mercoledì 2 aprile 2025

Gli alunni con disturbi dell’apprendimento sono il 6%: nel Nord Ovest certificazioni dsa sopra la media. Esperti divisi sui criteri per le diagnosi – Alex Corlazzoli

I dati forniti dal ministero testimoniano aumenti lievi negli ultimi anni, ma molte differenze tra Nord e Sud. E gli specialisti discutono sui test e su chi certifica

In Italia gli alunni con un disturbo specifico dell’apprendimento (dsa) sono il 6% sul totale dei frequentanti. È l’ultimo dato pubblicato dal ministero dell’Istruzione e del Merito prendendo in considerazione l’anno scolastico 2022/2023. Un incremento dal 2014/2015 inferiore a mezzo punto percentuale. Numeri credibili secondo l’Associazione italiana dislessia (Aid) che, tuttavia, parla di un “sommerso” che non emerge a causa del ritardo delle diagnosi e delle famiglie che non vogliono riconoscere il problema segnalato dalla scuola. L’aumento dei casi resta comunque correlato a una maggiore sensibilizzazione e formazione del personale scolastico e sanitario, che permette una migliore capacità di identificare e supportare gli studenti Dsa. Un quadro, quello italiano, che però non mette d’accordo tutti gli specialisti. Se da un lato c’è chi crede ai numeri del ministero e chiede mezzi per permettere diagnosi più tempestive, dall’altro esiste una corrente di pensiero che parla di dati esagerati e denuncia una sorta di business messo in piedi dai centri privati.

I dati del ministero – Partiamo dal report edito da viale Trastevere. Il primo dato significativo riguarda il periodo scolastico in cui emergono i dsa: se alla scuola primaria le unità arrivano a 49.418, per la secondaria di primo grado si salta a 112.210 e a 192.941 per le superiori. Considerando i singoli gradi di istruzione si osserva che gli alunni con dislessia sono pari all’1,3% del numero complessivo degli allievi nella primaria; al 3,8% nelle medie e al 4% nella secondaria di secondo grado. Quelli con disgrafia sono pari allo 0,7% del totale dei frequentanti le elementari; al 2,2% nella secondaria di primo grado e al 2,1% nella secondaria di secondo grado. Per quanto riguarda la disortografia sono lo 0,8% del totale degli alunni nella scuola primaria; il 2,7% tra gli undici e i tredici anni e il 2,4% i più grandi. Infine, gli alunni con discalculia sono risultati pari allo 0,5% del totale dei frequentanti nella scuola primaria, al 2,2% nella secondaria di primo grado e al 2,7% nella secondaria di secondo grado. Perché questo divario? A spiegarlo è Lucia Iacopini, pedagogista, docente, membro del Consiglio direttivo e del comitato scientifico di Aid: “Dal punto di vista clinico si tratta di forme più lievi che emergono quando il carico di lavoro aumenta e la richiesta di prestazione esige più velocità”.

Ma c’è anche la questione delle diagnosi tardive: “Un intervento tempestivo, auspicato più volte negli anni dal legislatore, oltre ad abbassare le componenti emotive, rende di certo più efficaci gli interventi migliorativi, sia nei potenziamenti a scuola che in adeguate terapie extrascolastiche”. Con l’emanazione della Legge 170/2010, c’è più sensibilità da parte delle scuole e delle famiglie, ma è lasciata a queste ultime la libertà di effettuare o meno una diagnosi: “Qualche volta – racconta Iacopini – le famiglie fanno resistenza o non comprendono bene l’entità del problema. Quando individua un dsa la scuola ha la responsabilità di effettuare un potenziamento mirato, ma laddove le difficoltà permangono deve comunicare ai genitori il probabile disturbo. Sono loro, poi, a dover scegliere se provvedere a una certificazione o meno”.

Le differenze territoriali – E su questo punto si torna ai dati e alle notevoli differenze territoriali. Nel biennio preso in esame le regioni del Nord Ovest registrano il maggior numero percentuale di certificazioni (7,9%) seguite da quelle del centro e del Nord Est (6,1% e 6,7%.). Decisamente distante il Sud, dove la percentuale di studenti con diagnosi è ferma al 2,8%. Si tratta di una macroscopica evidenza che dovrebbe indurre ad una riflessione circa la capacità del sistema sanitario nazionale a supportare in maniera geograficamente omogenea le esigenze relative alle fasce deboli e la reale attuazione delle Leggi Regionali in questo ambito. “Là dove le direttive regionali – spiega l’Aid – consentono una adeguata rete di servizi (pubblici, convenzionati e/o accreditati) e campagne di screening funzionali e continuative, viene garantita una presa in carico soddisfacente, e le percentuali di soggetti individuati sono in linea con quanto previsto dalla letteratura scientifica”. D’altro canto per effettuare una diagnosi servono mesi e più specialisti. Una filiera che lo Stato non riesce a garantire in tempi brevi. Da qui il proliferare di centri privati che, secondo testimonianze raccolte da ilfattoquotidiano.it, chiedono dai 700 ai mille euro per una certificazione.

Chi certifica cosa – E qui arriviamo al nodo degli screening. Spesso le scuole, autorizzate dalle famiglie, effettuano per gli alunni frequentanti la scuola dell’infanzia e i primi due anni della primaria test specifici per individuare probabili disturbi di apprendimento che tuttavia non possono essere considerati ancora come diagnosi. Secondo i dati del ministero gli alunni “a rischio dsa” frequentanti la scuola dell’infanzia, sono risultati pari a 1.725 nell’anno scolastico 2021/2022 e a 2.080 nel 2022/2023. Per quel che concerne la scuola primaria si sono attestati a 4.205 unità nel 2021/2022, e a 4.388 nel 2022/2023. “Studi clinici – spiega Iacopini – ci dicono che oggi ci sono segni che ci possono far pensare a una fragilità già all’ultimo anno della scuola dell’infanzia. Tutto ciò serve a noi per attenzionare e lavorare su potenziamenti mirati”.

L’aumento delle diagnosi – Carlo Di Pietrantoni, dirigente analista di epidemiologia, ha analizzato i dati negli anni: “Dal 2014/2015 al 2022/2023, il numero di studenti con certificazione dsa mostra una crescita contenuta. In particolare, negli ultimi sette anni scolastici si sono osservati per ogni anno incrementi inferiori a un mezzo punto percentuale. Nell’anno scolastico 2020/2021 – ha aggiunto – l’incremento rispetto all’anno scolastico precedente è stato particolarmente contenuto (+0,1%), probabile effetto della pandemia e dell’impossibilità di ottenere certificazioni durante quel periodo, che però ha determinato un lieve incremento nei due anni successivi. Per ciclo scolastico, la certificazione si stabilizza attorno al 3% nella primaria, tende al 6,5% nella secondaria di primo grado e al 7,0% nella secondaria di secondo grado. Il sistema – ha concluso – sembra avviarsi a una stabilizzazione, ma persiste un divario tra Nord e Sud, suggerendo una sotto diagnosi nelle regioni meridionali”.

C’è chi dice no – I dati del ministero, come detto, non hanno convinto tutti gli specialisti. Il pedagogista Daniele Novara, ad esempio, è critico su tutta la linea, a iniziare dalle diagnosi fatte alla fine della scuola dell’infanzia: “Il governo dovrebbe intervenire di fronte a queste procedure selvagge – ha detto – Considerare la naturale immaturità un problema, attraverso questi screening, è assurdo”. Stesso discorso per quando riguarda l’aumento delle diagnosi, questione che anche di recente ha dato vita a esternazioni e polemiche da parte anche di Umberto Galimberti. “È lo stesso ufficio scolastico della Regione Emilia Romagna ad aver evidenziato un eccessivo aumento – ha sottolineato Novara – La scuola anziché guardare i progressi neo-valutativi continua a usare metodologie arcaiche che non considerano i normali ritardi nello sviluppo della letto scrittura. Non voglio dire che i disturbi non esistono – ha aggiunto – ma non in queste percentuali che contraddicono le previsioni internazionali”.

E quali sarebbero queste previsioni? È lo stesso Novara a elencarle: “I dati epidemiologici degli studi internazionali si attestano al 2-3%, secondo le stime della Consesus Conference del 2010, a cui partecipano esperti dei ministeri di diverse parti del mondo. Nel nostro Paese sono il doppio. È assurdo – ha attaccato il pedagogista – Non siamo negazionisti. Proliferano sempre più centri privati che effettuano test senza alcuna base scientifica e senza alcun intervento normativo”. D’altro canto sono diverse le varianti che fanno pensare alle ragioni di un incremento notevole in Italia rispetto ad altri Paesi. Secondo diverse fonti di letteratura internazionale e inchieste sul tema, l’aumento dei casi in Italia è correlato a una maggiore sensibilizzazione e formazione del personale scolastico e sanitario. C’è una migliore capacità di identificare e supportare gli studenti Dsa, insomma, ma a detta di altri esperti si tratta di criteri diagnostici e metodi di raccolta dati diversi. Novara non ha usato mezze misure e parlato di “business”.

L’eccellenza italiana – A dare una lettura completamente diversa dei dati è Marco Pontis, docente di pedagogia e didattica speciale delle disabilità intellettuali e dei disturbi generalizzati dello sviluppo che da vent’anni lavora con le persone con disturbi, con le famiglie e le scuole: “Dalla Legge del 2010 c’è più attenzione da parte della scuola, è quindi chiaro che i numeri siano aumentati. Stimo Galimberti ma rispetto alle sue dichiarazioni sulla ‘scuola come clinica psichiatrica‘ va detto che ai suoi tempi nessun insegnante conosceva i disturbi specifici di apprendimento, ad esempio, e spesso nemmeno venivano diagnosticati i disturbi dello spettro autistico. Un alunno con dsa, ad oggi, non ha diritto a un insegnante specializzato per il sostegno – ha continuato – e il termine da lui utilizzato, ovvero ‘handicappato dal punto di vista psichiatrico’, oltre ad essere anacronistico è offensivo e irrispettoso della dignità della persona”. E ancora: “Non solo, il ‘percorso facilitato’ non esiste – ha spiegato – C’è un piano educativo individualizzato (Pei) per gli alunni con disabilità certificata in base alla Legge 104/92 e può essere ordinario, personalizzato oppure differenziato oppure un piano didattico personalizzato (Pdp), obbligatorio per gli alunni con dsa e facoltativo per altri BES (bisogno educativo speciale) non legati a una certificazione clinica”. È proprio su quest’ultimo punto che si sofferma Pontis: “Il Pdp si può fare anche per un alunno con semplici difficoltà in matematica o comprensione del testo o lettura che non soddisfa i criteri di una diagnosi per dsa. Una programmazione personalizzata aiuta – ha concluso – Dobbiamo andare oltre la diagnosi che è solo un tassello”.

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martedì 1 aprile 2025

Morire soli: la società ci vede solo finché produciamo - Gianluca Cicinelli

 

Gene Hackman e Betsy Arakawa a Santa Fe, i coniugi Steffenoni a Montericco. Due storie lontane, geograficamente e per contesto, ma accomunate da un epilogo simile: la morte avvenuta nel silenzio, nell’isolamento, senza che nessuno si accorgesse della loro assenza per giorni, settimane, mesi.

Due casi che si inseriscono in una tendenza sempre più diffusa nelle società moderne, dove la solitudine non è solo una condizione emotiva ma una realtà materiale, capace di far scomparire del tutto una persona agli occhi del mondo.

Gene Hackman, attore premio Oscar, e sua moglie Betsy Arakawa sono stati trovati morti nella loro casa di Santa Fe, in New Mexico, il 26 febbraio scorso. Secondo le ricostruzioni, Arakawa sarebbe deceduta giorni prima del marito, probabilmente a causa di una rara malattia polmonare, mentre Hackman, 95 anni e affetto da Alzheimer, sarebbe rimasto solo, incapace di chiedere aiuto.

Nessuno si era accorto della loro scomparsa, fino a quando un addetto alla manutenzione ha deciso di entrare nell’abitazione. Ma almeno Hackman, dopo la tragica fine, ha avuto qualcuno che lo ha pianto, un ricordo che resterà nelle pagine della storia del cinema. I coniugi Steffenoni no. Nessuno si è accorto della loro scomparsa fino al giorno in cui tre ragazzi si sono avventurati nella loro villa, credendola abbandonata.

Dall’altra parte dell’oceano, sulle colline tra Verona e Negrar, la scoperta dei corpi mummificati di Marco Steffenoni, odontoiatra in pensione, e della moglie Maria Teresa Nizzola, è avvenuta in modo del tutto casuale. Un gruppo di giovani praticanti dell’“urbex”, l’esplorazione urbana, ha trovato i due cadaveri in una villa che sembrava abbandonata.

Dai primi rilievi, la morte risalirebbe a diversi mesi prima, probabilmente tra ottobre e novembre. Anche in questo caso, nessuno si era accorto della loro assenza, nessuna chiamata, nessun allarme, fino al momento della scoperta accidentale.

Se fossero stati ancora al lavoro, in uno studio medico, tra pazienti e appuntamenti, qualcuno si sarebbe accorto che non c’erano più. Ma una volta usciti dal ciclo della produzione, una volta cessata la loro utilità economica, la loro assenza è stata un’assenza invisibile. Nessuno ha notato il silenzio, perché non c’era più nessun luogo a cui mancassero.

 

Queste storie sono frammenti di una realtà più ampia. Il fenomeno delle morti solitarie, un tempo associato esclusivamente agli anziani indigenti o ai senza fissa dimora, oggi attraversa ogni classe sociale. In Giappone, dove il fenomeno ha un nome specifico, “kodokushi”, si registrano ogni anno migliaia di casi di persone che muoiono senza che nessuno se ne accorga per settimane o mesi.

In Italia, anche se non ci sono statistiche altrettanto precise, gli esperti confermano che le morti solitarie sono in crescita. Secondo l’ISTAT, il numero di persone che vivono sole ha superato i 9 milioni, e in molte città italiane i servizi sociali segnalano un aumento delle segnalazioni di decessi scoperti con grande ritardo.

Siamo visibili finché lavoriamo, finché produciamo. Ma se scompariamo da quei luoghi in cui siamo richiesti, da quegli spazi dove siamo necessari, la nostra esistenza smette di lasciare tracce.

C’è poi un altro paradosso: né Hackman né i coniugi Steffenoni erano poveri. Entrambe le coppie godevano di una condizione economica più che dignitosa. Ma il denaro può bastare per una vita confortevole, non per una vita sociale. Non è la sicurezza economica a impedire la solitudine.

Si può vivere circondati dal verde, in una villa, con ogni comfort possibile, e restare comunque invisibili al mondo. Non è una questione di ceto sociale, ma di relazioni, di legami, di comunità che si dissolvono.

Forse la domanda che questi casi ci pongono è semplice: chi si accorgerebbe della nostra assenza? E quanto tempo passerebbe prima che qualcuno lo noti? E soprattutto, cosa dice di noi una società in cui si può morire nel silenzio, senza che nessuno se ne accorga?

Non è una questione di cronaca nera, ma di come è organizzata la nostra vita collettiva. Di come la frammentazione delle relazioni, l’individualismo e l’assenza di spazi di comunità possano portare a questo tipo di epiloghi. Viviamo in un mondo in cui il controllo digitale è pervasivo, in cui ogni nostro acquisto e ogni nostro spostamento lasciano una traccia, ma la nostra vita, nel senso più umano del termine, può sparire nel nulla senza che nessun sistema di sorveglianza se ne accorga.

La tecnologia ci rende rintracciabili, ma non presenti. Ci osserva, ma non ci vede davvero.

E allora forse la vera domanda è: viviamo o serviamo? Finché serviamo a qualcuno o a qualcosa, la nostra presenza è riconosciuta, ma quando smettiamo di essere utili, restiamo solo nella nostra interiorità, nella nostra essenza non visibile. E se nessuno ci guarda davvero, esistiamo ancora?

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lunedì 31 marzo 2025

Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica chiede un lungo elenco di integrazioni sul progetto di centrale eolica flottante Mistral - Stefano Deliperi

 

Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica – Commissione tecnica VIA/VAS ha chiesto (nota prot. n. 1278 del 31 gennaio 2025) alla Società Parco Eolico flottante Mistral s.r.l. (Gruppo Acciona) un lungo elenco di approfondite integrazioni al progetto e allo studio di impatto ambientale nell’ambito del procedimento di valutazione di impatto ambientale (V.I.A.) relativo al progetto di centrale eolica “Parco eolico flottante Mistral, proposto dalla Parco Eolico flottante Mistral s.r.l. (Gruppo Acciona) nel Mar di Sardegna.

Le richieste d’integrazione riguardano praticamente l’intero progetto e l’intera documentazione depositata a supporto della richiesta di pronuncia di compatibilità ambientale. In estrema sintesi:

* schede tecniche e modalità operative delle strutture che dovranno ospitare gli aerogeneratori;

* la fattibilità tecnico-economica del progetto;

* le potenziali criticità realizzative;

* la compatibilità con i “Piani di Gestione dello Spazio Marittimo Italiano dell’Area Marittima interessata dal progetto” ora vigenti;

* le soluzioni tecniche per i cavidotti e i collegamenti con la rete elettrica nazionale;

* la reale ed attuale situazione delle aree terrestri interessate dal progetto, comprese le zone percorse da incendi;

* gli effetti sul microclima locale (aumento della temperatura e della nebbiosità, ecc.) e sull’ondosità;

* problematiche occupazionali in fase di realizzazione, gestione e dismissione;

* realizzazione di una “Relazione geologica integrativa, in cui sia valutata e dichiarata la piena compatibilità ambientale di tutte le opere in progetto (Area impianto offshore, cavidotto di collegamento offshore e opere di connessione alla RTN onshore) in ordine agli aspetti geologici, geomorfologici, idrogeologici e sismici”;

* analisi dettagliata su tutte le fonti idriche a uso potabile e il relativo impatto diretto e indiretto conseguente alla realizzazione dell’opera;

* analisi puntuale del consumo di fondale generato da aerogeneratori e cavidotti;

* analisi specifica dei campi elettromagnetici prodotti;

* analisi dell’impatto delle vibrazioni sugli ambienti terrestri e sulla fauna marina;

* analisi dell’impatto del rumore sulla fauna marina e il potenziale danno arrecato;

* profonde integrazioni al piano di monitoraggio ambientale;

* indicazione puntuale delle misure di compensazione;

* predisposizione di adeguate foto simulazioni dell’impatto paesaggistico a terra e a mare degli impianti in progetto da vari punti di vista di rilievo ambientale e storico-culturale, anche con la predisposizione di un portale web aperto al pubblico e la proposta di efficaci misure di mitigazione;

* caratterizzazione dei sedimenti connessi alla sistemazione di cavi e cavidotti;

* indicazione puntuale dell’area interdetta alla navigazione, che comunque dovranno esser oggetto di interlocuzioni e valutazioni internazionali, in quanto riguardanti zone di mare attualmente escluse dalla giurisdizione italiana;

* individuazione e valutazione degli impatti cumulativi con analoghi progetti;

* analisi di dettaglio degli impatti degli ancoraggi;

* analisi dettagliata sugli impatti sull’avifauna e sulla fauna marina (attualmente assenti), anche in considerazione delle opere a terra;

* valutazioni sull’eventuale riduzione degli aerogeneratori e su alternative di posizionamento;

* analisi e valutazioni specifiche sugli impatti su specie faunistiche e botaniche protette nonché sulle aree ricadenti della Rete Natura 2000;

* controdeduzioni alle numerose osservazioni presentate da soggetti pubblici e privati (ben 36 atti).

In ogni caso, si ricorda che “l’area individuata dal Proponente risulta essere collocata, all’attualità, al di fuori delle acque territoriali dello Stato e che la Repubblica Italiana non ha ancora compiutamente definito la propria ZEE (Zona Economica Esclusiva), prevista dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare ‘”United Nations Convention on the Law of the Sea’,’”UNCLOS’) e richiamata nell’ordinamento dalla legge 14 giugno 2021, n. 91 e in conformità a quanto previsto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare sopra richiamata, autorizzata l’istituzione di una zona economica esclusiva a partire dal limite esterno del mare territoriale italiano e fino ai limiti determinati a norma di legge; pertanto, alla luce delle considerazioni preliminari sopra richiamate, il procedimento in essere, pur proseguendo nel suo inter-istruttorio, resterà subordinato alle determinazioni che vorrà assumere il Governo in ordine alle scelte operate in campo internazionale e, segnatamente, alla definitiva proclamazione della ZEE nell’area in esame”.

Come si può capire agevolmente, progetto e studio d’impatto ambientale presentati lasciano parecchio a desiderare, con gravi rischi per il mare, la fauna marina, le tante attività umane che sul mare si svolgono.

Il progetto di centrale eolica offshore flottante “Mistral” prevede la realizzazione di una centrale eolica off shore, con 32 “torri eoliche” altre più di 200 metri, su una superficie marina di centinaia di ettari, a circa 35 chilometri (circa 19 miglia marine) dalla costa della Sardegna Nord Ovest.

La potenza prevista è di 15 MW per ciascuna “torre eolica flottante” per complessivi 480 MW, mentre la durata prevista della centrale eolica sarebbe di 30 anni e il cavidotto di collegamento dovrebbe approdare sulla terraferma sulla costa algherese, da dove parte un nuovo elettrodotto verso stazioni elettriche e la stazione di connessione alla rete di Ittiri (da potenziare).

Il GrIG era già intervenuto con specifico atto di opposizione (28 giugno 2022), avverso il rilascio della richiesta concessione demaniale marittima trentennale in assenza di qualsiasi atto autorizzativo.

Ora, non rilasciata la concessione demaniale marittima, è stata richiesta la pronuncia di compatibilità ambientale, la procedura di V.I.A. – nella quale il GrIG è intervenuto (30 luglio 2024) con specifico atto di “osservazioni” –  è in corso.

A breve potrebbe esser avviato il procedimento di V.I.A. anche per un altro progetto di centrale eolica offshore flottante in parte sovrapponibile, il progetto “Sardinia North West”, nei mari della Sardegna nord occidentale, al largo di Capo Caccia,che ha concluso la procedura preventiva di individuazione dei contenuti dello studio di impatto ambientale (scoping).

In un’area di mare di 382 chilometri quadrati in concessione, 27 strutture di fondazione galleggianti a forma triangolare ancorate al fondale, dotate ciascuna di n. 2 aerogeneratori, ciascuno con potenza nominale di 25 MW ciascuno, per un numero totale di 54 aerogeneratori e una potenza totale dell’impianto pari a 1.350 MW; cavidotti, cabine di trasformazione, collegamenti terrestri alla rete per una quarantina di chilometri da Alghero fino a Cabu Aspru, nel territorio comunale di Sassari.

Anche in questo caso il GrIG era già intervenuto con specifico atto di opposizione (24 agosto 2022), avverso il rilascio della richiesta concessione demaniale marittima trentennale in assenza di qualsiasi atto autorizzativo.

Il GrIG da un lato è favorevole alla produzione energetica da fonti rinnovabili, ma è assolutamente contrario a ogni ipotesi di speculazione energetica.

Qualche sintetica considerazione sulla speculazione energetica in corso in Italia è stata svolta autorevolmente dalla Soprintendenza speciale per il PNRR, che, dopo approfondite valutazioni, ha evidenziato in modo chiaro e netto: “… è in atto una complessiva azione per la realizzazione di nuovi impianti da fonte rinnovabile (fotovoltaica/agrivoltaica, eolico onshore ed offshore) … tanto da prefigurarsi la sostanziale sostituzione del patrimonio culturale e del paesaggio con impianti di taglia industriale per la produzione di energia elettrica oltre il fabbisogno … previsto … a livello nazionale, ove le richieste di connessione alla RTN per nuovi impianti da fonte rinnovabile ha raggiunto il complessivo valore di circa 328 GW rispetto all’obiettivo FF55 al 2030 di 70 GW” (nota Sopr. PNRR prot. n. 51551 del 18 marzo 2024)”, cioè 4,7 volte l’obiettivo previsto a livello europeo.

Qui siamo alla reale sostituzione paesaggistica e culturale, alla sostituzione economico-sociale, alla sostituzione identitaria.  

Il fenomeno della speculazione energetica, oltre che in Sardegna, è pesantemente presente in modo particolare nella Tuscia, in Puglia, nella Maremma, in Sicilia, sui crinali appennnici.

In tutto il territorio nazionale le istanze di connessione di nuovi impianti presentate a Terna s.p.a. (gestore della rete elettrica nazionale) al 31 dicembre 2024 risultano complessivamente ben 6.071, pari a 348,62 GW di potenza, suddivisi in 3.881 richieste di impianti di produzione energetica da fonte solare per 152,21 GW (43,66%), 2.057 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a terra per 109,94 GW (31,53%) e 133 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica  a mare 86,48 GW (24,81%).

Un’overdose di energia potenziale che non potrebbe esser nemmeno esser consumata. Significa energia che dovrà esser pagata dal gestore unico della Rete (cioè soldi che usciranno dalle tasse dei contribuenti).

Gli unici che guadagneranno in ogni caso saranno le società energetiche, che – oltre ai certificati verdi e alla relativa commerciabilità, nonchè agli altri incentivi – beneficiano degli effetti economici diretti e indiretti del dispacciamento, il processo strategico fondamentale svolto da Terna s.p.a. per mantenere in equilibrio costante la quantità di energia prodotta e quella consumata in Italia: In particolare, riguardo gli impianti produttivi di energia da fonti rinnovabili, “se necessario, Ternainvia specificiordiniperridurreo aumentare l’energia immessa in rete alle unità di produzione”, ma l’energia viene pagata pur non utilizzata.

 I costi del dispacciamento sono scaricati sulle bollette degli Italiani.

Inoltre, la Commissione europea – su richiesta del Governo Italiano – ha recentemente approvato (4 giugno 2024) un regime di aiuti di Stato “volto a sostenere la produzione di un totale di 4 590 MW di nuova capacità di energia elettrica a partire da fonti rinnovabili”.   In particolare, “il regime sosterrà la costruzione di nuove centrali utilizzando tecnologie innovative e non ancora mature, quali l’energia geotermica, l’energia eolica offshore (galleggiante o fissa), l’energia solare termodinamica, l’energia solare galleggiante, le maree, il moto ondoso e altre energie marine oltre al biogas e alla biomassa. Si prevede che le centrali immetteranno nel sistema elettrico italiano un totale di 4 590 MW di capacità di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili. A seconda della tecnologia, il termine per l’entrata in funzione delle centrali varia da 31 a 60 mesi”.

Il costo del regime di aiuti in favore delle imprese energetiche sarà pari a 35,3 miliardi di euro e, tanto per cambiare, sarà finanziato “mediante un prelievo dalle bollette elettriche dei consumatori finali”.

Insomma, siamo all’overdose di energia producibile da impianti che servono soltanto agli speculatori energetici.

Il GrIG ha avanzato la proposta della verifica nazionale del quantitativo di energia elettrica realmente necessario e della successiva pianificazione statale in base ai reali fabbisogni energetici delle aree a mare e a terra dove installare gli impianti eolici e fotovoltaici e, dopo coinvolgimento di Regioni ed Enti locali e svolgimento delle procedure di valutazione ambientale strategica (V.A.S.), successivamente da assegnare mediante bandi pubblici al migliore offerente per realizzazione, gestione e rimozione al termine del ciclo vitale degli impianti di produzione energetica.

La prima cosa necessaria, a breve termine, sarebbe una moratoria nazionale (non regionale, già dichiarata costituzionalmente illegittima con sentenza Corte cost. n. 27/2023), una sospensione di qualsiasi autorizzazione per nuovi impianti di produzione energetica da fonti rinnovabili.  Oltre l’individuazione normativa delle aree idonee e inidonee a breve termine, a medio termine, è certamente necessario completare il processo di pianificazione paesaggistica.

Il GrIG ha recentemente promosso in proposito la petizione popolare Si all’energia rinnovabile, no alla speculazione energetica!, che ha ormai superato le 21 mila adesioni, dove sono esposte chiaramente le ragioni perché si possano finalmente pianificare gli interventi di una vera e condivisa transizione energetica senza stravolgere superstiti aree agro-naturalistiche, eccellenze alimentari, campi, pascoli, boschi, coste, crinali, avifauna, siti archeologici, beni artistici e culturali, sentieri, cammini, ciclovie, itinerari turistici enogastronomici scampati ad un vorace consumo di suolo e ora gravemente minacciati da questa arrembante deriva affaristica mascherata di verde e senza rischio d’impresa perchè incentivata con le nostre bollette.

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domenica 30 marzo 2025

Scienza: il nemico numero uno per Trump - Mariano Rampini

Le sirene di allarme suonano un po’ dappertutto. Siamo forse tornati nel pieno della Seconda Guerra Mondiale quando nelle città europee lo stesso, stridulo suono annunciava l’arrivo di un bombardamento? No, per il momento ₋ solo per il momento, ahimé ₋ questo pericolo l’abbiamo scampato. Ma le sirene continuano a suonare e non occorre un orecchio particolare per capire che quegli allarmi continueranno a farsi sentire. A lungo.

Riguardano la salute di tutti, nessuno escluso, anche di coloro che fanno parte dei tanti movimenti antivax ai quali la diffusione a macchia d’olio delle “democrature” (termine non elegantissimo ma che certamente definisce ciò che accade in molti Paesi) ha concesso sempre più spazi. Quasi a premiarli del forte appoggio offerto all’avvento di movimenti e/o personaggi come quelli attualmente al governo negli Usa.

Fino dalle sue prime uscite il presidente Trump ha infatti mostrato tutto il suo livore vero quella scienza che pure ha portato gli Usa ai primi posti del mondo per quanto riguarda la ricerca.

Da questo orecchio Trump, che vorrebbe un America Ancora Grande (Maga, per intenderci: Make America Great Again), sembra proprio non sentirci e tra i primi ad avvertire il peso delle sue decisioni è stata proprio l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms o, se si preferisce World Health Organization) che si è vista tagliare dall’oggi al domani i fondi proprio dallo Stato suo principale finanziatore.

Lo ha affermato a chiare lettere il direttore generale della stessa Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Ginevra, dove ha rilevato come l’atto esecutivo di Donald Trump potrebbe costare «milioni di vite umane» impedendo di fatto l’accesso ai servizi sanitari essenziali. La decisione di stringere i cordoni della borsa (sarebbe questa la motivazione principale addotta da Trump) si rivelerebbe mortifera per una lunga serie di attività dell’Oms: nella lotta contro l’Aids, ad esempio, «potrebbe annullare 20 anni di progressi, causando più di 10 milioni di casi aggiuntivi e 3 milioni di morti correlate all’Hiv, il triplo rispetto all’anno scorso».

La scelta di Trump, secondo Ghebreyesus, andrebbe riconsiderata anche solo per non far mancare «il sostegno alla salute globale». Il direttore dell’Oms ha portato l’esempio della lotta a malattie come malaria e tubercolosi dove si registrano già «…gravi interruzioni nella fornitura di diagnostici per la malaria, farmaci e zanzariere trattate con insetticidi a causa di scorte, ritardi nella consegna o mancanza di fondi».

Già, perché al ritiro dall’Oms si aggiungono le misure sull’Usaid (l’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale e dei programmi sanitari): dallo stop di tre mesi alla sua attività, fino alla chiusura del suo sito web. E la “longa manus” (forse è vero il contrario?) di Trump, Elon Musk ha annunciato l’intenzione di abolirla definitivamente.

La scure di Washington si è abbattuta anche sui Cdc, i rinomati Centers for Disease Control and Prevention (quelli che negli Usa hanno gestito la pandemia di Covid e che tengono sotto controllo la salute complessiva degli americani). Sempre nell’ottica di risparmiare sulle spese federali (da tempo messe sotto accusa da Trump e dal suo sodale Musk come “fonti di sprechi” a danno dei cittadini americani) sono in programma sostanziosi tagli al funzionamento di Medicaid, cioè del servizio sanitario americano destinato a sostenere le famiglie a basso reddito.

Una pausa radicale sulle attività chiave nei National Institutes of Health (il più grande istituto di ricerca biomedica al mondo) deriverà poi dai risparmi che l’amministrazione Trump cerca e che sarebbero diretti a sfoltire i cosiddetti costi “indiretti” quelli cioè che non ineriscono direttamente alla ricerca ma che la rendono possibile (manutenzione dei laboratori, fornitura di attrezzature e stipendi del personale amministrativo e di supporto).

L’elenco delle azioni messe in atto dal Governo Trump e dirette in qualche modo a “contenere” la spesa pubblica con l’uso della motosega, sempre nel campo della ricerca biomedica o nei programmi di assistenza medico-sanitaria, non finisce qui. Ci sono un altro paio di fatti da non dimenticare. L’amministrazione Trump senza particolari clamori ha emanato due direttive. La prima ha ripescato la «Mexico City Policy» in una versione ampliata: il provvedimento blocca qualsiasi finanziamento federale alle organizzazioni non governative per la salute che forniscano informazioni e cure relative all’aborto. Ed è arrivata anche una stretta all’Emendamento Hyde che, salvo rarissime eccezioni, proibisce l’uso di fondi federali per l’aborto. Infine, durante la sua prima settimana da Potus (president of the United States) con un ordine esecutivo – questa volta ampiamente pubblicizzato – ha concesso la grazia a 23 attivisti condannati per aver bloccato l’accesso a cliniche in cui si praticano aborti.

Veniamo adesso a uno dei personaggi più contestati del governo Trump: il segretario alla salute Robert Kennedy Jr. Prima ancora del suo insediamento un nutrito numero di scienziati aveva scritto al Senato Usa per chiedere di non ratificare la sua nomina. Perché? Kennedy Jr. è noto per le sue posizioni antivax, ed è uno dei sostenitori della creazione del virus del Covid in laboratorio destinato a non colpire cinesi ed ebrei (qui scatta una perplessità: ma l’amministrazione Trump non ha apertamente appoggiato il governo Netanyahu?). Lo stesso RKJ – Robert Kennedy Jr, – messo dinanzi alla realtà di quanto stava accadendo in Texas dove è scoppiata un’epidemia di morbillo nella Contea di Gaines (in quel luogo c’è una forte presenza di Mennoniti, il più numeroso credo anabattista che predica un ritorno alle origini della Chiesa cristiana e si tiene lontano da ciò che è “moderno”) ha finito con il minimizzare nonostante ci fossero stati più di duecento casi di morbillo e la morte di una bambina in età scolare non affetta da altre patologie (i suoi genitori, convinti no-vax, nonostante quanto accaduto alla loro figliola, hanno ribadito l’invito a tutti di non farsi vaccinare).

Va ricordato che poco meno di venti anni fa, grazie al sistema vaccinale, il morbillo era stato dichiarato non endemico negli Usa e che le tante campagne novax, spesso condotte da organizzazioni simil-religiose, hanno finito con l’abbassare notevolmente la protezione indotta dai vaccini.

Kennedy Jr. a questo proposito ha sì dichiarato i vaccini “utili” ma si è anche dichiarato favorevole alla «libertà di scelta». Se qualcuno non volesse vaccinarsi, il Governo non lo dovrebbe costringere perché i vaccini provocano decessi ogni anno e arricchiscono le case farmaceutiche (ma del ruolo economico che l’industria farmaceutica ha negli Usa che ne è stato?) anche se il vaccino antimorbillo viene somministrato in tutto il mondo da decenni e con successo.

RKJ non è nuovo a queste uscite: crede infatti alla correlazione tra autismo e vaccinazioni, una posizione oramai screditata tra gli scienziati di tutto il mondo (*). L’associazione antivaccinista Children’s Health Defence che fa capo allo stesso Kennedy Jr in una sua pubblicazione sostiene che le epidemie di morbillo siano state “create” con l’obiettivo di diffondere paure tra la popolazione. Le autorità sanitarie (quelle sulle quali ora si stende la longa manus dello stesso segretario alla Salute) sarebbero asservite alle industrie farmaceutiche e per compiacerne gli interessi userebbero sui bambini vaccini inutili e dannosi.

Ma le esternazioni di Kennedy Junior non sono finite qui: a suo dire le vitamine (chi le produce? Le stesse case farmaceutiche?) in particolare quella A potrebbero ridurre «drasticamente» la mortalità del morbillo. Se poi ci si aggiunge l’olio di fegato di merluzzo, ancora meglio. Alla faccia di qualsiasi plausibilità scientifica. Il presidente dell’associazione dei pediatri Usa interrogato in proposito ha ribadito di non conoscere nessun suo collega che avrebbe mai usato la vitamina A come cura per il morbillo.

Qui scatta la strategia che l’intera amministrazione Trump sta perseguendo: diffondere notizie false, senza nessun possibile contatto con la realtà, avvolte però in una confezione accettabile dal grande pubblico. La vitamina A, infatti, certamente non cura il morbillo, né lo previene. È però utile come coadiuvante in soggetti già malati.

Infine RKJ non ha mancato di dire la sua anche in ordine all’influenza aviaria che sta decimando gli allevamenti statunitensi. A suo dire sarebbe opportuno lasciar circolare il virus (si tratta dell’H5N) allo scopo di individuare gli esemplari di bestiame più resistenti. Un’idea strampalata oltre ogni benevola considerazione di chi l’ha espressa. Dinanzi alle dimensioni del fenomeno (più di 23 milioni di uccelli da cortile uccisi perché colpiti dal virus) rimanere ad assistere a braccia incrociate non farebbe altro che consentire al virus di mutare, magari in una forma più virulenta. E già ci sono stati casi di “salti di specie” con il passaggio del virus dai volatili ai mammiferi. Con il rischio non improbabile che si possa arrivare a una mutazione pericolosa anche per l’uomo.

 

Creare confusione

L’effetto delle azioni del governo Trump si sono immediatamente ripercosse sul mondo scientifico americano. La lettera di benvenuto ai quasi 4.000 partecipanti all’edizione 2025 del CROI (Conference on Retroviruses and Opportunistic Infections) sottolineava come la manifestazione stesse per svolgersi «… in un clima di tremenda apprensione e incertezza, a causa delle recenti azioni del governo degli Stati Uniti». E al momento dell’iscrizione sono state distribuite spillette da appuntarsi sui vestiti con su scritto «Io sostengo la scienza» e «Io sostengo i nostri lavoratori federali».

Si è trattato di una più che legittima reazione sia alle decisioni prese da Trump in merito ai licenziamenti in massa di dipendenti federali (per fortuna quei provvedimenti sono rimasti congelati ma pendono come una spada di Damocle sulla loro testa) sia alle numerose restrizioni applicate agli spostamenti degli stessi dipendenti che hanno di fatto impedito a molti ricercatori, medici, funzionari della sanità pubblica Usa, come di enti quali i National Institutes of Health (NIH) o i Centers for Disease Control (CDC) di partecipare al meeting.

Si tratta di organizzazioni ed enti che da decenni sono impegnati sul fronte della lotta all’Aids costretti improvvisamente, praticamente senza alcun preavviso, a fermare la loro attività: niente più comunicazioni, viaggi, meeting, niente.

È la prima volta che accade qualcosa del genere: fin dalla prima edizione del meeting nel 1993, non si era mai assistito a qualcosa di simile. Così non sono stati pochi gli interventi “esterni” proiettati sul grande schermo in cui si è sentito affermare che un taglio ai fondi per la ricerca e lo studio dell’Hiv sarebbe un disastro tale da provocare moltissimi morti

Tra questi interventi anche quello di Anthony Fauci e va sottolineata la sua vicenda: Fauci è stato al vertice dei National Institute of Allergy and Infectious Diseases dal 1984 al 2022 e il suo operato per far sì che la ricerca contro il virus Hiv non segnasse il passo è universalmente noto. Nel 2020, cioè nel pieno dell’epidemia di Covid, Trump – allora in carica per il suo primo mandato come presidente Usa – lo chiamò a far parte della task force che avrebbe dovuto fronteggiare l’emergenza. Fauci in quella veste si trovò in più di un’occasione a smentire le affermazioni strampalate di Trump che se la legò al dito. Durante l’amministrazione Biden, Fauci fu nominato «consigliere medico capo» e anche questo non andò giù a Trump.

Così Biden, prima di lasciare la Casa Bianca ha concesso la “grazia presidenziale” ad alcuni funzionari pubblici e tra questi anche ad Anthony Fauci: un modo per proteggerli da eventuali «procedimenti giudiziari ingiustificati e politicamente motivati».

Torniamo a quello che è successo a San Francisco perché l’edizione CROI del 2025 è stata anche occasione di una manifestazione collaterale tenutasi nello Yerba Buena Park. E anche lì si è respirata un’aria densa di preoccupazione per l’attacco che l’amministrazione Trump ha sferrato alla ricerca biomedica Usa. Sono riapparsi anche cartelli con lo slogan “Silence=Death” già famoso negli anni Novanta del secolo scorso.

I tagli di Trump ostacoleranno la formazione di nuovi medici e ricercatori: solo con la ricerca è stato possibile giungere agli antiretrovirali di ultima generazione che hanno assicurato a milioni di malati di Aids una vita più sicura. Ora il “congelamento” di USAID (United States Agency for International Development) e di programmi come il PEPFAR (President’s Emergency Plan for AIDS Relief) e il PMI (President’s Malaria Initiative) crea una situazione davvero paradossale e pericolosissima non solo per gli Stati Uniti ma per tutti i Paesi che di quelle ricerche e di quei fondi hanno beneficiato per il trattamento e la cura: PEPFAR, ad esempio, nell’arco degli ultimi 21 anni, ha permesso di salvare 26 milioni persone e prevenuto l’infezione di 7,8 milioni di bambini.

 

 

Il trionfo della non-scienza

Preoccupazione, timore ma anche rabbia e sconcerto perché se è vero che la premiata ditta Trump & Musk intende chiudere i cordoni della borsa del bilancio federale realizzando risparmi di 2 trilioni di dollari (qualcosa come 2mila miliardi di dollari), è anche vero che in questo modo rischiano di produrre un danno simile a un’onda lunga che colpirà non solo l’economia Usa ma anche quella mondiale.

Partiamo dalla farmaceutica, la grande colpevole di tanti complotti ai danni dei cittadini secondo i movimenti antivax così cari al “ministro” della salute Robert Kennedy Jr. Tra le maggiori industrie farmaceutiche mondiali, almeno sette sono stabilmente nei primi dieci posti e hanno casa madre in America del Nord (Eli Lilly, Johnson&Johnson, Merck, Bristol-Meyers-Squibb, Pfizer e Amgen). Se guardassimo all’elenco delle prime venti, ne troveremmo di più. Ora i tagli di Trump al funzionamento dei soli National Institutes of Health ma anche le restrizioni imposte alle comunicazioni esterne delle agenzie federali, il tetto ai finanziamenti indiretti e, soprattutto l’interruzione dei finanziamenti alla ricerca per la salute delle persone LGBTQ+ (emanano davvero un cattivo odore queste scelte contro i programmi di diversità e inclusione) mettono a repentaglio l’intero sistema di ricerca bio-medica mondiale.

Se allargassimo appena un po’ l’analisi dei “magheggi” (Maga…) trumpiani, scopriremmo che l’intero settore della ricerca sul clima è oggetto di un attacco feroce: la National Science Foundation (NSF) e la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) subiranno tagli sostanziali di bilancio e una riduzione di personale fino al 50%.

Se questo è il mattino, quello che ci attende nei prossimi quattro anni di mandato del presidente Usa, appare decisamente oscuro. Anche perché non passa giorno che attraverso un’esternazione o un’altra, il “dinamico duo” conquisti un passaggio nei quotidiani di tutto il mondo. Questo però a scapito di interi settori economici e, soprattutto del gran numero di dipendenti federali che andranno a ingrossare le fila dei disoccupati negli Usa. Senza trascurare l’impatto che la singolare politica dei dazi adottata da Trump potrebbe finire col danneggiare più gli Usa che i suoi presunti avversari. Tra i quali l’Europa verso la quale l’atteggiamento del presidente-tycoon è da subito stato quasi di dileggio. A questo proposito va ricordato che alcuni farmaci di comune prescrizione vengono prodotti in Europa. Stando ai dati sulle importazioni di fonte Fda (Food and drug administration) ci sono diversi i medicinali che provengono dal Vecchio Continente** e l’introduzione dei possibili dazi tra Usa ed Europa verrebbe a creare ulteriore confusione e a pagarne le conseguenze sarebbero proprio quei cittadini statunitensi che Trump vorrebbe invece proteggere (?).

A questo punto appare evidente che l’atteggiamento di chiusura mostrato dall’amministrazione Trump verso qualsiasi forma di progresso o di avanzamento scientifico potrebbe apire enormi opportunità a quella Europa che, secondo il presidente eletto, avrebbe da sempre “imbrogliato” gli Usa.

 

(*) nasce dalle affermazioni “pro domo sua” di tal Andrew Wakefield che nel 1998 pubblicò uno studio segnalando la possibile correlazione tra il vaccino MPR ₋ guarda caso ₋ e l’autismo. Lo studio conteneva grossolani errori metodologici e puntava a favorire le attività dello stesso Wakefield, successivamente radiato dall’Ordine dei medici inglese)

(**) https://www.reuters.com/business/healthcare-pharmaceuticals/widely-used-drugs-us-imports-list-europe-2025-03-18/?utm_source

 

da qui

sabato 29 marzo 2025

L’ignoranza dei ricchi è la vera emergenza culturale - Gianluca Cicinelli

 

Una volta, i ricchi erano colti. Sapevano parlare almeno due lingue, citavano Seneca in latino e conoscevano la differenza tra Platone e un piatto gourmet. Si vantavano dei libri letti, non dei follower. Certo, erano sfruttatori anche allora, ma si vergognavano abbastanza da finanziare biblioteche, musei, teatri. Oggi, invece, il nuovo status symbol è l’ignoranza. Ma quella di lusso: con jet privato, villa a Dubai e citazioni sbagliate da fonti mai verificate.

Nel 2025, i ricchi sono poveri di tutto ciò che non si può comprare. Pensiero, cultura, empatia, ironia. È l’élite dell’ignoranza a guidare il mondo. E non è un modo di dire: sta scritto nei bilanci, nei social, nei talk show.

Un tempo, per salire al potere bisognava dimostrare di essere almeno più svegli della media. Oggi basta avere una startup e saper twittare. Elon Musk, per esempio, ha costruito un impero tecnologico e poi lo ha distrutto a colpi di post paranoici e meme da gamer frustrato. Mentre l’umanità si interroga su come governare l’intelligenza artificiale, lui posta battute su Joe Biden e la marijuana.

Jeff Bezos ha fondato un impero che ha rivoluzionato il commercio, ma appena ha avuto tempo libero è salito su un razzo a forma di fallo per fare “ciao ciao” all’atmosfera, portandosi dietro cappellini da cowboy e il nulla cosmico in valigia. La sua concezione di cultura è una serie Amazon Prime con rating 4 stelle.

Mark Zuckerberg, dal canto suo, ha fatto crollare il livello medio di attenzione mondiale da 8 a 3 secondi. Poi si è dedicato al metaverso: un mondo finto in cui puoi essere chi vuoi, purché senza gambe. Dice di voler “connettere il mondo”, ma nel frattempo ha disconnesso l’empatia, la realtà e ogni residuo di buon senso.

Un tempo si fingeva cultura per sembrare all’altezza. Ora si finge ignoranza per sembrare “pop”. È il nuovo populismo aristocratico: Briatore che fa lo youtuber tra una bottiglia da 5.000 euro e un commento sul “merito” dei poveri che non lavorano abbastanza. Un uomo che crede che il lavoro nobiliti, ma solo se è quello degli altri.

Daniela Santanchè, ministra del Turismo e imprenditrice con un talento per l’esibizione di sé, ha trasformato ogni apparizione pubblica in una sfilata tra cliché, gaffe e rivendicazioni autoreferenziali. Non si sa cosa pensi, ma lo dice con tono deciso, e basta. Il suo concetto di cultura turistica è un aperitivo con vista e due bandiere italiane ben stirate.

In questo contesto, essere ignoranti è diventato un atto di potere. Non studiare, non approfondire, non sapere: tutto questo è cool. Più si è superficiali, più si è virali. E la cultura? Una perdita di tempo.

I ricchi di un tempo costruivano cattedrali. I ricchi di oggi investono in NFT. I primi si circondavano di poeti e architetti. I secondi di influencer e consulenti per l’ottimizzazione fiscale. Un tempo la cultura era una forma di responsabilità dell’élite. Oggi è una spesa da tagliare.

I musei si trasformano in eventi brandizzati, le mostre d’arte si fanno nei mall. I concerti sono esperienze premium con area vip, e perfino la beneficenza culturale deve avere un ritorno d’immagine. Nessuno legge, ma tutti sponsorizzano festival letterari con la speranza che nessuno faccia domande.

Nel 2023, la spesa delle famiglie italiane per libri era in calo del 10% rispetto a cinque anni prima. Nello stesso anno, la spesa per dispositivi smart home – gli assistenti vocali che leggono al posto tuo – è cresciuta del 22%. Delegare il pensiero è più comodo che farlo.

La nuova povertà culturale non è solo una disgrazia: è una strategia. Un’élite ignorante può parlare senza freni, senza filtri, senza dubbi. Non ha bisogno di convincere: basta ripetere. Il modello di Berlusconi prima e oggi di Trump, ha fatto scuola, e ora i ricchi di ogni paese vogliono essere “uno di noi” mentre firmando decreti che ci faranno a pezzi.

Anche in Italia, l’ignoranza è diventata una forma di rappresentanza. Il successo di figure come Briatore e Santanchè non dipende dalla loro preparazione, ma dalla loro capacità di mostrarsi “liberi”, “autentici”, “fuori dagli schemi”. Peccato che lo schema sia sempre lo stesso: mostrare il nulla e venderlo come verità.

Quando chi comanda non ha cultura, chi subisce non ha difese. Le politiche si fanno a colpi di slogan, le scuole si smantellano pezzo per pezzo, e la cultura viene vista come una “spesa improduttiva”. Il sapere diventa un lusso che i ricchi non vogliono e i poveri non possono permettersi.

Nel 2024, l’Italia ha speso lo 0,9% del PIL per la cultura, contro il 2,5% della Francia. Ma il vero problema non è il bilancio: è l’idea che la cultura serva solo per il tempo libero, mentre la realtà si governa con Excel, algoritmi e cocktail nei rooftop.

La povertà vera, oggi, non è nei quartieri dimenticati, ma nei piani alti dei grattacieli. Non è quella dei corpi, ma quella delle menti. Non sapere nulla è diventato un segno di potere, un privilegio per chi può permettersi di non capire.
Ma alla lunga, l’ignoranza di chi comanda ricade su chi obbedisce.

E forse, a questo punto, l’unica vera rivoluzione possibile non è quella dei poveri, ma quella dei curiosi. Perché l’unico capitale che non si tassa, non si ruba e non si brucia è la voglia di capire. E da questo, i ricchi di oggi, sembrano davvero i più poveri di tutti.

https://diogenenotizie.com/lignoranza-dei-ricchi-e-la-vera-emergenza-culturale/

venerdì 28 marzo 2025

TEMPI MODERNI. La digitalizzazione del lavoro docente e ATA

 

 Il lavoro nel XXI secolo

L’attuale mondo del lavoro nelle società capitalistiche occidentali presenta una serie di tendenze allarmanti (Honnet 2020): 

  • l’erosione della sicurezza garantita dal contratto di lavoro [deregulation];
  • l’aumento dei processi di digitalizzazione [sostituzione del lavoro umano con l’automazione e ora con l’AI o meglio «invisibilizzazione» del lavoro umano (Casilli 2020)]; 
  • la riduzione del potere d’acquisto del reddito da lavoro che spesso non riesce a garantire un’esistenza dignitosa del lavoratore [lavoro povero].

Accanto a queste tendenze, e probabilmente come loro conseguenza, si manifesta anche e sempre più l’esclusione dei lavoratori dai processi decisionali relativi al proprio lavoro con la conseguenza di un aumento non solo dell’insoddisfazione e della disistima, ma anche del disinteresse più generale verso i processi politici che si svolgono all’interno della società. Come da tempo evidenziato, «meno potere si ha sul luogo di lavoro, meno impegnative risultano le attività che definiscono un’occupazione e più debole è la fiducia nel proprio potere politico» (Pateman 1970).
Anche nella Scuola assistiamo da alcuni decenni al realizzarsi di queste tendenze, a partire dalla cosiddetta “privatizzazione” del rapporto di lavoro [d.lgs. n. 29/1993], che ha introdotto anche nella Pubblica Amministrazione i princìpi base della cultura imprenditoriale: “efficacia, efficienza e economicità” e che nella Scuola si è concretizzata con l’Autonomia scolastica [d.P.R. n. 275/1999] di Luigi Berlinguer e l’introduzione in chiave aziendalistica della dirigenza scolastica e delle RSU nelle singole Istituzioni scolastiche.
Un progetto – poi proseguito senza soluzioni di continuità da Moratti [2003], Gelmini [2008 – 2010] e Giannini [“Buona Scuola”, l. n. 107/2015] – che però si è in parte arenato per l’impossibilità di disarticolare del tutto l’impianto collegiale e democratico della Scuola, per la mancanza di risorse e per le lotte e la resistenza di docenti, ATA e studenti in difesa della Scuola pubblica.
Ma la spinta verso il modello imprenditoriale è ripresa con forza in questi ultimi anni con l’uso politico dell’emergenza Covid, e l’uso “corruttivo” delle ingenti risorse del PNRR, che hanno introdotto “tutor” e “orientatori”, “mentori”, “docenti temporaneamente e stabilmente incentivati” insieme allo sproloquiare sulla retorica del “merito”, della ”rivoluzione digitale” e delle varie “transizioni”.

PNRR, digitalizzazione e Artificial Intelligence
Come è noto, l’Italia sta ricevendo per il periodo 2021-2026 dal Recovery and resilience facility-RFF 191,5mld di euro, di questi solo 68,9 sono “sovvenzioni” mentre ben 122,6 sono “prestiti” da restituire «a tasso agevolato» [sic!], magari tagliando nel prossimo futuro servizi e pensioni.
Nel settore dell’Istruzione e della Ricerca, alla Missione4. del PNRR, un Piano che «comprende un ambizioso progetto di riforme», sono destinati 30,88mld, grazie ai quali anche nella Scuola e nell’Università sta riuscendo ad affermarsi quel tecno-ottimismo secondo il quale – salvificamente – «La rivoluzione digitale rappresenta un’enorme occasione per aumentare la produttività, l’innovazione e l’occupazione, garantire un accesso più ampio all’istruzione e alla cultura e colmare i divari territoriali» (Draghi 2021).
La Missione4, con le sue Riforme e Investimenti prevede:

  • un traballante sistema di orientamento [dd.mm. n. 328/2022, n. 63/2023, n. 19/2024 e n. 231/2024; d.l. “Milleproroghe” 2025] basato su tutor, mentor e orientatori;
  • l’istituzione di un’inutile Scuola di Alta Formazione, affidata a INValSI e INDIRE, che sta decidendo sulla formazione obbligatoria di dirigenti scolastici, docenti e personale tecnico-amministrativo [leggi n. 79 e n. 142/2022, CCNL 2024; d.m. n. 113/2024], per «accelerare la trasformazione digitale dell’organizzazione scolastica e dei processi di apprendimento e insegnamento, in coerenza con il quadro di riferimento europeo delle competenze digitali DigComp 2.2 (per studenti) e DigCompEdu (per docenti)», su cui costruire nuove gerarchie;
  • lo sperpero di ingentissime risorse per mirabolanti scuole innovative, nuove aule didattiche e laboratori previsti dal Piano Scuola 4.0 [d.m. n. 161/2022].

D’altronde gli imprenditori del B7 “raccomandano” ai politici del G7 di «riformare i sistemi scolastici», ovviamente in partnership pubblico/privato, e prevedere «programmi specifici per gli insegnanti, volti a colmare il divario esistente nell’insegnamento e a dotarli delle competenze e delle conoscenze necessarie per guidare gli studenti attraverso le molteplici transizioni», nonché «Migliorare l’istruzione nel campo dell’IA» (Confindustria 2024).

La digitalizzazione [rectius «computerizzazione»] 1
Fin dalla metà del secolo scorso non sfuggiva ai più attenti osservatori (Bright 1958, Braverman 1974) che ai livelli più elevati di produzione automatizzata, tutti gli indici di qualificazione del lavoro, dalla conoscenza e dall’esperienza alle funzioni decisionali, presentassero una caduta verticale [la cosiddetta «gobba della qualificazione necessaria»]. E soprattutto che la perdita del controllo sulle macchine non fosse «una rovinosa inevitabilità», ma dipendesse dalla specifica forma di organizzazione del lavoro capitalista che esclude i lavoratori dalla proprietà dei mezzi di produzione [oggi ad esempio incarnato nel software proprietario e nello strapotere di GAFAM & soci], dalla dislocazione della manodopera rispetto alla macchina [Casilli 2020; Crawford 2021; Cabitza 2021] e da un’«evoluzione sociale» conforme a questa organizzazione, «nella quale la conoscenza della macchina diventa un tratto specialistico e separato, mentre nella massa dei lavoratori fioriscono solo l’ignoranza, l’incompetenza e quindi la propensione alla dipendenza servile dalla macchina»[nel nostro caso le cosiddette “competenze digitali” del DigCompEdu e del DigComp2.2].
Così, mentre i cantori della “rivoluzione digitale” favoleggiano della scomparsa dei mestieri più faticosi e dello spostamento di masse di lavoratori verso occupazioni più qualificate, quello che ci troviamo sotto gli occhi è invece tutt’altro (Friedman 1946; Casilli 2020): 

  • la frammentazione, parcellizzazione e semplificazione della prestazione lavorativa, spossessando i lavoratori – formalmente però sempre più qualificati – di parte delle loro attività, per affidarle all’imperscrutabile funzionalità della macchina, da cui deriva una debole identità lavorativa, una sempre più scarsa solidarietà e – soprattutto – retribuzioni più basse;
  • la riduzione dei tempi necessari a realizzare i compiti affidati, che è un altro modo per diminuirne i costi; 
  • la flessibilizzazione e estensione del tempo di lavoro al di fuori dei limiti stabiliti dai contratti, in modo da aumentare il tempo di lavoro a parità di retribuzione.

Per altro verso, e più in generale, se deleghiamo i compiti ripetitivi, gravosi, rischiosi o semplicemente impegnativi alle macchine ciò non accade sempre per svolgerli in modo più efficiente ed efficace, ma «per il maggior agio delle persone interessate (e sottolineo: non necessariamente beneficio, ma agio)».
Una “spinta gentile”, un risparmio di fatica e di tempo che, nel caso dell’insegnamento, possiamo riscontrare ad esempio nei test [auto-corretti] proposti da Google Classroom e simili. Ma così facendo «Il lavoro di insegnamento, apprendimento e ricerca si curva impercettibilmente ma significativamente verso traiettorie mai decise in maniera consapevole» (Fant, Milani 2024).

Automazione e Artificial Intelligence
Naturalmente dobbiamo tenere presente che l’AI però è una automazione particolare fondata su modelli probabilistici, che “scelgono” statisticamente relativamente a classificazioni e valutazioni limitate con l’ambizione di «pianificare, e perfino stimare, predire e prevedere». Per il suo uso in ambito scolastico, come già accade nella sperimentazione del MIM come Tutor virtuale o come si appresta a fare INValSI per la correzione delle risposte “aperte” dei suoi quiz, si dovrebbe quindi fare molta attenzione sulle conseguenze di «attività che sono, a loro volta, parti integranti di processi volti a raggiungere obiettivi complessi in contesti reali, caratterizzati da un alto contenuto di conoscenza, autonomia, giudizio e incertezza», come il futuro di studenti e studentesse cristallizzato nel loro e-portfolio.
Questo mentre 55 scuole della regione Friuli Venezia Giulia hanno già lavorato nell’a.s. 2023/2024 alla stesura di Linee guida sull’utilizzo dell’IA in ambito scolastico, con lo scopo – tra l’altro – di «Migliorare l’efficacia dell’insegnamento: l’IAg può essere utilizzata per sviluppare strumenti didattici avanzati, come tutor virtuali o sistemi di valutazione automatica» (Rete di Scuole FVG 2024), sulla scorta di quanto già prodotto dall’UNESCO (UNESCO 2021, 2023, 2024) sotto la vigile sorveglianza della nostra ex ministra Stefania Giannini, già nota per la renziana “Buona Scuola”.

Le conseguenze della digitalizzazione nel lavoro di docenti e ATA
Oltre le problematicità legate all’uso che i proprietari dei sistemi informatici stanno facendo dei “dati” che sottraggono a docenti, studenti/esse e famiglie nelle nostre scuole (Pievatolo 2025), sono già evidenti altre conseguenze che la digitalizzazione ha già prodotto nel lavoro di docenti e ATA. Mentre tra gli esperti di istruzione e tecnologia sull’uso dell’AI nelle scuole sembrano insinuarsi dubbi significativi tra gli entusiasmi iniziali (Monis-Weston 2024). In sintesi, e seguendo cronologicamente la loro introduzione:

  • Rilevazione automatica delle presenze: obblighi ed esclusioni 
  • Registro elettronico: non obbligatorietà, problematicità come “atto pubblico” e sulla privacy, sfilacciamento del rapporto scuola-famiglia, irrigidimento aritmetico delle valutazioni, intrusioni commerciali
  • Personale AA e l’intrusione lavorativa dell’INPS con l’app “Nuova Passweb”
  • INValSI. Standardizzazione e digitale: prove, correzioni, valutazioni, “fragilità”
  • Google Classroom et similia: struttura prove, valutazione quantitativa, correzioni
  • Comunicazioni tramite canali social: tracciabilità e non obbligatorietà
  • Contrattazione nazionale e d’istituto: “disconnessione” e tecnostress (Brod 1984)
  • Selezione e carriera del personale: competenze “digitali” e gerarchie
  • Linee guida sull’utilizzo dell’IA in ambito scolastico: soluzione tecno-ottimista

Che fare? Come resistere e quali tutele
Come ci ricorda Daniela Tafani, a questa deriva è possibile resistere: «Serve, per ciò, quella sottovalutata virtù che Weizenbaum chiamava il “coraggio civile”: “È una credenza diffusa, ma tristemente erronea, quella per cui il coraggio civile trova modo di esercitarsi soltanto nel contesto di avvenimenti che scuotono il mondo. Al contrario, il suo esercizio più arduo ha spesso luogo in quei piccoli contesti in cui la sfida è quella di superare i timori indotti da futili preoccupazioni di carriera, delle nostre relazioni con coloro che sembrano aver potere su di noi, o di qualsiasi cosa che possa turbare la tranquillità della nostra esistenza quotidiana».
TUTELE COLLETTIVE: competenze organi collegiali, ruolo RSU e RLS
TUTELE INDIVIDUALI: uso della rimostranza scritta e dell’opzione di gruppo minoritario

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1«digitalizzazione» come rivoluzione mediatica: abbiamo solo un problema di alfabetizzazione; «computerizzazione» come cambiamento infrastrutturale: abbiamo un problema politico (Pievatolo 2025)

Bibliografia
AgID, Linee Guida per l’adozione dell’Intelligenza Artificiale nella Pubblica Amministrazione – 2025
Braverman Harry, Lavoro e capitale monopolistico. La degradazione del lavoro nel XX secolo – 1974
Bright James R., Automation and Management – 1958
Brod Craig, Technostress. The Human Cost of the Computer Revolution – 1984
Cabitza Federico, Deus in Machina? L’uso umano delle nuove macchine, tra dipendenza e responsabilità – 2021
Casilli Antonio A., Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo? – 2020
Confindustria, Leading the transitions together. Final Communiqué – 2024
Coriat Benjamin, La fabbrica e il cronometro – 1979
Crawford Kate, Né intelligente né artificiale – 2021
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UNESCO, AI and education. Guidance for policy-makers – 2021
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Questo testo è stato inizialmente redatto per il Convegno su La Scuola nella transizione digitale svoltosi a Palermo il 18 novembre 2024 per poi essere successivamente presentato, con modifiche e aggiornamenti ai Convegni di Terni 4.2.2025, Roma 25.2.2025Ancona 17.3.2025 e il prossimo 31 marzo a Torino.

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