattia. A tuo figlio puoi certamente spiegare cos’è la sindrome di down e puoi fargli notare che i bambini, pur essendo in qualche modo tutti diversi l’uno dall’altro, sono comunque tutti bambini. L’importante è cercare di parlargliene con le parole giuste.