lunedì 7 dicembre 2020

Il vagabondaggio del turismo - Matteo Lupoli

L’anno che sta volgendo al termine sarà ricordato certamente per l’irrompere della pandemia da Covid-19, un evento drammatico che oltre ad avere segnato o distrutto la vita di centinaia di migliaia di persone nel mondo ha avuto un forte impatto anche sull’economia globale. Tra i settori che hanno subito il contraccolpo più importante c’è indubbiamente quello turistico, per il quale la limitazione degli spostamenti ha avuto un ruolo decisivo.

Il Covid è stato il primo evento capace di frenare il traffico aereo contemporaneamente in tutto il mondo: una bomba rispetto alla crisi petrolifera del 1973, quando gli spostamenti internazionali ammontavano a poco più di 160 milioni all’anno – contro 1,4 miliardi del 2019 –, ma anche rispetto allo shock delle Twin Towers e della crisi finanziaria del 2008.” (Tozzi, 2020, p.1)

Potremmo definire, come in tanti hanno già fatto sulle pagine di riviste specializzate e quotidiani, questo come l’anno nero del turismo. E per l’Italia, quinta destinazione nel ranking globale stilato nel 2019 dall’UNWTO1 e sede di alcune delle principali mete turistiche al mondo, un evento di tale portata potrebbe produrre uno shock tutt’altro che trascurabile anche nei prossimi tempi.

La temporanea sospensione dei flussi sembra aver aperto nel nostro Paese una parentesi di riflessione particolarmente propizia per la critica e se probabilmente è diminuita la produzione e la vendita di depliant e guide, non si può dire lo stesso della letteratura riguardante il fenomeno della turistificazione, che invece pare abbia ricevuto nuovi e importanti input durante la fase pandemica. A dire il vero la prima riflessione dell’anno sul tema risale a gennaio e precede dunque la diagnostica del virus: è contenuta nel libro Biosfera. L’ambiente che abitiamo e firmata da Giovanni Attili. Il momento di maggiore intensità produttiva in campo editoriale si registra però nei primi mesi estivi, al termine del primo lockdown nazionale e all’inizio di un periodo che avrebbe dovuto segnare una ripresa della vita sociale all’insegna del distanziamento fisico e della prevenzione del contagio, ma che invece ha visto prevalere le esigenze economiche sulle necessità di cura collettiva. È in questa fase che vengono pubblicate diverse riflessioni sul turismo e il suo possibile sviluppo dopo la pandemia. Lucia Tozzi, già citata poco sopra e curatrice di una raccolta di scritti edita solo qualche mese prima dal titolo City Killers, pubblica a metà maggio un breve saggio intitolato Dopo il turismo. Qualche settimana dopo fa la sua comparsa in rete il Manifesto dei Sociologi e delle sociologhe dell’ambiente e del territorio sulle città e le aree naturali del dopo Covid-19, che nell’ultima sezione contiene una serie di riflessioni interessanti sul turismo e la sua incidenza sui territori. Di lì a poco vengono pubblicati anche due volumi dedicati alle città italiane maggiormente segnate dal ruolo dell’industria del turismo: uno è il primo libro di Giacomo Maria Salerno Per una critica dell’economia turistica, che a partire dal caso di studio di Venezia costruisce una lucida critica all’economia turistica, e in particolare alla sua declinazione urbana e mono-colturale; l’altro è invece una raccolta di scritti precedentemente pubblicati sulla rivista La città invisibile e raccolti da Ilaria Agostini in un ebook dal titolo Firenze fabbrica del turismo. Ultimo tassello di questo quadro critico sono i tanti corsi e webinar organizzati da docenti, ricercatori e attivisti in questi ultimi mesi dell’anno, per esempio Oltre l’economia del turismo, a cura della redazione di Dinamopress.

In questo terreno particolarmente fertile per la critica al sistema turistico consolidatosi fino a oggi non poteva mancare il contributo di Sarah Gainsforth, già autrice sul finire del 2019 di AirBnb città merce. Storie di resistenza alla gentrificazione digitale, un testo divenuto fondamentale non solo per lo studio della cosiddetta economia delle piattaforme, ma anche per chiunque voglia affrontare i temi del diritto all’abitare e del diritto alla città in contesti segnati dall’espansione del turismo.

 

A metà ottobre esce Oltre il turismo. Esiste un turismo sostenibile? un breve saggio edito da Eris per la collana BookBloc e rilasciato con licenza Creative Commons, che ne consente la riproduzione e distribuzione a fini non commerciali. I due libri dell’autrice sembrano porsi in piena continuità l’uno con l’altro e il discorso riprende da dove era stato lasciato nelle ultime pagine del volume dedicato alla storia e all’attualità di AirBnb. Dopo una rapida introduzione sui numeri e la crescita del fenomeno turistico negli ultimi decenni, il focus ricade sulla dimensione urbana e sui concetti di overtourism e riqualificazione dei centri storici. Non manca un breve accenno al ruolo delle piattaforme digitali e dei contratti di locazione breve, ma il discorso è in questo caso più ampio e sistemico. Vengono analizzati i meccanismi e le dinamiche che, a partire dalla crisi del settore industriale tradizionale, hanno favorito l’emersione del turismo in quanto principale strategia di promozione territoriale in contesti urbani.

“L’industria è stata a lungo il motore dello sviluppo urbano. Per oltre due secoli il legame tra industrializzazione e urbanizzazione e il ruolo dello Stato nell’economia hanno garantito il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori delle fabbriche, determinando l’espansione del ceto medio. Ma dalla fine degli anni Settanta il legame tra industrializzazione e urbanizzazione è entrato in crisi [..] la città deve trovare un altro motore per il suo sviluppo” (p.11).

I due capitoli centrali sono dedicati a una valutazione generale sulla natura del turismo e sui costi e benefici dovuti allo sviluppo dell’economia a esso legata. Vengono qui riprese alcune delle più importanti teorie del passato, come le intuizioni di McCannel sulla ricerca dell’autenticità dell’esperienza e i suoi marker sociali o quelle di Stein contenute in Capital city circa la riorganizzazione spaziale urbana guidata dall’ideologia turistica. In seguito Sarah Gainsforth fa riferimento a una serie di dati relativi alla penisola e alla sua storia recente per verificare o contraddire una serie di asserzioni relative a presunti effetti positivi del fenomeno. Come quelle secondo cui il turismo produrrebbe ricchezza o lavoro, entrambe constatazioni innegabili fino a quando non ci si chiede che tipo di lavoro il turismo produca e alimenti o chi effettivamente tragga beneficio da questa ricchezza e chi ne paghi invece il prezzo. Sono queste le domande che l’autrice pone al lettore e alle quali dà infine una chiara risposta:

“senza meccanismi di redistribuzione della spesa turistica, i profitti generati vengono privatizzati, mentre i costi, che ricadono sulle città, sono socializzati” (p.43).

La parte più innovativa e interessante è a mio avviso quella che conclude il libro perché muove da una serie di considerazioni relative all’incerto futuro dell’industria turistica dopo l’arresto causato dalla pandemia. Dapprima l’autrice si chiede se, nonostante i limiti del modello di crescita attuale siano stati evidenziati dal crollo temporaneo dell’industria turistica, la ripartenza non ricalcherà sentieri già battuti tramite la riproposizione di vecchie formule in nuovi contesti. A questo proposito sono riportate le parole del ministro per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo, Dario Franceschini, secondo il quale occorrerebbe puntare da un lato su un turismo di qualità (che tradotto significa ricco, con una buona capacità di spesa) e dall’altro sul rilancio dei borghi e dei territori fino a oggi trascurati in nome dello sviluppo urbano e balneare. Queste due strategie, quella di selezione dei flussi turistici e quella di decentramento e moltiplicazione delle mete, sembrano essere le uniche proposte politiche per fare i conti con gli effetti della crisi da Covid-19 e ripensare il fenomeno dopo lo shock pandemico. Ha ragione Sarah Gainsforth nel definire queste proposte come parte di una “visione soluzionista e tecnicista di gestione del territorio” (p.50).

Infine l’ultimo capitolo tenta di dare una risposta all’interrogativo contenuto nel sottotitolo del libro: esiste un turismo sostenibile? Per farlo l’autrice pone in dialogo due posizioni contrastanti sul tema. La prima è quella di un accompagnatore turistico romano, sostenitore di un approccio manageriale e fiducioso nelle possibilità di regolazione dei flussi attraverso interventi mirati e funzionali alla preservazione delle caratteristiche eco-sistemiche dei contesti. Secondo questa prospettiva il problema fondamentale relativo alla questione del turismo sostenibile sarebbe l’individuazione e il rispetto della capacità di carico di un sistema, termine con il quale si indica il livello oltre cui l’industria turistica inciderebbe in maniera negativa sull’economia territoriale erodendo le condizioni riproduttive e generando un impatto economico, sociale e ambientale non più riassorbibile.

Il secondo polo della discussione che attraversa queste pagine conclusive è rappresentato dal pensiero dell’autrice, sostenuto in questo caso non solo da riferimenti alle parole di altri ricercatori come Salerno e Tozzi, ma anche all’enciclica Laudato si’ di Bergoglio e ai comunicati di realtà territoriali come Terre in Movimento. La tesi che chiude il libro sostiene la necessità di un approccio nuovo fondato su un’ecologia popolare e radicale al fine di ripensare complessivamente l’intero modello di sviluppo capitalistico. All’interno di un sistema votato alla crescita a ogni costo, l’idea stessa di sostenibilità può risultare fuori luogo quando non fuorviante e strumentale a nuove ondate di accumulazione in territori sino a ora estranei ai processi di valorizzazione turistica.

Il nuovo libro di Sarah Gainsforth si inserisce in una ricca produzione critica italiana contemporanea che apre la strada a una riflessione oggi più che mai necessaria sugli sviluppi possibili del fenomeno turistico al tempo della pandemia (e possibilmente anche dopo la sua fine). Esiste dunque un turismo sostenibile? Difficile dare una risposta univoca, sicuramente non è quello che intendono i vari ministri e promoter del settore.

Mentre scrivo queste poche righe finali e ripongo il libro penso che purtroppo la cronaca quotidiana ci obbliga ancora oggi a un confronto su tutt’altri scenari: l’ipotesi di apertura degli impianti sciistici nel bel mezzo di una seconda ondata di contagi e le immagini dei litorali affollati durante la scorsa estate sono lì a ricordarci che per il momento è ancora la dimensione di massa del fenomeno a rappresentare il nemico principale contro cui lottare per una liberazione dei territori dalla morsa della monocoltura turistica. Senza dimenticare cosa potrebbe arrivare dopo.

 

1United Nations World Tourism Organization

 

da qui

Nessun commento:

Posta un commento