Bruciare le automobili di due ricercatori è un gesto vile, criminale e politicamente inaccettabile, sul quale non può esistere alcuna indulgenza, alcuna ambiguità e alcun tentativo di giustificazione, ma proprio perché ogni crimine deve essere condannato senza esitazioni sarebbe altrettanto doveroso impedire che la sua gravità venga utilizzata per costruire, in assenza di autori individuati, di movente accertato e perfino di una rivendicazione, una verità politica già pronta, confezionata non dagli inquirenti ma dal potere istituzionale, secondo la quale quell’incendio sarebbe un attacco contro l’Einstein Telescope e, per implicazione, il prodotto del clima creato da chi contesta il progetto.
L’imbarazzo nasce nel vedere quanto rapidamente il politicamente
corretto, con il suo bisogno quasi compulsivo di dichiararsi estraneo a ogni
forma di violenza, riesca a prevalere sulla lucidità politica, perché la
preoccupazione di apparire moderati, responsabili e rispettabili finisce per
spingere molti ad accettare una ricostruzione priva di riscontri, come se la
paura di essere associati a un gesto criminale fosse più forte del dovere di
domandarsi chi stia costruendo quella associazione, attraverso quali elementi e
soprattutto con quale vantaggio politico.
Nessuno discute che un attentato debba essere isolato e condannato,
ma isolare un crimine non significa aderire alla narrazione che qualcun
altro ha deciso di costruirgli attorno, né accettare che un fatto ancora
oscuro venga immediatamente collocato dentro il conflitto sull’Einstein
Telescope, trasformando il dissenso in un indiziato morale e offrendo al potere
costituito la possibilità di presentarsi come vittima della violenza proprio
mentre sottrae al dibattito pubblico il diritto di contestare una scelta
politica, economica o territoriale.
La Regione Sardegna non è un organo inquirente, non dispone di una
verità processuale e non può trasformare una propria convenienza
comunicativa in un accertamento dei fatti, ragione per cui ogni
dichiarazione che presenti l’incendio come un attacco al progetto, anziché come
un crimine di cui restano da chiarire autori e movente, deve essere letta per
ciò che è, cioè come un atto politico, non come una conclusione investigativa,
con tutte le responsabilità che derivano dalla scelta di orientare l’opinione
pubblica prima ancora che emergano elementi certi.
Il potere conosce perfettamente il valore della delegittimazione preventiva,
perché quando non riesce a neutralizzare il dissenso sul terreno delle
idee tenta spesso di trasformarlo in un problema di ordine pubblico, di
estremismo o di pericolosità sociale, e in Sardegna abbiamo già assistito
al tentativo di associare la protesta contro la speculazione energetica a
comportamenti violenti, costruendo attorno a movimenti civili, comitati
territoriali e cittadini organizzati un alone di sospetto utile a spostare
l’attenzione dalle ragioni della protesta alla presunta natura di chi protesta.
Quanto accade oggi supera dunque il merito dell’Einstein Telescope, poiché
in gioco non c’è soltanto il giudizio su una grande infrastruttura scientifica,
ma la possibilità stessa di esprimere un dissenso radicale senza essere
collocati, attraverso insinuazioni e accostamenti, nella zona grigia della
violenza, fino a rendere ogni critica più facilmente attaccabile e ogni
opposizione più facilmente isolabile.
L’indipendentismo sardo dovrebbe comprendere prima di altri la pericolosità
di questo meccanismo, perché un potere che oggi riesce a presentare come moralmente contiguo a
un attentato chi contesta un progetto scientifico, domani potrà utilizzare lo
stesso schema contro chi mette in discussione le servitù militari, contro chi
si oppone alla speculazione energetica, contro chi rivendica sovranità sulle
risorse dell’isola e perfino contro chi sostiene apertamente il diritto del
popolo sardo all’autodeterminazione.
Accettare questa narrazione per timore di apparire indulgenti verso la
violenza significa non comprendere la posta in gioco, poiché nessuno
chiede di attenuare la condanna del crimine, mentre si chiede di impedire che
quella condanna venga usata come lasciapassare per una colpevolizzazione
politica del dissenso, che è cosa diversa, assai più sottile e, proprio per
questo, molto più pericolosa.
La vera responsabilità politica non consiste nel ripetere le formule del
potere per dimostrare la propria rispettabilità, ma nel conservare la
capacità di distinguere tra ciò che è accertato e ciò che è utile far credere,
tra un fatto e la sua manipolazione, tra la violenza reale e l’immagine della
violenza costruita attorno a chi contesta, perché la democrazia non viene
minacciata soltanto dagli incendi, ma anche dalle narrazioni che li trasformano
in strumenti per restringere il campo del dissenso.
Chi oggi abbocca a questa ricostruzione, magari convinto di difendere la
scienza, l’immagine della Sardegna o la civiltà del confronto, rischia
in realtà di consegnare al potere un precedente formidabile, attraverso il
quale ogni futura protesta potrà essere sorvegliata, sospettata e delegittimata
prima ancora di essere ascoltata, mentre qualunque posizione realmente
antagonista verrà costretta a passare il proprio tempo a dimostrare di non
essere violenta, anziché discutere delle ragioni per cui esiste.
Condannare il crimine è un dovere, smascherare la propaganda che tenta di
appropriarsene è un altro dovere, e confondere i due piani per timore di
apparire scomodi significa rinunciare non soltanto alla lucidità politica, ma
alla difesa di quello spazio democratico senza il quale nessuna protesta,
nessuna idea di sovranità e nessuna prospettiva di indipendenza potranno mai
avere cittadinanza reale.