sabato 1 ottobre 2016

C’è ancora vita in quei borghi dimenticati – Gian Luca Favetto


L’abbandono in fondo è un dono. Al fondo della parola abbandono c’è la parola dono, e il dono è sempre qualcosa che rivela parti di te. In effetti, può essere un regalo, l’abbandono. Il regalo di una seconda possibilità, che capita quando non te l’aspetti e credi che sia la fine, solo un lungo inarrestabile declino, un disfacimento che avrà per capolinea l’oblio. Accade per le persone e accade per le cose, accade per i paesaggi e per le case. Vengono abbandonate — per mille ragioni, anche più che ragionevoli, per comodità, inquietudine, sfinimento — così che sembra non ci sia più futuro per loro. Nemmeno più presente, in verità. Se scatti una fotografia in quel momento, pare buona solo per una lapide e un rimpianto, per una nostalgia: oh, che struggente bellezza, che romantica rovina, che venustà! Oh, come è grandiosa la natura che inghiotte l’opera fragile dell’uomo! E invece, ecco lo scarto. Un occhio attento sa vedere che dentro l’immagine c’è il respiro. Fievole, ma c’è. E dice che quel luogo è pronto a rinascere, a essere di nuovo accogliente, a ospitare voci, passi, illusioni, sonni, destini. Basta essere capaci di ripensarlo.
Prendete i borghi, le abitazioni, le strade, gli accrocchi di tetti e pareti, finestre e colonnati, archi, balconi e natura che vedete in queste immagini. Prendeteli come il riassunto di quel patrimonio diffuso e sfiorito che s’incontra girando l’Italia, se solo imboccate una via traversa, o lanciate uno sguardo oltre gli orizzonti alla moda, o vi spingete al di là degli itinerari più battuti e sfruttati. Sono luoghi che restituiscono un’eredità spirituale, qualcosa di paterno e materno.
Offrono l’immagine della loro anima. Sgualciti e slabbrati come sono, ridotti all’osso, all’essenziale, consentono allo sguardo educato e complice di coglierla oltre lo struggimento e la bellezza. In essi si rivela qualcosa che è spazio e tempo insieme. Che è storia, non solo geografia. E infatti, dalle singole pietre affiorano avanzi di storie, tracce di umanità che spingono per una nuova esistenza. Quando accade, si dice che i luoghi ritornano alla vita. Non è vero: sono sempre stati vivi, erano solo sprofondati nel sonno. Per risvegliarsi, devono cambiare. Cambiando, ritrovano il senso del loro stare al mondo. In una società in cui è passata l’idea del “tutto si butta e nulla si riaggiusta” — tanto passata che forse sta tramontando — ; in una società in cui è più facile, più economico, abbattere e ricostruire, questi luoghi suggeriscono che si può e si deve ristrutturare. Si può e si deve rammendare il passato con il futuro, riadattandoli entrambi al presente, cogliendo il nuovo spirito del tempo.
Non più consumo, ma riutilizzo. Non semplice recupero, ma riqualificazione. Non sono destinati a essere testimoni di ciò che abbiamo alle spalle, ma scheletro, fondamenta, architettura di ciò che vorremo diventare. Rinascono con vite e identità insospettabili, quando una collettività, reinventando la forma paese, se ne riappropria. Quando li riabilita e li riabita trasformandoli in alberghi diffusi, progetti culturali e sociali, filiere bio, isole d’arte, gallerie en plein air. In eredità, loro portano la nostra memoria.
da qui (trovi delle belle foto)

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