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domenica 29 dicembre 2024

Sua deficienza Matteo Salvini


Nuovo codice della strada: quando la follia diventa legge - Matteo Gracis


Oltre a quanto detto da Gracis nel video, segnaliamo che il governo è stato anche diffidato dai pazienti oncologici, malati di sclerosi multipla, e tutte le persone che fanno uso regolare di cannabis medica, perchè improvvisamente impossibilitate a guidare dal nuovo codice della strada di Salvini.

sabato 29 febbraio 2020

Parole che uccidono - Alessandro Ghebreigziabiher



Si dice che la penna ne uccida più che la spada.
Probabilmente è vero, anche se oggigiorno abbiamo un po’ perso l’uso della famosa penna Bic o di quella a sfera. Nel nostro tempo ci limitiamo a digitare dei tasti, prestando più o meno attenzione a quel che scriviamo. Spesso dimenticandoci un secondo dopo di ciò che abbiamo detto.
Tuttavia, tale epocale mutamento non diminuisce affatto il potere delle parole. Anzi, paradossalmente ci ha portato a sottovalutarne il peso e le conseguenze, a breve e lungo termine. Ma la responsabilità, ovvero la colpa, rimane e qualcuno dovrà risponderne, prima o poi.
Perché le parole uccidono, ripeto. Letteralmente. Traducono folli pensieri e terrificanti intenzioni.
Come quando Tobias Rathien, l’uomo che ha lordato le sue mani con il sangue di undici persone, ferendone gravemente altre quattro ad Hanau, in Germania, ha dichiarato che alcuni popoli che non si riescono a espellere vanno sterminati.
Ma le parole sono come i granelli della sabbia sui cui corriamo d’estate per non scottarci. Le condividiamo sciaguratamente distratti come ogni atomo della terra che ci ospita, dalla quale veniamo alla luce e a cui, alla fine del giorno chiamato vita, faremo ritorno. Transitano leggere, o tutt’altro, in modo equo e caotico tra ciascuno di noi, dal ricco al povero, dal vecchio al giovane, dal presunto uguale al necessariamente diverso, come invisibili molecole di un’aria che facciamo di tutto per rendere anno dopo anno più irrespirabile.
Prima di arrivare a cancellare sul serio la vita altrui, sono parole che dividono e feriscono, come quelle di Matteo Salvini quando afferma che ci sono troppi stranieri in campo, dalle giovanili alla Serie A, e questo è il risultato. #STOPINVASIONE e più spazio ai ragazzi italiani, anche sui campi di calcio. Quando afferma che una ricerca della Fondazione Leone Moressa rivela che il 3% degli islamici in Italia sostiene che l’ISIS sia il vero Islam, e visto che in Italia i musulmani sono un milione e mezzo, ci sarebbero quindi fra noi quasi 50.000 potenziali TERRORISTI. E quando segnala continue scosse di #terremoto in Centro Italia, neve e gelo, ma poi conclude con altro che “migranti”, che il governo aiuti subito questi italiani!
Sono parole che discriminano e offendono, come
quelle di Donald Trump, il quale sostiene che (i messicani) non sono nostri amici, portano droghe e crimine, che le persone in arrivo in Usa da Haiti hanno l’Aids e quelle provenienti dalla Nigeria dovrebbero tornarsene nelle loro capanne in Africa e finisce per chiedersi perché abbiamo tutta questa gente da cessi di Paesi.
Sono parole che intendono spaventare le creature più impressionabili e fomentare gli animi più vulnerabili, come quelle di Marine Le Pen quando esclama: “Diciamo no a questa immigrazione che sommerge i nostri Paesi e mette in pericolo la sicurezza dei nostri popoli, dei nostri conti, dei nostri valori di civiltà. Noi vogliamo vivere nei nostri Paesi come vogliamo noi: in Francia da francesi, in Italia da italiani.”
Sono parole, in una parola, razziste, come quelle di Viktor Orbán quando dichiara che nel paese che governa non abbiamo bisogno di migranti, ma di bambini ungheresi.
Sono parole ignoranti, ma soprattutto infami, come quelle di Boris Johnson, il quale è convinto che se dobbiamo legalizzare i matrimoni gay, allora non vedo nulla di male nel legalizzare i matrimoni tra tre uomini, o tra tre uomini e un cane. Prima di chiosare berciando che i figli di madri single sono illegittimi.
Sono parole che escludono e discriminano in maniera del tutto disumana, come quelle con cui Geert Wilders si augura un’Olanda per Henk e Ingrid, non per Ahmed e Fatima.
O anche parole semplicemente idiote, ma non per questo meno pericolose, come quelle di Nigel Farage, quando senza alcuna vergogna afferma che le donne valgono meno, è giusto guadagnino meno, vanno in maternità.
Queste e moltissime altre sono parole che magari non uccidono, ma sono frutto avariato e velenoso di voci potenti, la maggior parte delle quali guidano nazioni intere e seminano odio e alimentano disagi in milioni di persone.
Sono parte fondante del medesimo discorso ignobile che conduce allo sterminio di vite innocenti.
Sai qual è l’aspetto più grottesco e inquietante di tale scenario? Che l’abbiamo già visto nei secoli passati, a cominciare da quello scorso…

sabato 15 giugno 2019

Aragoste galluresi, leghisti e vento - Francesco Giorgioni


Leggo su La Nuova Sardegna che l’assessora regionale competente ha abolito l’obbligo del giornale di bordo per la pesca dei crostacei. 
Subito mi si accende una lampadina dentro la testa, si annodano fili e ricordi di vecchie interviste sepolte nella memoria. Questo flusso cerebrale produce una conclusione: la Lega e l’aragosta, in Sardegna, sono un binomio politico. Ora vi spiego.
Credo sia stato il dicembre del 2008. Alla redazione di Olbia dove lavoravo arrivò un fax, allora ancora si usavano, che annunciava l’inaugurazione della prima sezione della Lega nord in Sardegna. A Trinità d’Agultu, Gallura.
Sono passati solo dieci anni, ma allora la cosa fece davvero ridere.
L’inaugurazione credo fosse fissata per i primi di gennaio del 2009, io avevo già programmato le ferie e sapevo di non poterci andare.
Allora cercai i promotori del lieto evento politico e riuscii a contattare il signor Mauro Morlè, di professione pescatore.
Perché si sappia, il primo leghista sardo certificato è lui. Sapevo che c’erano già stati abbracci tra i sardisti di destra e camicie verdi, sapevo di un sardista candidato in un seggio leghista alle politiche. ma di sezione leghiste nell’Isola non se ne erano ancora viste.
Morlè mi raccontò al telefono, con cristallina franchezza, il suo repentino approdo sulle coste di Pontida (non c’è il mare, a Pontida, ma avrete capito che si tratta di un’immagine simbolica).
Insomma, nei villaggi turistici di quel pezzo di Gallura che guarda verso Castelsardo c’era sempre un grande traffico di leghisti, cui il mare sardo piaceva assai.
Tra questi spiccava per intraprendenza un europarlamentare, l’onorevole Fabio Rizzi, che aveva stretto un rapporto di amicizia con Morlè. A Rizzi piaceva andare sulla barca di Morlè e assistere alla pesca delle aragoste.
Senonché, durante una di queste uscite, un episodio fece scoccare l’intesa politica.
Il primo leghista sardo mi raccontò che un giorno tirò su un’aragosta molto piccola. Un’occhiata per stimarne le dimensioni fu sufficiente per ributtarla in acqua.
Il leghista continentale ne fu stupito. Chiese informazioni su quell’inconcepibile spreco, scoprendo in quel momento dal pescatore che le direttive comunitarie vietavano la cattura di crostacei sotto i trenta centimetri. In quello stesso momento, sul legno del peschereccio, Rizzi promise che avrebbe promosso una battaglia in sede europea per cancellare questo divieto.
Morlè gliene fu grato e prese la tessera leghista. Non solo, aprì anche una sezione del Carroccio a Trinità.
Allora la cosa fece ridere i più e fu un clamoroso errore di valutazione. Nessuno è bravo come i pescatori nel fiutare il vento.

venerdì 26 aprile 2019

Il mio ministro è un uomo saggio… - Ascanio Celestini



Il ministro dell’Interno del mio paese indossa la divisa. Non tutta insieme. Una giacca, un caschetto. Se la mette quando fa i comizi o le passeggiate tra la folla. Qualcuno per lui dice «preparate i telefonini».
Lui comunica attraverso la sua pagina Facebook. In quello spazio parla direttamente agli italiani e in molti lo seguono. Ha più di tre milioni e mezzo di follower. Un politico che comunica come il mio compagno di calcetto entra nella mia vita come se fosse un amico. In una foto che ha postato recentemente lo si vede con una t-shirt nera con su stampata una scritta a caratteri enormi: LA DIFESA È SEMPRE LEGITTIMA.
È un’altra delle sue tecniche di comunicazione. Si mette addosso una felpa o una maglietta con una scritta. Basta la foto. La scritta parla per lui. Quasi sempre è infilata sopra la camicia. Usata come una bandiera. Poi aggiunge tre righe di commento. Spesso c’è una faccina. Manda baci, saluti e chiede ai follower: «Che ne dite, amici?».
Il giorno di Pasqua ha postato due immagini sbarazzine. In una si fa il selfie con un somaro: «Guardate chi ho incontrato!». Nell’altra si ritrae con una montagna di polenta. Nelle stesse ore il suo responsabile della comunicazione ha postato una foto sorprendente per il giorno della Resurrezione di Cristo.
Il ministro dell’Interno del mio paese è ritratto con un’arma da guerra e poche righe: «Siamo armati e dotati di elmetto!». Undici anni fa Umberto Bossi minacciò di scatenare i suoi uomini. «Abbiamo trecento mila martiri – disse – i fucili sono sempre caldi».
In quel lontano aprile si chiuse il secondo governo Prodi, tornò Berlusconi e non scoppiò una guerra civile. Non credo che scoppi la prossima settimana. Ma in questi anni è cambiato il linguaggio, dei media e il nostro. Un linguaggio che non tutti sanno gestire e che per qualcuno può diventare un delicatissimo detonatore.
Poco più di un anno fa un italiano di ventotto anni ha sparato a sei immigrati di origine sub-sahariana. È stato arrestato davanti al monumento dei caduti di Macerata mentre faceva il saluto romano e gridava «viva l’Italia» con il tricolore sulle spalle. Anche il ministro dell’Interno del mio paese ha condannato quell’azione. Il ministro è un uomo saggio e peserà ogni parola per il bene del mio paese.