sabato 31 luglio 2021

Il Manifesto dei Panificatori Agricoli Urbani

 

Il Manifesto dei Panificatori Agricoli Urbani è frutto di un lavoro collettivo, a cento mani, avviato durante il "Mietitour" dell'estate 2019, l'appuntamento organizzato dal Forno Brisa presso i campi di cereali di Nocciano (PE), continuato a Cheese 2019 e quindi al SIGEP di Rimini nel gennaio del 2020.

Racchiude in dieci punti i valori e gli obiettivi dei PAU, disegnando il ruolo del panificatore come attore all'interno di una filiera complessa, che riunisce in un prodotto semplice (il pane è un impasto di acqua, cereali e sale) tanti soggetti - contadini, titolari di mulini, rivenditori - e manda un messaggio anche ai consumatori. Il testo definivo è stato discusso e approvato durante l'assemblea che si è tenuta a Bologna domenica 18 ottobre 2020.  

 

1.      Fare il pane è un atto agricolo
La materia prima del nostro lavoro quotidiano è il cereale trasformato in farina. Ogni impasto esprime il nostro legame con la terra.
 

2.      Il panificatore è un paesaggista
Il pane dà forma all'ambiente in cui viviamo, la scelta delle materie prime determina il paesaggio. Promuoviamo modelli agricoli sostenibili e resilienti: siamo pianificatori e non solo panificatori.
 

3.      Il pane ha nome e cognome
Il pane è fatto di persone: i contadini che coltivano i cereali, i mugnai che li trasformano in farine, gli artigiani che le panificano, i consumatori che se ne cibano. Ogni pane è unico e identificabile eracchiude una moltitudine di elementi che garantisce caratteristiche singolari, come il carattere dei semi, dei luoghi e delle annate. Il nostro compito è far emergere la ricchezza di questa biodiversità.
 

4.      I laboratori dei panificatori hanno pareti trasparenti
Cooperiamo condividendo ricette, consigli e fornitori. Crediamo che la rivoluzione del Pane Agricolo Urbano sia di tutti, per questo accogliamo nelle nostre botteghe chiunque scelga di intraprendere la strada del pane. Il dono e la generosità sono per noi valori essenziali. Un movimento forte e radicato, capace di nutrirsi dello scambio, è una garanzia per la prosperità e la sostenibilità di ognuno.
 

5.      Crediamo in un futuro artigiano
Ci definiamo artigiani del pane e, nel farlo, associamo un significato specifico a questo concetto, ovvero la capacità di visione e la conoscenza diretta di tutta la filiera, a prescindere dalle dimensioni produttive dell'azienda. Nel lavoro artigiano mente e mano sono collegate e anche la tecnologia è al servizio della filiera.
 

6.      Il panificatore è un soggetto dinamico
Ognuno di noi all'interno del proprio laboratorio fa ricerca. Lavoriamo farine agricole, ogni giorno ci adattiamo a una materia prima diversa mettendo in discussione quanto fatto fino a quel momento. La volontà e la capacità di innovare si esprimono in termini di creatività e di apertura. Precondizione per l'innovazione è l'assenza assoluta di dogmi.
 

7.      Le nostre botteghe sono presidio di gentilezza
Una rivoluzione è in corso e vogliamo raccontarla. Per questo è fondamentale il ruolo di chi ogni giorno si prende cura del pubblico. Le nostre botteghe e i nostri laboratori sono spazi accoglienti, ambienti permeabili e aperti allo scambio immateriale.
 

8.      Il pane è nutrimento
Mangiare il pane deve far bene e deve essere un piacere. La ricerca della qualità riguarda le materie prime e i processi di trasformazione, per garantire salubrità e integrità nutrizionale. Il prezzo del pane prodotto ne rappresenta il valore, misurato in termini di impatto sull'ambiente, sul paesaggio e sulla società.
 

9.      Il pane è relazione
Siamo amici, un gruppo di persone che vive con piacere lo stare insieme. Crediamo che la rete rappresenti un'opportunità per crescere condividendo riflessioni, idee e il nostro tempo. Ci siamo dati un compito ambizioso: ricordare alle comunità la centralità del pane.
 

10.  Siamo espressione della biodiversità
Come in un organismo agricolo, la forza dei Panificatori Agricoli Urbani è data dalla capacità di adattarsi e co-evolvere. Crediamo in un ambiente capace di accogliere nuovi stimoli, nuove spighe, e lo stiamo costruendo insieme.

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PAU, i Panificatori Agricoli Urbani presidio di biodiversità - Isabella Ceccarini

 

Nel 2018 Davide Longoni (Panificio Davide Longoni di Milano), Matteo Piffer (Panificio Moderno di Isera in provincia di Trento) e Pasquale Polito (Forno Brisa di Bologna) hanno creato il gruppo PAU-Panificatori Agricoli Urbani. Si sono presentati a Terra Madre con il claim “Bread for Change. Il mondo del pane cambia. Il pane cambia il mondo”: una volontà di fare rete a cui hanno risposto 82 fornai da tutta Italia.

Per i Panificatori Agricoli Urbani il pane rappresenta il veicolo ideale per trasmettere il sapere artigiano e valorizzare le filiere agricole, un elemento irrinunciabile nella nostra dieta che si caratterizza a seconda del territorio. Molto bello il rapporto che si crea tra panificatori che lavorano nella stessa area, ad esempio nello stesso comune: non c’è rivalità né concorrenza, ma il sano rapporto di collaborazione di chi condivide lo stesso obiettivo

Far parte dei Panificatori Agricoli Urbani è una scelta precisa, che prescinde dall’importanza o dalla fama del proprio forno: tra di loro ce ne sono di famosi, come Gabriele Bonci di Roma. Un fornaio PAU si considera un artigiano ed è un convinto assertore della salubrità di un alimento come il pane, pertanto crede nella biodiversità, nella protezione del suolo, nel bisogno di creare un prodotto sano e di alta qualità; per questo è attento ai cereali utilizzati – solo di alta qualità – da cui ricavare le farine da trasformare in un pane che non sia solo buono, ma che porti con sé anche valori sociali e ambientali.

Nel Manifesto il ruolo sociale dei panificatori

Un fornaio PAU va alla ricerca di grani antichi ormai quasi scomparsi ma carichi di storia, digeribili e saporiti. Sembra superfluo dire che i Panificatori Agricoli Urbani hanno una visione della filiera che deve essere trasparente dal campo alla tavola, come è scritto nel Manifesto in 10 punti che hanno sottoscritto lo scorso ottobre. Riassumiamo brevemente i punti cardine che costituiscono la filosofia dei Panificatori Agricoli Urbani:

·         fare il pane è un atto agricolo (ogni impasto esprime un legame con la terra);

·         il panificatore è un paesaggista perché la scelta delle materie prime determina il paesaggio;

·         il pane ha nome e cognome, cioè è fatto di persone e di caratteristiche singolari. Anche questa è biodiversità;

·         i laboratori dei panificatori hanno pareti trasparenti;

·         crediamo in un futuro artigiano dove mente e mano sono collegate e la tecnologia è al servizio della filiera;

·         il panificatore è un soggetto dinamico, sperimenta, ricerca, innova;

·         le nostre botteghe sono presidio di gentilezza dove il fornaio si prende cura dei consumatori in spazi accoglienti;

·         il pane è nutrimento, deve essere fatto con materie prime scelte. Il prezzo ne rappresenta il valore, misurato in termini di impatto sull’ambiente, sul paesaggio e sulla società;

·         il pane è relazione, essere in rete permette di scambiare idee ed esperienze;

·         siamo espressione della biodiversità, capaci di adattarsi e co-evolvere, e pronti ad accogliere nuovi stimoli.

La tradizione del pane incrocia l’innovazione delle startup

Fare il pane è inteso come un prendersi cura del suolo, coltivare relazioni e trasformare la società. «Gli appuntamenti in cui abbiamo avuto l’opportunità di incontrarci negli ultimi due anni hanno rafforzato la sensazione che il pane abbia la necessità di assumere una nuova veste, un nuovo ruolo. Vedere oggi il Manifesto firmato da oltre ottanta persone, con un’età media intorno ai trent’anni è conferma: la filiera del pane ci aiuta a costruire un mondo più equo» ha dichiarato Matteo Piffer. Allora qual è il pane del futuro secondo i Panificatori Agricoli Urbani? Quello fatto con farine non raffinate e cereali della tradizione. Un vero e proprio manifesto di buone pratiche.

Tradizione tanta, e altrettanta innovazione. Il Forno Brisa, che dal pane si è allargato al caffè e al cioccolato,è anche una palestra di creatività e di innovazione dove si fa formazione e si aiuta chi ha un’idea da trasformare in impresa, purché sia compatibile con le linee guida del gruppo, tanto che ha… sfornato un libro, Ricette rubate per artigiani, sognatori e startupper, pieno di consigli per chi ha un’idea da realizzare e di valori per realizzarla con lo sguardo puntato sull’etica.

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venerdì 30 luglio 2021

Sardegna arrosto ogni anno - Grig

 




Montiferru, Volpe morta a causa degli incendi (luglio 2021)

Più di 24 mila ettari di bosco, pascoli, campagne percorsi dal fuoco sul Montiferru, 1.500 sfollati, centri abitati isolati ed evacuati, aziende distrutte, coltivazioni in fumo.

Senza contare gli altri incendi nell’Isola.  Forse siamo già a 40 mila ettari bruciati.

Un disastro ambientale, nel quale la responsabilità umana ha il suo peso fondamentale: la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Oristano e il nucleo investigativo del Corpo forestale e di vigilanza ambientale hanno molto opportunamente avviato i necessari accertamenti in proposito.

Negligenze, superficialità, scarsa prevenzione, delinquenza.

Anche disorganizzazione: per esempio il Servizio territoriale di Oristano del Corpo forestale e di vigilanza ambientale non risulta avere un Direttore, analogamente a quello di Nuoro, a quello di Lanusei, a quello di Iglesias. In piena estate, In piena campagna antincendio.

C’è un po’ di tutto questo.

Settemilacinquecento uomini del Corpo forestale e di vigilanza ambientale, dell’Agenzia regionale Forestas, dei Vigili del Fuoco, delle Compagnie Barracellari, del volontariato, ben 22 mezzi aerei.  Milioni di euro investiti ogni anno nella campagna antincendio.

Dopo giorni di assenza, compare l’Assessore regionale della Difesa dell’Ambiente Gianni Lampis per affermare stoicamente che “la macchina regionale ha funzionato”.   E’ meglio non pensare a che cosa sarebbe successo se non avesse funzionato

Mezzi e risorse sono tanti, eppure i risultati sono deludenti.

Fin troppo, basta vedere la cartografie delle fiamme, anno per anno.

Nessuna prevenzione, denunciava già lo scorso 7 giugno il Comitato spontaneo del Montiferru, ricordando l’analogo disastro del fuoco del 1994.

Quanti passi in avanti sono stati fatti dalla tragedia di Curragghja del 1983?

Forse non tanti, a giudicare quanto sta accadendo in questi giorni e dalla scarsa fiducia che in tanti nutrono sulle capacità gestionali e operative dell’Amministrazione regionale Solinas.

Ricordiamo comunque a tutti che ognuno può e deve fare la sua parte contro gli incendi: il numero verde 1515 mette in collegamento con la sala operativa del Comando Unità Carabinieri per la tutela forestale, ambientale e agroalimentare (già Corpo forestale dello Stato) e del Corpo forestale e di vigilanza ambientale della Sardegna, analogamente agli analoghi Corpi delle altre Regioni Province autonome.

La rapidità della comunicazione delle informazioni e degli interventi contribuisce a salvare boschi, pascoli, coste e vite umane minacciate dagli incendi, non dimentichiamolo mai.

Nonostante tutto…

Gruppo d’Intervento Giuridico odv

 

P.S. ricordiamo a tutte le anime belle come la giornalista Conchita De Gregorio, allarmatissima per i rischi che potrebbero correre i turisti in Sardegna a causa degli incendi, che permanentemente vivono in ‘sta benedetta Isola nel bel mezzo del Mediterraneo occidentale oltre un milione e seicentomila indigeni meritevoli di altrettanta considerazione. E, se proprio non ci arriva da sola, taccia, che fa migliore figura.

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giovedì 29 luglio 2021

Cibo e comunità oltre la crescita - Giulio Vulcano*

  

In Europa la crescita economica, strettamente dipendente dall’aumento di produzione e dal consumo delle risorse, ha generato e continua a generare effetti dannosi sull’ambiente naturale, erodendo la biodiversità, alterando la stabilità climatica, la salute e il benessere umano. Gli attuali modelli prevalenti di produzione e consumo non sono più sostenibili.

Sono questi alcuni dei messaggi chiave che emergono dal rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) “Crescita senza crescita economica” pubblicato nel 2021. Messaggi molto rilevanti poiché per la prima volta un’istituzione europea conferma che non possiamo avere una crescita senza fine in un pianeta finito ovvero con risorse limitate.

L’unica soluzione a disposizione dei decisori politici è ripensare e immaginare un’idea nuova di progresso. Partendo da questa convinzione, l’EEA ha avviato un insieme di studi prospettici sui fattori di transizione e le narrative per il cambiamento.

Nel dibattito online svoltosi il 22 febbraio scorso si sono riuniti responsabili politici, ricercatori e organizzazioni della società civile per discutere i risultati del rapporto dell’EEA. Al dibattito, tra gli altri, hanno partecipato Hans Bruyninckx, Direttore dell’EEA e il consigliere di Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Europea, nonché vicepresidente esecutivo per il Green Deal europeo e il contrasto ai cambiamenti climatici.

Nel corso del dibattito sono stati presentati i principali risultati scientifici di questo studio di briefing e si è discusso di come questi possono o dovrebbero contribuire a plasmare le decisioni prese a livello dell’UE e degli Stati membri. I messaggi chiave del Rapporto dell’EEA sono i seguenti.

§  È in corso la ‘Grande Accelerazione’ della perdita di biodiversità, del cambiamento climatico e delle varie forme di consumo di risorse e inquinamento. Essa è strettamente collegata alle attività economiche e alla crescita economica ed è quindi di natura totalmente antropica.

§  Numerose evidenze scientifiche dimostrano, con studi globali su decenni, che il cosiddetto “disaccoppiamento” completo e durevole tra crescita economica e consumo di risorse/inquinamento non sarebbe possibile, nonostante esso costituisca il quadro di riferimento principale delle politiche ambientali europee e internazionali (Wiedmann et al., 2015; Magee e Devezas, 2016; Ward et al., 2016; Schandl et al., 2017; Hickel e Kallis, 2019; EEB, 2019; Vadén et al., 2020).

§  La circolarità dell’economia al 100% è fisicamente impossibile, si può parlare al più di “quasi-circolarità”. L’economia “circolare” potrebbe non portare verso la sostenibilità se le misure di circolarità continueranno ad alimentare la crescita economica portando all’aumento del consumo complessivo di materiali.

§  L’economia della ciambella (Raworth, 2017), del benessere (Fioramonti, 2016), della semplicità e sufficienza (Alexander, 2015; Trainer, 2020), la post-crescita (Daly, 2014; Jackson, 2021), la decrescita (Demaria et al., 2013) sono alcune delle alternative alle concezioni economiche più comuni e preponderanti fondate sulla crescita e offrono preziose interpretazioni e intuizioni per ripensare e riorganizzare il progresso.

§  Il Green Deal europeo e altre iniziative politiche per un futuro sostenibile richiedono non tanto soluzioni tecnologiche che aumentano il consumo di risorse, ma soprattutto cambiamenti nelle pratiche sociali e nei modelli di produzione e consumo.

§  La crescita è radicata culturalmente, politicamente e istituzionalmente (la fede e la dipendenza da essa sembra tutt’altro che scalfita anche dalla crisi del Covid-19). Il cambiamento richiede di affrontare queste barriere in modo democratico. In questo senso le tante comunità che vivono in modo semplice offrono ispirazione per l’innovazione sociale.

I nuovi studi prospettici dell’EEA evidenziano come sia prioritario affrontare il cambiamento con un approccio olistico che adotti la scienza della complessità, la prevenzione, la transizione e trasformazione strutturale, l’ecosystem based management (EEA, 2017, 2018, 2019, 2020a, 2020b).

Tra gli studi prospettici in cantiere, uno di prossima pubblicazione, denominato “Agriculture as care”, riguarda i sistemi alimentari, basi di ogni attività economica. Questi risultati europei trovano ottima assonanza con gli studi che anche in Italia si stanno conducendo dal 2017 sulla resilienza dei sistemi alimentari secondo il paradigma socioecologico e transdisciplinare tratteggiato ora anche dalle analisi prospettiche dell’EEA, andando oltre i singoli schemi: quello dell’uso efficiente di risorse e quello della sicurezza alimentare.

In particolare lo studio sistemico dello spreco alimentare individua proprio nei modelli di sovrapproduzione economica (EU DG Research, 2020; EEA, 2021) e nelle disuguaglianze (EEA, 2019; 2020a) le cause primarie dei suoi enormi impatti ambientali, sociali e sulla sicurezza alimentare (Moore, 2010; Hickey e Ozbay, 2014).

SISTEMI ALIMENTARI OPPRESSIVI E FRAGILI

I sistemi alimentari odierni determinano infatti enormi pressioni su tutte le sfere ambientali e in particolare sulla biosfera, da cui dipende il loro funzionamento.

I sistemi alimentari industriali guidati dai modelli economici prevalenti (e dalla disponibilità di combustibili fossili a prezzo relativamente basso) sono i maggiori fattori di superamento dei limiti ecologici planetari e delle relative soglie di sicurezza, con le attività legate alla zootecnia intensiva come principale determinante delle diverse tipologie d’impatto (Steffen et al., 2015; Willett et al. 2019; Rockströmet al., 2020). I

l superamento di questi limiti comporta forti instabilità sociali ed economiche. Per la perdita di integrità biologica (stimata sulla base della velocità di estinzione delle specie) potrebbe già largamente essere avvenuto il superamento sia della soglia di sicurezza che dell’ancor più allarmante soglia di incertezza e forse di non ritorno.

I sistemi alimentari sono i principali responsabili di superamento della maggior parte dei limiti planetari (Campbell et al., 2017; Gordon et al., 2017) quali l’alterazione dei cicli naturali dei nutrienti-fertilizzanti azoto, fosforo e potassio, il consumo eccessivo di suolo (per la cui gestione è urgente un’equa regolamentazione) e di acqua (per cui le previsioni di disponibilità sono inquietanti), mentre il loro contributo al cambiamento climatico arriva fino a circa un terzo del totale, considerando anche gli effetti indiretti (IPPC, 2019; Crippa et al., 2021) e con fabbisogni energetici crescenti.

I sistemi alimentari incidono per circa un terzo sull’impronta ecologica mondiale che è di circa 2,8 ettari globali pro capite ovvero 1,6 volte la biocapacità disponibile sul pianeta (GFN, 2021), con grandi squilibri (per esempio gli USA hanno un’impronta pro capite 10 contro 1 dell’India).

I sistemi alimentari impegnano da soli circa metà della biocapacità globale. In parallelo i sistemi alimentari sono tra i maggiori imputati dello sviluppo di epidemie zoonotiche tramite i loro impatti sugli ecosistemi (IPBES, 2020; Di Marco et al., 2020; Wallace, 2016, 2020) e co-fattori di più ampie sindemie (Horton, 2020) essendo responsabili di gravissimi squilibri sanitari che coinvolgono la maggior parte delle persone nel mondo, molto spesso associati a guerre e migrazioni. Incrociando infatti i dati delle organizzazioni delle Nazioni Unite (FAO, IFAD, UNICEF, WFP e WHO) emerge come circa due terzi della popolazione mondiale soffra di gravi e spesso opposti squilibri nutrizionali: 12% denutrito, 27% malnutrito, 27% sovralimentato e malnutrito.

Inoltre meno del 33% della popolazione mondiale è attualmente autosufficiente grazie a cibo locale (Kinnunen et al., 2020) e in Italia l’autosufficienza è sotto l’80%. Al contempo nel sistema alimentare globale si spreca almeno il 50% delle calorie prodotte (in Italia almeno il 60%), considerando oltre a perdite e rifiuti anche la sovralimentazione (dovuta spesso a prodotti industriali iper trasformati) e soprattutto la perdita netta nella conversione di risorse edibili operata dagli allevamenti animali (Vulcano e Ciccarese, 2019; ADA, 2020).

Questo spreco impegna da solo circa un terzo della biocapacità globale, senza considerare anche altre forme di spreco quali gli usi non alimentari di prodotti edibili, le perdite prima dei raccolti, le perdite di acqua potabile. L’impronta ecologica dello spreco alimentare sistemico in Italia (e in Europa) arriva ad almeno il 50% della biocapacità ed è in buona parte collegato alle importazioni (soprattutto frumento, soia, mais per i mangimi o olio di palma, ma ormai anche frutta e verdura in parte non trascurabile).

La sovrapproduzione di surplus alimentari è talmente alta da eccedere anche il tasso di aumento della popolazione e dei fabbisogni mondiali, tanto che il cibo prodotto (a scapito dell’ambiente) basterebbe ampiamente per tutti, ma i meccanismi economici prevalenti determinano una distribuzione fortemente ineguale delle risorse. Nonostante l’aumento globale di produzione, negli ultimi 50 anni la biocapacità disponibile pro capite si è comunque mediamente dimezzata (WWF, 2020). Pur essendo le previsioni di aumento demografico tendenzialmente in alleggerimento, le dinamiche economiche hanno portato negli ultimi decenni all’urbanizzazione e a una pressione demografica globale insostenibile.

Ciò sia nel Sud del mondo sia tanto più nel Nord dove i dati (quali limiti ecologici planetari, biocapacità disponibile e impronta ecologica) mostrano che la saturazione delle potenzialità naturali locali è per lo più avvenuta da tempo e i consumi ordinari si basano in buona parte sulle risorse del Sud globale, oltre che sulla degradazione del proprio ambiente ecologico e sociale.

Ciò è riconosciuto dall’Agenda di sviluppo sostenibile ONU 2030 con gli obiettivi globali di salute e pianificazione riproduttiva. Agenda che però richiama ancora obiettivi di crescita economica, causa delle enormi distanze attuali nel raggiungimento di tutti gli altri obiettivi (O’Neill et al., 2018). Come la crescita economica anche quella demografica oltre un certo livello risulta contro-producente per la qualità della vita e per la biodiversità.

 La veloce diffusione di pandemie è esemplificativa di questa fase e direttamente connessa oltre che al sovrasfruttamento delle risorse ecologiche anche alla densità della popolazione e dei traffici. Purtroppo nel dibattito pubblico la questione demografica viene negletta e non compresa nella sua rilevanza, per via di interessi opposti che si trovano a convergere diventando una posizione prevalente su questo tema.

Insieme a quello del produttivismo-consumismo e dell’esasperazione tecnologica, quello demografico è un fattore interdipendente, fondamentale e ineludibile (Chertow, 2008) di questa necessaria e urgente trasformazione culturale. Trasformazione secondo cui l’umanità è chiamata a comprendere il proprio impatto e prima di tutto ad accettare e a rispettare, più che guidare e gestire (stewardship) lo spazio vitale di tutte le altre comunità ecosistemiche e i limiti comuni di equilibrio (Kallis, 2019).

Sarebbe opportuno trattare il tema in modo il più possibile informato, consapevole e condiviso piuttosto che trovarsi a doverlo affrontare in modo forzato dall’urto con i limiti naturali o imposto da politiche autoritarie.

Per affrontare la pressione demografica sono necessarie formazione scolastica, salute riproduttiva, uguaglianza di genere, potenziamento e difesa dell’educazione delle donne e dei diritti al controllo del proprio corpo, redistribuzione equa della ricchezza e giustizia sociale, pensioni e sanità pubblica, promozione culturale e cambiamenti nello stile di vita.

PROTEZIONE CONVIVIALE DELLA BIODIVERSITÁ

Come conseguenza delle pressioni economiche esercitate sugli ecosistemi, la Terra sta infatti subendo una perdita di biodiversità eccezionalmente rapida e sempre più specie vegetali e animali sono minacciate di estinzione e ancor più in cattivo stato di conservazione, ora più che in qualsiasi altro periodo della storia umana. Si stima che quelle a rischio di estinzione potrebbero essere circa 1 milione, un quarto di tutte quelle accertate (IPBES, 2019; IUCN, 2019). L’indice del pianeta vivente (abbondanza delle popolazioni) segna un preoccupante calo del 70% in media negli ultimi 50 anni (WWF, 2020).

Le estinzioni di specie animali documentate finora sono 765, di cui 79 mammiferi, 145 uccelli, 36 anfibi. Secondo la “lista rossa” dell’Unione internazionale per la conservazione della natura 1.199 mammiferi (il 26% delle specie descritte), 1.957 anfibi (41%), 1.373 uccelli (13%) e 993 insetti (0,5%) sono minacciati di estinzione; così come il 42% degli invertebrati terrestri, il 34% degli invertebrati di acqua dolce e il 25% degli invertebrati marini sono considerati a rischio di estinzione.

In Italia le specie animali minacciate di estinzione sono 161 (138 terrestri e 23 marine), pari al 28% delle specie valutate, tra cui circa il 31% dei vertebrati (ADA, 2020). Circa il 90% del sovrasfruttamento globale di specie ittiche, almeno il 30% della degradazione della sostanza biologica nei suoli e circa il 70% della perdita mondiale di habitat è riconducibile alle attività antropiche alimentari nel loro complesso, tra cui spicca la deforestazione per allevamenti animali intensivi (Campbell et al., 2017; Gordon et al., 2017).

Il sistema alimentare globale è quindi il fattore principale di erosione della biodiversità, con l’agricoltura industriale che da sola rappresenta la minaccia per 24.000 (86%) delle 28.000 specie fin qui accertate come a rischio di estinzione (UNEP-Chatam House, 2021). I principali tipi di processi attraverso cui avviene questa degradazione sono il cambio di uso del suolo, l’estrazione diretta di biodiversità, l’inquinamento, il cambiamento climatico e l’immissione di specie aliene invasive.

Inoltre la FAO stima che negli ultimi cento anni si sia verificata una perdita enorme di agrobiodiversità: quasi il 75% della diversità genetica di specie coltivate e allevate è andato perso e l’alimentazione umana oggi si basa per il 75% solo su 12 specie vegetali e 5 animali (FAO, 2019). Le api domestiche e gli apoidei selvatici impollinano circa il 90% delle specie vegetali presenti sul pianeta (75% di quelle di interesse alimentare), garantendo circa il 35% della produzione agroalimentare.

Oltre il 40% delle specie di invertebrati, in particolare api e farfalle che garantiscono l’impollinazione, sono a rischio di estinzione, causa principalmente dei sistemi di produzione agroindustriale (FAO, 2019). Le meta-analisi scientifiche mostrano che le aziende agricole più piccole, in media, hanno rese più elevate e ospitano una maggiore biodiversità sia colturale che non, sia a scala agricola che paesaggistica, rispetto alle aziende agricole più grandi (Ricciardi et al., 2021).

Altre meta-analisi hanno dimostrato gli enormi benefici per la biodiversità portati dai metodi di coltura agroecologici (Reganold e Wachter, 2016; IPES-Food, 2016). Si consideri poi che la protezione della biodiversità globale e locale è di importanza fondamentale per contrastare i cambiamenti climatici in atto, i quali a loro volta stanno mettendo in forte pericolo la sicurezza alimentare e idrica (Ortiz-Bobea et al., 2021).

 

Cambiamenti climatici che potrebbero anche essi venire affrontati molto più efficacemente con approcci di decrescita economica (Keyßer e Lenzen, 2021) riducendo i fabbisogni energetici e incrementando il benessere generale, partendo dalla democratizzazione, dalla qualità del servizio pubblico e dalla redistribuzione equa dei redditi e delle condizioni di accesso ai servizi (Vogel et al., 2021; D’Alessandro. et al, 2020). OECD – agenzia tedesca

Le politiche e le misure di protezione, rigenerazione e valorizzazione della biodiversità (come le nature based solutions di cui molto si discute) dovrebbero andare oltre il paradigma della crescita economica, migliorando al contempo la prosperità e il benessere generali (IPBES, 2019; IPBES-IPCC, 2021).

Le soluzioni basate sulla natura: non sono un’alternativa alla necessaria decarbonizzazione, anche perché i tempi naturali di assorbimento dei gas serra sono molto lunghi; esse devono coinvolgere una gamma sufficientemente ampia di diversi ecosistemi; dovrebbero essere progettate in collaborazione con le comunità locali nel rispetto delle popolazioni indigene e di tutti i diritti sociali; infine, devono essere di supporto alla protezione della biodiversità, dal livello del gene a quello dell’ecosistema, senza interventi che alterino le reti trofiche e gli equilibri ecologici (Girardin et al., 2021).

Alterazioni ecologiche che vanno evitate anche per quanto riguarda quelle che possono derivare anche dalla replicazione digitale e proprietaria dei genomi dell’agrobiodiversità per sviluppi agroindustriali o da vari tipi di nuove tecnologie genetiche che vengono rilasciate nell’ambiente naturale (gene editing, gene drive).

In questo processo dovrebbero essere considerate anche le responsabilità passate e presenti nella delocalizzazione globale degli impatti (CBD, 2021; Marques et al., 2019) come quelli derivanti dal sovrasfruttamento europeo e italiano di risorse alimentari importate. Responsabilità che si ripercuotono nell’accrescimento delle disuguaglianze e dei debiti che costringono i paesi del Sud globale a sfruttare la biodiversità per la sopravvivenza (Dempsey et al., 2021).

È necessario fornire risorse per permettere la protezione e la rigenerazione della biodiversità, eliminando i sussidi dannosi e riconoscendo al contempo la fallacia della creazione di nuova crescita economica basata su servizi e mercati finanziari della biodiversità, comprese le cosiddette compensazioni per la distruzione del cosiddetto “capitale naturale” (Heinrich Böll Foundation, 2014-2021) o il finanziamento di progetti dannosi come le forestazioni di piantagioni monoculturali o rischiosi come le afforestazioni (IPBES-IPCC, 2021 per le colture bioenergetiche). Ciò comporta preferire l’uso di lessico e metriche biofisiche, ecosistemiche e di benessere, tutelando, se necessario anche giuridicamente, l’esistenza di valori e benefici incommensurabili, non intercambiabili, altamente dipendenti dal contesto e a uso non esclusivo. Comporta inoltre esplorare traiettorie partecipative, conviviali e condivise nell’attuale formazione di scenari e quadri di riferimento internazionali per azioni che siano effettivamente a protezione della biodiversità e dei sistemi socioecologici congiunti (de Boef et al., 2013; Heinrich Böll Foundation 2014-2021; Buscher e Fletcher, 2019; Otero et al., 2020; Frainer et al., 2020). Ciò permetterebbe inoltre di superare la contrapposizione tra land sparing e land sharing integrando nelle classiche misure di protezione della biodiversità una visione dinamica e proporzionata alla scala locale, tutelando comunque le aree di riserva ad alto valore naturale e aumentando la connettività delle reti ecologiche di conservazione globale.

Le analisi integrate energia–informazione-struttura-biodiversità applicate agli agroecosistemi confermano come i mosaici complessi dei paesaggi agroecologici tradizionali continuano a garantire un’elevatissima conservazione della biodiversità e mettono in luce le potenti sinergie tra metabolismo sociale, ecologia del paesaggio e proliferazione della biodiversità (Marull et al., 2020).

 

BIOECONOMIA QUASI-CIRCOLARE FUORI DALLA CRESCITA

Ultimamente l’utilizzo economico delle biomasse (cosiddetta “bioeconomia”) è in aumento per via dello sfruttamento o della coltivazione, oltre che per gli scopi tradizionali, anche come materie prime alternative a quelle fossili e minerali o per processi di assorbimento delle emissioni serra.

Come già avvenuto nel recente passato, ciò può portare a concorrenza nell’uso di risorse già scarse come l’acqua e il suolo (naturale e agricolo produttivo), nonché ad aumenti della perdita di biodiversità, delle speculazioni finanziarie, dei prezzi e dell’insicurezza alimentare (Vulcano e Ciccarese, 2019; EEA, 2020a; Stenzel et al., 2021).

È indispensabile prima di tutto affrontare la questione in un’ottica termodinamica prima che econometrica, tornando quindi alla definizione originale di bioeconomia come economia basata sull’aderenza ai principi biofisici (Georgescu-Roegen, 1971, 2003).

In questo senso le evidenze scientifiche mostrano che per garantire sicurezza alimentare e ambientale è necessario accordare priorità alle misure trasformative di prevenzione strutturale degli sprechi sistemici (vedi in seguito) rispetto a quelle di bioeconomia “circolare” quali riciclo e recupero degli scarti (Vulcano e Ciccarese, 2019).

Queste ultime possono essere utili se adeguatamente calibrate, ma non sono sufficienti e un’eccessiva attenzione su di esse rischia di essere contro-producente, oltre che di coprire e ritardare l’attuazione di interventi di prevenzione strutturale.

Le azioni di prevenzione non strutturale dei rifiuti alimentari sono invece fondate soprattutto sull’introduzione di nuove tecnologie. Questi interventi aumentano l’efficienza dei processi industriali nel breve periodo, evitando gli effetti negativi dello smaltimento, ma creandone di ulteriori per la loro applicazione, per lo più delocalizzati (Brand e Wissen, 2013).

Parallelamente essi aumentano i costi, diminuiscono il senso di responsabilità dei cittadini nei confronti dello spreco e del valore del cibo e tendono ad aumentare complessivamente il consumo di risorse e gli effetti negativi (paradosso di Jevons). Studi approfonditi dimostrano che così si possono vanificare i vantaggi del riciclo in termini di impatti negativi totali, i quali possono addirittura aumentare in particolare quando mancano appropriate misure di regolamentazione del settore privato (Valenzuela e Böhm, 2017; Zink e Geyer, 2017).

In generale i processi bioeconomici dovrebbero almeno essere realmente sostitutivi e non aggiungersi a quelli già esistenti, incrementando così la domanda di risorse e le dimensioni economiche complessive. Se resta inalterato il paradigma di crescita i processi di recupero e riciclo alimentare hanno bisogno della sovrapproduzione e sovraofferta di eccedenze per svilupparsi, espandendo i confini della mercificazione (Krones, 2019) e accelerando (Valenzuela e Bohm, 2017) o essendo ancillari (Lindenbaum, 2016) al medesimo sistema di mercato.

Un meccanismo basato su estrazione di profitto economico da ogni processo biofisico e non, produttività unitaria, competizione, concentrazione e stimoli al consumo. La priorità per prevenire lo spreco deve andare alla prevenzione delle eccedenze. Quindi i processi sostitutivi nell’uso delle eccedenze dovrebbero comunque essere limitati e orientati verso il più completo livello di rinnovabilità delle risorse (Hausknost et al., 2017).

Per esempio le nuove iniziative di bioeconomia non dovrebbero portare all’estrazione di residui colturali che altrimenti contribuirebbero alla materia organica del suolo e quindi alla sua fertilità alimentare (Holmatov et al., 2019). Per garantire la rinnovabilità delle risorse alimentari è necessario ridurre la produzione di eccedenze e la densità dei fabbisogni a limiti minimi “fisiologici” determinati in base alle capacità naturali locali e ai metodi agroecologici di rigenerazione quasi-circolare e di sufficienza, che usano più parsimoniosamente le risorse, proteggono e valorizzano la diversità biologica e la pluralità culturale (visione bioregionale olistica).

Questi metodi già dal breve periodo mostrano numerosi vantaggi socio-ecologici e rese comparabili ai modi industriali che a fronte di elevate rese immediate tendono a depauperare velocemente le risorse, mentre nel medio-lungo periodo o già in situazioni critiche le rese agroecologiche possono essere maggiori (IPES-FOOD, 2016; Schrama et al., 2018; Eyhorn  et al., 2019; Lowder et al., 2021). Inoltre i bassi tassi attuali di circolarità dovuti all’impiego di complesse infrastrutture industriali confermano che minore è la scala e maggiore è l’efficacia dei processi di riciclo/rigenerazione e delle connesse reti di innovazione sociale (Garnett et al., 2015; Piques e Rizos, 2017; EEA, 2021).

Facilitando questi approcci si permetterebbe a una bioeconomia realmente quasi-circolare di non produrre vari tipi di effetti complessi di retroazione sistemica (EEB, 2019) che rendono improbabile il “disaccoppiamento” completo, ostacolano l’efficacia delle politiche in atto e bloccano il cambiamento (EEA, 2021). Queste retroazioni sono interconnesse e si autorafforzano in spirali perverse, apparentemente in modo controintuitivo.

Storicamente lo sviluppo di nuove tecnologie sempre più elaborate, specie quelle proprietarie o che sono state sussunte al lavoro collettivo, è diventato il principale fulcro nell’estrazione di nuova crescita economica e finanziaria (Bakker et al., 2017). Esso ha quindi sorpassato gli altri fattori che si inter alimentano: l’espansione demografica, il sovrasfruttamento e impoverimento della forza lavoro, produttiva e riproduttiva (Griffith et al., 2018); fattori che restano comunque tuttora attivi in proporzioni e distribuzioni diverse tra il Nord e il Sud Globale. Al raggiungimento di eccessive complessità di scala, le necessità esponenziali di risorse e la saturazione della domanda portano alla diminuzione dei margini di produttività, a cui i modelli prevalenti rispondono usualmente con l’indebitamento e l’aumento di efficienza tecnologica di alcuni settori nell’uso unitario delle risorse.

Ciò genera il cosiddetto effetto “rimbalzo” (Glansdorff e Prigogine, 1971; Polimeni et al., 2007). L’efficienza favorisce l’aumento di scala dei processi, la diminuzione dei costi unitari e di conseguenza aumenta la promozione e la domanda fino a generare aumenti netti dei consumi di risorse e degli impatti negativi, molto spesso delocalizzati globalmente o in altri settori economici (UNEP, 2018; IPBES, 2019; EEA, 2020b, 2021; ISTAT, 2021). In parallelo avviene la valorizzazione dello status posizionale delle merci che allarga le disuguaglianze nella società e soggioga con l’illusione che la ricchezza filtri dall’alto verso il basso.

Ciò prosegue finché vi sono risorse disponibili a un costo che ne renda conveniente l’utilizzo, poi l’innovazione tecnologica produce un nuovo salto in avanti esasperando consumi e impatti complessivi. Tali cicli di amplificazione rendono il sistema globale sempre più dissipativo, fragile e instabile per minimi disturbi non riconosciuti, predisposto a subire traumi e crisi repentine (come nel caso del Covid-19).

Essendo attualmente l’espansione della società limitata da vincoli biofisici esterni, i miglioramenti dell’efficienza potrebbero essere invece utilizzati per esplorare insiemi alternativi di comportamenti più compatibili con tali limiti, contenendo la perdita di diversità; la società dovrà così negoziare nuove definizioni di desiderabilità attraverso adeguamenti culturali e politici che portino a nuovi modi accettabili di vita (Giampietro e Mayumi, 2018). I miglioramenti dell’efficienza potrebbero derivare da un “effetto rimbalzo” positivo generato da processi bioeconomici e culturali orientati al principio di sufficienza (Alexander, 2015).

QUALE RESILIENZA

La complicata sfida di proteggere gli ecosistemi e al tempo stesso garantire la sicurezza alimentare della popolazione globale in modo “sostenibile” ha attirato una crescente attenzione da parte delle principali istituzioni ambientali e dei governi. Negli ultimi anni il discorso si è spostato dalla “produzione rispettosa dell’ambiente” alla “sostenibilità del sistema alimentare”.

Ciò dovrebbe considerare e migliorare la “resilienza” dell’intero sistema per riportarlo entro i limiti. Questa resilienza, troppo spesso definita e richiamata in senso superficiale o strumentale, è però una caratteristica indispensabile per il futuro sistema alimentare e più in generale, soprattutto in un contesto di crescenti incertezze dovute ai cambiamenti ambientali e alla variabilità che supera le abilità previsionali e gestionali.

In sintesi essa può essere vista come la capacità biologica, ecologica e sociale di confrontarsi e adattarsi ai cambiamenti e ai disturbi, resistendo anche a quelli imprevisti o potenzialmente destabilizzanti, tramite processi ciclici di individuazione contingente, di autorganizzazione e di convergenza tra scale diverse (Holling e Gunderson, 2001; Kupiec, 2019). Essa fonda il suo potenziale rigenerativo sull’omogenea distribuzione dei benefici derivanti dall’interconnessione tra un’elevata diversità di “agenti” (biologici, sociali, …) e sull’osmosi con l’ambiente esterno.

Ciò può garantire lo scambio reciproco di caratteristiche multifunzionali essenziali per far sì che l’intero sistema possa adattarsi ai cambiamenti o creare le necessarie trasformazioni, specie in situazioni critiche. Si riferisce perciò anche alla capacità di mutazione profonda di un sistema non più sostenibile e instabile verso nuovi livelli di equilibrio.

Per raggiungere questi obiettivi ecologici e sociali occorre non solo ridurre le pressioni derivanti dalla produzione, ma attuare una serie di sostanziali cambiamenti economici e culturali, a partire da un immaginario estetico e creativo che sappia elaborare positivamente le sensazioni oltre che la razionalità, consapevole delle inerzie presenti come delle potenzialità che possono essere sbloccate, prendendo spunto anche da visioni e prospettive relazionali indigene e apparentemente minoritarie.

I mutamenti necessari, avviati in parallelo, si potenzierebbero sinergicamente a vicenda. Essi riguardano, tra le altre cose: la struttura delle intera filiera e il ruolo non più centrale del consumo individuale, della competizione, del lavoro retribuito, del valore monetario e del profitto privato nella società, penalizzando le attività che consumano più risorse naturali e incentivando la redistribuzione della ricchezza; una partecipazione paritaria e solidale delle persone basata sulla valorizzazione sociale delle minoranze e delle innovazioni che vengono dai margini, lo sviluppo di capacità relazionali, abilitanti e di autonomia più che su istruzione, controllo e assistenza; sistemi collettivi di tutela, credito e scambio che riconoscano equamente il valore della vita e del lavoro consapevole di cura dell’ambiente e delle persone; conversione dei sistemi militari in servizi collettivi di autodifesa dei beni comuni. In queste direzioni serve inter e post disciplinarietà nell’educazione, nella formazione e nella ricerca-azione.

 

È URGENTE UNA TRASFORMAZIONE STUTTURALE

Le evidenze scientifiche più attendibili mostrano che per raggiungere la resilienza e la salute socioecologica sia quindi primaria una trasformazione strutturale dei sistemi alimentari, invocata ormai anche da molte istituzioni internazionali con vari accenti (FAO, 2020 e altri in nota bibl.) e per cui la finestra temporale disponibile potrebbe essere più stretta di quanto comunemente ritenuto. Potrebbe essere necessario un periodo di transizione verso la graduale rilocalizzazione dei sistemi alimentari in cui si integrino sistemi locali e regionali così come potrebbe essere necessario fare affidamento in un tempo molto più ristretto sulla resilienza dei sistemi alternativi di piccola scala già esistenti (Berkes et al., 2003; Walker e Salt, 2006, Fleming e Chamberlin, 2016). Per tornare entro le capacità ecologiche la diffusione di queste pratiche sociali dovrebbe diventare molto ampia e lo spreco sistemico dovrebbe essere probabilmente ridotto al 15-20% ovvero ad almeno 1/3 dell’attuale a livello globale, a 1/4 in Italia (Vulcano e Ciccarese, 2019). La conversione sarà tanto più efficace quanto saprà andare oltre il consueto riformismo incrementale e le tendenze economico-culturali ordinarie (soluzioni di mercato o solo istituzionali o centrate sul ruolo del consumatore, …) verso orizzonti e principi di parsimonia, sobrietà, prosperità e abbondanza frugali (Nelson e Edwards, 2021). In questo cambio di paradigma economico-culturale emerge l’esigenza principale di rendere il valore del cibo più un bene comune e meno una merce standardizzata e spettacolarizzata (EU DG Research, 2020 e altri in nota bibl.). Le macro linee d’azione fondamentali (interdipendenti e in parte sovrapposte) su cui potrebbe partire la progettazione condivisa di scenari trasformativi sono sinteticamente:

§  democratizzazione ed equità dei valori e delle relazioni tra i soggetti, dentro e fuori il sistema economico e alimentare (IPBES, 2019; EU DG Research, 2020; Nature Food, 2020; FAO, 2020);

§  riduzione selettiva, in termini assoluti prima che di efficienza, dei consumi di prodotti/servizi e delle necessarie risorse materiali ed energetiche (IPBES, 2019; EU DG Research, 2020; EEA, 2021), soprattutto per il Nord globale e i ricchi;

§  riduzione consapevole della pressione demografica e dei fabbisogni complessivi (SDGs ONU 2030 3.7 e 5.6; Kallis, 2019), soprattutto per il Nord globale e i ricchi;

§  riduzione degli usi non alimentari umani (mangimi, carburanti, …) dei prodotti edibili e delle relative risorse necessarie e limitate, tra cui il suolo e l’acqua (EEA, 2020a);

§  diete sane per umanità e pianeta, preferendo prodotti vegetali e non iperprocessati, riorientando quote e metodi produttivi e le relative risorse (EEA, 2017; Willet et al., 2019; UNEP, 2021);

§  sviluppo di reti (autosufficienti e cooperative) alimentari locali, ecologici, solidali e di piccola scala in grado di prevenire drasticamente gli sprechi sistemici e gli impatti negativi (EEA, 2017; EU DG Research, 2020; FAO, 2018, 2020).

In particolare rispetto ai sistemi convenzionali si osserva una riduzione media degli sprechi del 67% nel caso di sistemi alimentari regionali, biologici e di medio-piccola scala e addirittura fino al 90% in media nel caso di reti locali, agroecologiche, solidali (mutualistiche) e di micro-piccola scala (Vulcano e Ciccarese, 2019; Sosna et al., 2019, Baker et al., 2019). Questi processi dovrebbero tendere a svincolarsi sempre più dalla captazione, dal condizionamento o dall’oscuramento che usualmente avviene da parte dei modelli economico-culturali prevalenti (Giampietro e Funtowitz, 2020): si veda il caso del Food System Summit ONU 2021. Ciò può avvenire anche aggirando gli ostacoli convenzionali (Sherwood et al., 2016) o riempiendo di innovazione critica gli spazi vacanti (Van der Ploeg, 2016). Sviluppando reti egualitarie di progettazione globale su cui fare affidamento, si può riportare più diffusamente la produzione e la co-produzione a livello di collettività locali (Kostakis et al., 2015). L’uso di tecnologie quasi-circolari, paritarie e conviviali, può potenziare filiere più corte e solidali, con opportunità di benessere territoriale, allo stesso tempo riducendo l’impronta ecologica verso livelli di equilibrio.

Perciò è urgente riconvertire l’esistente, facilitare o permettere lo sviluppo delle esperienze virtuose già avviate, replicarle orizzontalmente secondo i diversi contesti (senza accrescere le singole dimensioni, scale out), connetterle tra loro, preservare le varie comunità che vivono in modo semplice e armonioso con l’ambiente naturale e lasciarvisi ispirare.

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Nota a margine: versione personale dell’articolo istituzionaleOltre la crescita economica. Protezione della biodiversità e resilienza alimentare”


*Giulio Vulcano è laureato in Scienze ambientali all’Università della Tuscia di Viterbo con una tesi sperimentale di analisi transdisciplinare e sviluppo locale. Si è occupato di verifiche dell’impatto ambientale delle grandi infrastrutture di mobilità presso l’agenzia ambientale della Toscana (ARPAT). Ha svolto l’attività professionale di Pianificatore territoriale abilitato e valutatore ambientale. Ha esperienza di educazione e formazione in campo ambientale. È ricercatore presso l’Istituto Superiore di Protezione e Ricerca Ambientale (ISPRA), dove ha maturato competenze nella Valutazione Ambientale Strategica (VAS) di piani e programmi, sia nelle metodologie tecnico-scientifiche che nei processi partecipativi e tecnico-amministrativi. Ha una lunga esperienza di reti e percorsi di innovazione sociale e ambientale dal basso (quali gruppi d’acquisto solidale e orti urbani condivisi). In ISPRA è ora impegnato nell’area per la conservazione di specie, habitat, ecosistemi e la gestione sostenibile del territorio e delle risorse agroforestali. Ha realizzato una ricerca complessa sulla questione dello spreco alimentare secondo un approccio sistemico finalizzato all’individuazione e all’attivazione di misure di prevenzione strutturale. È autore di pubblicazioni scientifiche e interventi a convegni. Il suo principale interesse di ricerca e azione è la tutela e la rigenerazione dei sistemi socio-ecologici congiunti.

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