I dati forniti dal ministero testimoniano aumenti lievi negli ultimi anni, ma molte differenze tra Nord e Sud. E gli specialisti discutono sui test e su chi certifica
In Italia gli alunni con un disturbo specifico dell’apprendimento (dsa) sono il 6% sul totale dei frequentanti. È l’ultimo dato pubblicato dal ministero dell’Istruzione e del Merito prendendo in considerazione l’anno scolastico 2022/2023. Un incremento dal 2014/2015 inferiore a mezzo punto percentuale. Numeri credibili secondo l’Associazione italiana dislessia (Aid) che, tuttavia, parla di un “sommerso” che non emerge a causa del ritardo delle diagnosi e delle famiglie che non vogliono riconoscere il problema segnalato dalla scuola. L’aumento dei casi resta comunque correlato a una maggiore sensibilizzazione e formazione del personale scolastico e sanitario, che permette una migliore capacità di identificare e supportare gli studenti Dsa. Un quadro, quello italiano, che però non mette d’accordo tutti gli specialisti. Se da un lato c’è chi crede ai numeri del ministero e chiede mezzi per permettere diagnosi più tempestive, dall’altro esiste una corrente di pensiero che parla di dati esagerati e denuncia una sorta di business messo in piedi dai centri privati.
I dati del
ministero – Partiamo
dal report edito da viale Trastevere. Il primo dato significativo
riguarda il periodo scolastico in cui emergono i dsa: se alla scuola
primaria le unità arrivano a 49.418, per la secondaria di primo grado
si salta a 112.210 e a 192.941 per le superiori. Considerando i
singoli gradi di istruzione si osserva che gli alunni con dislessia sono
pari all’1,3% del numero complessivo degli allievi nella primaria; al 3,8%
nelle medie e al 4% nella secondaria di secondo grado. Quelli
con disgrafia sono pari allo 0,7% del totale dei frequentanti
le elementari; al 2,2% nella secondaria di primo grado e al 2,1% nella
secondaria di secondo grado. Per quanto riguarda la disortografia sono
lo 0,8% del totale degli alunni nella scuola primaria; il 2,7% tra gli undici e
i tredici anni e il 2,4% i più grandi. Infine, gli alunni con discalculia sono
risultati pari allo 0,5% del totale dei frequentanti nella scuola primaria, al
2,2% nella secondaria di primo grado e al 2,7% nella secondaria di secondo
grado. Perché questo divario? A spiegarlo è Lucia Iacopini,
pedagogista, docente, membro del Consiglio direttivo e del comitato scientifico
di Aid: “Dal punto di vista clinico si tratta di forme più lievi
che emergono quando il carico di lavoro aumenta e la richiesta
di prestazione esige più velocità”.
Ma c’è anche
la questione delle diagnosi tardive: “Un intervento
tempestivo, auspicato più volte negli anni dal legislatore, oltre
ad abbassare le componenti emotive, rende di certo più efficaci gli interventi migliorativi,
sia nei potenziamenti a scuola che in adeguate terapie extrascolastiche”. Con
l’emanazione della Legge 170/2010, c’è più sensibilità da
parte delle scuole e delle famiglie, ma è lasciata a queste ultime la libertà
di effettuare o meno una diagnosi: “Qualche volta – racconta Iacopini – le
famiglie fanno resistenza o non comprendono bene l’entità del problema. Quando
individua un dsa la scuola ha la responsabilità di effettuare
un potenziamento mirato, ma laddove le difficoltà permangono deve comunicare
ai genitori il probabile disturbo. Sono loro, poi, a dover
scegliere se provvedere a una certificazione o meno”.
Le
differenze territoriali – E su questo punto si torna ai dati e alle
notevoli differenze territoriali. Nel biennio preso in
esame le regioni del Nord Ovest registrano il maggior numero
percentuale di certificazioni (7,9%) seguite da quelle del
centro e del Nord Est (6,1% e 6,7%.). Decisamente
distante il Sud, dove la percentuale di studenti con diagnosi è
ferma al 2,8%. Si tratta di una macroscopica evidenza che
dovrebbe indurre ad una riflessione circa la capacità del sistema
sanitario nazionale a supportare in maniera geograficamente omogenea
le esigenze relative alle fasce deboli e la
reale attuazione delle Leggi Regionali in questo ambito. “Là dove le direttive
regionali – spiega l’Aid – consentono una adeguata rete di
servizi (pubblici, convenzionati e/o accreditati) e campagne di
screening funzionali e continuative, viene garantita una presa in carico
soddisfacente, e le percentuali di soggetti individuati sono in linea con
quanto previsto dalla letteratura scientifica”. D’altro
canto per effettuare una diagnosi servono mesi e più specialisti. Una filiera che
lo Stato non riesce a garantire in tempi brevi. Da qui il proliferare di centri
privati che, secondo testimonianze raccolte da ilfattoquotidiano.it, chiedono
dai 700 ai mille euro per una certificazione.
Chi
certifica cosa – E qui
arriviamo al nodo degli screening. Spesso le scuole, autorizzate
dalle famiglie, effettuano per gli alunni frequentanti la scuola dell’infanzia
e i primi due anni della primaria test specifici per
individuare probabili disturbi di apprendimento che tuttavia
non possono essere considerati ancora come diagnosi. Secondo i dati
del ministero gli alunni “a rischio dsa” frequentanti la scuola
dell’infanzia, sono risultati pari a 1.725 nell’anno scolastico 2021/2022 e a
2.080 nel 2022/2023. Per quel che concerne la scuola primaria si sono attestati
a 4.205 unità nel 2021/2022, e a 4.388 nel 2022/2023. “Studi clinici –
spiega Iacopini – ci dicono che oggi ci sono segni che ci possono far pensare a
una fragilità già all’ultimo anno della scuola dell’infanzia.
Tutto ciò serve a noi per attenzionare e lavorare su potenziamenti mirati”.
L’aumento
delle diagnosi – Carlo Di Pietrantoni, dirigente analista di epidemiologia, ha analizzato i
dati negli anni: “Dal 2014/2015 al 2022/2023, il numero di studenti con certificazione dsa mostra
una crescita contenuta. In particolare, negli ultimi sette anni
scolastici si sono osservati per ogni anno incrementi inferiori a un
mezzo punto percentuale. Nell’anno scolastico 2020/2021 – ha aggiunto –
l’incremento rispetto all’anno scolastico precedente è stato particolarmente contenuto (+0,1%),
probabile effetto della pandemia e dell’impossibilità di
ottenere certificazioni durante quel periodo, che però ha
determinato un lieve incremento nei due anni successivi. Per
ciclo scolastico, la certificazione si stabilizza attorno al 3% nella primaria,
tende al 6,5% nella secondaria di primo grado e al 7,0% nella secondaria di
secondo grado. Il sistema – ha concluso – sembra avviarsi a una stabilizzazione,
ma persiste un divario tra Nord e Sud, suggerendo
una sotto diagnosi nelle regioni meridionali”.
C’è chi dice
no – I dati
del ministero, come detto, non hanno convinto tutti gli specialisti. Il
pedagogista Daniele Novara, ad esempio, è critico su
tutta la linea, a iniziare dalle diagnosi fatte alla fine della scuola
dell’infanzia: “Il governo dovrebbe intervenire di fronte a queste procedure selvagge –
ha detto – Considerare la naturale immaturità un problema,
attraverso questi screening, è assurdo”. Stesso discorso per quando riguarda
l’aumento delle diagnosi, questione che anche di recente ha dato vita a esternazioni e polemiche
da parte anche di Umberto Galimberti. “È lo stesso ufficio scolastico
della Regione Emilia Romagna ad aver evidenziato un eccessivo aumento – ha
sottolineato Novara – La scuola anziché guardare i progressi
neo-valutativi continua a usare metodologie arcaiche che non
considerano i normali ritardi nello sviluppo della letto scrittura. Non voglio
dire che i disturbi non esistono – ha aggiunto – ma non in queste percentuali
che contraddicono le previsioni internazionali”.
E quali
sarebbero queste previsioni? È lo stesso Novara a elencarle: “I dati
epidemiologici degli studi internazionali si attestano al
2-3%, secondo le stime della Consesus Conference del 2010, a cui
partecipano esperti dei ministeri di diverse parti del mondo. Nel nostro Paese
sono il doppio. È assurdo – ha attaccato il pedagogista – Non siamo negazionisti.
Proliferano sempre più centri privati che effettuano test senza alcuna base
scientifica e senza alcun intervento normativo”. D’altro canto sono diverse
le varianti che fanno pensare alle ragioni di un incremento notevole
in Italia rispetto ad altri Paesi. Secondo diverse fonti di letteratura
internazionale e inchieste sul tema, l’aumento dei casi in Italia è
correlato a una maggiore sensibilizzazione e formazione del
personale scolastico e sanitario. C’è una migliore capacità di identificare e
supportare gli studenti Dsa, insomma, ma a detta di altri esperti si tratta
di criteri diagnostici e metodi di raccolta dati diversi.
Novara non ha usato mezze misure e parlato di “business”.
L’eccellenza
italiana – A dare
una lettura completamente diversa dei dati è Marco Pontis,
docente di pedagogia e didattica speciale delle disabilità
intellettuali e dei disturbi generalizzati dello sviluppo che da
vent’anni lavora con le persone con disturbi, con le famiglie e le scuole:
“Dalla Legge del 2010 c’è più attenzione da parte della
scuola, è quindi chiaro che i numeri siano aumentati. Stimo Galimberti ma
rispetto alle sue dichiarazioni sulla ‘scuola come clinica psichiatrica‘
va detto che ai suoi tempi nessun insegnante conosceva i disturbi
specifici di apprendimento, ad esempio, e spesso nemmeno venivano
diagnosticati i disturbi dello spettro autistico. Un alunno con
dsa, ad oggi, non ha diritto a un insegnante specializzato per il sostegno – ha
continuato – e il termine da lui utilizzato, ovvero ‘handicappato dal punto di
vista psichiatrico’, oltre ad essere anacronistico è offensivo
e irrispettoso della dignità della persona”. E ancora: “Non
solo, il ‘percorso facilitato’ non esiste – ha spiegato – C’è un piano
educativo individualizzato (Pei) per gli alunni con disabilità certificata in
base alla Legge 104/92 e può essere ordinario, personalizzato
oppure differenziato oppure un piano didattico personalizzato (Pdp),
obbligatorio per gli alunni con dsa e facoltativo per altri BES (bisogno
educativo speciale) non legati a una certificazione clinica”. È
proprio su quest’ultimo punto che si sofferma Pontis: “Il Pdp si può fare anche
per un alunno con semplici difficoltà in matematica o
comprensione del testo o lettura che non soddisfa i criteri di una diagnosi per
dsa. Una programmazione personalizzata aiuta – ha concluso – Dobbiamo andare
oltre la diagnosi che è solo un tassello”.