Gene Hackman e Betsy Arakawa a Santa Fe, i
coniugi Steffenoni a Montericco. Due storie lontane, geograficamente e per
contesto, ma accomunate da un epilogo simile: la morte avvenuta nel silenzio,
nell’isolamento, senza che nessuno si accorgesse della loro assenza per giorni,
settimane, mesi.
Due casi che si inseriscono in una
tendenza sempre più diffusa nelle società moderne, dove la solitudine non è
solo una condizione emotiva ma una realtà materiale, capace di far scomparire
del tutto una persona agli occhi del mondo.
Gene Hackman, attore premio Oscar, e sua
moglie Betsy Arakawa sono stati trovati morti nella loro casa di Santa Fe, in
New Mexico, il 26 febbraio scorso. Secondo le ricostruzioni, Arakawa sarebbe
deceduta giorni prima del marito, probabilmente a causa di una rara malattia
polmonare, mentre Hackman, 95 anni e affetto da Alzheimer, sarebbe rimasto
solo, incapace di chiedere aiuto.
Nessuno si era accorto della loro
scomparsa, fino a quando un addetto alla manutenzione ha deciso di entrare
nell’abitazione. Ma almeno Hackman, dopo la tragica fine, ha avuto qualcuno che
lo ha pianto, un ricordo che resterà nelle pagine della storia del cinema. I
coniugi Steffenoni no. Nessuno si è accorto della loro scomparsa fino al giorno
in cui tre ragazzi si sono avventurati nella loro villa, credendola
abbandonata.
Dall’altra parte dell’oceano, sulle colline
tra Verona e Negrar, la scoperta dei corpi mummificati di Marco Steffenoni,
odontoiatra in pensione, e della moglie Maria Teresa Nizzola, è avvenuta in
modo del tutto casuale. Un gruppo di giovani praticanti dell’“urbex”,
l’esplorazione urbana, ha trovato i due cadaveri in una villa che sembrava
abbandonata.
Dai primi rilievi, la morte risalirebbe a
diversi mesi prima, probabilmente tra ottobre e novembre. Anche in questo caso,
nessuno si era accorto della loro assenza, nessuna chiamata, nessun allarme, fino
al momento della scoperta accidentale.
Se fossero stati ancora al lavoro, in uno
studio medico, tra pazienti e appuntamenti, qualcuno si sarebbe accorto che non
c’erano più. Ma una volta usciti dal ciclo della produzione, una volta cessata
la loro utilità economica, la loro assenza è stata un’assenza invisibile.
Nessuno ha notato il silenzio, perché non c’era più nessun luogo a cui
mancassero.
Queste storie sono frammenti di una realtà
più ampia. Il fenomeno delle morti solitarie, un tempo associato esclusivamente
agli anziani indigenti o ai senza fissa dimora, oggi attraversa ogni classe
sociale. In Giappone, dove il fenomeno ha un nome specifico, “kodokushi”, si
registrano ogni anno migliaia di casi di persone che muoiono senza che nessuno
se ne accorga per settimane o mesi.
In Italia, anche se non ci sono
statistiche altrettanto precise, gli esperti confermano che le morti solitarie
sono in crescita. Secondo l’ISTAT, il numero di persone che vivono sole ha
superato i 9 milioni, e in molte città italiane i servizi sociali segnalano un
aumento delle segnalazioni di decessi scoperti con grande ritardo.
Siamo visibili finché lavoriamo, finché
produciamo. Ma se scompariamo da quei luoghi in cui siamo richiesti, da quegli
spazi dove siamo necessari, la nostra esistenza smette di lasciare tracce.
C’è poi un altro paradosso: né Hackman né
i coniugi Steffenoni erano poveri. Entrambe le coppie godevano di una
condizione economica più che dignitosa. Ma il denaro può bastare per una vita
confortevole, non per una vita sociale. Non è la sicurezza economica a impedire
la solitudine.
Si può vivere circondati dal verde, in una
villa, con ogni comfort possibile, e restare comunque invisibili al mondo. Non
è una questione di ceto sociale, ma di relazioni, di legami, di comunità che si
dissolvono.
Forse la domanda che questi casi ci
pongono è semplice: chi si accorgerebbe della nostra assenza? E quanto tempo
passerebbe prima che qualcuno lo noti? E soprattutto, cosa dice di noi una
società in cui si può morire nel silenzio, senza che nessuno se ne accorga?
Non è una questione di cronaca nera, ma di
come è organizzata la nostra vita collettiva. Di come la frammentazione delle
relazioni, l’individualismo e l’assenza di spazi di comunità possano portare a
questo tipo di epiloghi. Viviamo in un mondo in cui il controllo digitale è
pervasivo, in cui ogni nostro acquisto e ogni nostro spostamento lasciano una
traccia, ma la nostra vita, nel senso più umano del termine, può sparire nel
nulla senza che nessun sistema di sorveglianza se ne accorga.
La tecnologia ci rende rintracciabili, ma
non presenti. Ci osserva, ma non ci vede davvero.
E allora forse la vera domanda è: viviamo
o serviamo? Finché serviamo a qualcuno o a qualcosa, la nostra presenza è
riconosciuta, ma quando smettiamo di essere utili, restiamo solo nella nostra
interiorità, nella nostra essenza non visibile. E se nessuno ci guarda davvero,
esistiamo ancora?
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